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Cinema e vino, giusto qualche concatenazione vagante

31 marzo 2021
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Cinema e vino, giusto qualche concatenazione vagante
Il montaggio è tutto diceva Orson Welles. Il montaggio è tutto anche per Hitchcock che in Psycho (1960) era affiancato da George Tomasini alla moviola. Folgorante la graduale, rapidissima sovrapposizione d’immagini quando il teschio della mamma combacia – il tempo di qualche fotogramma – sul volto di Norman Bates che nella sua psiche sdoppiata si è ormai definitivamente trasferito alla “personalità” della madre.
“We all go a little mad sometimes.”

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Provo allora a fare un piccolo montaggio errabondo delle scene di Hitch dedicate al vino, è solo un gioco mentale per puro divertimento mio che ne scrivo e magari sarà divertente pure per chi legge.
In Rear Window – La Finestra sul Cortile (1954) Lisa Fremont (Grace Kelly) ordina una cena in casa dal mitico 21 Club da consumare assieme al fidanzato con la gamba ingessata L.B “Jeff” Jeffries (James Stewart) nel suo appartamento di scapolo al Greenwich Village.

Il vino è un Montrachet, è tutto quello che sappiamo. “It’s a Montrachet” dice la bellissima ed elegantissima Grace Kelly. Al bicchiere sembra un orange wine o è un vecchio Montrachet ossidato? Pare che in un’intervista Hitch abbia dichiarato di aver usato un banale Puligny Montrachet Rosè de Pinot Noir. Il grande regista inglese attraverso questi dettagli relativi ai personaggi presumo abbia voluto evidenziare ancora di più la personalità di Lisa molto raffinata, attenta ai dettagli del buon vivere per cui lo avrebbe senz’altro riconosciuto fosse stato un vino andato a male, oltretutto stappato da un dipendente del 21 Club che avrebbe dovuto a sua volta riconoscerlo qualora ci fosse stato un difetto. Forse negli anni cinquanta in Borgogna, come in tante altre zone vinicole del mondo, i vini bianchi mantenevano ancora un minimo legame con le bucce di partenza? Forse non erano ancora diventati quella bevanda scialba e smorta, sterilizzata di sostanza, chiarificata a morte, filtrata all’eccesso fino a produrre quelle odierne oscenità farmaco-enologiche trasparenti giallo-paglierine in circolazione ovunque, bevande idroalcoliche inutili che in molti si ostinano ancora a definire “vino”?IMG_4987

 La relazione Jeff/Lisa – tema preponderante in Hitchcock – è il matrimonio come gabbia e degrado del sentimento. Jeff è un fotografo squattrinato, un avventuriero sempre in giro a caccia di foto uniche in zone pericolose del mondo ora momentaneamente bloccato sulla sedia a causa di un incidente. Lisa invece è una figlia della agiata e superficiale high society di Park Avenue nella quale vive ma da cui si distingue nettamente per eleganza, per bellezza non solo esteriore.
Il film si chiuderà in maniera ambigua, a lieto fine probabilmente per Lisa che riuscirà a strappare una promessa di matrimonio a Jeff. Lui dopo aver visto la morte con gli occhi si ritroverà anche con l’altra gamba ingessata. Lei legge un libro sull’Himalaya subito sostituito da una rivista patinata d’alta moda. “Perché andare sull’Himalaya quando abbiamo scalato il K2 al Greenwich Village?” Sembra suggerire nel finale il regista allo spettatore attraverso lo sguardo ammaliante di Lisa. La rivista patinata riflette la passione di Lisa per la moda come a dire, “matrimonio o non matrimonio ognuno è in gabbia nella propria personalità”. E intanto lo tiene incastrato a sé ancora per un pò, almeno finché la seconda ingessatura guarisca.
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Tornando al vino nel film. E se fosse un semplice sidro o un tè? Considerazione più che legittima direi. Perché stappare una bottiglia così costosa quando l’illusione del film può farti credere che stai stappando un Montrachet ma in verità è un sidro da pochi soldi o un tè da prove di scena? Hitchcock era sí scrupoloso, perfezionista, maniaco del dettaglio ma era anche un uomo molto pratico non un fanatico della realtà alla Stanislavski che nelle scenografie teatrali pretendeva un’accuratezza ossessiva anche negli oggetti e nei dettagli fuori scena – fuori cioè dalla visione del pubblico – perché gli attori non dovevano fingere di essere solo dei personaggi ma erano quei personaggi. E se fossero i colori della pellicola, l’atmosfera crepuscolare con le luci rosse sullo sfondo della scena ad alterare il colore del vino nei bicchieri? Il vino nel bicchiere, ribadisco, non è un bianco limpido e chiarificato borgognone come siamo abituati da decenni a questa parte. Questo è piuttosto evidente, a prescindere dal timbro fotografico della pellicola. E se fosse lo stesso brandy che sorseggiano poco più avanti durante il film? Anzi se quello che ci viene presentato come brandy fosse a sua volta tè, sidro o Puligny Montrachet rosè? Sono certo comunque che la gran cura dei dettagli di Hitch, che era anche un buongustaio, non l’avrebbe mai portato a confondere/manipolare il pubblico con densità e colori di bevande diverse, e questo non tanto per uno scrupolo di ordine morale bensí per rigore estetico.

Cary Grant ovvero John “The Cat” Robie, in Caccia al Ladro – To Catch a Thief (1955), versa due bottiglie all’assicuratore inglese. In terrazza è una bottiglia coperta, una bordolese. A tavola invece all’apparenza sembrerebbe un vino alsaziano dal formato della bottiglia, probabilmente un rosato o un pinot nero molto scarico. Certo potrebbe anche essere un vino della Mosella o del Reno ma il fatto che il film sia girato sulla Riviera francese ci lascia immaginare che anche il vino sia d’origine francese.Hitch

Più avanti durante il film l’implacabile, americanissima signora Jessie Stevens di Tulsa Oklahoma, madre ricca e volgare di Frances interpretata ancora da Grace Kelly al suo più magnetico grado di sensualità, afferma tranchant: “Io bevo solo bourbon. Versate pure lo champagne nella Manica.”

“Bourbon’s the only drink. You can take all that champagne stuff and pour it down the English Channel. Well, why wait 80 years before you can drink the stuff? Grape vineyards, huge barrels aging forever, poor little old monks running around testing it just so some woman in Tulsa Oklahoma can say it tickles her nose…”

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