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Le conseguenze del food-porn al cervello

7 agosto 2015
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..l’invenzione della macchina fotografica portatile, grazie alla quale scattare una fotografia ha cessato di essere un rituale per divenire un “riflesso”. (John Berger, Sul Guardare)

A tutti gli amici porno-foodisti o foto-pornari.. traduco ancora in tema di fetish alimentare, un bel pezzo bizzarro dal The Atlantic, così vi risparmio pure la fatica di leggerlo in lingua.

Come da un frivolo articolo sul food-porn possono scintillare associazioni d’idee e severe meditazioni d’antropologia filosofica che  – sulla scia aurea di Susan Sontag, Roland Barthes, John Berger, Rosalind Krauss – scandagliano l’abisso misurando l’enigma del guardare nell’epoca della riproducibilità iper-digitale di qualsiasi operazione d’arte, atto meccanico o gesto quotidiano attraverso l’uso voyeur e l’abuso flasher delle protesi smartphone.

Insomma a commento di precisione dell’articolo di Cari Romm ma direi anche a definitivo corollario di tutta la questione scopofila/esibizionistica del food-porn, quale miglior citazione che questa di Susan Sontag: “Le macchine fotografiche definiscono la realtà nelle due maniere indispensabili al funzionamento di una società industriale avanzata: come spettacolo (per le masse) e come oggetto di sorveglianza (per i governanti). La produzione di immagini fornisce inoltre un’ideologia dominante.”

 

Gli effetti del “Food Porn” al cervello.

Qual’è la fascinazione psicologica nell’osservare un cibo che non può essere assaggiato?
Intorno alla metà degl’inni ’50 del ‘900 il biologo olandese Nikolaas Tinbergen scoprì una strana mania nel comportamento animale: in tutte le specie animali nei suoi esperimenti, essi sembravano preferire delle versioni più aggraziate, piacevoli appariscenti ed accattivanti rispetto al loro habitat naturale – “stimoli supernormali” li ha definiti il professor Tinbergen – anche quando questi stimoli erano falsi. Un certo tipo di pesci aveva scoperto il nostro biologo olandese, si sarebbe comportato in maniera violenta nei confronti di un pesce finto la cui parte inferiore risultava essere più vivace oltre le normali tonalità di colore della specie; femmine d’uccelli avrebbero ignorato le proprie uova per sedersi su un nido con imitazioni di uova più grosse e colorate, o avrebbero deviato il cibo dai loro piccoli per nutrire modelli giocattolo di pulcini dai beccucci più lucenti.
Come ha scritto la psichiatra Deirdre Barrett nel suo libro sullo stesso tema: “l’essenza degli stimoli supernormali è che l’imitazione esagerata può causare un’attrazione più forte della stessa cosa reale.”
Continua la Barrett: “Noi umani possiamo produrre le nostre caramelle più dolci di qualsiasi frutto.. ora pensiamo alla pornografia.”

nikoSul suo viso il paragone assume una piega razionale: “La gente ama lo zucchero ed il sesso; caramelle e pornografia sono entrambi dosi super-concentrate e turbocompresse di esperienze sensoriali più naturali.” Sebbene ad un più ravvicinato esame, una di queste cose non è proprio come l’altra. Il piacere dello zucchero porta alla stessa direzione del gusto sia se proviene da una fragola sia se viene da un frammento di caramella alla fragola. La pornografia invece, è un’esperienza sensoriale del tutto diversa rispetto alla cosa reale, che si affida alla vista e al suono in sostituzione totale del contatto. Tra i due c’è un’altro stimolo supernormale nettamente umano: il food-porn (o porno-cibo), cioè delle immagini attentamente organizzate e filtrate con cura che mostrano un pasto – preparato in casa o servito al ristorante – nella sua disposizione più invitante. Il food porn è definito in parte da quei sensi per cui diventa un’esperienza visuale di qualcosa che solo altri possono annusare ed assaggiare. Food porn, come Amanda Simpson la creatrice del sito Food Porn Daily ha dichiarato al The Daily Meal nel 2010, è: “qualsiasi cosa che mi diverta ma anche qualcosa che al suo meglio dovrebbe costruire un desiderio che non si può soddisfare.” Che piacere c’è dunque nel guardare con lascivia qualcosa che non puoi ottenere? Nel caso del porno-cibo i ricercatori ancora non hanno risposte sicure.
Il primo uso documentato dell’espressione “food porn” viene dalla scrittrice femminista Rosalind Cowards, dal suo libro del 1984: Desiderio Femminile. È stato così tante volte utilizzato da allora per più di vent’anni ed oltre da scrittori di cose gastronomiche e cuochi, ma a detta del sito Know Your Meme, non ha assunto il suo significato attuale che nei primi anni del 2000 e cioè: “foto di cibo condivise sui social media”. Flickr il sito di condivisione di foto ha avviato la categoria di “Food Porn” dal Settembre del 2004, (oggi caricate sotto la stessa categoria ci sono circa 750.000 immagini). E pochi mesi dopo, nell’Aprile del 2005, l’espressione è entrata di diritto nel lessico dell’Urban Dictionary. Definizione: “Immagine in primo piano nelle pubblicità di un cibo succulento e delizioso..”, così usato nella frase portata ad esempio: “Oh, quello spot di McDonalds sì che era vero food porn! Voglio assolutameeeente un Big Mac.”

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Urban Dictionary fa comunque delle supposizioni su qualcosa che i ricercatori non sono stati ancora in grado di provare. Una pubblicità di McDonalds per il Big Mac può sembrare deliziosa e accattivante, ma quel che sembra ancora particolarmente torbido ed ambiguo da dimostrare è come questo si possa tradurre necessariamente nella bramosia e nel desiderio instantaneo per un Big Mac.
Il motto degli chef per cui la gente innanzitutto mangia con gl’occhi è sostenuto sia dalla scienza che dal senso comune, gli stilisti del cibo esistono proprio per questa ragione ed un hamburger luccicante e ben grigliato da cui gronda del formaggio fuso si vende certo meglio di uno floscio e grigiastro. Per esempio in uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista Fisiologia e Comportamento si dimostra come dettagli apparentemente insignificanti circa l’aspetto del piatto quali “lucentezza, uniformità e forma”, possano alterare la percezione di come un cliente lo annusa e lo assaggia.
Ma cosa succede quando mangiare con gl’occhi non è il primo ma è il solo ed unico scalino, quando cioè l’immagine non è un ponte che conduce verso i profumi e i sapori del piatto, ma è la sola esperienza che si esaurisce tutta nello sguardo?
Alcuni scienziati come la Simpson, credono che le immagini del cibo inneschino solo il desiderio della cosa reale. Uno studio del 2012 ad esempio trova che solo ad osservare delle foto di cibo è già abbastanza per accendere lo stimolo della grelina, un ormone che provoca la fame.
Una ragione potrebbe essere che il guardare prepara e dispone il cervello al mangiare. “Se pensi al lancio della palla da baseball, il tuo cervello reagisce come se tu stessi realmente lanciando,” spiega Gabriella Petrick, professoressa di alimentazione e nutrizione alla George Mason University. “Quando mangiamo delle cose, differenti parti del nostro cervello s’illuminano in maniere diverse. Non è solo il gusto in gioco ma provochiamo lo sguardo, l’udito, richiamiamo molte altre cose nel frattempo che il cervello sta cercando di figurarsi cos’è quel cibo che abbiamo appena portato alla bocca. Ma altre ricerche hanno dimostrato che quando viene l’appetito, il food porn può essere un buon sostituto del cibo stesso. Un altro studio del 2011 ha mostrato che guardare foto di cibo può disattivare lo stimolo dalla cosa reale, ma solo se il cibo nell’immagine ha un sapore simile allo stesso prodotto reale, – qualsiasi esso sia – che si sta consumando in quel dato momento. Quando i partecipanti all’esperimento hanno visto foto di snack salati e subito hanno mangiato noccioline salate, essi tendevano ad apprezzare meno le noccioline di altri a cui hanno sottoposto foto di dolci.

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Nel 2013 uno studio sui topi pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, quando i ricercatori hanno inoculato le “zone di ricompensa” nel cervello dei roditori con un’insulina – l’ormone che innesca sentimenti di pienezza, – i topi avevano perso interesse nel ritornare dove precedentemente gl’era stato procurato del cibo – suggerendo, come dice l’autore, che le zone di ricompensa del cervello potrebbero non rispondere così tanto ai “segnali di cibo” – l’area alimentare per il topo, (quindi una foto per gl’umani) – quando lo stomaco sa già di essere pieno.
Presa nel suo insieme la ricerca, con tutte le sue contraddizioni, non rivela granché, e le idee del perché la gente provi così tanto piacere nel condividere le proprie foto food-porn sono così varie proprio come le medesime teorie del perché la gente adori guardarle.
Nel 2013 la psichiatra Valerie Taylor ha tenuto una presentazione al Canadian Summit sull’obesità polemizzando che postare foto di pietanze sui social media è un chiaro segno di rapporto sballato col cibo. “Facciamo foto di cose che per noi sono importanti”, ha dichiarato dopo al The Huffington Post “e per alcune persone il cibo stesso diventa centrale e il resto – il posto, la compagnia etc. – rimane confinato sullo sfondo”.
“Una ipotesi nobile”, ha controbattuto Katie Baker dalle pagine di Jezebel “ma tanto sono convinta che comunque la mia amica non smetterà certo di aggiungere foto su Instagram dell’ennesima costoletta grigliata solo per farci sapere anche questo mese di quanto la cosa sia di tendenza.” Sulla stessa linea Richard Magee, professore di letteratura Inglese all’Università del Sacro Cuore che ha approfondito il tema della scrittura gastronomica: “C’è una sorta d’aspetto performativo qui in gioco, quando facevo un percorso ciclabile di una novantina di chilometri in genere mi fermavo a metà del percorso per mangiare un dolce e postare una foto dello stesso. Penso che il punto centrale della faccenda sia l’idea che posso farlo, posso andar contro le regole proprio perché mi sto esercitando… Ho amici che sono davvero dei bravi cuochi, e loro pubblicheranno sempre foto delle roba che preparano, è una specie di performance artistica se vogliamo.”
Insomma, i trucchi che rendono il food porn quel che è – i filtri, l’angolatura appiccicosa, il cavolo riccio disposto nel modo giusto, i tuorli d’uovo tagliati in modo tale da fuoriuscire per bene su un lato, – sono soltanto versioni annacquate di allestimenti più tecnici ed elaborati propri della fotografia professionale. Negli scatti dei professionisti ad esempio, il latte in una tazza di cereali potrebbe tranquillamente essere della colla; una catasta di frittelle potrebbe essere puntellata da strati nascosti di cartone; le imperfezioni su dei frutti di bosco potrebbero essere ritoccate col rossetto; i segni del cibo grigliato sono meticolosamente disegnati, semi di sesamo in avanzo sono uno ad uno attentamente selezionati ed incollati sul panino. Ovunque l’immagine possa addentrarsi sullo spettro della falsificazione, da un filtro di Instagram ad una ciotolina di colla sintetica Elmer, l’effetto desiderato è sempre quello di creare qualcosa che sembri reale. “Ha molto senso” scriveva la settimana scorsa Megan Garber a proposito di giornalismo gastronomico sul The Atlantic, “che si tratti del cibo non solo come una risorsa di sostentamento, ma anche come sorgente di bellezza che legittimi l’impegno intellettuale.”

Ma il food porn differisce dallo scrivere di cibo allo stesso modo come le immagini dalle parole: le prime sono più immediate e viscerali. Quando doveva scegliere le ricette per il giornaliero libro di cucina su Food Porn, come ricorda lei stessa la Simpson, se ne stava seduta per ore a pensare: “Cosa c’è di davvero pornografico? Che cosa fa arrapare per davvero il palato della gente?”
sontag_photography004“Quelle immagini e quei siti ci attirano” afferma il professor Magee “proprio perché colpiscono qualcosa di esclusivamente primordiale dentro di noi.” Fame, brama, consumo, volontà e bisogno s’intrecciano tutt’assieme in una stratificazione complicata, ma una pubblicità del Big Mac attinge ancora su una fondamentale mania del comportamento animale: è ancora più piacevole, sgargiante ed attraente della cosa reale, e già solo questa è una ragione bastante per goderne. (traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

 

 

La Gioia del Cibo Altrui

5 agosto 2015
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A gentile richiesta di nessuno, traduco un “mangereccio” articolo di Bee Wilson dal New Yorker ben sintonizzato sul cibo e l’atto di goderne con il palato con lo stomaco con gl’occhi… tra letteratura alta/bassa ed esibizionistico, bulimico food-fetish-porn da social media.

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Piaceri letterari a tavola.
Riguardo al cibo, una delle cose più sgarbate si possa fare è osservare qualcuno mentre mangia. Il mangiare attira l’attenzione sul fatto sconveniente che è una pura funzione corporea – e come animali siamo intrappolati dalla nostra fame ma facciamo del nostro meglio per mascherarla con certi civili armamentari quali menù e forchette. Quando qualcuno ci osserva mangiare ci sentiamo esposti. Potremmo anche covare il sospetto che la persona la quale ci sta osservando voglia sottrarci il cibo dal piatto. Il taboo ad ogni modo origina molto indietro nel tempo. Nel 1530 Erasmo da Rotterdam annotava che: “è maleducazione lasciar vagare gl’occhi intorno ad osservare quel che sta mangiando altra gente.” Ancora adesso, con tutti i fruitori di Instagram, troviamo sia troppo invasivo per alcuni osservare troppo da vicino come mastichiamo o inghiottiamo. L’anno scorso ha suscitato indignazione un gruppo su Facebook intitolato “Donne che mangiano in metro”, dove si riportavano fotografie di donne ignare mentre mangiavano sui treni della linea metropolitana di Londra.

Eppure proviamo un grande desiderio nell’osservare gl’altri mangiare. Parte del fascino ovviamente è il fattore food-porn: guardare Anthony Bourdain sbocconcellare un risotto ai frutti di mare a Venezia sul suo programma “No Reservations” ci distoglie dalla pietosa confezione di pad Thai riscaldato sul nostro piatto. Ma sempre più spesso il nostro sguardo è rivolto alla ricerca non soltanto di cibo ma anche di compagnia. Pensate alla moda popolare in Corea del Sud degli “eating broadcasts” che raffigurano delle persone che si divertono a consumare pasti solitari. Questi video ci danno la libertà di guardare a tutto quel che ci piace, senza per questo farci sentire osceni. Ed ora che molti di noi mangiano da soli, guardare anche altri che lo fanno caccia via il pungiglione della solitudine. Jiayang Fan scrivendo sul suo sito proprio di questo fenomeno del mangiare da soli in Cina dove il video di una ragazza che fa un picnic da sola a Shangai è stato visualizzato oltre duecentocinquantamila volte, dice: “A volte un waffle di fragole è tutta la compagnia di cui hai bisogno”.

Ci sono momenti però nei quali guardare non è tutto – quando cioè siamo affamati di sapere da chi mangia quel che sente e pensa nello stesso istante in cui immette nell’esofago il waffle di fragole. Per questo grado di intimità abbiamo bisogno di quei libri dai quali potremmo apprendere ad esempio, che Madame Bovary: “sentì un brivido scorrerle attraverso mentre gustava la freddezza” di uno champagne ghiacciato in bocca. Il nostro desiderio di osservare gl’altri mangiare dall’interno, è gran parte della fascinazione di leggere di cibo in letteratura, così come ci ricorda una splendida nuova collezione pubblicata da Christina Hardyment: “I Piaceri della Tavola: un’Antologia Letteraria”, illustrata da vivide immagini di repertorio prese dalla collezione della British Library. Non è per affatto la prima antologia sul cibo in letteratura e molti dei suoi contributi sono assai triti: lo stufato di manzo di Virginia Woolf da “Gita al Faro”, le madelaines di Proust, eppure la collezione letta nella sua interezza è una rigenerante delizia proprio grazie all’occhio scrupoloso della Hardyment appassionata dei piaceri di molte specie che ci permette di scrutare, inosservati, e prendere parte a molte ed intime colazioni e pranzetti ad hoc.

A volte l’eccitazione di leggere come e cosa mangiano gl’altri proviene da un fremito voyeuristico di vedere come vive l’atra metà del mondo: la foglia d’oro e i tartufi o – come nel caso del banchetto di Trimalcione nel Satyricon di Petronio – il ghiro e il miele. È come guardare al ristorante sontuose portate circolare verso altri tavoli o ficcanasare insistentemente nel frigo o nella busta della spesa di qualcun altro. Ad una delle leggendarie feste di Jay Gatsby così come incluso nell’antologia della Hardyment, possiamo gettare un’occhiata su attraenti “uomini e donne” mentre consumano “prosciutto speziato al forno, ficcato su foglie d’insalata in forme d’Arlecchino” e “bevande così a lungo dimenticate che la maggior parte delle donne presenti erano troppo giovani da riconoscerne una dall’altra”. La Hardyment ci apparecchia una straordinaria sequenza di festini e non proprio tutti così appetitosi. Nell’Accomplisht Cook il libro di cucina più significativo del XVII secolo, Robert May il cuoco monarchico descrive d’aver visto delle signore “saltellare e urlare” davanti ad un pasticcio ripieno di rane vive.

Robert May The Accomplisht Cook

 

Ma allo stesso tempo ci piace contemplare negl’altri quel che consumano specialmente se è simile a quel che anche noi consumiamo. Anni fa durante la mia fase John Grisham ho cercato di puntualizzare con esattezza il perché trovavo così confortanti i suoi molto spesso prevedibili thriller a sfondo legale. La miglior risposta che sono riuscito a darmi era la frequenza con la quale Grisham ci dice che i suoi personaggi principali sorseggiano il caffè. Quando arriva al cibo e alle bevande, quella sua prevedibilità può quasi rincuorare; lo stesso è anche valido circa il leggerne. “Alle cinque di mattina di mercoledì, Jake sorseggiava caffè nel suo ufficio guardando attraverso la portafinestra” scrive Grisham in un passaggio tipico di Il Momento di Uccidere. Per quelli di noi che anche punteggiano la giornata con i caffè, questo dettaglio banale è lusinghiero: Grisham fa sembrare questo “sorseggiare” caffè – nota bene non il deglutire o tracannare – come un determinato preludio all’azione.

O forse ci divertiamo a spiare ed impicciarci dei pasti altrui semplicemente perché mangiare e bere sono attività così intime? Leggere che “Jake sorseggiava caffè” è rispecchiare in noi stessi la gioia privata che sentiamo nel nostro quotidiano tazzone di caffè fatto da French press. Nella collezione della Hardyment è la gioia privata del tè che si verifica più frequentemente (faccio notare che la Hardyment è britannica). Vediamo Agnes, Lady Jekyll, una grande scrittrice di ricette inglese del 1920 assaporare una “fragrante infusione” di tè in una tazza di “sottilissima porcellana cinese”, adagiata su un “sofà imbottito di fascino Asiatico” mentre “un caminetto acceso sfarfalla simpateticmente nel cuore”. Allo stesso modo lo scrittore edoardiano George Gissing ci consente di ritrovarlo nel proprio studio con la sua teiera: “Che conforto nella prima tazza, quale meditato sorso di quello che ne seguirà.”

Il piacere che c’è nel leggere di quello che altri mangiano e bevono è qualcosa tra la soddisfazione di sfamare e quella di essere sfamati. Saliviamo nel condividere i ricordi proustiani di ciliegie e formaggio spalmabile e torta di mandorle che quasi riusciamo a gustare nelle nostre bocche quelle dolci briciole ammandorlate così da sentirci quasi nutriti da esse. Eppoi abbiamo un’urgenza di vedere gl’altri ricevere soddisfazione, specialmente i bambini. Hardyment aveva precedentemente pubblicato libri di letteratura per l’infanzia così che sono particolarmente ben selezionati per l’antologia proprio quei passi dai libri per ragazzi. Ed ecco Edmund abbuffarsi di delizie Turche nei libri della saga di Narnia o Heidi mentre mangia formaggio tostato con suo nonno. C’è anche la scena in Swallows and Amazons di Arthur Ransome, nella quale i bambini fanno una scampagnata sulla “Wild Cat Island“. Ci viene detto che i quattro bambini mangiano una frittata su una padella in comune prima d’addentare: “quattro grosse fette di torta di semi al cumino” e “mele tutt’attorno”. Quest’idea di avere esattamente abbastanza cibo per andare in giro è assai potente. Guardare gl’altri mangiare non è necessariamente un’azione egoista o invidiosa: come un genitore coi propri figli, così vogliamo vedere ogni persona ricevere la sua giusta porzione di pasto.

Dopotutto, guardare altre persone ricevere piacere è una delle universali forme della gioia umana. Il nostro guardare, che di persona può sembrare così sgarbato, può essere alla fin fine uno sguardo di comprensivo coinvolgimento. Proprio così come è doloroso contemplare gl’affamati, è invece confortante contemplarne altri divenire satolli, tanto che non devi neanche anelare a mangiare il cibo in questione. Hardyment include anche una scena di scampagnata dal Circolo Pickwick di Dickens: pane, “zampette di prosciutto”, manzo freddo a fette, pasticcio di vitello, orci in pietra gonfi di birra. Questo non sarebbe una scampagnata ideale per molti di noi ai tempi nostri: troppo grasso animale, indigesto e carente di verdure, eppure possiamo ancora accedere nell’eccitazione di Sam Weller e comprendere la sua acquolina in bocca per il pranzo: “E’ cosa moooolto buona il pasticciotto di viiitello, quando sai che l’ha fatto la signora ed è certo non sia uno sformato di gattini… una moooolto buona nozione di pranzo è questa qua.. eeeggià!”

La descrizione di gente che mangia fornisce qualcosa che nessuna ricetta potrà mai dare: la conclusione. Gran parte della nostra odierna cultura del cibo aiuta a stuzzicarci con pasti presunti. Ci promettono continuamente le: “migliori 10 ricette con la quinoa”, ma la cosa strana è che non ne faremo neppure mai una. La ricetta come forma di prosa – opposta alle linee guida della cucina in pratica – promette molto più di quel che ci può dare. È evidente che il capitolo che la Hardyment dedica alle “ricette letterarie” (il soufflé d’arance di Katherine Mansfield, l’omelette alle ostriche di Alexandre Dumas) non è nulla di così soddisfacente a confronto con quell’altro capitolo intitolato “Piaceri Semplici“, dove leggiamo di varie persone che mangiano modeste delizie quali pane abbrustolito e imburrato. Anche la più grande ricetta è come un mistero senza soluzione: ci sono forniti gl’indizi e la disposizione – gli ingredienti e il metodo – senza l’atteso scioglimento conclusivo. Quel che veramente vorremmo sapere è: com’è andata a finire? Chi l’ha mangiata? e l’hanno apprezzata? Quando M. F. K. Fisher scrive dei cavolfiori cotti nella panna da montare e Gruyere: “Ripulimmo i piatti con le punte di croste di pane croccante bevendoci su del vino” qui la reminiscenza vale più di qualsiasi ennesima e “definitiva” ricetta coi cavolfiori.

Mary Frances Kennedy Fisher

Non è un caso che i romanzi polizieschi finiscono spesso con un pasto. Quando osserviamo qualcuno mangiare, il senso di tensione e di suspense si distende. Hardyment accoglie in una sezione un racconto dalle storie di Sherlock Holmes “The Adventure of the Naval Treaty“. Dopo un diabolico mistero che culmina con Holmes che serve su un vassoio da colazione al suo legittimo proprietario un documento precedentemente rubato, la storia termina con lo stesso detective che si gode lui stesso un meritato pasto. “Sherlock Holmes butto giù una tazza di caffè e diresse l’attenzione al prosciutto con le uova. Poi s’alzò s’accese la pipa e si sdraiò sulla sua poltrona”. La gioia di leggere dei pasti altrui ci mostra che in molti modi, siamo delle creature semplici: solamente dall’esaminare l’atto di mangiare di qualcun altro possiamo sentirci un po’ meglio nutriti anche noi. (Traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

Un cocomero non fa Rinascimento

3 agosto 2015
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cocomeri

Traduco da Vox curiosities a sua volta trafugando dal sempre stimolante kottke.org, una digressione breve e “curiosa”, per l’appunto, che riguarda un po’ la storia della mutazione genetica delle piante oltre che il cambio di percezione dello sguardo da un secolo all’altro. Certo ci sarebbe quantomeno da rimbrottare l’autore dell’articolo o far licenziare l’editor di Vox e chiedere più di qualche lume personale sulla loro di percezione almeno relativamente a cronologia e periodizzazione di storia dell’Arte; vaneggiare di Rinascimento e Rinascimentale per un pittore ed un dipinto del XVII secolo pare un abbaglio ed uno sproposito tale che anche un ragazzino neppure tanto sveglio di scuola elementare in Chautauqua County nel Kansas, troverebbe del tutto ingenuo ed ingiustificato.. insomma per l’autore ed il suo editor cui rimando per ulteriori delucidazioni alla seppur polverosa autorità del Burckhardt, la svista è proprio imperdonabile, anche qualora fossero stati entrambi indelebilmente lesionati al cervello dalla peggiore delle insolazioni di questa pur torrida estate 2015. Ad ogni buon conto Giovanni Stanchi detto “Dei Fiori” è stato pittore di stampo caravaggesco e naturalista dal decorativismo palesemente Barocco o baroccheggiante.

Un quadro Rinascimentale rivela quanto è cambiata la coltivazione dei cocomeri.

Osserviamo la parte inferiore a destra di questo quadro. Se non avete mai visto un’anguria come questa prima d’ora non siete certo i soli.
Questo dipinto del XVII secolo di Giovanni Stanchi per gentile concessione di Christie’s, mostra una varietà di cocomero che nessuno nel mondo moderno ha mai visto.
Le angurie di Stanchi, che sono state dipinte intorno al 1645-1672, ci permettono d’intravedere un tempo, prima che la coltivazione sistematica cambiasse i frutti per sempre.
James Nienhuis, professore d’orticoltura all’Università del Wisconsin, ha utilizzato questo quadro dello Stanchi nei suoi corsi dedicati all’insegnamento della storia della coltivazione delle piante.

“È strano andare nei musei d’arte ad osservare quelle nature morte e scoprire come le nostre verdure apparivano diverse 500 anni fa.” In molti casi è la sola opportunità di sbirciare nel passato dato che non riusciamo a preservare i medesimi ortaggi per centinaia d’anni.

Le angurie originariamente provenivano dall’Africa, ma dopo l’addomesticazione sono prosperate nei climi caldi del Medio Oriente e dell’Europa del sud. Divenne probabilmente coltura comune nei giardini e nei mercati attorno al 1600. I vecchi cocomeri, come quello dipinto dallo Stanchi, presumibilmente erano molto gustosi – Nienhuis pensa che il grado di zuccheri contenuto nel frutto avrebbe dovuto essere ragionevolmente alto dato che questi stessi meloni venivano consumati freschi e talvolta fermentati nel vino, eppure sembrano così diversi dal nostro attuale cocomero e questo perché nel tempo abbiamo cominciato a coltivarlo con l’intento d’ottenere quel rosso intenso che gli riconosciamo oggi. Quella carnosa parte interna del frutto in realtà è la placenta che contiene i semi del cocomero il quale prima che fosse definitivamente addomesticato difettava, sempre nella medesima placenta, di quell’alta concentrazione di licopene che pigmenta del suo caratteristico rosso acceso gli stessi frutti così come li conosciamo noi oggi. Attraverso centinaia d’anni di domesticazione abbiamo modificato dei piccoli cocomeri la cui placenta era bianca, in frutti più grossi e stracarichi di licopene come nella versione che troviamo oggi.

Di certo non abbiamo solo cambiato il colore dei cocomeri. Ultimamente si sono fatti esperimenti volti a sbarazzarsi dei semi – cosa che Nienhuis con riluttanza definisce: “la progressione logica della domesticazione.” Le generazioni future alla fine si ritroveranno delle fotografie per studiare come apparivano i cocomeri con i semi, ma per osservare le minuscole e bianche angurie del passato essi dovranno ancora rivolgersi all’arte Rinascimentale. (traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

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J. Burckhardt, La Civiltà del Rinascimento in Italia

Di Postal Market il Fallimento

29 luglio 2015
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Postal Market

Le prime furiose pippette
sui casti déshabillé. Era ieri
forse
o poco più di tre volte
diec’anni fa.
Afrori e foia di cellophane
stropicciaticcio,
fragranze d’urina stagna
agl’angolini tumidi
dell’orto chiuso d’infanzia;
quanti e plurimi,
epilettici orgasmi
senza sperma ancora,
sugl’intabarrati seni
sui fianchi ricolmi di finto
cachemire e di patina,
nel mentre
intanto
oltre
le superstiziose penombre
trafugate dagli scuri,
al di là
dei gerani rifermentati
in terrazzo

un sole di rancido e gl’afosi, feroci,
buoni sentimenti in processione,
quell’indolente codazzo
per qualche Madonna strapaesana,
per chissà che nevrastenica Santa
intabarrata anch’essa a manichino
dal paramento tracotante
di popolo
in altrettanta veste
allegorico/odiosa
– Postal o Eternal Market –
a velare la più verace carne,
a dissanguare una più sacrosanta
nudità.

 

 

Natura Naturans

27 luglio 2015
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Per quanto sia sconnesso e incandescente l’universo del “naturale” in Italia, ecco (datato 2013) un primo e alquanto serio tentativo di scandagliarlo con grafici, tabulati statistici, numeri e analisi di settore nonstante l’estrema confusione sul campo tra naturale-biologico-biodinamico-globale e le sue ancor più anfibie, incasinate ed (im)probabili varianti combinatorie. Il libro con approccio scientifico – è proprio qui la vera novità – si propone l’approfondimento di questo semi-sconosciuto microcosmo del vino “naturale” entro cui – purtoppo o per fortuna? – s’annidano così come nel più pachidermico comparto “convenzionale”, ancora troppe ambiguità politiche, divergenze agronomiche fratricide, contraddizioni gestionali, associazionismi frammentati, accecati interessi di campanile, regolamenti incompatibili, certificazioni strampalate, trappole burocratiche e più di qualche ideologia faziosa che infiacchisce invece di rafforzare la resistenza produttiva e commerciale condivisa dai “pochi ma buoni”, contro lo Tsunami spazzatura-e-spazzatutto dell’industria enogastronomica dei “troppi e cattivi”.. così che alla fine invece di raffigurarmi Davide contro Golia me ne sto qua in un angolino che rimugino costernato su Caino e Abele..

Cain and Abel – Marc Chagall (1911)

Roberto Liberati, comunque ancora grazie assai per questo prezioso “potlatch”: Servabo – Il vino “naturale”. I numeri, gli intenti e altri racconti

vino naturale

Paolo Massobrio – I Giorni del Vino

1 dicembre 2011
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Le cose ora stanno in modo che la metà degli intellettuali di questo mondo scrive di cose che, a sua insaputa, sono già state trattate dall’altra metà.

Norman Douglas, Vento del Sud

Come in ogni cosa – almeno così pare – anche qui c’è un precedente. A rodare il meccanismo mercantile per la stessa collana Einaudi Tascabili Pop c’era già stato anni addietro il fortunato (certo bisognerebbe prima approntare un’indagine micro-economica circa il numero delle copie ristampate e vendute) Lunario della Musica. Un disco per ogni giorno dell’anno del musicologo Carlo Boccadoro; questo tanto per dire che l’Einaudi non è casa editrice avventata che se la rischia a caso o “alla così come viene”, ma è oculata attività cultural-commerciale come tante, che negli ultimi anni tra Mercato e Rigore Intellettuale ha adottato (così la stragrande maggioranza delle attività di commercializzazione della cultura) il principio inossidabile del: tutti i colpi al cerchio e nessuno alla botte!

Dunque, come si evince fin dal sottotitolo, ci troviamo nello specifico dinanzi ad un’altra sorta di “lunario”, però del vino stavolta: un assaggio per ogni giorno dell’anno. Lo schema non è poi così rigido o scontato perché l’autore, sulla scia del capriccio divagatorio, si sofferma anche su più d’un vino alla volta quando non si trova a rimembrare più o meno familiari circostanze variegate in cui altrettanto molteplici bevute hanno dilettato il suo onnivoro spirito domestico e palato d’ufficio che alla fin fine è il solo protagonista principale del libro a “trecentosessantacinque”… gradi.

lunario

Il primo ed unico elemento di disturbo che fin da subito risalta all’occhio e all’orecchio del tignoso “lettore di professione” è il taglio stilistico di questo diario in pubblico d’un degustatore, certo un taglio alquanto grossolano dalla scrittura sciatta e gli sporadici nonché sommari giudizi culturali o le spicce notazioni sociologiche di dubbia profondità estetica, dai modi sempliciotti improntati alla giornaliera cronaca del bere e del mangiare, che tuttavia – sia detto fuor d’ogni dubbio – si distingue nettamente dai fin troppo colitici resoconti d’argomento simile in circolazione vomitati tra rubrichette specializzate nel Nulla, Guide all’Ovvio, Sovrabbondanti Blog dell’Insulso e le infinitesimali stra-vuote carta-igieniche pagine del compartimento alimentare o meno che sia. Non che non è già stato annunciato nel titolo ma estremamente onni-presenzialista ed invadente (alla viziata maniera dei Monelli, Soldati, Veronelli… almeno però loro passavano per esser scrittori/giornalisti di razza) appare l’io del personaggio che in maniera fin troppo smaccata esalta assaggia medita su questi vini in primissimo piano o li racconta in prima persona, quel Massobrio medesimo cioè: “che svolge mestiere di comunicatore… padre di tre figli… mio figlio Marco… mia figlia Irene… le donne della mia vita: mia nonna mia mamma mia moglie mia figlia…”, da cui ci si aspetterebbe però un meno dilettantesco sfoggio e una più neutrale oggettività di fondo, una cioè per quanto svagata, sentimentale o bonaria ma almeno ben meglio precisata ed asciutta ricognizione che si limitasse alla cronistoria più sobria (mas sobria diremmo in catalano), razionale e meditata dei prodotti con magari a latere l’impersonale ragguaglio impressionista di vagabondaggi enogastronomici, enumerazione delle genti incontrate e paesaggi attraversati, ovvero il reportage contegnoso di cose conosciute, dette, viste, udite, gustate e allora sì che il trastullo tutto en privé del “mi piace non mi piace” sarebbe risaltato con più efficacia classificatoria, vis argomentativa ed originalità di visione.

Paolo Monelli

Comunque sia ripetiamo, quel che più rileva ai fini d’una valutazione certo spietata ma imparziale, è l’assoluta generosità divulgativa, rara avis nel monopolisticamente stitico giornalismo nazional-costipante attuale, con cui l’autore espande un ricchissimo profluvio di suggerimenti su produttori e prodotti, snocciolando “dritte” su vini a vocazione familiare, cioè proprio spolverando quei vitigni o denominazioni d’antiche tradizioni contadine dal deciso carattere territoriale quali ad esempio: bonarda dell’Oltrepò Pavese, Marzemino passito, Lambrusco salamino, Gutturnio dei Colli Piacentini, Albana di Romagna passito, Fortana del Taro, freisa d’Asti Superiore, croatina ferma o frizzante, gamay della Valle d’Aosta, dolcetto d’Ovada, l’uva cortese e favorita dei Colli Tortonesi, rare uve verdeca nell’Alto Lario, Fior d’Arancio dei Colli Euganei, moscato di Saracena, malvasia di Schierano, moscatello bianco di Sardegna, savuto calabro, tintilia del Molise, tocai rosso, bianchetto genovese, moscato di Castiglione, malvasia di Bosa, Picolit friulano, Pigato e Grenaccia liguri, vino santo da Nosiola, chiaretto del Garda e così via.

Non si può certo pretendere che un tesserato collaboratore di quotidiani per quanto audace e diligentemente goloso (meglio “golosario”) sia illuminato dalla felicità descrittiva da naturalista, dall’acume disincantato, dall’erudizione e l’ironia feroce di un raffinatissimo flâneur in lungo e in largo per l’Italia quale è stato Norman Douglas, ad ogni modo questa critica en passant al troppo spesso patetico ed auto-indulgente sottotono della prosa e allo stile ingenuo malgré lui, è la sola che ci sentiamo di fare al presente libro che per il resto ribadiamo, è fruttuosa miniera d’informazioni, un monumentale quanto doveroso ed onesto campionario di vini noti e meno noti, vitigni autoctoni e vigneron appartati, appellation sottovalutate, vini in via d’estinzione, prodotti tipici misconosciuti quando addirittura ignoti del tutto e produttori eroici, dettato il più delle volte da un gusto autorevole, un istinto decisivo e quasi sempre motivato a ragion bevuta, con quell’euforica, infervorata e trascinante joie de vivre et de boire che farebbe davvero piacere veder meglio diffusa ed adottata come buon esempio per tutta la fumosamente affettata editoria di settore e non.

Funzionano le Appendici con gl’accurati, innumerevoli indirizzi di cantine ristoranti e negozi citati nel testo ma ci si augura tuttavia che ad una prossima riedizione la casa editrice si degni di aggiungere un necessario indice dei nomi (prodotti e produttori) da cui ne verrebbe senz’altro più agile quanto scartabellata lettura ed efficiente consultazione.

Tanto per far un esempio ecco un piccolo frame da quel vertiginoso elenco stilato con una sana curiosità di scoperta per il nostro inesauribile patrimonio di “cose rare” e tipicità agro-alimentari, una congerie di notizie succose raccolta con lo slancio vitale ispirato ad un giustamente mai placato sentimento di ricerca, istinto di scoperta e virtuosa attitudine all’esplorazione territoriale di cui tentiamo qui darvi succinta ma illustrativa elencazione:

il “Bue Apis” Aglianico da Cantina Sociale;

Alberto Marsetti produttore di Grumello, Valtellina Superiore e Sfurzat;

il Gutturnio di Santa Giustina (frizzante da barbera e croatina);

le Cantine Caputo a Carinaro (asprino d’Aversa e Lacrima Christi) ;

il Lambrusco di Sorbara di Fabrizio Bicocchi;

il roccese dell’azienda A Trincea di Laura Masala a Ventimiglia;

il verduzzo friulano dei Vignai da Duline;

il vino Gragnano dell’azienda Grotta del Sole;

il torcolato di Breganze di Firmino Miotti;

la Bonarda “Cresta dei Ghiffi” dei fratelli Agnes di Rovescala;

il Lambrusco dei Colli di Parma dell’azienda Monte delle Vigne di Ozzano Taro;

il Barbacarlo di Maga Lino;

la Tenuta Terre Nobili di Lidia Matera che in Calabria produce “Cariglio” e “Alarico”

il salame d’asino di Massimo Fungo;

il torrone di Cassinasco dell’Antica Casa Faccio;

i salumi di pecora de La Genuina di Salvatore Salis;

il “Cuore di Paganica” di Mauro de Paulis;

la cantina di stagionatura del caciocavallo podolico e del canestrato di Moliterno di Nicola Pessolani;

il blue di capra dei fratelli Panizzi a Courmayeur;

il “salame cucito” delle colline Tortonesi da La Corte di Brignano;

il prosciutto cotto Lenti di Santena;

lo speck di Brunico di Karl Bernardi;

la soppresssa col filetto di Antonio dal Santo di Cinto Euganeo…