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Se si rimane abbastanza a lungo in un posto, ogni realtà diventa una grande finzione.

Tamara Kotevska & Ljubomir Stefanov

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La terra del miele

Gli esseri umani, il paesaggio balcanico, le api. Non capita troppo spesso di uscire dal cinema commossi da tanta realtà incarnata nel volto verissimo di Hatidže Muratova.

Honeyland è un film macedone potente che in poco meno di un’ora e mezza sintetizza quattrocento ore di girato e tre anni di riprese da parte dei registi Tamara Kotevska & Ljubomir Stefanov, avventurati con una troupe ridotta all’osso – 4 operatori in tutto contando i registi – nei paraggi di Lozovo nella regione circondata dal fiume Bregalnica nella Macedonia centro-settentrionale.

Un’apicoltrice che cura sua mamma ottantacinquenne Nazife, donna malata a letto nella loro casupola di pietra desolata senza acqua né elettricità a Bekirlija, un villaggio abbandonato dalla fine della II Guerra Mondiale, sui monti attorno a Skopje; una prolifica famiglia di nomadi allevatori turchi che compromette l’equilibrio naturale delle due donne e delle api; non serve tanto altro per realizzare un capolavoro così sincero e poetico che documenti al dettaglio l’inettitudine tutta umana di convivere in armonia con i ritmi vitali, i frutti e la preservazione della natura.

Hatidže quando smiela durante l’estrazione dei favi dall’apiario, una parte del miele la prende per sé e l’altra la lascia alle api per evitare che volino via ad attaccare e colonizzare un altro alveare innescando così una maggiore ondata di squilibrio e di caos nella propria parte di universo.

Honeyland è un film struggente di rara bellezza visiva. Immagini e sequenze narrative dal possente valore espressivo che, più della lingua macedone o di quella turca parlata dai soggetti filmati, raccontano silenziosamente allo sguardo una storia semplice e antica quanto il mondo che ci ospita: la storia conflittuale della nostra innata ingratitudine, disarmonia e inadeguatezza di stare al mondo.image1 2

Parassiti del cinema

30 novembre 2019
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Parassiti del cinema

Parasite di Bong Joon-ho (Palma d’Oro a Cannes 2019)

Qualche buon momento di cinema asiatico – la fuga sotto il diluvio, la scoperta dei “fantasmi” dentro al bunker anti-nucleare – per il resto i film coreani mi risultano essere sempre un po’ troppo sopra le righe, stoppacciosi.
Eccessivo nelle irrazionalità della sceneggiatura; truculento senza motivo fino al fumettone splatter; allungato come un brodo da concentrato chimico.
Tutto gira attorno a questa morale un po’ deboluccia per imbastirci un intero film, a maggior ragione in una commedia nera: del fare o non fare piani nella vita.
Il regista cerca ma non riesce affatto ad essere graffiante fino in fondo contro la società discriminatoria e classista della Corea del Sud, quella che fa i soldi facili e s’arricchisce con la tecnologia virtuale con cui ha rincoglionito il mondo intero. La pellicola gira un po’ troppo a vuoto su se stessa dimostrando l’ovvio, cioè che ricchi e poveri, servi e padroni, sono tutti di una stessa pasta e puzzano allo stesso modo.
Un finale troppo fiacco poi, moralistico e perciò appiccicaticcio: “Faccio i soldi, mi compro la casa da signori per papà e mamma invece di continuare a fare il parassita”, questo alla fine il sogno naif del protagonista… ma se proprio il film ha premesso fin dall’inizio che la società tutta è parassitaria, allora il protagonista sognatore dovrà pur sempre continuare ad essere parassita per raccattare i soldi e far campare a sua volta quei due genitori superstiti e parassitari altrettanto, uguali sputati ai loro figli.

Frase del film:

Se non hai un piano niente può andare storto!

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