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“Borderwine e il Tao del Vino” di Bruno Frisini

26 Giugno 2019
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Ogni gioia è breve e pallido ogni raggio di sole che scivola sulle bianche montagne fino a noi.

Friedrich Nietzsche

A fine maggio ho partecipato a BorderWine, manifestazione ideata e curata da Fabrizio Mansutti & Valentina Nadin, con cui collaboro ormai già da qualche anno.

In questa edizione 2019, al quarto anno, ho avuto l’opportunità di confrontarmi assieme al pubblico con Andrea Paternoster sulle api, sul miele e l’idromiele; con Simonetta Lorigliola autrice di È un vino paesaggio, libro bellissimo su Lorenzo & Federica, Vignai da Duline, libro che dovrebbero leggere tutti gli appassionati di vino, nessuno escluso; con Carlo Nesler sull’arte del cibo fermentato a partire da un altro libro fondamentale: Il Mondo della Fermentazione di Sandor Ellix Katz; con Damijan Podversic e la sua Ribolla poderosa in 6 annate differenti; con Dario Princic, altro intransigente vignaiolo goriziano.

Il compaesano Bruno Frisini che ha già scritto altri pezzi qui su naturadellecose, era con me a Cividale. Quella che segue è la sua testimonianza “taoista” dei due giorni trascorsi allegramente assieme tra seminari, incontri, cene, bisbocce e banchi d’assaggio.

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Borderwine e il Tao del Vino

Di che luce è composta la pioggia? Quando si scorge dalla finestra un piccolo raggio di sole venir fuori oltre il grigiore del cielo e della terra bagnata su cui poggia le proprie attenzioni, la pioggia diviene di colpo color oro.

Ecco, è proprio così che rivedo BorderWine con gli occhi della mente: color oro!

Ricordi di giorni piovosi illuminanti. Giorni illuminati da un nitido riverbero fatto d’orgoglio, d’appartenenza, di coerenza.

Ma di cosa parliamo esattamente?

Esaminarlo soltanto come fenomeno rappresentativo di un movimento appare, forse, un restringimento di campo scontato e già ben sottolineato da altri.

Curiosando sul sito si nota una breve ma significativa descrizione che fa riferimento all’importanza dell’artigianalità non fine a se stessa ma strettamente collegata ad un territorio, nella fattispecie il Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia comprese in quanto terre confinanti.

È palese come questo coincida alla perfezione con i ragionamenti fatti e le impressioni condivise nella intensa due giorni di Salone del Vino Naturale svoltosi il 26 e 27 maggio a Cividale del Friuli nel Tempietto Longobardo, cornice di commovente bellezza.bb349555-9035-47ce-bfb6-13497529f740

Qual è, allora, la vera identità di BorderWine? Che ruolo ricopre nei confronti di tutte le iper-frammentate correnti di pensiero che orbitano attorno al vino artigianale? Ha una reale funzione di volano all’interno di un mercato fortemente aggressivo e selvaggio come quello dell’agroalimentare?

Ritengo necessaria, al riguardo, una breve parentesi di carattere storico-paesaggistico, utile chissà, ad argomentare e dare sviluppo ad un tema che non si può certo esaurire in poche righe.

Cividale è un gioiellino urbanistico che si è impreziosito passando di mano in mano nelle varie epoche e dominazioni.  Si attestano ritrovamenti di origine Paleolitica, Neolitica e Celtica ma il nucleo pulsante della città è stato edificato in età romana (probabilmente per volontà di Giulio Cesare, considerato il posizionamento strategico). Nel VI sec. d.c. vi si sono insediati i Longobardi che negli anni ne hanno accresciuto il potere ecclesiastico/spirituale. Nell’VIII sec. d.c. i Franchi l’hanno eletta a capitale della marca orientale del Friuli per poi divenire uno stato patriarcale del Sacro Romano Impero e, diversi secoli più tardi, dominazione della Serenissima.fb9f0b73-f992-4621-a352-49c4261bd0de

Arriva ai nostri giorni dopo guerre, confini continuamente rivisti e milioni di parole pronunciate mai nella stessa lingua. Uno strato sopra l’altro fatto di tante culture e frastagliati orgogli etnici che segnano Cividale (Forum Iulii, Civitas, Civitas Austriae, Civitate, Sividàt, Zividàt, Cividàt che dir si voglia) nel bene e nel male della propria peculiarità di città “in limine” cioè di confine.

Lo scenario che si distende dinanzi gli occhi di chi vi si imbatte è da sospendere il fiato in gola. La stessa alternanza di popoli si palesa nello svolgimento urbanistico. Edifici che raccontano di un’identità fatta di strenue fatiche e lasciano il visitatore sospeso in un limbo indefinito di epoche, culture, tradizioni.

Il tempietto Longobardo, incastonato all’interno del monastero di Santa Maria in Valle, è il più fulgido esempio di questa meravigliosa stratigrafia umana, prima ancora che diamante architettonico a sé.

Non è quindi più un caso, fatte tali premesse, che sia stato proprio questo il luogo prescelto per mettere in atto la rappresentazione di uno spettacolo vinocentrico che appare, ad occhi meno distratti, come paradigma centrale di secoli di storia.

Ora, da una prospettiva grandangolare, ad uno sguardo più circostanziato e voyeuristico, immaginiamo di spiare dal buco di una serratura l’attività che ha preso forma all’interno del monastero nei due giorni del Salone. La prima sensazione, quella più istintiva, è l’immediato desiderio di conversione (tanto per restare in tema ecclesiastico) verso lo spirito artigianale che satura l’atmosfera, lasciando impressa nella memoria come un ideale di purezza perduta.

Caleidoscopio di immagini e figure strettamente connesse all’artigianalità del cibo, del vino, di svariate arti e mestieri, BorderWine oggi lo immagino come una specie di Tao che rappresenta pienezza e vuoto al tempo stesso.463px-Tao_symbol.svg

Passeggiando e meditando sotto il chiostro tra i vari banchi dei produttori, si fa sempre più nitida la logica di fondo sottesa all’evento che racchiude una congruenza di pensieri e gesti, di idea e d’azione. Sembra passare in secondo piano se nel bicchiere viene versato Zibibbo pantesco o Blaufränkisch dell’Austria. Ciò che emerge è pura spontaneità. Abituato tuttavia a considerarla come elemento marginale, non per forza sinonimo di artigianalità e autenticità, proseguo nella mia analisi certo di aver dato quantomeno uno sfondo a quella che sarà la questione nodale da cui mi auguro si sbroglieranno diversi spunti di riflessione.

Non possiamo accontentarci di una visione superficiale se vogliamo comprendere come questo movimento dei “vini naturali” possa inserirsi in complesse dinamiche commerciali, differenziando una proposta di vino artigianale troppo spesso confusa e talvolta ingannevole.

Basti pensare, in un’ottica globale di appiattimento del gusto, al discorso del “naturale” come comunicazione distorta in partenza. Da una parte il vignaiolo tacciato di poca consapevolezza enologica, genitore di vini poco raffinati, dall’altra l’industria del vino, creatrice di vuoti slogan pubblicitari nel tentativo di dispensare rassicuranti messaggi narcolettici.

Da qualsiasi punto di vista lo si osservi, il concetto di “naturale” induce in errore se non sviscerato con la dovuta attenzione.

A tal proposito le nostre argomentazioni spostano nuovamente la loro messa a fuoco su BorderWine e sull’importanza che al suo interno assumono i seminari.

Tra un sorso e l’altro, infatti, si assiste al ben riuscito tentativo di cristallizzare concetti, temi e idee attraverso incontri calibrati con ospiti e produttori, intenti all’approfondimento di questioni centrali, altrimenti irrisolte con il solo assaggio o il solito pretesto per ubriacarsi che fa gola a molti.

L’approccio è di quelli che rapiscono l’attenzione per poi stringerla in una morsa fatta di stimoli e provocazioni che si allenta solo con il palesarsi di maggior coscienza e consapevolezza in chi ascolta.

Ciò che colpisce di più è l’assoluta corrispondenza dei temi trattati nonostante possano sembrare a una prima vista, lontani e sconnessi tra loro.

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In quest’edizione ho trovato riscontro di quanto appena espresso in tutti i seminari a cui ho partecipato. Ho notato un po’ a malincuore una divulgazione disomogenea dei suddetti all’interno del salone. Eventi di tale portata meritano probabilmente una più mirata pianificazione pubblicitaria affinché ogni presente ne venga messo a conoscenza, coinvolgendo pubblico, operatori e produttori. Un cartellone dedicato ad ogni singolo seminario, magari affisso all’ingresso delle sale degustazione, e una comunicazione cadenzata da parte delle hostess riguardo il programma del giorno, avrebbe reso senza dubbio più completo l’ottimo lavoro iniziato sui social.

La chiave di lettura in cui ho potuto osservare dal buco della serratura lo svolgersi interno ed esterno di BorderWine, riportava tutto ancora una volta, a un senso orientale di “pienezza del vuoto”.

Andando nel dettaglio, questa logica di pensiero assolutamente esotica/asiatica, crea dei legami fortissimi tra BorderWine e i produttori, tra relatori e pubblico.

L’agire senza agire è alla base di tutto ciò che è accaduto e accadrà all’interno del tempietto Longobardo durante i due giorni di salone.

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Il primo seminario a cui ho preso parte racconta di un legame straordinario: quello dell’uomo con le api.
Andrea Paternoster, mel magister. Impensabile per molti l’idea di poter ottenere qualcosa da un insetto, figuriamoci da un’intera colonia.
L’essere umano che segue l’istinto animale, assecondandolo e divenendo parte di un complesso meccanismo è qualcosa di comprensibile probabilmente solo attraverso le intense parole di chi vive ogni giorno affinando tecniche ed esperienze antichissime per produrre con sapienza il miele e i suoi derivati.
Andrea Paternoster porta infatti in degustazione, oltre ai suoi mieli che definisce “nomadi e futuristi”, anche i suoi aceti di miele e il suo incredibile idromiele, bevanda senza tempo che conduce i sensi in altre epoche, al gusto dell’agro, dell’acido e dell’autentico. Emozionante, direi inevitabile mi sovviene un raffronto con il Vin Jeaune del Jura: vino struggente, anch’esso dispensatore di un sapere genuino che sembra allontanarsi – ahimè – sempre più dalla coscienza collettiva, minacciato da una globalizzazione al glucosio che stritola il gusto, appiattisce culture arcaiche, tradizioni vere e sapori forti.
Il concetto di api “nomadi” sorge proprio dall’idea di raccogliere il nettare in luoghi diversi (almeno 60 diverse postazioni) affinché ogni territorio possa essere raccontato attraverso i propri fiori e quindi il proprio miele.
“L’ape è elemento singolo, comunità e paesaggio al tempo stesso”, espressione lucida e lungimirante che introduce con una certa spontanea naturalezza, alle affascinanti teorie dei Vignai da Duline in occasione della presentazione del libro “È un vino paesaggio”, in cui il concetto di “chioma integrale” permette di arrivare senza forzature alla perfetta maturazione del frutto, sottolineando il cruciale ruolo di un’attenzione in vigna non invasiva.225fd186-1751-4596-87c7-539c32404072
Lorenzo Mocchiutti, il produttore di vino e Simonetta Lorigliola, l’autrice del libro, si avvicinano confidenziali al nostro banco quasi a volerci svelare dei segreti.
Ovviamente si tratta di precetti ben conosciuti nonostante mi piaccia pensare che quell’atmosfera così magica e raccolta sia tutta rivolta a sanare i miei dubbi e soddisfare le mille curiosità.
Sorseggiando beatamente e approfondendo i diversi temi, appare chiaro come l’individuo-agricoltore ricopra un ruolo cruciale nella costruzione del paesaggio innanzitutto e quindi, di conseguenza, del vino.
Tali premesse farebbero pensare ad una figura di vignaiolo onnipresente, ubiquo, con “le mani in pasta” ovunque. Niente di più sbagliato! Lorenzo spiega con brillantezza come si possa sostenere con umiltà il paesaggio nel compito che la natura gli ha assegnato senza dover necessariamente essere protagonisti egocentrici.
Nessun misticismo astruso nel concetto di “chioma integrale”, cioè quel metodo che, evitando di cimare la vigna, permette di arrivare senza forzature alla perfetta maturazione del frutto, sottolineando la necessità di un’attenzione in vigna non invasiva.
Si può ben dire in questo caso che l’essere umano, proprio come le api, diventi un tutt’uno con il territorio, intuendone tempi e ritmo. Il ritmo, parola tanto cara a Damijan Podversic che, adoperandola come fulcro per presentare i suoi vini, la associa al rispetto dell’andamento delle diverse annate. Saper mantenere questo ritmo fa si che non si debba mai rincorrere pianta, uva e vino. L’evoluzione è data da fattori naturali che sta al vignaiolo vigile, saper cogliere e guidare nel loro sviluppo.
Damijan difatti con la sua fede nel “seme maturo” ci ha illustrato con intensità, come la pratica misteriosa di trasformazione del frutto da parte del vignaiolo possa iniziare solo quando quella nutrice della pianta è lì per terminare. 22b27ffe-3685-4f1a-a082-8d7ac66976f1Carlo Nesler che ha tradotto Il Mondo della Fermentazione di Sandor Katz (Slow Food Editore), ha parlato dell’importanza del non agire nell’ambito delle fermentazioni, incanalando al meglio e rendendo positive per l’uomo le trasformazioni operate nel cibo dalla vita microbica già presente nel suo corpo per natura: “La vita che alimenta la vita”.
Questo ciclone di sapere assennato, di cognizioni antiche e di profondo rispetto verso ciò che ci circonda, trova in Nesler un rappresentante ideale con doti da grande intrattenitore.
La sala è gremita, siamo di lunedì, al secondo giorno di salone.
Avverto nell’aria e negli sguardi affascinati dei presenti un’atmosfera prospera di nozioni fondamentali, basilari per ognuno di noi affamato di conoscenza.
Ogni nitida parola, ogni gesto coerente vengono tradotti mirabilmente in sostanza dagli assaggi di cibo “vivo” che ci vengono proposti nel finale: Miso, Kombucha, Sale di nocchia.
Con fare impacciato decido di assaggiare tutto e dal primo istante ne resto folgorato. C’è un che di miracoloso in questi fermentati. Una sensazione di benessere pervade nell’immediato il mio corpo, la mente genera sensazioni positive, l’istinto mi attrae verso qualcosa di relativamente nuovo del quale sono certo non potrò mai più fare a meno.
L’idea di una bontà così vera e genuina che presuppone un oculato non interventismo da parte dell’uomo nei confronti del cibo, la dice lunga sui contenuti sviscerati in questa interessantissima parentesi (sempre aperta e in evoluzione) friulana.

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Dario Princic esprime con fare deciso l’estrema facilità con cui una grande uva possa divenire un pessimo vino se l’azione di cantina superi per visione, peso e rilevanza l’azione-non azione svolta nei campi.

Princic sedimenta quindi questi pensieri molto Zen, chiarendoli con asciuttezza in forma di manifesto, utile senz’altro a sostenere idealmente anche le prossime edizioni di BorderWine:
“Il vino lo facciamo sulla pianta e qualche volta lo roviniamo in cantina!”

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Con queste parole (e che parole!) di un vignaiolo burbero, austero e autentico come i suoi vini, chiudo, anzi socchiudo la mia esperienza a BorderWine.

C’è una forte simmetria. Una struttura invisibile, capillarmente organizzata, costruita su basi solide, che guarda con metodo ad una viticoltura sostenibile e quindi durevole e redditizia.

La preservazione del terroir (come spesso mi capita di rilevare), che si traduce in tipicità e qualità, è l’unica vera prospettiva che mette in relazione le società umane con il proprio habitat naturale che ha modellato il paesaggio, conservato biodiversità, custodito differenze sociali e culturali fondamentali.

In concreto per le società umane e le aggregazioni di individui – eventi come BorderWine in questo possono assumere un ruolo davvero cruciale – il fine ultimo è quello di individuare e perseguire un’insieme di pratiche comuni in grado di preservare i terroir e la loro produttività.

Non basta solo l’etica ecologista in quanto tale per spingere un prodotto o un produttore sul mercato e di conseguenza nei complessi meandri della cultura umana.

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Da qui si potrebbero aprire numerosissime finestre che ipotizzano una viticoltura ragionata che andrebbe a toccare ogni livello della filiera. Ciò nonostante il nostro fine iniziale era quello di focalizzare in maniera più attenta la fenomenologia di un movimento che sente, a mio avviso, troppo stretta la veste assegnatali di salone del vino “naturale”.

BorderWine è sostenibilità, competitività economica, preservazione e salvaguardia del patrimonio ambientale, salute umana, qualità globale.

Il vino artigianale ha bisogno di tanti BorderWine e non il contrario come si tende semplicisticamente a credere.

Bisogna certe volte invertire i fattori e osservare la realtà al contrario, dalle proprie ombre, sfidandola, se si vuol raggiungere la meno illusoria possibile… natura delle cose.

Bruno Frisini

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Le Radici Ancestrali Del Friuli, Sentinelle dell’Habitat

30 Marzo 2016
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Foto di Fabrice Gallina

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Non è mai cosa facile ricreare a posteriori l’atmosfera, gl’umori, i discorsi, i gesti di una serata soprattutto se così densa come questa di cui qui si parla: Le Radici Ancestrali del Friuli (la ricognizione della degustazione è stata già assai ben minuziosamente ricostruita da Stefano Cergolj su LaVINIum).

Abbiamo intitolato proprio così una sorta di simposio epico avvenuto a Capriva del Friuli il giorno giovedì 24 marzo del 2016 presso il Laboratorio Roncùs ospiti dell’azienda agricola omonima dove si è ragionato approfonditamente tra vignaioli e appassionati, stratificando discorsi, punti di vista, assaggi in questo del tutto a tema con la stratificazione profonda delle radici ancestrali delle vigne di un certo Friuli che esprime appartenenza, apertura al dialogo, solidità e bellezza.

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Foto di Fabrice Gallina

Già il solo fatto che un’azienda vinicola abbia aperto i propri cancelli anche ad altri produttori di vino invitandoli in casa propria è un dato niente affatto scontato che va subito intepretato come segnale molto positivo che dovrebbe far ben sperare su un’idea attuata nella pratica di comunità sana e disponibile al confronto. Mi pare che sia questo un presupposto basilare su cui cominciare a confrontarsi esponendo una visione generale d’intenti condivisi e la volontà di portare avanti la bandiera del territorio in complicità piuttosto che in una logorante competizione accanita; certo ognuno mantenendo la sua visione specifica ma senza troppi particolarismi o contraddizioni a far da freno con il solito apparato d’irrisolvibili beghe di campanile – tanto si sa che tutto il mondo è paese -, perpetrando rancori familiari trascinati da secoli tra consanguinei, ostilità interminabili, risentimenti ottusi tra confinanti che depistano e arrestano il progresso civile di perfezionamento dalle tecniche tradizionali d’agricoltura e vinificazione tramandate dagli antenati facendo così solo il gioco delle grandi industrie alimentari, delle falangi armate dei giganteschi gruppi vinicoli che amministrano diabolicamente il comparto secondo il principio insidioso benché millenario studiato fin dalle scuole elementari del divide et impera.

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Foto di Fabrice Gallina

Quel che posso dire fin da subito è che nonostante la vastità dei temi affrontati, la complessità dei discorsi fatti, il vapore dei sentimenti inespressi, grazie alla disponibilità di tutti i produttori presenti e assaggiando nel bicchiere assieme a loro il frutto delle loro fatiche in vigna, stesso frutto giunto a maturazione e trasformato poi nel vino di una determinata annata, siamo riusciti civilmente a ragionare di vecchie radici, di suoli, di Friuli di Collio di Carso di Vipavska Dolina, di manipolazione industriale di verità artigianale, di macerazioni, di gusto adulterato e di coscienza critica dal produttore al consumatore, d’imposizione del mercato e di libertà di scelta e di molto, molto altro ancora tutti assieme i vignaioli e il vigile pubblico interessato non soltanto ad intrattenersi ad un ennesimo convivio enogastronomico ma compartecipi a un conciliabolo d’assetati tanto più di sapere, di voler conoscere il vino, di vederci e di sentirci chiaro piuttosto che di bere roboticamente tanto per bere o riconoscere come al circo degli scemi un descrittore fasullo d’ufficio e di riconoscersi in un adulterato elenco d’aggettivi di rito.

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Foto di Fabrice Gallina
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Foto di Fabrice Gallina

Il tema centrale della serata è stato proprio la “vigna vecchia” custode vegetale di un territorio, memoria botanica di una tradizione millenaria. È proprio l’età delle viti insomma il fattore cruciale – parallelamente alle mani dell’uomo – che determina leggerezza, struttura ed equilibrio del vino da esse ricavato.

Preservazione della natura, equilibrio della crescita, lentezza di maturazione, politica ambientale, filiera agricola, economia contadina, etica della bontà, consapevolezza del ruolo dell’uomo e sua posizione nel cosmo… le vecchie vigne custodiscono tutto questo già alle radici attraverso la linfa, le foglie, il frutto. Tronchi scolpiti da pioggia e vento, testimoni mute tra suolo e sole di una sapienza che il tenore di vita frenetico moderno meccanizzato ci fa sempre più spesso dimenticare. Eroico lo spirito di sacrificio e l’abnegazione spassionata dei vignaioli che si sono allora qui opposti alla logica commerciale dell’internazionalizzazione del gusto, all’estirpamento dei vitigni autoctoni mantenendo in vita antiche viti resistenti alla roccia, alle erbacce, ai soprusi del mercato e ai capricci delle stagioni.

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Foto di Fabrice Gallina

Vigne antiche quindi dai cui grappoli iniettati di luce, spremuti prima poi fermentati quindi riposti in bottiglia, sgorga un messaggio di serenità naturale, un lascito all’umanità impazzita che incoraggia ad una vita più sana in armonia con l’ambiente, un testamento liquido che è proprio il vino prodotto da queste vigne attraverso la cura di padre le carezze di madre e le fatiche dure ma dolci delle mani degl’uomini e delle donne che le lavorano.

Abbinamenti esclusivissimi di territorio:

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Foto di Fabrice Gallina
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Foto di Fabrice Gallina
  • I salami e l’ossocollo dei contadini di Capriva

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Foto di Fabrice Gallina

Dalla Tradizione:

  • La zuppa d’orzo e fagioli della Carnia accompagnata dall’olio tergeste dop di Rado Kocjančič forse l’olio extravergine d’oliva prodotto nella zona più settentrionale del mondo.

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Dal cortile:

  • Il gallo ruspante in tecia con le patate di Godia e la polenta

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polenta
Foto di Fabrice Gallina

Dal sottosuolo:

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Foto di Fabrice Gallina

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Questi dunque a seguire i vignaioli presenti con i loro vini al seguito:

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Introduzione al senso e alle motivazioni della serata. Sono qua pronto ad incorniciare il quadro tematico della degustazione assieme a Marco Perco di Roncùs che ospitava l’evento in azienda da lui (Capriva del Friuli)

  • Pinot Bianco 2014
  • Collio Vecchie Vigne 2008
Marco Perco Roncus
Foto di Fabrice Gallina

 

Mario Zanusso azienda I Clivi (Corno di Rosazzo)

  • Malvasia 80 anni 2014
  • Brazan “140 mesi” 2001
Mario Zanusso
Foto di Fabrice Gallina

 

Lorenzo Mocchiutti Vignai da Duline (San Giovanni al Natisone)

  • Friulano la Duline 2014
  • Morus Alba 2013 (da Malvasia Istriana e Sauvignon da vecchi biotipi)
Lorenzo Mocchiutti
Foto di Fabrice Gallina

 

Mauro Mauri di Borgo San Daniele (Cormons) sua la frase più rappresentativa di tutta la serata assolutamente in linea con la mia visione del mondo, in perfetta armonia con il sentimento dell’ancestralità delle vigne, del rispetto verso di sé e verso il prossimo, della cura dell’ambiente, della manualità non alienata e della gioia di un lavoro ben svolto: “Lavorare con lentezza.”

  • Arbis Blanc 2010 (uvaggio di Chardonnay, Sauvignon, Pinot Bianco, Friulano)
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Foto di Fabrice Gallina
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Foto di Fabrice Gallina

 

Kristian Keber (Medana)

  • Brda 2012 (12 giorni di macerazione, “la Ribolla va trattata più da rosso che da bianco!”)
  • Edi Keber Collio bianco 2001
Kristian Keber
Foto di Fabrice Gallina
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Foto di Fabrice Gallina

 

Lavrenčič Primož (Valle della Vipava)

  • Burja Bela 2010 (macerazione prefermentativa e fermentazione spontanea)
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Foto di Fabrice Gallina

 

Rado Kocjančič (Dolga Krona Dolina Trieste)

  • Brezanka 2009 Vigne piantate prima ancora della Grande Guerra, brezanka sta appunto per vecchie vigne radicate nella Ponka ovvero nel suolo tipico del Collio e dei colli Orientali composto principalmente di marne (argille calcaree) ed arenarie (sabbie calcificate).
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Foto di Fabrice Gallina

Immensamente grazie a Gianluca Castellano, è stato lui il nostro uomo nel Collio, naso scintillante in quel di Trieste, professionista iperattivo, palato spumeggiante; è proprio lui il coordinatore “carsico” di ‪#‎naturadellecose di cui riporto da qui a finire le sue personali note di degustazione per tutti i vini di questa serata memorabile degustati in batteria illustrati uno ad uno dalle parole i gesti i silenzi gli sguardi i sorrisi la fisicità e lo spirito dei produttori presenti alla cena.‬ (gae saccoccio)

Gianluca Castellano
Foto di Fabrice Gallina

Seguono da qui in poi gli appunti di degustazione ai vini annotati da Gianluca Castellano

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Foto di Fabrice Gallina

Malvasia vigna 80 anni 2014 I clivi

I Clivi
Foto di Fabrice Gallina

Un naso che racconta il significato del termine “essenza”.
La Polvere di gesso fa da eco a un comparto ricco di foglie d’alloro, anice e biancospino.
In bocca rimane sempre ordinato. Acidi e sali si spingono a vicenda.
È solo all’inizio di un percorso glorioso.

 

Friulano La duline 2014 Vignai da Duline

Vignai da Duline
Foto di Fabrice Gallina

Annata minore a chi?
Da uno dei millesimi più infami degli ultimi decenni per questa varietà, sfodera una prestazione monster!
Tutto è maturo! Dalla ricca componente fruttata autunnale al carnoso fiore di ginestra.
In bocca è da avvitamento in avanti, un centro bocca pieno e appagante, componente salina che si è trasformata in salgemma.
Racconta fiero una storia partita già nel 1920 e dove ogni veccia vigna porta i segni di almeno 100 anni di potature!

 

Pinot Bianco 2014 Roncus

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Foto di Fabrice Gallina

Raffinatezza è proprio quello che vuole comunicare per tutto il tempo!
Fiori di tiglio e camomilla, scorza di limone e pepe bianco.
Al palato mostra eleganza e sostanza in barba al millesimo ben poco fortunato.
Le sue gambe (radici) sono lunghe ormai il giusto, ben assestate in profondità dove le abbondanti piogge non sono
riuscite ad arrivare per diluire la linfa.
Splendida quarantenne, ormai sa bene come sedurre e far strage di cuori.

 

Arbis Blanc 2010 Borgo San Daniele

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Foto di Fabrice Gallina

Un’identità data dal meglio che ognuna delle varietà che lo compone sa apportare!
Zenzero e pesca, miele d’acacia e balsamicità mentolata.
Mostra la personalità del Collio fatta di raffinatezza e sostanza.
Grazie a un sorso che sorprende ripetutamente ad ogni assaggio grazie a sfumature aromatiche sempre diverse.
Una mano che sa essere piuma ma anche pietra nello stesso momento…. unico.

 

Morus Alba 2013 Vignai da Duline

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Foto di Fabrice Gallina

È un raggio di sole.
Profumi che ci portano al caldo, ricchi di frutta matura in derivazione tropicale, mai banale grazie ad una statuaria mineralità che grida sempre la sua fiera appartenenza al territorio.
Più a ridosso del mediterraneo che delle alpi.
Bocca che viene completamente paraffinata da una miriade di sensazioni saporifere e minerali.
L’apporto del Sauvignon come lo vorremo sempre sentire.
La tradizione in evoluzione.

 

  Collio Vecchie Vigne 2008 Roncus

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Un’onda di mare agitata, propulsore aromatico di spunti marini e richiami agrumati su cui svetta il cedro.
Figlio di un’annata fresca, mette da parte la polpa del frutto per svelarsi con tutta la sua passionale territorialità fatta di balsamicità e sussulti resinosi.
Bocca di grande dinamicità, non sta mai ferma grazie alla ricca dotazione salmastra e comparto acido che rimane sempre in sinergico affiancamento uno fuso all’altro.

 

Collio Bianco Edi Keber 2001

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Foto di Fabrice Gallina

Figlio di una tradizione che qui nella famiglia Keber è legge.
Brillante oro verde. Scalpita nel volerci mostrare il lungo sentiero del “territorio” compatto di roccia calda e fieno, ginestre e frutta gialla disidratata.
A dispetto della sua maestosa evoluzione non cade mai in accomodanti morbidezze.
Mostra energia e struttura salda.
Inonda il palato con uno tsunami sapido che lascia le labbra intrise di sale.
Maestoso epilogo fumè, sigillo di garanzia delle dolci colline Cormonensi.
Brazan 140 mesi 2001 I Clivi

I Clivi Brazan

Se fosse uno dei personaggi di Oscar Wilde, sarebbe sicuramente Dorian Gray!
A dispetto della sua età, racchiude luminosità in tutte le sue parti.
Dal suo aspetto così giovanile alla sua fragranza aromatica ricca di florealità, agrumi, frutti esotici, iodio, idrocarburi … il meglio del mare e della terra.
Corpo atletico e affilato, tutto un fascio di nervi … non ha nessun bisogno di mostrare i muscoli.
Mostra bensì di aver placato l’arroganza della gioventù ma non di averla abbandonata.
Icona di una Brazzano che da sempre ci stupisce per la straordinaria longevità dei suoi Friulano.

 

Kristian Keber Brda 2012

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Foto di Fabrice Gallina
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Foto di Fabrice Gallina

Il Keberismo continua la divulgazione della sua filosofia con questo vino, splendida esempio di “tradizione” tramandata di padre in figlio .
I confini geopolitici non hanno bloccato quella che è e rimarrà sempre un’unione fraterna indissolubile: il Collio è la Brda.
Colore che mostra la profondità dell’ambra.
Naso che richiama subito alla buccia, ricca di energia e calore.
Miele di bosco, fiori ormai secchi, mela cotogna ma non finisce qui; un timbro speziato e inequivocabilmente roccioso mostrano il suo lato ruspante, virile in una parola Autoctono.
Assaggio ricco e saporito che ripropone con precisione calligrafica i suoi splendidi aromi.
“Texture” data da un tannino superbamente gestito che ha lo splendido compito di rallentare la beva e fissare i sapori al palato.
Burja. Burja Bela 201017 Burja

Naso che richiama la freschezza dei venti di bora invernali così legati con il clima della Valle del Vipacco.
Menta ,eucalipto e resina fresca; delicate note idrocarburiche fuse a splendida florealità di biancospino e bergamotto.
Un’anima aromatica aggraziata e di nutrita eleganza.
Prosegue la sua sfilata mostrando un corpo agile, sbrilluccicante di freschezza e debordante sapidità.
Crea dipendenza immediata invogliando continuamente al riassaggio.
Rado Kocjančič Brezanka 2009

rado kocjancic
Foto di Fabrice Gallina

Figlio del vigneto più vecchio della serata (impianto antecedente la I Guerra Mondiale).
Mostra una passionalità aromatica stordente.
Tutto è completamente fuso; piccoli frutti canditi, un soffio esotico di cardamomo e coriandolo, fiori dolci e ancora cremosi sensazioni di pasticceria che seduce i sensi senza mai essere volgare.
Ma cosa rende così coesa l’espressione di 15 diverse varietà? Il collante di tutto è lo splendido terreno calcareo marnoso di San Dorligo che arricchisce tutto con la sua preziosa mineralità di fondo.
È lui a dirigere l’orchestra sinfonica e il timbro sonoro di ogni singola uva ognuna delle quali sostituisce uno strumento musicale intessuto a formare una polifonia liquida che ammalia il palato.
Un vino da bere tutte le volte che si può in quanto queste piante ancestrali sono sempre più vicine alla loro naturale e ahimè inevitabile fine.

Gianluca Castellano

appunti
Foto di Fabrice Gallina
vecchievigne_F_Gallina 2016-2-51
Foto di Fabrice Gallina