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Nella valle oscura di Internet

4 marzo 2021
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Nella valle oscura di Internet
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L’Adelphi è una casa editrice con i piedi ben saldi nella cultura libraria europea ed un catalogo editoriale enciclopedico d’impressionante profondità culturale. Titoli intrisi di vertiginose raffinatezze filosofiche radicati nella tradizione occidentale ed orientale del passato se non addirittura nell’eterno, non stridono con la curiosità onnivora dell’editore che ha sempre le antenne ritte pronte a captare le redditizie novità editoriali del momento assieme agli umori conoscitivi o alle esperienze liminari della contemporaneità, lo Zeitgeist come si diceva un tempo, al fine di leggere un presente incerto per comprendere, chissà, il futuro abissale.
Alcuni dei titoli che tentano di riordinare la complessità caotica del mondo ipertecnologico in cui viviamo, un mondo a quanto pare che sempre più subiamo invece di agirlo, sono La vita segreta di O’Hagan, Essere una macchina di O’Connel, Storie dal mondo nuovo di Rielli, Spillover di Quammen.
Ultimo questo La valle oscura di Anna Wiener a completare idealmente con gli altri titoli un mappamondo inquietante dell’attualità nell’epoca dei terrapiattisti. Intendiamoci, non è il Diario dell’anno della peste (1722) di Defoe, e delle trecento pagine di cui è composto almeno la metà potevamo farne tranquillamente a meno, chiacchiericcio insulso tanto per allungare il brodo anche se sospetto proprio quello stesso chiacchiericcio insulso sia rivelatorio, involontariamente, dello spirito dei tempi di cui sopra. Tutto sommato Uncanny valley, come suona il titolo originale, è un buon memoir, una cronaca piuttosto onesta della generazione millennials, quella che segue la generation X e i baby boomers, abbagliati dal feticcio dell’efficienza paranoica come valore fondativo, autosacrificati a sangue sull’altare dell’economia dell’attenzione. Una generazione totalmente condizionata dalla tecnologia digitale e dall’elettronica il cui scopo utopico è sì il miglioramento delle attività umane, l’ottimizzazione del lavoro e del tenore di vita ma che nella realtà si sta sempre più rivelando quale incubo distopico che monetizza brutalmente la privacy, schiavizza l’individuo, robotizza la psiche, controlla le vite altrui attraverso la biometrica e il biohacking, mercifica il tempo libero, distrugge l’attenzione del cervello attraverso l’uso all’apparenza giocoso (gamification) di app e social network, veri e propri strumenti di distrazione di massa asserviti dall’ossessione diffusa principale per il successo e per i soldi. Senza dimenticare che le origini oscure di Internet affondano le proprie radici nella ricerca della difesa e strategia militare sempre ravvivate dall’algoritmo implacabile: più guerra più business.
“(…) il tech che non era progresso ma soltanto business”
A rileggerlo già solo tra una decina di anni – che per gli schemi mentali della tecnologia equivalgono a ere geologiche – questo testo rimarrà forse come un documento epocale che trasfigura la stessa tristezza cosmica di film quali Blade Runner (1982), Matrix (1999) o Her (2013).
“Le piattaforme social erano pervase dall’intero spettro delle emozioni umane: un flusso ininterrotto di dolore, gioia, ansia, banalità”
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Sono svariati i punti d’interesse del libro che testimonia in tempo reale la mutazione antropologica di una generazione fottuta dalla crescita a ogni costo, dagli algoritmi e dalla smartphonite – i millennials appunto – riprodotti in serie come polli da batteria dall’industria Tech nella “terra promessa per i lavoratori della conoscenza del nuovo milennio”.
L’elemento più evidente d’interesse è che questo diario nell’inferno patinato di silicio e cobalto sia stato scritto da una donna in un ambiente ad alto tasso testosteronico/fallocentrico a predominanza cioè di bianchi californiani nativi digitali nutriti a barrette proteiche, energy drink, videogames e frutta secca, che incarnano alla perfezione le tendenze autodistruttive del settore tech. La nuova élite dei nerds al potere formata da aggressivi multimilionari, baby-tiranni lobbisti e venture capitalist (VC) già a vent’anni.
Deprimente il paragone del mondo borghese bohémien di provenienza che l’autrice protagonista si lascia alle spalle a New York, la giungla d’asfalto dei paleo-sfigati radical chic dell’editoria underground, a confronto con l’ambiente tutto startup, clouds, software, criptovalute, big data, yoga anti-stress, danza new age e milioni facili della Bay Area nella tecnocratica San Francisco. È un raffronto impietoso tra la sua formazione umanistica priva di precise competenze tecniche “spendibili” nel mercato e l’ambito rapace degli sviluppatori di programmi, degli ingegneri informatici, degli scienziati dei dati che sviluppano il “codice” creando di fatto un mondo virtuale che è poi la realtà concreta dei nostri giorni organizzata da motori di ricerca, inserzionisti per le pubblicità online, intelligenze artificiali, robotica, monopolizzata dai colossi della new economy nella Silicon Valley autocompiaciuti da contenuti cospiratori, bufale e disonformazione perenne. L’autrice prende coscienza di un legittimo accoramento di rabbia e dolore collettivo ma disperso nel nulla da parte degli indigeni di San Francisco e di New York nei confronti della gentrificazione urbana che massifica esseri animati, vegetazione e cose. Un condensato di frustrazione e risentimento generato nella scrittrice e rivissuto di riflesso dai lettori, davanti allo strapotere d’acquisto delle startup finanziare ultra-redditizie con capitali di rischio nei confronti del lavoro creativo o artistico a zero rendimento economico.
“La Silicon Valley forse promuoveva uno stile di vita individualistico, ma su scala larga generava uniformità.”
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Dove Bret Easton Ellis in American Psycho appioppava un’etichetta di brand del luxury a qualsiasi persona svilendo di fatto gli individui a merci tra tante dell’alta finanza – era l’epopea anni ‘80 dello yuppismo rampante di Wall Street ad alto tasso di dollari, marchi firmati e cocaina – qua l’autrice/protagonista del memoir utilizza lo strumento retorico della parafarsi – forse anche per evitare denunce e ripercursioni – senza mai nominare neppure una volta il nome delle compagnie “unicorno” di cui racconta, così che Facebook diventa “il social che tutti odiavano”; o Amazon con Jeff Bezos “un grande negozio online che aveva aperto negli anni Novanta vendendo libri sul web – non perché il fondatore amasse i libri e la letteratura, ma perché amava i consumatori e il consumo efficiente…”; oppure Google: “(…) la svolta imboccata dal colosso dei motori di ricerca, da archivio accademico della conoscenza globale a gigante della pubblicità”.
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La filigrana malinconica che si sfilaccia lungo tutto il memoir è questa discrepanza interna nella sensibilità dell’autrice – che è poi la contraddizione intima di un’intera fascia generazionale devastata da un innato senso di colpa genetico – tra la vocazione personale a un lavoro culturale stabile che più corrisponda alla sua vocazione d’affermazione sociale ma che non ripaga né in termini economici né in senso di appagamento professionale, e il patto col diavolo con le società tech del Software tritacarne, il “nemico oscuro” per cui lei ha collaborato durante i suoi anni di formazione e crescita dove si smarrisce il confine dalla parte di chi sorveglia e di chi è sorvegliato, dove non mancano certo né soldi né prospettive di carriera, almeno finché l’elettricità dura (leggi l’ultimo, apocalittico DeLillo, Il Silenzio).
“L’industria tecnologica mi stava rendendo una perfetta consumatrice del mondo che essa stessa stava creando.”
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Cena di metà agosto da Mazzo a Centocelle

21 agosto 2017
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Cena di metà agosto da Mazzo a Centocelle

Cenare da MAZZO a metà agosto, quando la città è un paradiso sognante di quiete, da Centocelle a Torrevecchia dal Nomentano a Monteverde, predispone all’amicizia, stimola conversazioni più svagate, invita a brindisi meno affrettati, sollecita una visione della vita più distaccata, ci amalgama tutti al Tao:

“La felicità sta nell’assenza della lotta per la felicità.” (Zhuāngzǐ)71fUjZnXfVL

Roma a metà agosto – ma dura davvero troppo poco – pare il plastico metafisico, l’abbozzo topografico lunare di un urbanista imbambolato che ha previsto più ruderi, piazzali, spazi aperti, viali con assai meno macchine e ingorghi, pochi sbattimenti, niente agitazioni, zero traffici disumani… una vera e propria città ideale a passo di bipede. 

  •  Insalata di seppie alle erbe con crema di patate e olio all’aglio20914252_2027015774193312_9030123614161746548_n-1
  • Lingua, uovo, salsa verde20952942_2027015767526646_6640048612366904851_n
  • Alici fritte con maionese all’erba cipollina20841142_2027015770859979_629137307508689969_n
  • Spaghettone, aglio fresco, funghi shitake, baccalà20840781_2027015824193307_2959234213117854017_n
  • Tagliata di pannicolo e friggitelli20841121_2027015854193304_7089240840759663890_n
  • ps. La cena era prenotata al secondo turno, quello delle 22.00, così l’aperitivo è stato fatto on the road, con il  Weiss Terlaner (fioritura femminile) “Nieren Wein” 2010 di Sebastian Stocker. Seduti alla meno peggio su una panchina scalcinata in uno dei parchetti pasoliniani ai margini della Prenestina in direzione Centocelle, il bicchiere di plastica marchiato Accademia degli Alterati.20861597_2026714014223488_3044230481462142195_opasolini-217

 

Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo

19 giugno 2017
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Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo ovvero dissertazioni sopra le Malattie cagionate dalle polluzioni volontarie (Dottore in Medicina, Socio dell’Accademia di Basilea ec. ec.) in Venezia Stamperia Graziosi a S. Apollinare.couv_Lonanisme_sans-copie1

  • Qui il testo in originale
  • Cfr, il profilo del dottor Tissot in Uomini del Novecento, libro splendido di Geminello Alvi che qui sciorina severo una prosa di precisione, da intagliatore di diamanti. Le 42 esistenze narrate in questo libro sublime sono altrettante sfaccettature umane che creano questa pietra preziosa di racconti biografici scolpiti dall’autore con grande sapienza di scrittore essenziale.c25d8aaf915308bf1610687020d7b894_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

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Ah il buon vecchio dottor Tissot, squisito uomo di scienza in piena età dei Lumi!

“ …andai a casa sua e lo trovai più morto che vivo giacendo sul fieno, squallido, pallido, trasudando un odore nauseabondo, quasi incapace di muoversi. Dal suo naso scendeva acqua sanguinolenta, sbavava in continuazione, soffriva attacchi di diarrea e defecava nel suo giaciglio senza rendersene conto, aveva un constante flusso di seme, i suoi occhi, saltellanti e offuscati e senza brillii avevano perso la capacità di movimento, il suo polso era extremamente debole e accelerato, la respirazione difficoltosa, era totalemente emaciato, salvo i piedi che mostravano segni di edema”.

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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

10 giugno 2017
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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (Adelphi)

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Problema filosofico per eccellenza: che cos’è la coscienza? dove origina? dove è localizzata? come possono delle cose impalpabili quali l’interiorità, i sentimenti, le sensazioni, essere generate dalla materia nuda e cruda?

<<La coscienza è la melodia che si diffonde dall’arpa e che non può pizzicarne le corde, la spuma che erompe rabbiosa dal fiume ma che non può modificarne il corso, l’ombra che segue fedelmente chi cammina, un passo dopo l’altro, ma che non ha alcuna possibilità di influenzarne il percorso.>> (Julian Jaynes)

Nel caso in cui si parla di avere la “coscienze apposto” o simili predicati etici e comportamentali, in questo caso specifico entrano in gioco questioni morali, religiose, sociali che stratificano l’identità dell’io e dell’altro i quali costituiscono la coscienza individuale che a sua volta è anche parte di una coscienza più estesa, cioè la coscienza collettiva, in un gioco infinito di specchi che si riflettono l’un l’altro.16523843662Proprio in merito al tema della coscienza individuale e coscienza sociale o collettiva, ma il profondo libro di Jaynes va ben oltre queste acquisizioni e tiene conto che anche l’aver “coscienza della coscienza” è una percezione determinata dall’ambiente e da altri fattori materiali che costituiscono la nostra personalità e ingabbiano la coscienza al corpo.

Bibliografia minima:

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« Come avvenga che qualcosa di così sorprendente come uno stato di coscienza sia il risultato della stimolazione del tessuto nervoso è tanto inspiegabile quanto la comparsa del genio quando Aladino, nella favola, strofina la lampada.»

(Thomas Henry Huxley, The elements of physiology and hygiene, 1868)20799560_2026014397626783_2518098307724159594_n

Il Dottor Oliver Sacks:

“Quando mi laureai in medicina nel ’58, sapevo di voler diventare un neurologo, di voler studiare come il cervello esprima la coscienza di sé, e di voler capire le sue stupefacenti capacità di percezione, immaginazione, memoria e allucinazione.”

Paolo Milano, Note in Margine a Una Vita Assente (Adelphi)

19 febbraio 2016
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Paolo Milano, Note in Margine a una Vita Assente, Adelphi, Milano 1991

Uno dei titoli più luminosi di sempre: “Note in Margine a una Vita Assente”.
‪#‎PaoloMilano‬ è stato un letterato raffinatissimo, giornalista acuto, geniale cronista di idee; sua la rubrica su L’ Espresso intitolata: “Il libro”, da lui curata dal 1957 fino all’aprile 1986.
Milano è stato un illuminato spirito enciclopedico, un cittadino del mondo, razza d’intellettuale ormai estinta più dei dinosauri in quest’Italietta sempre più analfabetizzata, l’Italia agra e provincialotta del volemose bene, dell’arraffa-arraffa e del macchí te se ‘ncula!

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Aby Warburg, Il Rituale del Serpente. Una Relazione di Viaggio (Adelphi)

7 febbraio 2016
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Aby Warburg, Il Rituale del Serpente. Una Relazione di Viaggio, Adelphi, Milano (1998) con una postfazione di Ulrich Raulff. Titolo originale: Schlangenritual. Ein Reisebericht, traduzione di Gianni Carchia e Flavio Cuniberto [The Warburg Institute London 1988]

Panels from Mnenmosyne AtlasAtlante Mnemosyne storia editoriale.

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