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Piedmont

B. Giacosa Barolo 1990

18 novembre 2011
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Come cominciare? Innanzi tutto ci troviamo davanti ad un monumento dell’enologia italiana di un’annata eccezionale “tra le migliori a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale”. Se poi dovessimo scegliere qual è il monumento che meglio rappresenti lo spessore tannico, la solarità, la mediterranea freschezza, il respiro ampio ed il balsamo marino che questo vino contiene in sé ed emana attorno forse è gioco facile configurarcelo sotto forma di architettura spontanea e funzionale germogliata su un’isoletta del Tirreno. A tal proposito citiamo un brano di Cesare Brandi tratto dal suo meraviglioso e struggente Terre d’Italia (Bompiani) che solo una cinquantina d’anni fa osservava con amore di storico dell’arte il territorio della penisola in fase di boom economico ma ancora abbastanza incontaminato e non barbarizzato irrevocabilmente da cementificatori, palazzinari senza scrupoli e scarichi industriali a cielo aperto: “Così le case di Ponza nel loro essere cubico, raramente forate dagli archi o stondate dalle cupolette ribassate, sono come dei gabbiani cubici, manufatti dall’uomo e sistemati sparsi o raggruppati (…) la qualità rara di queste case è la parsimonia, la mancanza di vezzi, di ornamenti, di stucchi. La lindura dei volumi squadrati garantisce un tale felice incontro da far pensare con amarezza che solo la miseria può dare esiti così onesti e cristallini.”

Essenzialmente onesto, cristallino e senza vezzi, ornamenti o stucchi sarà anche questo Barolo Villero di Castiglione Falletto di Giacosa Bruno che vorremmo sempre sorseggiare accovacciati sui ruderi cistercensi del Monastero di Santo Spirito a Zannone all’ombra degl’agavi dei fichi d’India e delle querce castagnare, avvolti dalla fragranza sobria delle ginestre smosse dalla brezza in compagnia d’una famigliola saltellante di mufloni, contemplando il volo dei gabbiani reali e dei falchi pellegrini mentre nel frattempo l’asinella Penelope ignara del mondo e degl’uomini, si strozza tutto il giorno dei fichi acerbi o maturi strappati a morsi dai rami attraverso cui riluce azzurrissimo come ai tempi d’Omero sia il mare che l’Occidente.