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Semplicità Contadina Nell’Età Post-Atomica

7 novembre 2016
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Alla ricerca del gusto perduto nell’era post-nucleare.

Più umile è la cucina tanto più il sapore risulta di raffinata semplicità e sostanza, di una semplice e terrestre sostanza al palato. Non si può non amare la nobiltà contadina dell’autunno vegetale.

  • Zucca arrosto (in punta di stuzzicadente)

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  • Scarola stufata

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  • Broccoletti ripassati o cime di rapa/rapini/friarielli (da non confondersi con i friggitelli che son peperoni), a seconda della regione e tradizione culinaria di provenienza.

7Segue un Atlante Minimo dei Sapori d’Itri, paesino nel lieto basso Lazio ai confini con la Campania Felix.

Qui, tra le rive mefitiche del Tirreno, all’ombra degl’Aurunci desertificati dagl’incendi continui, sopravvivono ancora popolazioni amene accarezzate dai riflessi del fiume Garigliano dove con fierezza tossica di bestia a tre teste, fiammeggia  sotto al cielo la sede della ridente centrale atomica omonima, La Centrale del Garigliano abbandonata a se stessa e alle intemperie..

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  • Péttëlë e cicë (“pettole” – la tipica pasta di maltagliati acqua e farina – con i ceci)*

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  • Piparuoglë arrustë (peperoni arrosto)

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  • Auglivë muscë (olive mosce della locale cultivar itrana, appassite prima al sole e poi infornate)

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*Faccio riferimento alla trascrizione dei fonemi come dal Dizionario del Dialetto Itrano. Piccolo Studio Fono-Etimologico di Mario La Rocca (Collana “Memorie del Territorio”)

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Le Trame 2006: Il Vino di Giovanna

31 ottobre 2016
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img_5527Chianti Classico “Le Trame” 2006 – Podere Le Boncie di Giovanna Morganti – San Felice (Castelnuovo Berardenga).

Vino prodotto da una vigna-giardino di viti ad alberello. L’assemblaggio d’uve diverse (l’uvaggio, parola sinuosa) è composto in percentuale più alta dal Sangiovese, con aggiunte di altre varietà ancelle tipiche quali Colorino, Mammolo e Foglia Tonda a smussare gli spigoli e le asperità acidule del vitigno principe ancor più accentuate da un terreno altamente calcareo.
Il lavoro quintessenziale di Giovanna Morganti si svolge con profondo scrupolo in vigna a maggior ragione con queste sue piante ad alberello che necessitano cura costante, carezze rudi e lavorazioni manuali allo scopo di evitare qualsiasi forma invasiva d’interventismo farmaco-chimico.img_5524Le condizioni micro-climatiche dell’annata 2006 – assai simili alle celebrate 1997 e 2001 – possono essere definite in linea molto generale: “altalenanti” anche se su questo ritornerei volentieri a confrontarmi con la stessa Morganti conversando, senza limiti di tempo, proprio sull’andamento stagionale dell’annata.
Inverno nella media, primavera mite, ritorno al freddo nel periodo maggio/giugno. Caldo a luglio, temperato in agosto. Settembre assolato e poco piovoso con escursioni termiche giorno/notte definitive per la maturazione fenolica equilibrata e la fondamentale concentrazione zuccherina dei grappoli.
Fermentazioni naturali in cantina grazie ai lieviti indigeni dell’uva, affinamento in tonneaux (500 litri) e in botti grandi (1500 litri) prima dell’imbottigliamento.

A tema con il suo nome folgorante: Le Trame, una trama d’abbinamento mediterraneo eventuale è stata quella ben riuscita sere fa con una frittata di ricotta di pecora e za’atar la mistura profumatissima di spezie citriche nordafricane, al gusto d’agrumi verde-gialli, che ho riportato fresca fresca al mio rientro dal Libano e che proprio a Beirut ho mangiato in tutte le salse a colazione sulla tipica pizza medioerientale (manakish o za’atar manouche) oppure a pranzo e a cena sui loro caratteristici yogurt aciduli l’ayran, il labneh.img_5528Giovanna Morganti è appartata e generosa viticoltrice a San Felice. La sua casa è la cantina. Il suo mistico giardino segreto invece è la vigna dove alleva, dove cura come fossero bambini al nido, le piante di sangiovese – per la gran parte – e canaiolo, mammolo, colorino, foglia tonda. Le Trame, il suo Chianti Classico figlio – o figlia? – maggiore è quello da 10 e lode. Il declassato ad IGT invece si chiama 5 – battezzato così con sottintesa ironia come il voto scolastico senza infamia e senza lode che si appioppa agli scavezzacolli. Eppure io il 5 l’adoro proprio per questa sua fama di randagio svogliato, temperamento ribelle di “succo d’uva” indisciplinato che me l’ha reso incondizionatamente simpatico, fraterno fin da subito: robustezza di corpo, asprezza di frutto, sapidità di fossile marino (ma perché sanno di sale i fossili marini?).. lo venero il 5, lo amo proprio in quanto vivificante sale della vigna! Lo riconosco fratello di sangue e lo tracanno quale rivelazione più spontanea del terreno altrettanto aspro, salino, scosceso, dolcemente sassoso proprio come i solchi sulle mani di Giovanna, specchio fondo della sua anima tanto riflessiva in cantina eppure così iperattiva in vigna.dt-scheherazade-vaslav-nijinsky-golden-slave-boxer_620Da un foglietto volante ritrovo un breve appunto di qualche anno fa:

Podere “Le Boncie”: Le Trame (2012) e il 5 (2013) a confronto.

Giovanna e Giorgio, questo vostro sangiovese stupendo è un balletto del Bol’šoj in “equilibrio instabile” che coreografa nello spazio e nel tempo: dramma, felicità, eleganza, mistero.. inscenando alla perfezione la pantomima senza fine tra Uomo e Natura sempre in punta di piedi sull’orlo del precipizio dell’Annata.

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Al Podere “Le Boncie”, una perfetta giornata di sole autunnale con Gino Della Porta e Giovanna Morganti e il suo bellissimo paradiso di vigna alle nostre spalle!

13445397_1805743399653885_7606132054751870024_nIl vino di Giovanna è supremo amore, proporzione armonica d’intervalli gestuali tra il cielo, la mano, la zolla, l’acino.
Il vino di Giovanna canta e risuona rosso vivo nelle nostre vene al ritmo con la musica delle sfere celesti.
Il vino di Giovanna è una melodia liquida di struggente bontà salmastra, stoica bellezza, schietta onestà.
Il vino di Giovanna è sì il vino di Giovanna ma anche, sopra ogni cosa, è il vino di noi tutti che amiamo il vino nella sua imperfetta perciò sostanziosa e sostanziale umanità.

Herbert Khün, Pitture Delle Caverne (Il Saggiatore 1959)

23 ottobre 2016
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Herbert Khün, Pitture Delle Caverne (Il Saggiatore, Milano 1959) [titolo originale Eiszeitmalerei, traduz di Maria Attardo Magrini, nella collana Biblioteca delle Silerchie, copertina è stata diesgnata da Balilla Magistri]

Non sono riuscito a trovare neppure un rigo o un cenno lontano al profilo biografico di Herbert Khün cosa questa che mi stimola a maggiori ricerche ed approfondimenti.

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Enzo Paci, Diario Fenomenologico (Il Saggiatore 1961)

23 ottobre 2016
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Enzo Paci, Diario Fenomenologico (Il Saggiatore, Milano 1961)

[Prima edizione, pubblicata nella elegante collana Biblioteca delle Silerchie. La copertina è stata disegnata da Bruno Binosi]

Il Diario Fenomenologico di Enzo Paci ha folgorato la mia carriera di studente selvaggio durante gli anni universitari.
È un libricino ormai introvabile dove con estrema chiarezza e praticità si illustra dal vivo il significato più profondo del “mestiere di pensare”.
Bisogna immergersi in queste belle pagine se si vuole finalmente intendere che l’esercizio della filosofia è una professione artigianale a tutti gl’effetti dove invece di manifatture prodotte dal lavoro manuale – sempre mediato dall’intelletto – si producono pensieri o concetti utili a farci ragionare, a farci vivere meglio con noi stessi e con gli altri.

“(…) in ogni fatto, in ogni cosa isolata, si rivelano legami con tutte le cose, con tutti gli altri fatti. L’individuo è unico e pure è il tutto. La filosofia comincia quando questo uno-singolo scopre che ha in sé relazioni tipiche, essenziali con tutto il resto. Nessun fatto è solo individuale, nessun fatto è solo universale.” Enzo Paci

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Ansonaco del Giglio e Frittata d’Aglio di Campo

15 ottobre 2016
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Sulla frittatina d’aglio selvatico (Allium ursinum*) raccolto sui campi e preparato in casa da mammà, ci berrei tanto l’Ansonaco della Famiglia Carfagna, vignaioli sull’isola del Giglio. È questo un vino d’Altura Vigneto – link: http://www.vignetoaltura.it/ – ed è superbo calice di luce liquida; mentre ne sorseggerei a litrate, voi provate solo a immaginare come scende giù facile-facile e disseti più d’un’acqua sorgente.
*Pianta bulbosa erbacea perenne, appartiene alla famiglia delle Liliaceae come il tulipano, il “giglio”, il mughetto..

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L’Eclettico di Puglia dell’Agricola Paglione

10 ottobre 2016
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L’Eclettico Paglione Vino da Tavola Bianco 2014

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14680505_1854921334736091_2747203758712726034_nDalla zona del Cacc’ e Mmitte di Lucera dell’azienda Agricola Paglione, – grazie a Toni Cristoforo che me l’ha segnalato – ho bevuto questo succulento vino da tavola bianco: L’Eclettico (2014), la n. 1134 di 2210 bottiglie prodotte.
Di color giallo fico d’India o paglia intenso (paglione nel nome e nei fatti) ottenuto da macerazione medio-lunga e da deciso contatto sulle bucce.
Ho apprezzato molto il piglio dissetante, la pronta beva di questo vino che per asciuttezza/polposità m’ha quasi centrifugato al palato sia la fibra che il succo della carota.
Un retrogusto di schietta bontà casalinga; l’amarognolo educato quanto basta; un ricordo rupestre d’olivetta itrana verde schiacciata condita in olio EVO, erba cipollina, finocchietto selvatico.
L’Eclettico insomma ha accompagnato mirabilmente quel boccone di nervo bovino cotto nel sugo materno per condire gli spaghetti, sciogliendo i nodi gelatinosi della carne in un abbraccio sferico di sorsata più che ravvivante, felice.

Le Poche Ma Sane Vie del Buon Latte

10 ottobre 2016
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Sonja: Io credo… di essere mezza santa e mezza vacca.

Boris: Scelgo la metà che dà il latte.

(Woody Allen – Amore e Guerra)

Não chore sobre o leite derramado. (Proverbio brasiliano)

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Le poche ma sane vie del buon latte. (Qualità effettiva e misurazioni analitiche del cibo).

Neppure una settimana fa [1 ottobre 2016] ho avuto la gioia di partecipare ad una preziosa iniziativa. Sono stato invitato cioè ad un interessantissimo ed approfondito laboratorio di degustazione del latte come raccontavo nel seguente post social che ha nidificato vespai di discussioni accese, suscitato notevole interesse, coinvolto un folto seguito d’incuriositi sull’argomento, scatenato molteplici condivisioni in rete {link}.

Degustazione alla cieca di 5 latti:

a) Latte Nobile Cascina Roseleto Latteria Contadina non omogeneizzato (giallino avorio, mandorle, cocco, intensità, fragranza, profumo di pascolo);
b) Frische Bio-Alpenmilch non-omogeneizzato (grasso, giallo-paglia intenso, nutritivo, denso);
c) Granarolo Biologico Latte Intero (puzza di colla e plastica bruciata);
d) Granarolo fresco intero Alta Qualità (sterile, piatto, sbiancato, acidulo);
e) Parmalat latte intero UHT a lunga conservazione Gold for Kids un progetto di Fondaz. Umberto Veronesi (caramellizzazione, zuccheri bruciati.. da scaricare nel cesso altro che “nutrire insieme la ricerca”).14520535_1850576901837201_4102725802999575541_n
Assieme a me c’erano agronomi, nutrizionisti, produttori di formaggio, casari e un ben nutrito pubblico d’appassionati riuniti attorno al tema magmatico della filiera alimentare che nel caso specifico era proprio quella inerente al latte. Sì, il latte: alimento/elemento centrale attorno a cui ha ruotato tutta la giornata di studio di lavoro e d’assaggio. Che cos’è, da dove proviene, come e chi lo fa.. il latte? Domande basilari a cui l’industria alimentare ci ha sempre più disabituato a rispondere.

Per raccordare una sorta di polifonia dei punti di vista sul senso della giornata, questo che segue in verde ad esempio è il punto di vista di Francesco Zaccagnini de Il Pasto Nudo:

Ci sono forti interessi in ballo, questo è sicuro, ma lo scopo della giornata è stato appunto quello di mostrare come la demonizzazione del latte sia conseguente al suo impoverimento e deterioramento a opera dell’industria.erratacorrigeft-614x300

Come Pasto Nudo, sconsigliamo assolutamente a tutti il consumo di latte, laddove il latte è quello di animali sofferenti allevati in zootecnia intensiva, alimentati secondo principi che seguono logiche di guadagno e non il benessere dell’animale, e processato con trattamenti che ne pregiudicano tutte le proprietà nutritive.

Non c’è bisogno di citare marche, dato che il latte presente sugli scaffali dei supermercati è tutto della stessa qualità, ma affermare che quello sia l’unico latte esistente è falso.logo2014newConsigliamo invece il consumo di latte bovino se da allevamenti estensivi, con pochi animali al pascolo su prati polifiti, e possibilmente di montagna.

Un consumo moderato e coerente con il tipo di alimento che è il latte quando è vero, che a differenza del latte impoverito fornisce importanti sostanze nutraceutiche alla nostra alimentazione.

Tutte queste informazioni sono state ampiamente argomentate durante l’intera giornata, di cui la degustazione alla cieca è stata solo una breve parentesi.d32cb473159c10a728b4221c4d3d78bfCome si può leggere Francesco argomenta molto bene il senso del workshop su cui inviterei tutti i lettori a meditare con più calma. Al di la’ che il latte faccia male o che se ne possa anche fare a meno, il senso sostanziale di questa giornata sul tema è stato soprattutto quello di suscitare lo stimolo a ragionare con maggior accortezza, ad infondere una presa di coscienza sulla materia prima da cui originano formaggi e latticini vari così come si dovrebbe fare altrettanto con altre filiere diffuse: l’uva=vino, il grano=pane/pasta, l’orzo=birra etc.

Oltre alla fondamentale degustazione “bendata” dei cinque latti in batteria, momenti salienti del percorso giornaliero sono stati questi tre:

a) la fruizione di una video-intervista al professor Andrea Cavallero a cura di Qualeformaggio.it sul tema del “pascolamento”. Il professore è un’assoluta eminenza sulla materia, “una delle menti più brillanti dell‘agricoltura italiana” (citaz. di Maurizio Gily, agronomo di fama ed ex allievo del professor Cavallero); 14568128_1850631088498449_2232239362189043849_nb) una conversazione appassionata sull’uso degli unifeed (tecnica di razionamento costante) e degl’insilati ai bovini. L’unifeed – altrimenti detto “piatto unico” – è una delle più diffuse metodologie di alimentazione delle bovine allevate industrialmente. La faccenda è un po’ tecnica e molto problematica sia per l’animale che per l’uomo che se ne nutra.

c) il tema vibrante dell’accentramento della produzione – verticalizzazione produttiva – correlato di conseguenza al controllo massiccio delle bio-tecnologie (selezione in laboratorio delle razze più resisteni e fruttuose) da parte di pochi, potenti gruppi finanziari. Un sistema di oligopolio economico che ha portato a questo tipo di scenari monolitici per cui, dalle risorse naturali della terra (vedi soia e mais) e dagli allevamenti intensivi (polli, suini, bovini), i beni e i frutti che se ne ricavano sono concepiti solamente in quanto oggetti, cose inanimate, commodities “neutre” usa-e-getta da sfruttare/ottimizzare al massimo senza interessarsi minimamente delle conseguenze sia sulla salute dell’ambiente che sullo stato psichico/fisiologico del consumatore finale.

14479715_1850576861837205_1867157018597459953_nNonostante la lettura che stavo facendo in quei giorni non fosse delle più allegre riguardo l’industrializzazione agraria, dagl’allevamenti intensivi su centinaia e centinaia di milioni di suini in Cina, alla monocoltura della soia in Mato Grosso estesa a tappeto su tanti milioni di ettari (Stefano Liberti, I Padroni del Cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta)*, è stato quantomeno confortante – ti fa sentire meno abbandonato alle tue paturnie da fine del mondo o paranoie cospirazioniste – ritrovarsi accanto ad altri cittadini coscienziosamente moderati, consumatori attenti, coetanei o altre generazioni di più giovani sensibili al tema dell’alimentazione sostenibile, della consapevolezza ambientale, dell’agricoltura intesa come atto politico, pratica etica applicata al nostro piccolo o grande vissuto quotidiano.14494701_1071259592988589_1129136687565620734_nLa giornata intitolata “Il buon latte esiste e fa bene” è stata organizzata con spirito scientifico, con pacata serietà pedagogica dal compagno di battaglie comuni Stefano Qualeformaggio Mariotti con l’aiuto operativo degli altri amici battaglieri de il pasto nudo, ospitati in un inaspettato angolino di “nobile” campagna in città cioè all’Agriturismo la mucca ballerina in località La Giustiniana (Roma).

img_4361Cosa ho riportato a casa – avendocela una casa – da questa istruttiva ed intensa esperienza?

  1. Il latte come tanti altri alimenti elementari della nutrizione umana (grano, uva, olive, uova, orzo, riso, miele, tè, cacao, caffè) nell’epoca della massificazione del cibo, dell’omologazione del gusto, dei disturbi alimentari globali d’ogni forma e genere, sono sottoposti ad una serie di processi industriali e pratiche di sterilizzazione tecnica – per non dire plastificazione – tali da ritrovarceli certamente in maggior quantità e disponibili negli scaffali dei supermercati del mondo a prezzi accessibili per tutte le tasche ma purtroppo ad assoluto svantaggio della bontà, del gusto, del sapore. A danno irreversibile della sostanza essenziale, del sano valore nutritivo del prodotto di cui mantiene alla fine soltanto il nome di facciata, mentre tutto il resto non è che una parodia liofilizzata, un pallido riflesso condizionato del sapore originario.
  2. La “qualità” è parola magica che come tutti gli abusi verbali tende a svuotarsi di senso se oltre ad agricoltori/allevatori consapevoli della teoria e della pratica contadina, la usano (un uso grottesco ma ben proficuo per loro) anche le comparsate finte come un fondale di The Truman Show che pubblicizzano le fette-biscotte della Mulo Bianco, un bicchiere di Tavernazzo, una spremuta tra le mani d’olio d’oliva fasullo Farcazzoni o Pincopallo. Pensando ad esempio ad una campagna pubblicitaria di turismo culturale troverei aberrante l’utilizzo strumentale del “brand” Giotto o Michelangelo Buonarroti come fossero sterili nomi di loghi commerciali. Il punto quindi è proprio questo, la sostanza dietro agli slogan! Voglio dire non basta, tipo tacchini sapienti, gonfiarsi d’orgoglio e di bocca sbandierando ai quattro venti: “Barolo” o “Brunello” utilizzati quasi come “qualificativi” in sé, ma bisogna identificare zona, tipicità, lavorazioni in vigna/cantina, imparare a conoscere e riconoscere il volto direi quasi del produttore per poter instaurare così un solido patto di fiducia produttore/consumatore altrimenti la qualità effettiva (per carità sempre commisurata al rapporto con il prezzo), l’identità specifica profusa dietro l’etichetta ovvero dentro la bottiglia del barolo o brunello di turno rischiano di restare ami da pesca gettati nel Maremagnum del Mercato dai pescatori-squali del marketing per far abboccare all’esca la massa amorfa dei pesciolini consumatori incoscienti. Insomma, Giotto, tanto per dire, rischia di restare parola vuota se non si è mai stati in visita ad Assisi o alla cappella degli Scrovegni a Padova.
  3. Come misurare allora la qualità di un prodotto? Esercitando magari il proprio sacrosanto diritto da libero cittadino pur se in questa nostra non così libera Repubblica delle Banane: fiscalisita, oppressiva e burocratica a senso unico in avversione proprio dei cittadini liberi. Avvalersi quindi della propria autonoma testa di consumatore critico ricorrendo all’aiuto di qualche gruppo d’acquisto solidale così da sottoporre costantemente a controllo gli alimenti che si intende far analizzare in un laboratorio sperimentale dell’istituto zooprofilattico della propria regione d’appartenenza.

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Qui a seguire scritto dallo stesso Stefano Mariotti nel suo assai informato ed informativo sito di divulgazione online: Qualeformaggio, riporto l’articolo riepilogativo dell’intera giornata di lavoro comune e di partecipata convivialità in cui tra l’altro si anticipa la pubblicazione molto attesa, tra circa un mese, dei risultati delle analisi di laboratorio effettuate sui latti degustati, – analisi svolte da uno dei più autorevoli istituti zooprofilattici operanti nel campo lattiero-caseario.

*“Il sistema integrato carne-soia. 700 milioni di maiali in Cina vogliono dire 73 milioni di tonnellate di soia importate nel solo 2014 da Brasile e Stati Uniti.. solo nel Mato Grosso, i 3 milioni di ettari del 2000 sono diventati oggi 7 milioni, un’estensione pari a metà Inghilterra.” (Stefano Liberti, I Signori del Cibo, Minimum Fax)

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La qualità dei latti si misura: in arrivo le analisi dei primi quattro
 Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre sostenuto con tutti gli argomenti del caso, con tutte le nostre energie, con le ragioni della buona scienza. Assieme a noi lo sanno le migliaia di lettori che ci seguono, che leggono, che approfondiscono, sapendo scegliere le proprie fonti di informazione. Da ieri qualcosa è cambiato però, visto che alcune decine di consumatori in più – quelli presenti al nostro incontro di sabato 1° ottobre (*) “Il buon latte esiste e fa bene”, per l’appunto – hanno piena cognizione della cosa e saranno poi a loro volta divulgatori della verità: per avere un buon latte l’erba e il fieno debbono essere alla base dell’alimentazione animale, non i mangimi.

Spingere le produzioni, forzare la natura delle lattifere significa inevitabilmente abbassare la qualità del latte. Ma anche perdere i micronutrienti nobili, impoverirli, e portare al decadimeno di alcuni macronutrienti, come i grassi ad esempio, che da buoni e utili nel caso di animali al pascolo volgono in non-buoni e dannosi quando la zootecnia è forzata, spinta, industriale.

Il mondo rurale vince, quando è virtuoso; l’industria perde sempre. Lo ha raccontato l’agronomo Fabio Brigliadori, certificatore biologico, che ha curato la parte di sua competenza, all’inizio della giornata, lo ha confermato poi l’esperienza della degustazione comparata di quattro latti interi freschi – due dell’erba e due dei mangimi – a cui è stato aggiunto un uht. Degustazione in cui tutti i presenti, nessuno escluso, hanno trovato differenze già nell’analisi visiva (avorio, giallino i primi, bianco i secondi) ma che nella comparazione olfattiva e gustativa hanno avuto l’inconfutabile responso: da una parte sensazioni come la fragranza, la burrosità, la mandorla, il floreale, tutte nettamente positive, dall’altra l’acidulo, il metallico, il bruciato, il caramellato, il cotto. Dieci a zero e palla al centro.

A guidare la degustazione, il maestro assaggiatore Donato Nicastro, uno dei massimi esperti del settore, con alle spalle una lunga esperienza come responsabile del caseificio sperimentale del Cra-Zoe di Bella, in provincia di Potenza, e poi i disciplinari scritti (e non è come scrivere un articolo!) per formaggi come il Pecorino di Filiano Dop e il Caciofiore della Campagna Romana, Presidio Slow Food. Dopo la degustazione, Nicastro, che oggi è consulente di decine di caseifici artigianali in varie regioni d’Italia, ha gestito un interessante laboratorio di caseificazione, insegnando ai presenti come produrre – in casa o in caseificio – il formaggio cremoso spalmabile partendo da un buon latte, utilizzando per la prima trasformazione fermenti di una tipologia tra le due proposte (eterofermentanti e omofermentanti), entrambi reperibili in farmacia. Dalla seconda caseificazione in avanti, niente più fermenti bensì sieroinnesto, laddove questo può essere conservato in frigorifero o addirittura congelato.

La giornata è poi proseguita a tavola, con la degustazione guidata dei formaggi di tre aziende che basano sul pascolamento (e sulla somministrazione di buon fieno) la loro attività: Valle Scannese di Scanno (Gregorio Rotolo), Casa Lawrence di Picinisco (Loreto Pacitti), Ferrari Biolatte di Pecorile, nel reggiano (Remigio Ferrari). A seguire, un pranzo fuori Solo elogi per Mario Zappaterreno dell’agriturismo La Mucca Ballerina e per la sua cucina, semplice, sapida e naturaledal comune, messo a punto dal padrone di casa, Mario Zappaterreno, titolare con la moglie Daniela Cioara dell’agriturimo La Mucca Ballerina: un’azienda agricola e agrituristica vera, che a tavola porta i prodotti della propria terra, che offre freschezza, stagionalità e sapienza nelle trasformazioni. Mario ha così proposto un menù che a Roma nessun altro che lui è in grado di offrire: a cominciare dal pane di grano Solina (coltivar abruzzese) e sorgo (crea dipendenza a chi conosca il buon pane, ndr), alla pasta all’uovo (uova davvero biologiche) fatta in casa, alle verdure dell’orto, alla polenta realizzata con il proprio mais. Vino biodinamico di buona beva e tanta piacevole convivialità hanno caratterizzato l’allegro desinare.

Ospite inatteso, giunto proprio all’ora del pranzo, in transito da Barcellona verso il Basso Lazio, è stato il professor Matteo Giannattasio, accademico dell’Università di Padova (agronomo, medico), vero e proprio luminare nel campo della buona alimentazione, che – appena circolata la notizia dell’evento – non ha saputo esimersi dal presenziare l’iniziativa “per poter incontrare persone così sensibili a questa tematica e per tornare ad assaggiare dei latti dal gusto antico e sano, prezioso alimento che dobbiamo e possiamo rivalutare”. Alla ripresa dei lavori, nel pomeriggio, il Professore ha cordialmente salutato gli astanti, non prima di essere riuscito a conquistare (come non accontentarlo!?) una bottiglia di latte della Cascina Roseleto, “da centellinare un poco alla volta, nei prossimi giorni”.

La lavorazione del formaggio cremoso spalmabile da latte dell’erba e del fieno è semplicissima e dura due giorni. Qui il riscaldamento del latte in caseificio, operazione iniziale che può essere effettuata comodamente nella propria cucina domesticaLa giornata si è conclusa con l’interessante trattazione del nutrizionista dottor Loreto Nemi, che ha illustrato i risultati della ricerca operata dall’Università di Torino – DiSAFA sui Latti Nobili del Piemonte (rapporto Omega6/Omega3 l’1,1 r l’1,8 !) e su quattro tipologie di latte intero industriale (fresco, biologico, uht e microfiltrato, tutti con rapporto Omega6/Omega3 tra il 4.1 e il 4,7). Nemi ha parlato del miglior contenuto nutrizionale dei latti da mucche nutrite ad erba e fieno: più Omega3, maggiore contenuto di Cla (acido linoleico coniugato) e di acido butirrico, più antiossidanti (sottoforma di betacarotene e vitamina E). Tutti questi micronutrienti sono utili per per il benessere intestinale e per la prevenzione cardiovascolare.

Tanti poi i capannelli creatisi spontanemente dai presenti al momento del commiato. In alcuni di essi è naturalmente montato il proposito di riprendere e rilanciare questa iniziativa in vari ambiti, andando a colpire diversi pubblici: da quello gourmet a quelli del vino e della birra, a quello della ristorazione.

Al secondo giorno la cagliata viene appesa in teli per lo sgrondo del siero, che dura all’incirca una giornataIl piacere di esserci stati manifestato da alcuni dei partecipanti – tra tutti ricordiamo l’allevatrice Valentina Vidor (nella foto di apertura dell’articolo) di Ladispoli e il critico e blogger pontino (Natura delle Cose) Gae Saccoccio – ci permettono di annunciare ai nostri lettori altre edizioni dell’incontro, che mai saranno uguali a sé stesse e che sempre e ugualmente si presenteranno cariche di stimoli, occasioni di conoscenza, dati, informazioni e di quel piacere di condivisione e socialità di cui ogni amante del buon cibo e della buona tavola non può e non deve fare a meno.
Il prossimo appuntamento – ne siamo certi – è già molto atteso dai partecipanti alla giornata romana: tra circa un mese I quattro latti degustati a Roma, le cui analisi di laboratorio verranno prossimamente pubblicate dalla nostra redazione Qualeformaggio presenterà i risultati delle analisi di laboratorio effettuate da uno dei più autorevoli istituti zooprofilattici operanti nel campo lattiero-caseario. Grazie ad esse misuremo finalmente la qualità del latte, che come le qualità degli alimenti in genere è Analisi del latte effettuate negli anni scorsi dall’Università degli Studi di Torino – DiSAFA, per confrontare latti dell’erba (progetto Lait Real) con latti industriali misurabile con esami di laboratorio. Il messaggio insito in questa nostra iniziativa è rivolto a tutti i consumatori, ma in primo luogo ai Gas (gruppi di acquisto solidali), che proprio grazie alla forza del gruppo, alla condivisione, possono e devono utilizzare l’arma delle analisi di laboratorio per sincerarsi, di tanto in tanto, della Qualità Reale del cibo che acquistano.

3 ottobre 2016

(*) organizzato da Qualeformaggio in collaborazione con il blog di cucina consapevole Il Pasto Nudo; svoltosi presso l’agrituriamo La Mucca Ballerina in località La Giustiniana, a Roma

Spiccia Sociologia Dei Social. Fusi, Usi e Abusi di Facebook

2 ottobre 2016
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A 80 e 1 giorno mi sparo in bocca o in fronte?

King BerlusconLearludwig

Sociologia dei Social. Fusi, Usi e Abusi di Facebook*

Esperimento social praticamente gratuito e del tutto disinteressato. ahr0cdovl3d3dy5jdwx0dxjlmjqub3jnlnvrl2fzc2v0x2fyzw5hlzevmdmvnjcvmzc2mzaxl3ywx21hc3rlci5qcgcNella eterea, gigantesca trappola della Rete, siamo già di nostro delle misere cavie operanti piu o meno consapevolmente nelle grinfie statistiche dei Sorveglianti di Facebook. Siamo cioè ben indicizzati dagli specchietti per allodole d’Amazon. Profilati e ispezionati dagl’algoritmi del pallottoliere Google Analytics che ci fa la rettoscopia dei gusti e disgusti, delle tendenze, degl’appetiti, dei desideri con la sonda anale dei “like” la quale ci radiografa fin dalle caviglie alla psiche. Nonostante questo nostro status di cavie nel pollame interconnesso della Rete, proviamo tuttavia a mostrarci quali ricercatori autonomi, ancora apparentemente in grado di esercitare un nostro proprio pur minimo libero arbitrio sotto forma di Timeline.

Si prenda la propria bacheca personale di FB. La si adatti a laboratorio casalingo (o in viaggio) d’esplorazione comportamentale. Una sorta di psicobiologia amatorial-behaviorista ambulante. Uno studio sul campo delle reazioni della community, misurate a clic di pollici alzati, cuoricini, faccine. Esondazioni d’Emoticons sorridenti/meravigliati/tristi/arrabbiati, con tutto il corredo aggiuntivo di didascalie a raffica più la trafila slabbrata dei commenti.controle1Per accreditare la verosimilgianza dell’esperimento, per simulare una sensata statistica dei dati raccolti, tutto andrebbe rapportato alla visibilità, al seguito, al successo e alla quantità di “amicizie” del profilo analizzato. Facciamo ora un esempio fresco di qualche giorno fa.

Il post qualsiasi campionato qui sotto  random e caricato su FB da un utente qualunque, in termini di quantità da conto della serva dei “mi piace” ottenuti ha ricevuto, contro le aspettative, una assai fredda e scarsa accoglienza, cosa piuttosto inusuale rispetto alla media in genere dei post pubblicati dal medesimo utente. Mettiamo che su 100 like di media ne ha ricevuti solo 8 come già avvenuto in altri casi analoghi di condivisione degli articoli più verosimilmente approfonditi o spezzoni di documentari culturali ben argomentati e altri files particolarmente impegnativi raccolti nel web – letteratura, reportage di viaggio, analisi geopolitiche, ricerche di neurologia etc. – di cui importa quasi un emerito nulla a nessuno. Sì, perché nell’era del bombardamento mediatico, informazione e disinformazione viaggiano a pari velocità e sulle stesse rotaie. Nell’età dell’apatia cerebrale più piatta, l’epoca, la nostra, della abissale scivolosità del grado di attenzione, è molto difficile distinguere le cazzate – bufale, fake, meme – da quelle che non lo sono e ben pochi hanno tempo, capacità o voglia di soffermarsi a leggere, interpretare, guardare, sviscerare la realtà fino in fondo, a maggior ragione se si tratta di leggere più d’un rigo di seguito.

Dunque quello preso in esame è il post relativo a un tristo personaggio pubblico nel giorno stesso del Suo ottantesimo compleanno. Nell’immagine campeggia un Silvio Berlusconi istrione lunare dagl’occhi socchiusi, alquanto dubitoso nelle pose retoriche e molto improbabili del pensatore di Rodin. 14463116_1849326368628921_3583923589365671474_nA questa foto è stata sovrapposta una frasetta a bruciapelo vagamente amletica che rievocasse un po’ le perplessità cartesiane dell’improponibile Filibustier Cavaliere d’Arcore:

A 80 e 1 giorno mi sparo in bocca o in fronte?

La didascalia che invece accompagnava la foto aggiungeva: Il Popolo Delle Libertà Suicide (che poi a pensarci bene le Libertà del caso sarebbero anche alquanto Sudicie). Dall’insuccesso e dalla gelida scarsità dei like totalizzati da parte dei controllori/controllati, dal silenzio rumoroso della comunità di spie/spiati interattivi in simultaneità, si riusciva bene a percepire sotto-sotto una fattispecie di silenzio stizzito, noncurante, imbarazzato, sornione, raggelato, timoroso, distaccato, strisciante. Una scena muta quasi che sembrava simulare il boato di solitudine al di là della cartina tornasole del proprio egomaniaco diario privato digitale disperso nell’oceano in burrasca degli ulteriori miliardi d’utenti=diari personali egomaniaci.

Ora, dalla contingente esperienza virtuale possiamo fin da subito dedurre un paio di sbrigative conclusioni che consolidano altre interessanti ipotesi ed osservazioni attinenti configurate nello spazioempo – linea-grigia – di facebook. Eccole qua allora alcune supposizioni attendibili circa la materia vivente social-vischiosa tipo muco nasale e viscide caccole psyco-social trattata fin qui. Ragionevoli congetture ricavate da esperimenti similari già espletati in precedenza:the-brain-network1-300x256

α) post greve, poco divertente e di cattivo gusto o semplicemente malriuscito, che non incontra i like e il palato raffinato dei + o – friends fuori e dentro al world wide web;
β) l’umorismo nero non accoglie i favori del pubblico medio social-connesso delle nostre parti che è – nonostante tutto – pur sempre figlio bastardo dell’Etica Vaticana Apostolica (da qui la locuzione Puttana EVA), per cui di certe cose, così il suicidio ad esempio, “non si può, non si DEVE scherzare..”;
thethinkerγ) indifferenza e disattenzione totale – come è giusto che sia – nei confronti dell’agghiacciante soggetto sbeffeggiato;

δ) attaccamento, inconsapevole moto di recondita simpatia e affezione incondizionata sempre nei riguardi del soggetto sbeffeggiato che alla fin fine affratella tutti allo spirito furbesco, all’attitudine oltremodo rampante del nostro paraculissimo CNP (Carattere Nazional Peculiare);

ε) inefficace tipologia di messaggio sorgente o fiacca percezione dell’immagine utilizzata, causa sgranatura della stessa, sfondo debole, formato inadeguato, colori spenti etc.

ζ) ‘ntuculu!hero_eb19771013reviews906119997ar

*Esperimento, studio e notifica dei dati sono stati inopportunamente condotti dal pool di ricerche inutili GAE [Gruppo d’Analisi Evitabili] di Vladivostok (Владивосто́к).

Due o Tre Cose Che So Sul Sidro

27 settembre 2016
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Sidro d’Irlanda e di Svezia, vino di Borgogna a cena su pizza sempre troppo buona di Carlo & Francesca.

Il pianeta sidro, l’asteroide della fermentazione alcolica delle mele, sono mondi ancora tutti da esplorare, almeno dalle nostre parti. Tempo fa, dopo averne assaggiati in loco di clamorosi, ho riportato da Burlington (Vermont) un sidro crudo, non pastorizzato/non filtrato davvero eccellente e succulento di cui a parte la bontà effettiva del prodotto, non mi resta memoria né fotografica né tantomeno nominativa. Non ricordo insomma più il nome del prodotto e del produttore.

heady-topper-labelOltretutto vicino Burlington a Waterbury, in volumi molto limitati si produce una IPA non pastorizzata/non filtrata anch’essa ricercata come fosse un Sacro Graal nell’ambiente dei fanatici birrofili: la leggendaria Heady Topper del birrificio The Alchemist prodotta un paio di volte la settimana. Mi raccontava più di qualche autoctono essere la HT una birra-feticcio che scatena veri e propri deliri d’accaparramento tra maniaci ossessivi in fila già dalla mattina a giorni alterni nei vari punti di smistamento della provincia. Detto fra le righe, gran parte del montagnoso Vermont è uno dei pochi posti resistenziali di tutta l’America, – da Oriente a Occidente da Nord a Sud -, dove ancora riescono consapevolmente a non farsi travolgere del tutto dall’oceano di merda liquidosolida dispensata da McDonald’s o Starbucks a cui a quanto sembra hanno permesso concessioni limitate nello stato federato.
14379674_1066627903451758_318080909169283687_oTempo fa ad una serata di degustazione alla cieca sull’Etna, avevamo anche disposto in batteria un sidro in versione Brut del grande Eric Bordelet tra le varie bottiglie di vino coperte previste. Quello che ho assaggiato sere fa invece, in abbinamento ad una classica quattro formaggi, era un sidro artigianale irlandese il Cockagee e sulla 4 formaggi ci stava una bellezza! img_3877Il sidro nello specifico è ricavato da un’antica qualità di mele utilizzando una tecnica naturale denominata keeving. Un sidro keeved è realizzato cioè attraverso questo metodo tradizionale di estrazione della dolcezza dalle mele in fase di fermentazione con i lieviti indigeni, senza aggiunta di acqua o altri zuccheri assicurando al prodotto finale una lieve filigrana frizzante che riesce a mantenenere la fragranza genuina della polpa del frutto, bilanciando tra dolcezza sottile e delicata trama amarognola.14359147_1282479485126057_8981669385534936758_nLa bevanda di mele sta sollecitando il nostro desiderio – già folgorato di suo – d’approfondire meglio l’argomento. Stuzzica la mia curiosità e quella di alcuni altri amici più fulminati di me. Dopo questo curioso aperitivo è quindi seguita un’eccellente pizza della settimana sempre in quel di Farinè: patate rosse al pesto trapanese con soppressata di polpo. A questa suprema bontà abbiamo affiancato – ed è stato l’abbinamento della serata – un Beune Premier cru Les Aigrots di Sébastien Magnien, giovane produttore a Meursault che fa vini perfettamente misurati sia nelle maturazioni dell’uva che negl’affinamenti col legno. Sébastien – che sono andato a trovare in cantina qualche settimana fa di rientro da un viaggio di lavoro a Parigi – difatti produce vini calibratissimi ricolmi di personalità ma sottili, senza fronzoli tecnici o eccessi d’ego e nonostante sia situato in una felice zona vitivinicola a preponderanza bianchi, la gran maggioranza dei suoi vini sono rossi, pinot noir ovviamente, da vari villages e appellàtions quali: 

  • Beaune (Premier cru Les Aigrots);
  • Bourgogne Hautes-Côtes de Beaune (Clos de la Perrière);
  • Bourgogne Hautes-Côtes de Beaune (Vieilles Vignes);
  • Bourgogne-Hautes-Côtes de Beaune (Clos de la Perrières)
  • Pommard (Les Petits Noizos e Les Perrières):
  • Volnay (Les Echards),  .

Processed with Snapseed.Ritornando al sidro, sere fa in quel meraviglioso luogo utopico, laboratorio d’idee, officina di braccia/pensiero, crocevia internazionale di giovani entusiasti, centrale d’energia positiva che è Grappolo contro Luppolo da Carussin a San Marzano Oliveto, ho assaggiato grazie a Luca, un sidro svedese Häxan, che gli avevano appena portato in dono dalla galassia scandinava. Meno succoso dell’irlandese, più asciutto, secco, agretto, un po’ corto al palato, paragonabile sia al naso che in bocca all’acidità citrica di una lambic che aprendoti lo stomaco con la chiave inglese, istiga i succhi gastrici e ti ben dispone alla cena. Freschezza acidula di un pompelmo rosa spremuto al momento, succulenti sentori fermentativi di yogurt. Aperitivo perfetto ad accompagnare una Robiola di Roccaverano autentica a latte crudo di capra, quadratini di pane integrale buonissimo intinti nell’olio evo e fette di un salame astigiano alle nocciole, cremoso, ancora fresco in fase di stagionatura ma comunque buono in termini accrescitivi, da mangiarne a badilate.

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Rémy De Gourmont, Fisica Dell’Amore (Es 1995)

22 settembre 2016
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Rémy De Gourmont, Fisica Dell’Amore (Es, 1995)

L’evoluzione della specie umana, secondo De Gourmont, è un dato troppo incompleto.
L’uomo e la donna sono solo gli affluenti sessuali di un corso d’acqua dove s’immettono le pulsioni d’energia creativa e distruttiva d’entrambi, che a loro volta confluiscono nel più vasto fiume della sessualità universale.

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Le 50 Migliori Paste di Coca del Sud America

17 settembre 2016
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Colpiscine cento per educarne uno!

(Anonimo itrano)

Dio è ingiusto perché ha reso l’uomo incapace di sostenere l’effetto della coca per tutta la vita. Avrei preferito avere una vita di soli dieci anni ma con la coca, piuttosto che una vita di 10 000 000…  – e qui continuerei ad inserire una linea infinita di zeri – secoli senza coca.

(Paolo Mantegazza)

LE 50 MIGLIORI PASTE DI COCA DEL SUD AMERICA

img_3711Finalmente come ogni II o III settimana di settembre anche quest’anno la PabloAtlas Escobari Strisciorum rende nota al pubblico la sua pregevole lista dei 50 migliori produttori di pasta da coca del Sud America.

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unknownOra, tra il grigiore e lo spleen metropolitano delle nostre vite disagiate che si scandiscono a ritmo squalificante e a forza di lavori impiegatizi malpagati dentro sistemi d’ufficio carcerari. Tra esistenze miserabilmente squallide che si misurano a siringate d’ore quotidiane d’imbottigliamento nel traffico e a sniffate di smog; a inalazioni di stress da trappola per topi nei formicai umani su strade urbane, su mezzi pubblici, su aerei che schiantano al suolo, su treni in ritardo… chi è insomma che in tutto questo marasma planetario per tirarsi un po’ su, non ha mai strozzato uno shottino medicinale ghiacciato comme il faut del Vino Mariani tonico a base delle migliori foglie di coca del Perù?unknown-1 

Non credo al giorno d’oggi sia più un segreto per nessuno come dalla lavorazione delle foglie di coca si procuri una sostanza alcaloide dalla quale, a partire dal trattamento di sintesi quindi dal processo d’estrazione prima e purificazione poi, si ottengono variegate e simpatiche sostanze stupefacenti quali cocaina idrocloride, freebase, crack etc. che procurano esaltazioni illusorie dell’ego, megalomania infoiata, gioia vorace ma fasulla, depressione perenne acuta, impotenza sessuale, allucinazioni, danni permanenti al cervello, patologie comportamentali, grave dipendenza del corpo e deleteri disturbi della psiche.img_3726A parte i ben noti studi di Freud sull’argomento, rimando ad un titolo di quel meraviglioso personaggio che fu Paolo Mantegazza (1831 – 1910) monzese DOC, scienziato geniale, fisiologo, esploratore a metà tra il medico, l’antropologo e lo stregone filosofo: Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale [qui il link al libro su Scribd].9781400078790

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Dalle ridenti piantagioni e coltivazioni di Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Brasile, Cile si produce la pianta (Erythroxylum coca) dalle cui foglie attraverso un complesso procedimento d’estrazione chimica si ricava l’alcaloide cocaina. Ci sono almeno 6 raccolti l’anno. La produzione della pasta di coca (paco, basuco, oxi) che si ricava da queste foglie è principalmente artigianale – nonostante l’invasività dei massicci gruppi industriali che – complici Monsanto/Bayer appena fuse in una sola entità leviatanica – spendono in tonnellate d’erbicidi e spandono glisofato vaporizzandolo dagli elicotteri su ettari ed ettari di piantagioni a discapito dei più poveri, piccoli, oppressi e onesti contadini Arhuaco, Aymara, Kogi o Wiwa che, provando a resistere ai colossi, coltivano le loro meravigliose piante con sforzi amorevoli, accortezza verso la sostenibilità ambientale, cura scrupolosa del terroir allo scopo di produrre la maggior qualità naturale possibile della materia prima di partenza, cioè le foglie di coca medesime.2c5img_3716È proprio questa perizia d’estrazione artigianale, tramandata per generazioni di coltivatori da padri in figli a fare la differenza finale sulla trama del sapore deciso, il colore vivo, l’odore netto, la consistenza sottile, la persistenza durevole dunque la resa in quintessenza qualitativa del prodotto finale cioè l’alcaloide cocaina in tutte le sue versioni a maggiore o minor contenuto di purezza sballante. Per produrre 1 kg di pasta da coca sono necessari tra i 100-150 kg di foglie secche. Ogni produttore custodisce con gelosia le ricette private di famiglia. Tutti i clan dei produttori mantengono in vita la propria tecnica di lavorazione ereditata dai padri e dai nonni; procedimenti e dosaggi segreti con cui le foglie, una volta strappate dai rami e fatte essiccare, vengono poi spezzettate quindi mischiate in una soluzione liquida per poco meno di una settimana al fine di ricavarne un precipitato ottenuto da macerazione.

img_3723Questa mistura avviene in contenitori appropriati assieme ad acqua e carbonato di sodio a cui si aggiunge successivamente un solvente d’elezione il metil-isobutilchetone (MIBK) ma anche, in alternativa, acetato di etile e acetato di n-propile, cherosene, benzina, acetone. Come ben sanno i nostri contadini più intellettualmente onesti, essenziale alle caratteristiche organolettiche inerenti al gusto del prodotto finale trasformato sub specie di polvere e di cristallo, è anche il tipo di materiale del contenitore usato: terracotta, acciaio, vetroresina, cemento, plastica, piuttosto che legno di mango o noce del Brasile. A seconda del tipo di contenitore cambia nella sostanza e non di poco, il risultato materico e il sapore finale che si vuole ottenere. Non tralasciamo poi di notare in aggiunta a ciò, la maggiore/minore purezza del MIBK (o cherosene etc.) che serve a rendere solubili gl’alcaloidi dalle foglie in fase di macerazione. Gli alcaloidi successivamente, con l’utilizzo di acido solforico diluito, vengono separati dal solvente, cherosene o altro che sia, e questa è la fase cosiddetta del solfato di cocaina.13-2Dunque separati solvente e acido solforico (o acido cloridrico come nel caso delle foglie Boliviane a più elevato tasso d’alcaloidi), gli alcaloidi vengono fatti sciogliere grazie a dell’ammoniaca diluita.

Ovviamente, non è retorica ripeterlo, ma resta centrale il discorso della massima purezza di questi processi e della qualità estrema dei prodotti utilizzati lungo il percorso produttivo. Dosaggi d’elementi accuratamente attivati ognuno con proprie specifiche reattive, mischiati assieme allo scopo di raggiungere il livello comunque elevato di una più o meno buona composizione d’impasto. Ecco che allora subito dopo il delicato fenomeno di filtrazione finale dell’estratto, la grezza e preziosa pasta di coca è ormai definita, pronta all’uso per altrettante operazioni di raffinazione ulteriore. Altra fase imprescindibile dell’intero processo è l’essiccazione al sole della pasta di coca che è una miscela compatta di: cocaina, cis-e trans-cinnamoilcocaina, tropina tropa-cocaina, igrina, cuscoigrina, ecgonina, benzoilecgonina, metilecgonina, isomero di truxillina, acido benzoico e tutta una serie infinitesimale di cere vegetali solubili.img_3720Da questa materia basica stupefacente (in tutti i sensi) attraverso processi clandestini di purificazione dei cristalli eseguiti sui modelli tradizionali e i parametri scientifici dell’industria farmacologica, si ramifica tutta la produzione planetaria di crack, free-base e cocaina pura a scaglie (flake cocaine) che troviamo sui maggiori mercati e le migliori piazze del mondo. Prodotti destinati all’assunzione per essere fumati o per inalazione dei vapori. Pronti all’uso per iniezione venosa ed abuso intranasale.

A breve pare che, dopo pressioni ed ennesime richieste a spron battuto dalle dogane internazionali, avremo finalmente le certificazioni di coca biorganic e coca gluten free sui prodotti a Denominazione d’Origine Protetta, Controllata e Garantita come è certamente il caso dell’elenco dei 50 migliori produttori di pasta da coca che segue.img_3712 Altro bel capitolo scottante da approfondire, magari alla prossima occasione, è proprio quello che concerne la determinazione dei prezzi ovvero la filiera commerciale innescata dalla materia prima al prodotto trasformato. Le speculazioni mercantili sono come al solito dettate dalla dura lex della domanda e dell’offerta ad alto rischio di strozzinaggio e sopruso economico sempre a vantaggio dei Signori del Cocco avversando però i più sfruttati contadini, promotori effettivi della filiera produttiva dal ciclo intensivo che parte dalla foglia arrivando alla pasta di coca fino alla cocaina ed altre sostanze da essa derivate. Uno sfruttamento finanziario di partenza che origina dal ridicolo costo di produzione sorgente e che passaggio dopo passaggio all’ingrosso, intermediato da troppe mani – dai cartelli del narcotraffico allo spacciatore tossicodipendente da due soldi del quartiere -, raggiunge poi però le vette folli dei costi di vendita al dettaglio fin giù alle tasche sfondate cioè fin su alle fosse nasali del consumatore tossico finale.img_3721Qui sotto quindi la lista annuale dei 50 migliori laboratori a conduzione familiare clandestini di lavorazione delle foglie selezionate a rese basse per ettaro, purificazione del raccolto, blocco e fissaggio d’ossidazione della cocaina base. Ma purtroppo per chi legge, tutti e cinquanta questi nomi sono stati prontamente criptati dall’Intelligence caraibico NCUL (Nacional Central Universal Liberación). Al momento il codice di decrittazione è proprietà intellettuale del gruppo STRÜNZ di Julian Paul Assange che rimanda però misteriosamente a questo WikiLeaksGif.tumblr_ls3vh4luoc1qgeckf

LA CLASSIFICA DEI 50 BEST COCA PASTE AWARDS

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19 JHFD:JHDAF:JLAHF&EFPOUFLKHFG – lkjdgkusdgyopsyslnbiue7t;jlhsdghdf+=       20 LKJH:ALDYAOP*&YWKBF – skuggsuyesdlkjbdsvkjw09ehhffubyp87ekgsgd;ljsdimg_372521 JHGASFOYFE – lkhgsdouysdgpo87kjbeqf;ljhwg[oiysdga;lknsdg’;ljsfag8;jlnsbfg
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25 LBMVDEFS -ljgsdgjsydgpo7ieeql;jhdsga’lkhjsdg;ojsfgp97e[ohe’lknsgd’luyv[oiye

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33 OQPTVMQTV – ;jhsdplshdg[osgy[oweuy[owehaw[ogbsljnboy08bwoesdgljnbas
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37 JFOJYTFS – lkjsdgpodgy-87eljhewtl[hgsdoihdsgknsfbpije[8uyrindpijdgs[oihsdg
38 BNQ>!DKGAD – jhdpoywepowye[ilhsdg;ljndslsdhg[osiue[piue07tt07sdgljhbfsln
39 KSFPKYSF – lkjgsdp6pohiwd[asoiyubf[lknfsb;jsf[ioyeoiyg’ksjg;sfjp9u[piug[/{[7&       40 OIUSFPKUG – lkjhg;ljh;sadkjghsdoiuer[oyq[ouhdgljnlsfghs[flhgslkng’sdlghs;dig

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Il Vino del Centro Storico e la Linguina dei Sibillini

15 settembre 2016
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Processed with Snapseed.Via Mari 10 è un Sangiovese romagnolo prodotto in centro storico – area ZTL – a Reggio Emilia, nel vigneto urbano della famiglia Masoni sul terrazzo di casa al IV piano di un vecchio palazzo nella cornice severa del centro storico affacciato sulla città. Questa è la numero 11 di 35 credo (o 41?) bottiglie prodotte nell’annata 2013.Processed with Snapseed.Un divertimento da visionari. Una mattata padana. Una bizzarria bislacca. Una piccolissima eppure strenua, eroica difesa della natura costretta ma anche, perché no, affrancata tra le mura urbane. “Un avamposto contro la barbarie cittadina“.

Questo l’ambizioso progetto di cura dettagliata del particolare infinitesimale d’un vigneto urbano microscopico ubicato in Via Mari 10, centro storico di Reggio Emilia nella Zona a Traffico Limitato. Qui l’uva viene lavorata chicco a chicco proprio perché: “(…) il miglior modo per fare qualcosa di grande è partire in piccolo.” Rustico ed elegante a un tempo. Di schietta beva. Si può dire “vino territoriale” o sarebbe più giusto definirlo “vino urbanistico”?Processed with Snapseed.Il vino l’ho bevuto con amici una sola volta qualche giorno fa a Parigi. Perfettamente corrispondente per contrapposizione geofisica – il vino cittadino e la pasta di montagna – e afflato della sostanziosità elementare d’entrambi i prodotti (liquido uno, solido l’altro), immagino a quanto sarebbe stato felice l’abbinamento con la linguina Regina dei Sibillini su pomodoro fresco cotto al vapore, basilico dell’orto materno e olio extravergine d’oliva a crudo.Processed with Snapseed.

ps. C’è anche chi sul terrazzo si è ricostruito in scala ridotta una mappa-giardino della Cina estesa quasi 10 metri.