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Qualche considerazione sui difetti del vino bevendo un Riesling ossidato di Pierre Frick

Riesling Rot Murlè 2011 di Pierre Frick aperto già da qualche giorno. Pure da ossidato questo vino dal vigneto di Krottenfues-Rouffach non cede a banali considerazioni sulla fragilità degli imbottigliamenti senza solforosa aggiunta né filtrazioni o altri stabilizzanti invasivi. È molto didattico bere un vino così, ossidato eppure ancora teso ed energico, con una sua vibrazione minerale all’assaggio e tutta una sua integrità che travalica facili ma anche tendenziosi incasellamenti scolastici: difetto/irregolarità/imperfezione. È utile soprattutto per comprendere al palato la struggente fusione di ossigeno e fermentazione spontanea. Cioè una bevuta così aiuta ad afferrare con i sensi e l’intelligenza sempre all’erta che oggi non è più una questione di perseguire la perfezione assoluta verso cui l’enologia moderna ha esasperato la ricerca svendendo la propria anima al diavolo della tecno-farmaceutica. È piuttosto il fatto concreto di non cedere alla chimera del “vino rifinito” per le masse e all’ossessione del vino depurato a tutti i costi col rischio di renderlo sterile a furia di chiarifiche impattanti, processi meccanici edulcoranti e trattamenti enologici. L’ossigeno è la bestia nera dell’enologia fin da sempre, ma quando entra nella visione di chi fa il vino come elemento essenziale che definisce la multidimensionalità di un vino, non è più un difetto incondizionato così come lo ostracizza la casta degli enologi universitari, ma può divenire anzi fattore essenziale che costituisce la complessità, la stratificazione, la profondità di un vino.

Già vi vedo eh, migliaia di sommerdièr gongolanti, degustatori scorreggioni coi papillon cuciti di finta seta, le bocche strette a culo di topo, strombettanti: “Ah ah ah ma lo senti ‘sto scemo bevitore d’aceto? Cose da pazzi, sta dicendo che l’ossidazione non è un difetto ma una virtù!”

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È chiaro che non sto affermando nella maniera più assoluta che l’ossidazione in sé sia da prediligere all’integrità. Tantomeno sto esortando ai “difetti” a rimpiazzo della pulizia. Stavo semplicemente considerando a ragion veduta che per il mondo dei bevitori consapevoli, avere produttori scrupolosi come Pierre Frick può rappresentare un esempio virtuoso di rigore artigianale. Produttori cioè invasi da una grande cognizione di causa che elaborano vinificazioni meticolose pur essendo non interventiste né processate al massimo come ahimè la gran parte delle produzioni standard le quali annullano qualsiasi sbavatura o irregolarità necessaria a donare al vino bellezza e singolarità. Dico insomma che l’ossessione antisettica della tecno-enologia moderna ha reso il vino un prodotto piatto e asettico, normalizzato così da far bella mostra di sé sugli scaffali o nelle carte dei vini del pianeta: etichette di pregio, contenitori di lusso ad alto contenuto di monotonia e piattume. Un prodotto perfettamente disinfettato dunque privo di umanità e mistero cioè soppresso di deviazioni, infrazioni alla regola, incrinature le quali invece – come la volatile – se armonizzate alla sostanza finita originata dall’uva e alla visione del vignaiolo non possono che essere un valore aggiunto impagabile proteso all’arricchimento gustativo, alla singolarità indomabile del vino, di chi lo fa, di chi lo vende, di chi lo beve.

Grifi e la normalina del XXI secolo

28 aprile 2021
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Grifi e la normalina del XXI secolo

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Alberto Grifi (1938-2007) è un nome che probabilmente non dice nulla a tanti pur presunti appassionati di cinema eppure è stato un grandissimo cineasta sperimentale romano. Il suo Verifica Incerta (1964/65) fu celebrato da Marcel Duchamp a cui era dedicato, oltre che da Man Ray, Max Ernst, John Cage. Un regista oltranzista vissuto purtroppo in un paese d’analfabeti acculturati dove si osannano i Sorrentino, i Muccino ed altri palloni gonfiati simili. Negli anni settanta Grifi ha inventato una specie di vidigrafo artigianale, 0382a10931d84f7202c5abf8e5c246afsulla base del Kinescope sviluppato alla fine degli anni venti, in grado di trascrivere su pellicola le riprese fatte sul nastro di una videocassetta creandolo con i pezzi di una moviola comprata a Porta Portese, oltre al macchinario lavanastri per la rigenerazione dello stato fisico dell’emulsione dei nastri analogici e la restituzione su supporto digitale, uno strumento progettato per restaurare videonastri incisi negli anni sessanta-settanta.

Nel 1972 in collaborazione con Massimo Sarchielli ha girato quello che è il suo capolavoro assoluto Anna, la realtà filmata di una quindicenne tossicodipendente incontrata per strada a Roma, epifania del cinema che da “caso umano” diventa pura emanazione della vita reale a discapito della vita recitata. Un vero e proprio documentario visionario, un miracolo in bianco e nero su pellicola 16 millimetri.

https://www.youtube.com/watch?v=GTib29SQwBE (introduzione di Grifi ad Anna).

https://www.youtube.com/watch?v=P6KgbcT6cwM (Anna, completo).

Nel 1978 Grifi dopo la realizzazione di Michele alla ricerca della felicità, un film sulla condizione carceraria commissionato e poi censurato dalla RAI, propone implacabile alla radiotelevisione italiana un altro mediometraggio maledetto Dinni e la Normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follia militante che verrà bandito sempre dalla RAI. Si tratta degli appunti per un racconto sulla socialità fittizia prodotta dalle comunicazioni di massa e sulle modificazioni genetiche realizzate sugli animali da macello. È un mockumentary sul filo del rasoio della mistificazione e della veridicità, girato alla fine degli anni settanta in piena stagione anti-psichiatrica, dove è quasi impossibile districare verità/finzione, fantascienza/realtà. La normalina è un farmaco ottenuto dalla distillazione dell’urina e delle feci degli schizofrenici, un vaccino che sradica il dissenso, riconduce alla normalità e alla banalizzazione delle coscienze. Oggi possiamo ascoltare questi appunti geniali grazie a Radio Techeté un’emittente della RAI che ripropone alcuni episodi di Audiobox il programma di ricerca e sperimentazione radiofonica ideato da Pinotto Fava andato in onda su Radio Rai dal 1991 al 1998:

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/03/Personaggi—Audiobox—Appunti-di-Alberto-Grifi—1955-84eb1e11-bcf9-491f-9b41-1cec807f16f0.html?fbclid

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La voce penetrante, l’intelligenza lucidissima di Grifi che ormai più di quarant’anni fa discuteva di ibridazione con uno specialista zootecnico, di adattamento degli animali alle macchine e selezione genetica, risuonano image-w240più che mai profetiche oggi che i Big Data hanno penetrato il nostro stesso DNA. Oggi che le aziende digitali monopoliste condizionano i comportamenti emotivi delle persone, manipolano le supposte scelte politiche di intere nazioni pregiudicando le decisioni economiche dei popoli attraverso la biometrica o l’uso di algoritmi personalizzati ovvero la “normalina” del XXI secolo, che fissa il grado del nostro irreversibile asservimento alle macchine e alle “fabbriche del consenso” come insegnavano Chomsky ed Herman.
Se non è più la natura a determinare la selezione degli animali ma è il capitale come afferma Grifi in merito agli allevamenti intensivi, se mangiamo “animali prigionieri” allora anche noi esseri umani siamo di conseguenza contaminati nella psiche, imprigionati nelle nostre società sempre più simili a mattatoi, uniformati a un gusto monocorde. “Normalizzati” a una vita piatta. Sottomessi all’intelligenza artificiale. Sacrificati sull’altare del profitto sistematico e del grigiore meccanizzato.91tln9p5EfL

È ancora possibile usare gli strumenti digitali senza esserne abusati?

8 aprile 2021
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È ancora possibile usare gli strumenti digitali senza esserne abusati?166156628_3006816732879873_4098570219066786003_n
“Il cellulare più merdoso del mondo è un miracolo tecnologico. La tua vita che gira intorno al cellulare, ecco, è quella far schifo.”
Louis C.K.
Di questi tempi, spesso non a torto, tendiamo a demonizzare la comunicazione digitale che per sua natura prevede lettori sempre più distratti e comunicatori (anche i più coscienziosi), adeguati a un modello altamente efficiente di massimo dell’informazione in un minimo di spazio/tempo. Viene in mente uno sketch dei Monty Python’s Flying Circus dove i partecipanti ad un quiz a premi dovevano raccontare tutta la Recherche di Proust in pochi secondi.
Quella dello stand-up comedian Louis C.K. è una satira dei luoghi comuni attorno ai nuovi mezzi di comunicazione di massa. Il comico americano evidenziava in quella battuta che il cellulare in sé è un miracolo, un vertice della sofisticata ricerca tecnologica a cui è giunto l’ingegno umano fino ad oggi; semmai quello che non va per niente bene è la vita dell’uomo attorno al cellulare, questa sì che andrebbe un po’ rivista in meglio perché è proprio quella a fare schifo e lui lo testimonia scandalosamente anche nelle disgrazie della sua vita privata in epoca d’allarmismo da #MeToo. Dunque gli strumenti digitali sono potentissimi e pericolosissimi ad un tempo, “una lama a doppio taglio”. È l’uso che ne facciamo a stabilire la differenza cercando però di non farci violentare dai mezzi che dovremmo usare a nostra volta. Dovrebbe essere obbligatorio l’uso (mai l’abuso) della comunicazione ai fini di una maggiore libertà espressiva, possibilmente con la giusta premura, con tutto l’amoroso scrupolo di “pensare alle cose per ciò che esse sono” come scriveva Virginia Woolf nel suo memorabile Una stanza tutta per sé.
“La bellezza del mondo è una lama a doppio taglio, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore.”
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé (1929)
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Certo siamo lontani anni luce dalla stanza tutta per sé immaginata dalla scrittrice inglese, ora ci sono semmai le chat room nei social network che all’apparenza sono affollatissime di opinioni tendenziose, nidificazioni di commenti aggressivi, polemiche del giorno gratuite, visioni distorte del mondo che si riducono quasi sempre a stereotipi o a idee grossolane di seconda o terza mano. La “bellezza del mondo” è sempre minore così come anche la gioia di vivere sta scomparendo lasciando sempre più campo libero all’angoscia esistenziale, un’angoscia di natura digitale, biometrica, una frenesia da manipolazione comportamentale, un’ansia da sorveglianza psichica. Pretendiamo tutti di esprimere i nostri “liberi pensieri in un mondo libero”. Ci illudiamo di diffondere i più o meno giusti ragionamenti in cui diciamo di credere, urlando a squarciagola le nostre vite anonime, sbraitando segreti e bugie intime nel confessionale pubblico di una bacheca online che alla fine dei conti non è altro che la proprietà privata di qualche ultra-miliardario della Silicon Valley.
Certo lo scandalo Facebook/Cambridge Analytica con tutto lo strascico d’implicazioni inquietanti che si porta dietro dall’abuso dei dati personali per influenzare le campagne elettorali alla diffusione di una politica incentrata sull’odio e la paura, è solo l’inizio di una nuova era d’autoritarismo psicografico e controllo comportamentale delle masse attraverso tecniche di neuromarketing. Diciamo pure però che la differenza con i mezzi tradizionali quali la TV non è alla fin fine tanto abissale. Se cominciamo a parlare col Papa davanti a uno schermo è perché abbiamo fatto la fine di Travis Bickle in Taxi Driver. Una piattaforma accattivante ma ingannevole come Twitter ti offre l’abbaglio che il Papa potrebbe anche risponderti, ma è soltanto una grande illusione, una presa per il culo di portata planetaria.

“Le nostre tracce digitali vanno a costituire un mercato da miliardi di dollari all’anno. Siamo diventati merci ma amiamo cosi tanto questo dono di una connettività libera che nessuno si è preoccupato di leggere i termini e le condizioni d’uso.”

da The Great Hack (2019)  documentario di  Jehane Noujaim & Karim Amer

Cambridge-Analytica-logoUsiamo i mezzi di comunicazione o ne siamo usati? Avere una coscienza critica rispetto al consumo di merci e tecnologie ci salverà dall’appiattimento planetario delle coscienze? L’aspetto più tragico di questa impasse da cui a quanto pare ne usciremo solo estinguendoci è che i consumatori avveduti possono dire e fare quello che vogliono tanto è la produzione dall’alto a piazzare di volta in volta i loro prodotti ad hoc, a imporre le proprie merci e le proprie verità plastificate, fottendosene intenzionalmente dell’ambiente, dell’etica comunitaria e del consumo critico.
Il problema pressante della comunicazione in generale attraverso i social e nello specifico della comunicazione del vino, sono le polarizzazioni ben poco costruttive tra buoni/cattivi, belli/brutti, autentici/falsi, naturali/convenzionali. L’autoreferenzialità ebete, lo straparlare, il far bella mostra di sé a qualsiasi costo pur non avendo una benamata sega da dire, sono le piaghe più eclatanti di quel complesso di segni e manifestazioni semantiche che definiscono il vino, la sua comunicazione ai tempi mordi-e-fuggi di Instagram. Comunicazione online che s’inserisce di forza all’interno di quel gigantesco calderone propagandistico del web dove imperversano la disinformazione a tappeto, un’informazione sempre più sciatta, la manipolazione delle coscienze e conoscenze, la falsificazione dei fatti, la superficialità programmata a braccetto con la sistematica assenza di contenuti… giusto per elencare solo alcuni tra i giganteschi ostacoli da superare oggi per riorganizzare un ecosistema della comunicazione ad un superiore livello di profondità del sapere e a verificata qualità dei contenuti. Verificata da chi? Qualità dei contenuti in base a quali parametri? Parametri stabiliti come e da chi? È un ginepraio senza via d’uscite dove l’apparenza predomina sempre sulla sostanza. Basta vedere le contraddizioni drammatiche sulla certificazione formale che attesti la naturalità di un vino in retro-etichetta su cui ci si scanna ormai da anni in stile Guelfi e Ghibellini, scissi tra velleità ideologiche di natura filosofico-morale e impellenze d’ordine biecamente commerciale.
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Nel frattempo che stavo riordinando le idee su questo pezzo, facendo su e giù da Roma a Itri in macchina, ad un certo punto mi sono imbattuto in un cartellone pubblicitario enorme lungo la statale all’altezza della casa-martirio di Santa Maria Goretti (sic!), tra sedie di plastica vuote dove spesso si appoggia qualche puttana in attesa del prossimo avventore. Sul cartellone a lettere cubitali c’era scritto un sibillino: SIAMO SEMPRE SUL PEZZO. Tutt’attorno la desolazione e lo squallore mortiferi della Pontina, davanti a una vigna talmente diserbata che il suolo era color giallo fosforescente. Ecco quindi che in un’immagine accecante, ho pensato, tutta la contraddizione del mondo in cui viviamo, erompeva come un’epifania. Eh già, un’epifania della prostituzione collettiva. Quell’arroganza da smorto ottimismo che porta chi vende qualcosa a manifestarlo con quell’aggressivo “siamo sempre sul pezzo“, è faccia della stessa medaglia della strafottenza di colui o coloro che avevano diserbato a morte quel povero campo. Una vigna da cui verrano fuori delle bottiglie di vino vendute ad un prezzo plausibilmente stracciato per masse di clienti anonimi. Acquirenti da supermercato che continueranno a giustificare la loro medesima strafottenza di consumatori qualunque con la solita scusa dell’indigenza e della ristrettezza economica a vita, così a scaricabarile come in una catena di Sant’Antonio della noncuranza e dell’inciviltà diffuse.
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Tuttavia ora è necessario come il pane che la diffusione orizzontale delle conoscenze sia condivisa tra la maggior parte delle persone in barba ai pregiudizi costruiti ad hoc dalla Rete. Sarà cioè sempre più vitale mantenere alta l’asticella dello spirito critico in aperto contrasto agli algoritmi faziosi che vorrebbero sostituire le nostre coscienze autonome con le loro allucinazioni numeriche, umiliando senza pietà il nostro organismo pensante. Insomma, non dobbiamo mai tenere spento il livello di guardia dell’attenzione, bisogna evitare con tutte le nostre forze di farci lobotomizzare in massa, narcotizzare le coscienze dall’industria dei Like. Dobbiamo aver fede nel nostro intelletto insostituibile da qualsiasi AI (Artificial Intelligence) finanziata da qualche squaletto venture capitalist di San Francisco. Nella maniera più assoluta non possiamo permettere, è in gioco la dignità umana, che un’Intelligenza Artificiale generata dalle macchine, a loro volta create da noi, ci rimpiazzi senza autorizzazione, nonostante abbiamo già tutti svenduto i nostri dati e la nostra anima al diavolo dei social media. Facciamo in modo che uno strumento tecnologico resti tale, senza farci prevaricare. Perché in fin dei conti è solo uno strumento inventato da noi potenzialmente per aiutarci a vivere meglio e non – si spera – per accelerare il processo della nostra definitiva autodistruzione.
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10 letture consigliate
– Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello (Raffaello Cortina Editore 2011)
– Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli 2020)
– Richard H. Thaler, Misbehaving. La nascita dell’economia comportamentale (Einaudi 2018)
– Evgeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice Edizioni 2016) 
– Jon Ronson, I giustizieri della rete (Codice Edizioni 2015)
– David Weinberger, La stanza intelligente (Codice Edizioni 2012)
– Mark Fisher, Capitalist realism. Is there no alternative? (Zero Books 2009)
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Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, per non pensare troppo al mondo di oggi

29 marzo 2021
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Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, per non pensare troppo al mondo di oggi
Pensiamo al mondo antico, all’ubriachezza e alla sobrietà nel mondo passato, per non pensare troppo al mondo presente, un mondo ottenebrato dal virus SARS-CoV-2 e dalle sue varianti insidiose che non danno tregua, non concedono neppure un attimo di quiete né la spensieratezza d’ubriacarsi in pace, viaggiare tranquilli, scopare in libertà.
Aspettiamo ancora un attimo però. Non vorrei subito cedere alle lusinghe del mondo antico. A sprofondare, a perderci in esso come in un paradiso d’oppio. Facciamo un salto a qualche decina d’anni fa. Siamo agli inizi degli anni 30, nel pieno della Grande Depressione, forse il momento più buio, almeno fino all’anno scorso, dell’era industriale. Una coppia di gangster in fuga si esercitava a sparare su una casa di poveri contadini espropriata dalle banche. La famiglia dei contadini, prima di emigrare, passa per dare un ultimo saluto a quella che era la proprietà sottratta loro dal sistema bancario. I due gangster si presentano:
<<Lei è Bonnie Parker. Io sono Clyde Barrow. Rapiniamo banche!>>
Dal capolavoro cinematografico di Arthur Penn, Bonnie and Clyde (1967). 163996425_3002792453282301_413606418085182560_o-1

Riportato a oggi, marzo 2021, dopo un anno di pandemia di COVID-19 e sue mutazioni, questo scambio folgorante nell’America sfigurata dai vortici della Great Depression, tra i contadini rapinati dalle banche e Bonnie & Clyde che le banche le derubavano sul serio, può suonare un po’ macabro. Macabro perché? Perché con l’aria che tira ora, presto saranno in tanti a finire in bancarotta, a indebitarsi con le banche o l’Agenzia delle Entrate, questo a prescindere dai decreti degli azzeccagarbugli, dai labirinti burocratici dei fondi salva stati e i superbonus ad uso di chi, al solito, ne ha meno bisogno. Perché poveri e disperati in situazioni di crisi saranno ancora più impoveriti, preda della disperazione. I ricchi invece, gli ammanicati ai politici, ai palazzinari, ai leccaculo e ai traffichini di turno, questo si sa, si arricchiscono ancora di più, tanto in provincia che in città.Mondoantico

È trascorso un anno che ha rilevato man mano una discrepanza sociale enorme tra quelli che lavorano con le mani o nei servizi dove è prevista la presenza fisica (muratori, camerieri, baristi, parrucchieri, meccanici, contadini, medici, infermieri, il sepolcrale sottobosco delle Partite Iva…) e quelli che lavorano in ufficio davanti a un computer (banche, poste, amministrazioni pubbliche, statali, insegnanti, speculatori di borsa, militari…) tranquilli tranquilli, almeno per ora, in “smart working“. Un anno di confusione totale sul virus, sulle mascherine, sui vaccini. Confusione fraudolenta incoraggiata malignamente dai mezzi di comunicazione di massa che hanno provocato, in modo irreversibile, un senso d’insicurezza e instabilità perenni. Più di un anno ormai, alternato a quarantene di settimane o mesi e riaperture a zone colorate che ci ha reso tutti più suscettibili, tormentati, smarriti. In bilico sull’abisso come quell’equilibrista matto da una vecchia foto scovata su internet. In equilibrio precario sulle sedie dalla cima di un grattacielo.162611815_3000923243469222_4393863656241896354_o

In questa altalena di sbalzi d’umore e pensieri nerissimi (a proposito delle zone a colori), concentrarsi sulla lettura di libri appassionanti può rappresentare un ottimo esercizio spirituale. Un diversivo proficuo, una forma di protezione della mente se volete. Vogliamo definirla volontà di potenza per astrazioni somme? Ecco, forse anche meglio: una passione insana verso distrazioni vagabonde. Anzi no, un vero e proprio viaggio iniziatico della coscienza che ci ammaestri ad osservare le cose a noi più prossime ma con la giusta proporzione d’impulsi emotivi, cioè alla dovuta distanza di sicurezza e senza soffocarci con un senso immane d’impotenza lungo il frenetico arco temporale della storia umana. mosaico con satiro e musaAffascinante pensare perciò all’uva di 60 o 50 mila anni fa. Sessantamila o cinquantamila anni fa le viti, i grappoli d’uva, ma ve l’immaginate? Quando l’uva era il nutrimento base delle civiltà di matrice Mediterranea? Che sapore, che colore, che spessore poteva avere quell’uva selvatica? Era aspra, dolce, allappante, acidula, succosa? Dai semini abbrustoliti, ci si preparavano dei panetti impastati con legumi, miele e frutta secca? Che faccia avranno fatto – buffa offuscata ebete erotica grottesca rancorosa sessuale fosca – le prime comunità di uomini e donne intenti ad assaggiare il liquido originato dall’uva fermentata e tramuta in alcol? Quali o come saranno state le reazioni d’intossicazione degli esseri umani primordiali il cui organismo non era certo troppo abituato ad assorbire bevande alcoliche nel proprio interno? Era un’ubriachezza di natura molesta, malinconica, psicotica, arrapante, febbrile, aggressiva, funebre, gioiosa, timida, omicida?

Fresco Fragment Depicting Dionysos and Ariadne; Unknown; Roman Empire; 1st century; Fresco; 94 x 93 x 6 cm (37 x 36 5/8 x 2 3/8 in.); 83.AG.222.3.1
Fresco Fragment Depicting Dionysos and Ariadne; Unknown; Roman Empire; 1st century.
Leggevo in Paolo Nencini, Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico. Alle radici del bere moderno (Gruppo Editoriale Muzzio, 2009):
<<In una grotta del Monte Carmelo, la cui occupazione è databile tra i 60 e i 48 mila anni fa, e quindi durante il Paleolitico medio (cultura di Mouster), sono stati trovati semi abbrustoliti di Vitis vinifera selvatica attorno al focolare, mischiati a semi di varie specie di legumi, a pistacchi e ghiande. È interessante osservare che in tale sito sono stati trovati solo due semi d’orzo selvatico. È pertanto probabile che, ancor prima dell’avvento della rivoluzione cerealicola, gli abitanti della Palestina paleolitica contassero sull’uva come fonte di nutrimento.>>29103238_2126941010867454_8372190423086530560_o

Staccare la spina!

21 marzo 2021
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Staccare la spina!

Spleen 

…un popolo muto di infami ragni

viene a tendere le sue reti in fondo ai nostri cervelli

[…un peuple muet d’infâmes araignées

Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux]

Charles Baudelaire, Les Fleurs du mal (1857-1861)

Quei ragni infami oggi sono tutti i mezzi d’informazione condizionati dall’interesse economico, incoraggiati dall’onnipotere mediatico attraverso cui i monopolisti della tecnologia controllano questi stessi strumenti di comunicazione che confondono di proposito l’immaginario della gente comune allo scopo di attuare una disinformazione a tappeto sempre più totalizzante, radicale, diffusa. AI_The_Silver_Bullet_Against_Disinformation_960

È questo un ragionamento pretestuoso che affonda le sue radici fin nei meandri della storia. La commistione di Potere e Informazione procede di pari passo con l’evoluzione dell’uomo, cioè col controllo delle coscienze dei molti da parte dell’esercizio di manipolazione dei pochi; gli antichi romani insegnano, vedi il saggio splendido di Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini.9788833916873_0_0_626_75

Non c è nostalgia più amara di quella per un passato che non abbiamo mai vissuto. È un’utopia rovesciata. La nostalgia per origini mai avute. Eppure tendiamo quasi per propensione genetica a idealizzare il passato, a mitizzare un’età dell’oro che probabilmente non è mai avvenuta. Siamo organismi mitizzanti, smetteremmo anche di respirare senza l’adorazione irrazionale di miti e nostalgie delle origini. La nostalgia di ciò che non è stato è ancora più straziante, più penosa di quella per ciò che mai sarà.

Staccare la spina è il solo rimedio per salvarsi dalla disinformazione radicale con cui manipolano i nostri sentimenti, umori e pensieri. Può suonare paradossale e difatti lo è, che inviti a staccare la spina dalle lusinghe del digitale mentre sto a spina attaccata, proprio qua ora su internet da cui persuado, me stesso per primo, a sfuggire.MV5BMTRkYWNjZGEtOWM2OC00NmVlLWIyZmUtNmEwYzk2Njk4MjU5XkEyXkFqcGdeQXVyMTU1ODU5NjM@._V1_

Eppure sarebbe da staccare Internet, definitivamente. Spegnere radio e TV che trasfigurano i fatti in una bolla d’irrealtà tanto gigantesca quanto grottesca. Rifiutarsi di buttare anche solo per sbaglio lo sguardo sui giornali di tutto il mondo i cui proprietari alla fin fine non sono che magnati dell’informazione, cioè padroni dei giornalisti da loro stipendiati esattamente per disinformare a prescindere, spesso ancora più insidiosi quando dissimulati dalla maschera del giornalismo libero e indipendente. Bestie da soma a servizio dell’industria culturale o dell’inserzionista di turno. Pinguini del circo equestre informatico, addomesticati a simulare gesti ed espressioni come scimmie allo zoo. Programmati per ripetere notizie false e opinioni deformate a pappardella meccanica tipo pappagalli. Pachidermi di pubblicisti edotti a mestiere per snocciolare le squallide verità a pagamento del loro addomesticatore del momento, tanto a questo si è ridotto ormai il ruolo dei giornalisti, dei giornali e dell’editoria nel mondo contemporaneo. Miseria umana. Vergogna professionale. Devastazione morale.

Sarebbe da spegnere tutto insomma, tornare a ruminare i versi dolci e amari di Baudelaire con occhi liberi, mente purificata; è questo il solo invito plausibile a pensare con la propria testa, a riappropriarsi della propria vita offuscata, della propria perduta capacità di leggere se stessi, gli altri esseri umani e il mondo.

…un popolo muto di infami ragni

viene a tendere le sue reti in fondo ai nostri cervelli

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Quello a cui i cospirazionisti non credono

19 marzo 2021
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Siamo in gabbia ormai da un anno mentre subiamo passivamente giorno dopo giorno una deriva psicotica fomentata da un giornalismo sempre più sciacallesco, terroristico, infame. È uno stillicidio indegno! Un’istigazione alla pazzia che andrebbe punita con la legge marziale. Sì, sono per la legge marziale contro questo modo criminale d’informare che istiga alla confusione mentale e all’irrazionale, davvero inqualificabile per la professione. Una professione che dovrebbe custodire una responsabilità enorme ma che di fatto sta creando un danno epocale a furia di perpetrare imposture senza fondamento né verifica dei fatti. È oltre un anno che TV, stampa e Web stanno prolificando paure collettive a non finire. Diffondono a tappeto una valanga merdosa di mistificazioni, panico immotivato, allarmismi, false notizie, sensazionalismo da quattro soldi giocando come il gatto col topo con le ansie della gente tappata in casa. Gente comune. Gente inerme. Gente passiva. Gente evirata di giudizio critico dopo decenni di TV commerciale, Quiz a premi o telegiornali che sembrano piuttosto televendite del cazzo. Gente in perenne stato confusionale.

Colgo quindi l’occasione per tradurre e pubblicare qui di seguito un pezzo di Tim Harford editorialista del Financial Times, uscito pochi giorni fa sul The Atlantic. Harford trae un po’ le conclusioni sul tema inquietante del vero e del falso, della fede o del dubbio indiscriminati. È un articolo sul veleno del cospirazionismo dilatato in America quindi espanso nel mondo intero come un cancro ai polmoni del pianeta. È una riflessione ponderata sulla pandemia morale, sugli abusi pianificati della negabilità illimitata che hanno inquinato ormai definitivamente l’ecosistema della comunicazione globale a furia d’esercitare uno scetticismo malato e acritico, incapace di autoanalisi. Soprusi cognitivi che deformano in fabbriche di menzogna non solo chi l’informazione (cioè la disinformazione) la crea e la diffonde (i mass media) a favore dell’opinione pubblica, ma anche chi l’informazione la interpreta e la subisce, cioè i lettori critici (sempre più pochi) e i fruitori/propagatori di bufale/fake news sui social o i siti online (in vertiginoso, angoscioso aumento).

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Quello a cui i cospirazionisti non credono

Distinguere un dubbio eccessivo da una convinzione eccessiva può aiutarci a spiegare come riportare un cospirazionista alla realtà.

Alcune persone credono nelle cose più straordinarie. Che la terra sia piatta, che il GPS degli aerei siano truccati per indurre i piloti a credere il contrario. Che i vaccini per il COVID-19 siano un pretesto per iniettare microchip che controllano il pensiero in tutti noi. Che il vero presidente degli Stati Uniti è ancora Donald Trump…

“Come può una persona sensata credere a questo paccottiglia?” è una domanda che viene abbastanza naturale. Tuttavia non è questa la domanda più urgente da porsi. I teorici della cospirazione credono a idee strane, vero. Ma queste convinzioni stravaganti poggiano su solide fondamenta di incredulità.

Per pensare che Trump sia ancora il presidente degli Stati Uniti, come fanno alcuni nel movimento QAnon, devi esercitare il dubbio radicale. Devi dubitare del giornalismo praticato da qualsiasi mezzo di comunicazione mainstream e di qualsiasi credo politico; devi dubitare di tutti gli esperti e delle élite politiche;  devi mettere in dubbio la magistratura, l’esercito e ogni altra istituzione americana. Una volta che hai completamente screditato tutti loro, solo allora puoi iniziare a credere nei signori delle lucertole, nei profeti alieni o che l’ascensione di Trump sia praticamente dietro l’angolo.

Il confine tra dubbio eccessivo e credenza eccessiva è una distinzione senza differenze? Non credo, perché è una distinzione che ci aiuta a spiegare come riportare un cospirazionista alla realtà. Bisogna riconoscere che un cospirazionista è una persona che già diffida di ciò che dicono le fonti più autorevoli. Si dovrebbero porre domande tranquille, invitando il teorico della cospirazione a spiegare e a riflettere sulle sue convinzioni, piuttosto che avanzare prove o citare gli esperti. Però le prove e gli esperti, ricorda, sono esattamente ciò che il cospirazionista ha già rifiutato in partenza.

Quando qualcuno ha deciso di ignorare i fatti ovvi, ripeterli non lo persuaderà a trovarne il senso. Ma quando alle persone gli si concede tutto il tempo e lo spazio per spiegarsi, possono pian piano iniziare a individuare le lacune nelle proprie conoscenze o argomentazioni. Gli psicologi Leonid Rozenblit & Frank Keil hanno coniato l’espressione “l’illusione della profondità esplicativa” per riferirsi al modo in cui la nostra sicurezza di sé si accartoccia quando siamo invitati a spiegare idee apparentemente semplici.

L’attenzione all’eccessiva credulità distrae dal problema del dubbio eccessivo, che è ovunque nel nostro moderno ecosistema dell’informazione. Siamo tutti capaci di fare ragionamenti coerenti, di credere a ciò che vogliamo credere. Ma siamo anche tutti capaci di dubitare di ciò in cui vogliamo dubitare, e le ricerche hanno scoperto che il ragionamento coerente ha un potere speciale quando assume la forma del dubbio.

Un paio di decenni fa, gli psicologi Kari Edwards & Edward Smith hanno condotto un esperimento in cui hanno chiesto ai loro soggetti di leggere semplici discussioni su argomenti politicamente delicati quali la pena di morte. Hanno quindi invitato queste persone a produrre ulteriori discussioni e contro-argomentazioni. Non sorprende che Edwards e Smith abbiano scoperto che i preconcetti sono determinanti: le persone trovavano più facile discutere nella corrente di pensiero delle loro convinzioni precedenti.

Ancora più sorprendente era che questo pregiudizio fosse più evidente quando i soggetti si ponevano all’attacco, cercando di confutare un argomento che non gli piaceva, rispetto a quando invece stavano soppesando argomenti che erano inclini a difendere. Quando cercavano di confutare una posizione sgradita, trovavano utile fare lunghi elenchi di motivi per dubitarne. L’incredulità scorreva liberamente e il pregiudizio in ciò che le persone rifiutavano era molto più chiaro del pregiudizio su ciò che accettavano.

I propagandisti hanno capito da tempo questa stranezza della psicologia umana. Negli anni ’50, quando Big Tobacco dovette affrontare prove crescenti che le sigarette erano mortali, l’industria trasformò il dubbio in un’arma. Rendendosi conto che i fumatori desideravano ardentemente credere che la loro abitudine non li stesse uccidendo, Big Tobacco concluse che l’approccio migliore non fosse quello di provare a dimostrare che le sigarette erano sicure. Piuttosto, avrebbe semplicemente sollevato dubbi sulle prove emergenti che le sigarette fossero pericolose. La famosa “Dichiarazione di Frank ai fumatori di sigarette” del 1954 riuscì a sembrare socialmente responsabile e allo stesso tempo rassicurò i fumatori che “i ricercatori hanno pubblicamente messo in dubbio” l’importanza delle nuove scoperte.

Mettere in discussione pubblicamente le cose è ciò che fanno da sempre i ricercatori, ma questo non importava. Il messaggio astuto dall’industria del tabacco ai fumatori era: “Tutto questo è complicato ma noi presteremo tanta attenzione in modo che non debba farlo tu”. Quando ci troviamo di fronte a prove sgradite, non abbiamo bisogno di molte scuse per rifiutarle.

Trump sembrava canalizzare questo flusso di pensiero quando ha sfruttato prontamente un panico morale su alcune storie palesemente stupide – “false notizie” – creando uno slogan per diffamare i giornalisti più seri. Mentre noi dei media ci torcevamo le mani alla sola idea che la gente potesse credere che il Papa avesse appoggiato Trump, Trump stesso si rese conto che il vero pericolo – e per lui, la vera opportunità – era diverso. Non che la gente credesse in simili sciocchezze, ma che si potesse convincere a non credere a un giornalismo autorevole e accuratamente selezionato.

Deepfakes“, la tecnologia che crea filmati plausibili di persone che dicono e fanno cose che non hanno fatto, forniscono una lezione simile. (In questo momento sembrano spopolare i deepfakes di Tom Cruise.)

Una ricercatrice ha rassicurato Radiolab che “se le persone sanno che esiste una tale tecnologia, allora saranno più scettiche”. Potrebbe forse sbagliarsi su questo, ma sono più preoccupato che abbia ragione – che i deepfakes creino cioè un mondo di negabilità illimitata. Qualsiasi cosa dici, qualsiasi cosa fai, anche se le telecamere ti stanno riprendendo, puoi sempre affermare che non è mai successo. Non siamo ancora a questo punto, ma la traiettoria non è certo rassicurante.

I giornalisti devono prendere più seriamente il problema del dubbio armato. In particolare, quei gruppi che controllano i fatti, come PolitiFact, FactCheck.org e Snopes, devono fare molta attenzione a non alimentare il cinismo. Il rischio è di creare la sensazione che le bugie siano onnipresenti, motivo per cui i migliori verificatori dei fatti dedicano tanto impegno a spiegare ciò che è vero quanto a smascherare ciò che è falso.Cover-1

L’ultimo ammonimento qui è il classico del 1954 di Darrell Huff, How to Lie With Statistics (Come mentire con le statistiche). Il libro di Huff è intelligente, perspicace e malizioso, e potrebbe essere il libro di statistiche più venduto mai scritto. È anche, dall’inizio alla fine, un avvertimento continuo che le statistiche riguardano solo la disinformazione e che non si dovrebbe crederci più che a uno spettacolo di magia. Huff finì per testimoniare in un dibattito pubblico al Senato che le evidenze che correlavano fumo e cancro erano tanto pretestuose quanto le prove che collegano le cicogne ai bambini. Il suo seguito inedito, How to Lie With Smoking Statistics è stato sovvenzionato da un gruppo di lobby del tabacco.

Sì, è facile mentire con le statistiche, ma è molto più facile mentire senza di esse. È pericoloso avvertire che le bugie sono universali. Lo scetticismo è importante, ma dovremmo riconoscere con quanta facilità può raggomitolarsi nel cinismo, un rifiuto riflesso di qualsiasi dato o testimonianza che non si adatta perfettamente alle nostre idee preconcette.

Gli eventi del 6 gennaio ci hanno mostrato che il pensiero complottista può avere gravi conseguenze. Ma non si tratta solo dei teorici della cospirazione. I tratti psicologici che conducono alla tana del coniglio della teoria della cospirazione sono in una certa misura presenti nella maggior parte di noi. A tutti noi piace ascoltare le persone che sono d’accordo con noi. Siamo tutti inclini a rifiutare prove indesiderate. Siamo tutti più coinvolti da storie drammatiche che da crudi dettagli politici. E a tutti noi piace sentire che abbiamo intuizioni del mondo che mancano agli altri. A nessuno piace sentire di essere presi per stupidi, quindi dubitare presto e spesso può sembrare la cosa più intelligente da fare. E se vogliamo pensare con chiarezza al mondo, lo scetticismo è una buona cosa.

Ma è possibile averne troppe di cose buone. La fede indiscriminata è preoccupante, ma il dubbio indiscriminato può essere anche peggio.

TIM HARFORD

Domeniche a Basilea

18 marzo 2021
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Domeniche a Basilea4E092422-4785-43FD-BE61-A3BBFEFE7711

Riprendo in mano la mia vecchia copia de L’Educazione Sentimentale (Gli Struzzi 60 – Einaudi) “Il romanzo dell’illusione”.

Nelle ultime pagine, il paio di pagine lasciate in bianco dopo l’elenco degli altri 59 titoli pubblicati nella collana Gli Struzzi, difatti questo di Flaubert era il numero 60, ritrovo scarabocchiato a matita un appunto di viaggio, un abbozzo dal vago sapore impressionista. Sono passati nove anni, ero in Svizzera per motivi di lavoro, frequentavo una fiera di vino che si svolgeva due volte l’anno, una in primavera l’altra in autunno.46A5221D-FDDB-491E-8182-2D939058F501

Questo che segue è l’appunto che ho dovuto decifrare manco fosse un geroglifico nonostante l’abbia scritto io, un io ormai vecchio di quasi dieci anni. Un io illusorio come è quello attuale o sarà quello futuro.

Domenica a Basilea

Il Reno si trascina orizzontale lungo le abitazioni e le chiese di Basilea, sui ponti scorrono i tram verdastri. Trasversalmente, a intervalli di pochi minuti, chiatte merci risalgono la corrente. Sulla banchina uomini e donne corrono, a piedi e in bicicletta. In fondo alla direzione del fiume, dal boccalone della ciminiera sbuffano sbocchi di fumo nero, è l’inceneritore mentre aggrega montagne di nuvole che ritorneranno al Reno sotto forma di pioggia tossica. 
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Nella valle oscura di Internet

4 marzo 2021
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Nella valle oscura di Internet
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L’Adelphi è una casa editrice con i piedi ben saldi nella cultura libraria europea ed un catalogo editoriale enciclopedico d’impressionante profondità culturale. Titoli intrisi di vertiginose raffinatezze filosofiche radicati nella tradizione occidentale ed orientale del passato se non addirittura nell’eterno, non stridono con la curiosità onnivora dell’editore che ha sempre le antenne ritte pronte a captare le redditizie novità editoriali del momento assieme agli umori conoscitivi o alle esperienze liminari della contemporaneità, lo Zeitgeist come si diceva un tempo, al fine di leggere un presente incerto per comprendere, chissà, il futuro abissale.
Alcuni dei titoli che tentano di riordinare la complessità caotica del mondo ipertecnologico in cui viviamo, un mondo a quanto pare che sempre più subiamo invece di agirlo, sono La vita segreta di O’Hagan, Essere una macchina di O’Connel, Storie dal mondo nuovo di Rielli, Spillover di Quammen.
Ultimo questo La valle oscura di Anna Wiener a completare idealmente con gli altri titoli un mappamondo inquietante dell’attualità nell’epoca dei terrapiattisti. Intendiamoci, non è il Diario dell’anno della peste (1722) di Defoe, e delle trecento pagine di cui è composto almeno la metà potevamo farne tranquillamente a meno, chiacchiericcio insulso tanto per allungare il brodo anche se sospetto proprio quello stesso chiacchiericcio insulso sia rivelatorio, involontariamente, dello spirito dei tempi di cui sopra. Tutto sommato Uncanny valley, come suona il titolo originale, è un buon memoir, una cronaca piuttosto onesta della generazione millennials, quella che segue la generation X e i baby boomers, abbagliati dal feticcio dell’efficienza paranoica come valore fondativo, autosacrificati a sangue sull’altare dell’economia dell’attenzione. Una generazione totalmente condizionata dalla tecnologia digitale e dall’elettronica il cui scopo utopico è sì il miglioramento delle attività umane, l’ottimizzazione del lavoro e del tenore di vita ma che nella realtà si sta sempre più rivelando quale incubo distopico che monetizza brutalmente la privacy, schiavizza l’individuo, robotizza la psiche, controlla le vite altrui attraverso la biometrica e il biohacking, mercifica il tempo libero, distrugge l’attenzione del cervello attraverso l’uso all’apparenza giocoso (gamification) di app e social network, veri e propri strumenti di distrazione di massa asserviti dall’ossessione diffusa principale per il successo e per i soldi. Senza dimenticare che le origini oscure di Internet affondano le proprie radici nella ricerca della difesa e strategia militare sempre ravvivate dall’algoritmo implacabile: più guerra più business.
“(…) il tech che non era progresso ma soltanto business”
A rileggerlo già solo tra una decina di anni – che per gli schemi mentali della tecnologia equivalgono a ere geologiche – questo testo rimarrà forse come un documento epocale che trasfigura la stessa tristezza cosmica di film quali Blade Runner (1982), Matrix (1999) o Her (2013).
“Le piattaforme social erano pervase dall’intero spettro delle emozioni umane: un flusso ininterrotto di dolore, gioia, ansia, banalità”
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Sono svariati i punti d’interesse del libro che testimonia in tempo reale la mutazione antropologica di una generazione fottuta dalla crescita a ogni costo, dagli algoritmi e dalla smartphonite – i millennials appunto – riprodotti in serie come polli da batteria dall’industria Tech nella “terra promessa per i lavoratori della conoscenza del nuovo milennio”.
L’elemento più evidente d’interesse è che questo diario nell’inferno patinato di silicio e cobalto sia stato scritto da una donna in un ambiente ad alto tasso testosteronico/fallocentrico a predominanza cioè di bianchi californiani nativi digitali nutriti a barrette proteiche, energy drink, videogames e frutta secca, che incarnano alla perfezione le tendenze autodistruttive del settore tech. La nuova élite dei nerds al potere formata da aggressivi multimilionari, baby-tiranni lobbisti e venture capitalist (VC) già a vent’anni.
Deprimente il paragone del mondo borghese bohémien di provenienza che l’autrice protagonista si lascia alle spalle a New York, la giungla d’asfalto dei paleo-sfigati radical chic dell’editoria underground, a confronto con l’ambiente tutto startup, clouds, software, criptovalute, big data, yoga anti-stress, danza new age e milioni facili della Bay Area nella tecnocratica San Francisco. È un raffronto impietoso tra la sua formazione umanistica priva di precise competenze tecniche “spendibili” nel mercato e l’ambito rapace degli sviluppatori di programmi, degli ingegneri informatici, degli scienziati dei dati che sviluppano il “codice” creando di fatto un mondo virtuale che è poi la realtà concreta dei nostri giorni organizzata da motori di ricerca, inserzionisti per le pubblicità online, intelligenze artificiali, robotica, monopolizzata dai colossi della new economy nella Silicon Valley autocompiaciuti da contenuti cospiratori, bufale e disonformazione perenne. L’autrice prende coscienza di un legittimo accoramento di rabbia e dolore collettivo ma disperso nel nulla da parte degli indigeni di San Francisco e di New York nei confronti della gentrificazione urbana che massifica esseri animati, vegetazione e cose. Un condensato di frustrazione e risentimento generato nella scrittrice e rivissuto di riflesso dai lettori, davanti allo strapotere d’acquisto delle startup finanziare ultra-redditizie con capitali di rischio nei confronti del lavoro creativo o artistico a zero rendimento economico.
“La Silicon Valley forse promuoveva uno stile di vita individualistico, ma su scala larga generava uniformità.”
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Dove Bret Easton Ellis in American Psycho appioppava un’etichetta di brand del luxury a qualsiasi persona svilendo di fatto gli individui a merci tra tante dell’alta finanza – era l’epopea anni ‘80 dello yuppismo rampante di Wall Street ad alto tasso di dollari, marchi firmati e cocaina – qua l’autrice/protagonista del memoir utilizza lo strumento retorico della parafarsi – forse anche per evitare denunce e ripercursioni – senza mai nominare neppure una volta il nome delle compagnie “unicorno” di cui racconta, così che Facebook diventa “il social che tutti odiavano”; o Amazon con Jeff Bezos “un grande negozio online che aveva aperto negli anni Novanta vendendo libri sul web – non perché il fondatore amasse i libri e la letteratura, ma perché amava i consumatori e il consumo efficiente…”; oppure Google: “(…) la svolta imboccata dal colosso dei motori di ricerca, da archivio accademico della conoscenza globale a gigante della pubblicità”.
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La filigrana malinconica che si sfilaccia lungo tutto il memoir è questa discrepanza interna nella sensibilità dell’autrice – che è poi la contraddizione intima di un’intera fascia generazionale devastata da un innato senso di colpa genetico – tra la vocazione personale a un lavoro culturale stabile che più corrisponda alla sua vocazione d’affermazione sociale ma che non ripaga né in termini economici né in senso di appagamento professionale, e il patto col diavolo con le società tech del Software tritacarne, il “nemico oscuro” per cui lei ha collaborato durante i suoi anni di formazione e crescita dove si smarrisce il confine dalla parte di chi sorveglia e di chi è sorvegliato, dove non mancano certo né soldi né prospettive di carriera, almeno finché l’elettricità dura (leggi l’ultimo, apocalittico DeLillo, Il Silenzio).
“L’industria tecnologica mi stava rendendo una perfetta consumatrice del mondo che essa stessa stava creando.”
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Morte innaturale dell’aggettivo naturale

2 marzo 2021
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Morte innaturale dell’aggettivo naturale
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Vino naturale.
Sale naturale.
Lievito naturale.
Morte naturale.

La pubblicità nei confronti servili dell’economia globale svolge il ruolo di addomestica-cani. L’abuso merceologico fino alla nausea tende a snaturare il significato originario di un aggettivo, lo depotenzia di senso, castra la sua portata vitale, spegne con brutalità la sua carica d’energia espressiva ridicolizzandolo quale etichetta fra mille negli anonimi scaffali del mercato dove si svendono sogni a saldi e creme “naturali” anticellulite un tanto al kilo. Il marketing è la escort a ore del commercio.

Alla fine della fiera una volta associato l’Inno alla gioia (An die Freude) della Nona Sinfonia allo spot di un assorbente o di una pastiglia contro la diarrea a spruzzo non riusciremo più ad ascoltare Beethoven con le stesse orecchie di prima.
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Fotografie del vecchio mondo nuovo

3 novembre 2020
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Fotografie del vecchio mondo nuovo

Credo non sia mai uscita una versione di questo film nel nostro paese, ad ogni modo fino a ieri sera non avevo né sentito parlare né mai visto Pictures of the Old World (Obrazy starého sveta) di  Dušan Hanák, documentario slovacco del 1972 girato tra i sobborghi e i villaggi dei monti Tatra nelle regioni di Liptov e Orava. Questo vecchio film di Hanák in tutto il suo doloroso immaginario sull’umanità trascurata, brulicante ai bordi della civilizzazione e del progresso tecnologico, sarà apprezzato da molti, non solo da cinefili barbosi e autoreferenziali, come una singolare scoperta del cinema documentaristico dell’Europa orientale.

A distanza di quasi 50 anni dalla sua realizzazione è bello venir stimolati ancora da qualcosa di vecchio che tuttavia riesca a suscitare al presente un gioioso sentimento di novità. Un libro mai letto, un film mai visto, una musica mai ascoltata del passato in fondo sono come scintille di futuro che alimentano il fuoco necessario della curiosità sulle vite altrui, alla presenza attuale del nostro leggere vedere ascoltare il mondo. La potenza spontanea, l’espressività poetica/patetica, la crudezza naïf di questo film germogliano nell’aspro bianco e nero intonato alle fotografie dell’artista slovacco Martin Martinek; all’uso sperimentale del sonoro in chiave disturbante; alla decina di ritratti morbosi d’uomini e donne abbandonati a se stessi o ai propri animali, in un paesaggio di fango, sprofondati nel caos desolante delle proprie credenze, fissazioni e pietose solitudini. image-w1280

tumblr_p21b3rel0v1srl30mo1_400Queste “fotografie del vecchio mondo” da cui traspare in controluce anche il nostro “mondo nuovo” al suo tramonto, ritraggono con compassionevole spietatezza e sottile ironia venata di una certa bizzarria da Est Europa, un’umanità derelitta al culmine della propria vecchiaia. Una decrepitezza sdentata, folle, amara, poco rassicurante ma allo stesso tempo anche dolce, rassegnata, serena. La vecchiaia implacabile del mondo occidentale.

Il ricco, il povero, lo stupido, il saggio, finiamo tutti sottoterra! Cos’altro possiamo fare a questo mondo?

Questa è la risposta interrogativa di un vecchietto alla domanda imponderabile posta nel film su “Cosa c’è di più prezioso nella vita?” Un film che sono certo ha ispirato le visioni grandiose seppur senza speranza del regista magiaro Béla Tarr, tra i rarissimi geni viventi del cinema mondiale, autore di capolavori indimenticabili quali Sátántangó e Werckmeister Hármoniák.472394_article_photo_umxbvk8_900x

Jeanne Dielman, la condizione della donna e il cinema del tempo radicale

27 ottobre 2020
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Sono io, sono io caricato di immagini
Che mi dan le vertigini, sono io
Sento la mia vita che sta diventando un film
Sì, ma l’ho già visto e non mi piace questo film

Paolo Conte, Sandwich Man

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Jeanne Dielman, la condizione della donna e il cinema del tempo radicale
Jeanne Dielman, 23, Quai Du Commerce, 1080 Bruxelles è un capolavoro di cinema radicale girato nel 1975 da Chantal Akerman regista belga, che ancora oggi dopo 45 anni appare fresco, moderno e originale a differenza delle tante puttanate Netflix che nascono già morte e datate.

La Akerman nel 1975 aveva 25 anni. Il film è girato in 35mm con Delphine Seyrig in stato di grazia ad interpretare Jeanne Dielman, che la stessa Akerman in questa breve intervista paragona ad una tragedia greca.

Al centro di Jeanne Dielman per quasi 3 ore e mezza, c’è il corpo di una donna smembrato tra la cucina, la camera da letto, il bagno e qualche scena d’esterno. Un corpo intrappolato in una raggelante cornice di silenzi grevi, azioni monotone innescate dalle mani iperattive: lucidare le scarpe, lavare i piatti, preparare il cibo e il caffè, lavorare la lana ai ferri, pelare le patate, pulire le mattonelle, spolverare i mobili, prendere i soldi dai clienti, usare le forbici… 98c315967540873a900bf49a224ea527
Il film documenta tre giorni di una giovane vedova che cucina per sé e suo figlio, mostrando la sua minuziosa quotidianità casalinga fatta di gesti ripetitivi, pause espanse e dettagli meccanici tra cui il fatto che si prostituisce in casa.
Protagonista assoluto del film è il tempo, un tempo reale al cui ritmo implacabile avvengono le azioni minimali eppure azioni enormi che descrivono tutto l’universo domestico di Jeanne oltre ad esplicitare il suo angoscioso blocco interiore che diventa anche il nostro in un transfert d’empatia dolorosa nonostante siamo solo spettatori lontani dallo spazio e dal tempo in cui il film è stato girato da una troupe “femminista” quasi al completo composta da donne politicizzate. Un tempo ipnotico, monotono e claustrofobico quello del film bellissimo della Akerman, incastrato da un lavoro di montaggio straordinario che presenta senza fronzoli scenografici e senza trucchi di sceneggiatura, l’aspra condizione della donna nella società contemporanea, ieri come oggi. Un’opera di sublime poesia cinematografica racchiusa in sé che la sgroviglia dai lacci ideologici dell’epoca in cui è stata concepita e libera da qualsiasi interpretazione limitante che risulterebbe sempre troppo ottusa o datata in chiave politico-psicoanalitico-sociologica, come avviene troppo spesso per romanzi dischi film lavori d’arte opere teatrali invecchiati male perché talmente presi a descrivere l’ombelico dei propri tempi infimi da dimenticare di fissare il cielo stellato della poesia universale cui ogni scrittore artista musicista regista non dovrebbe mai dimenticare di tendere.

Da vedere e rivedere assieme a La Maman et la Putain (1973) di Jean Eustache altro regista tormentato, genio iperrealista morto suicida ancora troppo giovane.

Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicità

22 ottobre 2020
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Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicitàimage0 3

Con l’angoscia nel cuore, proseguo alcuni ragionamenti sulla falsariga di una meditazione anacronistica da Persuasori occulti nella cupa era Cambridge Analytica, già intrapresa qualche settimana fa in merito alla pubblicità che parla al culo più che al cervello della gente.

Coltivazione sostenibile

comunità di Agricoltori

Biodiversità

insetti impollinatori

Presentate così in grassetto a rimarcarne la centralità, queste parole-chiave esprimono tutta una serie di immagini pseudo-etiche e pensieri benigni (benigni almeno sulla carta) che rimandano all’ambito altruistico dell’attenzione, della cura, dell’impegno, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Se tentiamo di scrostare quel grassetto in PVC come fosse una finta ceralacca ci accorgiamo però subito di essere in presenza di una mistificazione bella e buona. Siamo cioè davanti alla tipica, maligna operazione di marketing che abusa a scopi di lucro dei magnifici ideali e dei concetti generosi oltre i quali, (cioè oltre il grassetto), restano solo parole smorte, gusci marci svuotati di sostanza a raccontare una merce alimentare seriale: farine biscotti succhi panini salumi vini formaggi. Una merce neutra altrimenti anonima senza la poesia suggestiva degli aggettivi, impoverita di sapore, sterile di proprietà nutritive, uniformata all’appiattimento, priva di gusto e consistenza che lascia in bocca nulla più che frustrazione, malcontento, amarezza.i-persuasori-occulti
Oltretutto questo genere di operazioni pubblicitarie stucchevoli da parte delle grandi industrie alimentari con tutta la retorica fasulla della Coltivazione sostenibile e della Biodiversitàdepotenzia all’origine il messaggio finale di quelle poche produzioni artigianali invece che sono veramente costituite da una comunità di Agricoltori. Una comunità contadina dispersa e disperata che con enorme fatica lotta per la propria sussistenza nella guerra senza quartiere dei prezzi stracciati. Una guerra persa per le sparute comunità di contadini e agricoltori. Una guerra a senso unico sempre vinta dalle stesse industrie poiché la comunità degli agricoltori scrupolosi è a rischio d’estinzione se non è già estinta. È merce sempre più rara infatti quella dei contadini, dei vignaioli, degli allevatori che fanno quel che dicono e provano a dire quel che fanno se non altro esprimendolo attraverso la sostanziosità e la bontà dei loro prodotti al vertice di una catena alimentare quanto più naturale, autentica e trasparente.
Autentico, naturaletrasparente. Ecco altri aggettivi ambivalenti che riportati in grassetto dai soliti fenomeni da baraccone e cantastorie mal assortiti della comunicazione, sviliscono immediatamente la portata profonda del senso che contengono. Così pure come sostanzioso, buono, genuino. Siamo sempre lì (rimando qui), il problema non sono mai le parole in sé ma l’uso/abuso che se ne fa in chiave ideologica ovvero economica, sociale e politica. Le parole difatti, a seconda della visione generale di coloro che le usano/abusano, complici gli studi legali onnipotenti e i profitti elefantiaci, possono essere specchietti per le allodole utili ad accalappiare quanti più consumatori acefali, acquirenti superficiali, utenti inconsapevoli. Oppure le parole sono specchi di verità. Le verità specchiate di un prodotto buono, genuino e rispettoso in sé (aggettivi a rischio di essere in grassetto) che non rifletta necessariamente l’auto-gratificazione di chi lo fa o che rimandi soltanto alla visione narcisistica di quello che vogliamo vederci riflesso noi. Un prodotto buono e rispettoso sarà radicato alla propria sostanza originaria che quantomeno possa stimolare ad un consumo più critico accrescendo una conoscenza concreta, educando a un gusto personale meno condizionato dagli slogan falsificanti considerando che il gusto medio della gente è oggi quasi del tutto manipolato e in balia dell’ingegneria degli aromi.
È mai possibile quindi ragionare di verità in relazione alla produzione del cibo? Credo di si! È una verità insomma di natura tanto etica quanto estetica la quale sia nutrita da prodotti alimentari non di sintesi, originati da materie prime il meno processate possibile che sappiano innescare nelle persone in carne e ossa, individuo per individuo, una capacità di discernimento dei sensi quanto più solida, coltivata, approfondita e ragionata. Bontà, unicità e bellezza di un cibo o una bevanda non artefatti né banalizzati a catena di montaggio ma espressione di una cultura profonda dello scambio, rispettosa delle singole differenze sia da parte di chi produce e vende che da parte di chi compra e riceve, tutto qua!
In merito alle verità tascabili relative che ognuno di noi pretende di custodire nella propria saccoccia quali verità cosmiche assolute, ricordo il grande poeta mistico sufi persiano Jalāl al-Dīn Moḥammad Rūmī (1207-1273):
La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe…
Ciascuno ne prese un pezzo
e vedendo riflessa in esso la propria immagine,
credette di possedere l’intera verità…