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Qualche considerazione sui difetti del vino bevendo un Riesling ossidato di Pierre Frick

Riesling Rot Murlè 2011 di Pierre Frick aperto già da qualche giorno. Pure da ossidato questo vino dal vigneto di Krottenfues-Rouffach non cede a banali considerazioni sulla fragilità degli imbottigliamenti senza solforosa aggiunta né filtrazioni o altri stabilizzanti invasivi. È molto didattico bere un vino così, ossidato eppure ancora teso ed energico, con una sua vibrazione minerale all’assaggio e tutta una sua integrità che travalica facili ma anche tendenziosi incasellamenti scolastici: difetto/irregolarità/imperfezione. È utile soprattutto per comprendere al palato la struggente fusione di ossigeno e fermentazione spontanea. Cioè una bevuta così aiuta ad afferrare con i sensi e l’intelligenza sempre all’erta che oggi non è più una questione di perseguire la perfezione assoluta verso cui l’enologia moderna ha esasperato la ricerca svendendo la propria anima al diavolo della tecno-farmaceutica. È piuttosto il fatto concreto di non cedere alla chimera del “vino rifinito” per le masse e all’ossessione del vino depurato a tutti i costi col rischio di renderlo sterile a furia di chiarifiche impattanti, processi meccanici edulcoranti e trattamenti enologici. L’ossigeno è la bestia nera dell’enologia fin da sempre, ma quando entra nella visione di chi fa il vino come elemento essenziale che definisce la multidimensionalità di un vino, non è più un difetto incondizionato così come lo ostracizza la casta degli enologi universitari, ma può divenire anzi fattore essenziale che costituisce la complessità, la stratificazione, la profondità di un vino.

Già vi vedo eh, migliaia di sommerdièr gongolanti, degustatori scorreggioni coi papillon cuciti di finta seta, le bocche strette a culo di topo, strombettanti: “Ah ah ah ma lo senti ‘sto scemo bevitore d’aceto? Cose da pazzi, sta dicendo che l’ossidazione non è un difetto ma una virtù!”

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È chiaro che non sto affermando nella maniera più assoluta che l’ossidazione in sé sia da prediligere all’integrità. Tantomeno sto esortando ai “difetti” a rimpiazzo della pulizia. Stavo semplicemente considerando a ragion veduta che per il mondo dei bevitori consapevoli, avere produttori scrupolosi come Pierre Frick può rappresentare un esempio virtuoso di rigore artigianale. Produttori cioè invasi da una grande cognizione di causa che elaborano vinificazioni meticolose pur essendo non interventiste né processate al massimo come ahimè la gran parte delle produzioni standard le quali annullano qualsiasi sbavatura o irregolarità necessaria a donare al vino bellezza e singolarità. Dico insomma che l’ossessione antisettica della tecno-enologia moderna ha reso il vino un prodotto piatto e asettico, normalizzato così da far bella mostra di sé sugli scaffali o nelle carte dei vini del pianeta: etichette di pregio, contenitori di lusso ad alto contenuto di monotonia e piattume. Un prodotto perfettamente disinfettato dunque privo di umanità e mistero cioè soppresso di deviazioni, infrazioni alla regola, incrinature le quali invece – come la volatile – se armonizzate alla sostanza finita originata dall’uva e alla visione del vignaiolo non possono che essere un valore aggiunto impagabile proteso all’arricchimento gustativo, alla singolarità indomabile del vino, di chi lo fa, di chi lo vende, di chi lo beve.

Grifi e la normalina del XXI secolo

28 aprile 2021
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Grifi e la normalina del XXI secolo

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Alberto Grifi (1938-2007) è un nome che probabilmente non dice nulla a tanti pur presunti appassionati di cinema eppure è stato un grandissimo cineasta sperimentale romano. Il suo Verifica Incerta (1964/65) fu celebrato da Marcel Duchamp a cui era dedicato, oltre che da Man Ray, Max Ernst, John Cage. Un regista oltranzista vissuto purtroppo in un paese d’analfabeti acculturati dove si osannano i Sorrentino, i Muccino ed altri palloni gonfiati simili. Negli anni settanta Grifi ha inventato una specie di vidigrafo artigianale, 0382a10931d84f7202c5abf8e5c246afsulla base del Kinescope sviluppato alla fine degli anni venti, in grado di trascrivere su pellicola le riprese fatte sul nastro di una videocassetta creandolo con i pezzi di una moviola comprata a Porta Portese, oltre al macchinario lavanastri per la rigenerazione dello stato fisico dell’emulsione dei nastri analogici e la restituzione su supporto digitale, uno strumento progettato per restaurare videonastri incisi negli anni sessanta-settanta.

Nel 1972 in collaborazione con Massimo Sarchielli ha girato quello che è il suo capolavoro assoluto Anna, la realtà filmata di una quindicenne tossicodipendente incontrata per strada a Roma, epifania del cinema che da “caso umano” diventa pura emanazione della vita reale a discapito della vita recitata. Un vero e proprio documentario visionario, un miracolo in bianco e nero su pellicola 16 millimetri.

https://www.youtube.com/watch?v=GTib29SQwBE (introduzione di Grifi ad Anna).

https://www.youtube.com/watch?v=P6KgbcT6cwM (Anna, completo).

Nel 1978 Grifi dopo la realizzazione di Michele alla ricerca della felicità, un film sulla condizione carceraria commissionato e poi censurato dalla RAI, propone implacabile alla radiotelevisione italiana un altro mediometraggio maledetto Dinni e la Normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follia militante che verrà bandito sempre dalla RAI. Si tratta degli appunti per un racconto sulla socialità fittizia prodotta dalle comunicazioni di massa e sulle modificazioni genetiche realizzate sugli animali da macello. È un mockumentary sul filo del rasoio della mistificazione e della veridicità, girato alla fine degli anni settanta in piena stagione anti-psichiatrica, dove è quasi impossibile districare verità/finzione, fantascienza/realtà. La normalina è un farmaco ottenuto dalla distillazione dell’urina e delle feci degli schizofrenici, un vaccino che sradica il dissenso, riconduce alla normalità e alla banalizzazione delle coscienze. Oggi possiamo ascoltare questi appunti geniali grazie a Radio Techeté un’emittente della RAI che ripropone alcuni episodi di Audiobox il programma di ricerca e sperimentazione radiofonica ideato da Pinotto Fava andato in onda su Radio Rai dal 1991 al 1998:

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/03/Personaggi—Audiobox—Appunti-di-Alberto-Grifi—1955-84eb1e11-bcf9-491f-9b41-1cec807f16f0.html?fbclid

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La voce penetrante, l’intelligenza lucidissima di Grifi che ormai più di quarant’anni fa discuteva di ibridazione con uno specialista zootecnico, di adattamento degli animali alle macchine e selezione genetica, risuonano image-w240più che mai profetiche oggi che i Big Data hanno penetrato il nostro stesso DNA. Oggi che le aziende digitali monopoliste condizionano i comportamenti emotivi delle persone, manipolano le supposte scelte politiche di intere nazioni pregiudicando le decisioni economiche dei popoli attraverso la biometrica o l’uso di algoritmi personalizzati ovvero la “normalina” del XXI secolo, che fissa il grado del nostro irreversibile asservimento alle macchine e alle “fabbriche del consenso” come insegnavano Chomsky ed Herman.
Se non è più la natura a determinare la selezione degli animali ma è il capitale come afferma Grifi in merito agli allevamenti intensivi, se mangiamo “animali prigionieri” allora anche noi esseri umani siamo di conseguenza contaminati nella psiche, imprigionati nelle nostre società sempre più simili a mattatoi, uniformati a un gusto monocorde. “Normalizzati” a una vita piatta. Sottomessi all’intelligenza artificiale. Sacrificati sull’altare del profitto sistematico e del grigiore meccanizzato.91tln9p5EfL

È ancora possibile usare gli strumenti digitali senza esserne abusati?

8 aprile 2021
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È ancora possibile usare gli strumenti digitali senza esserne abusati?166156628_3006816732879873_4098570219066786003_n
“Il cellulare più merdoso del mondo è un miracolo tecnologico. La tua vita che gira intorno al cellulare, ecco, è quella far schifo.”
Louis C.K.
Di questi tempi, spesso non a torto, tendiamo a demonizzare la comunicazione digitale che per sua natura prevede lettori sempre più distratti e comunicatori (anche i più coscienziosi), adeguati a un modello altamente efficiente di massimo dell’informazione in un minimo di spazio/tempo. Viene in mente uno sketch dei Monty Python’s Flying Circus dove i partecipanti ad un quiz a premi dovevano raccontare tutta la Recherche di Proust in pochi secondi.
Quella dello stand-up comedian Louis C.K. è una satira dei luoghi comuni attorno ai nuovi mezzi di comunicazione di massa. Il comico americano evidenziava in quella battuta che il cellulare in sé è un miracolo, un vertice della sofisticata ricerca tecnologica a cui è giunto l’ingegno umano fino ad oggi; semmai quello che non va per niente bene è la vita dell’uomo attorno al cellulare, questa sì che andrebbe un po’ rivista in meglio perché è proprio quella a fare schifo e lui lo testimonia scandalosamente anche nelle disgrazie della sua vita privata in epoca d’allarmismo da #MeToo. Dunque gli strumenti digitali sono potentissimi e pericolosissimi ad un tempo, “una lama a doppio taglio”. È l’uso che ne facciamo a stabilire la differenza cercando però di non farci violentare dai mezzi che dovremmo usare a nostra volta. Dovrebbe essere obbligatorio l’uso (mai l’abuso) della comunicazione ai fini di una maggiore libertà espressiva, possibilmente con la giusta premura, con tutto l’amoroso scrupolo di “pensare alle cose per ciò che esse sono” come scriveva Virginia Woolf nel suo memorabile Una stanza tutta per sé.
“La bellezza del mondo è una lama a doppio taglio, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore.”
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé (1929)
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Certo siamo lontani anni luce dalla stanza tutta per sé immaginata dalla scrittrice inglese, ora ci sono semmai le chat room nei social network che all’apparenza sono affollatissime di opinioni tendenziose, nidificazioni di commenti aggressivi, polemiche del giorno gratuite, visioni distorte del mondo che si riducono quasi sempre a stereotipi o a idee grossolane di seconda o terza mano. La “bellezza del mondo” è sempre minore così come anche la gioia di vivere sta scomparendo lasciando sempre più campo libero all’angoscia esistenziale, un’angoscia di natura digitale, biometrica, una frenesia da manipolazione comportamentale, un’ansia da sorveglianza psichica. Pretendiamo tutti di esprimere i nostri “liberi pensieri in un mondo libero”. Ci illudiamo di diffondere i più o meno giusti ragionamenti in cui diciamo di credere, urlando a squarciagola le nostre vite anonime, sbraitando segreti e bugie intime nel confessionale pubblico di una bacheca online che alla fine dei conti non è altro che la proprietà privata di qualche ultra-miliardario della Silicon Valley.
Certo lo scandalo Facebook/Cambridge Analytica con tutto lo strascico d’implicazioni inquietanti che si porta dietro dall’abuso dei dati personali per influenzare le campagne elettorali alla diffusione di una politica incentrata sull’odio e la paura, è solo l’inizio di una nuova era d’autoritarismo psicografico e controllo comportamentale delle masse attraverso tecniche di neuromarketing. Diciamo pure però che la differenza con i mezzi tradizionali quali la TV non è alla fin fine tanto abissale. Se cominciamo a parlare col Papa davanti a uno schermo è perché abbiamo fatto la fine di Travis Bickle in Taxi Driver. Una piattaforma accattivante ma ingannevole come Twitter ti offre l’abbaglio che il Papa potrebbe anche risponderti, ma è soltanto una grande illusione, una presa per il culo di portata planetaria.

“Le nostre tracce digitali vanno a costituire un mercato da miliardi di dollari all’anno. Siamo diventati merci ma amiamo cosi tanto questo dono di una connettività libera che nessuno si è preoccupato di leggere i termini e le condizioni d’uso.”

da The Great Hack (2019)  documentario di  Jehane Noujaim & Karim Amer

Cambridge-Analytica-logoUsiamo i mezzi di comunicazione o ne siamo usati? Avere una coscienza critica rispetto al consumo di merci e tecnologie ci salverà dall’appiattimento planetario delle coscienze? L’aspetto più tragico di questa impasse da cui a quanto pare ne usciremo solo estinguendoci è che i consumatori avveduti possono dire e fare quello che vogliono tanto è la produzione dall’alto a piazzare di volta in volta i loro prodotti ad hoc, a imporre le proprie merci e le proprie verità plastificate, fottendosene intenzionalmente dell’ambiente, dell’etica comunitaria e del consumo critico.
Il problema pressante della comunicazione in generale attraverso i social e nello specifico della comunicazione del vino, sono le polarizzazioni ben poco costruttive tra buoni/cattivi, belli/brutti, autentici/falsi, naturali/convenzionali. L’autoreferenzialità ebete, lo straparlare, il far bella mostra di sé a qualsiasi costo pur non avendo una benamata sega da dire, sono le piaghe più eclatanti di quel complesso di segni e manifestazioni semantiche che definiscono il vino, la sua comunicazione ai tempi mordi-e-fuggi di Instagram. Comunicazione online che s’inserisce di forza all’interno di quel gigantesco calderone propagandistico del web dove imperversano la disinformazione a tappeto, un’informazione sempre più sciatta, la manipolazione delle coscienze e conoscenze, la falsificazione dei fatti, la superficialità programmata a braccetto con la sistematica assenza di contenuti… giusto per elencare solo alcuni tra i giganteschi ostacoli da superare oggi per riorganizzare un ecosistema della comunicazione ad un superiore livello di profondità del sapere e a verificata qualità dei contenuti. Verificata da chi? Qualità dei contenuti in base a quali parametri? Parametri stabiliti come e da chi? È un ginepraio senza via d’uscite dove l’apparenza predomina sempre sulla sostanza. Basta vedere le contraddizioni drammatiche sulla certificazione formale che attesti la naturalità di un vino in retro-etichetta su cui ci si scanna ormai da anni in stile Guelfi e Ghibellini, scissi tra velleità ideologiche di natura filosofico-morale e impellenze d’ordine biecamente commerciale.
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Nel frattempo che stavo riordinando le idee su questo pezzo, facendo su e giù da Roma a Itri in macchina, ad un certo punto mi sono imbattuto in un cartellone pubblicitario enorme lungo la statale all’altezza della casa-martirio di Santa Maria Goretti (sic!), tra sedie di plastica vuote dove spesso si appoggia qualche puttana in attesa del prossimo avventore. Sul cartellone a lettere cubitali c’era scritto un sibillino: SIAMO SEMPRE SUL PEZZO. Tutt’attorno la desolazione e lo squallore mortiferi della Pontina, davanti a una vigna talmente diserbata che il suolo era color giallo fosforescente. Ecco quindi che in un’immagine accecante, ho pensato, tutta la contraddizione del mondo in cui viviamo, erompeva come un’epifania. Eh già, un’epifania della prostituzione collettiva. Quell’arroganza da smorto ottimismo che porta chi vende qualcosa a manifestarlo con quell’aggressivo “siamo sempre sul pezzo“, è faccia della stessa medaglia della strafottenza di colui o coloro che avevano diserbato a morte quel povero campo. Una vigna da cui verrano fuori delle bottiglie di vino vendute ad un prezzo plausibilmente stracciato per masse di clienti anonimi. Acquirenti da supermercato che continueranno a giustificare la loro medesima strafottenza di consumatori qualunque con la solita scusa dell’indigenza e della ristrettezza economica a vita, così a scaricabarile come in una catena di Sant’Antonio della noncuranza e dell’inciviltà diffuse.
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Tuttavia ora è necessario come il pane che la diffusione orizzontale delle conoscenze sia condivisa tra la maggior parte delle persone in barba ai pregiudizi costruiti ad hoc dalla Rete. Sarà cioè sempre più vitale mantenere alta l’asticella dello spirito critico in aperto contrasto agli algoritmi faziosi che vorrebbero sostituire le nostre coscienze autonome con le loro allucinazioni numeriche, umiliando senza pietà il nostro organismo pensante. Insomma, non dobbiamo mai tenere spento il livello di guardia dell’attenzione, bisogna evitare con tutte le nostre forze di farci lobotomizzare in massa, narcotizzare le coscienze dall’industria dei Like. Dobbiamo aver fede nel nostro intelletto insostituibile da qualsiasi AI (Artificial Intelligence) finanziata da qualche squaletto venture capitalist di San Francisco. Nella maniera più assoluta non possiamo permettere, è in gioco la dignità umana, che un’Intelligenza Artificiale generata dalle macchine, a loro volta create da noi, ci rimpiazzi senza autorizzazione, nonostante abbiamo già tutti svenduto i nostri dati e la nostra anima al diavolo dei social media. Facciamo in modo che uno strumento tecnologico resti tale, senza farci prevaricare. Perché in fin dei conti è solo uno strumento inventato da noi potenzialmente per aiutarci a vivere meglio e non – si spera – per accelerare il processo della nostra definitiva autodistruzione.
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10 letture consigliate
– Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello (Raffaello Cortina Editore 2011)
– Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli 2020)
– Richard H. Thaler, Misbehaving. La nascita dell’economia comportamentale (Einaudi 2018)
– Evgeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice Edizioni 2016) 
– Jon Ronson, I giustizieri della rete (Codice Edizioni 2015)
– David Weinberger, La stanza intelligente (Codice Edizioni 2012)
– Mark Fisher, Capitalist realism. Is there no alternative? (Zero Books 2009)
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Cinema e vino, giusto qualche concatenazione vagante

31 marzo 2021
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Cinema e vino, giusto qualche concatenazione vagante
Il montaggio è tutto diceva Orson Welles. Il montaggio è tutto anche per Hitchcock che in Psycho (1960) era affiancato da George Tomasini alla moviola. Folgorante la graduale, rapidissima sovrapposizione d’immagini quando il teschio della mamma combacia – il tempo di qualche fotogramma – sul volto di Norman Bates che nella sua psiche sdoppiata si è ormai definitivamente trasferito alla “personalità” della madre.
“We all go a little mad sometimes.”

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Provo allora a fare un piccolo montaggio errabondo delle scene di Hitch dedicate al vino, è solo un gioco mentale per puro divertimento mio che ne scrivo e magari sarà divertente pure per chi legge.
In Rear Window – La Finestra sul Cortile (1954) Lisa Fremont (Grace Kelly) ordina una cena in casa dal mitico 21 Club da consumare assieme al fidanzato con la gamba ingessata L.B “Jeff” Jeffries (James Stewart) nel suo appartamento di scapolo al Greenwich Village.

Il vino è un Montrachet, è tutto quello che sappiamo. “It’s a Montrachet” dice la bellissima ed elegantissima Grace Kelly. Al bicchiere sembra un orange wine o è un vecchio Montrachet ossidato? Pare che in un’intervista Hitch abbia dichiarato di aver usato un banale Puligny Montrachet Rosè de Pinot Noir. Il grande regista inglese attraverso questi dettagli relativi ai personaggi presumo abbia voluto evidenziare ancora di più la personalità di Lisa molto raffinata, attenta ai dettagli del buon vivere per cui lo avrebbe senz’altro riconosciuto fosse stato un vino andato a male, oltretutto stappato da un dipendente del 21 Club che avrebbe dovuto a sua volta riconoscerlo qualora ci fosse stato un difetto. Forse negli anni cinquanta in Borgogna, come in tante altre zone vinicole del mondo, i vini bianchi mantenevano ancora un minimo legame con le bucce di partenza? Forse non erano ancora diventati quella bevanda scialba e smorta, sterilizzata di sostanza, chiarificata a morte, filtrata all’eccesso fino a produrre quelle odierne oscenità farmaco-enologiche trasparenti giallo-paglierine in circolazione ovunque, bevande idroalcoliche inutili che in molti si ostinano ancora a definire “vino”?IMG_4987

 La relazione Jeff/Lisa – tema preponderante in Hitchcock – è il matrimonio come gabbia e degrado del sentimento. Jeff è un fotografo squattrinato, un avventuriero sempre in giro a caccia di foto uniche in zone pericolose del mondo ora momentaneamente bloccato sulla sedia a causa di un incidente. Lisa invece è una figlia della agiata e superficiale high society di Park Avenue nella quale vive ma da cui si distingue nettamente per eleganza, per bellezza non solo esteriore.
Il film si chiuderà in maniera ambigua, a lieto fine probabilmente per Lisa che riuscirà a strappare una promessa di matrimonio a Jeff. Lui dopo aver visto la morte con gli occhi si ritroverà anche con l’altra gamba ingessata. Lei legge un libro sull’Himalaya subito sostituito da una rivista patinata d’alta moda. “Perché andare sull’Himalaya quando abbiamo scalato il K2 al Greenwich Village?” Sembra suggerire nel finale il regista allo spettatore attraverso lo sguardo ammaliante di Lisa. La rivista patinata riflette la passione di Lisa per la moda come a dire, “matrimonio o non matrimonio ognuno è in gabbia nella propria personalità”. E intanto lo tiene incastrato a sé ancora per un pò, almeno finché la seconda ingessatura guarisca.
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Tornando al vino nel film. E se fosse un semplice sidro o un tè? Considerazione più che legittima direi. Perché stappare una bottiglia così costosa quando l’illusione del film può farti credere che stai stappando un Montrachet ma in verità è un sidro da pochi soldi o un tè da prove di scena? Hitchcock era sí scrupoloso, perfezionista, maniaco del dettaglio ma era anche un uomo molto pratico non un fanatico della realtà alla Stanislavski che nelle scenografie teatrali pretendeva un’accuratezza ossessiva anche negli oggetti e nei dettagli fuori scena – fuori cioè dalla visione del pubblico – perché gli attori non dovevano fingere di essere solo dei personaggi ma erano quei personaggi. E se fossero i colori della pellicola, l’atmosfera crepuscolare con le luci rosse sullo sfondo della scena ad alterare il colore del vino nei bicchieri? Il vino nel bicchiere, ribadisco, non è un bianco limpido e chiarificato borgognone come siamo abituati da decenni a questa parte. Questo è piuttosto evidente, a prescindere dal timbro fotografico della pellicola. E se fosse lo stesso brandy che sorseggiano poco più avanti durante il film? Anzi se quello che ci viene presentato come brandy fosse a sua volta tè, sidro o Puligny Montrachet rosè? Sono certo comunque che la gran cura dei dettagli di Hitch, che era anche un buongustaio, non l’avrebbe mai portato a confondere/manipolare il pubblico con densità e colori di bevande diverse, e questo non tanto per uno scrupolo di ordine morale bensí per rigore estetico.

Cary Grant ovvero John “The Cat” Robie, in Caccia al Ladro – To Catch a Thief (1955), versa due bottiglie all’assicuratore inglese. In terrazza è una bottiglia coperta, una bordolese. A tavola invece all’apparenza sembrerebbe un vino alsaziano dal formato della bottiglia, probabilmente un rosato o un pinot nero molto scarico. Certo potrebbe anche essere un vino della Mosella o del Reno ma il fatto che il film sia girato sulla Riviera francese ci lascia immaginare che anche il vino sia d’origine francese.Hitch

Più avanti durante il film l’implacabile, americanissima signora Jessie Stevens di Tulsa Oklahoma, madre ricca e volgare di Frances interpretata ancora da Grace Kelly al suo più magnetico grado di sensualità, afferma tranchant: “Io bevo solo bourbon. Versate pure lo champagne nella Manica.”

“Bourbon’s the only drink. You can take all that champagne stuff and pour it down the English Channel. Well, why wait 80 years before you can drink the stuff? Grape vineyards, huge barrels aging forever, poor little old monks running around testing it just so some woman in Tulsa Oklahoma can say it tickles her nose…”

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Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, per non pensare troppo al mondo di oggi

29 marzo 2021
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Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, per non pensare troppo al mondo di oggi
Pensiamo al mondo antico, all’ubriachezza e alla sobrietà nel mondo passato, per non pensare troppo al mondo presente, un mondo ottenebrato dal virus SARS-CoV-2 e dalle sue varianti insidiose che non danno tregua, non concedono neppure un attimo di quiete né la spensieratezza d’ubriacarsi in pace, viaggiare tranquilli, scopare in libertà.
Aspettiamo ancora un attimo però. Non vorrei subito cedere alle lusinghe del mondo antico. A sprofondare, a perderci in esso come in un paradiso d’oppio. Facciamo un salto a qualche decina d’anni fa. Siamo agli inizi degli anni 30, nel pieno della Grande Depressione, forse il momento più buio, almeno fino all’anno scorso, dell’era industriale. Una coppia di gangster in fuga si esercitava a sparare su una casa di poveri contadini espropriata dalle banche. La famiglia dei contadini, prima di emigrare, passa per dare un ultimo saluto a quella che era la proprietà sottratta loro dal sistema bancario. I due gangster si presentano:
<<Lei è Bonnie Parker. Io sono Clyde Barrow. Rapiniamo banche!>>
Dal capolavoro cinematografico di Arthur Penn, Bonnie and Clyde (1967). 163996425_3002792453282301_413606418085182560_o-1

Riportato a oggi, marzo 2021, dopo un anno di pandemia di COVID-19 e sue mutazioni, questo scambio folgorante nell’America sfigurata dai vortici della Great Depression, tra i contadini rapinati dalle banche e Bonnie & Clyde che le banche le derubavano sul serio, può suonare un po’ macabro. Macabro perché? Perché con l’aria che tira ora, presto saranno in tanti a finire in bancarotta, a indebitarsi con le banche o l’Agenzia delle Entrate, questo a prescindere dai decreti degli azzeccagarbugli, dai labirinti burocratici dei fondi salva stati e i superbonus ad uso di chi, al solito, ne ha meno bisogno. Perché poveri e disperati in situazioni di crisi saranno ancora più impoveriti, preda della disperazione. I ricchi invece, gli ammanicati ai politici, ai palazzinari, ai leccaculo e ai traffichini di turno, questo si sa, si arricchiscono ancora di più, tanto in provincia che in città.Mondoantico

È trascorso un anno che ha rilevato man mano una discrepanza sociale enorme tra quelli che lavorano con le mani o nei servizi dove è prevista la presenza fisica (muratori, camerieri, baristi, parrucchieri, meccanici, contadini, medici, infermieri, il sepolcrale sottobosco delle Partite Iva…) e quelli che lavorano in ufficio davanti a un computer (banche, poste, amministrazioni pubbliche, statali, insegnanti, speculatori di borsa, militari…) tranquilli tranquilli, almeno per ora, in “smart working“. Un anno di confusione totale sul virus, sulle mascherine, sui vaccini. Confusione fraudolenta incoraggiata malignamente dai mezzi di comunicazione di massa che hanno provocato, in modo irreversibile, un senso d’insicurezza e instabilità perenni. Più di un anno ormai, alternato a quarantene di settimane o mesi e riaperture a zone colorate che ci ha reso tutti più suscettibili, tormentati, smarriti. In bilico sull’abisso come quell’equilibrista matto da una vecchia foto scovata su internet. In equilibrio precario sulle sedie dalla cima di un grattacielo.162611815_3000923243469222_4393863656241896354_o

In questa altalena di sbalzi d’umore e pensieri nerissimi (a proposito delle zone a colori), concentrarsi sulla lettura di libri appassionanti può rappresentare un ottimo esercizio spirituale. Un diversivo proficuo, una forma di protezione della mente se volete. Vogliamo definirla volontà di potenza per astrazioni somme? Ecco, forse anche meglio: una passione insana verso distrazioni vagabonde. Anzi no, un vero e proprio viaggio iniziatico della coscienza che ci ammaestri ad osservare le cose a noi più prossime ma con la giusta proporzione d’impulsi emotivi, cioè alla dovuta distanza di sicurezza e senza soffocarci con un senso immane d’impotenza lungo il frenetico arco temporale della storia umana. mosaico con satiro e musaAffascinante pensare perciò all’uva di 60 o 50 mila anni fa. Sessantamila o cinquantamila anni fa le viti, i grappoli d’uva, ma ve l’immaginate? Quando l’uva era il nutrimento base delle civiltà di matrice Mediterranea? Che sapore, che colore, che spessore poteva avere quell’uva selvatica? Era aspra, dolce, allappante, acidula, succosa? Dai semini abbrustoliti, ci si preparavano dei panetti impastati con legumi, miele e frutta secca? Che faccia avranno fatto – buffa offuscata ebete erotica grottesca rancorosa sessuale fosca – le prime comunità di uomini e donne intenti ad assaggiare il liquido originato dall’uva fermentata e tramuta in alcol? Quali o come saranno state le reazioni d’intossicazione degli esseri umani primordiali il cui organismo non era certo troppo abituato ad assorbire bevande alcoliche nel proprio interno? Era un’ubriachezza di natura molesta, malinconica, psicotica, arrapante, febbrile, aggressiva, funebre, gioiosa, timida, omicida?

Fresco Fragment Depicting Dionysos and Ariadne; Unknown; Roman Empire; 1st century; Fresco; 94 x 93 x 6 cm (37 x 36 5/8 x 2 3/8 in.); 83.AG.222.3.1
Fresco Fragment Depicting Dionysos and Ariadne; Unknown; Roman Empire; 1st century.
Leggevo in Paolo Nencini, Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico. Alle radici del bere moderno (Gruppo Editoriale Muzzio, 2009):
<<In una grotta del Monte Carmelo, la cui occupazione è databile tra i 60 e i 48 mila anni fa, e quindi durante il Paleolitico medio (cultura di Mouster), sono stati trovati semi abbrustoliti di Vitis vinifera selvatica attorno al focolare, mischiati a semi di varie specie di legumi, a pistacchi e ghiande. È interessante osservare che in tale sito sono stati trovati solo due semi d’orzo selvatico. È pertanto probabile che, ancor prima dell’avvento della rivoluzione cerealicola, gli abitanti della Palestina paleolitica contassero sull’uva come fonte di nutrimento.>>29103238_2126941010867454_8372190423086530560_o

Domeniche a Basilea

18 marzo 2021
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Domeniche a Basilea4E092422-4785-43FD-BE61-A3BBFEFE7711

Riprendo in mano la mia vecchia copia de L’Educazione Sentimentale (Gli Struzzi 60 – Einaudi) “Il romanzo dell’illusione”.

Nelle ultime pagine, il paio di pagine lasciate in bianco dopo l’elenco degli altri 59 titoli pubblicati nella collana Gli Struzzi, difatti questo di Flaubert era il numero 60, ritrovo scarabocchiato a matita un appunto di viaggio, un abbozzo dal vago sapore impressionista. Sono passati nove anni, ero in Svizzera per motivi di lavoro, frequentavo una fiera di vino che si svolgeva due volte l’anno, una in primavera l’altra in autunno.46A5221D-FDDB-491E-8182-2D939058F501

Questo che segue è l’appunto che ho dovuto decifrare manco fosse un geroglifico nonostante l’abbia scritto io, un io ormai vecchio di quasi dieci anni. Un io illusorio come è quello attuale o sarà quello futuro.

Domenica a Basilea

Il Reno si trascina orizzontale lungo le abitazioni e le chiese di Basilea, sui ponti scorrono i tram verdastri. Trasversalmente, a intervalli di pochi minuti, chiatte merci risalgono la corrente. Sulla banchina uomini e donne corrono, a piedi e in bicicletta. In fondo alla direzione del fiume, dal boccalone della ciminiera sbuffano sbocchi di fumo nero, è l’inceneritore mentre aggrega montagne di nuvole che ritorneranno al Reno sotto forma di pioggia tossica. 
Basel 6 Maggio 2012FF450DE8-9FA5-40C7-B2C9-AD0860B187C0

Morte innaturale dell’aggettivo naturale

2 marzo 2021
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Morte innaturale dell’aggettivo naturale
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Vino naturale.
Sale naturale.
Lievito naturale.
Morte naturale.

La pubblicità nei confronti servili dell’economia globale svolge il ruolo di addomestica-cani. L’abuso merceologico fino alla nausea tende a snaturare il significato originario di un aggettivo, lo depotenzia di senso, castra la sua portata vitale, spegne con brutalità la sua carica d’energia espressiva ridicolizzandolo quale etichetta fra mille negli anonimi scaffali del mercato dove si svendono sogni a saldi e creme “naturali” anticellulite un tanto al kilo. Il marketing è la escort a ore del commercio.

Alla fine della fiera una volta associato l’Inno alla gioia (An die Freude) della Nona Sinfonia allo spot di un assorbente o di una pastiglia contro la diarrea a spruzzo non riusciremo più ad ascoltare Beethoven con le stesse orecchie di prima.
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Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicità

22 ottobre 2020
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Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicitàimage0 3

Con l’angoscia nel cuore, proseguo alcuni ragionamenti sulla falsariga di una meditazione anacronistica da Persuasori occulti nella cupa era Cambridge Analytica, già intrapresa qualche settimana fa in merito alla pubblicità che parla al culo più che al cervello della gente.

Coltivazione sostenibile

comunità di Agricoltori

Biodiversità

insetti impollinatori

Presentate così in grassetto a rimarcarne la centralità, queste parole-chiave esprimono tutta una serie di immagini pseudo-etiche e pensieri benigni (benigni almeno sulla carta) che rimandano all’ambito altruistico dell’attenzione, della cura, dell’impegno, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Se tentiamo di scrostare quel grassetto in PVC come fosse una finta ceralacca ci accorgiamo però subito di essere in presenza di una mistificazione bella e buona. Siamo cioè davanti alla tipica, maligna operazione di marketing che abusa a scopi di lucro dei magnifici ideali e dei concetti generosi oltre i quali, (cioè oltre il grassetto), restano solo parole smorte, gusci marci svuotati di sostanza a raccontare una merce alimentare seriale: farine biscotti succhi panini salumi vini formaggi. Una merce neutra altrimenti anonima senza la poesia suggestiva degli aggettivi, impoverita di sapore, sterile di proprietà nutritive, uniformata all’appiattimento, priva di gusto e consistenza che lascia in bocca nulla più che frustrazione, malcontento, amarezza.i-persuasori-occulti
Oltretutto questo genere di operazioni pubblicitarie stucchevoli da parte delle grandi industrie alimentari con tutta la retorica fasulla della Coltivazione sostenibile e della Biodiversitàdepotenzia all’origine il messaggio finale di quelle poche produzioni artigianali invece che sono veramente costituite da una comunità di Agricoltori. Una comunità contadina dispersa e disperata che con enorme fatica lotta per la propria sussistenza nella guerra senza quartiere dei prezzi stracciati. Una guerra persa per le sparute comunità di contadini e agricoltori. Una guerra a senso unico sempre vinta dalle stesse industrie poiché la comunità degli agricoltori scrupolosi è a rischio d’estinzione se non è già estinta. È merce sempre più rara infatti quella dei contadini, dei vignaioli, degli allevatori che fanno quel che dicono e provano a dire quel che fanno se non altro esprimendolo attraverso la sostanziosità e la bontà dei loro prodotti al vertice di una catena alimentare quanto più naturale, autentica e trasparente.
Autentico, naturaletrasparente. Ecco altri aggettivi ambivalenti che riportati in grassetto dai soliti fenomeni da baraccone e cantastorie mal assortiti della comunicazione, sviliscono immediatamente la portata profonda del senso che contengono. Così pure come sostanzioso, buono, genuino. Siamo sempre lì (rimando qui), il problema non sono mai le parole in sé ma l’uso/abuso che se ne fa in chiave ideologica ovvero economica, sociale e politica. Le parole difatti, a seconda della visione generale di coloro che le usano/abusano, complici gli studi legali onnipotenti e i profitti elefantiaci, possono essere specchietti per le allodole utili ad accalappiare quanti più consumatori acefali, acquirenti superficiali, utenti inconsapevoli. Oppure le parole sono specchi di verità. Le verità specchiate di un prodotto buono, genuino e rispettoso in sé (aggettivi a rischio di essere in grassetto) che non rifletta necessariamente l’auto-gratificazione di chi lo fa o che rimandi soltanto alla visione narcisistica di quello che vogliamo vederci riflesso noi. Un prodotto buono e rispettoso sarà radicato alla propria sostanza originaria che quantomeno possa stimolare ad un consumo più critico accrescendo una conoscenza concreta, educando a un gusto personale meno condizionato dagli slogan falsificanti considerando che il gusto medio della gente è oggi quasi del tutto manipolato e in balia dell’ingegneria degli aromi.
È mai possibile quindi ragionare di verità in relazione alla produzione del cibo? Credo di si! È una verità insomma di natura tanto etica quanto estetica la quale sia nutrita da prodotti alimentari non di sintesi, originati da materie prime il meno processate possibile che sappiano innescare nelle persone in carne e ossa, individuo per individuo, una capacità di discernimento dei sensi quanto più solida, coltivata, approfondita e ragionata. Bontà, unicità e bellezza di un cibo o una bevanda non artefatti né banalizzati a catena di montaggio ma espressione di una cultura profonda dello scambio, rispettosa delle singole differenze sia da parte di chi produce e vende che da parte di chi compra e riceve, tutto qua!
In merito alle verità tascabili relative che ognuno di noi pretende di custodire nella propria saccoccia quali verità cosmiche assolute, ricordo il grande poeta mistico sufi persiano Jalāl al-Dīn Moḥammad Rūmī (1207-1273):
La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe…
Ciascuno ne prese un pezzo
e vedendo riflessa in esso la propria immagine,
credette di possedere l’intera verità…

Multisensorialità come visione ascolto e sapore del mondo

9 ottobre 2020
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Multisensorialità come visione ascolto e sapore del mondo

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A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu, voyelles,
 Je dirai quelque jour vos naissances latentes.

Arthur Rimbaud, Voyelles

La mutlisensorialità come visione/ascolto/gusto del mondo. Bisogna imparare a palpare il suono, ascoltare i colori, udire i sapori. Oggi più che mai è necessario aprirsi alla multisensorialità per mantenere in vita la sfera segreta della propria libertà mentale in un mondo sempre più proiettato all’addomesticazione dei sensi, alla manipolazione delle personalità, al controllo delle nostre predilezioni e pulsioni intime.

Studio 33 in via della Paglia a Roma offre questa preziosa opportunità di educarsi all’ascolto attraverso i diffusori Oswalds Mill Audio & Fleetwood Sound Company.

L’universo dei suoni è un microcosmo metafisico rarefatto dove, senza una mappa stellare per l’orientamento audio, ci si può solo perdere entro spazi fisici vertiginosi tra sorgenti sonore, lunghezze d’onda, corpi vibranti, ampiezza, frequenza e propagazione del suono.71BB6C73-8735-43E8-9870-AA9CD5141044

Il suono così come il sapore o lo sguardo, ha una sua tridimensionalità che necessita di studio premuroso, ricerca accurata, educazione all’ascolto. La tecnologia digitale dei nostri giorni ha diffuso i contenuti su larga scala, oggi tutti possono accedere a tante, troppe informazioni – che poi è come accedere a nessuna informazione – ma i supporti di questi contenuti sono preconfezionati, sintetizzati e compattati al massimo fino a castrarli, a privarli cioè totalmente di spessore acustico, energia pulsante, calore vivo.E36114C5-0494-4C34-866A-0B439F58E6D7

Qui non è questione di snobismo audiofilo ma sono convinto che preparare (manutenere) un udito allenato al “giusto suono” non è separabile dall’avere un palato cosciente di quel che mangia e beve, ovvero addestrare un occhio attento che sia in grado di distinguere con elasticità mentale e fluido giudizio critico, l’arte o l’artigianato, dall’artficioso o dal contraffatto.8D49130C-166F-4E6F-93F0-4A890DA91AE1

La pubblicità parla al culo più che al cervello della gente

30 settembre 2020
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image1Anyone here in advertising? – Kill yourself! 

You are Satan’s little helpers…

You are the ruiners of all things good. Kill yourselves, seriously… No Joke…

You are filling the world with violent garbage… Kill yourselves!

I don’t care how you do it, just rid the world of your evil fucking machinations! 

Bill Hicks on Marketing

La pubblicità parla al culo più che al cervello della gente

L’evoluzione, lo sviluppo del cervello umano è tra le cose più complesse e imperscrutabili nella storia del genere umano. Una zona specifica della corteccia cerebrale detta “area di Broca” è la regione nel lobo frontale correlata alla produzione e comprensione del linguaggio sia parlato che scritto.

I pubblicitari, assistenti di Satana, nonostante l’area di Broca, lavorano impassibili essenzialmente su altre regioni del corpo: l’apparato digerente, l’intestino crasso, l’ano. Per vendere una merce alimentare industriale, processata da anonimi ingredienti di sintesi, sostituiscono il biscotto con il feticcio dei “premi esclusivi” ottenuti raccogliendo i punti e fanno così appello ad una ben circoscritta memoria promozionale che funge da incubatrice dei ricordi propagandistici. La memoria e i ricordi su cui i pubblicitari focalizzano i loro sforzi non sono però localizzati da qualche parte nel microcosmo del cervello altrimenti tutti comprenderebbero la fregatura bella e buona delle parole vuote di senso che nella fattispecie non corrispondono alla sostanza del prodotto presentato. In effetti “rivivere”, “bei ricordi”, “felicità a colazione” sono mere suggestioni intestinali che solleticano la pancia, stuzzicano l’intestino, titillano le pulsioni anali.

I pubblicitari si rivolgono dunque esclusivamente alle nostre memorie fecali dove la filiera alimentare del cibo immesso nel cavo orale non si distingue in nulla dalla deiezione emessa dall’orifizio anale. Quindi per finire, quel che è decodificato dalla pancia come cibo fantomatico commutato in ricordi ombelicali, in punti omaggio e in “Coccio delle Origini”, è nettamente distinto quale merda nell’area di Broca dove si compie di fatto la giusta comprensione del linguaggio.

Retrobottega e la centralità degli ingredienti

28 settembre 2020
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Retrobottega e la centralità degli ingredienti

IMG_9487Giuseppe Lo Iudice & Alessandro Miocchi di Retrobottega in via della Stelletta a Roma hanno un talento ragguardevole nei confronti del cambiamento, il cambiamento dei tempi e della gente nel tempo. La loro è una vera e propria capacità impulsiva di adattarsi al mutare dei flussi di tendenze e persone per trarne il meglio, sempre e comunque concentrati sul cucinare quale gesto artigianale. In fase post-covid durante l’estate appena trascorsa hanno riadattato la loro ricerca inesausta sulle materie prime, sulla trasformazione delle stesse in ottica di fine-dininig, facendone una pizzeria.

“Tornare ad essere popolari, accessibili, poco impegnativi ci sembrava la cosa da fare in questo momento un po’ strano” mi diceva Giuseppe a metà giugno, a quarantena appena finita, quando sono passato da loro ad assaggiare le pizze in teglia buonissime (da farine artigianali di mulini piemontesi) e ho provato, tra le altre super pizze, una focaccia alle pesche con midollo alla brace che ancora me la sogno di notte, tra i sogni gastroerotici più ricorrenti degli ultimi mesi.

IMG_9636IMG_9637Agli sgoccioli di settembre proprio l’altra sera sono ritornato a cena da loro, dopo che a fine agosto hanno riaperto con la formula tradizionale del ristorante ancora una volta focalizzati sulla centralità degli ingredienti, protesi all’essenzialità del gusto, bendisposti al dialogo costruttivo con allevatori, contadini, pescatori e raccoglitori di erbe spontanee.

Ho provato una serie di piatti vegetariani uno più appassionante, stratificato e “selvatico” dell’altro innaffiandoli con un elegantissimo uvaggio di Cannonau e Cagnulari Panevino Cortemuras 2016 di Gianfranco Manca “vignaiolo sulla terra”; un vino terragno, un sorso solare, quintessenza di mediterraneità sarda, ebbrezza prenuragica.IMG_9501Sul tavolo sociale, oltre al menù di carta che poi resta all’avventore quale memoria cartacea della serata, un altro cartoncino con sobrietà e rigore etico illustra la filosofia naturale alla base dei piatti di Retrobottega dove il cibo è innanzitutto nutrimento e non è mai un virtuosistico teorema cerebrale o una sperimentazione gastronomica fine a se stessa ma è quasi una matematica viscerale, un’equazione algebrica/emotiva espressa dalla terra e dal tempo per allietare la mente, per nutrire lo stomaco.IMG_9640IMG_9495I piatti a base di frutti e ortaggi che ho assaggiato l’altra sera sono stati raccontati con la solita diligenza appassionante e generosa disponibilità da Valerio D’Angelo, giovane uomo di sala che incoraggia ad accordarsi ai cicli della stagionalità indicati dal menu, abbarbicandosi mani, pancia e piedi all’euforia estatica ed estetica dell’ingrediente centrale, abbandonandosi senza indugi alla “tenace relazione che ci lega al mondo vegetale”.

 

CAVOLO

Cavolo rosso e santoreggia cotti alla brace 

Tartufo estivo
Cavolfiore rosso
Kefir
Riduzione di cavolo

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RISOTTO

Riso riserva san Massimo
More
Una fragola
Ravanelli affinati

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PASTA
Lumache di semola
Burro acido di interiora tostate di seppia
Purea di patate fermentate
Fiori di finocchio

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BARBABIETOLA
Barbabietola cotta due volte finita sul carbone con cipolla di Acquaviva

Avocado pestato
Kefir
Lampone
Dressing miso

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Grandi silenzi e vuoti traboccanti

8 settembre 2020
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Morta nel silenzio dell’ascolto, la parola rigermoglia nel silenzio fervido che l’avvolge. Assimilata e ricreata attraverso la meditazione, si delinea come un essere nuovo. Se il grano non muore non fa frutto. La morte del seme è la vita della pianta. E proprio la pianta, unico essere della natura che sia insieme silenzioso e animato, si offre a noi come l’immagine più consona di ciò che accompagna le pause dopo la lettura. Silenziosa e piena di vita, la pianta fa uscire dal seno del seme la foglia, e il fiore che si esibisce in un trionfo di forme e colore, e il frutto generoso di succhi e dolcezze.
Tale è la parola meditata dopo esser stata letta.

Giovanni Pozzi, Tacet. Elogio del buon tacere (Adelphi)

Grandi silenzi e vuoti traboccanti


IMG_8815Le Grand Silence (Die große Stille)
è il titolo di un bellissimo film-documentario di Philip Gröning uscito nel 2005 che riprende in dettaglio la vita quotidiana di una comunità di monaci Certosini nel monastero della Grande Chartreuse sulle Alpi francesi attorno a Grenoble. I monaci trascorrono la loro esistenza senza parlare, se non durante le preghiere e i riti religiosi, per rispettare il voto del silenzio in aderenza al richiamo interiore della loro vocazione: i grandi silenzi con cui è mescolata in origine la nostra psiche, le nostre viscere.

“Da qualche parte in Umbria”, a Parrano vicino Fabro in provincia di Terni, immerso nella Riserva della Biosfera (Unesco) c’è questo eremo laico, l’Eremito, sorto da un rudere del ‘300 e dalla visione del suo ideatore Marcello Murzilli. È un hotel austero improntato al lusso dell’essenziale, forgiato al fuoco sacro interiore di chi lo ha concepito che ha cavato ispirazione dai monasteri medioevali radicati nella quiete del paesaggio campestre, nella fuga dalla frenesia del quotidiano, lontano dal caos del mondo. In questo hotel monastico ho passato lo scorso fine settimana grazie a un ritiro organizzato dalla scuola Ashtanga Yoga di via Annia a Roma, per un paio di giorni focalizzati sulla pratica dell’Ashtanga yoga, sessione di approfondimento sui rudimenti della respirazione Pranayama e della meditazione trataka. Immersi nella fusione degli elementi originari proprio come quelli radiografati dai presocratici, i primi filosofi-scienziati occidentali che studiavano la natura osservando in dettaglio i processi fisici e metafisici che costituiscono l’universo: Aria, Acqua, Terra, Fuoco.IMG_8816

La colazione e il pranzo si svolgono all’aperto sotto un pergolato d’uva fragola che affaccia su una vallata di boschi incantati che richiama gli scenari incontaminati dei pellegrinaggi di San Francesco. Le cene sono servite nel refettorio al lume di candela rispettando il più assoluto silenzio con l’accompagnamento sonoro lieve di canti gregoriani sullo sfondo. In silenzio senza la costrizione di comunicare a tutti i costi col vicino per quanto possano essere interessanti le cose di cui parlare, suscita una riflessione necessaria sulle sale dei ristoranti inondate dal rumore di fondo inesorabile delle chiacchiere vuote a perdere, dei pettegolezzi logorroici, delle ciarle autocelebrative, delle mille cazzate con cui sprechiamo il nostro tempo e inondiamo lo spazio, dei monologhi insensati vorticosi con cui ci illudiamo di colmare le voragini delle nostre vite e di quelle altrui.IMG_8853

“Al massimo si riusciva a sentire il suono del proprio respiro… Perché la paura più grande è una sola e sempre quella: iniziare a pensare.”

Durante una breve pausa in attesa che la vellutata di zucca si stemperi un po’, una sera Marcello legge al buio aiutandosi col lumino di una candela. Dice in maniera vaga che sono parole lasciate da un monaco senza specificare ulteriormente, anche se ho il sospetto siano meditazioni ponderate, maturate nell’esperienza di anni, scritte di suo pugno ma che immagino non ha voluto svilire con l’ego della propria firma o macchiare con il peccato originale del possesso, questo vizio umano troppo umano dell’identità, la piaga dell’appartenenza. Sergio il fratello di Marcello, si occupa della cucina. Una cucina essenziale di matrice vegetariana semplice e di sostanza approvvigionata dall’orto piantato a corollario dell’Eremito. Un menu autarchico elaborato a partire da tanti ricettari recuperati dai loro viaggi per monasteri in giro per il mondo. Da quest’anno mi racconta Marcello hanno cominciato a fare anche il vino, sono solo pochi filari e ne verranno fuori una settantina di litri, ad uso degli abitanti stabili dell’Eremito e di qualche fortunato o malcapitato questo Marcello ancora non può appurarlo finché non assaggerà il prodotto finito che comunque “è fatto nella maniera più naturale, senza aggiungere schifezze in campagna né in cantina.” IMG_8818IMG_8828IMG_8868

A complemento della pratica Ashtanga Yoga focalizzata alla pulizia interiore come insegnato dalla tradizione del guru Pattabhi Jois, in una bellissima shala che affaccia sulla vallata verde, si possono fare percorsi altrettanto purificanti nei boschi che portano lungo il fiume Chiani o approdare a una cascatella d’acqua sorgiva sotterranea nel torrente Migliare dove ci si fa un bagno in acque ghiacciate. Un tuffo iniziatico che toglie il respiro mentre fortifica le membra e scalda la mente più predisposta alla riunificazione col corpo.IMG_8847IMG_8824IMG_8866A proposito del peccato originale del possesso e del vizio umano troppo umano dell’identità e dell’appartenenza abituati come siamo ad abusare dei pronomi personali e possessivi “io” e “mio”, questo intenso fine settimana di ritiro mi ha offerto l’occasione di conoscere Marco www.conscium.it, creatore di “specchi metafisici”, anzi “creatore di Lune”. Marco è un alchimista medioevale del XXI secolo che plasma luci e ombre del mondo nel riflesso allo specchio. Gli specchi costruiti da Marco, ispirati a viaggi alla ricerca del Se sul Monte Ararat nell’Ağrı, terra di nessuno tra Armenia e Iran, proiettano il visibile nell’invisibile marchiati nelle dissolvenze della materia attraverso l’eterno presente della nostra memoria spirituale: riflesso infinito, mantra d’ombre luminose, radice dell’inconscioIMG_8840Marco è un visionario della meditazione trascendente che traffica con acqua di fonte, imprime sali minerali su lastre di vetro, scandisce le pulsazioni cosmiche del vuoto Zen coordinate dal magnetismo lunare, allineati al rito naturale dell’Essere che ci riempie dal momento in cui ci svuotiamo di noi stessi e di tutto l’armamentario delle nostre abitudini obbligate, paure ataviche, condizionamenti sociali, tic comportamentali e false credenze. Un vuoto sacro pulviscolare che ci libera da noi stessi, abbandonando il fardello opprimente dell’Io. Un sacro vuoto che ci salva dal peso delle brame possessive d’appartenere a qualcuno o a qualcosa e cominciamo finalmente ad esistere in quanto riflesso del vuoto in divenire, a perderci per ritrovarci. Davanti agli specchi lunari di Marco, la contemplazione associata allo sguardo e al respiro, stimola a ritrovarsi per perdersi di nuovo in un flusso liberatorio ininterrotto di gioie e angosce, presenze e assenze, vuoti di dolore e pieni di vita.

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