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Rémy De Gourmont, Fisica Dell’Amore (Es 1995)

22 Settembre 2016
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Rémy De Gourmont, Fisica Dell’Amore (Es, 1995)

L’evoluzione della specie umana, secondo De Gourmont, è un dato troppo incompleto.
L’uomo e la donna sono solo gli affluenti sessuali di un corso d’acqua dove s’immettono le pulsioni d’energia creativa e distruttiva d’entrambi, che a loro volta confluiscono nel più vasto fiume della sessualità universale.

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Le 50 Migliori Paste di Coca del Sud America

17 Settembre 2016
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Colpiscine cento per educarne uno!

(Anonimo itrano)

Dio è ingiusto perché ha reso l’uomo incapace di sostenere l’effetto della coca per tutta la vita. Avrei preferito avere una vita di soli dieci anni ma con la coca, piuttosto che una vita di 10 000 000…  – e qui continuerei ad inserire una linea infinita di zeri – secoli senza coca.

(Paolo Mantegazza)

LE 50 MIGLIORI PASTE DI COCA DEL SUD AMERICA

img_3711Finalmente come ogni II o III settimana di settembre anche quest’anno la PabloAtlas Escobari Strisciorum rende nota al pubblico la sua pregevole lista dei 50 migliori produttori di pasta da coca del Sud America.

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unknownOra, tra il grigiore e lo spleen metropolitano delle nostre vite disagiate che si scandiscono a ritmo squalificante e a forza di lavori impiegatizi malpagati dentro sistemi d’ufficio carcerari. Tra esistenze miserabilmente squallide che si misurano a siringate d’ore quotidiane d’imbottigliamento nel traffico e a sniffate di smog; a inalazioni di stress da trappola per topi nei formicai umani su strade urbane, su mezzi pubblici, su aerei che schiantano al suolo, su treni in ritardo… chi è insomma che in tutto questo marasma planetario per tirarsi un po’ su, non ha mai strozzato uno shottino medicinale ghiacciato comme il faut del Vino Mariani tonico a base delle migliori foglie di coca del Perù?unknown-1 

Non credo al giorno d’oggi sia più un segreto per nessuno come dalla lavorazione delle foglie di coca si procuri una sostanza alcaloide dalla quale, a partire dal trattamento di sintesi quindi dal processo d’estrazione prima e purificazione poi, si ottengono variegate e simpatiche sostanze stupefacenti quali cocaina idrocloride, freebase, crack etc. che procurano esaltazioni illusorie dell’ego, megalomania infoiata, gioia vorace ma fasulla, depressione perenne acuta, impotenza sessuale, allucinazioni, danni permanenti al cervello, patologie comportamentali, grave dipendenza del corpo e deleteri disturbi della psiche.img_3726A parte i ben noti studi di Freud sull’argomento, rimando ad un titolo di quel meraviglioso personaggio che fu Paolo Mantegazza (1831 – 1910) monzese DOC, scienziato geniale, fisiologo, esploratore a metà tra il medico, l’antropologo e lo stregone filosofo: Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale [qui il link al libro su Scribd].9781400078790

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Dalle ridenti piantagioni e coltivazioni di Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Brasile, Cile si produce la pianta (Erythroxylum coca) dalle cui foglie attraverso un complesso procedimento d’estrazione chimica si ricava l’alcaloide cocaina. Ci sono almeno 6 raccolti l’anno. La produzione della pasta di coca (paco, basuco, oxi) che si ricava da queste foglie è principalmente artigianale – nonostante l’invasività dei massicci gruppi industriali che – complici Monsanto/Bayer appena fuse in una sola entità leviatanica – spendono in tonnellate d’erbicidi e spandono glisofato vaporizzandolo dagli elicotteri su ettari ed ettari di piantagioni a discapito dei più poveri, piccoli, oppressi e onesti contadini Arhuaco, Aymara, Kogi o Wiwa che, provando a resistere ai colossi, coltivano le loro meravigliose piante con sforzi amorevoli, accortezza verso la sostenibilità ambientale, cura scrupolosa del terroir allo scopo di produrre la maggior qualità naturale possibile della materia prima di partenza, cioè le foglie di coca medesime.2c5img_3716È proprio questa perizia d’estrazione artigianale, tramandata per generazioni di coltivatori da padri in figli a fare la differenza finale sulla trama del sapore deciso, il colore vivo, l’odore netto, la consistenza sottile, la persistenza durevole dunque la resa in quintessenza qualitativa del prodotto finale cioè l’alcaloide cocaina in tutte le sue versioni a maggiore o minor contenuto di purezza sballante. Per produrre 1 kg di pasta da coca sono necessari tra i 100-150 kg di foglie secche. Ogni produttore custodisce con gelosia le ricette private di famiglia. Tutti i clan dei produttori mantengono in vita la propria tecnica di lavorazione ereditata dai padri e dai nonni; procedimenti e dosaggi segreti con cui le foglie, una volta strappate dai rami e fatte essiccare, vengono poi spezzettate quindi mischiate in una soluzione liquida per poco meno di una settimana al fine di ricavarne un precipitato ottenuto da macerazione.

img_3723Questa mistura avviene in contenitori appropriati assieme ad acqua e carbonato di sodio a cui si aggiunge successivamente un solvente d’elezione il metil-isobutilchetone (MIBK) ma anche, in alternativa, acetato di etile e acetato di n-propile, cherosene, benzina, acetone. Come ben sanno i nostri contadini più intellettualmente onesti, essenziale alle caratteristiche organolettiche inerenti al gusto del prodotto finale trasformato sub specie di polvere e di cristallo, è anche il tipo di materiale del contenitore usato: terracotta, acciaio, vetroresina, cemento, plastica, piuttosto che legno di mango o noce del Brasile. A seconda del tipo di contenitore cambia nella sostanza e non di poco, il risultato materico e il sapore finale che si vuole ottenere. Non tralasciamo poi di notare in aggiunta a ciò, la maggiore/minore purezza del MIBK (o cherosene etc.) che serve a rendere solubili gl’alcaloidi dalle foglie in fase di macerazione. Gli alcaloidi successivamente, con l’utilizzo di acido solforico diluito, vengono separati dal solvente, cherosene o altro che sia, e questa è la fase cosiddetta del solfato di cocaina.13-2Dunque separati solvente e acido solforico (o acido cloridrico come nel caso delle foglie Boliviane a più elevato tasso d’alcaloidi), gli alcaloidi vengono fatti sciogliere grazie a dell’ammoniaca diluita.

Ovviamente, non è retorica ripeterlo, ma resta centrale il discorso della massima purezza di questi processi e della qualità estrema dei prodotti utilizzati lungo il percorso produttivo. Dosaggi d’elementi accuratamente attivati ognuno con proprie specifiche reattive, mischiati assieme allo scopo di raggiungere il livello comunque elevato di una più o meno buona composizione d’impasto. Ecco che allora subito dopo il delicato fenomeno di filtrazione finale dell’estratto, la grezza e preziosa pasta di coca è ormai definita, pronta all’uso per altrettante operazioni di raffinazione ulteriore. Altra fase imprescindibile dell’intero processo è l’essiccazione al sole della pasta di coca che è una miscela compatta di: cocaina, cis-e trans-cinnamoilcocaina, tropina tropa-cocaina, igrina, cuscoigrina, ecgonina, benzoilecgonina, metilecgonina, isomero di truxillina, acido benzoico e tutta una serie infinitesimale di cere vegetali solubili.img_3720Da questa materia basica stupefacente (in tutti i sensi) attraverso processi clandestini di purificazione dei cristalli eseguiti sui modelli tradizionali e i parametri scientifici dell’industria farmacologica, si ramifica tutta la produzione planetaria di crack, free-base e cocaina pura a scaglie (flake cocaine) che troviamo sui maggiori mercati e le migliori piazze del mondo. Prodotti destinati all’assunzione per essere fumati o per inalazione dei vapori. Pronti all’uso per iniezione venosa ed abuso intranasale.

A breve pare che, dopo pressioni ed ennesime richieste a spron battuto dalle dogane internazionali, avremo finalmente le certificazioni di coca biorganic e coca gluten free sui prodotti a Denominazione d’Origine Protetta, Controllata e Garantita come è certamente il caso dell’elenco dei 50 migliori produttori di pasta da coca che segue.img_3712 Altro bel capitolo scottante da approfondire, magari alla prossima occasione, è proprio quello che concerne la determinazione dei prezzi ovvero la filiera commerciale innescata dalla materia prima al prodotto trasformato. Le speculazioni mercantili sono come al solito dettate dalla dura lex della domanda e dell’offerta ad alto rischio di strozzinaggio e sopruso economico sempre a vantaggio dei Signori del Cocco avversando però i più sfruttati contadini, promotori effettivi della filiera produttiva dal ciclo intensivo che parte dalla foglia arrivando alla pasta di coca fino alla cocaina ed altre sostanze da essa derivate. Uno sfruttamento finanziario di partenza che origina dal ridicolo costo di produzione sorgente e che passaggio dopo passaggio all’ingrosso, intermediato da troppe mani – dai cartelli del narcotraffico allo spacciatore tossicodipendente da due soldi del quartiere -, raggiunge poi però le vette folli dei costi di vendita al dettaglio fin giù alle tasche sfondate cioè fin su alle fosse nasali del consumatore tossico finale.img_3721Qui sotto quindi la lista annuale dei 50 migliori laboratori a conduzione familiare clandestini di lavorazione delle foglie selezionate a rese basse per ettaro, purificazione del raccolto, blocco e fissaggio d’ossidazione della cocaina base. Ma purtroppo per chi legge, tutti e cinquanta questi nomi sono stati prontamente criptati dall’Intelligence caraibico NCUL (Nacional Central Universal Liberación). Al momento il codice di decrittazione è proprietà intellettuale del gruppo STRÜNZ di Julian Paul Assange che rimanda però misteriosamente a questo WikiLeaksGif.tumblr_ls3vh4luoc1qgeckf

LA CLASSIFICA DEI 50 BEST COCA PASTE AWARDS

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Il Vino del Centro Storico e la Linguina dei Sibillini

15 Settembre 2016
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Processed with Snapseed.Via Mari 10 è un Sangiovese romagnolo prodotto in centro storico – area ZTL – a Reggio Emilia, nel vigneto urbano della famiglia Masoni sul terrazzo di casa al IV piano di un vecchio palazzo nella cornice severa del centro storico affacciato sulla città. Questa è la numero 11 di 35 credo (o 41?) bottiglie prodotte nell’annata 2013.Processed with Snapseed.Un divertimento da visionari. Una mattata padana. Una bizzarria bislacca. Una piccolissima eppure strenua, eroica difesa della natura costretta ma anche, perché no, affrancata tra le mura urbane. “Un avamposto contro la barbarie cittadina“.

Questo l’ambizioso progetto di cura dettagliata del particolare infinitesimale d’un vigneto urbano microscopico ubicato in Via Mari 10, centro storico di Reggio Emilia nella Zona a Traffico Limitato. Qui l’uva viene lavorata chicco a chicco proprio perché: “(…) il miglior modo per fare qualcosa di grande è partire in piccolo.” Rustico ed elegante a un tempo. Di schietta beva. Si può dire “vino territoriale” o sarebbe più giusto definirlo “vino urbanistico”?Processed with Snapseed.Il vino l’ho bevuto con amici una sola volta qualche giorno fa a Parigi. Perfettamente corrispondente per contrapposizione geofisica – il vino cittadino e la pasta di montagna – e afflato della sostanziosità elementare d’entrambi i prodotti (liquido uno, solido l’altro), immagino a quanto sarebbe stato felice l’abbinamento con la linguina Regina dei Sibillini su pomodoro fresco cotto al vapore, basilico dell’orto materno e olio extravergine d’oliva a crudo.Processed with Snapseed.

ps. C’è anche chi sul terrazzo si è ricostruito in scala ridotta una mappa-giardino della Cina estesa quasi 10 metri.

Qualche Spunto… d’Aceto, su Estetica e Filosofia del Vino

14 Settembre 2016
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Il gusto in letteratura, in cucina, nell’arte, in musica come nel vino è esperienza incarnata, è cultura, è curiosità, è conoscenza, è approfondimento viscerale senza tregua. (Jeffrey Dahmer)

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Dal vino qualsiasi a qualsiasi vino al vino singolare: breve premessa a un’ermeneutica del gusto.

Prendiamo spunto da questo articolo abbastanza banale e piatto che riporto più sotto, per sottolineare un aspetto determinante della riflessione estetica sulla percezione del vino in prospettiva critica. Mi pare una buona occasione per mettere in chiaro un paio di specifici punti essenziali relativi alla definizione del gusto in linea più generale.
Barry Smith, il filosofo del vino cui fa riferimento l’articolo sembra girare a vuoto per petitio principii, incartandosi sulle premesse inclassificabili di una definizione troppo sommaria del gusto senza dimostrarne né i presupposti né tantomeno le conclusioni, tirandosi per i capelli e pretendendo così di sollevarsi dal suolo come il Barone von Münchhausen.baronmunch Confondendo le premesse per conclusioni, evita quindi di giustificare il motivo per cui: “(…) alcuni vini sono più utili di altri (…) e non tutti i vini sono degni della nostra attenzione”.

Non sarebbe allora piuttosto il caso di definire cos’è che stabilisce l’utilità di un vino? Cosa o chi influenza e determina la nostra attenzione oppure indifferenza? Come si arriva eventualmente a precisare, chiarire e distinguere il grezzo dal raffinato? Il migliore dal peggiore? Il superiore dall’inferiore? Una cosa è trovare la sola chiave adatta ad un uscio prestabilito, altro conto fabbricarsi da zero chiave e uscio adattandoli a seconda dei casi e delle esigenze come controverifica delle nostre astute argomentazioni che poi sono piuttosto dei paralogismi. Non per niente questo genere d’ingannevoli petizioni di principio sul genere di: “è buono quindi degno d’attenzione”, senza aver prima chiarito la portata di quel “buono”, mi pare essere una deriva di tanta critica sia umanistica che enogastronomica ammantata di filosofismo – meglio sarebbe dire filosofumo -, che tra le tante variazioni ingannevoli può anche declinare su termini ancor più smaccatamente propagandistici-commerciali con sofismi interessati del tipo: “Il vino è di un marchio (territorio, denominazione, produttore) riconosciuto dunque non può che essere buono (che il più delle volte è equivalente di costoso)”.sanzio_01_zoroaster_ptolmey Mi sono dunque preso la briga di tradurre questo articoletto da Quartz in cui si bofonchia superficialmente di filosofia e di vino perché trovo l’argomento in sé decisivo relativamente a quali debbano essere – se mai siano possibili – i parametri del buono e del bello. Quali sono i criteri di fondo dell’etica e dell’estetica nei nostri giudizi di valore soggettivi che pretenderebbero rappresentare dei fenomeni oggettivi? Sono temi ambigui, questioni inesauribili con cui ogni epoca, ogni civiltà ha dovuto fare i conti a modo proprio. 

Restando nell’ambito musicale ad esempio, visto che il filosofo del vino Smith citava la maggiore complessità e ricchezza compositiva di Bach rispetto a Manilow, mi pare evidente che un giudizio di questo genere presuppone una cultura, una familiarità con l’argomento in oggetto, delle cognizioni acquisite con lo studio e la ricerca, una capacità critica comparativa da parte del soggetto giudicante che si fa più definita, sottile, raffinata man mano che questa conoscenza si amplia o si specializza tanto da poter individuare cos’è quel qualcosa in più che fa la differenza e rende Bach “superiore/migliore” di Manilov..maxresdefault Un conto è apprezzare Bach e Manilov per una certa istintiva sensibilità d’orecchio pur non conoscendo il linguaggio delle note musicali su carta, altra cosa è godere d’ogni sfumatura delle loro composizioni seguendo parallelamente all’ascolto la lettura dello spartito musicale. In questo modo oltre al puro gusto della pagina scritta ritrovata nei suoni, avremo anche la possibilità di distinguere il livello d’interpretazione dei musicisti oltre a poter confrontare con mano i diversi stili compositivi dei musicisti e a tante altre sfumate variabili che rendono la materia sonora approfondita sempre più complessa, stratificata e precisa. 

Ora pensiamo ai differenti gradi d’apprezzamento di un assolo di Charlie Parker da parte di qualcuno che ascolta solo musichette pop grossolane, un jazzofilo naif, un compositore di musica dodecafonica, un jazzista suonatore di sax alto. Evidente che ognuno, a seconda del suo livello d’attenzione/passione/consapevolezza della materia, interpreterà a modo suo il fraseggio di Bird.

charlieparkerrarebird590591Stesso esempio credo può riportarsi pari pari nel vino, dove al posto dell’assolo di Parker mettiamo un Vosne Romanée Cros Parantoux di Henry Jayer 1985, sempre che –  fattore fondamentale quello del prezzo* nel giudizio finale sul vino – si trovino tutti quei soldi necessari per acquistarne una bottiglia. henri-jayer-cros-parantoux-vosne-romanee-premier-cru-france-10201025Davanti a questo gioiello dell’enologia europea adesso poniamo debba essere “valutato” da: uno che beve solo vini da supermercato, un produttore di Pinot Nero in Alto Adige, un produttore di Pinot Nero in Borgogna, un enologo, un agronomo, un produttore di botti, il direttore commerciale di una cantina industriale… insomma ognuno in base ad altre bevute paragonabili di differenti annate del medesimo produttore o d’altro vino, a seconda della sua esperienza personale e del suo privato statuto d’onestà intellettuale, del grado di cultura, del livello di conoscenza circa l’argomento, della consapevolezza tecnica etc. avrà da dire la sua impressione soggettiva più o meno autorevole in merito al gusto, alla superiorità, bontà, grezzezza, finezza, qualità, sapore o utilità del vino degustato.4f5f2e674dedtEppure, tornando all’esempio di Hume riportato da Smith che ricordava come la sapienza di un conoscitore di vino può fargli identificare con precisione se “una chiave di metallo è stata lasciata sul fondo della botte”, bisogna aggiungere che al giorno d’oggi anche le sofisticazioni merceologiche si sono talmente evolute e raffinate da poter ricreare qualsiasi gusto ricercato dalla massa informe di consumatori, tanto come pure dalla nicchia dei clienti più esigenti e avveduti. Paradossalmente le più avanzate enotecniche di vinificazione moderna – sintetizzando chimicamente qualche processo enzimatico di maturazione o quant’altro –  potrebbero verosimilmente dare alla vasca piena di vino il gusto falsificato alla vera chiave di metallo pure se non c’è alcuna chiave in fondo alla botte, facendosi così beffe dei nostri sensi ingannevoli per quanto educati e consapevoli, turlupinando alla fin fine anche il raffinato sapientone dall’impeccabile giudizio estetico immaginato da Hume.  

* Rimando a un ottimo articolo di Raffaele Alberto Ventura sul disagio dei tempi e l’impoverimento generazionale.

(gae saccoccio)

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Un filosofo del vino sul perché “non tutti i vini sono degni della nostra attenzione”.

Per migliaia di anni, i filosofi hanno riflettuto sui grandi interrogativi dell’esistenza umana. Qual è il senso della vita? Che cosa significa essere moralmente buoni? E che cosa, esattamente, fa si che un vino sia piacevole?
Anche se suona faceto, Barry Smith, professore di filosofia all’Istituto di Studi Avanzati presso l’Università di Londra, fa notare che il vino è stato un importante oggetto di discussione tra gli antichi filosofi greci nel Simposio. Dice Smith: “Volevano sapere quanto vino ci voleva affinché la loro conversazione procedesse senza intoppi, ma allo stesso tempo non così troppo vino da perderci ingegno e ragione”.
Ma relativamente al vino la questione più persuasiva per Smith è se le nostre valutazioni su di esso siano o no puramente soggettive.art-of-serving-wine

Smith crede che ci siano risposte sia giuste che sbagliate quando si tratta della qualità del vino. Qualcuno che trovi un vino grezzo, superiore ad un’annata complessa è, molto semplicemente sbagliato, proprio come è in errore qualcun’altro che insista nell’affermare che Barry Manilow sia un musicista migliore di Bach. “Anche se può capitare ad alcune persone di apprezzare più Barry Manilow, noi continuiamo a pensare,” dice Smith “Sì, va’ bene, ma c’è qualcosa che rende Bach superiore sia come compositore che come musicista”.
Essere un critico di vini non è diverso dall’essere un critico d’arte. Per essere bravi a giudicare il vino è necessaria molta esperienza, essere liberi da pregiudizi, sapere cosa aspettarsi da ogni categoria di vino, ed essere abili a identificare i vari gusti.albert_josef_franke_beim_antiquitatenhandlerIl pensiero di Smith sul vino è influenzato dal lavoro del filosofo del XVIII secolo David Hume. Hume sosteneva che le persone dall’impeccabile giudizio estetico sono in grado di identificare i vari elementi all’interno, per esempio, di un concerto o di un’opera d’arte figurativa. Hume paragonava infatti questa sapienza a quella di un conoscitore di vino che può identificare con precisione se una chiave di metallo è stata lasciata sul fondo della botte.ein-herrliches-getraenk-von-eduard-grutzner-19207Alcune persone sono piuttosto scettiche nell’ammettere che la competenza sul vino possa essere messa a confronto con la conoscenza dell’arte, dice Smith, perché credono che la degustazione sia un’esperienza più semplice. Ma in realtà la degustazione è una combinazione di molti sensi che lavorano insieme, non è affatto un evento isolato. In primo luogo c’è l’esperienza di come il vino entra nella bocca e il modo in cui cambia mentre scorre attraverso la tavolozza del palato. La deglutizione poi intercede i vari profumi del vino fino al naso creando un grande rilascio di sapore nella parte posteriore della gola. Infine, c’è il gusto persistente che rimane dopo averlo ingerito.falstaff

“In fase di degustazione si stanno utilizzando varie informazioni esplorando attivamente il vino all’opposto del pensiero che vuole stia avvenendo esclusivamente un evento circoscritto in sé. Si rallenta e si cambia la scala temporale, si cambia quello che sta succedendo. Si sta cioè interrogando il vino, “dice Smith. “Ciò che noi chiamiamo degustazione è infatti il ​​risultato di molti sensi che operano assieme. È il gusto, l’olfatto, c’è la sensazione del vino in bocca, – è come il velluto, il raso, la seta, – e la diversa consistenza avrà un effetto su quanto possa risultare dolce o acido il vino.”nypl-digitalcollections-510d47da-7287-a3d9-e040-e00a18064a99-001-wE così come è possibile fraintendere un’opera d’arte, possiamo trascurare sapori e caratteristiche del vino che beviamo. La conoscenza intellettuale è importante nella degustazione dei vini tanto quanto negli altri giudizi estetici. La vostra esperienza di un determinato vino sarà molto diversa a seconda della vostra aspettativa delle varie categorie dei vini, come nel caso: Bordeaux/Borgogna. Quando godiamo di alcune esperienze estetiche, sostiene Smith, ci concentriamo esclusivamente su uno dei nostri sensi, e la degustazione del vino non è tanto diversa.7412ad1a9143e774d2663072f47c6bea

“Lo stesso grado di concentrazione avviene quando si sta degustando al contrario del semplice bere. Bere è facile. Si prende in mano il vino, si beve e si parla con gli amici.” Ma la degustazione richiede di ignorare le altre informazioni sensoriali in modo che ci si possa concentrare esclusivamente sul vino. “Stai permettendo a te stesso di comunicare con il vino, di mescolarti con lui, di soffermarti su di lui”, aggiunge ancora Smith.
In effetti, l’idea che la pratica di giudicare il vino correttamente sia inferiore a quella di valutare correttamente l’arte può essere fatta risalire alla credenza della chiesa cristiana per cui i sensi del corpo, del gusto, dell’olfatto e del tatto sono necessariamente meno importanti. “L’idea era che la vista e l’udito fossero i sensi più elevati perché ci hanno messo in contatto con le cose a noi prossime ed esterne, indipendenti da noi, ci permettono cioè di essere in contatto con le cose intellettuali più elevate relative a Dio”, aggiunge Smith.nypl-digitalcollections-a4958095-455a-074d-e040-e00a1806792c-001-w

In ultima analisi, le qualità superiori dei vini migliori fanno sì che alcuni vini siano più utili di altri. Ed un buon vino, secondo la definizione di Smith, è un vino che merita la nostra attenzione.

“Non tutti i vini meritano la nostra attenzione, così come non la merita per forza ogni brano di musica o dipinto”, dice Smith. “Deve avere abbastanza complessità da affascinarvi. Deve essere in grado di sfidarvi ed ingannarvi, farvi ragionare su di lui e volerne sapere sempre più. Questo è ciò che intendiamo noi per vino buono.”

[Olivia Goldhill]

Esperimenti di Filosofia Sociale Applicata agli Sbronzi

10 Settembre 2016
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barflyDevo ammettere che gli esperimenti sociali di tal genere mi lasciano sempre molto perplesso procurandomi un certo disagio fisico, un fastidio quasi di natura anatomica. Il riduzionismo pseudoscientifico che pretenderebbe d’inquadrare la psiche umana con un test misurato su un certo campionario di cavie umane – cavie da bar come in questo caso specifico – non suscita di certo la mia simpatia o il mio entusiasmo intellettuale. La domanda di fondo dovrebbe essere: può la sfera (o il dodecaedro?) morale dell’uomo squadrarsi sotto il machete di un questionario a risposta unica A o B? La risposta singola, dai multiformi e vertiginosi punti di vista a cui mi piace estendere le nostre prospettive filosofiche di sguardo, sguardo sull’azione e il pensiero degli esseri umani, immagino non possa essere che: no, non si può determinare con la logica binaria (quella con cui operano i computer) l’irriducibile complessità delle scelte etiche individuali!nypl-digitalcollections-510d47d9-a9c4-a3d9-e040-e00a18064a99-001-wI punti d’interesse dello studio in questione riguardano comunque il fatto risaputo vabbè, che l’ubriachezza disinibisce i centri nervosi, allenta la tensione così come ammorbidisce la riflessione ponderata a favore di un’azione più impulsiva stimolata dall’emotività che si risveglia con l’uso di sostanze esterne, in questo caso preso in esame l’alcol appunto. Certo fa un po’ sorridere – ed è un sorriso amaro – l’approccio naif sia dei ricercatori quanto dell’articolista, che trattano grottescamente di “filosofia” come fosse una fenomenologia da baraccone che si occupa in maniera così sommaria d’aut-aut interiori o di questioni psicologiche di scelta morale più o meno utilitaristiche e funzionali; ma questa è una deriva dovuta alla spaccatura accademica ormai secolare tra filosofia continentale e filosofia analitica su cui non è ora certo il caso d’andare a scandagliare.
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Ad ogni modo, per restare nell’ambito degli infantili dilemmi etici sollevati in questo studio da bar-à-vin, non ricordo più bene in quale film di Woody Allen si pone un’argomentazione simile: “(…) in un incendio hai la possibilità di salvare una vita umana o l’ultima copia dei capolavori di Shakespeare… chi o cosa salvi tra i due?” Ecco, al momento sono, almeno percepisco di essere, nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali, per cui ritengo che sia da lucido ma pure da ubriaco non avrei dubbio alcuno su cosa salverei e chi lascerei arrostire nelle fiamme.

(gae saccoccio)

  • Segue l’articolo in questione che traduco dal The Atlanticnypl-digitalcollections-510d47e4-6d10-a3d9-e040-e00a18064a99-001-w

La fredda logica degli ubriachi.

In un bar in Francia, dei ricercatori hanno chiesto alle persone di rispondere ad alcune domande filosofiche. Più ubriaco era il soggetto di ambo i sessi, più utilitaristica pare che sia stata la loro risposta.

Gli assistenti di laboratorio hanno a che fare con tutta una serie di cose terribili e imbarazzanti, ma sicuramente questa cosa è tra le più strampalate: entrare in un bar a Grenoble. Identificare le persone che sembrano moderatamente ubriache. Avvicinarsi, un colpetto sulla spalla e attaccare bottone con un roba del tipo: “Ehm, senta scusi, lo so è imbarazzante, ma, sarebbe per caso interessato a rispondere ad alcune domande filosofiche?”nypl-digitalcollections-510d47e4-6442-a3d9-e040-e00a18064a99-001-w

Questo è stato il destino di qualche povero e anonimo studente che ha fatto “la maggior parte delle assunzioni” per un recente studio sul rapporto tra il consumo di alcol e una decisione di natura etica. In due esperimenti separati, i ricercatori hanno presentato ai frequentatori del bar un questionario di natura filosofica correlato al loro stato d’animo; un totale di 102 persone tra uomini e donne hanno preso parte all’esperimento. (“Un partecipante è stato escluso dallo studio perché non seguiva le istruzioni correttamente”, osservano i ricercatori, ed è un numero notevolmente basso alla fin fine, considerando che tutti i soggetti erano ubriachi.) Dopo aver compilato il sondaggio, a ciascuno dei partecipanti è stato prelevato del sangue in modo da misurare il grado di alcol presente in esso e rilevare così lo stato di ubriachezza in ognuno di loro. phase_iv_1973I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di esprimere il loro parere su due dei dilemmi preferiti dai nostri filosofi: il cosiddetto problema-funivia e il suo diretto derivato, il problema-ponte pedonale. Nel primo, la gente doveva scegliere se avrebbero usato un interruttore per deviare una cabina in fuga, uccidendo una sola persona ma risparmiandone altre cinque; il secondo problema richiedeva di spingere qualcuno giù da un ponte pedonale per lo stesso scopo. “Un disegno accompagnava il testo di ogni vignetta al fine di facilitare la comprensione del questionario”, nel caso in cui i soggetti fossero stati troppo ubriachi per leggere. social-experiment-advertsing-tugboat-group-vancouver“L’idea era quella di considerare nello specifico le implicazioni più morali ed etiche di come l’alcol possa influenzare il processo decisionale”, ha detto Aaron Duke, uno dei ricercatori.* La sua squadra ha trovato una correlazione tra il livello di intossicazione di ognuno dei soggetti chiamati in causa e la loro volontà di premere l’interruttore o spingere la persona – e più ubriaco era il soggetto (sia uomo che donna), più determinato era ad uccidere una persona ipotetica per il bene ipotetico dei molti. Questa scelta segue la logica dell’utilitarismo: si causa più bene dal fatto di salvare cinque persone e minor danno uccidendone una.
Questo risultato “indebolisce davvero l’idea che le preferenze utilitaristiche siano semplicemente il risultato di maggior riflessione”, ha detto Duke, che è anche il co-autore di un articolo dello studio, dal titolo affascinante: “L’utilitarista ubriaco: la concentrazione di alcol nel sangue prevede le risposte utilitarie in dilemmi morali.”phase-4-towersC’è un’ironia fantastica nell’idea che degli ubriachi possano agire da razionalisti emotivamente temprati disposti a fare qualsiasi cosa pur di salvare delle vite umane. Duke e il suo collega di ricerca, Laurent Bègue, non stanno necessariamente sostenendo che persone ubriache possano essere delle cime di filosofia e di logica, ma vogliono piuttosto dimostrare che le loro scoperte sfidano i presupposti comuni su come la gente prenda le proprie decisioni.

“C’è questa argomentazione che l’etica utilitaristica sia quella giusta, sempre associata a persone meno emotive. La nostra scoperta è che questo potrebbe anche non necessariamente essere vero”, ha detto Duke.phaseiv2

Un’altra spiegazione data da Duke è che le persone ubriache potrebbero essere meno sensibili a ciò che accade al tipo che è dalla parte sbagliata dell’ipotetica linea di funivia o sul ponte – “pare una spiegazione ragionevole che gli effetti dell’alcol farebbero diminuire la sensibilità emotiva nei confronti del dolore di qualcun altro”. In generale, sempre Duke, lo studio rafforza la complessità nel comprendere perché la gente faccia le scelte che fa. “Una decisione etica è influenzata da cose come l’uso di certe sostanza possa spostare la cornice etica attraverso cui osserviamo il mondo.”phaseiv4

Duke ha anche riconosciuto che le implicazioni dello studio sono limitate, soprattutto perché la dimensione del campione è così ridotta. Inoltre, le domande stesse contengono difetti in sé.

“Ad essere onesti, il problema-funivia in generale, implica un tipo di serietà diversa a seconda di cui la gente riesce a vederlo, perché è già di suo una specie di premessa ridicola”, ha affermato Duke. “Non so se le persone alticce possano prenderlo più o meno sul serio. Ma l’alcol può rendere l’approccio alla risoluzione del problema quasi più semplicistico – gl’ubriachi potrebbero cioè essere meno propensi a mettere in discussione alcuni dei presupposti su cui il compito si basa.”rs14094_guineapig

In altre parole, gli ubriachi sono più bendisposti ad affermare: “va’ bene facciamolo” quando un laureato a caso li invita a partecipare ad un esperimento di pensiero che concerne l’uccisione della gente. Utilitarista o no, l’ubriaco potrebbe rappresentare la cavia ideale del ricercatore di filosofia.

*Originariamente l’articolo diceva che il nome del ricercatore era Aaron Blake. Ci scusiamo per l’errore.

Lambrusco di Sorbara Vincenzo Venturelli Ciaccia Salame e Pasta

9 Settembre 2016
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1235998_1397546780473551_1522501495_nPer non dimenticare i sapori veri dell’Estate che volge al termine.

Salamino di Mora Romagnola e ciaccia sciapa calda, irrorati da Lambrusco di Sorbara versione “chiara” del prof. Vincenzo Venturelli in bottiglia anonima ma dal contenuto dissetante, notevolmente riconoscibile e ben definito.

Seguono pomodorini, basilico e peperoncino dell’orto, filino d’extra-vergine, aglio sminuzzatissimo, scagliette di rosso d’amandola stagionato tre/quattro anni a condire “a crudo” un misto improvvisato di, – questo offriva la credenza -, mezze-maniche Pasta Mancini + fusilli di Verrigni, medesimi tempi di cottura, per fortuita casualità.

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Greco di Tufo Pietracupa 2002

4 Settembre 2016
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“La violenza del primo manifestarsi dell’oggetto.”

J. Risset “De varietate rerum” in Francis Ponge, Il Partito Preso delle Cose

14192711_1051321574982391_625065633165642003_nA Parigi per la Fiera Maison & Objet e in concomitanza con la settimana del design, il sentimento più invadente è un vortice d’annegamento che sembra travolgerci in una mareggiata depressiva d’oggetti: giocattoli, carte da parati, mobili, tappeti, cineserie senza fine, ornamenti, tessuti, tavoli, piastrelle, stucchi, vasi, padelle, coltelli, paralumi, scrittoi, parquet, renne di cachemire, specchi, lampadari di piume, marmi, graniti…

A ridimensionare i grigi umori prolificati dalla certezza – i fatti sono fatti – che questa furia oceanica di cose e materiali oltre a sommergerci ci sopravviverà, noi nel frattempo ci beviamo su un Greco di Tufo Pietracupa annata 2002, oggetto sublime in forma liquida contenuto in bottiglia ormai quasi irreperibile.

Quattordici anni di vetro e ancora quale scintillante integrità, fragranza fuori dalla norma! Naturalezza delle fibre d’uva che respirano in bocca. Una fluidità di beva, una miccia sulfurea, un fresco salino che si scioglie sulla lingua e scende via trachea fin giù all’esofago. Notevole bianco campano che tiene superbamente banco in bottiglia alla prova dello spazio e del tempo.

Umiltà, concentrazione, poche parole e tanti fatti queste le ascisse e le ordinate che identificano il sistema di riferimento cartesiano Sabino Loffredo: viticoltore positivo e dinamico come pochi. 

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Frutti Fermentati Scimmie Sbronze ed Evoluzione della Specie Ubriacona

26 Agosto 2016
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Monkey holding wine glass

Frutti Fermentati Scimmie Sbronze ed Evoluzione della Specie Ubriacona

Da Smithsonian.com traduco un articolo di scienze naturali, scherzoso nei toni ma ben documentato e stimolante nelle intenzioni. Volutamente di basso profilo: scanzonato e riflessivo a un tempo.

Il pezzo, a partire da alcuni esperimenti sui primati, argomenta la predisposizione umana ad ingerire e digerire alcolici che a quanto pare non è solo prerogativa nostra ma deriva da un millenario patrimonio genetico familiare anche ai lemuri e alle proscimmie da cui originiamo (altroché l’8 per 1000 alla chiesa!)

Anche se solo sfiorate in lontananza, un intreccio di questioni inesauribili di etologia, psicologia evolutiva e comportamento umano, scaturiscono da questa lettura disinvolta. La fermentazione degli zuccheri nei frutti maturi e il passaggio evolutivo dalla vita sugli alberi alla vita sulla terra. L’assorbimento dell’alcol da parte del nostro organismo. L’uso degli alcolici come veicolo di piacere e scioglimento dei freni inibitori o l’abuso funesto che ci rende dipendenti di una piaga sociale e ci fa vittime d’una droga devastante fino ad ucciderci. Insomma materiale di riflessione e d’approfondimento certo non ne manca.

ps. Andrebbero tradotti anche molti dei riferimenti a cui Jason Daley, l’articolista, rimanda nei link interni al suo brano. Intanto però ce li leggiamo in lingua originale.

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Una ricerca mostra come anche i primati preferiscano un po’ d’alcol nel loro nettare.

Due primati proscimmie, l’aye-aye (Daubentonia madagascariensis) e il lori lento (Nycticebus), mostrano una certa preferenza per l’acqua zuccherata con un contenuto superiore di alcol.

Sappiamo di molte specie animali e d’insetti che amano sbevazzare di tanto in tanto. Le farfalle si fanno un cicchetto invece YouTube è pieno di uccelli che si sciolgono un po’ dopo aver mangiato delle bacche fermentate poi appena sbronzi, farfugliano i loro canti. Una volta, in Svezia, anche un alce è stato preso ubriaco su un albero mentre tentava di rubare delle mele fermentate.nypl.digitalcollections.510d47e1-3447-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Anche ai primati piace attaccarsi al succo della felicità. Uno studio del 2014 mostra che gli esseri umani e le grandi scimmie africane hanno sviluppato una mutazione genetica che permette loro di digerire l’alcol in modo più rapido. È una caratteristica che condividiamo con l’aye-aye, un tipo di lemure notturno che si trova solo in Madagascar e sembra Topolino stampato su un acido di LSD. In un recente studio, i ricercatori hanno provato a studiare se il lori lento, questo primate insolito e una delle proscimmie più curiose native dell’Asia Meridionale, in realtà vada di proposito alla ricerca dell’alcol o ci si imbatta casualmente.-1

Secondo un comunicato stampa, l’aye-aye utilizza principalmente le sue lunghe dita ossute per estrarre cibo dagli alberi. Ma nella stagione delle piogge, il primate recupera il 20 % delle sue calorie dai fiori della palma del viaggiatore (Ravenala madagascariensis), alcuni dei quali possono risultare fermentati. Secondo Conor Gearin del New Scientist, il lori lento trascorre gran parte del suo tempo a bere nettare dalla palma di Bertam, che molto spesso può essere fermentato.nypl.digitalcollections.510d47e1-3444-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Per accertare questa predilezione degli animali per la roba forte, dei ricercatori del Dartmouth College hanno messo sotto osservazione per studiarli meglio: Morticia e Merlin due esemplari di aye-aye e Dharma, un lori lento. Una volta al giorno per 15 giorni, agli aye-aye è stato permesso l’accesso a dei recipienti contenenti una soluzione di saccarosio compreso tra lo 0 e lo 0,5 per cento di alcol, simile alla fermentazione naturale del nettare. Anche dell’acqua è stata offerta alle bestiole, a verifica dell’esperimento. Gli aye-aye, come risultata dalla ricerca, hanno preferito l’alcol, e infatti, maggiore risultava essere la concentrazione d’alcol, più ne erano attratti.the-drunken-monkey-by-robert-dudley

“Gli aye-aye usavano le zampette per sondare compulsivamente le coppe anche molto tempo dopo che il contenuto era stato svuotato, suggerendo l’idea che erano estremamente ansiosi di raccoglierne qualsiasi traccia residua”. Così Nathaniel Dominy, biologo evoluzionista a Dartmouth, autore dello studio che appare sulla rivista della Royal Society Open Science, come ci riporta Gearin.nypl.digitalcollections.510d47e1-111c-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Dharma, il lento lori, è stato messo invece alla prova solo cinque volte, quindi c’erano meno informazioni per andar fuori strada, e dalla ricerca è risulato – facendo fede al comunicato stampa – che anche Dharma abbia notevolmente preferito le tazze con le concentrazioni più elevate di alcol. In entrambi i casi ad ogni modo, l’alcol non sembra avere avuto effetti negativi sugli animali o averli resi ubriachi.nypl.digitalcollections.783175d1-35d9-6fcd-e040-e00a180647b5.001.w

I risultati di questo studio si allineano alle idee anticipate dallo psicologo evoluzionista Robert Dudley nel suo libro del 2014, La Scimmia Ubriaca: Perché Beviamo e Facciamo Abuso di Alcol. Nel libro Dudley afferma che la predilezione per l’alcol è un adattamento evolutivo, sostenendo che l’odore della frutta in fase di fermentazione ha permesso ai primi antenati delle scimmie e agli esseri umani di trovare fonti di frutta nascoste sugli alberi. Gli enzimi che permettono alle scimmie e agli esseri umani di elaborare l’alcol in modo più efficiente si sono probabilmente evoluti quando i nostri antenati cominciarono a passare più tempo a terra, dove di frutta surmatura e fermentata se ne trovava con maggior prevalenza.

Anche se i ricercatori devono ancora affrontare gli enzimi degli aye-aye, il loro impulso a bere potrebbe comunque riflettere un percorso evolutivo simile.

(Jason Daley)

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Bruno Sabelli, Conchiglie. Caratteristiche e Ambienti di Vita dei Molluschi (Arnoldo Mondadori Editore 1980)

22 Agosto 2016
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Bruno Sabelli, Conchiglie. Caratteristiche e Ambienti di Vita dei Molluschi (Arnoldo Mondandori Editore, 1980)

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Collecapretta Vigna Vecchia e Viña Tondonia Blanco Reserva o Della Materia Luminosa Calda

19 Agosto 2016
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La materia luminosa calda del Trebbiano Spoletino (Umbria) e della Malvasia + Viura (Rioja).

13939541_1830013433893548_6990692605553093292_nIn cosmologia gran parte dell’Universo sembra essere composto di “materia oscura fredda”. Di certo non è il caso di questi due bianchi infuocati: materia luminosa e illuminante dalle galassie del vino Italia e Spagna.

Espressività e fragranza giallina come i primi guizzi del sole all’alba del Collecapretta Vigna Vecchia soprattutto se misurato con altre precedenti annate con cui l’ho confrontato a memoria. Su carpaccio di manzo, grissini di patate, selezione di pecorini e caprini varie stagionature e paste.

Maturità complessa, tempra sfaccettata, giallo mietitura, fiammella crepitante di candela e oro fuso di luce al crepuscolo. Soffio ossidativo che si comprime e che si dilata man mano alla rianimazione dalla bottiglia al calice del Viña Tondonia Reserva Blanco. Su patate cotte alla brace e olio evo a crudo di Trevi o Spoleto, strangozzi ai pomodorini con i finferli (Cantharellus cibarius) detti anche gialletti, gallinacci. 

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• Trebbiano Spoletino Collecapretta “Vigna Vecchia” 2015 di Vittorio Mattioli, agricoltore e vignaiolo;

R. Lopez de Heredia Viña Tondonia 1991 Reserva Blanco (Viura e Malvasia) Rioja.

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Inno alla Gioia del Quotidiano con Le Piane Maggiorina (Boca) 2013 e i fichi d’India

16 Agosto 2016
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13912738_1827354297492795_1278113429727597270_nLe Piane, Maggiorina (Boca) 2013 

Succinta definizione di vino quotidiano o almeno del mio vino Zen quotidiano: filtra impercettibile in un soffio dalle labbra in gola, s’insinua nell’esofago con l’impalpabilità del guizzo d’un’anguilla, inzuppa le mucose senza spugnarle, trascina con sé nel suo corso a valle dello stomaco i detriti solidi e i ciottoli di cibo, è ruscelletto d’alta montagna in una bottiglia – sempre troppo poca – che canta in bocca, squilla sulla pancia, vibra nelle fibre, arpeggia le vertebre, risuona quieto intorno al cuore.

An die Freude

Assieme alla raccolta a metà agosto dei primi fichi d’India spontanei per la campagna assolata si celebra così l’Inno alla Gioia dell’Estate.

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Massa Vecchia Bianco 2005. Niccolaini e la Successione di Fibonacci

10 Agosto 2016
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13892249_1826904844204407_5779370592164676814_nLa successione di ‪Fibonacci‬ è una sequenza di numeri interi positivi in cui ciascun numero è la somma dei due precedenti ad infinito:
• luce,
• luce,
• luce, pietra,
• luce, pietra, sostanza,
• luce, pietra, sostanza, sudore, cognizione,
• luce, pietra, sostanza, sudore, cognizione, bontà, fusione, gioiadivivere.. (∞)
Questo è il Massa Vecchia Bianco 2005 (70% Vermentino + 15% Sauvignon + 15% Malvasia di Candia) o della Sezione Aurea del vino buono fatto dall’uva sana e dalle mani consapevoli d’un uomo, d’un contadino duro e puro radicato alla Maremma più verace.13872767_1826594734235418_4483821181533679799_n

ps.

Rimando alla come sempre intensa lettura di Giampiero Pulcini in Accademia degli Alterati