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gae saccoccio

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Biosfera Carussin. La Fattoria Didattica il Vino la Birra la Biodiversità l’Amore Cosmico

8 dicembre 2016
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Biosfera Carussin

La Fattoria Didattica il Vino la Birra la Biodiversità l’Amore Cosmico

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Se non assaggiano le cose buone, non possono fare le cose buone!

L’onnipotenza della fragilità. Una contraddizione in termini perché quel che è fragile non suggerisce certamente l’idea d’onnipotenza eppure del rebus di questa apparente incoerenza terminologica so che esiste una risoluzione non tanto immediata né cervellotica ma è una spiegazione di pancia. Lo scioglimento d’un nodo mentale che avviene attraverso il sentimento della terra profondo. La conduzione di precisi gesti quotidiani, lo sforzo autentico d’una comunità di persone-animali-cose che impiega l’energia fisica del proprio intelletto e delle proprie mani al fabbisogno del bene di se stessi ma a buon uso di tutti.000001L’onnipotenza della fragilità. Non saprei spiegarlo altrimenti ma questa stonatura stridente di concetti, già al rientro in treno dalla visita di alcuni giorni nell’embrione Carussin, mi si è pian piano risolta dentro. Mi si è armonizzata interiormente non tanto a ragionamenti astrusi, a monologhi senza fine, ma sub specie aeternitatis di fatti, d’incontri con le persone, d’osservazioni dal vero delle attività in vigna in cantina a tavola, di conversazioni a più voci, d’assaggi, d’abbracci, di sguardi, di sorrisi, d’attitudini condivise al ben fare o meglio al fare il bene.00002Ecco, io ora non ricordo più tanto bene con esattezza dalla bocca di chi è uscita questa saggia sentenza: “Se non assaggiano le cose buone, non possono fare le cose buone“. Se dai discorsi intorno alla tavola con qualcuno dei canuti sapienti che orbitano l’emisfera mistica di Casa Carussin; se nella cantinetta accogliente di Nonno Gino che ci stappa una bottiglia d’uva Cortese pressata col cuore, un bianco genuino che sa tanto di continuità, di semplici e buone maniere, sa di mura protettive della casa degl’avi.

Insomma non ricordo più chi ha pronunciato la frase: “Se non assaggiano le cose buone, non possono fare le cose buone” ad ogni modo è un verdetto decisivo che rende conto perfettamente della tempra etica e dell’humus naturale che ritroviamo in questo angolino dell’astigiano a San Marzano Oliveto. Una parcella di compiuta umanità integrata alla vita dura ma sana di campagna, che s’affaccia sui traffici superflui delle città oltre le quali s’intravede la corona di spine d’oro delle alpi.fullsizerender-copy-5Nei miei progetti futuri c’è un bosco. Un isolotto di piante nascosto tra i colli del nostro Monferrato. Sarà quel bosco là, il mio buen retiro.” Questo Bruna – lo sguardo vivo d’eterna sognatrice focalizzata alla meta – mentre mi mostra la sacra, la verde lontananza del suo paradiso silvestre realizzato o in via di realizzazione. E allora ripenso alle riflessioni dello storico dell’ambiente Piero Bevilacqua su La Terra è finita, quando in merito all’insostituibilità della Natura e delle sue risorse, alla domanda:

“Come si fa a calcolare il valore economico di un bosco?”0000000

Questo è quanto  risponde il Bevilacqua:

“Esso [il bosco] infatti non è soltanto una massa di legname vendibile, ma un paesaggio da ammirare, è il manto che protegge le montagne dall’erosione e dalle frane, è il serbatoio che raccoglie le acque piovane e le trasforma in sorgenti, è il produttore di ossigeno per le popolazioni, è il moderatore locale del clima, è la sede degli uccelli, degli animali selvatici, di tante piante che custodiscono la biodiversità della Terra.”

0Sono mesi che mi giro e rigiro tra le dita impacciate il cubo di Rubik del microcosmo Carussin, senza giungere mai a una risoluzione soddisfacente. Quando completo un lato del cubo, se ne disfa subito un altro. Non è mai semplice dare conto della complessità di un ambiente umano e di un contesto territoriale soprattutto quando le due cose sono così inscindibili, fuse sulla fiamma in un sistema frattale al fuoco dei sentimenti, che assorbe variabili molteplici d’elementi originari quali l’aria la terra l’acqua.frattale1Insomma parto subito col dire che Carussin è un’isola di libertà campestre, ma anche una nave scuola d’enologia empirica dove tutti a turno insegnano ed imparano a navigare sui flutti in tempesta della vita.

Carussin è un dodecaedro della mente e del cuore. È una Fattoria Didattica dove si prova a ricucire la conoscenza imbarbarita del cittadino, riconnettendola al suo tessuto culturale di fondo che ha origine nel mondo agreste, negl’usi e costumi contadini del nostro Bel Paese. Usi e costumi intesi in un’ottica d’impegno civico, con un’attitudine di vera passione educativa e non quale tristanzuola trovata di certo marketing che fa folklore e colore depauperato di storia, senza più sostanza né radici. Un falansterio utopico dove si realizza all’atto pratico il sogno di Fourier preso nei suoi elementi idealmente migliori. Una fucina dove si attuano sogni in pura spontaneità, alla mano e senza troppe chiacchiere fumose.Processed with Snapseed.
Carussin è di fatto un laboratorio educativo sempre in fermento – oltre al vino e alla birra nella doppia cantina – è un indotto d’idee realizzate sul campo. Come Grappolo contro Luppolo ad esempio, l’Argibar interno alla fattoria gestito con rara competenza e sorridente joie de vivre da Valentina Cucchiaro, emigrata da Roma in Monferrato. Carussin è sì una famiglia tradizionale molto radicata nel territorio ma è altresì un crocevia di partenze e d’arrivi, una rete virtuosa eppure virtuale le cui maglie sono strette alla comunità d’appartenenza che sono altresì tanto allargate al mondo. L’emisfero Carussin è perennemente aperto alle innovazioni della comunicazione tecnologica. È sempre qui difatti che si applica a meraviglia il sistema del woofing che porta direttamente dentro la casa-azienda-universo Carussin un flusso d’energia giovanile davvero notevole – elettricità mentale e ardore di braccia provenienti da ogni angolo del pianeta – uno slancio di vitalità creativa, di forza lavoro, di collaborazione intellettuale e di contributo manuale che non credo abbia eguali al mondo.

Sarebbe troppo lunga, ma avrò modo in una prossima occasione d’approfondire il legame professionale che da solo fa terroir. Quella costellazione di relazioni cioè che intessono e danno il senso ultimo di una comunità assieme a tanti altri produttori di zona, amici d’avventura e colleghi vignaioli, formaggiai, fornai, pastai (il mitico Mauro Musso della Casa dei Tajarin), allevatori, salumai e tanti altri artigiani d’assoluta sostanza e pregio.

fullsizerender-copy-2Il Cosmo Carussin, – che è anche un Caos programmato nei minimi dettagli – è composto di tanti pianeti, asteroidi, galassie in movimento che ruotano attorno alle stelle fisse che risplendono lampi d’amabilità, tatto, competenza e una cortesia antica, un’accoglienza all’avanguardia. Queste stelle d’uomini e donne sono: Bruna Ferro, Luigi, Luca, Matteo e Nonno Gino Garberoglio, Donna Irma, Mamma Vanda, Zio Angelo, Valentina…00000000E poi ci sono le 10 stelle mobili degl’asinelli, ognuno con una propria attitudine psichica, una propria impronta caratteriale: Brunella cioè Nella è il capobranco, regalo di Luigi a Bruna di qualche San Valentino fa. Sileno come il Dio degl’alberi figlio di Pan. Diavolo Rosso detto Dindo (Diavolo Rosso in omaggio al grande Gerbi ciclista d’Asti di cui si racconta portasse Barbera in borraccia altroché acqua). E ancora Amedea, Valeria, Eifù (nato il 5 Maggio), Sciuri (d’origini sicule), Rodolfo Valentino (il cui nonno era uno stallone bellissimo di stampo della razza Ragusana), Cerere, Elettra (quest’ultima,  come nella mito greco, è il frutto di un incesto tra fratello e sorella).

00000000000È molto difficile comprendere se e quando un asino si sente poco bene. Hanno talmente radicata nel patrimonio genetico la sopportazione alle fatiche e al dolore, che non si lamentano neppure per manifestare la loro sofferenza. Certo, se non è per gioco o riposo, è sospettoso vederli stesi a pancia in giù, ma è proprio così che fanno restando immobili, ottimizzando al massimo le loro forze e, come aggiunge Bruna con amorevole cognizione di causa: “mettendosi in ascolto di se stessi.”

[Clicca qui per approfondimenti sull’onoterapia, un link all’associazione abruzzese del dr. Eugenio Milonis: Asinomania di Introdaqua nei pressi di Sulmona]hero_eb20040319reviews08403190305ar fullsizerender-copy-6A proposito di tessuto culturale, ricordo a tal proposito uno straordinario capolavoro della cinematografia occidentale il cui protagonista è proprio un asino: Au Hasard Balthazar film del 1966 di Robert Bresson che racconta essenzialmente per immagini la crudele parabola “dell’asino che assiste alla tragedia umana attraverso una rassegna esemplare dei vizi capitali, destinato ad essere testimone di ogni peccato e che espierà, incolpevole, ogni colpa.fullsizerender-copy-4Oppure, per rimanere in tema di grande letteratura universale pur restando sempre in Piemonte, rimando a pagine altrettanto strazianti quanto il film di Bresson. Sono pagine ricavate dall’Antologia Personale di Primo Levi, La Ricerca delle Radici, che nel paragrafo intitolato: La pietà nascosta sotto il riso, rivolge ai lettori parole cariche d’un tormentoso significato. Sono parole amare quelle di Levi che vanno lette in retrospettiva, coscienti dei travagli subiti da lui in prima persona sulla sua pelle di sopravvissuto. Parole-sferzate che esprimono una lacerante esperienza di sopruso, di lotta e resistenza a quel tritacarne d’uomini e donne che fu Auschwitz. È una mezza, densissima paginetta dedicata all’architettura poetica dei sonetti del Belli, in special modo al sonetto Se more che tratta proprio di un asino, poveretto anche lui come Balthazar, da cui “(…) si ricava una severa lezione morale da un capovolgimento: l’uomo, qui è crudele e stupido «come le bestie», è un balbuziente mentale, incoerente e feroce; l’asino muore una morte da martire.”uch09-lg

Se more1

Nun zapete2 chi è mmorto stammatina?
È mmorto Repisscitto,3 er mi’ somaro.
Povera bbestia, ch’era tanto caro
da potecce4 annà in groppa una reggina.

L’ariportavo via dar mulinaro
co ttre sacchi-da-rubbio de farina,
e ggià mm’aveva fatte una diescina
de cascate, perch’era scipollaro.5

J’avevo detto: nun me fa6 la sesta;
ma llui la vorze fà,7 pporco futtuto;
e io je diede8 una stangata in testa.

Lui fesce allora come uno stranuto,9
stirò le scianche,10 e tterminò la festa.
Poverello! m’è ppropio dispiasciuto.

20 aprile 1834

Note
1 Si muore.
2 Non sapete.
3 Repiscitto, o ripiscitto, è l’ordinario soprannome che si dà ai villanelli.
4 Da poterci.
5 Cipollaro: aggiunto di cavallo o di asino che abbia vizio d’inciampare.
6 Non mi fare.
7 La volle fare.
8 Gli diedi.
9 Starnuto.
10 Le gambe.

biBruna ci tiene moltissimo a sottolineare che, senza nuocere a nessuno, l’onesto lavoro di campagna per l’autoproduzione d’una sana economia agricola familiare indirizzata ad un bene comune e non soltanto ad un interesse privato, vuol dire innanzitutto “una continua ed instancabile evoluzione mantenendo però, ben presente e tangibile, l’obiettivo del benessere dell’uomo, un benessere fisico, empirico ed emozionale (…) perché il territorio va’ vissuto non usato!” 0003Processed with Snapseed.Così mi dice ancora Bruna con cui sono pienamente d’accordo, mentre discutiamo in merito alla feticizzazione inautentica del vino e all’ideologia imperante della monocoltura intensiva della vite che causa uno scollegamento totale con la produzione agricola e con la vitalità campestre che invece andrebbero intese quali organismo vivente delicato e a misura quanto più umana possibile. Il vino è solo una piccola parte dell’espressione inestimabile di una policoltura di sussistenza in armonia con se stessa, che sia – nel rispetto del buon senso di tutti – quanto più responsabilmente sostenibile, autosufficiente, consapevole. “Perché, la consapevolezza del bene comune, è la parte di un tutto e passa attraverso il lavoro di ognuno, qualsiasi esso sia.” 

Non per niente Bruna – con spirito critico ma sempre con rispettosa simpatia – quando gira per fiere o per degustazioni, ci tiene quasi più a mostrare le schede tecniche dei suoi asini che le schede dei vini. “È una forma di divertita protesta soprattutto nei confronti del mondo dei vini naturali dove vige fin troppa confusione, lotte intestine, disaccordo tra produttori, rivenditori e consumatori finali.

000000000

Che dolore quando ho fame, che gioia quando mangio.

Fede incondizionata, affinità assoluta allora per Carussin Bruna Ferro, per  suo marito Luigi Garberoglio, per i suoi figli Luca e Matteo e la loro silenziosa, pacifica rivoluzione agricola.
Le loro Barbere, il loro Moscato d’Asti – versione secca e dolce – sono poemi epici consacrati alla civiltà contadina: vini buoni, accoglienti e sinceri proprio come chi li fa. Qui in fattoria dove sono stato mesi fa e dove non vedo l’ora di ritornare. Qui, in ogni loro calice di vino bianco e rosso, scopro e riscopro ogni volta il ruolo centrale della relazione tra persone, piante e bestie connessi all’infinitamente perfezionabile sistema nervoso della natura che è pur sempre un flusso evolutivo di T-R-A-N-S-I-Z-I-O-N-E abbracciato all’essenzialità del mondo minerale-animale-vegetale.

[Qui il link ad una ispirata pagina di Fabio Rizzari sull’entaglement quantistico della biosfera Carussin].00214462796_1847902695437955_6952374076966534372_n

[Invece, rimando qui di seguito ad una precedente recensione sempre su queste pagine, alla categoria: Il mio goccio quotidiano. Il vino come volontà etica e rappresentazione estetica del mondo]

IV. La libertà di fare e disfare

Carussin è il nome della cantina, c’è dal 1927 a San Marzano Oliveto (tra Nizza Monferrato e Canelli). Devo ammettere che la prima cioè l’ultima volta che ho bevuto questa bottiglia ero un pizzico sospettoso e forse anche un po’ svagatamente impreparato.
Prima “scorrettezza” di questo vino è il tappo a corona;

seconda è un Nebbiolo da cui assai spesso in Langa si derivano costosetti, ingessatelli e talvolta alquanto datati pur se fin troppo modernoni: Barolo e Barbaresco;

terza è che, nonostante la potenza e il potenziale del vitigno – amichevolmente stappato come fosse una boccia di birra dozzinale – ci ritroviamo fin da subito nel bicchiere un felice vino già schiuso alla bevuta, pieno di vigore, ricco in polpa di pesca matura al punto, schietto di corpo e colore molto ben predisposto nella struttura. Di piacevolezza sana, buona frutta succosa in odor d’albicocca spaccata in due sul ramo e questo – al di là dei privilegi del terroir – forse anche soprattutto a ragione delle assennate tecniche/pratiche d’agricoltura atte alla “umana” vinificazione: fermentazioni naturali, non filtrazione, nessuna solforosa aggiunta.
Avevo pensato tre titoli per questa recensione, ma ne ho usato un quarto:
I. Nobilmente semplice/Semplicemente nobile
II. Elogio dell’imperfezione
III. Disarmonia prestabilita

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Le Seppie e l’Enigma dell’Invecchiamento tra Crescita e Forma

6 dicembre 2016
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Le Seppie e l’Enigma dell’Invecchiamento tra Crescita e Forma_thompson_tropfen_06

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A due giorni dal Referendum Popolare per la riforma costituzionale. Mentre il bel paesotto si divide et impera tra un #NO al Gratta e un #SI al Vinci, propongo alcune considerazioni evoluzionistiche in merito alla vana intelligenza dei cefalopodi – seppie, piovre, calamari – che nonostante abbiano il cervello fino, fanno vita assai breve.

Tra mutazione genetica, invecchiamento cellulare, ontogenesi e selezione naturale, questa è l’enigmatica metafora dei cefalopodi – piovre, seppie, calamari – dal cervello lungo e la vita assai corta (2 anni di media).

Da un interessante articolo di Peter Godfrey-Smith sulla Sunday Review del The New York Times intitolato: Octopuses and the Puzzle of Aging  (2 dic. 2016), estraggo questo passo in verde:

What is the point of building a complex brain like that if your life is over in a year or two? Why invest in a process of learning about the world if there is no time to put that information to use? An octopus’s or cuttlefish’s life is rich in experience, but it is incredibly compressed.” [Qual’è il senso di costruire un cervello complesso come quello dei cefalopodi, se poi la vita dura al massimo un paio d’anni? Perché investire energia in un processo d’apprendimento del mondo se poi c’è ben poco tempo per applicare le informazioni acquisite e portarle a buon fine? La vita di una piovra o di una seppia è molto ricca d’esperienze ma incredibilmente compressa.]

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Queste invece che seguono in rosso sono alcune mie considerazioni in merito alle tematiche della morfogenesi, dell’evoluzione biologica e della percezione del tempo fisico e psichico innescate dall’articolo del NYT, che andrebbero attentamente approfondite su testi ormai classici quali:

I have the impression that the author of the article does anthropomorphize a little too much the concept of time. The physical and mental time of the octopus could condense 200 years in just two years of our “human or psychic” time perception. To better explore the topics, we should compare the idea of ​​”Umwelt” in Jakob von Uexküll reviews,  to other research materials,  as for instance the two classic books by D’Arcy Wentworth Thompson and Alain Prochiantz. [Ho l’impressione che l’autore di questo articolo antropomorfizzi un po’ troppo il concetto di tempo. Il tempo fisico e mentale della piovra potrebbe condensare 200 anni del nostro “tempo psichico umano”. È qui d’obbligo un confronto con l’idea di “Umwelt” così come è stata teorizzata da Jakob von Uexküll nei suoi articoli scientifici, assime ad altro materiale d’approfondimento come ad esempio i classici testi di D’Arcy Wentworth Thompson e Alain Prochiantz].0003zi-9258

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Cene a 4 Mani: Osteria Fernanda/Il Tiglio – Lampone/Cucinaa

3 dicembre 2016
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L’umanità si prende troppo sul serio. È il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne fosse stato capace di ridere, la storia sarebbe stata diversa. (Oscar Wilde)

Cene a Quattro mani: Osteria Fernanda/Il Tiglio – Lampone/Cucinaa

Due serate diverse eppure simili per due cene a quattro mani tra Roma e Spoleto all’ombra cupa del terremoto che ha demolito molte località dell’Umbria, delle Marche, dell’Alto Lazio.1Se provo ad unire i nomi dei luoghi, dei ristoranti, delle persone, dei sentimenti, dei prodotti tipici, dei vini, sulla mappa immaginaria d’un itinerario gastronomico che mi porta da Trastevere alla Valnerina attraversando i Sibillini, gl’uliveti di Trevi, i vigneti di Narni.. traccio in questo modo le linee orografiche di una costellazione terrestre che disegna un enorme sorriso di resistenza e di gioia. È una gioia sia dolce che amara senz’altro, conquistata a fatica nell’arco del tempo grazie al sacrificio di tante generazioni umane attraverso il circo della storia. È il ghigno duro d’adattamento della gente comune ai terribili scherzi allestiti da quel distruttivo pagliaccio che è il Caso. È una bocca a U, proprio così! Non è affatto però una smorfia sforzata ma un sorriso spontaneo e non è mai rassegnazione ma è lotta contro il Fato clown. È slancio di difesa, atto di creatività, senso intimo di trasformazione.

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30 novembre 2016.

Enrico Mazzaroni (di cui avevo scritto tempo fa sempre in generi elementari) e Davide Del Duca all’Osteria Fernanda. La cena di RinascitaAlla Corte di Fernanda” (Andrea Marini & Manuela Menegoni) è un pretesto allo stesso tempo piacevolissimo perché ci fa ritrovare a Roma un cuoco che amiamo assai, ma che purtroppo nasce da una circostanza del tutto tragica cioè il terremoto degli ultimi mesi in centro Italia che ha colpito in maniera devastante tanta povera gente e ha reso purtroppo inagibile proprio il nido culinario di Mazzaroni e Silvestri cioè il Tiglio di Montemonaco nel cuore dei Sibillini: fondamenta, mura, orto, pollaio, filiera autarchica, genius loci… tutto da rifare, ahimè. Nell’attesa della lunga e faticosa ricostruzione è molto plausibile, ce lo auguriamo tanto, una riapertura transitoria dalla montagna giù al mare, con affaccio accanto all’Adriatico.

Quindi questa serata speciale a 4 mani all’Osteria Fernanda di via Crescenzo del Monte (zona Porta Portese), con il supporto organizzativo imprescindibile del sempre bravissimo Lorenzo Sandano, nasce proprio come occasione di sostegno umano, per rivolgere un abbraccio di solidarietà incondizionata al sempre sorridente Enrico Mazzaroni e al burbero buono Gianluigi Silvestri a cui qui rinnovo tutta la mia stima, simpatia e partecipazione con una stretta tra le braccia non solo simbolica ma anche fisica, sanguigna. Una cena che ha voluto essere il commosso contributo di chi c’è stato, a non mollare ed andare avanti sulla propria strada col sorriso che è sempre vittorioso, nonostante le condizioni sfavorevoli o le tante difficoltà materiali purtroppo che ci si ritrova ad affrontare in momenti d’afflizione come quelli scatenati da un terremoto o altra incontrollabile calamità naturale.

Tutti i vini in abbinamento sono stati selezionati da Trimani Vinai in Roma dal 1821 e l’amico Paolo Trimani era seduto assieme a noi nella tavolata comune, così abbiamo avuto tempo e modo di approfondire assieme a lui questioni specifiche sul vino (annate, vinificazioni, uvaggi, territori) oltre a questioni più generali di mercato nazionale ed estero (commercializzazione, prezzi, consumi, distribuzione, percezione del gusto da parte del cliente medio o di quello più avveduto.)8

  • Snack di Benvenuto & “Tartufi” dei Monti Sibillini (Del Duca & Mazzaroni)
  • Uovo-Lasagna 2.0 (Mazzaroni)
  • fuori carta: Spuma di Cipolle, Lenticchie di Castelluccio tostate, Spuntature, Tamarindo
  • Lattuga, Terra, Caprino e “Brina” di Foie Gras (Mazzaroni) – [In Abbinamento Franciacorta DOCG Brut Rosé Enrico Gatti Franciacorta]
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    photo credits dove specificato di Annamaria Farina

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  • Risotto, Estratto di Erbe, Gelato al Conciato di San Vittore di Vincenzo Mancino, Timo e Miso (Davide Del Duca)
  • Spaghetti Aglio e Olio, Genziana e Frutti Rossi (Mazzaroni) – [In Abbinamento Pecorino 100% Marche IGP Bianco “Cossineo” Az Bio Fontorfio]56
  • Piccione Bbq, Fegato di Rana Pescatrice “In Porchetta”, Radici (Del Duca) – [In Abbinamento Valturio Marche Rosso IGT 2009]7
  • Torta al Cioccolato del Tiglio (Mazzaroni)
  • Petit Fours – [In Abbinamento Vino Cotto Tenuta i Fauri]
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photo credits Annamaria Farina

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1 Dicembre 2016.

Altra avventura culinaria è questa cena a quattro (o a sei?) mani a “bottega” da Michele Pidone & Marianna Francisci al Ristorante Lampone in collaborazione con Marco Gubbiotti del progetto gastronomico Cucinaa di Foligno. Prima di andare a cena ho fatto due passi per il centro storico di Spoleto dove sono ancora molto evidenti i segni del terremoto delle settimane scorse: crepe ai muri, vicoletti sbarrati, case evacuate, negozi sgombrati che pian piano riprendono l’attività quotidiana. Poche ombre umane in circolazione per strada almeno nella parte più alta della mistica Spuléti dei Due Mondi, dove si respira tuttavia un’atmosfera ancora un po’ spettrale. Arrivati però davanti alla discesa che sfora verso il Duomo, come per magia la mente è istantaneamente rincuorata d’una saldezza d’animo, d’una serenità e d’una forza interiore che sembra durare da millenni sia dentro, dove siamo fatti di carne e di pietra ovvero di polvere, che fuori di noi cioè in questo tragicomico circo equestre del mondo. La meraviglia architettonica nei secoli segna come un impulso di rinascita appunto e d’autoconservazione. Solca un istinto di sopravvivenza sulla nostra pelle, segna una traccia di sorridente seppur invisibile speranza, che ci fa presentire la luce anche quando tutto sembra essere solo buio, donandoci una gioia sotterranea di esistere, resistere e persistere che l’amico Giovanni sintetizza magnificamente con la sua mai abbastanza ripetuta locuzione: “Beata umbritudine, umbra beatitudine.”

15326447_1140619589385922_2654934264357233481_nIn abbinamento alla cena ho riassaggiato con rinnovato piacere i vini di Leonardo Bussoletti viticoltore in Narni nonché promotore assai vivace della riscoperta del ciliegiolo, vitigno troppo spesso trascurato dalla critica e dal pubblico, che molto accuratamente Leonardo – con modestia ma altrettanto decisa e ostinata pazienza – sta riportando pian piano alla meritata dignità di vitigno autoctono, sottoponendolo ai riflettori dell’attenzione nazionale. Ho avuto modo di partecipare mesi fa alla manifestazione Ciliegiolo d’Italia di cui lui è stato il propulsore principale, quindi posso testimoniare in prima persona la responsabilità e la determinazione profuse per organizzare, mettere in piedi il carrozzone della kermesse e far funzionare così bene una due giorni tanto impegnativa, densa di seminari, approfondimenti, degustazioni definitive ed eventi assai centrati sul tema ciliegiolo.

  • Raviolo di Ricciola e Burrata, Sedano, Capperi, Pomodorini Confit, Polvere di Bruschetta [Metodo Classico di Grechetto 2012 in anteprima]
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  • Fish & Chips di Baccalà [Colle Murello Trebbiano Spoletino 2015]img_6823 img_6824
  • Pasta con le Sarde: Tortelli farciti con Broccoli, Uva Passa e Pinoli con Alici del Cantabrico con Crumble di Grissini [Brecciaro Ciliegiolo di Narni IGT 2014]
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  • Polpo cotto due volte, Zucca Marinata, Giardiniera Homemade, Patata morbida all’Olio Nuovo Gradassi [Vigna Vecchia Ciliegiolo di Narni IGT 2013. Ho trovato di splendido equilibrio sia il piatto che l’abbinamento con il vino; questo Vigna Vecchia è un ciliegiolo davvero elegante ma non ruffiano dove le tostature dell’affinamento in legno non sovrastano mai la succulenza del frutto anzi ne attenuano le asperità facendone – per delicatezze cromatiche e sfumature gustative – una sorta di rispettoso pinot nero del centro Italia dal basso profilo ma ad alta progressione di piacevolezza, d’affabilità e di beva.]img_6831img_6830
  • Cannolo al Sagrantino Passito con Mousse al Lime, Crema Cotta al Pistacchio e Sorbetto d’Arancia
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De Amicitia. Brunello di Montalcino Conti Costanti 1985

29 novembre 2016
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15267509_1137508419697039_3413647907100742162_nBrunello di Montalcino 1985 Conti Costanti Viticultori

Per quanto d’annata eccezionale, non è affatto scontato che un Sangiovese dopo 31 anni custodisca ancora dentro di sé quell’alito brioso di frescura salmastra, quel soffio d’energia interiore al gusto di radici, vivificato da un’integrità sempre ben aderente alle fragranze succose della materia liquida o perché no, materia psichica? dato che il vino, quando è vino, nutre forse più l’anima che il corpo!

Essenza di melograno, fave di cacao, trito di funghi alle narici; lucentezza rossopompeiana alla vista.

Dopo la scaraffatura – passano un paio d’ore – il vino ha mantenuto tuttavia una pienezza di vitalità costante per tutto il tempo della sua durata nel calice, dimostrando così, – ancora una volta alla prova del tempo – una coerenza di temperamento in assoluta affinità col patronimico di questo grande e buon Brunello di Montalcino del Colle al Matrichese.

L’abbinamento ideale sulla pizza della settimana Farinè, con pecorino Toscano, funghi cardoncelli, nepitella e olio di noci è stato combinato dal Dio Caso a celebrare degnamente non solo l’amicizia tra cibo e vino ma sopra ogni cosa a consacrare il compleanno – anticipato di qualche giorno – del fraterno amico Angiulill che qui riabbraccio a me e saluto con tutto l’affetto che posso.fullsizerender-copy-3

Mercato dei Vini Fivi 2016 – Verticale di Barbacarlo – Incontro Lino Maga e Luigi Gregoletto

28 novembre 2016
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Mercato dei Vini Fivi 2016 – Verticale di Barbacarlo – Incontro Lino Maga e Luigi Gregoletto

manifesto_tinyUltimo fine settimana di novembre, 26 e 27 a Piacenza per il Mercato dei vini FIVI, giunto alla sua VI edizione, organizzato dalla Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

Il mio coinvolgimento emotivo a questa splendida Fiera è non solo indiretto ma anche esplicito dato che l’omino con la barba in locandina magnificamente illustrata da Gianluca Folì, – così come mi faceva notare il bravissimo Davide Cocco di studiocru – sembro essere proprio io sputato nonostante non sono affatto io, giuro, e lo giuro sputando sui sassi come s’usava anticamente in terra di Sardegna stipulando un qualche patto d’amore o morte.1

La FIVI, che raccoglie ormai un migliaio di associati sotto la sua ala protettiva, traccia in fieri – non solo in fiera – alcune linee guida piuttosto chiare e distinte – cartesiane starei per dire – per quanto forse ancora leggermente generiche o un tantino amplie rispetto al coordinamento agroecologico e alla filosofia produttiva dei suoi associati.

Si tratta nello specifico di determinanti principi minimi, patti-chiari-amicizia-lunga intesi nel reciproco buon senso, nell’onestà intellettuale e nella pratica agricola di tutti i soci, senza dubbio affinabili nel tempo in termini d’autocontrollo amministrativo del gruppo e di gestione delle risorse interne in tema di sostenibilità, trasparenza di filiera e artigianalità. I pilastri fondanti della FIVI sono sicuramente suscettibili di perfezionamento man mano che il movimento accresce la sua portata etica e il suo consolidamento politico nel turbolento flusso internazionale del vino naturale o artigianale che dir si voglia. Questi semplici eppur complicati capisaldi sono limpidamente motivati nel suo manifesto associativo dove si reclama che il viticoltore aderente alla federazione: “coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta“.4

Ho visto carrelli per la spesa stracolmi di casse di vino, spinti da gente sorridente in vena d’acquisto critico e non compulsivo. Molto confortante anche ammirare lo scambio di bottiglie tra impetuosi produttori d’ultima generazione, un segnale effettivo quest’ultimo, che i vignaioli sono curiosi anche dei vini altrui – lontani o vicini – e non si soffermano più soltanto ad ammirare, odorare, celebrare i fiorellini del proprio orticello com’è, ahimè, uso di tanti produttori campanilisti con le bende sugl’occhi, i tappi sulle orecchie, le mollette alle narici.

Dopotutto i dati del post-fiera parlano chiaro. I due giorni del Mercato Fivi 2016 hanno visto sfilare 9.000 ingressi (50% in più d’afflusso rispetto all’anno precedente) e molti produttori presi d’assalto al banchetto tanto che già il primo giorno non avevano quasi più vino né da far assaggiare né da vendere.6

Dopo un viaggio infernale in treno la sera prima dell’evento, tra sciopero dei mezzi, alluvioni in nord Italia e guasto tecnico al treno, resto bloccato per ore alla stazione di Bologna. Smadonnando e sbraitando (sbraitando e smadonnando a vostra scelta) dalle ore 20 o giù di lì, si erano comunque fatte le 23 passate quando mi ritrovo sbarellato assieme a un altra sporca dozzina di pendolari con un ultimo treno-carovana in direzione Parma dove mi son trovato costretto a cercarmi un alloggio di fortuna al primo hotel fuori la stazione non essendoci in loco neppure un taxi figuriamoci a localizzare un car2go.

Raggiungerò dunque Piacenza il giorno appresso perdendo quel micron di fiducia che ancora riponevo in Trenitalia oltre che aver perduto anche i soldi della prima sera d’albergo prenotato sempre a Piacenza.

Questo che segue un frammento strampalato di sogno che riporto dal risveglio a Parma:

Magda per l’amor di Dio fermati!

Mi sveglio da quest’incubo in cui ero uno psico-degustatore compulsivo con ansie compilatorie schizoidi alla Furio di Bianco Rosso e Verdone:

<<420 produttori.. 3 etichette di media (per difetto) a produttore.. 1260 bottiglie totali di media (per difetto)..
Ipotizzo di avere 2 giorni d’assaggi per me a pieno regime.. no chiacchiere.. no ingombri.. zero distrazioni.. solo vini.. dalle ore 12.00 alle ore 19.00.. fanno 14 (quattordici) ore totali a disposizione.. 90 vini l’ora.. assaggi a catena di montaggio.. 630 vini il I giorno.. 630 il II..>>

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Luca Ferraro ed altri parteciapanti mi hanno raccontato a cose fatte, che un momento di assoluta commozione generale condivisa da tutti i produttori adunati alla presentazione è stato il discorso di conferimento per il vignaiolo dell’anno a Luigi Gregoletto, che ha raccontato quanto segue:

“Dalla mia vita e dalle mie esperienze posso dire che la terra va rispettata, va amata, perché la terra è madre e sa ricompensare. Anche oggi che produrre molto è facile e produrre poco è altrettanto facile. Produrre equilibrato nel rispetto della terra, della sua conservazione e della qualità del prodotto, è molto più difficile. Ma sono convinto che questa sia la via da affrontare e sono altrettanto convinto che la terra non delude. La terra ti può fare meno ricco, ma sicuramente più signore.”

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Ho avuto poi il privilegio di assistere all’incontro tra Luigi Gregoletto (70 vendemmie alle spalle) e Lino Maga (classe ’32), due capitoli centrali dell’avventurosa storia del vino italiano.. “una spremuta d’umanità” (citaz. Walter Massa). Due saggi del vino vis-à-vis da cui ho assorbito questa sacrosanta verità:

Le traversie, gl’ostacoli, i problemi… ci aiutano a vivere.

La verticale di Barbacarlo organizzata in una sala degustazione al Mercato Fivi il II giorno, cioè domenica 27 novembre, è stata l’apice professionale ed umano di un’incredibile due giorni d’assaggi, incontri, emozioni, abbracci, condivisioni dei punti di vista con colleghi, amici, produttori, consumatori, ristoratori.

Per quel che possa contare, i vini mi sono piaciuti tutti moltissimo, ognuno con la sua specifica impressione cromatica, identità olfattiva, tessitura gustativa. Il sorseggio in batteria delle sei annate, è stato accompagnato da una frase luminosa, da un tono di voce struggente mormorato su timbro basso, pronunciata a mezza bocca dallo stesso artefice del Barbacarlo (identica cosa tra l’altro che ho sentito mormorare con la medesima purezza d’animo e reverenziale umiltà del singor Maga Lino anche da Josko Gravner):

Faccio il vino come si faceva duemila anni fa.

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  • 2011

Ancora troppo asciutto, ruvido, essenzialmente tannico. Un vino d’eccellenza cruda, che t’urla in faccia “dammi il grasso del prosciutto meglio stagionato in cantina, però quello più dolce e sudato..”

Asciuttezza e tannicità della 2011 ma con maggior spessore, finezza, potenza (s’avverte presumo, l’annata imponente). Un’austerità dall’anima odorosa in riposo nel calice, una genuinità di corpo dell’uva tramutata in vino che ti rende percettibile la grandezza sublime di questo vino nella prospettiva dei prossimi decenni (a dir poco).

  • 2009

Il vino meno caratterizzato della batteria. In fase di letargo sono sicuro. Quanto vorrei stapparne almeno uno ogni anno, tanto per seguire il percorso d’evoluzione, di formazione e crescita di quest’annata con più ordine filologico possibile.

  • 2007

Dolcezza perfetta. Dalle parole dello stesso Maga Lino o Signor Barbacarlo, so per certo che nonostante: “il mio vino non mi soddisfa mai”, la perfezione dolce dell’uva spremuta quando è raggiunta, – vuoi per temperamento dell’annata, vuoi per caparbietà del cristiano in vigna, casualità o fortuna, – è evidente poi che un miracolo di vino così strapperà un flebile sorriso d’intesa tra l’uomo duro e la sua terra, le sue viti ancor più aspre.

  • 2004

Il bicchiere dinamizza una complessità aromatica nell’aria attorno alle mie narici come fosse uno spettroscopio olfattivo: spezie esotiche, china, assenzio, rabarbaro, chiodi di garofano, infuso di genziana, bastoncini di liquirizia… un’annata di cui il perfezionista Lino Maga non è particolarmente soddisfatto – vi rendete conto? – che a me invece lascia in bocca un sentimento di tale bontà, succosità e bellezza, che mi vien difficile provare a farvi partecipi altrimenti a parole se non abbracciandovi in silenzio uno ad uno tutti – ma ci siete? – lettori giunti fin qui più o meno fedeli.

  • 2000

Pur se di annata difficile, altro monumento alla genuinità del succo d’uve fermentato a base di una composizione promiscua – come tradizione contadina comanda nell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia – della Croatina, dell’Uva Rara, dell’Ughetta (ovvero Vespolina) e forse anche della barbera.

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Verso la fine di quella che resterà incisa nella mia mente quale memorabile degustazione, ad un certo punto il confronto tra i due eroici contadini – eroi della terra – ha preso una piega un po’ malinconica, ha rintoccato cioè le campane di una mesta meditazione sulla morte, sulla malattia, sul mestiere di vivere, sul vanitas vanitatum d’ogni cosa, opinione e persona, adombrando a lutto – ogni tanto non può che farci bene – il pubblico di noi degustanti ossessivi e giratori di bicchieri seriali.

La chiosa finale, quasi fosse la massima di un severo filosofo francese del ‘700, è dello stesso Lino Maga in risposta alla domanda di Walter Massa: “Lino, cos’altro vuoi aggiungere per finire?”

Non ho niente da dire, se non c’è più niente da dire! (Lino Maga)

Una risposta che ritengo più dolce che amara – dolce il giusto, alla maniera di quei vini che lui il signor Barbacarlo ama di gran lunga -, una risposta sapiente che oggi mi risuona dentro come monito dell’ostinazione tenace ad andare avanti in silenzio, ad agire determinati verso la propria meta, a non avere mai tentennamenti, risentimenti o rimpianti, mai.

 

La Barbera È Femmina (Marzia Pinotti) + Verticale di Monleale (Walter Massa)

20 novembre 2016
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..il mercato comanda la vita. E quando il mercato comanda la vita, non c’è più spazio per tradizioni e buonsenso.

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Venerdi 7 ottobre 2016 a il Sorì da Paky Livieri, con il pretesto di presentare il prezioso libro La Barbera è Femmina, si è innescata una rara occasione di conversare con l’autrice Marzia Pinotti – Wine Writer in compagnia dell’editore Luca Burei (Edizioni Estemporanee) e del produttore dei Colli Tortonesi Walter Massa – pioniere del Timorasso – che ci ha fatto letteralmente immergere in una verticale vertiginosa della sua Barbera Monleale (qui segue un link dove rimando ad approfondimenti di degustazione dell’amico Andrea Petrini – Percorsi di Vino).

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Scene da una serata sulla Barbera.

Bisogna tornare all’apprendistato!

“Bisogna tornare all’apprendistato”, riporto pari pari quanto declamato da Walter Massa la sera stessa, e va intesa quale locuzione sintetica dei tanti umori distillati dalla degustazione/esibizione che è stata piuttosto un happening da Living Theatre in cui la parte di Julian Beck era tutta di Walter mentre quella di Judith Malina era incarnata dalle sue barbere Monleale orgasmatiche, delle annate: 1978 1990 2000 2003 2004 2009 2010.

  • 1978 Barbera da commozione emotiva. Acidità ancora talmente viva e vibrante che tiene a freno – soffocandole al fondo del calice -, le normali effusioni evolutive. Normali curvature d’ossidazione certo, considerando i 38 anni sul groppone. Limpida all’occhio, tersa e succosa in bocca. Struggente empatia sia fisica che metafisica.*

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  • 1990 vino quintessenziale! Barbera compiuta in tutte le sue componenti materiche e immateriali. Bevuta d’assoluta freschezza, pienezza, longevità. Ne sorseggerei a secchiate per il solo gusto di dissetarmi. Già smanioso di ristapparla tra 10 anni e poi una volta ogni decennio da qui al prossimo mezzo secolo.. questo gran vino durerà senza dubbio più di me e tant’altri di voi bevitori leggenti!marzia-walter-gae

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*per chi prediliga uno sfoggio di grigi descrittori semi-analfabeti da copia e incolla di scuola AI(D)S, tipo: olii essenziali di bergamotto, ribes maturi quanto basta, foglie di tabacco del Kentucky, cuoio capelluto di calvo e tutte quest’altre menate da sommerdier di I o NP (non pervenuto) livello, faccio presente che con termini fantascientifici quali: Fisica e Metafisica di un vino, tento di lanciare un suggerimento del tutto spassionato, un invito implicito alla lettura cioè di Aristotele sorseggiando del buon vino tortonese come nel caso specifico, piuttosto che frequentare l’ennesimo corso della minchia d’avvicinamento/allontanamento al vino.. altroché Star Trek!14568133_1853905451504346_6867235418911967036_n

César Hidalgo, L’Evoluzione dell’Ordine (Bollati Boringhieri)

20 novembre 2016
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“La Terra sta all’informazione come un buco nero sta alla materia, o una stella all’energia.” César Hidalgo

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César Hidalgo, L’Evoluzione dell’Ordine. La Crescita dell’Informazione dagli Atomi alle Economie (Bollati Boringhieri, Torino 2016)9788833928005_0_240_0_0

Un prodotto è, in ultima analisi, una forma di “immaginazione cristallizzata”.

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Riporto questo articolo molto interessante di P. L. Sacco sul Sole 24 di domenica 20/10/2016 relativo all’informazione, la conoscenza dei prodotti economici e i beni di consumo a proposito di questo libro del fisico César Hidalgo, direttore del Macro Connections Lab al Media Lab del MIT di Boston co-autore assieme a Ricardo Hausmann di un Atlante della Complessità Economica [The Observatory of Economic Complexity]

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Pascal Cotat Sauvignon Blanc di Sancerre e le Frattaglie a Le Bidule

17 novembre 2016
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Un Domaine focale per il Sauvignon Blanc in Loira (Sancerre AOC) è quello gestito da Pascal Cotat vigneron naturale dove naturale ha qui un concreto senso di lavorazione empirica e non è affatto quindi furbo aggettivo di marketing, targhetta vuota o collante promozionale accalappiamosche. Sono 2,5 gl’ettari di vigne suddivise in due lieu-dit: Les Monts Damnés e La Grande Côte a Chavignol, ad est di Sancerre.

I terreni calcarei della parcella di Les Monts Damnés di proprietà di Pascal si trovano nella parte più alta con esposizioni a Nord, pendii molto ripidi, vigne di circa 35 anni curate con approccio biologico e predisposizione anti-sistemica (alghe e altri preparati naturali a fertilizzare il terreno).
Pascal (così come fa il cugino François) preferisce le vendemmie tardive e raccoglie almeno una settimana dopo ogni altra azienda vinicola della zona.
I vini sono messi in bottiglia non chiarificati e non filtrati. Eccellente come sempre già alla prima impressione è anche questo 2014 che si farebbe sorseggiare a secchielli (quelli con cui da bambini si giocava con la sabbia) non temessimo il giudizio degl’altri che si sa, lo diceva pure Sartre, sono l’inferno: “l’enfer, c’est les autres“.

Sarò matto, e che mi frega? ma godo di questo Sauvignon come fosse della selvaggia acqua di mare azzurro al naso, succosità fermentata di frutta rosea e gialla di macchia che gorgoglia giù “chiara fresca dolce acqua..” sotto specie di pompelmi rosa maturi – un cesto pieno – appena spremuti a riempire il buconero della bocca, a ripulire la mente da tutte le incertezze, i rovelli, i pregiudizi e gl’inferni propri o quelli altrui.1

In un posto dai toponimi improbabili nei dintorni di Perugia: Casa del Diavolo e Ramazzano le Pulci, Annalisa Lombardini ha messo in piedi uno spazio vitale adibito ad eventi, serate a tema, cene, readings e quant’altro di bello, profondo o giusto che uno possa mai immaginare. Un ambiente di ricezione immediata delle bevande alcoliche e delle vivande bucoliche oltre che crocevia d’incontro tra persone, le più disparate. Occasione di confronto sociale che ha davvero dell’incredibile considerando che il contorno esterno potrebbe tranquillamente essere un pezzo di paesaggio dal pianeta Marte ricopiato su carta carbone. Il posto – arredato con tocco deciso, con gusto raffinato ma senza far subire per nulla l’invadenza tipica di certo interior design da pubblicazione patinata à la page, – è un piccolo gioello di casualità voluta, studiato in ogni minimo dettaglio e si chiama Le Bidule.

Una volta dentro sembra piuttosto di essere schizzati in un’altra dimensione spazio-temporale che potremmo tranquillamente credere di trovarci in un luogo d’arte concreta, un laboratorio d’incontri teatrali stile off-brodaway e non in un angolino anonimo della periferia Umbra. La cena è stata concepita esclusiavamente a base di frattaglie grazie alla visionarietà condivisibile in tutto e per tutto degl’amici cari Marco Durante & Giampiero Pulcini e grazie soprattutto alla passione sfegatata dell’infaticabile maestro carniere Valentino Gerbi anima propulsiva di Etrusco Carni che ha fornito come sempre le sue lacrime di gioia oltre alle eccellenti materie prime vaccine. 2

  • julienne di lingua
  • polpettine di diaframma
  • cuore e pâtè di milza

questa una parte della sequenza dei piatti su cui si sono abbinati vini vari ed eventuali ma che – a sceglierne uno soltanto – è con questo Les Montes Damnés 2014 di Pascal Cotat che poi a ripensarci lungo tutto il tragitto del ritorno, ho concluso il rientro a casa più felice e sornione di quanto non ne fossi uscito. Dopo una nottata di pioggia infernale, ritrovo un tappeto di serenità steso sull’uscio buio dell’austera torretta del ‘300 in affitto. È un telo di pozzanghere d’erba e fango in cui m’è parso di veder riflessa come in uno specchio tutta la vastità angosciante del cielo, una coriandolata di stelle predisposte ad accogliermi ad augurarmi il buon riposo infine a sorridermi in siderale ma rispettosa indifferenza, suggerendomi con la stessa estroversa ironia del finto specchio disegnato nel bagnetto a Le Bidule: “sei un gran figo”.

Semplicità Contadina Nell’Età Post-Atomica

7 novembre 2016
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Alla ricerca del gusto perduto nell’era post-nucleare.

Più umile è la cucina tanto più il sapore risulta di raffinata semplicità e sostanza, di una semplice e terrestre sostanza al palato. Non si può non amare la nobiltà contadina dell’autunno vegetale.

  • Zucca arrosto (in punta di stuzzicadente)

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  • Scarola stufata

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  • Broccoletti ripassati o cime di rapa/rapini/friarielli (da non confondersi con i friggitelli che son peperoni), a seconda della regione e tradizione culinaria di provenienza.

7Segue un Atlante Minimo dei Sapori d’Itri, paesino nel lieto basso Lazio ai confini con la Campania Felix.

Qui, tra le rive mefitiche del Tirreno, all’ombra degl’Aurunci desertificati dagl’incendi continui, sopravvivono ancora popolazioni amene accarezzate dai riflessi del fiume Garigliano dove con fierezza tossica di bestia a tre teste, fiammeggia  sotto al cielo la sede della ridente centrale atomica omonima, La Centrale del Garigliano abbandonata a se stessa e alle intemperie..

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  • Péttëlë e cicë (“pettole” – la tipica pasta di maltagliati acqua e farina – con i ceci)*

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  • Piparuoglë arrustë (peperoni arrosto)

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  • Auglivë muscë (olive mosce della locale cultivar itrana, appassite prima al sole e poi infornate)

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*Faccio riferimento alla trascrizione dei fonemi come dal Dizionario del Dialetto Itrano. Piccolo Studio Fono-Etimologico di Mario La Rocca (Collana “Memorie del Territorio”)

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Le Trame 2006: Il Vino di Giovanna

31 ottobre 2016
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img_5527Chianti Classico “Le Trame” 2006 – Podere Le Boncie di Giovanna Morganti – San Felice (Castelnuovo Berardenga).

Vino prodotto da una vigna-giardino di viti ad alberello. L’assemblaggio d’uve diverse (l’uvaggio, parola sinuosa) è composto in percentuale più alta dal Sangiovese, con aggiunte di altre varietà ancelle tipiche quali Colorino, Mammolo e Foglia Tonda a smussare gli spigoli e le asperità acidule del vitigno principe ancor più accentuate da un terreno altamente calcareo.
Il lavoro quintessenziale di Giovanna Morganti si svolge con profondo scrupolo in vigna a maggior ragione con queste sue piante ad alberello che necessitano cura costante, carezze rudi e lavorazioni manuali allo scopo di evitare qualsiasi forma invasiva d’interventismo farmaco-chimico.img_5524Le condizioni micro-climatiche dell’annata 2006 – assai simili alle celebrate 1997 e 2001 – possono essere definite in linea molto generale: “altalenanti” anche se su questo ritornerei volentieri a confrontarmi con la stessa Morganti conversando, senza limiti di tempo, proprio sull’andamento stagionale dell’annata.
Inverno nella media, primavera mite, ritorno al freddo nel periodo maggio/giugno. Caldo a luglio, temperato in agosto. Settembre assolato e poco piovoso con escursioni termiche giorno/notte definitive per la maturazione fenolica equilibrata e la fondamentale concentrazione zuccherina dei grappoli.
Fermentazioni naturali in cantina grazie ai lieviti indigeni dell’uva, affinamento in tonneaux (500 litri) e in botti grandi (1500 litri) prima dell’imbottigliamento.

A tema con il suo nome folgorante: Le Trame, una trama d’abbinamento mediterraneo eventuale è stata quella ben riuscita sere fa con una frittata di ricotta di pecora e za’atar la mistura profumatissima di spezie citriche nordafricane, al gusto d’agrumi verde-gialli, che ho riportato fresca fresca al mio rientro dal Libano e che proprio a Beirut ho mangiato in tutte le salse a colazione sulla tipica pizza medioerientale (manakish o za’atar manouche) oppure a pranzo e a cena sui loro caratteristici yogurt aciduli l’ayran, il labneh.img_5528Giovanna Morganti è appartata e generosa viticoltrice a San Felice. La sua casa è la cantina. Il suo mistico giardino segreto invece è la vigna dove alleva, dove cura come fossero bambini al nido, le piante di sangiovese – per la gran parte – e canaiolo, mammolo, colorino, foglia tonda. Le Trame, il suo Chianti Classico figlio – o figlia? – maggiore è quello da 10 e lode. Il declassato ad IGT invece si chiama 5 – battezzato così con sottintesa ironia come il voto scolastico senza infamia e senza lode che si appioppa agli scavezzacolli. Eppure io il 5 l’adoro proprio per questa sua fama di randagio svogliato, temperamento ribelle di “succo d’uva” indisciplinato che me l’ha reso incondizionatamente simpatico, fraterno fin da subito: robustezza di corpo, asprezza di frutto, sapidità di fossile marino (ma perché sanno di sale i fossili marini?).. lo venero il 5, lo amo proprio in quanto vivificante sale della vigna! Lo riconosco fratello di sangue e lo tracanno quale rivelazione più spontanea del terreno altrettanto aspro, salino, scosceso, dolcemente sassoso proprio come i solchi sulle mani di Giovanna, specchio fondo della sua anima tanto riflessiva in cantina eppure così iperattiva in vigna.dt-scheherazade-vaslav-nijinsky-golden-slave-boxer_620Da un foglietto volante ritrovo un breve appunto di qualche anno fa:

Podere “Le Boncie”: Le Trame (2012) e il 5 (2013) a confronto.

Giovanna e Giorgio, questo vostro sangiovese stupendo è un balletto del Bol’šoj in “equilibrio instabile” che coreografa nello spazio e nel tempo: dramma, felicità, eleganza, mistero.. inscenando alla perfezione la pantomima senza fine tra Uomo e Natura sempre in punta di piedi sull’orlo del precipizio dell’Annata.

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Al Podere “Le Boncie”, una perfetta giornata di sole autunnale con Gino Della Porta e Giovanna Morganti e il suo bellissimo paradiso di vigna alle nostre spalle!

13445397_1805743399653885_7606132054751870024_nIl vino di Giovanna è supremo amore, proporzione armonica d’intervalli gestuali tra il cielo, la mano, la zolla, l’acino.
Il vino di Giovanna canta e risuona rosso vivo nelle nostre vene al ritmo con la musica delle sfere celesti.
Il vino di Giovanna è una melodia liquida di struggente bontà salmastra, stoica bellezza, schietta onestà.
Il vino di Giovanna è sì il vino di Giovanna ma anche, sopra ogni cosa, è il vino di noi tutti che amiamo il vino nella sua imperfetta perciò sostanziosa e sostanziale umanità.

Herbert Khün, Pitture Delle Caverne (Il Saggiatore 1959)

23 ottobre 2016
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Herbert Khün, Pitture Delle Caverne (Il Saggiatore, Milano 1959) [titolo originale Eiszeitmalerei, traduz di Maria Attardo Magrini, nella collana Biblioteca delle Silerchie, copertina è stata diesgnata da Balilla Magistri]

Non sono riuscito a trovare neppure un rigo o un cenno lontano al profilo biografico di Herbert Khün cosa questa che mi stimola a maggiori ricerche ed approfondimenti.

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Enzo Paci, Diario Fenomenologico (Il Saggiatore 1961)

23 ottobre 2016
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Enzo Paci, Diario Fenomenologico (Il Saggiatore, Milano 1961)

[Prima edizione, pubblicata nella elegante collana Biblioteca delle Silerchie. La copertina è stata disegnata da Bruno Binosi]

Il Diario Fenomenologico di Enzo Paci ha folgorato la mia carriera di studente selvaggio durante gli anni universitari.
È un libricino ormai introvabile dove con estrema chiarezza e praticità si illustra dal vivo il significato più profondo del “mestiere di pensare”.
Bisogna immergersi in queste belle pagine se si vuole finalmente intendere che l’esercizio della filosofia è una professione artigianale a tutti gl’effetti dove invece di manifatture prodotte dal lavoro manuale – sempre mediato dall’intelletto – si producono pensieri o concetti utili a farci ragionare, a farci vivere meglio con noi stessi e con gli altri.

“(…) in ogni fatto, in ogni cosa isolata, si rivelano legami con tutte le cose, con tutti gli altri fatti. L’individuo è unico e pure è il tutto. La filosofia comincia quando questo uno-singolo scopre che ha in sé relazioni tipiche, essenziali con tutto il resto. Nessun fatto è solo individuale, nessun fatto è solo universale.” Enzo Paci

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