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Le Seppie e l’Enigma dell’Invecchiamento tra Crescita e Forma

6 dicembre 2016
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Le Seppie e l’Enigma dell’Invecchiamento tra Crescita e Forma_thompson_tropfen_06

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A due giorni dal Referendum Popolare per la riforma costituzionale. Mentre il bel paesotto si divide et impera tra un #NO al Gratta e un #SI al Vinci, propongo alcune considerazioni evoluzionistiche in merito alla vana intelligenza dei cefalopodi – seppie, piovre, calamari – che nonostante abbiano il cervello fino, fanno vita assai breve.

Tra mutazione genetica, invecchiamento cellulare, ontogenesi e selezione naturale, questa è l’enigmatica metafora dei cefalopodi – piovre, seppie, calamari – dal cervello lungo e la vita assai corta (2 anni di media).

Da un interessante articolo di Peter Godfrey-Smith sulla Sunday Review del The New York Times intitolato: Octopuses and the Puzzle of Aging  (2 dic. 2016), estraggo questo passo in verde:

What is the point of building a complex brain like that if your life is over in a year or two? Why invest in a process of learning about the world if there is no time to put that information to use? An octopus’s or cuttlefish’s life is rich in experience, but it is incredibly compressed.” [Qual’è il senso di costruire un cervello complesso come quello dei cefalopodi, se poi la vita dura al massimo un paio d’anni? Perché investire energia in un processo d’apprendimento del mondo se poi c’è ben poco tempo per applicare le informazioni acquisite e portarle a buon fine? La vita di una piovra o di una seppia è molto ricca d’esperienze ma incredibilmente compressa.]

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Queste invece che seguono in rosso sono alcune mie considerazioni in merito alle tematiche della morfogenesi, dell’evoluzione biologica e della percezione del tempo fisico e psichico innescate dall’articolo del NYT, che andrebbero attentamente approfondite su testi ormai classici quali:

I have the impression that the author of the article does anthropomorphize a little too much the concept of time. The physical and mental time of the octopus could condense 200 years in just two years of our “human or psychic” time perception. To better explore the topics, we should compare the idea of ​​”Umwelt” in Jakob von Uexküll reviews,  to other research materials,  as for instance the two classic books by D’Arcy Wentworth Thompson and Alain Prochiantz. [Ho l’impressione che l’autore di questo articolo antropomorfizzi un po’ troppo il concetto di tempo. Il tempo fisico e mentale della piovra potrebbe condensare 200 anni del nostro “tempo psichico umano”. È qui d’obbligo un confronto con l’idea di “Umwelt” così come è stata teorizzata da Jakob von Uexküll nei suoi articoli scientifici, assime ad altro materiale d’approfondimento come ad esempio i classici testi di D’Arcy Wentworth Thompson e Alain Prochiantz].0003zi-9258

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Mercato dei Vini Fivi 2016 – Verticale di Barbacarlo – Incontro Lino Maga e Luigi Gregoletto

28 novembre 2016
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Mercato dei Vini Fivi 2016 – Verticale di Barbacarlo – Incontro Lino Maga e Luigi Gregoletto

manifesto_tinyUltimo fine settimana di novembre, 26 e 27 a Piacenza per il Mercato dei vini FIVI, giunto alla sua VI edizione, organizzato dalla Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

Il mio coinvolgimento emotivo a questa splendida Fiera è non solo indiretto ma anche esplicito dato che l’omino con la barba in locandina magnificamente illustrata da Gianluca Folì, – così come mi faceva notare il bravissimo Davide Cocco di studiocru – sembro essere proprio io sputato nonostante non sono affatto io, giuro, e lo giuro sputando sui sassi come s’usava anticamente in terra di Sardegna stipulando un qualche patto d’amore o morte.1

La FIVI, che raccoglie ormai un migliaio di associati sotto la sua ala protettiva, traccia in fieri – non solo in fiera – alcune linee guida piuttosto chiare e distinte – cartesiane starei per dire – per quanto forse ancora leggermente generiche o un tantino amplie rispetto al coordinamento agroecologico e alla filosofia produttiva dei suoi associati.

Si tratta nello specifico di determinanti principi minimi, patti-chiari-amicizia-lunga intesi nel reciproco buon senso, nell’onestà intellettuale e nella pratica agricola di tutti i soci, senza dubbio affinabili nel tempo in termini d’autocontrollo amministrativo del gruppo e di gestione delle risorse interne in tema di sostenibilità, trasparenza di filiera e artigianalità. I pilastri fondanti della FIVI sono sicuramente suscettibili di perfezionamento man mano che il movimento accresce la sua portata etica e il suo consolidamento politico nel turbolento flusso internazionale del vino naturale o artigianale che dir si voglia. Questi semplici eppur complicati capisaldi sono limpidamente motivati nel suo manifesto associativo dove si reclama che il viticoltore aderente alla federazione: “coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta“.4

Ho visto carrelli per la spesa stracolmi di casse di vino, spinti da gente sorridente in vena d’acquisto critico e non compulsivo. Molto confortante anche ammirare lo scambio di bottiglie tra impetuosi produttori d’ultima generazione, un segnale effettivo quest’ultimo, che i vignaioli sono curiosi anche dei vini altrui – lontani o vicini – e non si soffermano più soltanto ad ammirare, odorare, celebrare i fiorellini del proprio orticello com’è, ahimè, uso di tanti produttori campanilisti con le bende sugl’occhi, i tappi sulle orecchie, le mollette alle narici.

Dopotutto i dati del post-fiera parlano chiaro. I due giorni del Mercato Fivi 2016 hanno visto sfilare 9.000 ingressi (50% in più d’afflusso rispetto all’anno precedente) e molti produttori presi d’assalto al banchetto tanto che già il primo giorno non avevano quasi più vino né da far assaggiare né da vendere.6

Dopo un viaggio infernale in treno la sera prima dell’evento, tra sciopero dei mezzi, alluvioni in nord Italia e guasto tecnico al treno, resto bloccato per ore alla stazione di Bologna. Smadonnando e sbraitando (sbraitando e smadonnando a vostra scelta) dalle ore 20 o giù di lì, si erano comunque fatte le 23 passate quando mi ritrovo sbarellato assieme a un altra sporca dozzina di pendolari con un ultimo treno-carovana in direzione Parma dove mi son trovato costretto a cercarmi un alloggio di fortuna al primo hotel fuori la stazione non essendoci in loco neppure un taxi figuriamoci a localizzare un car2go.

Raggiungerò dunque Piacenza il giorno appresso perdendo quel micron di fiducia che ancora riponevo in Trenitalia oltre che aver perduto anche i soldi della prima sera d’albergo prenotato sempre a Piacenza.

Questo che segue un frammento strampalato di sogno che riporto dal risveglio a Parma:

Magda per l’amor di Dio fermati!

Mi sveglio da quest’incubo in cui ero uno psico-degustatore compulsivo con ansie compilatorie schizoidi alla Furio di Bianco Rosso e Verdone:

<<420 produttori.. 3 etichette di media (per difetto) a produttore.. 1260 bottiglie totali di media (per difetto)..
Ipotizzo di avere 2 giorni d’assaggi per me a pieno regime.. no chiacchiere.. no ingombri.. zero distrazioni.. solo vini.. dalle ore 12.00 alle ore 19.00.. fanno 14 (quattordici) ore totali a disposizione.. 90 vini l’ora.. assaggi a catena di montaggio.. 630 vini il I giorno.. 630 il II..>>

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Luca Ferraro ed altri parteciapanti mi hanno raccontato a cose fatte, che un momento di assoluta commozione generale condivisa da tutti i produttori adunati alla presentazione è stato il discorso di conferimento per il vignaiolo dell’anno a Luigi Gregoletto, che ha raccontato quanto segue:

“Dalla mia vita e dalle mie esperienze posso dire che la terra va rispettata, va amata, perché la terra è madre e sa ricompensare. Anche oggi che produrre molto è facile e produrre poco è altrettanto facile. Produrre equilibrato nel rispetto della terra, della sua conservazione e della qualità del prodotto, è molto più difficile. Ma sono convinto che questa sia la via da affrontare e sono altrettanto convinto che la terra non delude. La terra ti può fare meno ricco, ma sicuramente più signore.”

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Ho avuto poi il privilegio di assistere all’incontro tra Luigi Gregoletto (70 vendemmie alle spalle) e Lino Maga (classe ’32), due capitoli centrali dell’avventurosa storia del vino italiano.. “una spremuta d’umanità” (citaz. Walter Massa). Due saggi del vino vis-à-vis da cui ho assorbito questa sacrosanta verità:

Le traversie, gl’ostacoli, i problemi… ci aiutano a vivere.

La verticale di Barbacarlo organizzata in una sala degustazione al Mercato Fivi il II giorno, cioè domenica 27 novembre, è stata l’apice professionale ed umano di un’incredibile due giorni d’assaggi, incontri, emozioni, abbracci, condivisioni dei punti di vista con colleghi, amici, produttori, consumatori, ristoratori.

Per quel che possa contare, i vini mi sono piaciuti tutti moltissimo, ognuno con la sua specifica impressione cromatica, identità olfattiva, tessitura gustativa. Il sorseggio in batteria delle sei annate, è stato accompagnato da una frase luminosa, da un tono di voce struggente mormorato su timbro basso, pronunciata a mezza bocca dallo stesso artefice del Barbacarlo (identica cosa tra l’altro che ho sentito mormorare con la medesima purezza d’animo e reverenziale umiltà del singor Maga Lino anche da Josko Gravner):

Faccio il vino come si faceva duemila anni fa.

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  • 2011

Ancora troppo asciutto, ruvido, essenzialmente tannico. Un vino d’eccellenza cruda, che t’urla in faccia “dammi il grasso del prosciutto meglio stagionato in cantina, però quello più dolce e sudato..”

Asciuttezza e tannicità della 2011 ma con maggior spessore, finezza, potenza (s’avverte presumo, l’annata imponente). Un’austerità dall’anima odorosa in riposo nel calice, una genuinità di corpo dell’uva tramutata in vino che ti rende percettibile la grandezza sublime di questo vino nella prospettiva dei prossimi decenni (a dir poco).

  • 2009

Il vino meno caratterizzato della batteria. In fase di letargo sono sicuro. Quanto vorrei stapparne almeno uno ogni anno, tanto per seguire il percorso d’evoluzione, di formazione e crescita di quest’annata con più ordine filologico possibile.

  • 2007

Dolcezza perfetta. Dalle parole dello stesso Maga Lino o Signor Barbacarlo, so per certo che nonostante: “il mio vino non mi soddisfa mai”, la perfezione dolce dell’uva spremuta quando è raggiunta, – vuoi per temperamento dell’annata, vuoi per caparbietà del cristiano in vigna, casualità o fortuna, – è evidente poi che un miracolo di vino così strapperà un flebile sorriso d’intesa tra l’uomo duro e la sua terra, le sue viti ancor più aspre.

  • 2004

Il bicchiere dinamizza una complessità aromatica nell’aria attorno alle mie narici come fosse uno spettroscopio olfattivo: spezie esotiche, china, assenzio, rabarbaro, chiodi di garofano, infuso di genziana, bastoncini di liquirizia… un’annata di cui il perfezionista Lino Maga non è particolarmente soddisfatto – vi rendete conto? – che a me invece lascia in bocca un sentimento di tale bontà, succosità e bellezza, che mi vien difficile provare a farvi partecipi altrimenti a parole se non abbracciandovi in silenzio uno ad uno tutti – ma ci siete? – lettori giunti fin qui più o meno fedeli.

  • 2000

Pur se di annata difficile, altro monumento alla genuinità del succo d’uve fermentato a base di una composizione promiscua – come tradizione contadina comanda nell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia – della Croatina, dell’Uva Rara, dell’Ughetta (ovvero Vespolina) e forse anche della barbera.

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Verso la fine di quella che resterà incisa nella mia mente quale memorabile degustazione, ad un certo punto il confronto tra i due eroici contadini – eroi della terra – ha preso una piega un po’ malinconica, ha rintoccato cioè le campane di una mesta meditazione sulla morte, sulla malattia, sul mestiere di vivere, sul vanitas vanitatum d’ogni cosa, opinione e persona, adombrando a lutto – ogni tanto non può che farci bene – il pubblico di noi degustanti ossessivi e giratori di bicchieri seriali.

La chiosa finale, quasi fosse la massima di un severo filosofo francese del ‘700, è dello stesso Lino Maga in risposta alla domanda di Walter Massa: “Lino, cos’altro vuoi aggiungere per finire?”

Non ho niente da dire, se non c’è più niente da dire! (Lino Maga)

Una risposta che ritengo più dolce che amara – dolce il giusto, alla maniera di quei vini che lui il signor Barbacarlo ama di gran lunga -, una risposta sapiente che oggi mi risuona dentro come monito dell’ostinazione tenace ad andare avanti in silenzio, ad agire determinati verso la propria meta, a non avere mai tentennamenti, risentimenti o rimpianti, mai.

 

La Barbera È Femmina (Marzia Pinotti) + Verticale di Monleale (Walter Massa)

20 novembre 2016
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..il mercato comanda la vita. E quando il mercato comanda la vita, non c’è più spazio per tradizioni e buonsenso.

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Venerdi 7 ottobre 2016 a il Sorì da Paky Livieri, con il pretesto di presentare il prezioso libro La Barbera è Femmina, si è innescata una rara occasione di conversare con l’autrice Marzia Pinotti – Wine Writer in compagnia dell’editore Luca Burei (Edizioni Estemporanee) e del produttore dei Colli Tortonesi Walter Massa – pioniere del Timorasso – che ci ha fatto letteralmente immergere in una verticale vertiginosa della sua Barbera Monleale (qui segue un link dove rimando ad approfondimenti di degustazione dell’amico Andrea Petrini – Percorsi di Vino).

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Scene da una serata sulla Barbera.

Bisogna tornare all’apprendistato!

“Bisogna tornare all’apprendistato”, riporto pari pari quanto declamato da Walter Massa la sera stessa, e va intesa quale locuzione sintetica dei tanti umori distillati dalla degustazione/esibizione che è stata piuttosto un happening da Living Theatre in cui la parte di Julian Beck era tutta di Walter mentre quella di Judith Malina era incarnata dalle sue barbere Monleale orgasmatiche, delle annate: 1978 1990 2000 2003 2004 2009 2010.

  • 1978 Barbera da commozione emotiva. Acidità ancora talmente viva e vibrante che tiene a freno – soffocandole al fondo del calice -, le normali effusioni evolutive. Normali curvature d’ossidazione certo, considerando i 38 anni sul groppone. Limpida all’occhio, tersa e succosa in bocca. Struggente empatia sia fisica che metafisica.*

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  • 1990 vino quintessenziale! Barbera compiuta in tutte le sue componenti materiche e immateriali. Bevuta d’assoluta freschezza, pienezza, longevità. Ne sorseggerei a secchiate per il solo gusto di dissetarmi. Già smanioso di ristapparla tra 10 anni e poi una volta ogni decennio da qui al prossimo mezzo secolo.. questo gran vino durerà senza dubbio più di me e tant’altri di voi bevitori leggenti!marzia-walter-gae

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*per chi prediliga uno sfoggio di grigi descrittori semi-analfabeti da copia e incolla di scuola AI(D)S, tipo: olii essenziali di bergamotto, ribes maturi quanto basta, foglie di tabacco del Kentucky, cuoio capelluto di calvo e tutte quest’altre menate da sommerdier di I o NP (non pervenuto) livello, faccio presente che con termini fantascientifici quali: Fisica e Metafisica di un vino, tento di lanciare un suggerimento del tutto spassionato, un invito implicito alla lettura cioè di Aristotele sorseggiando del buon vino tortonese come nel caso specifico, piuttosto che frequentare l’ennesimo corso della minchia d’avvicinamento/allontanamento al vino.. altroché Star Trek!14568133_1853905451504346_6867235418911967036_n

César Hidalgo, L’Evoluzione dell’Ordine (Bollati Boringhieri)

20 novembre 2016
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“La Terra sta all’informazione come un buco nero sta alla materia, o una stella all’energia.” César Hidalgo

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César Hidalgo, L’Evoluzione dell’Ordine. La Crescita dell’Informazione dagli Atomi alle Economie (Bollati Boringhieri, Torino 2016)9788833928005_0_240_0_0

Un prodotto è, in ultima analisi, una forma di “immaginazione cristallizzata”.

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Riporto questo articolo molto interessante di P. L. Sacco sul Sole 24 di domenica 20/10/2016 relativo all’informazione, la conoscenza dei prodotti economici e i beni di consumo a proposito di questo libro del fisico César Hidalgo, direttore del Macro Connections Lab al Media Lab del MIT di Boston co-autore assieme a Ricardo Hausmann di un Atlante della Complessità Economica [The Observatory of Economic Complexity]

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Pascal Cotat Sauvignon Blanc di Sancerre e le Frattaglie a Le Bidule

17 novembre 2016
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Un Domaine focale per il Sauvignon Blanc in Loira (Sancerre AOC) è quello gestito da Pascal Cotat vigneron naturale dove naturale ha qui un concreto senso di lavorazione empirica e non è affatto quindi furbo aggettivo di marketing, targhetta vuota o collante promozionale accalappiamosche. Sono 2,5 gl’ettari di vigne suddivise in due lieu-dit: Les Monts Damnés e La Grande Côte a Chavignol, ad est di Sancerre.

I terreni calcarei della parcella di Les Monts Damnés di proprietà di Pascal si trovano nella parte più alta con esposizioni a Nord, pendii molto ripidi, vigne di circa 35 anni curate con approccio biologico e predisposizione anti-sistemica (alghe e altri preparati naturali a fertilizzare il terreno).
Pascal (così come fa il cugino François) preferisce le vendemmie tardive e raccoglie almeno una settimana dopo ogni altra azienda vinicola della zona.
I vini sono messi in bottiglia non chiarificati e non filtrati. Eccellente come sempre già alla prima impressione è anche questo 2014 che si farebbe sorseggiare a secchielli (quelli con cui da bambini si giocava con la sabbia) non temessimo il giudizio degl’altri che si sa, lo diceva pure Sartre, sono l’inferno: “l’enfer, c’est les autres“.

Sarò matto, e che mi frega? ma godo di questo Sauvignon come fosse della selvaggia acqua di mare azzurro al naso, succosità fermentata di frutta rosea e gialla di macchia che gorgoglia giù “chiara fresca dolce acqua..” sotto specie di pompelmi rosa maturi – un cesto pieno – appena spremuti a riempire il buconero della bocca, a ripulire la mente da tutte le incertezze, i rovelli, i pregiudizi e gl’inferni propri o quelli altrui.1

In un posto dai toponimi improbabili nei dintorni di Perugia: Casa del Diavolo e Ramazzano le Pulci, Annalisa Lombardini ha messo in piedi uno spazio vitale adibito ad eventi, serate a tema, cene, readings e quant’altro di bello, profondo o giusto che uno possa mai immaginare. Un ambiente di ricezione immediata delle bevande alcoliche e delle vivande bucoliche oltre che crocevia d’incontro tra persone, le più disparate. Occasione di confronto sociale che ha davvero dell’incredibile considerando che il contorno esterno potrebbe tranquillamente essere un pezzo di paesaggio dal pianeta Marte ricopiato su carta carbone. Il posto – arredato con tocco deciso, con gusto raffinato ma senza far subire per nulla l’invadenza tipica di certo interior design da pubblicazione patinata à la page, – è un piccolo gioello di casualità voluta, studiato in ogni minimo dettaglio e si chiama Le Bidule.

Una volta dentro sembra piuttosto di essere schizzati in un’altra dimensione spazio-temporale che potremmo tranquillamente credere di trovarci in un luogo d’arte concreta, un laboratorio d’incontri teatrali stile off-brodaway e non in un angolino anonimo della periferia Umbra. La cena è stata concepita esclusiavamente a base di frattaglie grazie alla visionarietà condivisibile in tutto e per tutto degl’amici cari Marco Durante & Giampiero Pulcini e grazie soprattutto alla passione sfegatata dell’infaticabile maestro carniere Valentino Gerbi anima propulsiva di Etrusco Carni che ha fornito come sempre le sue lacrime di gioia oltre alle eccellenti materie prime vaccine. 2

  • julienne di lingua
  • polpettine di diaframma
  • cuore e pâtè di milza

questa una parte della sequenza dei piatti su cui si sono abbinati vini vari ed eventuali ma che – a sceglierne uno soltanto – è con questo Les Montes Damnés 2014 di Pascal Cotat che poi a ripensarci lungo tutto il tragitto del ritorno, ho concluso il rientro a casa più felice e sornione di quanto non ne fossi uscito. Dopo una nottata di pioggia infernale, ritrovo un tappeto di serenità steso sull’uscio buio dell’austera torretta del ‘300 in affitto. È un telo di pozzanghere d’erba e fango in cui m’è parso di veder riflessa come in uno specchio tutta la vastità angosciante del cielo, una coriandolata di stelle predisposte ad accogliermi ad augurarmi il buon riposo infine a sorridermi in siderale ma rispettosa indifferenza, suggerendomi con la stessa estroversa ironia del finto specchio disegnato nel bagnetto a Le Bidule: “sei un gran figo”.

Semplicità Contadina Nell’Età Post-Atomica

7 novembre 2016
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Alla ricerca del gusto perduto nell’era post-nucleare.

Più umile è la cucina tanto più il sapore risulta di raffinata semplicità e sostanza, di una semplice e terrestre sostanza al palato. Non si può non amare la nobiltà contadina dell’autunno vegetale.

  • Zucca arrosto (in punta di stuzzicadente)

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  • Scarola stufata

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  • Broccoletti ripassati o cime di rapa/rapini/friarielli (da non confondersi con i friggitelli che son peperoni), a seconda della regione e tradizione culinaria di provenienza.

7Segue un Atlante Minimo dei Sapori d’Itri, paesino nel lieto basso Lazio ai confini con la Campania Felix.

Qui, tra le rive mefitiche del Tirreno, all’ombra degl’Aurunci desertificati dagl’incendi continui, sopravvivono ancora popolazioni amene accarezzate dai riflessi del fiume Garigliano dove con fierezza tossica di bestia a tre teste, fiammeggia  sotto al cielo la sede della ridente centrale atomica omonima, La Centrale del Garigliano abbandonata a se stessa e alle intemperie..

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  • Péttëlë e cicë (“pettole” – la tipica pasta di maltagliati acqua e farina – con i ceci)*

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  • Piparuoglë arrustë (peperoni arrosto)

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  • Auglivë muscë (olive mosce della locale cultivar itrana, appassite prima al sole e poi infornate)

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*Faccio riferimento alla trascrizione dei fonemi come dal Dizionario del Dialetto Itrano. Piccolo Studio Fono-Etimologico di Mario La Rocca (Collana “Memorie del Territorio”)

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Le Trame 2006: Il Vino di Giovanna

31 ottobre 2016
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img_5527Chianti Classico “Le Trame” 2006 – Podere Le Boncie di Giovanna Morganti – San Felice (Castelnuovo Berardenga).

Vino prodotto da una vigna-giardino di viti ad alberello. L’assemblaggio d’uve diverse (l’uvaggio, parola sinuosa) è composto in percentuale più alta dal Sangiovese, con aggiunte di altre varietà ancelle tipiche quali Colorino, Mammolo e Foglia Tonda a smussare gli spigoli e le asperità acidule del vitigno principe ancor più accentuate da un terreno altamente calcareo.
Il lavoro quintessenziale di Giovanna Morganti si svolge con profondo scrupolo in vigna a maggior ragione con queste sue piante ad alberello che necessitano cura costante, carezze rudi e lavorazioni manuali allo scopo di evitare qualsiasi forma invasiva d’interventismo farmaco-chimico.img_5524Le condizioni micro-climatiche dell’annata 2006 – assai simili alle celebrate 1997 e 2001 – possono essere definite in linea molto generale: “altalenanti” anche se su questo ritornerei volentieri a confrontarmi con la stessa Morganti conversando, senza limiti di tempo, proprio sull’andamento stagionale dell’annata.
Inverno nella media, primavera mite, ritorno al freddo nel periodo maggio/giugno. Caldo a luglio, temperato in agosto. Settembre assolato e poco piovoso con escursioni termiche giorno/notte definitive per la maturazione fenolica equilibrata e la fondamentale concentrazione zuccherina dei grappoli.
Fermentazioni naturali in cantina grazie ai lieviti indigeni dell’uva, affinamento in tonneaux (500 litri) e in botti grandi (1500 litri) prima dell’imbottigliamento.

A tema con il suo nome folgorante: Le Trame, una trama d’abbinamento mediterraneo eventuale è stata quella ben riuscita sere fa con una frittata di ricotta di pecora e za’atar la mistura profumatissima di spezie citriche nordafricane, al gusto d’agrumi verde-gialli, che ho riportato fresca fresca al mio rientro dal Libano e che proprio a Beirut ho mangiato in tutte le salse a colazione sulla tipica pizza medioerientale (manakish o za’atar manouche) oppure a pranzo e a cena sui loro caratteristici yogurt aciduli l’ayran, il labneh.img_5528Giovanna Morganti è appartata e generosa viticoltrice a San Felice. La sua casa è la cantina. Il suo mistico giardino segreto invece è la vigna dove alleva, dove cura come fossero bambini al nido, le piante di sangiovese – per la gran parte – e canaiolo, mammolo, colorino, foglia tonda. Le Trame, il suo Chianti Classico figlio – o figlia? – maggiore è quello da 10 e lode. Il declassato ad IGT invece si chiama 5 – battezzato così con sottintesa ironia come il voto scolastico senza infamia e senza lode che si appioppa agli scavezzacolli. Eppure io il 5 l’adoro proprio per questa sua fama di randagio svogliato, temperamento ribelle di “succo d’uva” indisciplinato che me l’ha reso incondizionatamente simpatico, fraterno fin da subito: robustezza di corpo, asprezza di frutto, sapidità di fossile marino (ma perché sanno di sale i fossili marini?).. lo venero il 5, lo amo proprio in quanto vivificante sale della vigna! Lo riconosco fratello di sangue e lo tracanno quale rivelazione più spontanea del terreno altrettanto aspro, salino, scosceso, dolcemente sassoso proprio come i solchi sulle mani di Giovanna, specchio fondo della sua anima tanto riflessiva in cantina eppure così iperattiva in vigna.dt-scheherazade-vaslav-nijinsky-golden-slave-boxer_620Da un foglietto volante ritrovo un breve appunto di qualche anno fa:

Podere “Le Boncie”: Le Trame (2012) e il 5 (2013) a confronto.

Giovanna e Giorgio, questo vostro sangiovese stupendo è un balletto del Bol’šoj in “equilibrio instabile” che coreografa nello spazio e nel tempo: dramma, felicità, eleganza, mistero.. inscenando alla perfezione la pantomima senza fine tra Uomo e Natura sempre in punta di piedi sull’orlo del precipizio dell’Annata.

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Al Podere “Le Boncie”, una perfetta giornata di sole autunnale con Gino Della Porta e Giovanna Morganti e il suo bellissimo paradiso di vigna alle nostre spalle!

13445397_1805743399653885_7606132054751870024_nIl vino di Giovanna è supremo amore, proporzione armonica d’intervalli gestuali tra il cielo, la mano, la zolla, l’acino.
Il vino di Giovanna canta e risuona rosso vivo nelle nostre vene al ritmo con la musica delle sfere celesti.
Il vino di Giovanna è una melodia liquida di struggente bontà salmastra, stoica bellezza, schietta onestà.
Il vino di Giovanna è sì il vino di Giovanna ma anche, sopra ogni cosa, è il vino di noi tutti che amiamo il vino nella sua imperfetta perciò sostanziosa e sostanziale umanità.

Herbert Khün, Pitture Delle Caverne (Il Saggiatore 1959)

23 ottobre 2016
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Herbert Khün, Pitture Delle Caverne (Il Saggiatore, Milano 1959) [titolo originale Eiszeitmalerei, traduz di Maria Attardo Magrini, nella collana Biblioteca delle Silerchie, copertina è stata diesgnata da Balilla Magistri]

Non sono riuscito a trovare neppure un rigo o un cenno lontano al profilo biografico di Herbert Khün cosa questa che mi stimola a maggiori ricerche ed approfondimenti.

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Enzo Paci, Diario Fenomenologico (Il Saggiatore 1961)

23 ottobre 2016
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Enzo Paci, Diario Fenomenologico (Il Saggiatore, Milano 1961)

[Prima edizione, pubblicata nella elegante collana Biblioteca delle Silerchie. La copertina è stata disegnata da Bruno Binosi]

Il Diario Fenomenologico di Enzo Paci ha folgorato la mia carriera di studente selvaggio durante gli anni universitari.
È un libricino ormai introvabile dove con estrema chiarezza e praticità si illustra dal vivo il significato più profondo del “mestiere di pensare”.
Bisogna immergersi in queste belle pagine se si vuole finalmente intendere che l’esercizio della filosofia è una professione artigianale a tutti gl’effetti dove invece di manifatture prodotte dal lavoro manuale – sempre mediato dall’intelletto – si producono pensieri o concetti utili a farci ragionare, a farci vivere meglio con noi stessi e con gli altri.

“(…) in ogni fatto, in ogni cosa isolata, si rivelano legami con tutte le cose, con tutti gli altri fatti. L’individuo è unico e pure è il tutto. La filosofia comincia quando questo uno-singolo scopre che ha in sé relazioni tipiche, essenziali con tutto il resto. Nessun fatto è solo individuale, nessun fatto è solo universale.” Enzo Paci

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Ansonaco del Giglio e Frittata d’Aglio di Campo

15 ottobre 2016
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Sulla frittatina d’aglio selvatico (Allium ursinum*) raccolto sui campi e preparato in casa da mammà, ci berrei tanto l’Ansonaco della Famiglia Carfagna, vignaioli sull’isola del Giglio. È questo un vino d’Altura Vigneto – link: http://www.vignetoaltura.it/ – ed è superbo calice di luce liquida; mentre ne sorseggerei a litrate, voi provate solo a immaginare come scende giù facile-facile e disseti più d’un’acqua sorgente.
*Pianta bulbosa erbacea perenne, appartiene alla famiglia delle Liliaceae come il tulipano, il “giglio”, il mughetto..

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L’Eclettico di Puglia dell’Agricola Paglione

10 ottobre 2016
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L’Eclettico Paglione Vino da Tavola Bianco 2014

img_4694

14680505_1854921334736091_2747203758712726034_nDalla zona del Cacc’ e Mmitte di Lucera dell’azienda Agricola Paglione, – grazie a Toni Cristoforo che me l’ha segnalato – ho bevuto questo succulento vino da tavola bianco: L’Eclettico (2014), la n. 1134 di 2210 bottiglie prodotte.
Di color giallo fico d’India o paglia intenso (paglione nel nome e nei fatti) ottenuto da macerazione medio-lunga e da deciso contatto sulle bucce.
Ho apprezzato molto il piglio dissetante, la pronta beva di questo vino che per asciuttezza/polposità m’ha quasi centrifugato al palato sia la fibra che il succo della carota.
Un retrogusto di schietta bontà casalinga; l’amarognolo educato quanto basta; un ricordo rupestre d’olivetta itrana verde schiacciata condita in olio EVO, erba cipollina, finocchietto selvatico.
L’Eclettico insomma ha accompagnato mirabilmente quel boccone di nervo bovino cotto nel sugo materno per condire gli spaghetti, sciogliendo i nodi gelatinosi della carne in un abbraccio sferico di sorsata più che ravvivante, felice.

Le Poche Ma Sane Vie del Buon Latte

10 ottobre 2016
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Sonja: Io credo… di essere mezza santa e mezza vacca.

Boris: Scelgo la metà che dà il latte.

(Woody Allen – Amore e Guerra)

Não chore sobre o leite derramado. (Proverbio brasiliano)

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Le poche ma sane vie del buon latte. (Qualità effettiva e misurazioni analitiche del cibo).

Neppure una settimana fa [1 ottobre 2016] ho avuto la gioia di partecipare ad una preziosa iniziativa. Sono stato invitato cioè ad un interessantissimo ed approfondito laboratorio di degustazione del latte come raccontavo nel seguente post social che ha nidificato vespai di discussioni accese, suscitato notevole interesse, coinvolto un folto seguito d’incuriositi sull’argomento, scatenato molteplici condivisioni in rete {link}.

Degustazione alla cieca di 5 latti:

a) Latte Nobile Cascina Roseleto Latteria Contadina non omogeneizzato (giallino avorio, mandorle, cocco, intensità, fragranza, profumo di pascolo);
b) Frische Bio-Alpenmilch non-omogeneizzato (grasso, giallo-paglia intenso, nutritivo, denso);
c) Granarolo Biologico Latte Intero (puzza di colla e plastica bruciata);
d) Granarolo fresco intero Alta Qualità (sterile, piatto, sbiancato, acidulo);
e) Parmalat latte intero UHT a lunga conservazione Gold for Kids un progetto di Fondaz. Umberto Veronesi (caramellizzazione, zuccheri bruciati.. da scaricare nel cesso altro che “nutrire insieme la ricerca”).14520535_1850576901837201_4102725802999575541_n
Assieme a me c’erano agronomi, nutrizionisti, produttori di formaggio, casari e un ben nutrito pubblico d’appassionati riuniti attorno al tema magmatico della filiera alimentare che nel caso specifico era proprio quella inerente al latte. Sì, il latte: alimento/elemento centrale attorno a cui ha ruotato tutta la giornata di studio di lavoro e d’assaggio. Che cos’è, da dove proviene, come e chi lo fa.. il latte? Domande basilari a cui l’industria alimentare ci ha sempre più disabituato a rispondere.

Per raccordare una sorta di polifonia dei punti di vista sul senso della giornata, questo che segue in verde ad esempio è il punto di vista di Francesco Zaccagnini de Il Pasto Nudo:

Ci sono forti interessi in ballo, questo è sicuro, ma lo scopo della giornata è stato appunto quello di mostrare come la demonizzazione del latte sia conseguente al suo impoverimento e deterioramento a opera dell’industria.erratacorrigeft-614x300

Come Pasto Nudo, sconsigliamo assolutamente a tutti il consumo di latte, laddove il latte è quello di animali sofferenti allevati in zootecnia intensiva, alimentati secondo principi che seguono logiche di guadagno e non il benessere dell’animale, e processato con trattamenti che ne pregiudicano tutte le proprietà nutritive.

Non c’è bisogno di citare marche, dato che il latte presente sugli scaffali dei supermercati è tutto della stessa qualità, ma affermare che quello sia l’unico latte esistente è falso.logo2014newConsigliamo invece il consumo di latte bovino se da allevamenti estensivi, con pochi animali al pascolo su prati polifiti, e possibilmente di montagna.

Un consumo moderato e coerente con il tipo di alimento che è il latte quando è vero, che a differenza del latte impoverito fornisce importanti sostanze nutraceutiche alla nostra alimentazione.

Tutte queste informazioni sono state ampiamente argomentate durante l’intera giornata, di cui la degustazione alla cieca è stata solo una breve parentesi.d32cb473159c10a728b4221c4d3d78bfCome si può leggere Francesco argomenta molto bene il senso del workshop su cui inviterei tutti i lettori a meditare con più calma. Al di la’ che il latte faccia male o che se ne possa anche fare a meno, il senso sostanziale di questa giornata sul tema è stato soprattutto quello di suscitare lo stimolo a ragionare con maggior accortezza, ad infondere una presa di coscienza sulla materia prima da cui originano formaggi e latticini vari così come si dovrebbe fare altrettanto con altre filiere diffuse: l’uva=vino, il grano=pane/pasta, l’orzo=birra etc.

Oltre alla fondamentale degustazione “bendata” dei cinque latti in batteria, momenti salienti del percorso giornaliero sono stati questi tre:

a) la fruizione di una video-intervista al professor Andrea Cavallero a cura di Qualeformaggio.it sul tema del “pascolamento”. Il professore è un’assoluta eminenza sulla materia, “una delle menti più brillanti dell‘agricoltura italiana” (citaz. di Maurizio Gily, agronomo di fama ed ex allievo del professor Cavallero); 14568128_1850631088498449_2232239362189043849_nb) una conversazione appassionata sull’uso degli unifeed (tecnica di razionamento costante) e degl’insilati ai bovini. L’unifeed – altrimenti detto “piatto unico” – è una delle più diffuse metodologie di alimentazione delle bovine allevate industrialmente. La faccenda è un po’ tecnica e molto problematica sia per l’animale che per l’uomo che se ne nutra.

c) il tema vibrante dell’accentramento della produzione – verticalizzazione produttiva – correlato di conseguenza al controllo massiccio delle bio-tecnologie (selezione in laboratorio delle razze più resisteni e fruttuose) da parte di pochi, potenti gruppi finanziari. Un sistema di oligopolio economico che ha portato a questo tipo di scenari monolitici per cui, dalle risorse naturali della terra (vedi soia e mais) e dagli allevamenti intensivi (polli, suini, bovini), i beni e i frutti che se ne ricavano sono concepiti solamente in quanto oggetti, cose inanimate, commodities “neutre” usa-e-getta da sfruttare/ottimizzare al massimo senza interessarsi minimamente delle conseguenze sia sulla salute dell’ambiente che sullo stato psichico/fisiologico del consumatore finale.

14479715_1850576861837205_1867157018597459953_nNonostante la lettura che stavo facendo in quei giorni non fosse delle più allegre riguardo l’industrializzazione agraria, dagl’allevamenti intensivi su centinaia e centinaia di milioni di suini in Cina, alla monocoltura della soia in Mato Grosso estesa a tappeto su tanti milioni di ettari (Stefano Liberti, I Padroni del Cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta)*, è stato quantomeno confortante – ti fa sentire meno abbandonato alle tue paturnie da fine del mondo o paranoie cospirazioniste – ritrovarsi accanto ad altri cittadini coscienziosamente moderati, consumatori attenti, coetanei o altre generazioni di più giovani sensibili al tema dell’alimentazione sostenibile, della consapevolezza ambientale, dell’agricoltura intesa come atto politico, pratica etica applicata al nostro piccolo o grande vissuto quotidiano.14494701_1071259592988589_1129136687565620734_nLa giornata intitolata “Il buon latte esiste e fa bene” è stata organizzata con spirito scientifico, con pacata serietà pedagogica dal compagno di battaglie comuni Stefano Qualeformaggio Mariotti con l’aiuto operativo degli altri amici battaglieri de il pasto nudo, ospitati in un inaspettato angolino di “nobile” campagna in città cioè all’Agriturismo la mucca ballerina in località La Giustiniana (Roma).

img_4361Cosa ho riportato a casa – avendocela una casa – da questa istruttiva ed intensa esperienza?

  1. Il latte come tanti altri alimenti elementari della nutrizione umana (grano, uva, olive, uova, orzo, riso, miele, tè, cacao, caffè) nell’epoca della massificazione del cibo, dell’omologazione del gusto, dei disturbi alimentari globali d’ogni forma e genere, sono sottoposti ad una serie di processi industriali e pratiche di sterilizzazione tecnica – per non dire plastificazione – tali da ritrovarceli certamente in maggior quantità e disponibili negli scaffali dei supermercati del mondo a prezzi accessibili per tutte le tasche ma purtroppo ad assoluto svantaggio della bontà, del gusto, del sapore. A danno irreversibile della sostanza essenziale, del sano valore nutritivo del prodotto di cui mantiene alla fine soltanto il nome di facciata, mentre tutto il resto non è che una parodia liofilizzata, un pallido riflesso condizionato del sapore originario.
  2. La “qualità” è parola magica che come tutti gli abusi verbali tende a svuotarsi di senso se oltre ad agricoltori/allevatori consapevoli della teoria e della pratica contadina, la usano (un uso grottesco ma ben proficuo per loro) anche le comparsate finte come un fondale di The Truman Show che pubblicizzano le fette-biscotte della Mulo Bianco, un bicchiere di Tavernazzo, una spremuta tra le mani d’olio d’oliva fasullo Farcazzoni o Pincopallo. Pensando ad esempio ad una campagna pubblicitaria di turismo culturale troverei aberrante l’utilizzo strumentale del “brand” Giotto o Michelangelo Buonarroti come fossero sterili nomi di loghi commerciali. Il punto quindi è proprio questo, la sostanza dietro agli slogan! Voglio dire non basta, tipo tacchini sapienti, gonfiarsi d’orgoglio e di bocca sbandierando ai quattro venti: “Barolo” o “Brunello” utilizzati quasi come “qualificativi” in sé, ma bisogna identificare zona, tipicità, lavorazioni in vigna/cantina, imparare a conoscere e riconoscere il volto direi quasi del produttore per poter instaurare così un solido patto di fiducia produttore/consumatore altrimenti la qualità effettiva (per carità sempre commisurata al rapporto con il prezzo), l’identità specifica profusa dietro l’etichetta ovvero dentro la bottiglia del barolo o brunello di turno rischiano di restare ami da pesca gettati nel Maremagnum del Mercato dai pescatori-squali del marketing per far abboccare all’esca la massa amorfa dei pesciolini consumatori incoscienti. Insomma, Giotto, tanto per dire, rischia di restare parola vuota se non si è mai stati in visita ad Assisi o alla cappella degli Scrovegni a Padova.
  3. Come misurare allora la qualità di un prodotto? Esercitando magari il proprio sacrosanto diritto da libero cittadino pur se in questa nostra non così libera Repubblica delle Banane: fiscalisita, oppressiva e burocratica a senso unico in avversione proprio dei cittadini liberi. Avvalersi quindi della propria autonoma testa di consumatore critico ricorrendo all’aiuto di qualche gruppo d’acquisto solidale così da sottoporre costantemente a controllo gli alimenti che si intende far analizzare in un laboratorio sperimentale dell’istituto zooprofilattico della propria regione d’appartenenza.

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Qui a seguire scritto dallo stesso Stefano Mariotti nel suo assai informato ed informativo sito di divulgazione online: Qualeformaggio, riporto l’articolo riepilogativo dell’intera giornata di lavoro comune e di partecipata convivialità in cui tra l’altro si anticipa la pubblicazione molto attesa, tra circa un mese, dei risultati delle analisi di laboratorio effettuate sui latti degustati, – analisi svolte da uno dei più autorevoli istituti zooprofilattici operanti nel campo lattiero-caseario.

*“Il sistema integrato carne-soia. 700 milioni di maiali in Cina vogliono dire 73 milioni di tonnellate di soia importate nel solo 2014 da Brasile e Stati Uniti.. solo nel Mato Grosso, i 3 milioni di ettari del 2000 sono diventati oggi 7 milioni, un’estensione pari a metà Inghilterra.” (Stefano Liberti, I Signori del Cibo, Minimum Fax)

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La qualità dei latti si misura: in arrivo le analisi dei primi quattro
 Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre sostenuto con tutti gli argomenti del caso, con tutte le nostre energie, con le ragioni della buona scienza. Assieme a noi lo sanno le migliaia di lettori che ci seguono, che leggono, che approfondiscono, sapendo scegliere le proprie fonti di informazione. Da ieri qualcosa è cambiato però, visto che alcune decine di consumatori in più – quelli presenti al nostro incontro di sabato 1° ottobre (*) “Il buon latte esiste e fa bene”, per l’appunto – hanno piena cognizione della cosa e saranno poi a loro volta divulgatori della verità: per avere un buon latte l’erba e il fieno debbono essere alla base dell’alimentazione animale, non i mangimi.

Spingere le produzioni, forzare la natura delle lattifere significa inevitabilmente abbassare la qualità del latte. Ma anche perdere i micronutrienti nobili, impoverirli, e portare al decadimeno di alcuni macronutrienti, come i grassi ad esempio, che da buoni e utili nel caso di animali al pascolo volgono in non-buoni e dannosi quando la zootecnia è forzata, spinta, industriale.

Il mondo rurale vince, quando è virtuoso; l’industria perde sempre. Lo ha raccontato l’agronomo Fabio Brigliadori, certificatore biologico, che ha curato la parte di sua competenza, all’inizio della giornata, lo ha confermato poi l’esperienza della degustazione comparata di quattro latti interi freschi – due dell’erba e due dei mangimi – a cui è stato aggiunto un uht. Degustazione in cui tutti i presenti, nessuno escluso, hanno trovato differenze già nell’analisi visiva (avorio, giallino i primi, bianco i secondi) ma che nella comparazione olfattiva e gustativa hanno avuto l’inconfutabile responso: da una parte sensazioni come la fragranza, la burrosità, la mandorla, il floreale, tutte nettamente positive, dall’altra l’acidulo, il metallico, il bruciato, il caramellato, il cotto. Dieci a zero e palla al centro.

A guidare la degustazione, il maestro assaggiatore Donato Nicastro, uno dei massimi esperti del settore, con alle spalle una lunga esperienza come responsabile del caseificio sperimentale del Cra-Zoe di Bella, in provincia di Potenza, e poi i disciplinari scritti (e non è come scrivere un articolo!) per formaggi come il Pecorino di Filiano Dop e il Caciofiore della Campagna Romana, Presidio Slow Food. Dopo la degustazione, Nicastro, che oggi è consulente di decine di caseifici artigianali in varie regioni d’Italia, ha gestito un interessante laboratorio di caseificazione, insegnando ai presenti come produrre – in casa o in caseificio – il formaggio cremoso spalmabile partendo da un buon latte, utilizzando per la prima trasformazione fermenti di una tipologia tra le due proposte (eterofermentanti e omofermentanti), entrambi reperibili in farmacia. Dalla seconda caseificazione in avanti, niente più fermenti bensì sieroinnesto, laddove questo può essere conservato in frigorifero o addirittura congelato.

La giornata è poi proseguita a tavola, con la degustazione guidata dei formaggi di tre aziende che basano sul pascolamento (e sulla somministrazione di buon fieno) la loro attività: Valle Scannese di Scanno (Gregorio Rotolo), Casa Lawrence di Picinisco (Loreto Pacitti), Ferrari Biolatte di Pecorile, nel reggiano (Remigio Ferrari). A seguire, un pranzo fuori Solo elogi per Mario Zappaterreno dell’agriturismo La Mucca Ballerina e per la sua cucina, semplice, sapida e naturaledal comune, messo a punto dal padrone di casa, Mario Zappaterreno, titolare con la moglie Daniela Cioara dell’agriturimo La Mucca Ballerina: un’azienda agricola e agrituristica vera, che a tavola porta i prodotti della propria terra, che offre freschezza, stagionalità e sapienza nelle trasformazioni. Mario ha così proposto un menù che a Roma nessun altro che lui è in grado di offrire: a cominciare dal pane di grano Solina (coltivar abruzzese) e sorgo (crea dipendenza a chi conosca il buon pane, ndr), alla pasta all’uovo (uova davvero biologiche) fatta in casa, alle verdure dell’orto, alla polenta realizzata con il proprio mais. Vino biodinamico di buona beva e tanta piacevole convivialità hanno caratterizzato l’allegro desinare.

Ospite inatteso, giunto proprio all’ora del pranzo, in transito da Barcellona verso il Basso Lazio, è stato il professor Matteo Giannattasio, accademico dell’Università di Padova (agronomo, medico), vero e proprio luminare nel campo della buona alimentazione, che – appena circolata la notizia dell’evento – non ha saputo esimersi dal presenziare l’iniziativa “per poter incontrare persone così sensibili a questa tematica e per tornare ad assaggiare dei latti dal gusto antico e sano, prezioso alimento che dobbiamo e possiamo rivalutare”. Alla ripresa dei lavori, nel pomeriggio, il Professore ha cordialmente salutato gli astanti, non prima di essere riuscito a conquistare (come non accontentarlo!?) una bottiglia di latte della Cascina Roseleto, “da centellinare un poco alla volta, nei prossimi giorni”.

La lavorazione del formaggio cremoso spalmabile da latte dell’erba e del fieno è semplicissima e dura due giorni. Qui il riscaldamento del latte in caseificio, operazione iniziale che può essere effettuata comodamente nella propria cucina domesticaLa giornata si è conclusa con l’interessante trattazione del nutrizionista dottor Loreto Nemi, che ha illustrato i risultati della ricerca operata dall’Università di Torino – DiSAFA sui Latti Nobili del Piemonte (rapporto Omega6/Omega3 l’1,1 r l’1,8 !) e su quattro tipologie di latte intero industriale (fresco, biologico, uht e microfiltrato, tutti con rapporto Omega6/Omega3 tra il 4.1 e il 4,7). Nemi ha parlato del miglior contenuto nutrizionale dei latti da mucche nutrite ad erba e fieno: più Omega3, maggiore contenuto di Cla (acido linoleico coniugato) e di acido butirrico, più antiossidanti (sottoforma di betacarotene e vitamina E). Tutti questi micronutrienti sono utili per per il benessere intestinale e per la prevenzione cardiovascolare.

Tanti poi i capannelli creatisi spontanemente dai presenti al momento del commiato. In alcuni di essi è naturalmente montato il proposito di riprendere e rilanciare questa iniziativa in vari ambiti, andando a colpire diversi pubblici: da quello gourmet a quelli del vino e della birra, a quello della ristorazione.

Al secondo giorno la cagliata viene appesa in teli per lo sgrondo del siero, che dura all’incirca una giornataIl piacere di esserci stati manifestato da alcuni dei partecipanti – tra tutti ricordiamo l’allevatrice Valentina Vidor (nella foto di apertura dell’articolo) di Ladispoli e il critico e blogger pontino (Natura delle Cose) Gae Saccoccio – ci permettono di annunciare ai nostri lettori altre edizioni dell’incontro, che mai saranno uguali a sé stesse e che sempre e ugualmente si presenteranno cariche di stimoli, occasioni di conoscenza, dati, informazioni e di quel piacere di condivisione e socialità di cui ogni amante del buon cibo e della buona tavola non può e non deve fare a meno.
Il prossimo appuntamento – ne siamo certi – è già molto atteso dai partecipanti alla giornata romana: tra circa un mese I quattro latti degustati a Roma, le cui analisi di laboratorio verranno prossimamente pubblicate dalla nostra redazione Qualeformaggio presenterà i risultati delle analisi di laboratorio effettuate da uno dei più autorevoli istituti zooprofilattici operanti nel campo lattiero-caseario. Grazie ad esse misuremo finalmente la qualità del latte, che come le qualità degli alimenti in genere è Analisi del latte effettuate negli anni scorsi dall’Università degli Studi di Torino – DiSAFA, per confrontare latti dell’erba (progetto Lait Real) con latti industriali misurabile con esami di laboratorio. Il messaggio insito in questa nostra iniziativa è rivolto a tutti i consumatori, ma in primo luogo ai Gas (gruppi di acquisto solidali), che proprio grazie alla forza del gruppo, alla condivisione, possono e devono utilizzare l’arma delle analisi di laboratorio per sincerarsi, di tanto in tanto, della Qualità Reale del cibo che acquistano.

3 ottobre 2016

(*) organizzato da Qualeformaggio in collaborazione con il blog di cucina consapevole Il Pasto Nudo; svoltosi presso l’agrituriamo La Mucca Ballerina in località La Giustiniana, a Roma