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gae saccoccio

Wine philosopher/food explorer; drinking education, travels reading writing across eating houses, vintners and vineyards, searching for books places people artisans stories... worth being told.

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Cena di metà agosto da Mazzo a Centocelle

21 agosto 2017
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Cena di metà agosto da Mazzo a Centocelle

Cenare da MAZZO a metà agosto, quando la città è un paradiso sognante di quiete, da Centocelle a Torrevecchia dal Nomentano a Monteverde, predispone all’amicizia, stimola conversazioni più svagate, invita a brindisi meno affrettati, sollecita una visione della vita più distaccata, ci amalgama tutti al Tao:

“La felicità sta nell’assenza della lotta per la felicità.” (Zhuāngzǐ)71fUjZnXfVL

Roma a metà agosto – ma dura davvero troppo poco – pare il plastico metafisico, l’abbozzo topografico lunare di un urbanista imbambolato che ha previsto più ruderi, piazzali, spazi aperti, viali con assai meno macchine e ingorghi, pochi sbattimenti, niente agitazioni, zero traffici disumani… una vera e propria città ideale a passo di bipede. 

  •  Insalata di seppie alle erbe con crema di patate e olio all’aglio20914252_2027015774193312_9030123614161746548_n-1
  • Lingua, uovo, salsa verde20952942_2027015767526646_6640048612366904851_n
  • Alici fritte con maionese all’erba cipollina20841142_2027015770859979_629137307508689969_n
  • Spaghettone, aglio fresco, funghi shitake, baccalà20840781_2027015824193307_2959234213117854017_n
  • Tagliata di pannicolo e friggitelli20841121_2027015854193304_7089240840759663890_n
  • ps. La cena era prenotata al secondo turno, quello delle 22.00, così l’aperitivo è stato fatto on the road, con il  Weiss Terlaner (fioritura femminile) “Nieren Wein” 2010 di Sebastian Stocker. Seduti alla meno peggio su una panchina scalcinata in uno dei parchetti pasoliniani ai margini della Prenestina in direzione Centocelle, il bicchiere di plastica marchiato Accademia degli Alterati.20861597_2026714014223488_3044230481462142195_opasolini-217

 

Parla, Ricordo. Nabokov fotismi pareidolie fosfeni apofenie

6 luglio 2017
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Parla, Ricordo. Nabokov fotismi pareidolie fosfeni apofenie.

“…il comune lettore può riprendere la lettura a questo punto.”

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Il Dono, ad esempio, assume il punto di vista di Nabokov émigré nella Berlino pre-nazista degl’anni ’30, la stessa città descritta in modo sublime da Benjamin in Infanzia Berlinese.19247887_2001678960060327_3773389457409072554_n

Quello della pareidolia è un fenomeno molto ben descritto da Nabokov che nella sua “autobiografia rivisitata” fa parlare il ricordo ammassando e dando forma di scrittura alle macchie amorfe del passato.

A pensarci bene questa forma d’allucinazione visiva e ricostruzione della memoria a posteriori si può tranquillamente estendere a ognuna delle nostre pre-supponenti visioni del mondo: fedi religiose, convinzioni politiche, attitudini morali, innamoramenti, cioè come a dire che l’essere umano attraverso l’ordine del linguaggio e per tramite della coscienza involontaria, cerca di dare senso e forma compiuta al CUI (Caos Universale Incommensurabile) nel quale si trova a respirare per un numero più o meno limitato di ore, giorni, anni. 20139925_2008380589390164_5308409152179326800_n

Così Nabokov in Parla, Ricordo:

<<E neppure alludo alle cosiddette muscae volitantes: ombre proiettate sui bastoncini della retina da corpuscoli nell’umore vitreo e che si tendono visibili sotto forma di filamenti trasparenti vaganti attraverso il campo visivo. Forse, ai miraggi inagogici ai quali sto pensando si avvicina assai più la chiazza colorata, la trafittura di un’immagine persistente, con la quale la lampada che hai appena spento ferisce la notte delle palpebre. Tuttavia, uno choc di questo genere non è in realtà il necessario punto di partenza di quel lento, costante sviluppo delle immagini che trascorrono dinanzi ai miei occhi chiusi.

(…) A volte, tuttavia, i miei fotismi assumono un flou alquanto piacevole, e allora vedo – proiettate, per così dire, sulla superficie interna delle palpebre – grigie figure che incedono tra alveari, o pappagalletti neri che svaniscono a poco a poco tra nevi di montagna o una lontananza color malva che si fonde al di là di alberi di navi in movimento.

(…) Una spirale colorata in una sferrata di vetro: ecco come io vedo la mia vita.>>

IMG_2834Vladimir Nabokov in due scatti struggenti: giovanissimo con una collezione di farfalle, magnifica ossessione di tutta una vita, e anziano con suo figlio Dimitri nell’ultima foto che lo ritrae vivo nell’aprile del 1977, morirà di lì a qualche mese. 19665553_2001475046747385_1064324481600484647_n19665614_2001475036747386_4068055241985463173_n

“Lo stile e la struttura sono l’essenza di un libro; le grandi idee sono inutili.”
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Arnaldo da Villanova, Liber de Vinis (Trattato sui Vini)

29 giugno 2017
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Arnaldo da Villanova, Liber de Vinis (Trattato sui Vini), Armillaria

Tra le spezie e gl’aromatizzati del Vinum Barbaricum di cui tratta il Da Villanova, alle bevande fermentate odierne, agl’additivi artificiali e ai lieviti industriali della nostra epoca profumistica, iper-tecnologica e post-alchemica… può ancora il vino essere rimedio che:

“…espelle dal cuore la tenebrosa fumosità che genera tristezza ed aiuta nell’indagine delle realtà sottili e nella contemplazione di quelle difficili”?12373322_1730478357180390_5206137233152116329_n

Qualcuno potrebbe rispondere in rosso:

<<Sí, si può! L’effetto però è migliore se da prima ci accompagna un certo sorriso e si cerca di stare sempre desti.>>
A cui controcanterei in verde:
<<Un certo sorriso potrei irradiarlo pur se oscurato dal barbone; sull’esser desti non si transige, è un vero imperativo categorico da esercitare giorno per giorno come arte della guerra del ben vivere.>>Arnaldo da Villanova bn

Parmigiano e Champagne: attrazione fatale tra simili.

25 giugno 2017
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Comtes de Champagne 1990 e Parmigiano Reggiano stagionato 10 anni

Liquefazione e vaporizzazione del solido in un incenso per la mente stupefatta15747369_1896410500587174_8464287199076340106_n

  •  “Sua Maestà il Nero” è una selezione di parmigiano stagionato 10 anni del Caseificio Pieve Roffeno.
  •  Comtes de Champagne millesimo 1990 è il Blanc de Blancs di casa Taittinger nato per celebrare il signorotto della Provincia Thibaud IV che nel XIII secolo fece piantare le prime vigne di Chardonnay.15747437_1896410480587176_625925636895778964_n

Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo

19 giugno 2017
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Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo ovvero dissertazioni sopra le Malattie cagionate dalle polluzioni volontarie (Dottore in Medicina, Socio dell’Accademia di Basilea ec. ec.) in Venezia Stamperia Graziosi a S. Apollinare.couv_Lonanisme_sans-copie1

  • Qui il testo in originale
  • Cfr, il profilo del dottor Tissot in Uomini del Novecento, libro splendido di Geminello Alvi che qui sciorina severo una prosa di precisione, da intagliatore di diamanti. Le 42 esistenze narrate in questo libro sublime sono altrettante sfaccettature umane che creano questa pietra preziosa di racconti biografici scolpiti dall’autore con grande sapienza di scrittore essenziale.c25d8aaf915308bf1610687020d7b894_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

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Ah il buon vecchio dottor Tissot, squisito uomo di scienza in piena età dei Lumi!

“ …andai a casa sua e lo trovai più morto che vivo giacendo sul fieno, squallido, pallido, trasudando un odore nauseabondo, quasi incapace di muoversi. Dal suo naso scendeva acqua sanguinolenta, sbavava in continuazione, soffriva attacchi di diarrea e defecava nel suo giaciglio senza rendersene conto, aveva un constante flusso di seme, i suoi occhi, saltellanti e offuscati e senza brillii avevano perso la capacità di movimento, il suo polso era extremamente debole e accelerato, la respirazione difficoltosa, era totalemente emaciato, salvo i piedi che mostravano segni di edema”.

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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

10 giugno 2017
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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (Adelphi)

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Problema filosofico per eccellenza: che cos’è la coscienza? dove origina? dove è localizzata? come possono delle cose impalpabili quali l’interiorità, i sentimenti, le sensazioni, essere generate dalla materia nuda e cruda?

<<La coscienza è la melodia che si diffonde dall’arpa e che non può pizzicarne le corde, la spuma che erompe rabbiosa dal fiume ma che non può modificarne il corso, l’ombra che segue fedelmente chi cammina, un passo dopo l’altro, ma che non ha alcuna possibilità di influenzarne il percorso.>> (Julian Jaynes)

Nel caso in cui si parla di avere la “coscienze apposto” o simili predicati etici e comportamentali, in questo caso specifico entrano in gioco questioni morali, religiose, sociali che stratificano l’identità dell’io e dell’altro i quali costituiscono la coscienza individuale che a sua volta è anche parte di una coscienza più estesa, cioè la coscienza collettiva, in un gioco infinito di specchi che si riflettono l’un l’altro.16523843662Proprio in merito al tema della coscienza individuale e coscienza sociale o collettiva, ma il profondo libro di Jaynes va ben oltre queste acquisizioni e tiene conto che anche l’aver “coscienza della coscienza” è una percezione determinata dall’ambiente e da altri fattori materiali che costituiscono la nostra personalità e ingabbiano la coscienza al corpo.

Bibliografia minima:

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20799238_2025660337662189_8777997889083657546_n20881896_2025986527629570_3599001349504478377_n20842005_2025987754296114_4830467325171976744_n20914232_2025986590962897_2325636714144904595_n20840987_10209911817417056_5467740234773319909_nbeeed2ab6e31a0e488caccd2ff68aab5_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

« Come avvenga che qualcosa di così sorprendente come uno stato di coscienza sia il risultato della stimolazione del tessuto nervoso è tanto inspiegabile quanto la comparsa del genio quando Aladino, nella favola, strofina la lampada.»

(Thomas Henry Huxley, The elements of physiology and hygiene, 1868)20799560_2026014397626783_2518098307724159594_n

Il Dottor Oliver Sacks:

“Quando mi laureai in medicina nel ’58, sapevo di voler diventare un neurologo, di voler studiare come il cervello esprima la coscienza di sé, e di voler capire le sue stupefacenti capacità di percezione, immaginazione, memoria e allucinazione.”

Imperium di Ryszard Kapuściński

2 giugno 2017
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Ryszard Kapuściński, Imperium (Feltrinelli) – (English version tr. Klara Glowczewska, Granta)20882246_2025720847656138_689329630895233036_n

Se penso – in Italia o all’estero – a tutta la quotidiana merda marchettara stampata, online, via radio e TV che si ostinano ancora a chiamare “giornalismo”…

“Il giornalismo non è un mezzo di propaganda politica, ma informazione e ricerca della verità”. Ryszard Kapuściński

Tratto da un viaggio in Georgia intrapreso nel 1967, l’autore restituisce qui in queste pagine, un resoconto robusto sull’affinamento e la fattura del #cognac  prodotto in una Repubblica meridionale dell’ex Urss.

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  • Su Doppiozero approfondimento di Francesco M. Cataluccio di cui andrebbe letto Chernobyl (Sellerio)
  • Recensione al libro su NonSoloProust, bellissimo blog letterario di Gabriella Alù

Presocratici frammenti e frammentarie visioni del mondo

25 maggio 2017
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20292595_2015970455297844_3063995948139390206_nFrammento “irripetibile” di luce solare del 27 luglio 2017 delle ore 20.22 e 16 secondi.
Fusione di futuro immediato, presente appena evaporato e passato irreversibile su cornicione di rudere romano datato all’incirca 1937 anni.
Da questa foto si può forse intuire qualcosa delle luminose intuizioni dei Presocratici come ad esempio l’estremizzazione cupa che Cratilo apporterà al pensiero del suo maestro Eraclito, sostenendo che: “non solo non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, ma neppure una volta sola.”

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Intendo la visione di Cratilo cupa ancor più di quella eraclitea, che già di suo non è allegra benché sia oggettivamente realistica.

Il fiume simbolico nel quale non ci si può bagnare addirittura mai attenendosi a Cratilo è quello soggettivo dell’esperienza spazio-temporale; immaginiamo che questi primi e illuminati osservatori della natura subordinavano la microscopica vita biologica dell’uomo all’immensità cosmica per cui tutti noi – oggi più che mai – supponiamo di nascere, pensiamo di respirare, c’arroghiamo la coscienza di vivere e d’incarnare il tempo che ci è dato per essere, quando in verità neppure un battito di ciglia – in Eraclito sarebbero stati meno di due battiti di ciglia – e siamo già belli che crepati prima ancora d’averlo constatato e d’esserci potuti immergere neppure con la punta di un piede nel fiume dell’esperienza, nel flusso dell’esistenza… πάντα ῥεῖ

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Contestualizzando queste riflessioni ad oggi nell’era del clickbait, delle bufale a rottadiculo e della imperante disattenzione di massa, si può su un mezzuccio scoreggione quale è ‘sta caciara-mignottara-peracottara dei social, far intendere ancora a qualcuno quella che l’immenso Giorgio Colli a proposito dell’enigmaticità e del mistero di Eraclito l’Oscuro, il filosofo che enuncia i suoi enigmi senza scioglierli, intendeva per vibrazione del nascosto dietro la parola, anche al di là della stessa indagine scientifica o Ragione filosofica?
Proprio perché “la natura ama nascondersi“, in questo marasma della comunicazione online, trovo tuttavia molta attinenza tra la società umana ormai globalizzata e il suo rispecchiamento nei mezzi di espressione, coaguli di notifiche pubbliche o private e flussi d’informazioni attraverso Twitter, Instagram, Facebook etc  – , alla fin fine non mi dispiace granché questo grossolano, gigantesco pastiche linguistico, un calderone digitale, un palinsesto virtuale che rimanda abbastanza oggettivamente l’immagine di quel che diciamo o non diciamo, riflesso diretto cioè di quel che siamo. L’alto e il basso, il fondo e il piatto, il concavo e il convesso fusi in una nidificazione di commenti, botte e risposte, lazzi, scazzi, osservazioni, giudizi più o meno sensati e assurdi… un flusso inarrestabile, il risaputo “tutto scorre” di Eraclito giustappunto, che compone una sbrindellata, psicotica cacofonia di rumori di fondo inesausto che ognuno di noi, nel proprio territoriale Super-Io interiore definisce e sbandiera orgogliosamente ai quattro venti come la “mia propria visione del mondo”.frontespizio libro colli

Podere Pradarolo Vej Bianco Antico 2006

16 maggio 2017
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Podere Pradarolo Vej Bianco Antico 2006

Podere Pradarolo nelle vene.

Lucentezza/profumo/tannino/integrità/polpa/nutrimento/succulenza/profondeur… tutto in uno zalto di Vej Bianco antico del 2006:

“Perché il meglio degli aromi e del colore di queste uve di Malvasia è racchiuso in queste bucce. Perché su queste bucce c’è tutta l’impronta della mia terra e del nostro lavoro. Senza altre diavolerie…”18670955_1979654568929433_7823743001590267672_n

Il vino rivelatore. Dal vivo al VI.VI.T. (di Bruno Frisini)

6 maggio 2017
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IMG_5190Il Vino Rivelatore

Ho avuto modo di trattare più volte e diffusamente il tema delle fiere del vino artigianale, dei principi di fondo o della distinzione di vedute nell’intricato “flusso” del naturale in Italia; cfr. in proposito – a chi può interessare – la rubrica vino nelle vene che curo su il pasto nudo.

Le riflessioni di Bruno Frisini che riporto a seguire sono suscitate da un’inquietudine legittima, l’inquietudine cioè di chi consuma il vino né distrattamente né tanto per moda apatica o per frivolo intrattenimento. L’avvicinamento al vino in quanto bene liquido contornato di un’aura quasi sacrale, inficiato ma non troppo dalle dinamiche commerciali e dagl’umori altalenanti del mercato, a detta di Bruno, – e sottoscrivo in pieno – coinvolge una sensibilità, un’attenzione, un’etica di fondo che richiederebbero altrettanta sensibilità, attenzione, onestà intellettuale, robustezza etica anche da parte di chi produce, scambia, tratta, promuove o vende il vino. Una sana costellazione di relazioni umane insomma, tra consumatori, esercenti, promotori, produttori ispirati al miglioramento individuale/collettivo e alla condivisione di un benessere agricolo, politico, sociale nel nome della “molteplicità e della creatività”.

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Allora in un mare in tempesta di storie contrastanti da un produttore all’altro, di propositi più o meno buoni, di strategie del marketing (dove o quando ci sono), di filosofie produttive, di visioni del mondo attraverso la vigna e la campagna, alla fine dei conti forse un pratico e molto saggio principio d’orientamento quasi lombrosiano in questo ginepraio di racconti dispersi è probabilmente custodito negli sguardi eloquenti, nei volti espressivi dei vignaioli incontrati dietro ai banchetti. Proprio quei vignaioli stremati certo ma anche elettrizzati dall’atmosfera caciarona della fiera, in piedi assieme alle bottiglie che a loro volta custodiscono il segreto ancora più rivelatorerivelatore come il Cuore del bellissimo racconto di Edgar Allan Poe – dei loro stessi resoconti a parole e a sguardi, il segreto cioè della terra dove sono messe a dimora le radici delle viti da loro prima allevate in grappoli quindi – anno per anno, vendemmia dopo vendemmia, generazione per generazione – tramutate in vino, il vino rivelatore appunto dell’idea, dell’intenzione, degl’obiettivi coscienti o inconsapevoli di chi quel vino lo fa con le proprie mani.

gae saccoccio

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Dal vivo al Vi.Vi.T. Volti, parole, radici del vino.

Scrivere per qualcuno o per se stessi? Emozionarsi ed emozionare o autocompiacersi di sterili tecnicismi utili solo a generare diffidenza se non addirittura avversione, soggezione, antipatia?
La risposta sembra essere tanto scontata quanto carica di responsabilità. Scegliere di addentrarsi nei meandri della sensibilità umana non è cosa da poco conto. Appare però indispensabile se si è determinati a raccontare un’esperienza talmente legata alla concretezza da sembrare, nella sua estrema autenticità, paradossalmente onirica, irreale quasi.

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Parlare di Vi.Vi.T. è parlare di naturalezza, di piccoli gesti spontanei che verrebbe da descrivere come quotidiani ma che di quotidiano hanno ben poco se si ha come riferimento un mondo enoico deturpato della propria bellezza, ormai privato dei suoi ritmi più veri, tremendamente legato a obblighi commerciali, in cui la propria essenza, il suo germe vitale più puro, viene confinato ad eccezione.

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Cosciente di tutto ciò, non faccio quindi fatica a immaginare il Vi.Vi.T. come ottimo motivo per garantirmi almeno una presenza al Vinitaly 2017.
Arrivato in fiera, gl’occhi e l’attenzione vengono da subito accolti dal solito impietoso carosello liturgico che, fatte le dovute eccezioni, si rivela essere, senza troppi indugi, quel meccanismo servile e mercantile che certamente non trova spazio tra le prime cose che catturano la mia curiosità.IMG_5179

Considerato il poco tempo a disposizione, mi dirigo spedito verso il padiglione 8, ameno luogo di confino di ciò che resta della gran parte della viticoltura italiana più genuina. Provo, nel frattempo, a immaginare un nobile intento, un ideale comune che leghi tutti coloro che coraggiosamente scelgono, ogni giorno, strade così impervie. Non lo nego, l’impresa è ardua, tanto da sembrare impossibile. Se da subito il compito può prospettarsi come facile, immediato, di rapida intuizione, la mente, non accontentandosi di assorbire semplici retoriche di facciata, decide di andare più a fondo, ascoltando le voci, osservando i volti.IMG_5184Il Vi.Vi.T. si presenta come un evento organizzato in collaborazione con l’associazione Vi.Te (Vignaioli e Territori), all’interno del ben più imponente Vinitaly, con l’obbiettivo implicito (?) di scardinare quei meccanismi forse eccessivamente asettici che muovono per l’appunto la fiera che lo ospita.

FullSizeRender copy 6Leggo che il proposito di fondo del Vi.Vi.T è quello di: “raccogliere gli impulsi e le idee di tutto il movimento vino al fine di aggregare, far crescere e condividere il movimento stesso. (…) trasmettere una visione dell’operato agricolo legata alla molteplicità e alla creatività (…) accompagnare una vigna e custodire il proprio vino.”
Parole senza alcun dubbio romantiche che aprono a una visione della viticoltura apparentemente unita verso un fine comune: il vino naturale, perseguito con il medesimo mezzo delle pratiche agricole sane, equilibrate e sostenibili (anche se ormai resta ben poco da sostenere, bisognerebbe bensì rifondare, ma questa è tutta un’altra storia).

IMG_5177A questo punto, mentre sono completamente immerso tra le mie elucubrazioni da  bevitore indipendente nevrotico, comincio ad alzare lo sguardo e mi accorgo che quel padiglione, teoricamente sinonimo di comunione d’intenti e di visioni, appare come un enorme sillabario: Vi Vi TF.I.V.I., VINITALYBIO… per non parlare di ciò che orbita attorno alla Fiera principale di Verona ovvero ViniVeri a Cerea, VinNatur a Villa Favorita. Una moltitudine di anime belle e di esperienze in lotta per la sopravvivenza contro l’annullamento, l’omologazione e la sterilizzazione organizzata, imposta da una lobby spietata sempre più d’impronta industriale che ha come obiettivo quello di dividere senza pietà, di creare contrasti, fratture e attriti per garantirsi il monopolio del mercato nazionale e internazionale.

IMG_5178La domanda è d’obbligo: “Perché continuare a giocare su meri numeri e su questioni politiche se, come detto in precedenza, le priorità sono altre?”
È proprio da qui che vien fuori la tremenda difficoltà nel cercare e trovare un seppur sottilissimo filo che possa accomunare così tante piccole fazioni che dovrebbero e potrebbero accontentarsi di professare lo stesso credo.
Allora che fare? Possibile non ci sia altra scelta se non quella di basarsi su freddi enunciati e più o meno condivisibili manifesti?
Penso e ripenso, la giornata scorre via velocemente ma ancora non riesco a darmi delle risposte che abbiano un senso compiuto. Mi dedico ai vini con accuratezza ma sento che non basta. Parlo con gli amici, parlo con i produttori. Parlo con gli amici-produttori e non ottengo altro risultato se non quello di appurare la bontà di molti loro progetti, scanditi da un’emozione ben visibile che i loro volti lasciano trasparire senza alcun filtro.

IMG_5180Mi fermo, rifletto pochi attimi. Ho tutto ciò che mi serve. Eureka!
È il loro VOLTO, certo, era già lì da subito sotto i miei occhi, la chiave di tutto l’indefinito e indefinibile caos.
Speranze, sogni, umanità, racchiusi in uno sguardo, in un’espressione.
Il vino naturale è si, senza ombra di dubbio, un prodotto agricolo, frutto di un duro lavoro in vigna, coronato poi in cantina, ma prima d’ogni altra cosa è vita, sentimento, vivacità, emozione, che di certo si fa fatica a mettere per iscritto. Il VOLTO delle persone è l’unico strumento autentico di discernimento in una dimensione altrimenti incodificabile. Ognuno con i suoi modi, ognuno con i suoi tempi, ognuno nel proprio mondo, ognuno legato a radici profonde del proprio essere, della propria terra, del proprio vino.

IMG_5181Perché allora pensare di poter stipulare un patto universale che riesca a tener conto di tutte le esigenze? Perché voler appiattire tutto con leggi facilmente riproducibili che portano il consumatore ad accontentarsi della favoletta raccontatagli su quanto tutto ciò sia buono, giusto, pulito? Quando invece bisognerebbe stimolare in quanta più gente, la curiosità e la voglia di una conoscenza autentica di ciò che ci circonda, delle persone che ci sono dietro un’etichetta che, per quanto bella ed affascinante, non riuscirà mai a raccontare e riprodurre quello che uno sguardo trasmette in pochi attimi.
Il vino in quanto naturale dovrebbe avere il compito di rendere l’approccio ad esso semplice, elementare, perché è solo attraverso la semplicità stessa che un vino naturale sarà leggibile e identificabile.IMG_5182Soddisfatto a metà, dopo aver finalmente incanalato un flusso di pensieri che stava per diventare insostenibile, tanto era intricato, confuso, mi dirigo verso l’uscita, buttando un ultimo sguardo verso coloro – gl’artigiani del vino – che avevano scandito la mia giornata assieme al mio umore: sembrava una galleria di specchi.

Quanti volti così simili nella loro diversità.

Bruno Frisini

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La Stoppa. I vini aderenti e ardenti di Elena Pantaleoni

5 maggio 2017
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La Stoppa vini aderenti e ardenti di Elena Pantaleoni

Sere fa grazie agli amici Vincenzo, Antonella e Cecilia del VignetoIncontri col produttore: La Stoppa // Tra la via Emilia e il Sud a piazza dei Condottieri in zona Pigneto (Roma), ho potuto rispolverare e approfondire un buon ripasso d’assaggi dei vini de La Stoppa un’azienda cruciale per la propagazione del vino artigianale italiano, un’azienda agricola cioè per la quale “il lavoro in cantina è guidato dalla profonda conoscenza dei frutti della vite e del territorio”. All’operato troppo tecnico, ai condizionamenti in eccesso, ai lavori invasivi dell’uomo – secondo i sani principi base radicati alle fondamenta etiche ed empiriche de La Stoppa – si antepone sempre la maturazione dei frutti e lo sviluppo dei fenomeni della natura che l’uomo dovrà osservare, interpretare nel miglior modo a minor impatto ambientale per estrarne un vino genuino, quanto più attinente al territorio, un vino principalmente fatto in vigna più che in cantina.

È stata una degustazione molto significativa, arricchita dalla presenza della produttrice Elena Pantaleoni che dai suoi vini aderenti e ardenti dai vigneti della val Trebbiola – senza dimenticare il contributo essenziale dalla vigna alla bottiglia dato da Giulio Armani – estrae il succo territoriale più schietto dei Colli Piacentini, un liquido onesto grondante suolo, fragranza e salute.18221983_1968835030011387_6995374579279419318_n

  • Malvasia dolce frizzante 2016 (Malvasia di Candia Aromatica 100%). È una Malvasia dolce frizzante a basso contenuto alcolico 7 %, fermentazione naturale interrotta, zuccheri residui intorno ai 70 grammi litro, è una sorta di Moscato d’Asti fermentato in serbatoi chiusi con presa di spuma a temperatura controllata.

 

  • Ageno 2011 (Malvasia di Candia Aromatica 60%, Ortrugo e Trebbiano 40%). L’età media delle vigne è sui 40 anni. Lieviti indigeni e macerazione sulle bucce di un mese e nessuna aggiunta di solforosa. Affina per un anno tra vasche d’acciaio e barriques dismesse, poi riposa ancora un altro paio di anni in bottiglia prima di essere immesso suo mercato. Ovviamente non è filtrato per preservarne tutta la ricchezza enzimatica. Colore ambra di luce crepuscolare, asciuttezza aromatica, severità sapida al palato, gusto fragrante e fibroso del tannino presente sulla buccia d’uva estratta dalla macerazione. Ortugo e Trebbiano apportano quella speciale acidità, quella vibrazione necessaria all’equilibrio dell’insieme, acidità vibrante altrimenti assente nella sola Malvasia di Candia aromatica. Vino in movimento perpetuo, da una temperatura di servizio eccessivamente fredda di partenza, man mano che diventava chambrè, dal bicchiere al gargarozzo, il vino trasferiva da sé in chi ne beveva, il calore rinfrancante d’un pomeriggio estivo allietato dalla brezza di mare, suscitando gioia e sorrisi profumati di macchia mediterranea – origano, rosmarino, capperi, mentuccia selvatica.

 

  • Trebbiolo rosso 2015 (Barbera 60% Bonarda 40%). A prescindere dal fatto che esiste anche una versione frizzante di cui questa è la controparte ferma, tuttavia una certa essenziale vivacità carbonica sembrava sobbollire anche qua in fusione perfetta con la polposità del frutto, con la succulenza croccante e beverina dell’uvaggio tipico delle più identitarie osterie dei Colli Piacentini in accompagnamento ad alcune fettine di salame gentile e di coppa piacentina, un uvaggio quindi che è soprattutto alimento quotidiano locale a base di Barbera e Bonarda o Croatina che dir si voglia.

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  • Macchiona 2011 (Barbera 50%, Bonarda 50%). Macchiona è il nome della casa colonica trai vigneti delle varietà rosse più tradizionali dei Colli Piacentini, ma è anche il nome del vino più rappresentativo di questo uvaggio territoriale dalle vigne più vecchie. Resta una anno in botti di rovere di Slavonia da 10 e 20 ettolitri, poi almeno due anni in bottiglia. Austerità, ciccia e muscoli tipici del corpo massiccio di questa etichetta ne fanno un vino quasi da meditazione, un vino di beva più allungata nel tempo e nello spazio. Meriterebbe piatti della tradizione gastronomica locale quali la trippa o la bomba di riso alla piacentina, il salame cotto e naturalmente il bollito misto.

 

  • Vigna del Volta 2009 (Malvasia di Candia Aromatica 95%, Moscato 5%). Malvasia di Candia Aromatica nella sua versione più opulenta, alla maniera ancestrale dei vini dolci del bacino mediterraneo, derivata da acini appassiti al sole dunque pigiati al torchio verticale idraulico. Essenza d’uve condensate in un nettare resinoso, frangitura di zuccheri vegetali. Profumo, densità, abbondanza aromatica, indirizzano verso suggestioni sensoriali che rievocano a morsi e risucchi la polpa gialla, il gusto puro d’albicocche raccolte al loro perfetto picco di maturazione sulla pianta.

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Vecchia e Futura Calabria, radici nella Macchia Mediterranea

26 aprile 2017
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Il nome di Calabria in sé stesso ha non poco di romantico. Nessun’altra provincia del Regno di Napoli offre tale interesse promettente o ispira tanto prima di avervi messo piede. “Calabria!”, appena il nome è pronunziato, un mondo nuovo si presenta alla nostra mente, torrenti, fortezze, tutta la prodigalità dello scenario di montagna, cave, briganti e cappelli a punta, la signora Radcliffe e Salvator Rosa, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine!
Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi, 1852

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Vecchia e Futura Calabria, radici nella Macchia Mediterranea

(Cirò e Gaglioppo frutti dolci dai suoli aspri)

Padiglione della Calabria al Vinitaly 2017.

Degustazione di 9 Cirò Rosso Classico Superiore condotta da Armando Castagno e Matteo Gallello.

Sono ancora le 11 della mattina. Un caldo appiccicoso da padiglione fieristico, ma già soltanto nei colori, nelle pungenze refrigeranti al naso, i nove bicchieri di vino rosso – nove declinazioni del rosso dal tenue sfumato a intenso – raccontano nove interpretazioni simili eppure diverse di uno stesso vitigno – il Gaglioppo – coltivato a Cirò da un gruppo di vignaioli determinati, ben affiatati fra loro: Francesco De Franco, Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri, Vincenzo Scilanga, Mariangela Parrilla, Assunta Dell’Aquila e altri. Viticoltori complici sull’applicazione comune di un’agricoltura sostenibile radicata su consigli pratici e conoscenze teoriche condivise; uomini e donne ostinati a ragione sul rispetto del territorio; artigiani devoti alla tipicità ineguagliabile del loro vitigno unico, di antiche origini proiettate in un avvenire radioso.

Cirò è territorio aspro. Campagna arida intervallata tra montagne e mare. Vigne siccitose ma resistenti a tutto sempre battute dal vento. Vento che sanifica le piante, arieggia i grappoli, impreziosisce i tralci in coesistenza armonica tra l’incudine d’argilla, l’acciaio di calcare dei suoli stracotti e il martello infuocato del sole, portando a compimento quella che sarà la materia sapida linfatica balsamica sassosa – materia viva che ravviva chi se ne nutre – condensata negl’acini compatti, fecondi e coriacei che tramuteranno – come in un mito allegorico di metamorfosi ricavato dalla mitologia greco-romana – da uve Gaglioppo a Gaglioppo vino.

Rileggo volentieri assieme a voi un passo da Vecchia Calabria di Norman Douglas tratto dal capitolo intitolato Coltivatori del suolo:

“Ricordo di avere osservato un vecchio intento a scavare da solo, ostinatamente, un campo. Lavorava nelle ore più accese e quanto gli mancava in forza era sostituito dall’abilità, dalla malizia, nate dal lungo amore per il suolo. La terra era stracotta; ma c’era ancora una speranza di pioggia; e i contadini erano ansiosi di non perderla. (…) In caso di siccità o di inondazioni non c’è una parola di lamentela. Conosco questi uomini e donne, lavoratori dei campi da trent’anni, e non ne ho mai sentito uno borbottare per il maltempo. Non è apatia; è vera filosofia – accettazione dell’inevitabile.”

9 Cirò Rosso Classico Superiore in degustazione:

Una degustazione fugace in occasione della fiera turbolenta, si sa, a cui non ho potuto dedicare più attenzione di quanto abbia voluto estorcendo agli sbattimenti febbrili da fiera, la dovuta concentrazione, una maggior distensione dei sensi ad accogliere percezioni nel tempo, sensazioni nello spazio.

Dovessi trovare un frontespizio sintetico a srotolare lo gnommero d’appunti scribacchiati durante questi nove assaggi è venuto fuori un sottotitolo che ritengo succinto ma nodale: Cirò e Gaglioppo, dolci frutti dai suoli aspri.

Dei 9 vini in batteria ho maggior familiarità o continuità di assaggi negl’anni con i vini numero 4 (Arcuri), 5 (De Franco), 6 (Calabretta). Devo dire che, non avendolo mai incontrato prima, sono rimasto folgorato dall’equilibrio minerale, dalla setosa cristallinità salina del numero 3 (Tenuta del Conte). Tuttavia dal vino 1 al vino 9, nonostante tre annate diverse – 2015, 2014, 2013 – ho potuto riscontrare un filo conduttore sotterraneo di continuità in evoluzione. Un legame invisibile ma ostinato, che identificava un minimo comune denominatore nel tannino duro ma succoso, nell’acidità d’altura eppure marittima (un’acidità costiera), nella vigorosa impronta territoriale, nella mutevolezza di tonalità del frutto da giallino di sorbo o clementina aspretta seppur dolce allo stesso tempo, a frutto rossastro mentolato mai cotto, spremitura profonda di bacche selvatiche allattate alla brezza marina, bacche selvatiche le quali poi non sono altro che grappoli di Gaglioppo polpacciuti di luce d’oriente, grondanti succo di macchia ionica, liquirizia, carrube, lacrime, perseveranza e sudore.

  1. 2015 Parrilla Vini  
  2. 2015 Dell’Aquila 
  3. 2014 Tenuta del Conte
  4. 2014 Aris Sergio Arcuri 
  5. 2014 A Vita 
  6. 2014 Calabretta
  7. 2013 Scala
  8. 2013 Dom Giuva’ Du Cropio
  9. 2013 Cote di Franze

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