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Quello a cui i cospirazionisti non credono

19 marzo 2021
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Siamo in gabbia ormai da un anno mentre subiamo passivamente giorno dopo giorno una deriva psicotica fomentata da un giornalismo sempre più sciacallesco, terroristico, infame. È uno stillicidio indegno! Un’istigazione alla pazzia che andrebbe punita con la legge marziale. Sì, sono per la legge marziale contro questo modo criminale d’informare che istiga alla confusione mentale e all’irrazionale, davvero inqualificabile per la professione. Una professione che dovrebbe custodire una responsabilità enorme ma che di fatto sta creando un danno epocale a furia di perpetrare imposture senza fondamento né verifica dei fatti. È oltre un anno che TV, stampa e Web stanno prolificando paure collettive a non finire. Diffondono a tappeto una valanga merdosa di mistificazioni, panico immotivato, allarmismi, false notizie, sensazionalismo da quattro soldi giocando come il gatto col topo con le ansie della gente tappata in casa. Gente comune. Gente inerme. Gente passiva. Gente evirata di giudizio critico dopo decenni di TV commerciale, Quiz a premi o telegiornali che sembrano piuttosto televendite del cazzo. Gente in perenne stato confusionale.

Colgo quindi l’occasione per tradurre e pubblicare qui di seguito un pezzo di Tim Harford editorialista del Financial Times, uscito pochi giorni fa sul The Atlantic. Harford trae un po’ le conclusioni sul tema inquietante del vero e del falso, della fede o del dubbio indiscriminati. È un articolo sul veleno del cospirazionismo dilatato in America quindi espanso nel mondo intero come un cancro ai polmoni del pianeta. È una riflessione ponderata sulla pandemia morale, sugli abusi pianificati della negabilità illimitata che hanno inquinato ormai definitivamente l’ecosistema della comunicazione globale a furia d’esercitare uno scetticismo malato e acritico, incapace di autoanalisi. Soprusi cognitivi che deformano in fabbriche di menzogna non solo chi l’informazione (cioè la disinformazione) la crea e la diffonde (i mass media) a favore dell’opinione pubblica, ma anche chi l’informazione la interpreta e la subisce, cioè i lettori critici (sempre più pochi) e i fruitori/propagatori di bufale/fake news sui social o i siti online (in vertiginoso, angoscioso aumento).

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Quello a cui i cospirazionisti non credono

Distinguere un dubbio eccessivo da una convinzione eccessiva può aiutarci a spiegare come riportare un cospirazionista alla realtà.

Alcune persone credono nelle cose più straordinarie. Che la terra sia piatta, che il GPS degli aerei siano truccati per indurre i piloti a credere il contrario. Che i vaccini per il COVID-19 siano un pretesto per iniettare microchip che controllano il pensiero in tutti noi. Che il vero presidente degli Stati Uniti è ancora Donald Trump…

“Come può una persona sensata credere a questo paccottiglia?” è una domanda che viene abbastanza naturale. Tuttavia non è questa la domanda più urgente da porsi. I teorici della cospirazione credono a idee strane, vero. Ma queste convinzioni stravaganti poggiano su solide fondamenta di incredulità.

Per pensare che Trump sia ancora il presidente degli Stati Uniti, come fanno alcuni nel movimento QAnon, devi esercitare il dubbio radicale. Devi dubitare del giornalismo praticato da qualsiasi mezzo di comunicazione mainstream e di qualsiasi credo politico; devi dubitare di tutti gli esperti e delle élite politiche;  devi mettere in dubbio la magistratura, l’esercito e ogni altra istituzione americana. Una volta che hai completamente screditato tutti loro, solo allora puoi iniziare a credere nei signori delle lucertole, nei profeti alieni o che l’ascensione di Trump sia praticamente dietro l’angolo.

Il confine tra dubbio eccessivo e credenza eccessiva è una distinzione senza differenze? Non credo, perché è una distinzione che ci aiuta a spiegare come riportare un cospirazionista alla realtà. Bisogna riconoscere che un cospirazionista è una persona che già diffida di ciò che dicono le fonti più autorevoli. Si dovrebbero porre domande tranquille, invitando il teorico della cospirazione a spiegare e a riflettere sulle sue convinzioni, piuttosto che avanzare prove o citare gli esperti. Però le prove e gli esperti, ricorda, sono esattamente ciò che il cospirazionista ha già rifiutato in partenza.

Quando qualcuno ha deciso di ignorare i fatti ovvi, ripeterli non lo persuaderà a trovarne il senso. Ma quando alle persone gli si concede tutto il tempo e lo spazio per spiegarsi, possono pian piano iniziare a individuare le lacune nelle proprie conoscenze o argomentazioni. Gli psicologi Leonid Rozenblit & Frank Keil hanno coniato l’espressione “l’illusione della profondità esplicativa” per riferirsi al modo in cui la nostra sicurezza di sé si accartoccia quando siamo invitati a spiegare idee apparentemente semplici.

L’attenzione all’eccessiva credulità distrae dal problema del dubbio eccessivo, che è ovunque nel nostro moderno ecosistema dell’informazione. Siamo tutti capaci di fare ragionamenti coerenti, di credere a ciò che vogliamo credere. Ma siamo anche tutti capaci di dubitare di ciò in cui vogliamo dubitare, e le ricerche hanno scoperto che il ragionamento coerente ha un potere speciale quando assume la forma del dubbio.

Un paio di decenni fa, gli psicologi Kari Edwards & Edward Smith hanno condotto un esperimento in cui hanno chiesto ai loro soggetti di leggere semplici discussioni su argomenti politicamente delicati quali la pena di morte. Hanno quindi invitato queste persone a produrre ulteriori discussioni e contro-argomentazioni. Non sorprende che Edwards e Smith abbiano scoperto che i preconcetti sono determinanti: le persone trovavano più facile discutere nella corrente di pensiero delle loro convinzioni precedenti.

Ancora più sorprendente era che questo pregiudizio fosse più evidente quando i soggetti si ponevano all’attacco, cercando di confutare un argomento che non gli piaceva, rispetto a quando invece stavano soppesando argomenti che erano inclini a difendere. Quando cercavano di confutare una posizione sgradita, trovavano utile fare lunghi elenchi di motivi per dubitarne. L’incredulità scorreva liberamente e il pregiudizio in ciò che le persone rifiutavano era molto più chiaro del pregiudizio su ciò che accettavano.

I propagandisti hanno capito da tempo questa stranezza della psicologia umana. Negli anni ’50, quando Big Tobacco dovette affrontare prove crescenti che le sigarette erano mortali, l’industria trasformò il dubbio in un’arma. Rendendosi conto che i fumatori desideravano ardentemente credere che la loro abitudine non li stesse uccidendo, Big Tobacco concluse che l’approccio migliore non fosse quello di provare a dimostrare che le sigarette erano sicure. Piuttosto, avrebbe semplicemente sollevato dubbi sulle prove emergenti che le sigarette fossero pericolose. La famosa “Dichiarazione di Frank ai fumatori di sigarette” del 1954 riuscì a sembrare socialmente responsabile e allo stesso tempo rassicurò i fumatori che “i ricercatori hanno pubblicamente messo in dubbio” l’importanza delle nuove scoperte.

Mettere in discussione pubblicamente le cose è ciò che fanno da sempre i ricercatori, ma questo non importava. Il messaggio astuto dall’industria del tabacco ai fumatori era: “Tutto questo è complicato ma noi presteremo tanta attenzione in modo che non debba farlo tu”. Quando ci troviamo di fronte a prove sgradite, non abbiamo bisogno di molte scuse per rifiutarle.

Trump sembrava canalizzare questo flusso di pensiero quando ha sfruttato prontamente un panico morale su alcune storie palesemente stupide – “false notizie” – creando uno slogan per diffamare i giornalisti più seri. Mentre noi dei media ci torcevamo le mani alla sola idea che la gente potesse credere che il Papa avesse appoggiato Trump, Trump stesso si rese conto che il vero pericolo – e per lui, la vera opportunità – era diverso. Non che la gente credesse in simili sciocchezze, ma che si potesse convincere a non credere a un giornalismo autorevole e accuratamente selezionato.

Deepfakes“, la tecnologia che crea filmati plausibili di persone che dicono e fanno cose che non hanno fatto, forniscono una lezione simile. (In questo momento sembrano spopolare i deepfakes di Tom Cruise.)

Una ricercatrice ha rassicurato Radiolab che “se le persone sanno che esiste una tale tecnologia, allora saranno più scettiche”. Potrebbe forse sbagliarsi su questo, ma sono più preoccupato che abbia ragione – che i deepfakes creino cioè un mondo di negabilità illimitata. Qualsiasi cosa dici, qualsiasi cosa fai, anche se le telecamere ti stanno riprendendo, puoi sempre affermare che non è mai successo. Non siamo ancora a questo punto, ma la traiettoria non è certo rassicurante.

I giornalisti devono prendere più seriamente il problema del dubbio armato. In particolare, quei gruppi che controllano i fatti, come PolitiFact, FactCheck.org e Snopes, devono fare molta attenzione a non alimentare il cinismo. Il rischio è di creare la sensazione che le bugie siano onnipresenti, motivo per cui i migliori verificatori dei fatti dedicano tanto impegno a spiegare ciò che è vero quanto a smascherare ciò che è falso.Cover-1

L’ultimo ammonimento qui è il classico del 1954 di Darrell Huff, How to Lie With Statistics (Come mentire con le statistiche). Il libro di Huff è intelligente, perspicace e malizioso, e potrebbe essere il libro di statistiche più venduto mai scritto. È anche, dall’inizio alla fine, un avvertimento continuo che le statistiche riguardano solo la disinformazione e che non si dovrebbe crederci più che a uno spettacolo di magia. Huff finì per testimoniare in un dibattito pubblico al Senato che le evidenze che correlavano fumo e cancro erano tanto pretestuose quanto le prove che collegano le cicogne ai bambini. Il suo seguito inedito, How to Lie With Smoking Statistics è stato sovvenzionato da un gruppo di lobby del tabacco.

Sì, è facile mentire con le statistiche, ma è molto più facile mentire senza di esse. È pericoloso avvertire che le bugie sono universali. Lo scetticismo è importante, ma dovremmo riconoscere con quanta facilità può raggomitolarsi nel cinismo, un rifiuto riflesso di qualsiasi dato o testimonianza che non si adatta perfettamente alle nostre idee preconcette.

Gli eventi del 6 gennaio ci hanno mostrato che il pensiero complottista può avere gravi conseguenze. Ma non si tratta solo dei teorici della cospirazione. I tratti psicologici che conducono alla tana del coniglio della teoria della cospirazione sono in una certa misura presenti nella maggior parte di noi. A tutti noi piace ascoltare le persone che sono d’accordo con noi. Siamo tutti inclini a rifiutare prove indesiderate. Siamo tutti più coinvolti da storie drammatiche che da crudi dettagli politici. E a tutti noi piace sentire che abbiamo intuizioni del mondo che mancano agli altri. A nessuno piace sentire di essere presi per stupidi, quindi dubitare presto e spesso può sembrare la cosa più intelligente da fare. E se vogliamo pensare con chiarezza al mondo, lo scetticismo è una buona cosa.

Ma è possibile averne troppe di cose buone. La fede indiscriminata è preoccupante, ma il dubbio indiscriminato può essere anche peggio.

TIM HARFORD