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Il sorriso del filosofo universaleARTS512504

Democrito, che ‘l mondo a caso pone.

(Dante, Inferno, IV,136)

L’autoritratto giovanile di Rembrandt come Democrito, il filosofo sorridente (1629), ritrae il grandissimo pittore ventenne la cui cera rimanda ad un incarnato livido, cadaverico addirittura. Rembrandt nei panni di se stesso giovane che assume il sorriso di Democrito d’Abdera sembra osservarci dalla quinta temporale di un teatrino d’ombre sprofondate nei mulinelli del tempo tumefatto. Le labbra socchiuse scoprono la fila superiore dei denti. Dallo sguardo disincantato, rivolgendosi inconsapevolmente ai fantasmi degli osservatori passati presenti e futuri, traluce fuori baricentro una fiammella d’ironia amara che travalica lo stesso disincanto. È una piena consapevolezza di sé; una apparente, spensierata coscienza del proprio genio pittorico, della propria missione d’artista: raffigurare il mondo degli uomini e della natura infondendo in essi una vita più vera della stessa vita, un respiro così potente e animato quasi come il miracolo della creazione racchiuso in un processo biochimico.

C’è una dossografia piuttosto nutrita sulla vita di Democrito (460-370 circa a. C.) che lo vorrebbe morto oltre i cent’anni, indifferente ai successi e alla gloria mundi. Il filosofo greco esortava alla vita contemplativa (bíos theôrêtikós) incentrata sui valori della libertà, della temperanza, della giusta misura. I titoli delle sue opere, tutte perdute nei vortici della storia, sono Grande cosmologia (attribuita da Teofrasto a Leucippo), la Piccola cosmologia (sulla fisica) e il Della serenità dell’animo (sull’etica). Di lui purtroppo ci restano solo alcuni frammenti.

Democrito, allievo di Leucippo, è tra i fondatori dell’atomismo per cui ogni cosa, dalla cenere all’anima, è composta di atomi. Nella sua cosmologia atomistica, che prevede una prospettiva materialista costituita dagli atomi e dal vuoto, tutto il resto che rientra nell’ambito delle sensazioni appartiene alla sfera soggettiva e ai capricci dell’opinione: «opinione è il colore, opinione il dolce, opinione l’amaro…».

Dalla voragine dei secoli che ci separa dal contesto vitale di Democrito, il flusso spumeggiante delle opinioni/sensazioni umane si è stratificato sempre più in una mucillagine vischiosa troppo spessa che separa la nostra identità dallo strapotere di condizionamento delle società post-industriali in cui viviamo alla ricerca strenua di temperanza, libertà e giusta misura. Il colore il dolce l’amaro, manipolati a proprio piacimento nella stanza dei bottoni dall’industria alimentare come è il caso dell’enologia, ad esempio, da opinioni puramente soggettive sono state tramutate con artifici farmacologici in caratteristiche oggettive, in valori organolettici determinati, in funzioni ritenute intrinseche a un vino specifico. Il consumatore medio sovrastato da questa oggettività artefatta si adegua inerme, incapace di distinguere con il proprio gusto personale condizionato all’origine perché il palato degli umani nell’ultimo secolo è proprietà diretta delle stesse multinazionali alimentari: manipolatrici del gusto. Maledettissime industrie della nutrizione di massa che con la scusa di sfamarci padroneggiano le nostre tendenze capricciose al dolce al salato al grasso all’amaro, all’acido, da quando siamo in fasce fino al letto di morte.

«Se cerchi la tranquillità, fai di meno» afferma un frammento folgorante del pensatore atomista. Il caso del vino naturale fatto dai vignaioli, il far meno, l’aggiungere zero ingredienti estranei se non l’uva, rappresenta un approdo ideale di larvata tranquillità. Il vino naturale ha segnato una rottura rilevante della massiccia tendenza normativa disumana e disumanizzante all’omologazione del gusto, un conato di libertà fuori dalla gabbia del banale e dell’appiattimento, dove i cosiddetti “difetti” se armonizzati al resto accrescono in complessità invece di sottrarne. Anche se di controcanto il rischio a cui può incorrere anzi in cui sta incorrendo tutto il movimento ahimè è quello di omologarsi a sua volta su atteggiamenti ripetitivi, su protocolli banalizzanti, altrettanto grigi, studiati a tavolino, convenzionali: la convenzione del naturale.

Ora la riflessione che volevo proporre a partire da Democrito, relativa all’opinionismo d’accatto che ai nostri giorni è moneta corrente più che mai in ambienti correlati alla gastronomia, dal giornalismo di settore all’ultimo dei coatti semi-analfabeti su Facebook, è di assumere un’attitudine più scanzonata nei confronti delle nostre opinioni, su noi stessi, sugli altri e sul mondo in generale. Sarebbe utile oltre che necessario, prendersi meno sul serio. Sorridere di se stessi innanzitutto senza accanirsi su posizioni rigide che non tengano conto del relativismo di fondo sotteso ad ogni percezione soggettiva. Entusiasmarsi invece di spaurirsi dinanzi alla complessità polifonica del mondo sdoppiata tra scienza e sentimento. Una complessità multiforme e spesso insondabile ai nostri sensi smarriti sulla superficie delle cose mentre, come ricorda sempre Democrito «la verità è nel profondo». Le percezioni soggettive non sono che un miraggio, una distorsione dei sensi, un’opinione arbitraria che la nostra arroganza inerpicata di parole e piagnistei ci fa presumere quali verità assolute, senza mai sondare per davvero i fondali in questo immane abisso di verità pre-umane. È bene quindi mantenere un animo virtuoso che non si restringa al chiuso orticello delle nostre opinioni ricevute, che non si sclerotizzi al tran-tran delle convinzioni indotte dall’esterno. È essenziale ispirarsi ad una visione cosmica quanto più aperta alle variabili, bendisposta ai cambi di rotta, tesa alle possibilità irregolari e alle fluttuazioni strambe perché «la patria dell’animo virtuoso è l’intero universo».

Il filosofo universale col bicchiere di vino schietto in mano sostiene un bicchiere il cui contenuto rispecchia l’universo intero. Meglio poi se è vino sfuso in un bicchiere da osteria modello Amalfi per non soggiogare all’intimidazione delle etichette. Il pensatore universale sorride soprattutto di se stesso ed è un barlume vertiginoso di consapevolezza priva di fondo che in quell’attimo in cui sorride di sé diviene più empatico anche alla coscienza del dolore o della gioia altrui. Il filosofo universale, l’uomo microcosmo dell’universo per ribadire la concezione cosmica di Democrito, sorride senza reticenze poiché realizza infine che è meno influenzabile a differenza di quanto sono suggestionabili i troppi automi umani attorno a lui proni alle opinioni di seconda mano, sacrificati alle mode del momento, ai cibi precotti, alle fake news, ai gusti farlocchi, alle sensazioni scopiazzate, alle copie migliori degli originali, ai sapori contraffatti, ai sentori codificati, agli odori truccati, ai colori insinceri, alle vinificazioni depauperate, ai bocconi rimasticati, alle spremute sterili…

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Urlo il mio Urlo

9 settembre 2015
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 Moloch whose mind is pure machinery!

Moloch whose blood is running money! 

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Ho visto i palati migliori della mia generazione e tanti troppi analfabeti del gusto
tracannare cacca liquida rifermentata in vasca, processata da-mosto-a-mostro in cantine-parafarmacie: rinzuccherata, stralievitata, masturbata a suon di seghe e segature, solfiti, polverine magiche tric-e-trac, trasfusioni d’organi ed enzimi, trasformazioni d’uve filosofali…
Quindi, si diceva cacca liquida, imbottigliata in serie per le foche ammaestrate del pianeta vino, un Circo Barnum internazionale della dura, ottusa legge globalcentrica ad assimilazione ingorda d’una sempre solita tritacarnale sozza solfa, la tiritera mercantile della: domanda/offerta.

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Sommelier non-ti-scordar-di-me, blogcazzari, degustatori disgustosi, imbonitori panzuti d’aria fritta, pagliacci tristanzuoli, giratori di bicchieri crepati e bocche cariate d’alitosi, parolai sempre chini/inclini ai monetini infilati su pei deretani ed ecco che parte, burattinica, la tiritera uggiosa degl’aggettivi stronzissimi a mitraglia. Piagnoni inpinguiniti col Tastevin al petto e la vescica pregna di metanfetamina smerciata per coca pura – poveri loro – così come i coglionotti sterilizzati in stile cane da passeggio, ma rigonfi dei peggio Tavernelli tarocchi pur se prestigiosi, vinoavvocateschi, altolocati, strapremiati, winespettacolari…FullSizeRender copy

Tanti, ma tant’altri cerebrolesi di corte, filistei assoldati a busta paga d’industrie del consenso e laboratori del convivio, osannatori d’etichette pluricelebrate costruite da zero in milioni e milioni d’esemplari tutti uguali al nulla assoluto. Referenze costose solo agl’occhi degl’orbi, sbrilluccicanti d’oro falso in filigranapadana, paillettes, cotillons e retro bottiglie da cantastorie-spacciatori di fumo alcolico per masse amorfe tanto ai centri che alle periferie commerciali. Bocce falliche mosce, totem-tabù in vetro gonfie all’orlo del medesimo vuoto a perdere di coloro stessi i quali le producono-commerciano-censiscono-speculano-promuovono-ingozzano; Leviatano dai troppi volti e nessuno, che poi sono solo un belletto capriccioso, il fango termale di zolfo in faccia,  – e che meschina maschera marcia – a celare rughe cascanti, le nari viscose, le rattrappite gote d’una malefica vecchiaccia bagascia scorreggiona, stolta d’una megera succhiacazzi, meglio avere il tappo di ragadi al culo dovuto ai troppi fichi d’India ingozzati a centinaia che un solo goccio di ste tignose letamaie improfumate da eno-poco-logiche delizie all’avanguardia, tarzanelli acquei e ritrovati all’ultimo protocollo eno-tecno-alchemico in cellophane, servite con sfoggio teatrale, vanagloria sparapetazzi ed esibito lusso ben poveraccio sui tavoli naïf alle cene, nei ristoranti alla moda, nei bar radical-chiccosi i salotti privati d’oligarchi, i parvenus, gli zoticoni dei tycoons, gli sparacazzate a iosa, i saccentoni, tuttologisti, politicazzi/vigneron dell’ultim’ora, i cazzipettinati a schiera, gl’orangotango incravattati d’ogni rango del mondo tutto.

Meglio allora sarebbe tornare indietro all’acqua sciacqua di pozzo che sorbirsi sto puzzo di fogna incatramato d’additivi farmaceutici, grumi di caccole antocianiche, descrittori “organolettici” – almeno così sganasciano sti pecorecci d’un kitsch inesorabile, belanti sotto i riflettori, vomiterecci online o scriventi su cartaculo – aromi fini fini, pungenze fotti fotti che sanno di:

FullSizeRender“…scorza d’arancia giallocacarella con accenni d’altra frutta esotica alla candida (vaginalis), un pelino d’ossidazione – e si che son peli d’ascella mai lavata d’ottuagenario arteriosclerotico – come.. quasi.. pure.. tipo.. la pisciazza d’oca spontaneamente rifermentata su zolla color terra arsa di Siena (è ancora sempre e solo colpa di Nerone?). E poi sentori vagamente dostoevskijani del cuoio capelluto d’un prigioniero siberiano spennato scampato proprio per miracolo – bella bottadiculo lui – alla fucilazione con una certa scia sfumata retto-anal-diarroica, molto lieve però sia chiaro, una ben sostenuta acidità alle crostacce dermatito-seborroiche sottospirito e che bel colore pus accesso ha! tendente si direbbe al mattonato bilioso verde-senza-speranza cirrosi epatico ultimo stadio. Quasi quasi un muffito nobile (muffe spiantate e nullatenenti mai?) intriso al mestruo “Sauterners” barricato fût en chêne di fagiano mentecatto – ma che niente niente  pure loro c’hanno il ciclo? – amaricante il giusto pur se leggermente tannico al retrogusto, che è come a dire: bavoso rinculo della sputazza allappante alle gengive! Potenzialità d’invecchiamento nel tempo: dallo scrotame assai ben poco linfatico anche se ben triturato-mentolato-balsamico-imbalsamato di Tutankhamon nel sarcofago, fino ad oggi pomeriggio.. domani in serata al massimo, ma solo e soltanto se rigorosamente non scaraffato!”

Roberto sanchez