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Il sorriso del filosofo universale

30 luglio 2020
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Democrito, che ‘l mondo a caso pone.

(Dante, Inferno, IV,136)

L’autoritratto giovanile di Rembrandt come Democrito, il filosofo sorridente (1629), ritrae il grandissimo pittore ventenne la cui cera rimanda ad un incarnato livido, cadaverico addirittura. Rembrandt nei panni di se stesso giovane che assume il sorriso di Democrito d’Abdera sembra osservarci dalla quinta temporale di un teatrino d’ombre sprofondate nei mulinelli del tempo tumefatto. Le labbra socchiuse scoprono la fila superiore dei denti. Dallo sguardo disincantato, rivolgendosi inconsapevolmente ai fantasmi degli osservatori passati presenti e futuri, traluce fuori baricentro una fiammella d’ironia amara che travalica lo stesso disincanto. È una piena consapevolezza di sé; una apparente, spensierata coscienza del proprio genio pittorico, della propria missione d’artista: raffigurare il mondo degli uomini e della natura infondendo in essi una vita più vera della stessa vita, un respiro così potente e animato quasi come il miracolo della creazione racchiuso in un processo biochimico.

C’è una dossografia piuttosto nutrita sulla vita di Democrito (460-370 circa a. C.) che lo vorrebbe morto oltre i cent’anni, indifferente ai successi e alla gloria mundi. Il filosofo greco esortava alla vita contemplativa (bíos theôrêtikós) incentrata sui valori della libertà, della temperanza, della giusta misura. I titoli delle sue opere, tutte perdute nei vortici della storia, sono Grande cosmologia (attribuita da Teofrasto a Leucippo), la Piccola cosmologia (sulla fisica) e il Della serenità dell’animo (sull’etica). Di lui purtroppo ci restano solo alcuni frammenti.

Democrito, allievo di Leucippo, è tra i fondatori dell’atomismo per cui ogni cosa, dalla cenere all’anima, è composta di atomi. Nella sua cosmologia atomistica, che prevede una prospettiva materialista costituita dagli atomi e dal vuoto, tutto il resto che rientra nell’ambito delle sensazioni appartiene alla sfera soggettiva e ai capricci dell’opinione: «opinione è il colore, opinione il dolce, opinione l’amaro…».

Dalla voragine dei secoli che ci separa dal contesto vitale di Democrito, il flusso spumeggiante delle opinioni/sensazioni umane si è stratificato sempre più in una mucillagine vischiosa troppo spessa che separa la nostra identità dallo strapotere di condizionamento delle società post-industriali in cui viviamo alla ricerca strenua di temperanza, libertà e giusta misura. Il colore il dolce l’amaro, manipolati a proprio piacimento nella stanza dei bottoni dall’industria alimentare come è il caso dell’enologia, ad esempio, da opinioni puramente soggettive sono state tramutate con artifici farmacologici in caratteristiche oggettive, in valori organolettici determinati, in funzioni ritenute intrinseche a un vino specifico. Il consumatore medio sovrastato da questa oggettività artefatta si adegua inerme, incapace di distinguere con il proprio gusto personale condizionato all’origine perché il palato degli umani nell’ultimo secolo è proprietà diretta delle stesse multinazionali alimentari: manipolatrici del gusto. Maledettissime industrie della nutrizione di massa che con la scusa di sfamarci padroneggiano le nostre tendenze capricciose al dolce al salato al grasso all’amaro, all’acido, da quando siamo in fasce fino al letto di morte.

«Se cerchi la tranquillità, fai di meno» afferma un frammento folgorante del pensatore atomista. Il caso del vino naturale fatto dai vignaioli, il far meno, l’aggiungere zero ingredienti estranei se non l’uva, rappresenta un approdo ideale di larvata tranquillità. Il vino naturale ha segnato una rottura rilevante della massiccia tendenza normativa disumana e disumanizzante all’omologazione del gusto, un conato di libertà fuori dalla gabbia del banale e dell’appiattimento, dove i cosiddetti “difetti” se armonizzati al resto accrescono in complessità invece di sottrarne. Anche se di controcanto il rischio a cui può incorrere anzi in cui sta incorrendo tutto il movimento ahimè è quello di omologarsi a sua volta su atteggiamenti ripetitivi, su protocolli banalizzanti, altrettanto grigi, studiati a tavolino, convenzionali: la convenzione del naturale.

Ora la riflessione che volevo proporre a partire da Democrito, relativa all’opinionismo d’accatto che ai nostri giorni è moneta corrente più che mai in ambienti correlati alla gastronomia, dal giornalismo di settore all’ultimo dei coatti semi-analfabeti su Facebook, è di assumere un’attitudine più scanzonata nei confronti delle nostre opinioni, su noi stessi, sugli altri e sul mondo in generale. Sarebbe utile oltre che necessario, prendersi meno sul serio. Sorridere di se stessi innanzitutto senza accanirsi su posizioni rigide che non tengano conto del relativismo di fondo sotteso ad ogni percezione soggettiva. Entusiasmarsi invece di spaurirsi dinanzi alla complessità polifonica del mondo sdoppiata tra scienza e sentimento. Una complessità multiforme e spesso insondabile ai nostri sensi smarriti sulla superficie delle cose mentre, come ricorda sempre Democrito «la verità è nel profondo». Le percezioni soggettive non sono che un miraggio, una distorsione dei sensi, un’opinione arbitraria che la nostra arroganza inerpicata di parole e piagnistei ci fa presumere quali verità assolute, senza mai sondare per davvero i fondali in questo immane abisso di verità pre-umane. È bene quindi mantenere un animo virtuoso che non si restringa al chiuso orticello delle nostre opinioni ricevute, che non si sclerotizzi al tran-tran delle convinzioni indotte dall’esterno. È essenziale ispirarsi ad una visione cosmica quanto più aperta alle variabili, bendisposta ai cambi di rotta, tesa alle possibilità irregolari e alle fluttuazioni strambe perché «la patria dell’animo virtuoso è l’intero universo».

Il filosofo universale col bicchiere di vino schietto in mano sostiene un bicchiere il cui contenuto rispecchia l’universo intero. Meglio poi se è vino sfuso in un bicchiere da osteria modello Amalfi per non soggiogare all’intimidazione delle etichette. Il pensatore universale sorride soprattutto di se stesso ed è un barlume vertiginoso di consapevolezza priva di fondo che in quell’attimo in cui sorride di sé diviene più empatico anche alla coscienza del dolore o della gioia altrui. Il filosofo universale, l’uomo microcosmo dell’universo per ribadire la concezione cosmica di Democrito, sorride senza reticenze poiché realizza infine che è meno influenzabile a differenza di quanto sono suggestionabili i troppi automi umani attorno a lui proni alle opinioni di seconda mano, sacrificati alle mode del momento, ai cibi precotti, alle fake news, ai gusti farlocchi, alle sensazioni scopiazzate, alle copie migliori degli originali, ai sapori contraffatti, ai sentori codificati, agli odori truccati, ai colori insinceri, alle vinificazioni depauperate, ai bocconi rimasticati, alle spremute sterili…

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Vino naturale Kosher per la Pasqua Ebraica

20 aprile 2019
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Perché non posso avere il vino che voglio durante la Pasqua Ebraica? Dovrò farmelo da me.

Traduco un articolo di Alice Feiring apparso ieri, 19 aprile 2019, sul New York Times intitolato: Why Can’t I Get the Wine I Want for Passover? I’ll have to make it myself, che è in qualche modo correlato al tema religioso della dieta kasher di cui ho scritto qui tempo addietro.

Un appunto che mi sento di fare alla Feiring è sul vino idealizzato nella sua componente essenziale d’uva così come riportato da Papa Francesco. Non ne sarei tanto sicuro – anzi sono totalmente scettico al riguardo – che durante il rito dell’eucarestia venga servito vino naturale, piuttosto sarebbe da approfondire il giro d’affari e gli interessi di filiera industriale che ci sono dietro al vino servito nelle messe in Vaticano, ma è meglio non scandagliare la faccenda, se ben ricordiamo Michael Corleone in Il Padrino parte III:

Ma più in alto salgo, e più il fetore aumenta.

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Come molte della sua generazione, mia madre Ethel, non è mai andata oltre il Manischewitz. Quella liquefatta gelatina d’uva era il nostro vino della casa che lei serviva a ogni Shabbat e durante le festività. Anche dopo che io stessa ho smesso di osservare le regole dello Shabbat e ho cominciato professionalmente a lavorare nel vino, mia madre non si è mai potuta spiegare la mia disperazione per non riuscire a trovare qualcosa di potabile per la Pasqua ebraica. Ogni anno sprecavo troppi soldi, speranze elevate e aspettative basse, traghettando le bottiglie approvate dal rabbino, nell’appartamento della mamma a Long Beach. A un certo punto, intorno al secondo bicchiere, Ethel sbottava: “Sai di cosa ha bisogno?” E mescolava un po’ del suo sciroppone Sweet Concord con il Borgogna kosher da 35 dollari che avevo portato io.

Sono cresciuta in una famiglia kosher abbastanza osservante e ho frequentato 12 anni di scuola religiosa. Mi hanno allevata per andare al college femminile della Yeshiva University, non di certo alla Stony Brook University, l’università pubblica di New York, e certamente non avrei dovuto diventare una scrittrice di vino. Ma ho fatto entrambe le cose. E quasi 20 anni fa, mi sono dedicata alla causa del vino naturale: la viticoltura biologica con nessuno degli oltre 70 additivi legali ammessi – cose come lieviti selezionati, batteri lattici, tannino in polvere, acidità aggiunta, agenti anti-schiuma e trucioli di legno – che possono essere presenti nella maggior parte dei vini, sia quelli kosher che in tutti gli altri. Le bottiglie profane che bevo io sono per lo più costituite da un solo ingrediente: l’uva.Screen-Shot-2016-04-19-at-12.31.44-PM

Il vino naturale è imprevedibile. Vanta un’enorme varietà di sapori. L’obiettivo dell’enologo è quello di tradurre il luogo da cui le uve provengono nel bicchiere, e ogni bottiglia porta un’impronta di ciò che è accaduto l’anno in cui quella bottiglia è stata prodotta. Questi vini non hanno alcuna somiglianza con i vini convenzionali o kosher che spesso seguono un percorso di omologazione accidentato di additivi per farli essere quali sono. Ecco quei vini non sono quelli che voglio sorseggiare io durante le feste o a tavola in qualsiasi altra occasione.

Non molto tempo fa, papa Francesco ha dichiarato che solo il mio tipo di vino, quello fatto con l’uva, è adatto all’eucaristia. Il che porta alla quinta domanda della mia celebrazione della Pasqua ebraica: perché, in questa notte, non sono in grado di trovare vini naturali kosher?18-best-art-savignac-images-on-pinterest-poster-vintage-vintage-savignac-posters

Bene, dovrei dire che ci sono due opzioni degne, entrambe fatte in quantità minuscole: Harkham dall’Australia e Camuna a Berkeley, in California. Ce ne dovrebbero essere di più. Prima della seconda guerra mondiale, prima del boom nell’uso degli additivi, la maggior parte dei vini erano naturali o abbastanza naturali. I produttori di vino ebrei e proprietari di vigneti hanno fatto vino kosher, il più famoso in Ungheria, dove fiorivano famiglie di produttori vinicoli come gli Zimmermann. L’Olocausto ha distrutto quell’eredità.Tokaj-Jewish-Wine-Heritage_Zimmerman_Ausbruch

Mio nonno che parlava Yiddish, nato in Ucraina nel XIX secolo, ricordava questa tradizione vinicola naturale. Ha fatto il vino nel nostro seminterrato. Uno dei miei primi ricordi di Pop, che mi ha insegnato ad annusare tutto prima che lo bevessi, era la sua disperazione per un lotto del suo vino tramutato in aceto. Finché è stato vino, era delizioso.

Kosher non significa che il vino sia benedetto; si tratta piuttosto che sia osservato e gestito solo dagli osservanti del Sabbath, dalla fermentazione alla stappatura; una regola valida come tentativo di proteggerlo dal vino utilizzato per l’idolatria.

C’è solo una soluzione: far bollire. Tali vini sono etichettati come “Mevushal” e una pagana (o anche una ragazza yeshiva decaduta come me) può servire a chiunque, anche ai più religiosi, qualsiasi vino kosher che sia stato prima bollito, parzialmente pastorizzato o prodotto da uve riscaldate. Mentre i metodi moderni per questa tecnica sono molto meno invasivi del passato, c’è da aggiumgere che le uve calde non producono il vino migliore e prevengono i fermenti naturali. Ciò significa che bisogna aggiungere lieviti selezionati e sostanze nutritive. Chiunque ami il vino opterà quindi meglio per un cocktail ai matrimoni religiosi.

Ma a Pasqua, è il vino che ti serve, e al tavolo di mia madre deve essere kosher. Ecco perché l’anno scorso ho provato a creare il mio vino: tradizionale, autentico, kosher e naturale.bootleggers-internal

È stato un progetto profondamente personale. Cioè, ho capito che non sono ancora molte le persone sul mercato del vino naturale kosher. Dopo tutto, come fai a sapere cosa ti manca se non esiste? “A nessuno importa e nessuno sa cosa vogliono perché non hanno visibilità”, mi ha detto David Raccah, del blog Kosher Wine Musings che beve solo kosher.

È stato anche uno sforzo costoso e logisticamente difficile. La certificazione kosher può costare fino a 10.000 dollari l’anno.

Dal momento che ho scritto di vinificazione nel Caucaso e sapevo che avrei potuto ottenere uva e spazio di lavoro a prezzi accessibil, ho deciso di fare il mio vino in Georgia. Un amico di un amico religioso si è messo a disposizione per gestire il vino per me seguendo le mie istruzioni. Tutto quello che dovevo fare era capire come pagare la certificazione kosher e affrontare la burocrazia.kosher-wine-for-high-holidays-1

Non è stato facile raggiungere il rabbino a Tbilisi. Era perennemente impegnato, sempre di corsa verso Kutaisi per una circoncisione o a Bagdati per un matrimonio.

Alla fine l’ho raggiunto su Skype. Dopo una lunga filippica sulle leggi religiose e del perché io, un’ebrea, amante del vino naturale ebrea ormai profana, non sarei mai riuscita a fare il mio vino, ho capito che eravamo del tutto disconnessi. Ho richiamato. Gli amici a Tbilisi hanno cercato di raggiungerlo. Il raccolto del 2018 è arrivato ed è andato via. Lo sprezzo del rabbino mi aveva fatto venire ancor più voglia di fare il mio vino kosher.

Fare il vino è rischioso. Hai bisogno del suolo giusto benedetto dal giusto clima. Hai bisogno di talento. Senza l’uso di additivi, fondamentale è la conoscenza e anche un po’ di fortuna. Ho un piano in atto e un altro rabbino in lista d’attesa per quest’anno. Sono determinata a fare qualcosa che anche Ethel e le sue amiche possano bere e apprezzare.

Riusciremo mai a superare il nostro desiderio di comprensione da parte dei genitori? Qualora ci fossero ancora altri dieci anni davanti a lei, mia madre non capirà completamente e non accetterà mai il mio rifiuto della vita religiosa. Se solo comprendesse perché ho dedicato decenni della mia vita a scrivere sul vino, intorno a questo magico e duraturo simbolo della vita, della cultura e dell’umanità, questo mi renderebbe ancora più felice. Ma per poterlo comprendere, deve essere prima in grado di poterlo bere.

[Alice Feiring è l’autrice di “The Dirty Guide to Wine: Following Flavor From Ground to Glass” e dell’imminente: “Natural Wine for the People: What It Is, Where to Find It, How to Love It.”]

Nadler

“L’Australia che mette voglia di bere uva fresca…”

25 settembre 2017
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Sam Vinciullo & Patrick Sullivan giovani vignaioli australiani crescono.

<<The less input and manipulation the better.>>

<<This is a drinker, not a thinker.>>

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Sam Vinciullo (Margaret River) & Patrick Sullivan (Yarra Valley) due winemakers quintessenziali dall’Australia del vino genuino generato da uve sane, succose e nutrienti; l’Australia a basso impatto TecnoEnologico ma ad altissima digeribilità; l’Australia che mette voglia di bere uva fresca e dissetarsi senza tregua!

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Vini Veri 2017 XIV edizione

15 aprile 2017
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Vini Veri 2017 XIV edizione

Quest’anno la realizzazione dell’immagine della XIV edizione di Vini Veri 2017 appena trascorsa era stata affidata ai bimbi della scuola dell’infanzia di Acquasanta Terme, paese terremotato in provincia di Ascoli Piceno. La scuola dell’infanzia come simbolo del futuro prossimo di rinascita, educazione civica e fiducia in un popolo – il nostro – d’antica gloria, malgrado tutto.

Mi sembra realistico pensare che in un bicchiere di “vino secondo natura” confluisca tutta la storia la geografia la politica l’economia l’ambiente l’arte la cultura le tradizioni popolari della nostra incommensurabile civiltà italica ancora fottutamente in vita, pure se sempre in bilico sull’orlo del precipizio tra disperazione e speranza. L’edizione era appunto dedicata alla Primavera in quanto scambio simbolico tra la morte dell’inverno e la Rinascita della vita primaverile.viniveriOltre 120 gli espositori presenti tra aziende dell’agroalimentare e produttori di vino provenienti dal Portogallo la Spagna la Francia l’Austria la Slovenia la Grecia e da tutte le regioni d’Italia ovviamente. 

Momento struggente di partecipazione corale è stata la degustazione-memorial in ricordo del vignaiolo friulano Stanko Radikon venuto a mancare lo scorso anno, tra i fondatori storici del gruppo #ViniVeri.17800283_1267048420076371_8822308550542282395_n In una sala quasi elettrizzata d’emotività psichica, mentre scorrevano le immagini di casa Radikon, i produttori, i conoscenti, gl’amici, i sodali, i familiari hanno laconicamente donato al pubblico un ricordo intimo che li accomunava, un sorriso velato dalle lacrime, un aneddoto di vita vissuta che li legava li legherà per sempre a Stanko come un filo invisibile di umana complicità. Dopodiché, in un rito collettivo propiziatorio, s’avvera ancora un altro scambio simbolico d’esorcismo della morte e di conciliazione con la rinascita; ci si alza tutti in piedi, i calici in alto anche loro, per l’addolorato ma fiducioso brindisi alla memoria, alla pace ultraterrena del vignaiolo d’Oslavia nel Collio Friulano. Un saluto doveroso. Un brindisi di devozione amichevole ovviamente con due vendemmie storiche del suo vino nei bicchieri, il Vino Vero di Radikon: la Ribolla Gialla 2004 e l’Oslavje 2001… zdravje Radikon, zdravje Stanko!

Queste invece le linee guida del consorzio Viniveri:

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Uomini e Donne Antiquati. L’osceno in etichetta l’illusione della libertà d’espressione funzionale al mercato Leviatano

2 febbraio 2016
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Vogliamo anche le RoseSarà che ho rivisto da poco il bel documentario di Alina Marazzi Vogliamo anche le Rose sul femminismo negli anni ’60 meglio sulla femminilità la parificazione dei sessi e le lotte di liberazione sessuale tra impulsi genuini, ribellismo anti-borghese – contestazione funzionale alla stessa borghesia contestata – e retorica politicizzata. Quindi in totale asimettria con le asfissianti logiche che governano l’archeologia virtuale per cui se pubblichi un articolo oggi online domani è già incartapecorito da secoli come fosse un papiro illegibile dell’antico Egitto (a meno che non si è egittologi), disseppelisco, ripropongo e traduco qui sotto un articolo uscito qualche paio d’anni fa su Punchdrink relativo ad argomenti sempre scottanti quali sesso sessimo maschilismo e simili connessi con le deliranti politiche di strategie di marketing del vino, naturale e/o convenzionale. foglioNe aveva solertemente fatto una divertita sintesi a caldo Fiorenzo Sartore su Intravino celebrando in special modo i feticismi e i fasti pornofili della – ben poco casta -, diva del cinema hardcore anni ’70 Brigitte Lahaie. Sartore rilascia però d’inquadrare in prospettiva piu sociologica o linguistica la questione che oggi più che mai in tema di tante invertite ipocrisie da Family Day e alla luce dei rigurgiti neopuritani vaticaneggianti dell’utlim’ora mi pare vada riproposta in chiave di critica dei segni`proprio una suggestione sempre effettiva che l’autore del pezzo Rémy Charest sembra ancora rivolgerci con insistenza. Le riflessioni in filigrana all’articolo pertengono l’ambiguità del marketing, l’omologazione del gusto sia nel settore del vino convenzionale che in quello del naturale e la commercializzazione dell’anima. Un tema questo che ci incatena tutti, un problema che credo non abbia purtroppo alcuna scadenza prefissata né tantomeno soluzione e riguarda l’uso proprio e l’abuso improprio dell’intelligenza umana a sfruttamento disumano del corpo-oggetto, – della femmina piu che del maschio -, a scopo di promozione L_uomo_e_antiquato__Considerazioni_sull_anima_nell_epoca_della_Seconda_Rivoluzione_Industriale_2873indegna, svendita del sé, branding usa-e-getta o propaganda svilente di un prodotto – sia esso un vino un alimento un elettrodomestico un automobile una suppostona aromatizzata al mango – destinati all’utilizzo al consumo e allo scarto immediato cosi come sempre più verosimilmente sfruttate consumate e scartate sono le nostre vite in formato digitale che dissolvono nello spazio-tempo di uno slogan pubblicitario dentro e fuori dal Web in pasto al tritacarne del Villaggio Mercato Globale.

Insomma, ripropongo quest’articolo datato anni luce secondo l’ottica distratta e iperveloce di Internet soltanto per riconfermare con la lentezza caratteristica dei lettori di parole su carta e sottoporre un po’ piu d’attenzione a chi ne ha curiosità, quanto Günther Anders già sessanta anni fa andava considerando sull’anima del genere umano, sulla distruzione della vita nell’epoca della seconda e della terza rivoluzione industriale nel suo oramai classico: L’ uomo è antiquato.

(gae saccoccio)

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Le Etichette di Vino Naturale tra Sesso e Sessismo.

Immagini di donne nude e riferimenti a tutto ciò che possa riguardare il sesso da un’eiaculazione al come portarsi una donna ubriaca a letto, sono diventati sempre più comuni sulle etichette dei vini francesi naturali. Come mai? Rémy Charest indaga su cosa si nasconde dietro questa tendenza.

Merry EdwardsBerreste mai o serviresre un vino chiamato “Tette Grossedomaine-pithon-paille-grololo-2011-etiquette” o “Strappa Mutandine”? La risposta della maggior parte delle persone probabilmente sarebbe “assolutamente no.” Tuttavia, se hai cenato in alcuni dei migliori ristoranti del paese, questi sono alcuni dei vini che potresti trovere.

Sono infatti i nomi di due vini ben noti nella categoria vagamente definita: “organico/naturale”. Grololo dal Domaine Pithon-Paillé in Anju, e Piège à Filles dal produttore della Touraine: Les Capriades. Solo i nomi sono in francese, ed è probabilmente questa la ragione per cui un certo tipo di etichette hanno in gran parte avuto un successo indiscusso in Nord America. Grololo è un gioco di parole sul Grolleau, la varietà d’uve della Loira da cui è fatto e “lolos” invece una parola un po’ infantile che sta per mammelle. Piège à Filles potrebbe essere letteralmente tradotto come “trappola per ragazze”, ma “contagocce per mutandine” o “strappa mutandine” ehm… descrive l’idea ancor più fedelmente.

Ci sono stati altri esempi del genere etichette “sexy” (o non sarebbe meglio dire sessiste?) all’interno della comunità dei viticoltori naturali. Pascal Simonutti ha prodotto bottiglie con fotografie di nudo integrale della pornostar degl’anni ’70 Brigitte LahaieCougar (in versione magnum, ovviamente). Un altro produttore Cyril Alonso invece se n’è uscito con una partita di Gamay nouveau che ha chiamato Cougar, con un preservativo infilato sotto l’etichetta rimovibile ed uno slogan del tipo: “Mi piacciono giovani.” Più di recente c’è stata una buona dose di discussione attorno ad una delle etichette più esplicite, una delle ultime annate cioè di J’en Veux (Ne voglio un po’), una cuvée dalla stella enologica del Jura Jean-François Ganevat. In etichetta c’è un disegno che mostra una donna, dal collo alle cosce, con la mano stretta sulle parti intime. Ganevat ha aggiunto più donne nude senza testa alle etichette di due cuvée per i suoi nuovi vini négociant: Cuvée MadelonDe Toute Beauté. De Toute BeauteSu Twitter, lo scrittore ed ex-sommelier Aaron Ayscough ha reagito così: “Ganevat è il Dov Charney del Vino Naturale. Discutiamone.”

Un altro esempio viene da Alice Bouvot e Charles Dagan, la coppia dietro Domaine de l’Octavin, sempre nel Jura. Hanno fatto un vino non filtrato frizzante chiamato Foutre d’Escampette, un gioco di parole sull’espressione francese “prendre la poudre d’escampette” (“darsi alla fuga”), con l’aggiunta però di quel “foutre” la parola francese che sta per sperma. Un… vino non-sboccato quindi chiamato “sperma sfuggito” o “sperma in fuga”? L’associazione di queste sostanze è quantomeno insolita, per non dire altro, ma questo non ha certo bloccato un blogger francese di vini naturali dal definirlo in una recensione dello stesso vino: “facile da inghiottire”.

Questa tendenza osé ha travalicato anche i confini della Francia. In sud Africa il produttore Craig Hawkins ha recentemente rilasciato un imbottigliamento della sua linea El Bandito con una foto a figura intera di una voluttuosa donna nuda tatuata vista di spalle. Mentre si trovava in

Austria di recente, Alice Feiring è incappata in un’etichetta con una donna nuda spiata attraverso il buco della serratura, e si è chiesta se anche gli uomini possa mai accadere di venir trasformati in oggetti sessuali su etichette di vino da parte di una produttrice donna.ganevat-cuvée-madelon-nature_2013-500x500

Usare il sesso per vendere alcolici non è esattamente un’idea nuova, ma i viticoltori naturali sembrano farlo in un modo ancora più sfacciato. “E non è questione di pari opportunità ma è una roba sessista”, come ha sottolineato Alice Feiring, quando le è stato chiesto a proposito di questa provocatoria tendenza del marketing. “Perché allora non mettere un cazzo in etichetta? Se proprio dobbiamo farlo allora facciamolo tutti, uomini e donne.”

Ad ogni modo rappresentazioni maschili e femminili non sembrano ancora avere una stessa base di parità, anzi. Cory Cartwright, di Sélection Massale, che importa Piège à Filles, ha detto di aver avuto molti più problemi ad ottenere l’autorizzazione del TTB (Tobacco Tax and Trade Bureau) riguardo a un altro vino, un’etichetta a fumetti per la bollicina di Frantz Saumon chiamata La Petite Gaule du Matin, espressione che descrive l’erezione mattutina. Ora, non avrebbe dovuto scandalizzare di più l’idea di portarsi una ragazza ubriaca a letto, che è questo il senso implicito dietro l’etichetta del Piège à Filles?

Tipicamente maschile?

La sommelier Pascaline Lepeltier, responsabile del vino al Rouge Tomate a New York City e grande esperta di vino naturale, è abbastanza scettica nei confronti di questo tipo di tendenze. “L’umorismo è praticamente al limite un po’ come ad una gara a chi ce l’ha più grosso”, dice Lepeltier. “In alcuni casi dietro questo tipo d’atteggiamenti c’è una sorta di attitudine punk, una filosofia anarchica, ma a volte è solo pura esagerazione.”

Questo umorismo ribelle da dito medio sempre alzato in aria ha proliferato nel mondo del vino naturale, legandosi alla prospettiva generale che presiede la comunità vitivinicola. Produttori naturali spesso si schierano su posizioni contro-culturali, criticando i marchi globali, la grande agricoltura e l’omologazione del gusto. Molti di loro rifiutano le rigide regole dei sistemi di denominazione europee che dettano leggi sulla scelta del tipo di vitigni o addirittura sul gusto che i vini devono avere. È un modo per rivendicare la loro libertà di espressione che, non sorprende, si fa strada con etichette che abbondano in giochi di parole e provocazioni d’ogni genere, come il Fabien Jouve di “Fuck My Wine”, che ha chiamato così il suo vino con un riferimento esplicito al Taxi Driver di Scorsese in polemica diretta contro rigorose e spesso strane regole dell’AOC (Appellation d’Origine Contrôlée). Il vino è ottenuto da uve tradizionali di Jurançon Noir della sua regione d’origine – nel Cahors, – che ora non sono più ammesse nei vini della medesima denominazione nonostante la sua lunga presenza nella zona.Petite Gaule du Matin

Tuttavia, utilizzare le etichette per promuovere una dichiarazione politica sulle regole dell’AOC è una cosa mostrare una giovane donna che si masturba in etichetta è tutto un altro paio di maniche. Invece di un gesto di liberazione sembra piuttosto essere un attaccamento al lato più sconcio e macho della cultura del vino tradizionale e della cultura francese in generale.
Lepeltier concorda sul fatto che, in alcuni casi c’è una chiara dose di sciovinismo: “Un tipo come Andrea Calek afferma esplicitamente che uno dei motivi principali per cui ha cominciato a fare vino è stato quello di ubriacarsi e scopare.” Balthus

Per la Feiring, qualunque sia il contesto, se l’umorismo è di natura sessuale o meno, la tendenza riflette una forma mentis “molto immatura e da collegiali” in una comunità del vino “suddivisa in tante fazioni” che tendono continuamente a gareggiare al rialzo per mostrare chi è il migliore. Un esempio di questo viene dal birrificio Voirons, in Savoia, che ha fatto una birra chiamata J’en Ai… (Ne ho avuta un po’vin_de_table_j_en_veux_-_2012_j.-f._ganevat__3_1). L’etichetta mostra il disegno di un ragazzo, scorciato dal collo alle cosce, mentre si tocca tra le mutande – un frecciatina giocosa  in risposta al J’en Veux di Ganevat.

Naturalmente anche trattando di questioni e di genere sessuale, scelte discutibili in etichettatura non sono dominio esclusivo solo del mondo dei vini naturali. Beam negli Stati Uniti, un colosso del vino e degli alcolici vende al dettaglio con molto successo un marchio di vini e drink chiamati “Skinnygirl“, mentre numerose altre etichette presentano la parola “Cagna” da sola o seguita da aggettivi quali “Regale”, “Sfacciata” o “Felice”.

C’è una notevole differenza nelle reazioni, però. Mentre i vini naturali di cui sopra sembrano avere via libera, i vini con la parola Cagna schiaffeggiata in etichetta sono universalmente evitati nel settore del commercio del vino. Il New York Times li ha bollati come “grezzi” in un articolo sulle nuove tendenze nel marketing delle etichette dei vini. Allo stesso modo, il marchio Skinnygirl è stato attaccato da numerosi scrittori e blogger come ulteriore aggiunta alla pressione psicologica che le donne già subiscono sul loro aspetto fisico. Una blogger si è spinta fino a definirlo, “Terrorismo sull’immagine del corpo delle donne“.

Allora, perché questa maggiore permissività coi naturali? Guilhaume Gérard di Sélection Massale, che importa Piège à Filles negli Stati Uniti, spiega che qui ci sono in gioco delle forti differenze culturali: “In Europa, il sesso ha smesso di essere tabù molto tempo fa. Quartieri a luci rosse puoi trovarli ovunque, l’accesso alla pornografia e gli atteggiamenti nei confronti del sesso sono molto diversi dagli Stati Uniti.” Jerez de la Frontera

Comprendere il sarcasmo dall’interno

Cory Cartwright, l’altra metà di Sélection Massale, pensa anche che tutto ciò abbia a che fare con un senso di comunità. “Piège à Filles era un nome suggerito come uno scherzo, e lascia di stucco. Si tratta di una piccola produzione di vino, fatta da un produttore che appartiene ad un piccolo gruppo di viticoltori dove tutti riconoscono tutti e un sacco di persone che vendono il vino conoscono personalmente il produttore e ciò crea un certo margine di tolleranza.”

Cartwright e Lepeltier, così come Lee Campbell – responsabile del vino al Reynard di Brooklyn – tutti sottolineano che il duo dietro Piège à Filles sono dei ragazzi estremamente ammodo, e venendo da loro, quell’espressione non poteva essere interpretata diversamente da quel che è cioè un goliardico scherzo da collegiali. “La maggior parte di questi vini sono realizzati in piccole quantità, per cui il popolo del vino naturale non fa altro che parlare a se stesso”, aggiunge ancora Alice Feiring e “ti permette di dire: ‘Oh, quel tipo è proprio un cazzone, ma fa davvero un buon vino’.”

Contestualizzati così questi giochi possono certamente diventare più accettabili. “Personalmente odio i vini Cagna”, afferma Campbell, “ma le ragazze se li regalano le une con le altre alle feste d’addio Magical Penis Wineal nubilato e cose simili e tutti sembrano pensare che sia una roba divertente.” Jo Pithon, del Domaine Pithon-Paillé, che produce il Grololo, sottolinea anche che il suo vino è stato utilizzato in California ad un evento di beneficenza per la ricerca sul cancro alla mammella: in tale contesto un vino che celebra i seni in etichetta assume tutt’altro significato.

L’ambiguità rimane comunque irrisolta. “Con tutto l’ingegno che si vede applicato per la realizzazione delle etichette dei vini, sarebbe così facile venirsene fuori con qualcosa d’altro”, dice Campbell, “questo è quel che mi suona strano.” Mentre viticoltori importatori e sommelier sembrano tutti sorridere alle rozze battute da festaioli sguaiati illustrate in queste etichette che pure vendono, è interessante notare come tendono a mostrarsi a disagio non appena gli viene chiesto il loro significato.

Spazzolare gl’ornamenti puritani e abbottonati del mondo del vino è, di per sé, un’idea giusta se questa promuove godimento, forse però è già meno divertente se genera imbarazzo.