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Vino funesto, vino profumerdino, vino del cazzo

26 ottobre 2017
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[Ipotesi di titolo tronco in rosso bold : vin funest, vin profumerdin, vin del cazz]

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Breve ma fin troppo veritiera definizione del vino funesto-profumerdino o ancora meglio: vino del cazzo:

  • prodotto finale emesso dalla escrezione fitofarmaceutica in una vigna sterile dalle cui scorie d’uve anemiche minzionano – scacazzano – una bevanda aromatizzata al finto-parquet, incentivando così l’abuso di iper-tecnicismi in cantina e legittimando lo stupro enologico a sanguinosi colpi di sostanze di sintesi ed altre (troppe) indicibili “aggiunte” profumerdose pesantemente marcate dalla chimica industriale alimentare a base di lieviti cadaverini, inoculi psicotropo-latrinici, aromi finto-naturali e fuochini d’artificio emorroidali selezionati in obitori d’analisi funebre; il tutto sempre in stretta collaborazione – #haccaventiquattro – con gl’uffici marketing, più simili a fogne in verità, cioè le “fabbriche del consenso” per dirla con quel vecchio babbione di Chomsky.La fabbrica del consenso_fronte
  • Profilo organolettico dei vini funesti profumerdini, già giustamente definiti in precedenza: vini del cazzo*:

a) colore violaceo di cancrena all’esofago;

b) sentore spiccato di linfonodi floreali;

c) retrogusto ampio, pieno, persistente tra la neoplasia agrumata al fegato e l’adenocarcinoma polmonare leggermente tannico.

*Insomma, presupposti i punti a, b, c,  sarebbe opportuna a questo punto, nel caso di signori e signorini, una mano al gambo del bicchiere e l’altra alle palle. Si perdoni ora l’insolenza ma è a fin di bene, mentre a signore e signorine invece – queste ultime in special modo – è spassionatamente consigliata la rinuncia sia al vino profumerdino che al funesto tout-court, quanto a palle e cazzo

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Miserie tante, splendori pochi su Mamma Roma

25 ottobre 2017
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C’è il cliente che ha sempre ragione e poi c’è il cliente che non c’ha ragione manco per il cazzo.
Scipio Lamazza

Tante le Miserie, ben pochi gli Splendori di Mamma Roma. Quella linea sottile tra la stronzeria genetica e la mentecattagine ereditaria.

30 era il numero perfetto. Invece eravamo 36.
6 mentecatti di troppo invecchiati peggio che male, non tanto tronfi e maleducati ma parrucconi tronfi mai educati.
Il Notaio trombone ‘sti grangran cazzi di qua, pure Sommelier (con la r ben scandita) perché le sventure non vengono mai da sole, si sa.
La sociologa – laureata in una bettola di Caracas, chissà – che il solo
libro avrà mai sfogliato in vita sua è la temibilissima:
Guida per principianti al sesso dopo la morte.
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E poi quell’altra col botulino che gli straripava dagl’occhi percolandole fino alle ginocchia, avrà avuto un 50ino eppure ne dimostrava un 98ino… a caviglia; era pure allergica alle ostriche, alle seppie e al tonno, in una serata dedicata quasi esclusivamente alle ostriche, alle seppie e al tonno… ma perché cazzo ti c’hanno portato, perché?FullSizeRenderEcco che ora mi si tappa la giugulare e scatta l’invettiva violenta, il turpiloquio accecato alla Catullo. Ebbene ‘sto sestetto assortito di trogloditi puzzoni vestiti a festa, erano disturbati dal fatto che la cena fosse una degustazione accompagnata da brevi ma necessarie spiegazioni e delucidazioni sulle materie prime proposte (frutti di mare & vino a fiumi).
 “Siamo usciti a cena per divertirci dopo una lunga giornata di lavoro…
queste le loro squallide ragioni della minchia capricciosa, come se noi invece si sta al locale – locale specializzato proprio in degustazioni e approfondimenti – per divertirci o perder tempo e non per lavorare, spiegare, servire, talvolta riverire, se e quando è il caso.
È così dunque che 6 buzzurroni molesti hanno scassato il cazzo tutto il tempo agl’altri 30 partecipanti alla serata di degustazione e approfondimenti – oltre ad aver scassato a sangue il cazzo anche a noi in sala – parlando addosso, ghignando, farfugliando e sbuffando in fuori tutto il vuoto d’aria merdosa e raggrumata cellulite al cervello di cui sono evidentemente rigonfi fin dalla nascita.
Bifolchi superflui.
Usurpatori d’ossigeno a tradimento.
Carcasse di carogne altolocate.
Vomito d’accozzaglia subumana a due zampe.
Restatevene a casa a ficcarvi in culo a vicenda i vostri bei Galbani Bel Paese o andate a leccare le tazze dei cessi all’Autogrill… se mai vi fanno entrare!
Emeriti bastardi.
Cazzi pettinati.
Pulciari rifatti.
Peracottari infami.
Pagate affanculo e toglietevi dalle palle.
Razza imbecille.
Gole da ghigliottina.
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“L’Australia che mette voglia di bere uva fresca…”

25 settembre 2017
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Sam Vinciullo & Patrick Sullivan giovani vignaioli australiani crescono.

<<The less input and manipulation the better.>>

<<This is a drinker, not a thinker.>>

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Sam Vinciullo (Margaret River) & Patrick Sullivan (Yarra Valley) due winemakers quintessenziali dall’Australia del vino genuino generato da uve sane, succose e nutrienti; l’Australia a basso impatto TecnoEnologico ma ad altissima digeribilità; l’Australia che mette voglia di bere uva fresca e dissetarsi senza tregua!

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Cena di metà agosto da Mazzo a Centocelle

21 agosto 2017
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Cena di metà agosto da Mazzo a Centocelle

Cenare da MAZZO a metà agosto, quando la città è un paradiso sognante di quiete, da Centocelle a Torrevecchia dal Nomentano a Monteverde, predispone all’amicizia, stimola conversazioni più svagate, invita a brindisi meno affrettati, sollecita una visione della vita più distaccata, ci amalgama tutti al Tao:

“La felicità sta nell’assenza della lotta per la felicità.” (Zhuāngzǐ)71fUjZnXfVL

Roma a metà agosto – ma dura davvero troppo poco – pare il plastico metafisico, l’abbozzo topografico lunare di un urbanista imbambolato che ha previsto più ruderi, piazzali, spazi aperti, viali con assai meno macchine e ingorghi, pochi sbattimenti, niente agitazioni, zero traffici disumani… una vera e propria città ideale a passo di bipede. 

  •  Insalata di seppie alle erbe con crema di patate e olio all’aglio20914252_2027015774193312_9030123614161746548_n-1
  • Lingua, uovo, salsa verde20952942_2027015767526646_6640048612366904851_n
  • Alici fritte con maionese all’erba cipollina20841142_2027015770859979_629137307508689969_n
  • Spaghettone, aglio fresco, funghi shitake, baccalà20840781_2027015824193307_2959234213117854017_n
  • Tagliata di pannicolo e friggitelli20841121_2027015854193304_7089240840759663890_n
  • ps. La cena era prenotata al secondo turno, quello delle 22.00, così l’aperitivo è stato fatto on the road, con il  Weiss Terlaner (fioritura femminile) “Nieren Wein” 2010 di Sebastian Stocker. Seduti alla meno peggio su una panchina scalcinata in uno dei parchetti pasoliniani ai margini della Prenestina in direzione Centocelle, il bicchiere di plastica marchiato Accademia degli Alterati.20861597_2026714014223488_3044230481462142195_opasolini-217

 

Parla, Ricordo. Nabokov fotismi pareidolie fosfeni apofenie

6 luglio 2017
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Parla, Ricordo. Nabokov fotismi pareidolie fosfeni apofenie.

“…il comune lettore può riprendere la lettura a questo punto.”

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Il Dono, ad esempio, assume il punto di vista di Nabokov émigré nella Berlino pre-nazista degl’anni ’30, la stessa città descritta in modo sublime da Benjamin in Infanzia Berlinese.19247887_2001678960060327_3773389457409072554_n

Quello della pareidolia è un fenomeno molto ben descritto da Nabokov che nella sua “autobiografia rivisitata” fa parlare il ricordo ammassando e dando forma di scrittura alle macchie amorfe del passato.

A pensarci bene questa forma d’allucinazione visiva e ricostruzione della memoria a posteriori si può tranquillamente estendere a ognuna delle nostre pre-supponenti visioni del mondo: fedi religiose, convinzioni politiche, attitudini morali, innamoramenti, cioè come a dire che l’essere umano attraverso l’ordine del linguaggio e per tramite della coscienza involontaria, cerca di dare senso e forma compiuta al CUI (Caos Universale Incommensurabile) nel quale si trova a respirare per un numero più o meno limitato di ore, giorni, anni. 20139925_2008380589390164_5308409152179326800_n

Così Nabokov in Parla, Ricordo:

<<E neppure alludo alle cosiddette muscae volitantes: ombre proiettate sui bastoncini della retina da corpuscoli nell’umore vitreo e che si tendono visibili sotto forma di filamenti trasparenti vaganti attraverso il campo visivo. Forse, ai miraggi inagogici ai quali sto pensando si avvicina assai più la chiazza colorata, la trafittura di un’immagine persistente, con la quale la lampada che hai appena spento ferisce la notte delle palpebre. Tuttavia, uno choc di questo genere non è in realtà il necessario punto di partenza di quel lento, costante sviluppo delle immagini che trascorrono dinanzi ai miei occhi chiusi.

(…) A volte, tuttavia, i miei fotismi assumono un flou alquanto piacevole, e allora vedo – proiettate, per così dire, sulla superficie interna delle palpebre – grigie figure che incedono tra alveari, o pappagalletti neri che svaniscono a poco a poco tra nevi di montagna o una lontananza color malva che si fonde al di là di alberi di navi in movimento.

(…) Una spirale colorata in una sferrata di vetro: ecco come io vedo la mia vita.>>

IMG_2834Vladimir Nabokov in due scatti struggenti: giovanissimo con una collezione di farfalle, magnifica ossessione di tutta una vita, e anziano con suo figlio Dimitri nell’ultima foto che lo ritrae vivo nell’aprile del 1977, morirà di lì a qualche mese. 19665553_2001475046747385_1064324481600484647_n19665614_2001475036747386_4068055241985463173_n

“Lo stile e la struttura sono l’essenza di un libro; le grandi idee sono inutili.”
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Arnaldo da Villanova, Liber de Vinis (Trattato sui Vini)

29 giugno 2017
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Arnaldo da Villanova, Liber de Vinis (Trattato sui Vini), Armillaria

Tra le spezie e gl’aromatizzati del Vinum Barbaricum di cui tratta il Da Villanova, alle bevande fermentate odierne, agl’additivi artificiali e ai lieviti industriali della nostra epoca profumistica, iper-tecnologica e post-alchemica… può ancora il vino essere rimedio che:

“…espelle dal cuore la tenebrosa fumosità che genera tristezza ed aiuta nell’indagine delle realtà sottili e nella contemplazione di quelle difficili”?12373322_1730478357180390_5206137233152116329_n

Qualcuno potrebbe rispondere in rosso:

<<Sí, si può! L’effetto però è migliore se da prima ci accompagna un certo sorriso e si cerca di stare sempre desti.>>
A cui controcanterei in verde:
<<Un certo sorriso potrei irradiarlo pur se oscurato dal barbone; sull’esser desti non si transige, è un vero imperativo categorico da esercitare giorno per giorno come arte della guerra del ben vivere.>>Arnaldo da Villanova bn

Parmigiano e Champagne: attrazione fatale tra simili.

25 giugno 2017
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Comtes de Champagne 1990 e Parmigiano Reggiano stagionato 10 anni

Liquefazione e vaporizzazione del solido in un incenso per la mente stupefatta15747369_1896410500587174_8464287199076340106_n

  •  “Sua Maestà il Nero” è una selezione di parmigiano stagionato 10 anni del Caseificio Pieve Roffeno.
  •  Comtes de Champagne millesimo 1990 è il Blanc de Blancs di casa Taittinger nato per celebrare il signorotto della Provincia Thibaud IV che nel XIII secolo fece piantare le prime vigne di Chardonnay.15747437_1896410480587176_625925636895778964_n

Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo

19 giugno 2017
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Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo ovvero dissertazioni sopra le Malattie cagionate dalle polluzioni volontarie (Dottore in Medicina, Socio dell’Accademia di Basilea ec. ec.) in Venezia Stamperia Graziosi a S. Apollinare.couv_Lonanisme_sans-copie1

  • Qui il testo in originale
  • Cfr, il profilo del dottor Tissot in Uomini del Novecento, libro splendido di Geminello Alvi che qui sciorina severo una prosa di precisione, da intagliatore di diamanti. Le 42 esistenze narrate in questo libro sublime sono altrettante sfaccettature umane che creano questa pietra preziosa di racconti biografici scolpiti dall’autore con grande sapienza di scrittore essenziale.c25d8aaf915308bf1610687020d7b894_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

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Ah il buon vecchio dottor Tissot, squisito uomo di scienza in piena età dei Lumi!

“ …andai a casa sua e lo trovai più morto che vivo giacendo sul fieno, squallido, pallido, trasudando un odore nauseabondo, quasi incapace di muoversi. Dal suo naso scendeva acqua sanguinolenta, sbavava in continuazione, soffriva attacchi di diarrea e defecava nel suo giaciglio senza rendersene conto, aveva un constante flusso di seme, i suoi occhi, saltellanti e offuscati e senza brillii avevano perso la capacità di movimento, il suo polso era extremamente debole e accelerato, la respirazione difficoltosa, era totalemente emaciato, salvo i piedi che mostravano segni di edema”.

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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

10 giugno 2017
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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (Adelphi)

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Problema filosofico per eccellenza: che cos’è la coscienza? dove origina? dove è localizzata? come possono delle cose impalpabili quali l’interiorità, i sentimenti, le sensazioni, essere generate dalla materia nuda e cruda?

<<La coscienza è la melodia che si diffonde dall’arpa e che non può pizzicarne le corde, la spuma che erompe rabbiosa dal fiume ma che non può modificarne il corso, l’ombra che segue fedelmente chi cammina, un passo dopo l’altro, ma che non ha alcuna possibilità di influenzarne il percorso.>> (Julian Jaynes)

Nel caso in cui si parla di avere la “coscienze apposto” o simili predicati etici e comportamentali, in questo caso specifico entrano in gioco questioni morali, religiose, sociali che stratificano l’identità dell’io e dell’altro i quali costituiscono la coscienza individuale che a sua volta è anche parte di una coscienza più estesa, cioè la coscienza collettiva, in un gioco infinito di specchi che si riflettono l’un l’altro.16523843662Proprio in merito al tema della coscienza individuale e coscienza sociale o collettiva, ma il profondo libro di Jaynes va ben oltre queste acquisizioni e tiene conto che anche l’aver “coscienza della coscienza” è una percezione determinata dall’ambiente e da altri fattori materiali che costituiscono la nostra personalità e ingabbiano la coscienza al corpo.

Bibliografia minima:

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« Come avvenga che qualcosa di così sorprendente come uno stato di coscienza sia il risultato della stimolazione del tessuto nervoso è tanto inspiegabile quanto la comparsa del genio quando Aladino, nella favola, strofina la lampada.»

(Thomas Henry Huxley, The elements of physiology and hygiene, 1868)20799560_2026014397626783_2518098307724159594_n

Il Dottor Oliver Sacks:

“Quando mi laureai in medicina nel ’58, sapevo di voler diventare un neurologo, di voler studiare come il cervello esprima la coscienza di sé, e di voler capire le sue stupefacenti capacità di percezione, immaginazione, memoria e allucinazione.”

Imperium di Ryszard Kapuściński

2 giugno 2017
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Ryszard Kapuściński, Imperium (Feltrinelli) – (English version tr. Klara Glowczewska, Granta)20882246_2025720847656138_689329630895233036_n

Se penso – in Italia o all’estero – a tutta la quotidiana merda marchettara stampata, online, via radio e TV che si ostinano ancora a chiamare “giornalismo”…

“Il giornalismo non è un mezzo di propaganda politica, ma informazione e ricerca della verità”. Ryszard Kapuściński

Tratto da un viaggio in Georgia intrapreso nel 1967, l’autore restituisce qui in queste pagine, un resoconto robusto sull’affinamento e la fattura del #cognac  prodotto in una Repubblica meridionale dell’ex Urss.

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  • Su Doppiozero approfondimento di Francesco M. Cataluccio di cui andrebbe letto Chernobyl (Sellerio)
  • Recensione al libro su NonSoloProust, bellissimo blog letterario di Gabriella Alù

Podere Pradarolo Vej Bianco Antico 2006

16 maggio 2017
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Podere Pradarolo Vej Bianco Antico 2006

Podere Pradarolo nelle vene.

Lucentezza/profumo/tannino/integrità/polpa/nutrimento/succulenza/profondeur… tutto in uno zalto di Vej Bianco antico del 2006:

“Perché il meglio degli aromi e del colore di queste uve di Malvasia è racchiuso in queste bucce. Perché su queste bucce c’è tutta l’impronta della mia terra e del nostro lavoro. Senza altre diavolerie…”18670955_1979654568929433_7823743001590267672_n

Il vino rivelatore. Dal vivo al VI.VI.T. (di Bruno Frisini)

6 maggio 2017
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IMG_5190Il Vino Rivelatore

Ho avuto modo di trattare più volte e diffusamente il tema delle fiere del vino artigianale, dei principi di fondo o della distinzione di vedute nell’intricato “flusso” del naturale in Italia; cfr. in proposito – a chi può interessare – la rubrica vino nelle vene che curo su il pasto nudo.

Le riflessioni di Bruno Frisini che riporto a seguire sono suscitate da un’inquietudine legittima, l’inquietudine cioè di chi consuma il vino né distrattamente né tanto per moda apatica o per frivolo intrattenimento. L’avvicinamento al vino in quanto bene liquido contornato di un’aura quasi sacrale, inficiato ma non troppo dalle dinamiche commerciali e dagl’umori altalenanti del mercato, a detta di Bruno, – e sottoscrivo in pieno – coinvolge una sensibilità, un’attenzione, un’etica di fondo che richiederebbero altrettanta sensibilità, attenzione, onestà intellettuale, robustezza etica anche da parte di chi produce, scambia, tratta, promuove o vende il vino. Una sana costellazione di relazioni umane insomma, tra consumatori, esercenti, promotori, produttori ispirati al miglioramento individuale/collettivo e alla condivisione di un benessere agricolo, politico, sociale nel nome della “molteplicità e della creatività”.

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Allora in un mare in tempesta di storie contrastanti da un produttore all’altro, di propositi più o meno buoni, di strategie del marketing (dove o quando ci sono), di filosofie produttive, di visioni del mondo attraverso la vigna e la campagna, alla fine dei conti forse un pratico e molto saggio principio d’orientamento quasi lombrosiano in questo ginepraio di racconti dispersi è probabilmente custodito negli sguardi eloquenti, nei volti espressivi dei vignaioli incontrati dietro ai banchetti. Proprio quei vignaioli stremati certo ma anche elettrizzati dall’atmosfera caciarona della fiera, in piedi assieme alle bottiglie che a loro volta custodiscono il segreto ancora più rivelatorerivelatore come il Cuore del bellissimo racconto di Edgar Allan Poe – dei loro stessi resoconti a parole e a sguardi, il segreto cioè della terra dove sono messe a dimora le radici delle viti da loro prima allevate in grappoli quindi – anno per anno, vendemmia dopo vendemmia, generazione per generazione – tramutate in vino, il vino rivelatore appunto dell’idea, dell’intenzione, degl’obiettivi coscienti o inconsapevoli di chi quel vino lo fa con le proprie mani.

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Dal vivo al Vi.Vi.T. Volti, parole, radici del vino.

Scrivere per qualcuno o per se stessi? Emozionarsi ed emozionare o autocompiacersi di sterili tecnicismi utili solo a generare diffidenza se non addirittura avversione, soggezione, antipatia?
La risposta sembra essere tanto scontata quanto carica di responsabilità. Scegliere di addentrarsi nei meandri della sensibilità umana non è cosa da poco conto. Appare però indispensabile se si è determinati a raccontare un’esperienza talmente legata alla concretezza da sembrare, nella sua estrema autenticità, paradossalmente onirica, irreale quasi.

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Parlare di Vi.Vi.T. è parlare di naturalezza, di piccoli gesti spontanei che verrebbe da descrivere come quotidiani ma che di quotidiano hanno ben poco se si ha come riferimento un mondo enoico deturpato della propria bellezza, ormai privato dei suoi ritmi più veri, tremendamente legato a obblighi commerciali, in cui la propria essenza, il suo germe vitale più puro, viene confinato ad eccezione.

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Cosciente di tutto ciò, non faccio quindi fatica a immaginare il Vi.Vi.T. come ottimo motivo per garantirmi almeno una presenza al Vinitaly 2017.
Arrivato in fiera, gl’occhi e l’attenzione vengono da subito accolti dal solito impietoso carosello liturgico che, fatte le dovute eccezioni, si rivela essere, senza troppi indugi, quel meccanismo servile e mercantile che certamente non trova spazio tra le prime cose che catturano la mia curiosità.IMG_5179

Considerato il poco tempo a disposizione, mi dirigo spedito verso il padiglione 8, ameno luogo di confino di ciò che resta della gran parte della viticoltura italiana più genuina. Provo, nel frattempo, a immaginare un nobile intento, un ideale comune che leghi tutti coloro che coraggiosamente scelgono, ogni giorno, strade così impervie. Non lo nego, l’impresa è ardua, tanto da sembrare impossibile. Se da subito il compito può prospettarsi come facile, immediato, di rapida intuizione, la mente, non accontentandosi di assorbire semplici retoriche di facciata, decide di andare più a fondo, ascoltando le voci, osservando i volti.IMG_5184Il Vi.Vi.T. si presenta come un evento organizzato in collaborazione con l’associazione Vi.Te (Vignaioli e Territori), all’interno del ben più imponente Vinitaly, con l’obbiettivo implicito (?) di scardinare quei meccanismi forse eccessivamente asettici che muovono per l’appunto la fiera che lo ospita.

FullSizeRender copy 6Leggo che il proposito di fondo del Vi.Vi.T è quello di: “raccogliere gli impulsi e le idee di tutto il movimento vino al fine di aggregare, far crescere e condividere il movimento stesso. (…) trasmettere una visione dell’operato agricolo legata alla molteplicità e alla creatività (…) accompagnare una vigna e custodire il proprio vino.”
Parole senza alcun dubbio romantiche che aprono a una visione della viticoltura apparentemente unita verso un fine comune: il vino naturale, perseguito con il medesimo mezzo delle pratiche agricole sane, equilibrate e sostenibili (anche se ormai resta ben poco da sostenere, bisognerebbe bensì rifondare, ma questa è tutta un’altra storia).

IMG_5177A questo punto, mentre sono completamente immerso tra le mie elucubrazioni da  bevitore indipendente nevrotico, comincio ad alzare lo sguardo e mi accorgo che quel padiglione, teoricamente sinonimo di comunione d’intenti e di visioni, appare come un enorme sillabario: Vi Vi TF.I.V.I., VINITALYBIO… per non parlare di ciò che orbita attorno alla Fiera principale di Verona ovvero ViniVeri a Cerea, VinNatur a Villa Favorita. Una moltitudine di anime belle e di esperienze in lotta per la sopravvivenza contro l’annullamento, l’omologazione e la sterilizzazione organizzata, imposta da una lobby spietata sempre più d’impronta industriale che ha come obiettivo quello di dividere senza pietà, di creare contrasti, fratture e attriti per garantirsi il monopolio del mercato nazionale e internazionale.

IMG_5178La domanda è d’obbligo: “Perché continuare a giocare su meri numeri e su questioni politiche se, come detto in precedenza, le priorità sono altre?”
È proprio da qui che vien fuori la tremenda difficoltà nel cercare e trovare un seppur sottilissimo filo che possa accomunare così tante piccole fazioni che dovrebbero e potrebbero accontentarsi di professare lo stesso credo.
Allora che fare? Possibile non ci sia altra scelta se non quella di basarsi su freddi enunciati e più o meno condivisibili manifesti?
Penso e ripenso, la giornata scorre via velocemente ma ancora non riesco a darmi delle risposte che abbiano un senso compiuto. Mi dedico ai vini con accuratezza ma sento che non basta. Parlo con gli amici, parlo con i produttori. Parlo con gli amici-produttori e non ottengo altro risultato se non quello di appurare la bontà di molti loro progetti, scanditi da un’emozione ben visibile che i loro volti lasciano trasparire senza alcun filtro.

IMG_5180Mi fermo, rifletto pochi attimi. Ho tutto ciò che mi serve. Eureka!
È il loro VOLTO, certo, era già lì da subito sotto i miei occhi, la chiave di tutto l’indefinito e indefinibile caos.
Speranze, sogni, umanità, racchiusi in uno sguardo, in un’espressione.
Il vino naturale è si, senza ombra di dubbio, un prodotto agricolo, frutto di un duro lavoro in vigna, coronato poi in cantina, ma prima d’ogni altra cosa è vita, sentimento, vivacità, emozione, che di certo si fa fatica a mettere per iscritto. Il VOLTO delle persone è l’unico strumento autentico di discernimento in una dimensione altrimenti incodificabile. Ognuno con i suoi modi, ognuno con i suoi tempi, ognuno nel proprio mondo, ognuno legato a radici profonde del proprio essere, della propria terra, del proprio vino.

IMG_5181Perché allora pensare di poter stipulare un patto universale che riesca a tener conto di tutte le esigenze? Perché voler appiattire tutto con leggi facilmente riproducibili che portano il consumatore ad accontentarsi della favoletta raccontatagli su quanto tutto ciò sia buono, giusto, pulito? Quando invece bisognerebbe stimolare in quanta più gente, la curiosità e la voglia di una conoscenza autentica di ciò che ci circonda, delle persone che ci sono dietro un’etichetta che, per quanto bella ed affascinante, non riuscirà mai a raccontare e riprodurre quello che uno sguardo trasmette in pochi attimi.
Il vino in quanto naturale dovrebbe avere il compito di rendere l’approccio ad esso semplice, elementare, perché è solo attraverso la semplicità stessa che un vino naturale sarà leggibile e identificabile.IMG_5182Soddisfatto a metà, dopo aver finalmente incanalato un flusso di pensieri che stava per diventare insostenibile, tanto era intricato, confuso, mi dirigo verso l’uscita, buttando un ultimo sguardo verso coloro – gl’artigiani del vino – che avevano scandito la mia giornata assieme al mio umore: sembrava una galleria di specchi.

Quanti volti così simili nella loro diversità.

Bruno Frisini

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