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GENERI ELEMENTARI

Educazione civica alla cultura del buon mangiare e del bere meglio

Nomi Di Cose Cibi Vini Città Santi Mondi Galassie

22 marzo 2016
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Uno poi dice, ma perché tutte ‘ste astruse divagazioni astrali per descrivere un semplice pranzetto tra amici fatto nei primi giorni di Marzo? È solo un tentativo, maldestro lo so, di raccontare la complessità delle cose semplici; una sorta di “unisci i punti” della Settimana Enigmistica in cui al posto dei numeri da collegare ci sono però: la torta pasquale ternana, le tagliatelle ai porcini, l’agnello marinato al limone, il torcolo di San Costanzo, un Vin Santo “sfuso” del 1970, il passito di Pantelleria 2006 di Ferrandes, il Barbacarlo di Lino Maga 1996, Gli Scarsi 2003 di Pino Ratto, il metodo Classico del Venturelli, il viognier do.t.e di Cortona, una magnum di Montevertine 2002, il Poggio a’ Venti di Massa Vecchia 2001, gli Hermitage 2005 di Faurie e 2010 di Dard & Ribo… ed ecco che “uniti i punti” viene fuori così una costellazione d’amicizie, di ragionamenti interconnessi attraverso il calice mai scolmo e di calore umano incolmabile.4

Primo sabato di Marzo. Giornata ventosa, atmosfera livida di nubi oltre le valli le spianate e i monti. Pranzo in famiglia tra amici a San Gemini… ma non per bere acqua!

Nomi di persone: rappresentano già da sole o in gruppo le tessere d’un mosaico privato d’italiani un certo pubblico d’Italia tanto immaginario quanto reale, domestico, sostanziale: Giampiero, Marco, Filippo, Barbara, Valentina, Pietro, Manfredi, Gaetano, Petra, Tancredi… ma che sono anche denominazioni di pianeti raccolti in un sistema astrofisico ovvero singoli universi in carne ed ossa. Micromondi d’affetti riproduttivi eppure irriproducibili; stratificazioni geologiche di pelle con coscienza; cosmologie di percezioni sempre in movimento anche da fermi; congegni psichici, morfologie di parole, frammenti di un Tutto il quale è a sua volta parte d’un altro insieme senza limite; enciclopedie di segni a forma di volto; ragnatele cardiovascolari, circuiti nervosi d’esperienze e flussi sensoriali che s’adocchiano consapevoli o incerti; apparati digerenti che si sfiorano s’allontanano e riavviciano, ognuno orbitante nella propria galassia emotiva che scorre al ritmo attivo/passivo del respiro e delle pulsazioni del sangue, ognuno intento sul proprio individuale anche se condiviso tragitto obbligato d’opere, d’aspirazioni di volontà di sogni e di giorni; masse gravitazionali addensate d’accadimenti fusi in sfere sonore che musicano l’allegria e il dolore d’essere presenti al bene come al male della ciclicità stagionale; disarmonie prestabilite, simboli linguistici coinvolti nel vivo zampillante della natura, insomma, mammiferini spirituali compartecipi alla natura della vita… e questo tanto per dire solo una milionesima molecola d’umanità di quel che siamo, o eravamo fino a mezzo secondo fa…

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Nomi di cose cibi e santi: torta al formaggio pasquale “ternana” e capocollo, fettuccine fatte in casa con i funghi porcini e la salsiccia Umbra non particolarmente pepata, patate al forno, agnello alla maniera della nonna marinato al limone e cotto in forno, torcolo di San Costanzo patrono di Perugia, frittelle al riso di San Giuseppe, colomba di Pasqua e quel Vin Santo strepitoso del 1970 (malvasia grechetto e trebbiano?) di madre antica e matrice oscura ritrovato da Marco in un reliquiario di cantina + località + contadino = anonime virtù.

52Bottiglie tutte coperte con la stagnola per il semplice gioco dei rimandi mentali, le associazioni d’idee, le sensazioni esplicite tra di noi beventi per evitare automatismi familiari o condizionamenti sociali scatenati anche involontariamente dal riconoscimento dell’eteichetta.

Nomi dei vini: Trebbiano di Spagna a Metodo Classico elaborato in Emilia Romagna dal professore Venturelli artigiano del lambrusco: esuberanza di lieviti al naso (stappato ancora “acerbo”?), qualche rotondità di troppo in bocca comunque vino brioso, bollicine compatte che ben dispongono il palato a quanto andrà a seguire.13Viognier a Cortona, esperimento alquanto insolito ma molto divertente di macerazione sulle bucce per qualche giorno, fermentazioni spontanee con i propri lieviti. Va subito aggiunto che il vino di Filippo Calabresi do.t.e. (nelle prossime settimane l’ufficializzazione del progetto) è ancora in fase prematura ad affinarsi e a decantare in vetro dunque quest’assaggio resta inteso come un prelievo “acerbo” da damigiana. Emerge un filo troppo fin da subito all’olfatto la semi-aromaticità già implicita al vitigno e che lascia un ricordo d’esuberanza alcolica, surmaturità del frutto o grassezza di polpa che lo apparanta ai ben più opulenti Condrieu; ci sono tutte le potenzialità nel vignaioolo e nella vigna per ottenere da qui a qualche anno dei bianchi – o orange (why not?) – e dei Syrah rifermentati in bottiglia (al Vinitaly 2016 assaggeremo questa chicca) più salini, misurati d’alcol, d’acidità più spiccata, beverini salivanti e smussati il giusto proprio come Dioniso comanda.IMG_7333

Bottiglia di Pino Ratto vignaiolo d’altri tempi, d’altre levature morali, uomo di rancure sane e di ferrea onestà intellettuale. Così altrettanto il suo Dolcetto d’Ovada Gli Scarsi anche in un’annata impossibile, un’annata d’inferno come questa 2003 (neppure indicata in etichetta). Esuberanza di personalità e visione del vignaiolo nel vino che egli stesso fa ma non ad aggiungere bensì a levare. Vino struggente, miracolo di bontà in tutta la sua spigolosità ed “imperfezione” sana. Desolazione dell’uomo vecchio e solo abbandonato a se stesso e alle sue vigne, stratificazione della polvere, sentimento dolceamaro delle rovine, muto urlo verso un cielo avverso o meglio indifferente; consapevolezza della morte imminente, rabbia cieca contro il mondo ottuso più dei suoi abitanti… e poi questo suo armonicamente contrastato vino duro/lieve, verace/terrigno, messaggio d’amore spremuto, fraseggio liquido di Charlie Parker da Now’s the Time, pacificazione dell’irrequietezza, estasi d’ogni senso logico o irrazionale, improvvisazione be-bop e amplesso consumato alla perfezione tra uomo e natura, miraggio della quotidianità faticosa ma felice fermentata in succo d’uve offerto ai sorrisi dell’amicizia, della condivisione del puro desiderio di conoscersi meglio bevendo-conversando-tacendo-mangiando assieme.

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Lino Maga è l’altro bel monumento incarnato all’enologia verace nazionale quella di matrice più indomabile e ruspante, vignaiola e borgognona se vogliamo. Il Barbacarlo è questa composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera in percentuale minima, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Vinificazione alla maniera antica, nessun maniaco-ossessivo controllo delle temperatura e soprattutto maturazione del vino in vetro cioè direttamente in bottiglia il che porta una voluta-non-voluta rifermentazione naturale che dona al vino o meglio denota ogni singola bottiglia con la propria unicità di dolcezza e/o sapidità terrosa alimentata dal residuo zuccherino in fieri, acidità più o meno tagliente a seconda dei casi e filigrana carbonica che vivacizza il frutto nero-notte che schiude a un ventaglio di notazioni più balsamiche di speziature intermedie arpeggiate sul pentagramma della piacevolezza di beva e dell’ariosità di gorgolgio al calice ma soprattutto ad attizzare il gargarozzo per pacificarsi poi genuinamente in pancia via cuore-cervello.

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A Montevertine i peggiori millesimi di sempre sono stati la 1972, la 1976, la 1984 addirittura non prodotta. 2002 in linea assolutamente generale, non è certamente considerata un’annata memorabile, andrebbero poi analizzati nello specifico i vari territori, microclimi e vigneti caso per caso, ettaro per ettaro. Questa bottiglia di Sangioveto Canaiolo e Colorino prima ancora di smutandare la stagnola, ha rivelato già da subito al bicchiere il suo inconfondibile profilo d’identità ben precisa, non poteva che essere uva sangiovese di una zona assai specifica del Chianti, Radda ovvero proprio Montevertine che ne è la quintessenza; generato, vinificato assaggiato affinato dall’incastro astrale di altri vorticosi pianeti umani affinanti vinificanti assaggianti, e cioè: Sergio (che però il 2000 era già andato via in un altro cosmo chissà), Martino, Bruno, Giulio.9

Altro nome di battesimo di un pianeta di chissà quale galassia al di là d’ogni limite immaginato o scrutato dagl’astrofisici. Fabrizio Niccolaini ed è un pianeta aspro, ricco di sale, sabbia, abbagli marini, macchia mediterranea – solo per associazione in verità ma indubbiamente è un altro mare su quel pianeta lì di certo più incontaminato del nostro – abbagliato da un sole certamente più carezzevole, benefico e meno avvelenato di quel che ci tocca. Poggio a’ Venti è (era?) un terrazzamento di vigne, il più elevato, da cui provengono (provenivano?) uve sangiovese purissime che una volta pigiate si conserva (si conservava?) liquido in botti di rovere per quasi quattro anni. Poggio a’ Venti 2001 identifica la bevuta più straziante del pranzo, un vino semplicemente meraviglioso, il succo temperamentale dell’uomo tormentato che l’ha manufatto; bellezza e bontà, struggimento appunto ma anche complicità per un vino ed un vignaiolo di assoluta potenza fusa all’atto, e si sa le cose buone e belle hanno breve seppur intensa durata o forse come in questo caso hanno concimato il terreno per dar vita ad una realtà vitivinicola – Massa Vecchia – di sempre più potenziale (potente) bellezza e attuale (attiva) bontà.

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Bernard Faurie l’ultimo dei viticoltori Mohicani sui colli d’Hermitage, ultimo di cinque generazioni di viticulteur a Tournon-sur-Rhône che ancora fermenta naturalmente, imbottiglia a mano, pigia con i piedi la sua uva a grappolo intero lavorando sempre manualmente come i suoi predecessori prima di lui le sue belle vigne ultracentenarie i cui nomi di parcelle scintillano come la costellazione di Cassiopea nel cielo dei vigneti dell’Hermitage: Bessards, Méal, and Gréffieux. Suoli granitici come a Cornas o a Saint-Joseph da cui nelle mani di un grande vignaiolo quale Bernard generano dei Syrah elegantissimi, il tannino è un filamento di seta, acidità tagliente e raffinata, struttura e succulenza di pietra liquefatta approssimativamente persistente ad infinito. 

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Jean-René Dard & Francois Ribo sono in Rodano del Nord a Mercurol il nome d’un paese che già di suo suona come il pianeta più “eccentrico” e prossimo al sole. Hanno cominciato nei primi anni ’80 da un minuscolo vigneto, poi cresciuto negli anni, ad applicare la loro visione pionieristica di approccio non-interventista, naturale nei fatti oltre che a parole e non invasivo sia in vigna che in cantina continuando empiricamente di annata in annata con uso minimo di rame e zolfo, nessuna aggiunta nella trasformazione dell’uva, nessuna macerazione carbonica o a freddo e l’utilizzo quasi impercettibile di solforosa in cantina. Il vino è un soffio improvviso di felicità ai sensi, un Syrah di sorgente che zampilla tra rocce d’alta montagna a dissetare la gola arsa di chi osa avventurarsi a tali impervie asperità, di una digeribilità cristallina, nutriente e scorrevole… bevanda “mercuriale” così come mercuriali sono Dard & Ribo che riversano il loro fuoco sacro spontaneamente anche in questo Hermitage solido ma leggiadro con le ali ai piedi proprio come il Mercurio volante del Gimbologna al Museo Nazionale del Bargello a Firenze.12

Sublime in tutto (provenienza, colore, consistenza tattile, profumi, gusto) il Passito di Pantelleria di Salvatore Ferrandes da Zibibbo ovvero Moscato d’Alessandria, in Contrada Mueggen ed altri appezzamenti sparsi (neppure 2 ettari di vigneto), coltivato ad alberello nel pieno rispetto dell’agricoltura sostenibile che col vento perenne dell’isola qui a Pantelleria costa ancora maggior fatica. Oltre ai duri sacrifici della lavorazione in vigna (alberello pantesco in conca scavata nel terreno), fondamentale alla riuscita di un grande passito (prodotto in poche migliaia di bottiglie) è il delicatissimo equilibrio di controllo “umano” dell’essiccazione al perfetto punto d’asciugatura dell’uva messa al sole per 8-15 giorni negli appositi stenditoi a ridosso dei muri in pietra lavica prima di essere ammostata e fermentata naturalmente in cantina ovvero nel ammuso quindi travasata di tanto in tanto rispettando le fasi lunari prima dell’imbottigliamento.

Ricordo vagamente trai fumi postprandiali, che l’abbinamento premeditato sia del Passito di Ferrandes che del Vin Santo d’anonimo del 1970 sul Torcolo di San Costanzo – molto più francescano per la verità – ad uva passa, canditi e pinoli, ha generato in me un’abissale meditazione sull’esaurisri nostalgico di un pomeriggio tra compagni d’orbita, un senso fenomenologico dell’esserci-per-la-morte-e-basta eppure nonostante il tema arcigno con l’ultime lacrime di vin santo e passito pantesco in gola un sorriso mi si è spalancato in faccia non soltanto limitato al volto o al cervello ma invasivo, coinvolgente tutti e tutto attorno a me, quasi l’esplosione di una supernova dentro la sala da pranzo e poi una catena di palingenesi, una quiete cosmica da cui originano in un istante nuove amicizie, alcune gioie, molte galassie altri mondi e buchi neri.

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Assaggi di Paesaggi: Gente del Syrah tra Cortona e il Rodano

16 febbraio 2016
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Apice

Fine settimana invernale di ricognizione alle radici della – o del – Syrah assieme alla mia amica Daniela Paris e ad un gruppo di seri appassionati, esploratori di vino e vigneti al seguito. L’idea al fondo di questa avventura tra bicchieri botti e vigneti concepita da Daniela è quella di seguire la scaletta delle AOC del Rodano dove protagonista esclusiva è proprio l’uva Syrah a confronto con alcune espressioni della DOC Cortona che è appunto principalmente basata su questo vitigno con lo scopo ultimo di approfondire l’uva in maniera trasversalmente originale nel confronto serrato tra zone, terroir e produttori diversi tanto che a partire da questo primo tentativo assai ben riuscito – bisogna subito anticipare -, ci abbiamo imbastito su un format-formativo da ripetere nel futuro prossimo anche su altri vitigni quali ad esempio Pinot Nero, Cabernet Sauvignon, Chenin, Fiano, Trebbiano etc.

L’appuntamento è all’Abbazia benedettina di Farneta (Cortona) poi tutti in direzione della adiacente realtà utopica o meglio dell’utopia reale messa in piedi – è già passato oltre un decennio – da Stefano Amerighi. Stefano è oramai riconosciuto quale un guru della viticoltura biodinamica a cui però sta assai stretta qualsiasi definizione riduzionista a maggior ragione gli sta stretto proprio questo ruolo di santone steineriano affibbiatogli un po’ dall’alto di un disorientamento linguistico piu o meno interessato dal marketing, una distorsione settaria dovuta cioè a un bailamme comunicativo generale scatenato dai fin troppo abusati e sempre più usati a sproposito termini relativi alla filiera produttiva alimentare quali: naturale convenzionale chimico invasivo biologico industriale sostenibile

In parole semplici ma dirette, così Stefano spiega il suo giovanile avvicinamento all’approccio biodinamico: “Ho visto tanti amici, vicini e familiari morire di cancro in campagna per un uso smodato dei pesticidi, fitosanitari ed altri trattamenti brutalmente imposti dall’industria farmaceutica… non avevo certo voglia d’ammalarmi anch’io di chimica.”2

Nonostante la giornata nuvolosa riusciamo a scampare la pioggia prevista, a passeggiare senza infangarci troppo affiancando i filari esposti da un fronte verso Cortona, dall’altro a Montepulciano in un centro sferico ideale a predominio della val di Chiana. Costeggiamo la vigna dov’è la cantina in cima al colle che viene imbottigliata come Apice, la selezione cioè di syrah che esce solo nelle annate più esclusive. Intanto che dall’appennino nuvoloni sempre più tumefatti di viola minacciano l’orizzonte, Stefano ci racconta subito di sé, della sua realtà agricola radicata nel territorio, delle tradizioni, degl’antenati, della sua visione del mondo, del cibo in famiglia, dell’etica aziendale concepita come una famiglia ingrandita, dei preziosi collaboratori, del presente ma soprattutto del futuro dell’economia agraria: “Si può fare della bellisima viticoltura ma solo se non è separata dall’agricoltura.” 1Ci parla poi ancora del vino suo: “saranno pure vini spettinati per qualcuno, ma con un sorriso grande così!” E così via su queste corde armoniche di pensieri e sentimenti, si è chiacchierato del vino altrui, del caos ambientale e degli eccessi della tecnologia mentre eravamo simbolicamente proprio davanti alle fattrici Chianine dai nomi declinati sul “violaceo” eccetto che per Bianchina: Camilla, Fiorina e Lilla. I bovini sono da considerare come pilastri ruminanti a fondamento della sua concezione totale della biodiversità del suo progetto anti-dogmatico ma razionale di una biodinamica applicata all’esperienza. Un’attitudine spirtuale concreta intesa alla pratica agronomica, alla ricerca sperimentale continua, al superamento dell’errore, dei dubbi o delle continue insidie originate dall’annata, vendemmia dopo vendemmia. È l’esperienza innanzitutto, sono i fatti che dimostrano le teorie e non il contrario e proprio questo sta appunto a dimostrarci in carne ed ossa oggi Stefano Amerighi con i fatti ovvero con la sua fattoria: sogno in fieri realizzato eppure sempre in fase di realizzazione di un podere agrario sano, di un virtuoso sistema terra-cantina autosufficiente e ciclico dal concime al compost, dall’inerbimento al sovescio al sano impasto di sabbia e argilla su cui si nutrono al meglio le radici sia delle viti che degl’alberi da frutto, degli olivi e del seminativo in generale. Una fattoria utopica dicevamo che diventa anche fucina virtuosa per molti futuri giovani enologi in atto, viticoltori in proprio e agronomi in potenza. Tanti gli studenti che l’Università di Pisa, con cui Stefano collabora attivamente ormai da anni, gl’indirizza di volta in volta durante l’anno in qualità di stagisti per alcuni periodi d’apprendistato a farsi le ossa e la formazione.5

La visione olistica di Stefano Amerighi insomma accoglie il sopra e il sottosuolo, l’agricoltura come l’allevamento stringendo in un abbraccio a misura d’umano l’organismo sempre parziale della Natura pur in tutte le sue difficoltà, inganni e contraddizioni. In cantina assaggiamo l’annata 2015 che mi è parsa già miracolosamente pronta proveniente da vari lotti di vinificazione. Di vinificazioni ne sono state fatte più di venti a seconda delle parcelle d’esposizione, della struttura del suolo o degli innesti il che è già un fatto incredibile considerando che poi saranno utilizzati come taglio per confluire in un solo vino alla fine dei conti  se escludiamo l’Apice di cui comunque se ne produce una quantita irrisoria e solo se l’annata lo permette. Successivamente ci dedichiamo agli assaggi di qualche prova della 2014 sia da vasca in cemento che da orcio in terracotta che da ceramica perché tante – senza dimenticare i tonneaux di rovere – sono le prove e i materiali di affinamento ai quali Stefano negli anni ha affidato la sua curiosità di vignaiolo scrupoloso costantemente alla ricerca dell’equilibrio instabile e del vino ideale.8 Una stessa sana irrequietezza che ci ha portato assieme a lui oggi a confrontare il suo vitigno di casa con altre espressioni del syrah. Il syrah appunto o meglio la syrah: “anche se a declinarlo al femminile come dovrebbe essere fatto mi sento sempre un po’ scemo quando mi ritrovo a nominarlo così davanti alla gran parte della gente…” L’esercitazione della giornata consiste quindi in un confronto a pranzo con alcuni dei suoi produttori di riferimento in Côtes-du-Rhône mentre poi a cena si continuerà lo stesso gioco – un gioco però alquanto serio – da Tenimenti d’Alessandro conosciuta nei secoli precedenti come Podere di Manzano, ed è l’azienda che ha fatto un po’ la storia della viticoltura di pregio nella val di Chiana aprendo per prima la strada alla DOC del Cortona Syrah.

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Dunque avviniamo i bicchieri con il rosato di Stefano il Syrosa 2014 concepito non per salasso ma da vinificazione in bianco. Stefano nel frattempo è ai fornelli a scaldare i fegatelli sfumati al vin santo – antica ricetta di famiglia – io invece brusco sulla griglia il pane sciocco alla brace del camino con cui prepareremo dei crostini sopra cui mangiare quegli stessi fegatelli odorosi o per immergerlo magari in quella che si rivelerà poi essere una gustosissima zuppa di fagioli piattellini e cavolo nero altra superba ricetta preparata dalla mamma di Stefano.

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I formaggi d’interemezzo pure sono delle delizie assolute che ha procacciato Daniela direttamente dal Comptoir de France in Prati.

Escluse due icone nell’olimpo dell’enologia del Rodano Auguste Clape e Thierry Allemand di cui però si fa cenno continuamente durante tutti i discorsi della giornata come fossero punti cardinali indiscutibili nell’orientamento attraverso la costellazione relativa al vitigno, seguono alcuni altri syrah esemplari selezionati da anni di ricerche appassionate e di visite continue in Francia che Stefano ha fatto ai produttori da lui più apprezzati a Cornas a Saint-Joseph ad Hermitage o in Côte-Rôtie.

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Devo dire che a parte la riconferma di un lavoro eccelso sulla finezza della trama e la freschezza della polpa del Cornas di Michel Robert – ed era un 2006 ma sembrava imbottigliato giusto ieri in quanto ad integrità, vibrazione epidermica e pulizia – il vino che mi ha lasciato più di tutti una sensazione di meraviglia prima al naso poi in bocca infine nella mente – e questo per tutta la durata del giorno – è stato il Cornas mitologico del vecchietto Marcel Juge che Stefano è andato a trovare poco tempo fa in cantina raccontandoci anedotti deliziosi. “Bussiamo alla sua porta, una casa di campagna umile e molto comune. Ci apre e ci mantiene sulla porta per una buona mezzoretta al freddo cominciando a raccontarci la storia della Francia dagli antichi romani ai giorni nostri… il discorso dell’arzillo Marcel prima di portarci finalmente giù in cantina ad assaggiare il suo vino dalle botti è terminato così: vedete, questa è la storia della Francia… quindi è anche un po’ la mia storia!”

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Stefano c’illustra i syrah che andremo a bere a pranzo

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  • Michel Robert Cornas Cuvée des Coteaux 2006
  • Guillaume Gilles Cornas millésime 2013
  • Marcel Juge Cornas 2012
  • Fabien Bergeron Domaine La Tache, Badel n’est pas un Saint (Vin de France) 2011
  • Stefano Amerighi Apice 2010 (bottiglia più unica che rara di millesimo sublime che Stefano ha intenzione di murare assieme a tante altre grandi bottiglie della medesima annata a beneficio della figlia piccola che potrà poi ritrovarsele in dote al volgere del suo… non diciottesimo bensì ventunesimo compleanno.)

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Prima di cena, cartine topografiche alla mano, Daniela a beneficio di tutto il gruppo imbastisce in forma d’informale chiacchierata tra amici un generale riepilogo geografico sulle denominazioni, le differenze d’esposizione, le composizioni dei suoli, le variazioni d’altitudini del Rodano intero, dalla Côtes du Rhône e Châteauneuf du Pape a Sud, alla Côte-Rôtie e Vienne a Nord. 21

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Daniela Paris

Dai vitigni del Rodano – come qualcuno ha ricordato che solo pochi decenni fa venivano utilizzati quale uva da taglio per cedere più corpo e colore al ben piu esile Pinot Noir della vicina Borgogna, ovviamente a ricicciare quelli di fattura più dozzinale, – si è passati a discutere delle classificazioni e di disciplinari, finendo poi per ragionare del cambiamento climatico, dei provvedimenti talvolta drastici che alcuni vignaioli stanno prendendo al fine di fronteggiare l’aumento medio della temperatura annuale oppure di come alcuni champagniste dell’ultima generazione stiano invece tenendo sempre più in considerazione l’ipotesi d’investire sulle ancora vergini coste meridionali dell’Inghilterra dove si è cominciato a fare vino spumantizzato già è ormai più di qualche anno.

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A cena siamo stati quindi all’Osteria del Borgo Syrah sotto la direzione culinaria dello chef Luca Fracassi che ha ideato il menù della serata come fosse un viaggio ironico non a km 0 bensí a km 901, disegnando un itinerario di materie prime e prodotti tipici dalle varie tappe gastronomiche toccate nel tragitto culinario che origina giusto da Cortona e finisce ad Ampuis attraversando Livorno dunque Cuneo (i porri di Cervere con cui ha fatto il ripieno dei tortelli mantecati nel beurre d’Isigny sono indicativi) e Gap (per la ganache al cioccolato di zona: Valrhona).

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Tortelli a porro di Cervere burro d’Isigny parmigiano 36 mesi
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Ganache al cioccolato con crumble di mandorle e gelato alla crema
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Tra vigne centenarie di Grenache a nord di Santa Rosa, Sonoma CA

Filippo Calabresi è il giovane produttore, il carissimo amico oggi dietro l’azienda Tenimenti d’Alessandro proprietà di famiglia che fin dagli inizi – negl’eccessivamente “internazionali” o troppo Supertoscani primi anni ’90 – ha visto avvicendarsi sia in vigna che in cantina consulenti vari ed enologi di fama. La prima linea guida impostata sul campo fin da quando negli ultimi tre anni Filippo ne sta prendendo man mano le redini con sempre maggior determinazione, è stata la conversione quindi certificazione dell’azienda al biologico. La prospettiva dinamica di Filippo – sebbene con un’eredità molto impegnativa e un’identità territoriale niente affatto facili da sostenere – è focalizzata nella medesima direzione tracciata da Stefano Amerighi almeno per ciò che concerne il rispetto dell’ambiente, la preservazione del terreno, l’integrazione del territorio al lavoro umano, accuratezza e sostenibilità sia in vigna che in cantina, abbandono di qualsiasi apporto chimico invasivo ancorché dannoso alla sanità della vigna quindi di conseguenza nocivo alla salute delle persone. Ma meglio lasciare a Filippo esprimere la sua idea e pratica del vino in fieri a partire proprio dall’annata 2010 che abbiamo assaggiato assieme ad altri vini aziendali in un confronto incrociato assai interessante con dei Cornas dei Saint-Joseph e Crozes-Hermitage che elencherò poi più sotto.

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Filippo Calabresi:

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Filippo tra le vigne di Manzano assieme al fraterno e comune amico Suzuki-san

Il Bosco 2010 è stato il primo vino che ho trovato in cantina non appena arrivato in azienda. I 4 lotti che avrebbero poi formato il blend finale erano in barrique (per metà nuove) da circa 2 anni, pronti per essere assemblati e subito imbottigliati. Decidemmo invece, dopo il travaso, di mandare il vino nelle botti grandi per un altro anno, imbottigliarlo (senza chiarifiche) e tenerlo in bottiglia per ulteriori 12 mesi. Volevamo alleggerire la struttura del vino; attenuare concentrazione e alcolicità per enfatizzare certe peculiarità aromatiche su tutte la speziatura e la mediterraneità figlie rispettivamente tanto del Syrah che della Toscana.
Abbiamo affrontato tutte le vendemmie successive con lo stesso approccio semplificativo a minor impatto di manipolazione cioè: portando al minimo le estrazioni durante la vinificazione e interrompendo del tutto l’utilizzo di legno nuovo nella fase di maturazione; lasciando i vigneti al loro corso spontaneo prevedendo solamente cure preventive di zolfo e poltiglia bordolese – in dosi minime -, abolendo perciò tutte quelle pratiche più convenzionali e se vogliamo impattanti che sino ad allora caratterizzavano gran parte del territorio e in parte l’azienda con i suoi 36 ettari di vigne a regime. Oggi Il Bosco fermenta a grappolo intero (50%) e macera circa un mese sulle bucce, matura un anno in barriques (legno stanco di 3/4 anni), 2 anni in botte grande e 1 anno in bottiglia.

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Cantina di Tenimenti d’Alessandro, foto di Carlo Ionta (Wine Ways)

Questa infine la batteria delle bottiglie a cena e probabilmente si tratta di vini più “pettinati” ma altrettanto sorridenti se vogliamo restare ancora nella illuminante metafora “barbieristica” lanciata da Stefano in mattinata a proposito dei suoi vini che lui stesso definisce spettinati così come nella linea ideale degli altri suoi vini modello e viticoltori di riferimento selezionati nella propria cantina personale ed assaggiati da lui a pranzo in questa gloriosa giornata appena trascorsa tra cibi vini assaggi e argomenti più vari intessuti tra uomini e donne raggianti ed irraggiati dal sorriso, dalla fame di conoscenza, dalla sete di vita, dalla civiltà della conversazione e dallo scambio di culture.IMG_6561

  • Tenimenti d’Alessandro, Il Bosco Syrah 2010
  • Tenimenti d’Alessandro, Migliara Syrah 2006
  • Tenimenti dlAlessandro, Il Bosco Syrah 1997
  • Chateau de Saint Cosme Louis et Cherry Barruol Cotes-du-Rhone 2014
  • Chateau de Saint Cosme Louis et Cherry Barruol Croze-Hermitage 2014
  • Pierre Gaillard Saint-Joseph 2014
  • Ferraton Père et Fils Cornas Les Grands Mûriers 2008
  • Ferraton Père et Fils Côte-Rôtie L’Egaltine 2006
  • Delas Hermitage Domaine Des Tourettes 2009

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A spasso tra le vigne di Manzano. Foto di Carlo Ionta (Wine Ways)

Uomini e Donne Antiquati. L’osceno in etichetta l’illusione della libertà d’espressione funzionale al mercato Leviatano

2 febbraio 2016
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Vogliamo anche le RoseSarà che ho rivisto da poco il bel documentario di Alina Marazzi Vogliamo anche le Rose sul femminismo negli anni ’60 meglio sulla femminilità la parificazione dei sessi e le lotte di liberazione sessuale tra impulsi genuini, ribellismo anti-borghese – contestazione funzionale alla stessa borghesia contestata – e retorica politicizzata. Quindi in totale asimettria con le asfissianti logiche che governano l’archeologia virtuale per cui se pubblichi un articolo oggi online domani è già incartapecorito da secoli come fosse un papiro illegibile dell’antico Egitto (a meno che non si è egittologi), disseppelisco, ripropongo e traduco qui sotto un articolo uscito qualche paio d’anni fa su Punchdrink relativo ad argomenti sempre scottanti quali sesso sessimo maschilismo e simili connessi con le deliranti politiche di strategie di marketing del vino, naturale e/o convenzionale. foglioNe aveva solertemente fatto una divertita sintesi a caldo Fiorenzo Sartore su Intravino celebrando in special modo i feticismi e i fasti pornofili della – ben poco casta -, diva del cinema hardcore anni ’70 Brigitte Lahaie. Sartore rilascia però d’inquadrare in prospettiva piu sociologica o linguistica la questione che oggi più che mai in tema di tante invertite ipocrisie da Family Day e alla luce dei rigurgiti neopuritani vaticaneggianti dell’utlim’ora mi pare vada riproposta in chiave di critica dei segni`proprio una suggestione sempre effettiva che l’autore del pezzo Rémy Charest sembra ancora rivolgerci con insistenza. Le riflessioni in filigrana all’articolo pertengono l’ambiguità del marketing, l’omologazione del gusto sia nel settore del vino convenzionale che in quello del naturale e la commercializzazione dell’anima. Un tema questo che ci incatena tutti, un problema che credo non abbia purtroppo alcuna scadenza prefissata né tantomeno soluzione e riguarda l’uso proprio e l’abuso improprio dell’intelligenza umana a sfruttamento disumano del corpo-oggetto, – della femmina piu che del maschio -, a scopo di promozione L_uomo_e_antiquato__Considerazioni_sull_anima_nell_epoca_della_Seconda_Rivoluzione_Industriale_2873indegna, svendita del sé, branding usa-e-getta o propaganda svilente di un prodotto – sia esso un vino un alimento un elettrodomestico un automobile una suppostona aromatizzata al mango – destinati all’utilizzo al consumo e allo scarto immediato cosi come sempre più verosimilmente sfruttate consumate e scartate sono le nostre vite in formato digitale che dissolvono nello spazio-tempo di uno slogan pubblicitario dentro e fuori dal Web in pasto al tritacarne del Villaggio Mercato Globale.

Insomma, ripropongo quest’articolo datato anni luce secondo l’ottica distratta e iperveloce di Internet soltanto per riconfermare con la lentezza caratteristica dei lettori di parole su carta e sottoporre un po’ piu d’attenzione a chi ne ha curiosità, quanto Günther Anders già sessanta anni fa andava considerando sull’anima del genere umano, sulla distruzione della vita nell’epoca della seconda e della terza rivoluzione industriale nel suo oramai classico: L’ uomo è antiquato.

(gae saccoccio)

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Le Etichette di Vino Naturale tra Sesso e Sessismo.

Immagini di donne nude e riferimenti a tutto ciò che possa riguardare il sesso da un’eiaculazione al come portarsi una donna ubriaca a letto, sono diventati sempre più comuni sulle etichette dei vini francesi naturali. Come mai? Rémy Charest indaga su cosa si nasconde dietro questa tendenza.

Merry EdwardsBerreste mai o serviresre un vino chiamato “Tette Grossedomaine-pithon-paille-grololo-2011-etiquette” o “Strappa Mutandine”? La risposta della maggior parte delle persone probabilmente sarebbe “assolutamente no.” Tuttavia, se hai cenato in alcuni dei migliori ristoranti del paese, questi sono alcuni dei vini che potresti trovere.

Sono infatti i nomi di due vini ben noti nella categoria vagamente definita: “organico/naturale”. Grololo dal Domaine Pithon-Paillé in Anju, e Piège à Filles dal produttore della Touraine: Les Capriades. Solo i nomi sono in francese, ed è probabilmente questa la ragione per cui un certo tipo di etichette hanno in gran parte avuto un successo indiscusso in Nord America. Grololo è un gioco di parole sul Grolleau, la varietà d’uve della Loira da cui è fatto e “lolos” invece una parola un po’ infantile che sta per mammelle. Piège à Filles potrebbe essere letteralmente tradotto come “trappola per ragazze”, ma “contagocce per mutandine” o “strappa mutandine” ehm… descrive l’idea ancor più fedelmente.

Ci sono stati altri esempi del genere etichette “sexy” (o non sarebbe meglio dire sessiste?) all’interno della comunità dei viticoltori naturali. Pascal Simonutti ha prodotto bottiglie con fotografie di nudo integrale della pornostar degl’anni ’70 Brigitte LahaieCougar (in versione magnum, ovviamente). Un altro produttore Cyril Alonso invece se n’è uscito con una partita di Gamay nouveau che ha chiamato Cougar, con un preservativo infilato sotto l’etichetta rimovibile ed uno slogan del tipo: “Mi piacciono giovani.” Più di recente c’è stata una buona dose di discussione attorno ad una delle etichette più esplicite, una delle ultime annate cioè di J’en Veux (Ne voglio un po’), una cuvée dalla stella enologica del Jura Jean-François Ganevat. In etichetta c’è un disegno che mostra una donna, dal collo alle cosce, con la mano stretta sulle parti intime. Ganevat ha aggiunto più donne nude senza testa alle etichette di due cuvée per i suoi nuovi vini négociant: Cuvée MadelonDe Toute Beauté. De Toute BeauteSu Twitter, lo scrittore ed ex-sommelier Aaron Ayscough ha reagito così: “Ganevat è il Dov Charney del Vino Naturale. Discutiamone.”

Un altro esempio viene da Alice Bouvot e Charles Dagan, la coppia dietro Domaine de l’Octavin, sempre nel Jura. Hanno fatto un vino non filtrato frizzante chiamato Foutre d’Escampette, un gioco di parole sull’espressione francese “prendre la poudre d’escampette” (“darsi alla fuga”), con l’aggiunta però di quel “foutre” la parola francese che sta per sperma. Un… vino non-sboccato quindi chiamato “sperma sfuggito” o “sperma in fuga”? L’associazione di queste sostanze è quantomeno insolita, per non dire altro, ma questo non ha certo bloccato un blogger francese di vini naturali dal definirlo in una recensione dello stesso vino: “facile da inghiottire”.

Questa tendenza osé ha travalicato anche i confini della Francia. In sud Africa il produttore Craig Hawkins ha recentemente rilasciato un imbottigliamento della sua linea El Bandito con una foto a figura intera di una voluttuosa donna nuda tatuata vista di spalle. Mentre si trovava in

Austria di recente, Alice Feiring è incappata in un’etichetta con una donna nuda spiata attraverso il buco della serratura, e si è chiesta se anche gli uomini possa mai accadere di venir trasformati in oggetti sessuali su etichette di vino da parte di una produttrice donna.ganevat-cuvée-madelon-nature_2013-500x500

Usare il sesso per vendere alcolici non è esattamente un’idea nuova, ma i viticoltori naturali sembrano farlo in un modo ancora più sfacciato. “E non è questione di pari opportunità ma è una roba sessista”, come ha sottolineato Alice Feiring, quando le è stato chiesto a proposito di questa provocatoria tendenza del marketing. “Perché allora non mettere un cazzo in etichetta? Se proprio dobbiamo farlo allora facciamolo tutti, uomini e donne.”

Ad ogni modo rappresentazioni maschili e femminili non sembrano ancora avere una stessa base di parità, anzi. Cory Cartwright, di Sélection Massale, che importa Piège à Filles, ha detto di aver avuto molti più problemi ad ottenere l’autorizzazione del TTB (Tobacco Tax and Trade Bureau) riguardo a un altro vino, un’etichetta a fumetti per la bollicina di Frantz Saumon chiamata La Petite Gaule du Matin, espressione che descrive l’erezione mattutina. Ora, non avrebbe dovuto scandalizzare di più l’idea di portarsi una ragazza ubriaca a letto, che è questo il senso implicito dietro l’etichetta del Piège à Filles?

Tipicamente maschile?

La sommelier Pascaline Lepeltier, responsabile del vino al Rouge Tomate a New York City e grande esperta di vino naturale, è abbastanza scettica nei confronti di questo tipo di tendenze. “L’umorismo è praticamente al limite un po’ come ad una gara a chi ce l’ha più grosso”, dice Lepeltier. “In alcuni casi dietro questo tipo d’atteggiamenti c’è una sorta di attitudine punk, una filosofia anarchica, ma a volte è solo pura esagerazione.”

Questo umorismo ribelle da dito medio sempre alzato in aria ha proliferato nel mondo del vino naturale, legandosi alla prospettiva generale che presiede la comunità vitivinicola. Produttori naturali spesso si schierano su posizioni contro-culturali, criticando i marchi globali, la grande agricoltura e l’omologazione del gusto. Molti di loro rifiutano le rigide regole dei sistemi di denominazione europee che dettano leggi sulla scelta del tipo di vitigni o addirittura sul gusto che i vini devono avere. È un modo per rivendicare la loro libertà di espressione che, non sorprende, si fa strada con etichette che abbondano in giochi di parole e provocazioni d’ogni genere, come il Fabien Jouve di “Fuck My Wine”, che ha chiamato così il suo vino con un riferimento esplicito al Taxi Driver di Scorsese in polemica diretta contro rigorose e spesso strane regole dell’AOC (Appellation d’Origine Contrôlée). Il vino è ottenuto da uve tradizionali di Jurançon Noir della sua regione d’origine – nel Cahors, – che ora non sono più ammesse nei vini della medesima denominazione nonostante la sua lunga presenza nella zona.Petite Gaule du Matin

Tuttavia, utilizzare le etichette per promuovere una dichiarazione politica sulle regole dell’AOC è una cosa mostrare una giovane donna che si masturba in etichetta è tutto un altro paio di maniche. Invece di un gesto di liberazione sembra piuttosto essere un attaccamento al lato più sconcio e macho della cultura del vino tradizionale e della cultura francese in generale.
Lepeltier concorda sul fatto che, in alcuni casi c’è una chiara dose di sciovinismo: “Un tipo come Andrea Calek afferma esplicitamente che uno dei motivi principali per cui ha cominciato a fare vino è stato quello di ubriacarsi e scopare.” Balthus

Per la Feiring, qualunque sia il contesto, se l’umorismo è di natura sessuale o meno, la tendenza riflette una forma mentis “molto immatura e da collegiali” in una comunità del vino “suddivisa in tante fazioni” che tendono continuamente a gareggiare al rialzo per mostrare chi è il migliore. Un esempio di questo viene dal birrificio Voirons, in Savoia, che ha fatto una birra chiamata J’en Ai… (Ne ho avuta un po’vin_de_table_j_en_veux_-_2012_j.-f._ganevat__3_1). L’etichetta mostra il disegno di un ragazzo, scorciato dal collo alle cosce, mentre si tocca tra le mutande – un frecciatina giocosa  in risposta al J’en Veux di Ganevat.

Naturalmente anche trattando di questioni e di genere sessuale, scelte discutibili in etichettatura non sono dominio esclusivo solo del mondo dei vini naturali. Beam negli Stati Uniti, un colosso del vino e degli alcolici vende al dettaglio con molto successo un marchio di vini e drink chiamati “Skinnygirl“, mentre numerose altre etichette presentano la parola “Cagna” da sola o seguita da aggettivi quali “Regale”, “Sfacciata” o “Felice”.

C’è una notevole differenza nelle reazioni, però. Mentre i vini naturali di cui sopra sembrano avere via libera, i vini con la parola Cagna schiaffeggiata in etichetta sono universalmente evitati nel settore del commercio del vino. Il New York Times li ha bollati come “grezzi” in un articolo sulle nuove tendenze nel marketing delle etichette dei vini. Allo stesso modo, il marchio Skinnygirl è stato attaccato da numerosi scrittori e blogger come ulteriore aggiunta alla pressione psicologica che le donne già subiscono sul loro aspetto fisico. Una blogger si è spinta fino a definirlo, “Terrorismo sull’immagine del corpo delle donne“.

Allora, perché questa maggiore permissività coi naturali? Guilhaume Gérard di Sélection Massale, che importa Piège à Filles negli Stati Uniti, spiega che qui ci sono in gioco delle forti differenze culturali: “In Europa, il sesso ha smesso di essere tabù molto tempo fa. Quartieri a luci rosse puoi trovarli ovunque, l’accesso alla pornografia e gli atteggiamenti nei confronti del sesso sono molto diversi dagli Stati Uniti.” Jerez de la Frontera

Comprendere il sarcasmo dall’interno

Cory Cartwright, l’altra metà di Sélection Massale, pensa anche che tutto ciò abbia a che fare con un senso di comunità. “Piège à Filles era un nome suggerito come uno scherzo, e lascia di stucco. Si tratta di una piccola produzione di vino, fatta da un produttore che appartiene ad un piccolo gruppo di viticoltori dove tutti riconoscono tutti e un sacco di persone che vendono il vino conoscono personalmente il produttore e ciò crea un certo margine di tolleranza.”

Cartwright e Lepeltier, così come Lee Campbell – responsabile del vino al Reynard di Brooklyn – tutti sottolineano che il duo dietro Piège à Filles sono dei ragazzi estremamente ammodo, e venendo da loro, quell’espressione non poteva essere interpretata diversamente da quel che è cioè un goliardico scherzo da collegiali. “La maggior parte di questi vini sono realizzati in piccole quantità, per cui il popolo del vino naturale non fa altro che parlare a se stesso”, aggiunge ancora Alice Feiring e “ti permette di dire: ‘Oh, quel tipo è proprio un cazzone, ma fa davvero un buon vino’.”

Contestualizzati così questi giochi possono certamente diventare più accettabili. “Personalmente odio i vini Cagna”, afferma Campbell, “ma le ragazze se li regalano le une con le altre alle feste d’addio Magical Penis Wineal nubilato e cose simili e tutti sembrano pensare che sia una roba divertente.” Jo Pithon, del Domaine Pithon-Paillé, che produce il Grololo, sottolinea anche che il suo vino è stato utilizzato in California ad un evento di beneficenza per la ricerca sul cancro alla mammella: in tale contesto un vino che celebra i seni in etichetta assume tutt’altro significato.

L’ambiguità rimane comunque irrisolta. “Con tutto l’ingegno che si vede applicato per la realizzazione delle etichette dei vini, sarebbe così facile venirsene fuori con qualcosa d’altro”, dice Campbell, “questo è quel che mi suona strano.” Mentre viticoltori importatori e sommelier sembrano tutti sorridere alle rozze battute da festaioli sguaiati illustrate in queste etichette che pure vendono, è interessante notare come tendono a mostrarsi a disagio non appena gli viene chiesto il loro significato.

Spazzolare gl’ornamenti puritani e abbottonati del mondo del vino è, di per sé, un’idea giusta se questa promuove godimento, forse però è già meno divertente se genera imbarazzo.

Mistica del Digiuno Astinenza e Mortificazioni Carnali

27 gennaio 2016
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Ospito in questo mio spazio virtuale l’intervento di un’amica medievista:  Adalgisa Crisanti.

L’articolo è già apparso in precedenza sul Grande Dizionario di Bevagna, 2 (2014) e concerne un tema inesauribile: il corpo, l’ascetismo, la spiritualità e i loro misteriosi legami con il cibo quale ossessione culturale assieme ad altre passioni materiali e disseminazioni corporee, “immoderata carnis petulanti”. Il tema affrontato nella fattispecie da Adalgisa riguarda l’indagine storiografica di un caso d’agiografia clinica (?), cioè un caso psico-sociale specifico che è quello di un irrequieto “campione della fede” il frate domenicano medioevale umbro il Beato Vergine Giacomo Bianconi da Bevagna.Piero Camporesi Il Governo del Corpo

All’astinenza coatta esercitata su se stessi dai primi cristiani e i padri della Chiesa, alla gola esorcizzata come vizio, al digiuno imboccato invece quale virtù, alla frustrante verginità sessuale che si espleta rabbiosamente di pari passo con la castità alimentare mi piace ora qui citare in qualità di controcanto – in falsetto? – un libro godibilissimo del professor Piero Camporesi geniale italianista fuori dal coro accademico il quale raccoglie in sé una polifonia di voci che s’avvolgono su un argomento antico ma tuttavia odierno, quello cioè dell’autolimitazione al piacere dei sensi. Ritengo sì che sia una tematica assai attuale, al di là dei vari casi da dietologi, basti qui solo pensare al vegetarianismo di ritorno, alle restrizioni draconiane dei vegani, al proliferarsi continuo di sempre nuove allergie alimentari con gl’altrettanti condizionamenti nutrizionali accompagnati ai disturbi dell’apparato digerente che esse comportano causate come è probabile che sia dall’invasività dei processi sempre più massicci d’industrializzazione del cibo. Insomma, Camporesi ne I Balsami di Venere esplora proprio l’esatto opposto della continenza e della deprivazione sensoriale quando nel capitolo 3 intitolato Venerea Voluptas, scrive:

Uomini e donne però più che Riga Monografico Caporesiperseguire sogni di castità, più che ricercare nuovi segreti “contro l’ardore de la
libidine e de la luxuria” (come scriveva Caterina Sforza, signora di Forlì, nei suoi Experimenti), attendevano all’alacre ricerca dei remedia e medicamenta di segno opposto.Piero Camporesi Erotika

E ancora, continuando a eviscerare la materia dell’espiazione carnale, dell’astinenza e della mortificazione del corpo governato dalla volontà dello spirito, il nostro Camporesi procede sempre su questo tono giudiziosamente dissacrante, così che leggiamo di seguito nel paragrafo 4. Il tesoro della castità:

A ben poco valevano le esortazioni, le prediche e i trattati sulla castità, come quello steso dall’ “inutile servo di Dio” (egli stesso si definisce così) Francesco Rappi, il Novo thesauro delle tre castità (1515)Jacques Le Goff Corp scritto in “reprehensione et detestazione de quelli che dicano non esser possibile continersi.” I “tre sancti rimedii della Castità contro la Lussuria” e la dura “detestazione della Libidine” sembrano, anche nella dichiarata inutilità della sua presenza fra i vivi, configurarsi come prediche al vento, pure e semplici battaglie rituali, conflitti allegorici alla stregua di quelli, mitici, fra Carnevale e Quaresima o fra inverno ed estate.

Sorcinelli Avventure del CorpoDalla precettistica para-ecclesiastica ai trattati mistagogici sulla penitenza, dalla sua mortificazione sadica all’autopunizione morbosa, dal masochismo dei flagellanti (i Vattienti di Nocera Terinese ad esempio), alla degradazione degli eremiti nel deserto Crumb Robert Genesiso agl’asceti rinchiusi in una cella monastica, il corpo è sempre stato inteso più come tabù disgustoso che come totem sublimato, veicolo di passioni, spudorata nudità da nascondere, filtro di pure funzioni organiche, fonte di deiezioni, spugna che assorbe e spurga una materia troppo bassa, maleodorante, triviale. Eppure è ancora nel corpo la sede del pensiero
astratto/concreto. È proprio nel corpo la sorgente dell’immaginazione creativa/distruttrice.Agrippina is dissected, Harley MS 4425,
 È da qualche parte, sempre nel corpo abietto – rebus ancora oggi indecifrabile a psichiatri, filosofi e neuroscienziati – che si localizzano le sensazioni, gl’affetti, gl’impulsi elettrici sub specie di scintille battiti e scosse registrati nel sistema nervoso che poi si tramutano miracolosamente – ma com’è mai possibile? – in percezioni fisiche spazio-temporali che determinano la nostra personalità. Scosse neuronali che si trasformano in sogni, in sentimenti di scienza e religione, in opinioni di politica o diritto, in atteggiamenti della morale in orientamenti sessuali in elucubrazioni d’astrologia in fantasticherie architettoniche che a partire da un contenitore finito – il corpo umano – danno vita di conseguenza ad altrettanti ragionamenti, calcoli ingegneristici, metafore linguistiche, forme musicali, costruzioni della geometria non-euclidea o impressioni poetiche che paiono invece essere infiniti – la mente fossile appunto dell’uomo e della donna formata da strati geologici databili migliaia di millenni. The Temptation of Adam and Eve

L’anima della donna e dell’uomo quindi con tutti i suoi tentacoli psichici le sue pulsioni artistiche, gl’istinti riproduttivi, le allucinazioni (visive sonore olfattive tattili gustative), i teoremi matematici, i tranelli, le illusioni, le credenze e le emozioni spirituali. Il cervello col cuore degli Adamo ed Eva nostri contemporanei ovvero cuore e cervello di noi stessi ognuno focalizzato nel proprio microcosmo d’affetti interessi e possessi, scacciati nel mondo globalizzato, ancora oggi e per sempre intrappolati o evasi a vita nella gabbia mobile della nostra tanto limitata eppure sconfinata massa corporea. (gae saccoccio)

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Il Beato Giacomo Bianconi e l’astinenza dalla carne

di Adalgisa Crisanti 119B862Misticismo e penitenza

La regola dell’ordine dei frati Predicatori Domenicani, a cui Giacomo Bianconi appartenne, imponeva astinenza, digiuni e povertà e il nostro beato osservò con singolare fermezza tutte le disposizioni, nonostante provenisse da un’illustre famiglia della nobiltà cittadina.medieval-cooking
È tuttavia difficile e azzardato il tentativo di comprendere appieno e definire con relativa esattezza l’atteggiamento spirituale del beato Bianconi (Bevagna, 7 marzo 1220-22 agosto 1301), avendo come unico riferimento la vasta, ma incerta, tradizione biografica, a causa della perdita totale dei due trattati in latino e dei vari sermoni che gli sono stati attribuiti. Sembra chiaro, tuttavia, che la realizzazione verso cui il Bianconi aspira ardentemente è un’esperienza diretta e un’unione con Dio; si tratta di un orientamento, anche e soprattutto spirituale e mistico, che si risolve in uno stile di vita e, quindi, di carattere fondamentalmente pratico. Le vite che sono state scritte, hanno tutte sottolineato le dolorose penitenze, le continue orazioni, i rigorosi digiuni, la verginità, la radicale povertà del beato; tutte pratiche che richiamano alcune tra le caratteristiche principali degli stati mistici: l’apparente illogicità, la necessità della grazia e lo slancio mistico che presuppone la rinuncia alle passioni e ai beni materiali.self-flagellationConvinto che senza afflizioni e patimenti non avrebbe mai potuto raggiungere Dio, Giacomo cercò di mortificare e reprimere tutti i suoi sensi, procurandosi grandi sofferenze. Secondo la tradizione biografica, una grossa cintura di castità stringeva tanto i suoi fianchi «che v’era sino cresciuta sopra la carne» e, nel periodo quaresimale, un lungo e ruvido cilicio, per mortificazione della carne, gli stringeva dolorosamente la vita. jw.6tdzH7WAK2GfEw1JV7APassava gran parte delle ore notturne senza dormire, pregando e sottoponendo per tre volte il proprio corpo a cruente e sanguinose flagellazioni, applicando la prima all’espiazione dei suoi peccati, la seconda alla conversione dei peccatori, la terza in suffragio delle anime sante del purgatorio, a imitazione di San Domenico (ca. 1175-1221), che fondò il proprio ideale di cristianità non soltanto su una solida cultura teologica, ma soprattutto su una vita ascetica esemplare.bat192520 Il linguaggio del cibo

Le notizie biografiche riguardanti la sua alimentazione e l’atteggiamento che Giacomo Bianconi ebbe verso il cibo costituiscono un’interessante fonte d’informazione per la comprensione della sua spiritualità; il cibo parla, è una forma di linguaggio, non scritto, non verbale ma che si lascia facilmente capire. L’alimentazione è un momento centrale e ineludibile della vita degli uomini, è in se stessa un fatto di cultura, un’espressione diretta di ciò che gli uomini fanno, sanno, pensano, in sostanza di ciò che sono.

76591_m«Il Signore Iddio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Poi il Signore Iddio diede all’uomo quest’ordine: “Tu puoi mangiare di ogni albero del giardino, ma dall’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangerai, perché il giorno in cui ne mangiassi, di certo moriresti”. […] La donna vide che l’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi e desiderabile per avere la conoscenza, colse perciò del suo frutto, ne mangiò e ne diede all’uomo che era con lei, il quale pure ne mangiò» (Genesi, 2, 15-17; 3, 6).Robert Crumb

Il significato del passo biblico relativo alla caduta di Adamo ed Eva e alla loro cacciata dall’Eden è abbastanza evidente. Il nostro progenitore peccò di superbia, nel folle desiderio di equipararsi a Dio, di conoscere «il bene e il male», di farsi indipendente dal suo Creatore e giudice di se stesso. Ma accanto a questa esegesi per così dire ‘ufficiale’ se ne svolgono altre, parallele, che si accostano all’episodio biblico da ben diversa prospettiva. Il peccato di Adamo può essere cioè ricondotto a dimensioni corposamente materiali. Non è più il peccato della mente dell’uomo, ma del suo corpo. È il cedimento alle tentazioni e agli istinti della carne: alla gola, alla lussuria. Indubbiamente forzata, forse ingiustificata, è l’equiparazione della colpa di Adamo a un peccato di gola; eppure questa interpretazione letterale dell’episodio del frutto proibito la si trova spesso negli scrittori del primo medioevo.46 Masaccio - cappella Brancacci - La cacciata dall'Eden partic«Quando si cede alla gola, si commette la colpa di Adamo»: così scrive Gregorio Magno (540 circa-604). E Alcuino di York, monaco e teologo vissuto tra l’VIII e il IX secolo: «Finché Adamo praticò l’astinenza, rimase nel paradiso: mangiò, e fu cacciato». E Giovanni Cassiano nelle sue Collationes, uno dei testi fondamentali della spiritualità monastica: «Fu un atto di gola, per Adamo, mangiare il frutto dell’albero proibito».S_fig51
Questa singolare interpretazione del passo biblico, ricorrente nei testi medievali, rivela un interesse particolare al problema del cibo, che la cultura cristiana del tempo pone come centrale e decisivo per la conquista della salvezza. Prioritario, anzi, nel momento in cui l’amore per il cibo viene ritenuto la prima occasione di cedimento ai sensi. Una volta innescati i meccanismi del piacere è facile incamminarsi sulla via del peccato, così San Girolamo: «Bisogna dunque porre attenzione ad assumere cibi in quantità tale, e di tale qualità, da non appesantire il corpo e la libertà dell’anima». Se la gola è il primo dei vizi, il digiuno sarà la prima delle virtù, il fondamento di tutte le virtù. Solo attraverso l’astinenza ci si può addestrare al controllo dei sensi, a quella umiltà fisica che costituisce il necessario supporto dell’umiltà intellettuale.02_Albrecht_Dürer_San-Girolamo-nello-studio L’atteggiamento del beato Giacomo nei confronti del cibo, i lunghi e severi digiuni, rispecchiano chiaramente l’ossessione culturale dei primi cristiani e dei cristiani del Medioevo, la paura del peccato carnale, la volontà di reprimere le passioni del corpo per attingere la purezza dell’anima. Il primo scopo della privazione alimentare e della rinuncia al cibo, il più semplice e immediato, è, dunque, la mortificazione del corpo, il rifiuto di quella materialità che ostacola l’elevazione dello spirito verso Dio. In tale prospettiva è assolutamente fondata la scelta del Bianconi, il quale, stando agli agiografi, si astenne quasi totalmente dal consumo della carne, proprio perché la carne era, per definizione, nutrimento della carne.

tumblr_kswe9kft4k1qzrip0o1_500 Negarsi il cibo carneo significava allontanarsi dal cibo degli uomini, dal cibo per così dire ‘normale’, tanto più in un’epoca, come l’Alto Medioevo, contrassegnata da un ampio consumo di carne a tutti i livelli sociali. Era, dunque, una scelta elitaria, che distinguendosi dai regimi alimentari correnti e nella difficoltà di una rinuncia certamente faticosa trovava motivo di auto-identificazione, segno di appartenenza alla schiera dei più vicini a Dio. L’astinenza dal cibo, in particolare dalla carne, era programmata anche per un altro motivo di ordine tecnico, ovvero la castità e non soltanto nel caso specifico di Giacomo Bianconi che secondo la tradizione biografica si mantenne puro e vergine fino alla fine. La verginità era dunque intesa a sua volta come condizione privilegiata per un più rapido e intenso avvicinamento a Dio.

(The Procession of the Flagellants)The Belles Heures of Jean de France, Duc de Berry. Herman, Paul, and Jean de Limbourg (Franco-Netherlandish, active in France, by 1399–1416)

In effetti, pratiche alimentari e repressione della sessualità appaiono fortemente collegate all’esperienza mistica del nostro beato; l’astinenza dal cibo e la sua regolamentazione rappresentano il metodo più diretto ed efficace per intervenire sull’equilibrio psico-fisiologico degli individui in funzione della continenza sessuale. In ogni caso è evidente che ci troviamo di fronte a una scelta meditata e consapevole, dove la definizione del digiuno come prima delle virtù, su cui tutte le altre vengono a poggiare, e l’esclusione di certi cibi dal regime alimentare assumono un valore estremamente preciso e tecnico, al di là del significato genericamente mortificatorio. Mortificazione della carne, certo; ma, soprattutto, della ‘carne’ intesa come sessualità. Soltanto nei casi di necessità, dovuti a infermità e malattia, il Bianconi si concesse il consumo di carne, ubbidendo ai medici e ai suoi superiori.Goya FlagellantiIn tali contesti culturali e sociali, però, il rifiuto della carne assumeva, non di rado, forme estreme ed esasperate, che le stesse autorità ecclesiastiche non mancavano di condannare. La privazione della carne era intesa sia a scopo ascetico purificatorio sia a scopo punitivo. La stessa legislazione civile utilizzava l’astinenza dalla carne come strumento di punizione per reati e infrazioni di vario genere. Uccisione maialeMa, in effetti, era soprattutto nella legislazione ecclesiastica, nella normativa riguardante l’espiazione dei peccati, che la punizione alimentare veniva sistematicamente applicata. Nel Medioevo era proprio quello il tipo più ricorrente di penitenza, stabilito dai libri penitenziali e dai testi conciliari, in molti casi confermato dalla pubblica autorità della legge. La penitenza base era la dieta a pane e acqua, eventualmente integrata (se il fisico si indeboliva troppo) da cibi ‘innocenti’, puri, non contaminati come gli ortaggi, i legumi, la frutta, proprio perché l’esclusione della carne comportava la sua sostituzione programmatica con altri prodotti, che potessero in qualche modo supplire il suo ruolo di alimento ad alto valore nutritivo.Pieter_bruegel_il_giovane,_autunno_03Essenziale rimaneva in ogni caso l’astinenza dalle bevande alcoliche e dalla carne. Non sorprende dunque considerare che i cibi fondamentali del regime alimentare del Bianconi fossero i legumi, il pane, gli ortaggi e le erbe cotte, a volte crude, condite con aceto, olio e sale. Soprattutto il venerdì, a meno che non coincidesse con qualche importante festa dell’anno liturgico, e le vigilie delle principali feste del Signore, della Vergine e dei Santi, in memoria della Passione di Cristo, era solito cibarsi soltanto di pane e acqua e spesso, durante il periodo Quaresimale e nell’Avvento, si sottoponeva a severissimi digiuni, per ben due o tre giorni consecutivi.  3065_0L’elemento sostanziale della dieta era probabilmente rappresentato dai legumi, dei quali è noto l’elevato valore nutritivo, legato all’alto contenuto proteico. Che si trattasse di una consapevole alternativa alla carne è comunque difficile sostenerlo. Sembrerebbe il pane, in realtà, una presenza costante nella quotidiana alimentazione del beato (potrebbe esserne una prova il coltello che portava sempre con sé, utilizzato a tavola per tagliare il pane o per scrostarlo), tanto più basilare quanto più legata a simbologie e significati che trascendono il piano propriamente alimentare per investire il campo della mistica.bread in the millde ageAl di là dalle valenze etiche e comportamentali, il cibo, infatti, tendeva a interpretare simbolicamente la realtà terrena, a intenderla come immagine dell’unica realtà vera, quella dello spirito. Così i legumi potevano significare la continenza dalla lussuria e la mortificazione del corpo. Soprattutto il pane, immagine del miracolo eucaristico, si prestava a essere caricato di un forte simbolismo.14506402._SX540_ L’identificazione fra pane terreno e pane celeste, fra cibo del corpo e cibo dell’anima, si spingeva fino a immaginare una materializzazione di quest’ultimo. Il pane di farina non è solo immagine del pane di Cristo, ma sua manifestazione terrena. Del resto, nella letteratura del tempo, il miracolo alimentare è all’ordine del giorno: il miracoloso rinvenimento del cibo, la sua moltiplicazione, la sua trasformazione (l’acqua in vino), avvenimenti tutti presenti nelle agiografie del beato Bianconi, rappresentano una delle forme più consuete di intervento divino nella vita quotidiana, in questo caso mediato dall’azione di Giacomo.ku94ncysoizi_2qwgbp0wkgxyz4ijc75jmoxuqcmrtref-_7oil1uqu8nbgsbwr_8rvsyvqdcwc3ipz6vqkyum4s0ogo«Mentre si fabricava il convento, e la nuova chiesa, il Signor Iddio lo fece illustre, e segnalato appresso i suoi compatrioti con molti miracoli: conciosiaché più volte, à prieghi di lui, il Signore accrebbe il vino, e ’l pane da lui benedetto per i Muratori, & Artefici». butcher
Per quanto concerne le bevande, l’unica espressamente menzionata dalle biografie del beato Giacomo è l’acqua, «con qualche traccia di vino, solo una o due volte la settimana», che in realtà, inquadrando giustamente gli usi alimentari del medioevo, non si beveva mai pura essendo spesso torbida o inquinata, date le tecniche rudimentali di estrazione a poca profondità nel sottosuolo. Si aromatizzava con frutta, erbe, miele, aceto; in alcuni casi si bolliva per disinfettarla o si beveva insieme al vino per renderla più igienica. Il vino viene però citato soprattutto a proposito del discorso sui miracoli compiuti dal Bianconi, presumibilmente per il fatto che si arricchì di significati simbolici e si legò a impieghi liturgici che lo nobilitarono, favorendone la promozione a cibo lecito e raccomandabile, da escludere solo in casi estremi di mortificazione, voluta o imposta.

Peasants_breaking_breadL’accostamento del vino alla carne, come bevanda afrodisiaca ed eccitatrice di passioni, è in ogni modo quasi un topos nella letteratura morale dei primi secoli del cristianesimo e del medioevo; il rifiuto del vino è molto spesso contestuale a quello della carne, nelle scelte e nelle pratiche di mortificazione e questo potrebbe spiegarne la quasi totale assenza nel regime alimentare del beato.a79854c09a571ab6148f243633457c48
Il linguaggio del cibo si prospetta pertanto come un codice complesso, che coinvolge etica, religiosità, ritualità e simbologia.

Cenni bibliografici
G. M. MERLO, Misticismo, in «Grande Dizionario Enciclopedico», Torino, Utet, 1970, pp. 617-619.
L. IACOBILLI, Vita del b. Giacomo da Bevagna, Foligno, 1644.
M. GRADASSI, Vita del b. Giacomo Bianconi patrono di Bevagna, Spoleto, 1950.Certosa_di_fi,_chiesa_di_s._lorenzo,_interno,_zona_dei_conversi,_rutilio_manetti,_Apparizione_di_Gesù_Bambino_al_beato_Domenico_dal_PozzoCfr. La Sacra Bibbia, Roma, Edizioni Paoline, 1960, p. 15 (commento a Gen. 2, 17).
Per le citazioni di Gregorio Magno, Alcuino, Giovanni Cassiano si veda M. MONTANARI, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2004.2404_0Le agiografie tramandano che il b. Giacomo, nella stessa mattina in cui morì, si presentò alla beata Vanna nella chiesa dei padri Predicatori di Orvieto, dandole in dono la cintura e il coltello che teneva sempre con sé; il fatto che non vennero ritrovati nella camera del Bianconi ha fatto pensare a una vera e propria apparizione di Giacomo al fine di rassicurare e di garantire alla beata la sua protezione anche in seguito alla morte.
IACOBILLI, Vita del b. Giacomo cit. (nota 2).
GRADASSI, Vita del b. Giacomo Bianconi cit. (nota 3).livigni_perversopiacere_05
Secondo la tradizione biografica, nel 1291, il beato Giacomo, durante l’edificazione del convento di Bevagna di cui egli stesso era priore, moltiplicò il pane e convertì, più volte, l’acqua in vino per sfamare gli operai, affaticati dal duro lavoro.
Per tutte le indicazioni contenute in questo articolo, riguardanti le pratiche di mortificazione, le abitudini alimentari e la verginità del b. Giacomo, si vedano: F. A. BECCHETTI, Vita del b. Giacomo Bianconi di Bevagna, Roma, 1785; IACOBILLI, Vita del b. Giacomo cit. (nota 2); G. B. TORRETTI, Vita del b. Iacopo da Bevagna, Siena, 1643; GRADASSI, Vita del b. Giacomo Bianconi cit. (nota 3); B. PIERGILI, Vita del b. Giacomo Bianconi da Bevagna, Roma, 1729; ID., Vita e miracoli del b. Giacomo, Todi, 1662. Mosaici-della-cupola.-Il-Giudizio-Finale.-Ambito-di-Coppo-di-Marcovaldo-1260-1270-ca.-I-dannati-e-lInferno-e1435563932181

Vino è Visione

25 gennaio 2016
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Giorni fa ad Orvieto ho colto al volo una felice occasione di ritrovarci con alcuni dei più fulgidi nasi scintillanti umbri. Appuntamento al caffè Montanucci per inerpicarsi su un trasversale e spassoso itinerario sensoriale condotto dall’amico Giampiero Pulcini sempre animato dal sacro fuoco istruttivo che lo contraddistingue ben dosando un giusto sentimento delle proporzioni a misurata dissimulazione pedagogica.

Vino e Visione il titolo programmatico dei sorseggi alla cieca che ci sta a  ricordare la difficile arte (direi pure l’artigianato) del guardare innanzitutto in se stessi poi del saper osservare sia dentro a un calice di vino sia attraverso un’immagine che paralizza in una fotografia un determinato istante di vita non più replicabile, come scriveva ad esempio Roland Barthes:

“Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente.”nypl.digitalcollections.939769b0-2289-0132-6f44-58d385a7bbd0.001.w

Visto quanto mi aspettava per la serata sicuramente ricca d’analogie, di metafore audaci di vertiginose figurazioni antropomorfiche, nei quattro passi per raggiungere il luogo dell’incontro dalle parti del Duomo imponente a voi tutti noto con i bassorilievi apocalittici dello scultore Lorenzo Maitani, salendo sui gradini di una scalinata e prima ancora d’aver sorbito neppure una lacrima di vino sono incappato in questa elementare visione premonitrice. Tre gatti perdigiorno, – non mi addentrerò troppo sul gender sessuale degl’accoppiamenti felini – di cui uno attivo intento all’azione scopereccia, uno passsivo invece disponibile all’amplesso – entrambi esibizionisti come mi pare evidente – e un terzo (tertium non datur) sornione, sporcaccione più degl’altri e voyeur cioè guardone e scopofilo quanto me, io cioè, il quarto della lista pur se apparentemente umano, con l’iphone a portata di scatto pronto ad osservare-immortalare chi già era indaffarato nel fare e nel guardare, – quei tre gattacci appunto -, a mia volta forse ripreso-perpetuato da una telecamera a circuito chiuso sospesa proprio sul vicoletto. IMG_5635

Proponimenti alla base dell’incontro al Montanucci il desiderio leale di approcciarsi – di far approcciare – la gente al vino con un maggior bilanciamento di “istinto memoria emotività” ed ironia aggiungerei io, cosa che Giampiero è riuscito ad illustrare col solito piglio coinvolgente, witz perspicace e toni persuasivi, sicuro di un understatement da filibustiere navigato ormai da anni nel “mare color del vino” in cui è facile gioco naufragare, discutendo di contenuti temi e questioni accessibili ai partecipanti – sia gli iniziati che i consumati – ma mai banalizzando con accenti astrusi o contegni distaccati, attitudini impettite e pose bacchettone cosa che ahimè è ormai da troppo tempo stucchevole prassi in tante rattristate situazioni degustative di tal specie.

filosofi del vinoLe linee guida richieste da questo divertissement sinestetico svolto per un paio d’orette, – lui Giampiero assieme a noi altri teosofi delle uve fermentate e ad un nutrito coro di curiosi, appassionati più qualche addetto ai lavori, – sono risultate essere molto limpide e semplici fin da subito: bisognava cioè liberarsi la testa le narici lo sguardo il palato da qualsiasi preconcetto accademico. L’istinto non si insegna tutt’altro il più delle volte anzi viene addomesticato se non addirittura castrato dall’eccesso di regolamenti a rischio di depotenziare l’impulso liberatorio sterilizzando l’immaginazione creatrice alla radice di ognuno di noi. Orale o scritta, non c’è nessuna legge veterotestamentaria valida che possa imporsi ai nostri sensi, nessuna prestabilita regola inoculata da frigidi protocolli di scuola sommelieresca che possa sopraffare l’unicità percettiva di ogni singolo individuo. Siamo infine solo noi con la nostra immaginazione anarchica, tante solitudini raggruppate assieme davanti ai vini nel bicchiere e di fronte a delle immagini cui abbinare le nostre sensazioni suscitate volta per volta all’osservazione, all’annasata quindi all’assaggio.nypl.digitalcollections.510d47e2-90e3-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Certo il punto nodale qua allora è un altro. Secondo me è il nucleo del linguaggio il vero perno della questione perché poi a questo si riduce tutta la materia del vino parlato, interpretato e ascoltato che si faccia narrazione delle impressioni, resoconto d’attributi, gioco linguistico, costellazione d’aggettivi, gomitolo di proiezioni-ricordi-memorie innescati dall’abbinamento vino/foto come in questo nostro caso orvietano ad esempio a simulazione divertita dell’assai più dogmatico abbinamento cibo/vino. È proprio qui l’aspetto più interessante della faccenda allora, che poi da gioco si fa sempre più serio e possa tramutarsi in un buon esercizio autocritico utile ad allenare il linguaggio dei nostri sentimenti; una sana abitudine cioè a manifestare le nostre capacità descrittive che ci faccia adatti ad esprimere con maggior cura delle sensazioni sempre meno aleatorie o superficiali ma ancor più precise, approfondite, distinte ed attinenti che aderiscano meglio cioè alla nostra più autentica interiorità psichica e sfera emotiva. E qui allora penso al Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche:

“Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più”IMG_5637

Otto quindi i vini serviti alla cieca durante il corso della serata. Otto differenti sfumature cromatiche dal biancogiallino verdognolo trasparente passando per l’ambrato oro zecchino ossidativo all’amaranto tenue al rosso acceso fin al violaceo spinto. Otto territori completamente diversi l’uno dall’altro, distribuiti in due batterie da quattro che sono stati così fantasiosamente abbinati a quattro foto gigantografate appese su appositi cavalletti in un punto della sala offerte in pasto, (in bevuta sarebbe più consono) allo sguardo del pubblico borbottante scrutante annusante degustante. Un pubblico sopratutto che irraggiava quei certi sorrisi e quell’entusiasmo genuino che hanno incoraggiato una parlantina mai troppo accessoria ma anzi con buona pace e una gran disposizione dei presenti all’esperimento sociale di gruppo. E tutto questo senza mai prendersi troppo sul serio evitando così qualsiasi prescrizione fondamentalista se non si voleva poi cadere, di rovescio, nello stesso tranello retorico da cui si stava tentando di sfuggire cioè quello della degustazione tracotante, standardizzata a modellino usa-e-getta fatto di punteggi molesti, descrittori pseudoscientifici, vanagloriosi elenchi con la solita solfa d’aggettivi riciclati, pleonasmi monocordi, pappette autoreferenziali, sulfamidici recitati da pinguini ricercatori di pagliuzze negl’occhi altrui col tastevin a forma di trave conficcato nell’occhio. Evitare come la peste insomma che eliminato un idolo lo si sostituisca poi però subito con un altro magari ancora peggiore del precedente!

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Dopo aver coinvolto la sala intera nel prolifico scambio di analogie personali, impressionismi rapsodici ed associazioni di idee tra vino-sentori-raffigurazioni fotografiche, le due impetuose batterie hanno dato avvio allo smutandamento successivo dalla carta argentata che copriva le bottiglie così che si son visti sfilare i seguenti vini proprio nella medesima successione in cui li abbiamo bevuti noi quella sera stessa:

  1. Domaine Gauby 2013 Les Calcinaires (Côtes Catalanes) un uvaggio di Muscat, Macabeau e Chardonnay nella regione della Languedoc-Roussilion. Gauby
  2. Vernaccia di Oristano 2001 dei Fratelli Serra (Sardegna). Orro
  3. Rossese di Dolceacqua Testalonga 2013 di Antonio Perrino (Liguria Riviera di Ponente). Perrino Antonio
  4. Chianti Classico Le Trame 2010 di Giovanna Morganti Podere Le Boncie (Castelnuovo Berardenga). Le Trame
  5. Collecapretta Vigna Vecchia 2014, Trebbiano Spoletino di Vittorio Mattioli (Umbria alle pendici dei monti Martani). Collecapretta
  6. Côtes du Jura Domaine Macle 2009, Chardonnay e Savagnin (dalla denominazione Château-Chalon nel Jura in Francia).Macle
  7. Barbacarlo 2012 di Lino Maga una composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Barbacarlo
  8. Barolo Paiagallo 2010 di Giovanni Canonica ovviamente nebbiolo in Langa, giovanni canonicache guarda caso ne avevo aperto una bottiglia mesi prima trovandola sfortunatamente tappata ed è stato quindi una piacevole sorpresa che Giampiero ha voluto dedicarmi con affetto e quale omaggio alla cattiva memoria della precedente bottiglia che sapeva di tappo, facendola smutandare a me di persona; ultima boccia dell’intera sequenza a commiato di una serata tanto estrosa quanto appassionante, fasciata dal velo magico-protettivo della condivisione.IMG_5651

Gli scatti che seguono al centro di tutto questo serio svago tra vino e visione, sono del fotografo Luca Marchetti, questi appunto i soggetti rappresentati dalle quattro tele in ordine così come erano anche disposti in sala quella sera a partire da sinistra verso destra:

  • Cinciallegra colta in volo sopra una palizzata con filo spinato e qualche filo d’erba secca.cinciallegra
  • Primo piano di un elefante colto di fronte: scorcio di proboscide e occhio sinistro torvo, intenso, rattristato, condannato… possiamo elencare tutti gli aggettivi che ci passano per la mente tanto non sarebbe che forzatura emotiva ed antropomorfizzazione cerebrale.Elefante
  •  Conceria nordafricana, uomo seminudo in piedi si riposa rilassato di spalle al sole tra quelli che sembrerebbero i tepori termali di un hammam mentre invece prende una tregua dalle fatiche del lavoro. Marocco
  • Ragazzina o donna ritratta da dietro mentre procede avanti in quello che appare essere un paesaggio offuscato, notturno e lunare.ragazza

 

Tacere a voce alta nell’età del frastuono informatico

22 gennaio 2016
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C’è tutta una tradizione spirituale e filosofica sia in Occidente che in Oriente indirizzata ad una sorta di mistica del silenzio. Da Laozi a Sant’Agostino da Pirrone lo scettico a Nietzsche e Wittgenstein fino alla prescrizione – nei saecula saeculorum – costrittiva, cupa, ossessionata, quasi minacciosa del silenzio osservato dai monaci di clausura. Il Grande Silenzio è per l’appunto anche il titolo di un bellissimo documentario di Philip Gröning del 2005 che ritrae la quotidianità di alcuni certosini nel monastero della Grande Chartreuse sulle alpi francesi vicino Grenoble.l'arte di tacere

Giorni fa ad una serie di commenti e commenti dei commenti innescati a cancrena esegetica da un mio post di facebook su un libro inutile eppure letto da milioni di persone, un amico virtuale mi stimolava – forse a torto forse a ragione – sui temi robusti dell’osare, del sapere, del potere e del TACERE. Ho subito pensato che l’argomentazione sbrigativa per quanto scaturita su una piattaforma futile e spiccia qual’è Facebook, per quanto asciutta e mordi-e-fuggescamente argomentata custodisse in sé la stessa dose di ragione quanto di torto, infatti pensavo – lo penso tuttora – che poter tacere – sospendere qualsiasi opinione, impressione, punto di vista, giudizio – sia sempre più un’impresa titanica, una destinazione inarrivabile nell’epoca nostra della frastornante comunicazione di massa in cui tutti si parla e sparla uno in sovrapposizione dell’altro e comunque alla fine dei conti, per non dir nulla di così sostanzioso; l’era digitale dell’indicizzazione impazzita su Google, delle notifiche di Twitter propagate quasi alla velocità del suono nello schiamazzo dei social quale rumore assordante718BRSGDXZL di fondo, campo magnetico sonoro perenne ad ovattare le nostre vite quotidiane di cellophane; un rumore bianco (White Noise) cui tutti comunque si partecipa e che si subisce come un sopruso necessario anche supponendo di non parteciparne, standosene zitti e muti in disparte. Quanto detto fin qui crediamo riguardi solo il frastuono acustico, ma del Big Bang visivo a cui siamo ossessivamente sottoposti ogni giorno dallo schermo del pc ai milioni di cartelloni pubblicitari per strada agli sponsor video-animati? Del rombo di immagini che ci assordano la vi(s)ta che ci bombardano a sangue i bulbi oculari – armi di distrazione di massa – vogliamo parlarne o meglio tacere appunto anche qui? Come osare quindi il silenzio oggi se non costringendosi ad uno stoico sordomutismo clinico ad un accecamento auto-indotto tanto per rivitalizzare la tragedia dell’Edipo re di Sofocle nella nostra standardizzata epoca della farsa globale?

Paul Goodman Speaking and Language

Traduco una piccola recensione di Maria Popova su Brain Pickings che propone un testo di Paul Goodman su linguaggio e silenzio in difesa delle ragioni della poesia che credo non sia mai stato tradotto in italiano. Goodman è autore poco conosciuto dalle nostre parti disperso tra qualche coraggiosa piccola casa editrice resistenziale, noto forse per un libro degli anni ’60 ora più che mai attuale: Gioventù Assurda sul disadattamento, sul disagio di crescere nel labirinto sociale delle grandi metropoli d’America, che mi pare però non sia mai più stato ristampato da Einaudi fin dal 1971.

Paul Goodman e le 9 forme di silenzio.

Speak Italian
da Bruno Munari, Speak Italian

“Devo imparare a tacere” così il giovane e risoluto André Gide nel suo diario. Ma che tipo di silenzio intendeva esattamente? Nel capolavoro del 1972 Speaking and Language, che è anche l’ultimo lavoro pubblicato in vita, il grande romanziere poeta drammaturgo e psichiatra del XX secolo, Paul Goodman – soprannominato anche: “l’uomo più influente di cui abbiate mai sentito parlare” – esamina nove possibili forme di silenzio.

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“La voce di Paul Goodman è una voce autentica”, come avrebbe scritto Susan Sontag nel suo bellissimo elogio funebre una settimana dopo la morte di Goodman nel mese di agosto di quello stesso 1972. “Dai tempi di DH Lawrence non c’è stata nella nostra lingua una voce tanto convincente, genuina e singolare.” Nel suo squisito inno in lode al silenzio, pieno di ciò che Sontag definisce le sue “serpeggianti e pazienti spiegazioni nei meandri d’ogni cosa,” la voce di Goodman si riversa nei suoi più singolari riverberi.41Zcl63av4L._SX369_BO1,204,203,200_

Un esempio di quanto scrive Goodman:

“Non parlare e parlare sono entrambi modi umani di stare nel mondo, e ci sono ordini e gradi per ciascuno di questi modi. C’è l’ammutolito silenzio dovuto al sonno o all’apatia; il silenzio sobrio che si accompagna al volto di un animale solenne; il silenzio fecondo della consapevolezza, pascolo dell’anima, da cui maturano sempre nuovi pensieri; il silenzio vivo della percezione vigile, pronto a dire: “Questo… questo…”; il silenzio musicale che accompagna l’attività assorta; il silenzio di ascoltare un’altra persona parlare, trasportarla alla deriva per poi aiutarla ad esprimersi con più chiarezza; il silenzio rumoroso del risentimento e dell’auto-accusa, discorso forte, sottaciuto ma imbronciato da dire; il silenzio della perplessità e dello sconcerto; il silenzio dell’armonia pacifica con le altre persone e in piena fusione col cosmo.”

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Peaking and LanguageUn vero peccato che Speaking and Language sia da tempo fuori stampa [ripeto, credo mai tradotto in italiano], ma copie di seconda mano possono ancora esser trovate e la ricerca merita l’inseguimento, integrandola magari a questa affascinante storia delle origini e dell’evoluzione culturale del silenzio.

 

 

Sababatemtem… Silêncio!

Non fateci caso, esatto, l’immagine del video è una vera schifezza fantasy-kitsch ma non si trova altro in rete, chiudete quindi gl’occhi e godetevi questa perla musicale del 1963 scritta da Túlio Piva cantata da Elis Regina al suo terzo album [Orquestra Sob a Direção de Astor].

Silêncio! Atenção!
O Samba já tem outra marcação

Sababatemtem

Silêncio! Atenção!
O Samba já tem outra marcação

O pandeiro já não faz o que fazia
Violão só é na base da harmônia

Silêncio! Atenção!
Por que o Samba já tem outra marcação

A roda do mundo sempre vai girando
Vai girando sem parar
Tudo nessa vida se renova
A Bossa Velha deu lugar a Bossa Nova

O pandeiro já não faz o que fazia
E o violão só é na base da harmônia

Silêncio! Atenção!
Porque o Samba já tem outra marcação

A roda do mundo sempre vai girando
Vai girando sempre sem parar
Tudo nessa vida se renova
A Bossa Velha deu lugar a Bossa Nova

Silêncio, escute com muita atenção
O Samba já tem outra marcação

Silêncio! Atenção!
Porque o Samba já tem outra marcação
O Samba já tem outra marcação
E essa é a nova marcação

Eee, o Samba já tem outra marcação!

Biblioteche di Babele Online

11 gennaio 2016
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New york 1935

Navigando nel mio sito alla sezione intitolata “references” che elenca una vertiginosa ma mai abbastanza esaustiva lista dei link di riferimento – una categoria che generalmente raccoglie altri blog preferiti ed è perciò definita blogroll – potete trovare un rimando agli archivi digitalizzati e gratuitamente scaricabili delle migliaia di libri d’arte dal Metropolitan Museum di New York e dal Paul Getty Museum di Los Angeles.

nypl.digitalcollections.510d47dd-f25f-a3d9-e040-e00a18064a99.001.wA queste due favolose collezioni si aggiunge ora la monumentale opera di diffusione democratica del sapere da parte della biblioteca pubblica di New York – The NYPL Digital Collections – che ha messo online a disposizione del mondo intero quella che è una vera costellazione di documenti, libri, foto, immagini, raccolte private, articoli, carte topografiche, riviste, manifesti, progetti urbanistici, mappe, atlanti… che non basterebbero una decina di vite per spulciarseli tutti con la dovuta calma e il misurato piacere della lettura. Possiamo (anzi dobbiamo) criticare con lucidità e argomenti legittimi questo mondo ipervirtuale e massmediatico nel quale siamo quasi costretti a vivere e lavorare, violentati dal giorno alla mattina da false notizie, notifiche insulse, informazioni disinformate, continuamente in allerta su cosa scremare di valido setacciandolo da tonnellate d’impurità, separare senza sosta il falso dall’autentico, il soggettivo dall’oggettività, tentando di non cascare a nostra volta nell’infelice, frustrante ed infecondo gioco del rincorrersi a vuoto delle pseudoverità virali, delle mistificazioni, delle pressapochezze di massa e delle bufale inventate di sana pianta sempre da qualcun altro tanto per gioco che per interesse o per puro spirito di zizzania.  

Eppure una speranza ancora c’è, un modello politico valido per il mondo intero, un esempio di civiltà illuminata che pratichi il relativismo culturale, la tolleranza etnica, lo scambio di bellezza e conoscenze, l’abbraccio di intelletto e manualità attraverso la scrittura la lettura la ragionevolezza. Ecco, questa raccolta babelica di saperi collezionata dalla biblioteca nazionale di New York messa a disposizione libera dell’umanità digitale è il manifesto più attivo, concreto ed efficace della speranza di cui sopra a cui non possiamo dar fiducia se non partecipandone attivamente, concretamente ed efficacemente a nostra volta. Traduco di seguito la recensione a questo evento storico a cura di Erin Blakemore su  smithsonian.comnypl.digitalcollections.510d47e2-63a5-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

La New York Public Library ha messo a disposizione di tutti in rete oltre 180.000 documenti.

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Gratificazioni istantanee per menti curiose.
di Erin Blakemore (smithsonian.com)

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Ti piacciono le vecchie foto? E antichi testi religiosi? Eliotipie d’epoca che illustrano alghe o felci? Sei fortunato: non è più necessario spegnere il portatile e fare un viaggio per vederli da vicino. Martedì scorso la New York Public Library ha annunciato d’aver rilasciato più di 180.000 documenti ad alta risoluzione scaricabarili all’istante per chiunque sia curioso e abbia accesso a un computer.

I download sono tutti di dominio pubblico e coprono di tutto, dalla cultura popolare alla storia alla scienza, la musica. Come scrive Jennifer Schuessler per il New York Times, la notizia qui non è necessariamente il rilascio del materiale in sé, molti documenti erano già da tempo in rete.Turn of the century poster
“La differenza”, scrive la Schuessler, “è che ora i file sono di più alta qualità e definizione, disponibili per il download gratuito ed immediato.” La NYPL ha migliorato il suo motore di ricerca visivo e per contrastare gli hacker la biblioteca sta rendendo l’API (Application Programming Interface) accessibile a tutti per l’utilizzo di massa.
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Troverete un sacco di tesori all’interno della nuova raccolta: sfogliare le fotografie iconiche del sociologo Lewis Hine sui lavoratori infantili ai manifesti utilizzati durante la Guerra Civile Russa. Ancora più in basso, attraversate le porte della percezione di questo universo del sapere, si possono sfogliare le oltre 35.000 vedute stereoscopiche della collezione di Robert N. Dennis che combinano fotografie leggermente “compensate” tanto da aggiungere una profondità tridimensionale a immagini provenienti da diverse regioni degli Stati Uniti. Questa visualizzazione epica aiuta a rivitalizzare propositi e fascino della collezione.Lewis HineLa biblioteca ha anche creato un intero reparto – l’NYPL Labs – volto a studiare modi innovativi d’utilizzo delle sue enormi collezioni digitali. Dall’inserire una mappa storica bidimensionale di Fort Washington, Manhattan nel mondo tridimensionale del videogioco Minecraft per dar vita un nuovo gioco (Mansion Maniac) che consenta agli utenti d’esplorare esorbitanti planimetrie residenziali d’inizio secolo a New York, ci sono molti precisi modi per esplorare la collezione della biblioteca.

nypl.digitalcollections.510d47e1-dbc4-a3d9-e040-e00a18064a99.001.wQuesta mossa è parte di una tendenza assai più ampia seguita da molte biblioteche e musei che stanno rendendo le loro collezioni disponibili online. Dai documenti presidenziali alle collezioni di mappamondi o immagini del fotogiornalismo storico, c’è una corsa per digitalizzare qualsiasi cosa da rendere tutto di pubblico dominio e disponibile al maggior numero di persone possibile. Shana Kimball la direttrice dei programmi pubblici e le relazioni sociali della NYPL, riassume meglio sul blog della biblioteca: “Nessuna richiesta di permesso, nessun cerchio attraverso cui saltare; basta solo andare avanti e riutilizzare!”
Erin Blakemore
smithsonian.com
(7 Gennaio 2016)

Séguy E. A.
Séguy E. A.

Gastroetimologie Ultra Moderne

9 gennaio 2016
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Food Culture

Un divertente esercizio di stile ad esempio, è tradurre neologismi di stampo alimentare da una lingua all’altra. Certo riadattare in italiano un termine che combinasse la parola mangiare alla parola etimologia con altrettanta semplicità, eleganza e nonchalance dell’inglese “eatymology” non era non è e non sarà cosa semplice. Io ho proposto il facile facile “gastroetimologia” – e perché no gastroglossario? – dopo aver scartato i francamente terribili pappetimologia (“dacci oggi la nostra pappa quotidiana”) e cucinetimologia.sourdough2Ritengo ad ogni buon conto che il libro in questione nonostante la globalizzazione disarmante dei nostri giorni sia ancora molto (troppo) condizionato da una cultura anglofona sia grammaticale che gastronomica di base quasi esclusivamente americanocentrica – giochi di parole, situazioni politico-sociali, sottintesi ed equivoci culinari forse poco “appetibili” e non così “appealing” da “stuzzicare” il divertimento e la “fame” di sapere d’un lettore medio italiano. Lascio comunque all’eventuale traduttore ed editore italiani che s’arrischiassero nell’impresa di tradurre Eatymology, di trovar per fatti propri la loro migliore soluzione al cruccio linguistico/letterario. Intanto propongo un veloce “assaggio” – se non è proprio questo il caso di parlar d’assaggi – al Dizionario della Moderna Gastronomia di Josh Friedland.

Bartolomeo Scappi_L'arte et prudenza d'un maestro Cuoco_4

La cultura del cibo ha dato il via ad una nuova “gastroetimologia”.

Il nostro panorama mediatico ossessionato dal cibo si dimostra terreno fertile per certi giochi di parole.
Abbiamo adesso nuove parole per descrivere ogni cibo di nicchia o preferenza gastronomica.

Non sopportate proprio quelle piccole pesti che continuano sfrenate a rincorrersi trai tavoli del vostro ristorante Coreano “fusion” preferito? Potreste essere affetti da mocciosofobia. O magari siete solo dei culinosessuali se invece usate le vostre abilità culinarie per attrarre ogni volta qualcuno di “molto speciale” alla vostra tavola.

Franz Snyder

Nel suo nuovo libro, Gastroetimologia (Eatymology), l’umorista e scrittore di cibo Josh Friedland ha raccolto molti di queste neologismi in un dizionario gastronomico del 21 ° secolo.

Friedland ha recentemente parlato con Rachel Martin di NationalPublicRadio, ospite del Weekend Edition Sunday. Momenti salienti di questa loro conversazione sono stati raccolti qui di seguito.Baking breadSu “Lievito Madre Hotel” (sourdough hotel)

Sai quando uno si dedica a mantenere in vita il proprio lievito madre alimentandolo ogni giorno con la farina? A Stoccolma c’è questo posto, è un panificio, che se avete bisogno di andare in vacanza potete benissimo lasciare lì in custodia la vostra pasta madre. La terranno su uno scaffale della panetteria, alimentandola giorno per giorno al posto vostro mentre voi siete fuori. È come una pensione per gl’animali.

Su “frágurt” (brogurt) yogurt per uomini
Chi ha ideato questo yogurt per tipi tosti è stata quest’azienda la Potente (Powerful) Yogurt che commercializza yogurt per soli uomini. È ora sugli scaffali dei negozi e il loro bersaglio – si sa come va il marketing – sono i maschi che prendono bevande energetiche.

c8ff5765dd4a6670c352ff582a2ee980_600x283Su “anacardi di sangue” (blood cashews)

Questa voce si basa su un rapporto di Human Rights Watch sul modo in cui vengono fatti gl’anacardi in Vietnam, che è uno dei maggiori esportatori al mondo di queste noccioline. Vien fuori che in Vietnam le persone condannate per reati di droga sono inviate in centri di riabilitazione nei quali poi vengono fondamentalmente costrette ai lavori forzati per la produzione e lavorazione di anacardi pronti poi per essere esportati. È un’idea ovviamente che prende spunto da Diamanti di Sangue per intenderci. Quindi sì, alla fine il libro tratta temi esilaranti ridicoli ma anche abbastanza gravi.Cashew processing Vietnam

La sola luce è nel buio oltre la ribalta

1 gennaio 2016
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qGnSwsBRLa scoperta più avvincente del 2015 l’ho fatta veleggiando su Twitter ed è Maria Popova, autrice ed animatrice del sito #BrainPickings (Frutti del Cervello) un vero e proprio “Inventario della Vita Eloquente” come dal significativo sottotitolo, da cui sempre su twitter raccolgo con gratitudine svariate notifiche appassionanti, un patrimonio di notizie scientifiche e divagazioni culturali notevoli assieme ai più disparati approfondimenti editoriali oltre a tanti altri frammenti di contemporaneità archeologiche sull’epoca rovinosa e datata già sul nascere che stiamo vivendo, ipertesti e documentazioni digitali su questo relitto di civiltà multimediale sopra cui sta assai velocemente naufragando la nostra era post-tecnologica, post-industriale e post-qualchecosa ma soprattuto posteriore o postuma a se stessa.

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Traduco allora come un buon auspicio tutto al femminile per il 2016 questa recensione della Popova ad un libro di Rebecca Solnit che è una intensa riflessione sulla speranza, un manifesto dell’ottimismo che motiva all’azione nonostante la tanta disperazione economica politica sociale morale antropologica in cui siamo sommersi; è un’esortazione accalorata, una scossa che possa risvegliarci almeno un po’ da questa nostra perenne inettitudine di spettatori passivi nell’acquario o parco giochi della vita moderna, mummificati nel grigiore d’un anonimato ammiccante sempre celebrativo del successo altrui e di chi agisce a commiserazione patetica da vittime auto-sacrificali nei riguardi della propria impotente sconfitta e del fallimento di chi subisce lo spettacolo del mondo senza reagire.society of spectacle

“La vera luce risiede nel buio dietro la ribalta! ”

Speranze nel buio: Rebecca Solnit sulla luminosità redentrice irradiata dagl’invisibili rivoluzionari del mondo.

Penso sia davvero dura vivere oggi di speranza e sincerità nell’era del cinismo. Non è impresa facile resistere davanti ai cancelli della speranza mentre siamo bombardati da notizie disperate e continui atti di violenza, mentre continuiamo imperterriti a fronteggiare quotidinamente quello che Marco Aurelio enumerava come: “intromissione, ingratitudine, arroganza, disonestà, gelosia, scontrosità.”marcus_aurelius_by_mcrwayperfect09Non m’è riuscito di trovare una più lucida e radiosa difesa della speranza che questa di Rebecca Solnit proposta in Speranza nel Buio: Storie Taciute, Possibilità Scatenate (Nation Books 2004 pubblicato in Italia da Fandango) – uno snello ma potente libretto racchiuso nella scia dell’amministrazione Bush durante l’invasione dell’Iraq; un libro struggente che è cresciuto in modo più rilevante solo nel decennio successivo. Perdiamo la speranza, suggerisce la Solnit, perché smarriamo il senso della prospettiva – perdiamo cioè di vista “l’accumulo dei cambiamenti impercettibili ma accrescitivi”, che costituiscono il progresso rendendo la nostra epoca radicalmente diversa dal passato, un contrasto oscurato dalla natura non imprevista delle trasformazioni graduali punteggiate da tumulti occasionali.

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Ognuna delle nostre vite trabocca di testimonianze personali che evidenziano questi cambiamenti culturali collettivi. Al tempo in cui sono nata io, nessuno avrebbe potuto immaginare che la guerra fredda sarebbe finita e una ragazza cresciuta nella Bulgaria comunista si sarebbe fatta strada da sola leggendo e scrivendo di libri editi in inglese seduta di fronte lo skyline di Manhattan; già solo un decennio fa, sarebbe sembrato inconcepibile che una tribù ben distribuita d’estranei in rete avrebbe racimolato un milione di dollari per alcuni rifugiati dall’altra parte del mondo attraverso un sistema di comunicazione globale istantanea di neo-telegrammi in soli 140 caratteri; solo un paio di anni fa era difficile pure immaginare che sarebbe venuto il giorno in cui ognuno sarebbe stato in grado di sposarsi con chiunque si desideri amare.

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Così scrive la Solnit:

“Ci sono momenti in cui non solo il futuro ma anche il presente ci pare buio: davvero pochi riconoscono in che tipo di mondo radicalmente trasformato stiamo vivendo, un mondo che è stato trasformato non solo da incubi quali il surriscaldamento planetario e il capitale globale, ma dai nostri sogni di libertà e giustizia – cioè trasformato dalle stesse cose che non avremmo potuto non sognare… Abbiamo bisogno di sperare nella realizzazione dei nostri sogni, ma anche di riconoscere un mondo che rimarrà ancora più ferocemente libero della nostra stessa immaginazione.”

Esponendo questo sentimento che mette in relazione la materia oscura alla materia ordinaria nella formazione dell’universo, la Solnit offre la metafora perfetta per rappresentare le sorgente della nostra inconsistente presa sulla speranza:

Theatrum Mundi

“Immaginiamo il mondo come fosse un teatro. Gli atti con i potenti e i funzionari occupano il centro della scena. Le versioni tradizionali della storia, le fonti convenzionali di notizie vi incoraggiano a fissare lo sguardo sul palco. Le luci della ribalta sono così luminose che vi abbagliano dirigendovi verso gli spazi ombrosi intorno a voi, rendendovi difficile incontrare lo sguardo delle altre persone sedute, di riuscire a scorgere la via d’uscita oltre il pubblico, nei corridoi, dietro le quinte, al di fuori nel buio, dove altre potenze sono in azione. Gran parte del destino del mondo si decide lì sul palco proprio sotto i riflettori, in quello spazio su cui gli attori presenti vi diranno che non c’è altro luogo che quello.”

Shadow Puppet

Ad un brano che richiama alla mente le parole memorabili di Simone Weil:
“Quando qualcuno si espone come schiavo sul mercato, quale meraviglia se trova un padrone?”, la Solnit aggiunge:

“Quel che avviene sul palco è una tragedia, la tragedia della distribuzione iniqua del potere e del troppo comune silenzio di coloro che s’accontentano solo di essere pubblico e oltretutto pagano pure il biglietto per assistere a questo dramma. Per convenzione, dovrebbe essere il pubblico a scegliersi gl’attori e questi ultimi dovrebbero letteralmente parlare per noi, questa è l’idea alla base della democrazia rappresentativa. In pratica, sono varie le ragioni che tengono molti sull’onda partecipativa di questa decisione, altre forze invece – il denaro ad esempio – rovesciano questa scelta così che sul palco anche molti degli attori trovano altre ragioni – lobbisti, il puro interesse personale, il conformismo – tanto da far fallire il proposito di rappresentare i loro elettori.”

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Come osserva ancora la Solnit la speranza muore quando scegliamo di assistere rassegnati allo svolgimento del dramma abdicando alla nostre responsabilità, puntando il dito accusatorio contro i protagonisti sotto i riflettori. (Nelle parole di Iosif Brodskij questa considerazione è espressa molto bene nel suo: “Un dito puntato è il marchio di fabbrica della vittima.”)Weil Sempre la Solnit è così che considera la tipica propensione dei disperati:

“Parlano come se dovessero aspettarsi che un miglioramento venga loro consegnato dall’alto e non come se potessero afferrarlo con la sola forza della propria volontà. Forse la loro disperazione più vera risiede molto semplicemente nel fatto di sentirsi spettatori piuttosto che attori.”

Il nostro più radioso orizzonte di speranze, sostiene la Solnit, giace proprio lì nell’oscurità oltre le luci della ribalta:

“Le ragioni della speranza giacciono lì nell’ombra, nelle persone che stanno inventando il mondo proprio mentre nessuno le sta guardando, che neppure loro stessi sanno di riuscire a realizzare qualcosa che sortisca qualche effetto, in quelle persone di cui non si è ancora mai sentito parlare ma che potrebbero essere i nuovi Cesar Chavez, i Noam Chomsky o le Cindy Sheehan del futuro o diventare qualcosa o qualcuno che non possiamo al momento neppure immaginare cosa come o chi. In questa epica battaglia tra la luce e il buio, è la parte oscura – quella degli anonimi, degli invisibili, degli ufficialmente inermi, dei visionari e sovversivi nell’ombra – è questa la parte nella quale noi dobbiamo riporre le nostre speranze. Per quelli che sono in scena, possiamo soltanto sperare che il sipario si abbassi quanto prima e che l’atto successivo sia migliore del precedente, che provenga direttamente dalle oscurità populiste.”

Solnit

Speranza nel Buio è una lettura immensamente tonificante presa nella sua interezza ad integrazione della quale c’è una lettera esaltante di E. B. White ad un uomo che ha perso la fede nell’umanità, brani di Albert Camus sulla nobiltà dello spirito in tempi bui, Viktor Frankl sul perché l’idealismo sia la migliore forma di attivismo e così ripercorrere ancora la Solnit sul come ritrovarsi nel perdersi o degli effetti dei libri e della lettura sullo spirito umano, su come la non-comunicazione moderna abbia tramutato la nostra esperienza del tempo, della solitudine e della condivisione, ripercorrendo infine quel suorebecca-solnit-storia-del-camminare bellissimo manifesto sulle gratificazioni spirituali del camminare.

 

Il Vino come Narrazione del Paesaggio nel Tempo e nello Spazio

22 dicembre 2015
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“La degustazione come l’amore comincia dagli occhi” Luigi Veronelli

Catania, Domenica 13 dicembre 2015 rabelais02al ristorante Il Carato di Carlo Sichel e Paola Pisano, assieme agl’amici Bevitori Indipendenti Alberto Buemi e Valerio Capriotti e a tutta la confraternita rabelaisiana dei Nasi Scintillanti al maestro Alcofribas coppiere supremo del grande e grosso assai Pantagruele.

Verticale dal 1988 al 2007 dei vini personalissimi e universali di Josko Gravner presentati da Mateja Gravner. 

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Le bottiglie in degustazione erano 14 (una in formato magnum) di variegate annate ed etichette acquistate in blocco ad un’asta Bolaffi, l’approccio degustativo poteva quindi essere indirizzato in svariati modi ma noi assieme a Mateja abbiamo deciso di dargli questo taglio interpretativo che prevede di cominciare dal Breg, uvaggio meno imponente della Ribolla, con l’intermezzo dei bianchi fine ’80 inizi ’90. Le bottiglie sono state dunque assaggiate in tre singole batterie ognuna delle quali era così composta, dove l’ordine numerato corrisponde simmetricamente all’ordine d’assaggio:

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I batteria:

1) Breg Anfora 2007; 2) Breg Anfora 2002 (Magnum); 3) Breg Anfora 2001; 4) Breg 2000; 5) Bianco 1990; 6) Breg 1989

II Batteria intermedia:

7) Chardonnay 1991; 8) Chardonnay 1990; 9) Sauvignon 1989

III batteria

10) Ribolla Gialla Anfora 2007; 11) Ribolla Anfora 2001; 12) Ribolla 1997; 13) Ribolla Gialla Oslavje 1988; 14) Breg Rosso 2004 + Grappa Ribolla Gialla Gravner (Capovilla)

A supporto integrativo della degustazione, che nella maggior parte dei casi è attività sempre piuttosto passiva e ridotta al senso unico sacerdotale da chi le conduce con boria monocorde accademica e serietà bacchettona escludendo al dialogo, alla compartecipazione e alla semplice libertà di “sbagliare”, voglio qui aggiungere – e mi piacerebbe fosse sempre più un modello sperimentale da approfondire in futuro come format educativo alla comunicazione del vino -, il punto di vista dell’amico Elia Zocco che era proprio seduto al banco di prova tra altri amici sulla tavolata dei degustatori proattivi nonché tutti spettatori partecipi inclini al civile scambio d’opinioni, curiosità, critiche, elogi.

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Dagli appunti d’Elia:

Per Josko le fermentazioni devono avvenire a temperatura non controllata, da qui la scelta della anfore, in fase di macerazione e prima vinificazione. Le anfore sono georgiane, ricoperte da uno strato ci 3/4 cm di sabbia e calce, smaltate all’interno da uno strato di cera d’api. Lo scambio d’ossigeno che qui avviene è fondamentale, ma cosa ancora più importante è portare in cantina delle uve sane. Dopo il primo passaggio nelle anfore, che sono interrate nel terreno vivo della cantina, il vino completa il suo percorso d’affinamento nelle botti grandi.

I vini Breg, sono composti da un uvaggio di: Sauvignon, Chardonnay, Pinot Bianco, Riesling Italico, quest’ultimo nonostante sia contenuto solo in minima parte, il 4/5 %, è tuttavia il vitigno che cede la maggiore impronta al vino.
1. Breg 2007, primo vino uscito dopo 7 anni tra anfora e botte; ancora molto appariscente, vivissimo, nonostante sentori di frutta sciroppata, all’olfatto può ricordare grandi cognac.
2. Breg 2002 (magnum), è la seconda annata dopo il passaggio in anfora, vino molto armonico ed equilibrato, vivissimo, nonostante i 13 anni, profumi freschi ben integrati da evidenti sentori ossidativi.
3. Breg 2001 primo anno con passaggio in anfora, più spento rispetto al 2002, meno equilibrato, ma nonostante ciò sa regalare emozioni forti; pesca sciroppata, forse ha già dato il meglio di sé? Fase discendente?
4. Breg 2000, ultima annata pre anfora, 12 i giorni di macerazione.
5. Bianco 1990 nessun appunto sorry.
6. Breg 1989 Vino completamene diverso, nessuna macerazione, rimane un grande vino, bella sapidità.
7/8. Chardonnay 1991-90, vini parecchio differenti tra loro, il primo è un grandissimo bianco, fresco, sapido, di bella beva, all’olfatto perfettamente limpido, mentre il secondo è più ossidato al naso e dal colore più opaco, anche se in bocca poi si rivela tutta un’altra contrastante storia, davvero di piacevolezza sorprendente.
9. Sauvignon 89, tappo… peccato!

Passiamo alla Ribolla. Nel 2012 è stata effettuata l’ultima vendemmia dei vitigni internazionale che sono stati espiantati a favore degli autoctoni Ribolla e Pignolo. L’idea di Josko è quella di puntare su due vini, pochi ma buoni, anche se il Breg uscirà fino al 2019 a ragione dei 7 anni d’affinamento previsti.
La Ribolla è un’uva dalle grandi rese, ma per farne un buon vino bisogna abbassarla e ridurne la produzione; è facilmente attaccabile dalla botrite.
10. Ribolla Gialla Anfora 2007, vino ancora molto giovane e pimpante, può e deve dire ancora molto.
11. Ribolla Anfora 2001, prima annata in anfora, imbottigliato nel 2005: affascinante, superbo, maturo.
12. Ribolla 1997, prima annata con macerazione, 4 giorni sulle bucce, vino molto diverso dai precedenti, maggiore acidità, più persistenza, grande complessità di strutttura.
13. Ribolla Gialla Oslavje 1988, clamoroso, stupisce la sua vivacità vibrante, nonostante i 27 anni suonati.

14. Breg Rosso 2004, da uve pignolo, l’avessi assaggiato alla cieca l’avrei detto un bianco per l’acuta acidità e la gioiosa freschezza, vaghi ricordi di un Terrano del Carso; tannino setoso e ben integrato al frutto, ancora un bambino, grande bella scoperta!

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Le vinacce della Ribolla un tempo erano destinate ad un’altra distilleria, ma venivano considerate di poco valore, fin quando non avviene l’incontro ai vertici con il maestro distillatore Gianni Capovilla che trovandole meravogliose inizia una produzione di grappa dalle vinacce di Josko.

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Questo invece il menù delle vivande previsto per la serata da Carlo Sichel e i suoi collaboratori:

  • Cocktail di gamberi, frozen di lattuga e maionese di pesce
  • Ravioli di baccalà e baccalà in crema con bottarga di muggine
  • Pappardelle cioccolattate al ragù di coniglio
  • Stracotto di maiale nero, prugne, patate e mele dell’Etna
  • Panettoni di: Iginio Massari, Pierluigi Roscioli, Luigi Biasetto, Perbellini

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Il vigneto.

32 ettari tra boschi, alberi da frutto, colline e 15 ettari di vigneto a coltivazione biologica non certificata, tanto sappiamo quanto possano essere attendibili le certificazioni.

 [Che questa ultima frase fosse un po’ troppo grossolana e tagliata con l’accetta, facilmente equivocabile nella sua ambiguità avrei dovuto arrivarci da me prima di renderla di pubblico dominio con troppa leggerezza ed integrarla magari con altri ragionamenti a motivare questo (pre)giudizio tranchant assai generico per la verità che suona fastidiosamente qualunquistico soprattutto se decontestualizzato. Ma tant’è lo scopo che mi son proposto con il mio blog e con questo format di degustazione nello specifico è quello della libertà di “sbagliare”, dell’integrazione d’altri pareri oltre al mio tono di voce monocorde, un lavoro in fieri, un buon intento di far polifonia e non canti e sonate a voce sola tra me e me. Per cui sono strafelice dell’appunto che mi è stato mosso dall’amico  Pierpaolo Messina il quale produce vini che sempre più identificano la sua personalità schietta, viva passione, fame di conoscenza (o sete visto che parliamo di vino) nell’omonima Società Agricola Marabino nella DOC Eloro-Noto. Pierpaolo era trai partecipanti la medesima sera di questa degustazione quindi mi ha chiesto civilmente chiarimenti legittimi e delucidazioni in merito dopo aver letto la mia spiccia frase di cui sopra. Riporto e sottoscrivo in pieno quanto da lui detto così in accordo al suo medesimo gesto di grande decorum aggiungo qui a beneficio del lettore, il ponderato punto di vista di Pierpaolo]:

 Da produttore certificato Biologico, per quello che io possa dirti della mia esperienza, questa tua affermazione non la condivido affatto. Come ben sai noi siamo certificati e quindi mi hai chiamato in causa indirettamente. Ogni mese e mezzo riceviamo controlli da diversi organi oltre al certificatore: ASP, repressione frodi, IRVOS, NAS ecc. Controlli non solo burocratici, ma con analisi a campione di suoli, materiale vegetale e vino anche in vendemmia. Oggi chi si propone come produttore Naturale e quindi quantomeno biologico in vigna come in cantina e non si certifica in “bottiglia”, per quello che riguarda la mia esperienza è solo un soggetto che non vuole essere controllato e non vuole essere trasparente col consumatore. Sicuramente le grandi aziende troveranno l’escamotage per superare certi controlli, o magari siamo solo noi sotto mira. Ritengo che la certificazione non sia un male, ma un valore aggiunto che informa anche il consumatore più sensibile ad un’etica produttiva più sana e rispettosa della natura. Spero tu capisca il mio dissenso sulla tua affermazione, ti ho scritto privatamente perché non voglio far polemica ma solo per chiarire il mio punto di vista! 

Un Eden della micro-biodiversità, a preservare la fauna locale, casette per gl’uccelli, gli stagni artificiali un vero e proprio ecosistema autosufficiente tanto da ridurre al minimo gli interventi dell’uomo, uso di zolfo in quantità ridotte per proteggere la salute delle viti dall’attacco di malattie.

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Josko Gravner è un perenne “cercatore di verità” come l’avrebbe definito Georges Ivanovitch Gurdjieff alla continua ricerca di se stesso attraverso il modo di trattare la vigna, coltivare la terra, vinificare e macerare le uve, affinare il vino. Uno spirito inquieto che lo porta negl’anni alla confutazione empirica dei metodi convenzionali e delle omologate tecniche da scuole d’enologia che presuppongono lieviti e aromi selezionati, chiarifiche e filtrazioni impattanti con tutto il classico protocollo da piccolo o grande chimico-enologo uniformato come da prassi e che impongono al mercato vini sempre più sterilizzati, vini-sciroppo farmaceuticamente costruiti a tavolino, vini funerei. Il vino invece, a questo giungerà Josko nel suo fulgido itinerario d’opere e giorni, è materia vivente, succo organico, sostanza viva carica d’enzimi, microbi e batteri (plausibilmente benigni), lieviti propri alla buccia d’uva e necessari all’armonia cosmica dell’insieme che se setacciati da pozioni magiche, formulerete enologiche di sintesi e filtri industriali risulterebbe essere come il tentativo diabolico d’estrarre il pensiero da un cervello privandolo della sua calotta cranica d’appartenenza e quindi del corpo intero che anima, dà voce e forza a quel pensiero, dunque sarebbe come produrre e bere un vino sdoppiato, innaturale, senz’anima.

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“Chi non sa bere non sa nulla.” Boileau.

[Quanto segue è stata la mia cornice introduttiva alla serata entro la quale Mateja ha poi dipinto il quadro familiare dei vini e del mondo di suo papà.]

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Sono sempre un po’ sospettoso della parola-parlata, da lettore ossesso e da bibliofilo amo più quella scritta che percepisco meno frivola o improvvisata, più meditata, salda, meno teatrale, dal respiro amplio, circospetto, non affannato.

Tentando di essere quanto meno tedioso possibile con questo mio tentativo di squarcio del velo, vorrei provare a lanciare una serie di spunti di riflessione generali, spuntando cioè degl’argomenti nel particolare su cui meditare prima durante e dopo l’assaggio in verticale coi calici dovutamente alla mano all’occhio al naso alla bocca al cuore al cervello all’anima fate un po’ voi… senza intricarci però troppo in complicate o fanatiche faccende d’animismo, di religione più o meno rivelata, di filosofia o scienza chiara et occulta che sia, tanto credo di non sbagliarmi nel presumere che siamo tutti più che d’accordo con Veronelli quando su Bere Giusto sottolineava come:

Veronelli
“La scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il ‘meccanismo’ delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che noi solo conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima…” e continuava ricordandoci che:
“(…) un vino lo si guarda lo si respira lo si gusta infine se ne parla..” ed io, molto umilmente, aggiungerei a ciò che se poi pure il vino è in sintonia con noi e non solo noi con lui – siamo cioè nei suoi riguardi atti a berlo, ben disposti, affinati il giusto, rispettosi, ben mantenuti, maturati per bene -, ecco che sarà anche egli di conseguenza a conversare con noi incarnandosi nella bilanciata atmosfera conviviale, nel buonumore psichico ed emotivo adeguati, atmosfera tuttavia sigillata da quella che mi pare essere – per amor di giustizia – un’eterna ed amara verità come siglava un frammento antichissimo attribuito ad Antimedonte che così declama:

Di sera siamo uomini quando beviamo.
Ma quando arriva l’alba, ci risvegliamo
bestie pronte a sbranarci tra di noi

epigramma se vogliamo, più incline al malumore, al verismo e alla tristezza che ben si sposa con il detto proverbiale che vuole: “l’amicizia stretta trai calici è fragile come il vetro” ovvero, ancora la saggezza popolare: “Amicizia fatta dal vino non dura dalla sera al mattino”.

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Provo quindi a tracciare una cornice nella quale poi Mateja dipingerà il quadro familiare dei vini e del microcosmo di Josko.

Innanzitutto v’inviterei a visualizzare con occhio vigile la situazione di questa serata ad esempio: abbiamo questi vini di Gravner fatti nel Collio in Oslavia all’estremo confine nord-orientale d’Italia, mentre siamo qui a Catania nella quasi estremità mediorientale della penisola dove immagino sarete tutti bene o male di zona o comunque siciliani e state ascoltando ‘sto barbone dalle sembianze talebano/turcomanne che sarei io proveniente – guarda un po’? – proprio della terra di mezzo, originario cioè di un paesino dell’Italia centrale ai confini tra Lazio e Campania.

italia1750mOra, distacchiamoci per un attimo con la mente dalla semplice degustazione tecnica o dalla cena epicureo-godereccia solita come ne avrete già fatte tante come tante se ne fanno e se ne continueranno a fare, ma pensateci bene per pochi minuti, non è già questa un’elementare ma concreta, forse efficace azione quasi geografico-politica quella che stiamo mettendo in atto stasera? Cioè un mettere assieme quest’incontro di poli territoriali ed umani opposti attraverso il centro, promuovendo, – complice l’elemento fluido del piacere e dell’ebrezza cioè il vino la bevanda fermentata di Gravner, con il cibo trasformato da Carlo, – una fusione magica tra paesaggio (lo Spazio fisico ed interiore) con un tentativo di raccontarlo attraverso la gente la fatica e il vino (ovvero il Tempo delle stagioni e dell’uomo).

Gravner vineyard

Ci pensate che potremmo essere quasi dei bambini anche se adulti e con accesso alle bevande alcoliche, ben disposti entusiasticamente attorno alla tavola cosmica imbastita dai sani principi pedagogici (almeno sulla carta) della Montessori? Da Ho Fame: il Cibo Cosmico di Maria Montessori:
“Prendiamo il cibo, tutto il cibo e apparecchiamo per i bambini una tavola cosmica: mettiamo in contatto gli alimenti con l’universo conosciuto, colleghiamo le pietanze con la loro storia, la loro geografia la loro economia, la loro chimica. il loro valore nutrizionale, il loro significato simbolico o religioso.” (…)maria_montessori_-_mario_m_Helen_parkhurst_maria_m_adelia_pyle12 “L’educazione cosmica offre al bambino una chiave per leggere l’universo dove tutto è un concatenamento: lo invita ad uscire a spalancare la porta delle aule per cogliere i particolari di ciò che lo circonda e fa sì che scopra che tutto ha un legame e che egli steso fa parte di un grande sistema di relazioni e connessioni.”

Ora non trovate che siamo tutti simbolicamente un po’ bambini anche se cresciuti in fretta in questo “grande sistema di relazioni e connessioni” appunto, davanti alla misteriosa e gigantesca complessità dell’universo?

“Oggi più che mai viviamo in un mondo dove i sapori sono condizionati dai saperi” puntualizzava a ragione Ezio Santin nella premessa a un libretto prezioso di Lorenzo Stecchetti (alias Olindo Guerrini, Argìa Sbolenfi etc.): La Tavola e la Cucina nei secoli XIV e XVI e credo volesse intendere che l’attività di un artigiano – della cucina della vigna o di altro ambito – non può più permettersi di fare quel che fa ignorando tutta una complessa rete di esperienze, tecniche, conoscenze e saperi strettamente collegati alla sua attività principale anzi necessari al giusto svolgimento del suo lavoro se è un cuoco che ha ad es. a che fare con materie prime, fornitori, prodotti della natura etc . Ma il discorso può tranquillamente estendersi a tutte le altre arti e mestieri, soprattutto alle fatiche nobili del vignaiolo.

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A proposito di queste coordinate spazio-temporali, mi piacerebbe leggervi un breve passo da Il Tempo in Una Bottiglia pubblicato da (Codice Edizioni), scritto a più mani Rob De Salle e Ian Tattersall, un biologo molecolare e un antropologo appassionati entrambi di vino che tentano – rivolgendosi innanzitutto al loro non necessariamente sofisticato pubblico americano – una spiegazione scientifica del vino, dalla terra alla tavola, senza trascurare il lato umano, facendo più chiarezza sul concetto astratto di terroir nella nostra epoca post-industriale e di (troppo?) raffinati strumenti d’analisi chimica, controllo farmaceutico e condizionamenti climatici indotti. Dunque riferendosi alla globalizzazione del vino con l’esempio di una celebre degustazione parigina del 1976 (the Judgement of Paris) in cui i vini della Napa Valley sia rossi che bianchi – degustati alla cicca – quasi non si distinguevano da quelli francesi anzi ne superavano la “bontà” per emulazione tecnologica e sforzi di internazionalizzazione e standardizzazione del gusto, così continuano i nostri autori:

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“Ci sono comunque ‘cani sciolti’ che vanno in controtendenza. Josko Gravner produce, tra il Friuli e la Slovenia, i suoi vini – che godono di eccellente reputazione – in enormi anfore di argilla seppellite nel terreno come si faceva nei tempi antichi. Il suo vicino Stanko Radikon, che usa le stesse attrezzature e procedure di suo nonno, lascia macerare i suoi bianchi per molti mesi in enormi tini tronco-conici in rovere. Tutto questo accade nella sola città di Gorizia. Sono persone come Gravner e Radikon, nelle regioni viticole di tutto il mondo, a produrre oggi vini davvero degni di nota, sebbene non sempre si tratti di vini che incontrano il gusto di tutti o che neanche i loro sostenitori più accesi vorrebbero bere ad ogni pasto. (…) le loro ‘opere’ hanno dimostrato che la perfezione tecnica nella produzione vinicola permette al terroir di esprimersi al meglio.”

bevitori indipendenti

Noi questa sera berremo i vini di Gravner dai classici calici a stelo, ma è giocoforza qui ricordare che da una sua idea Josko ha fatto creare a Massimo Lunardon delle coppe o vasi in vetro che riportano il vino in una prospettiva più antropologica, nella quale si torna a riassaggiare la bevanda in un recipiente essenziale che riassembla la forma austera di due mani congiunte ricordandoci così il gesto millenario quanto l’origine dell’uomo, del bere con le mani “a coppa”.coppe Gravner È lo stesso Gravner a parlarne con emozione quasi mistica:

“L’idea di creare un bicchiere a forma di coppa, mi è venuta per la prima volta nel 2000 quando andai nel Caucaso. Durante quel viaggio, organizzato per vedere le anfore che stavano realizzando per la mia cantina, visitai un monastero sulle colline di Tbilisi. In quella occasione i monaci, oltre a darmi il benvenuto con dei canti religiosi, mi servirono il loro Vino nelle coppe di terracotta. Quel gesto mi rimase impresso, bere del Vino in una coppa senza stelo è molto diverso che da un bicchiere, non vorrei essere frainteso, ma il gesto che la coppa ti impone verso il Vino è più intimo più rispettoso… più umile”.

Ecco in quel “non vorrei essere frainteso” c’è già tutto Josko Gravner nella sua umiltà di produttore e discrezione d’uomo d’altri spazi-tempi.

E ancora in tema di calici e vasi da mescita, finisco allora con un antichissimo richiamo al bestiale Dio della natura attribuito ad Apollonio di Smirne; a pronunciare l’epigramma è proprio il Dio Pan legato al mondo pastorale che preferisce bere mosto in una semplice coppa:

Dio Pan
Sono il dio della gente di campagna: perché libate
a me con tazze d’oro? perché versate
vino puro d’Italia? perché legate a questa pietra tori
dai muscoli rotondi? Risparmiatevi
tutta questa fatica: a me non piacciono
simili sacrifici. Sono Pan,
il montanaro, scolpito dentro al tronco
d’un solo albero: mi piacciono i banchetti
dove si mangia carne di montone,
e bevo mosto in una coppa semplice.

Aggiungo il videoclip della serata girato con particolare acume cinefilo e montato con efficace sagacia dalle bravissime Angela e Sara di Inneres Auge. Chi legge da pc può con tranquillità guardarsi il video da youtube direttamente qua sotto, chi legge invece con ipad, iphone ed altro dispositivo mobile può cliccare al seguente link sulla pagina di Bevitori Indipendenti.

Sapori Eoliani a Salina Terra di Mare Dolce Salata

18 dicembre 2015
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Agricola il padre della mineralogia moderna nel De Re Metallica (1530) annotava: “Uomini saggi hanno osservato che le acque di taluni mari contengono per loro natura diversi elementi in esse disciolti i quali sotto l’influsso essiccante del calore solare venivano eliminati in stato condensato e che a questo modo ne risultavano poi corpi solidi.” Lo stesso scienziato definì questi corpi solidi quali “succi concreti” per indicare il dono dell’acqua ovvero i sali e ancora più specifico il sale da cucina. Nell’antichità gli abitanti sulle poco piovose ed assolate coste del Mediterraneo avevano già ingegnato vari metodi per estrarre il sale.

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Setaccio da La Filosofia della Natura di Albert Bettex, un bellissimo, assai utile e vecchio librone Longanesi arricchito di preziose illustrazioni:

Una chiusa (C) regola su costa bassa l’afflusso dell’acqua marina. Essa si incanala in un sistema di fossati interecantisi ad angolo retto, tocca bacini poco profondi (E). A saracinesche levate, l’acqua vi affluisce e lentamente evapora; il sale cristallizza e aumenta man mano che altra acqua marina apporta nuovo contenuto salino da far essiccare. Finalmente si ammassa con rastrelli il sale e con pale (G) se ne riempiono barili che poi si caricano  su navi mercantili che esportano il prezioso elemento in tutto il mondo. Questa la pratica antichissima dell’estrazione del sale marino, soltanto la chimica scientifica scoprì in seguito che il sale era il risultato di una combinazione prodigiosa: dall’unione di due elementi venefici, il cloro e il sodio, s’accumulava qui ciò che costituisce per tutti gli uomini il quotidiano e più comune condimento e elemento di conservazione degl’alimenti.

salQuesta è l’estrazione manuale e preindustriale del sale, che ancora in alcune zone viene adottata come tecnica superstite di fatiche immani per la produzione del “succo concreto” di maggior qualità e pregio, quando non si tratti di pura attività commercial-folcloristica di facciata e vuoto marketing primitivista d’arrembaggio.

A Salina, nonostante il nome, non ci sono più saline attive, ce ne sarebbe qualcuna abbandonata da poter ripristinare ma costa troppi sacrifici, soldi e giri di boa burocratici il rimetterla in piedi, e comunque pur non essendoci più saline c’è ancora qualche eroe che produce capperi, frutto della terra dal profumo e dal gusto di mediterraneo, che vanno salati e dissalati, un’arte antica questa pari solo al dosaggio filosofale d’acqua e sale che ci vuole per la salamoia delle olive.

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M’arrampico allora su una motoretta noleggiata a Malfa e vado a trovare Roberto che a Pollara ha rimesso in piedi la nobile attività del nonno con eroica forza d’animo, energia vitale e pratica consapevolezza: Sapori Eoliani questo il nome dell’azienda, produce capperi di cui scopro solo ora e grazie proprio a Roberto, che esistono centinaia di diverse cultivar ognuna con la propria caratteristica e forma specifica. Lui, Roberto,  irradia una gioia che immediato mi coinvolge nel suo mondo odoroso spiegandomi la cura maniacale che ci vuole a mantenere la pianta del cappero, a coltivarla, mostrandomene lì per lì alcuni esemplari proprio fuori al suo giardino. Quando m’accoglie è intento ad aiutare una signora che lavora per lui, stanno imbarattolando in vasetti di vetro i pomodorini secchi, le olive, i cucunci e ovvviamente i capperi che oltre a produrre nella classica versione al sale in tre diverse dimensioni (piccola media e grande) selezionate su una vecchia macchina di cernita a nastro, lui produce anche capperi sottolio ed una squisita salsa…

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A questo punto ero giunto a scrivere la mia ricognizione postdatata a distanza di neppure un paio di mesi quando ricevo tipo seduta d’elettroshock telefonica, la notizia tragica della scomparsa di Roberto avvenuta per un incidente in moto sulla stessa strada che avevo percorso io in motoretta presa a nolo per andare a trovarlo quel giorno spensierato di fine settembre inghiottito di sole di pace e d’azzurro, un giorno incantato di quelli assai rari nei quali incontri qualcuno per la prima volta ma che senti fraterno e amico fin da subito come vi conosceste da sempre e ubriachi d’entusiasmo cominciate a pianificare su idee turistiche, progetti di lavoro comuni, ragionamenti sui massimi sistemi del turismo, dell’artigianato, sulla valorizzazione delle risorse del territorio, di un viaggio in Giappone dove avrei appunto portato a far assaggiare i suoi prodotti in abbinamento al sake e alla cucina nipponica per cui ci saremmo sentiti spesso al telefono… ma ecco, è già passato ancora un altro mese, eppure non ho più volontà di continuare oltre, ci tornerò in altra meno infelice occasione a parlare e scrivere di questa isola mistica, degl’amici Luca e Martina Caruso della loro meritatissima prima stella Michelin all’Hotel Signum della Malvasia delle Lipari di Hauner, della luce sovrumana che stringe le Eolie nel suo abbraccio di cielomare, anche se in questo momento è più che altro una luce luttuosa come avrebbe suggerito Gesualdo Bufalino.signumAggiungo solo qualche foto di quella giornata radiosa e un ultimo quesito amareggiato a corollario di una delle foto che documenta d’un cartello che dichiara categorico: “Qui la natura è protetta”, che a dispetto di alcuna possibile o nessunissima sensata risposta circa la morte brusca di Roberto, amico di un giorno lungo una vita intera, mi lascia solo sconforto nella mente e una domanda angosciosa come un groppo in gola che non trova altra soluzione se non nel continuare a lottare, vivere, sorridere disillusi in faccia al destino funesto eppure noncuranti alle quotidiane avversità del caso: “Ma chi ci proteggerà invece dalla natura?”

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qui la natura è protetta

 

 

La Diagnosi Medica come Letteratura

26 novembre 2015
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Sarà che ho qualche frequentazione con i sacri testi di Paracelso, di Galeno, d’Ippocrite, de Il Regimen Sanitatis Salernitanum, del Thomas Browne, di Oliver Sacks. Sarà che mi son ritrovato con mia mamma ricoverata in un letto d’ospedale per una decina di giorni ed ho avuto quindi modo di rapportarmi all’approccio linguistico assai sterile, impiegatizio ed uniformato su parametri squallidamente “aziendali” di alcuni medici ed infermieri che ti riallineano d’ufficio e senza speranza all’amara, ministeriale verità di quanto siamo sempre più oggettivati in qualità/quantità di: cittadini-numero, pazienti, spettatori, contribuenti, acquirenti/consumatori; sarà che proprio in quei momenti vorticosi misti ad angoscia, confusione mentale e umore nero, leggevo a morsi e bocconi un prezioso libretto di memorie del fine letterato Ezio Raimondi:

“Una riflessione sentita è la storia segreta del nostro rapporto personale con il libro. Quando leggiamo ci portiamo dietro le nostre origini: queste origini danno un valore, una cadenza, aggiungono un significato. Un libro non è soltanto i significati che comunica, ma i significati che vi aggiungiamo, garantiti, se non dalla correttezza intellettuale, dall’intensità del sentimento, dell’emozione, dell’affetto. (…) il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui il momento giusto…”

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Fatto sta che nel Maelström di notifiche inarrestabili sui social mi ritrovo grazie a Twitter, catturato da questa recensione pubblicata dalla Los Angeles Review of Books che tratta un tema che mi pare quantomeno avvincente: l’uso della narrazione in contesti apparentemente estranei alla letteratura, in questo caso specifico storie di medici di diagnosi e d’ospedali. Così, rapito dall’emotività di circostanza e dal vissuto personale del momento, ho tradotto all’istante l’articolo di Brian Gittis che sottopongo subito all’attenzione di qualche sparuto ma fedelissimo trai miei lettori, sempre più pochi epperò sempre più giusti.

51yQkqDNm7L._SX329_BO1,204,203,200_Su Medicina Interna. Storie come Diagnosi

Lo scorso anno Harper’s ha pubblicato un saggio molto brillante nel quale la narratrice e giornalista Heidi Julavits conduceva una sorta di investigazione medico-letteraria.
Convinta di aver subito una diagnosi errata dal proprio dottore, la Julavits decide di accollarsi tutto il materiale medico che la riguarda applicando ad esso la più flessibile abilità interpretativa da critico e da scrittore per affrontare i misteri dei malanni corporei.
Alla fine della fiera, in una sorta di spettacolo di magia, è stata in grado di venirne a capo, sciogliendo i nodi di quel che il suo dottore non era stato in grado di capire, rivelandoci così la sua convincente diagnosi di un  mondo medico troppo sclerotico, di un pensiero medico fossilizzato su una monocorde visione in bianco e nero.

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Durante lo svolgimento di questa sua investigazione la Julavits ha frequentato i corsi alla Columbia University Medical School tenuti dalla professoressa Rita Charon la quale pretende dai suoi studenti di affrontare letteratura, storia dell’arte, filosofia parallelamente ai loro specifici corsi di medicina. La Charon insegna ai dottori a non guardare esclusivamente ai sintomi ma a ragionare per racconti. I dottori, stando alle argomentazioni della Charon, sono degli interpreti e sviluppare le proprie “competenze narrative” potrebbe aiutarli a praticare la medicina con maggiore penetrazione ed empatia.

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L’autore e medico Terrence Holt l’ha messa sullo stesso piano in un’intervista radiofonica del 2005 con Lynn Neary alla National Public Radio: “La prima cosa che succede quando entra un paziente nuovo è che comincia a raccontare una storia, e tu cerchi di rappresentarti cosa questa storia significhi.”

Holt è approdato alla medicina relativamente tardi, dopo cioè aver insegnato scrittura creativa per oltre un decennio. Le storie venate di fantascienza ed horror del suo primo libro, una raccolta di racconti intitolata: Nella Valle dei Re – nonostante sia stato pubblicato mentre Holt era già medico alla University of North Carolina – non ha quasi niente a che vedere con la medicina; piuttosto questi racconti mostrano uno scrupoloso interesse su questioni di filosofia della narrazione. Sia se ambientate in un paesino del New England o in una navicella spaziale che sta approdando su Giove, queste storie esplorano tutte dei temi molto simili: le strane e più mistiche proprietà del linguaggio, il modo in cui usiamo la scrittura sia per creare senso che per trascendere il nostro mondo, i limiti della conoscenza umana. Holt è particolarmente bravo a drammatizzare l’inquietante maniera in cui il linguaggio scappa al controllo dei suoi autori, assumendo tutta una misteriosa vita per conto proprio. Nel racconto intitolato “O Logos” una parola che uccide i suoi lettori si diffonde come un microbo da una persona all’altra comparendo dalla fronte dei moribondi. Invece nel racconto che dà il titolo alla collezione un professore ricerca un’inafferrabile, antica “parola di potere” che crede possa concedergli l’immortalità. Velati di un’elegante ed austera prosa che richiama H. P. Lovecraft, Holt con i suoi astronauti, fantasmi ed egittologi maledetti dalle mummie, guida il lettore attraverso tali cerebrali quanto borgesiani labirinti.
Nel suo ultimo libro Medicina Interna, Holt continua a esplorare simili questioni d’ordine narrativo specialmente situazioni nelle quali il paziente si sforza d’approcciarsi al dottore. Appena ripubblicato in una collana tascabile economica della Liveright, Medicina Interna ci appare subito per quel che è, un memoriale dell’esperienza ospedaliera del dottor Holt il quale tuttavia chiarisce nella sua introduzione che si tratta anche di qualcosa di molto più complicato. L’obiettivo dichiarato di Holt è di rappresentare un “resoconto veritiero” di “quel che resta misterioso e molto spesso problematico circa il processo attraverso il quale si diventa medici” – eppure allo stesso tempo Holt dichiara ci sia anche qualcosa di non propriamente etico nel pubblicare storie di pazienti reali per quanto travestite da narrazione. Lasciando solo alla finzione narrativa il compito di rendere questo suo “resoconto veritiero” la soluzione di Holt è stata quella di crearsi un avatar, il Dr. Harper, lasciando agire lui, attraverso casi romanzati che cristallizzassero quali potevano essere, per lo stesso Holt, i dilemmi essenziali della sua professione di medico interno. Queste esperienze sono organizzate “secondo la logica non tanto del giornalismo quanto della parabola.” Il risultato è un libro esplicitamente etichettato come “autobiografia” che, cosa assai curiosa, dichiara nel colophon la familiare clausola editoriale: “I personaggi e le istituzioni in queste storie sono immaginari. Ogni somiglianza tra loro ed altre persone viventi o decedute, è pura coincidenza.”

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Quel che segue all’introduzione è abbastanza inequivocabilmente fin dalla prima lettura una raccolta di studi di casi medici. Molti racconti cominciano nella media come episodi di Dr. House: una paziente che il Dr. Harper ha preso in carica dal turno di notte ad esempio, con un’inesplicabile, elevata produzione di latte materno oppure mentre sta consumando una pizza che gli è appena stata consegnata, una giovane ricoverata nel reparto di psichiatria denuncia un misterioso malessere addominale che lascia nel dr. Harper un preoccupante presentimento.

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Harper è un dottore alacre e compassionevole con l’animo di un ufficiale inglese. Vede lampi di Dostoevsky e dell’Olandese Volante nelle difficili situazioni mediche e talvolta riflette sui suoi pazienti così come farebbe un critico letterario su un testo (“Era eccezionalmente ben pettinata, I suoi capelli puliti, la pelle liscia […] Tutto ciò era solo una messa-in-scena a favore di quella cosa disturbante che baluginava nelle profondità.”) Circostanze feroci sono a volte rese con intuizioni poetiche che hanno del sorprendente – un malato di cuore allo stadio terminale sta: “accerchiando lo scarico in anelli che sembravano, a quel punto, ancora così ampi che il vortice centrale era soltanto una fossetta all’orizzonte”.

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Eppure a dispetto di queste occasionali immagini poetiche, Medicina Interna, va letto più come una raccolta di saggi personali che di racconti, niente a che vedere con la prosa stilizzata e oscuramente intossicata di Nella Valle dei Re; qui la prosa è talmente più sobria e giudiziosa che è quasi facile dimenticarsi che Medicina Interna di fatto è un libro di “finzione” il che indica una certa responsabilità in questa specifica forma di libri. Il pericolo piuttosto in questo tipo di storie verosimili è che potrebbero terminare senza avere né l’astuzia della finzione né tantomeno il controllato trauma (o intrigo voyeuristico) dei fatti-più-strani-delle-stesse-finzioni. Parte di quel che generalmente rende queste storie mediche così interessanti, è quel fremito che ci da lo scrutare attraverso la tendina. Quando leggiamo di una storia medica che sfida ogni convinzione – come quando la donna al reparto psichiatrico che stava soffrendo di un misterioso dolore addominale si scopre all’analisi dei raggi X che s’era intenzionalmente punta con dozzine di siringhe attraverso le costole – siamo portati a riconciliare questi strani avvenimenti con il mondo nel quale viviamo e che può essere tanto elettrizzante, quanto può destabilizzarci o illuminarci. Proprio perché Medicina Interna sembra un libro di “saggistica”, evoca in noi questo tipo di sentimenti i quali perdono subito d’immediatezza quando però ricordiamo che niente per davvero in questo libro è mai avvenuto. Holt sembra offrirci con una mano uno stuzzicante accesso privilegiato a qualcosa che subito tende ad oscurare con l’altra. Siamo accompagnati dietro una tenda è vero, ma solo per trovare un’ulteriore tendina.

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Ad ogni modo Holt non sta qui solo a soddisfare la nostra curiosità voyeuristica riguardante gl’ospedali. Su Medicina Interna ci vuole offrire barlumi di cose attraverso il regno della medicina o addirittura della stessa realtà, quei momenti quando estreme situazioni mediche sembrano intersecarsi su un terreno più divino e spirituale. Mentre le storie mediche in genere seguono una traccia di ragionamenti portandoli a soluzione, Medicina Interna assai spesso lascia invece molto il lettore con più domande che risposte. Nel “Codice Perfetto” una rianimazione di routine appare improvvisamente come una faccenda ultraterrena quando Harper all’improvviso è fulmianato dal senso di sublime perfezione di quell’attimo – “l’inquietante” calma della stanza, la surreale “economia di gesti” delle infermiere, l’impeccabile incastro delle semplici e discrete mansioni d’ognuno. In “”Vergine di Ferro” due esami di routine nel reparto psichiatrico trasportano Harper verso un irrisolvibile paradosso nella relazione tra il corpo e la mente. In “Orfano” l’analisi di Harper sui dolori allo stomaco di una giovane produce in lui una sensazione nella quale la paziente le appare: “sospesa tra la vita e la morte […] sembrava occupasse entrambi gli stadi in una volta sola”.

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Nella storia finale che chiude il libro, “Il Grande Inquisitore” Holt affronta il mistero nell’atto stesso del raccontarlo. Una notte che si trova bloccato dalla neve in ospedale, il Dr. Hawley, un medico veterano noto a tutti per ammorbare il personale più giovane con storielle vecchie e noiose, racconta una storia d’ospedale intensamente toccante che poi alla fine risultata essere del tutto inventata. In altre parole il Dr. Hawley sta al Dr. Harper (o Holt) così come quest’ultimo sta a noi lettori per tutto lo svolgimento di Medicina Interna. Harper a questo punto si ritrova a chiedersi stupefatto circa i motivi di fondo ed il perché della storia raccontata da Hawley, la sua funzionalita non solo per l’edificazione dei giovani sottoposti del Dr. Hawley ma anche e soprattutto per lui stesso. Tutto questo porta Harper a singolari conclusioni che riguardano proprio la sua attitudine a raccontare storie la quale piuttosto che essere uno strumento di lavoro a sua disposizione risulta invece essere più un “errore” che si sente “condannato a ripetere ora e per sempre.” Così dopo aver esordito Medicina interna con una certa convinzione che le storie raccontate avrebbero potuto aiutarlo nel definire un senso positivo alla sua professione ospedaliera, Holt chiude la raccolta suggerendo che questa sua predisposizione a raccontare storie sia trascinata da una qualche strana ed oscura forza. È un’annotazione alquanto inquietante questa sulla quale terminare un libro che era tuttavia cominciato con propositi tanto più positivi e limpidi.16-700x500Ed eccoci allora riapprodare ancora una volta sui territori di Nella Valle dei Re. Il nostro narratore crede di essere lui a controllare le sue narrazioni fino a che queste non sfuggono al suo comando. In questa sua raccolta c’è un’eccezionale storia di fantasmi “Eurydike“, un uomo si risveglia dopo un’amnesia in una navicella spaziale reduce da un trauma sconosciuto. Sforzandosi di riacquistare un punto d’appoggio nella realtà, si siede di fronte a un computer e comincia a scrivere. Man mano che riordina le sue scombinate impressioni di chi possa essere e del perché si trovi lì, la storia che sta raccontando sembra assumere una vita propria, rivelando le circostanze del narratore a se stesso in una maniera quasi soprannaturale. Harper/Holt dunque a svariati milioni di miglia distante, lontano nel suo ospedale non è poi tanto diverso perche entrambi iniziano a far narrativa con lo scopo di dar senso ai propri mondi ma nel procedere su questa direzione si ritornavo condotti da forze più grandi che trattengono molto più di quanto sia possibile loro afferrare.

Presumibilmente l’idea dietro tutto ciò è di aiutare gli studenti di medicina a coltivare “competenza narrativa” è che le storie possano risultare utili ai medici come strumenti razionali, analitici e organizzativi. Le storie cioè ci aiutano a dare un senso alle cose. Ma per quanto possa assomigliare ad altre, è la grande sensibilità di Holt, la curiosità sui nostri tempi assai poco curiosi — e più in generale di questi tempi per cui la ragione sembra fallire il suo compito — a dare a Medicina Interna un sapore più insolito che altre memorie mediche più convenzionali non hanno. Come molte altre pubblicazioni dello stesso genere, anche questo è un libro avvincente, compassionevole, attraversato da una vera energia emotiva che muove a commozione. Ma, cosa assai meno comune — e forse nonostante le intenzioni iniziali del suo autore — è un libro anche molto inquietante. (Traduzione mia gae saccoccio)

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