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Sangiovese vitigno di razza purosangue

8 novembre 2017
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Sangiovese Vitigno di Razza Purosangue

A Siena, i primi di novembre dal 2 al 5, si è svolta la manifestazione Sangiovese Purosangue 2017 giunta alla sua VI edizione.
È già il secondo anno di seguito che ho il piacere di partecipare a questa intensa kermesse organizzata grazie alla caparbietà e all’impegno proattivo di Davide Bonucci – EnoClub – Siena che attraverso questa sua associazione promuove cultura del territorio e delle eccellenze eno-gastronomiche con il supporto di Marina Ciancaglini – Garage Wine all’ufficio stampa e alla comunicazione.

Per quattro giorni pullulanti di attività tra la Contrada della Lupa, la Fortezza Medicea (Sala Esposizione e Bastione San Filippo) e le aule esterne dell’Università di Siena nel Complesso S. Niccolò più un buffet al fastoso Palazzo Salimbeni con vista notturna impareggiabile su piazza del Campo, si sono succeduti seminari, conferenze, dibattiti, degustazioni, banchi di assaggio, incontri con i produttori inerenti al microcosmo Sangiovese. Ovviamente sangiovese di Toscana quasi tutto di indicazione geografica e denominazione d’origine garantita con qualche stimolante sconfinamento verso interpretazioni della stessa uva anche dalla Romagna e dall’Umbria.FullSizeRender 5Le conferenze tecniche, affiancate alla degustazione di alcuni Chianti Classico in merito alla corrispondenza suoli-vini – da San Casciano in Val di Pesa a Barberino Val d’Elsa a Greve, Castellina e Gaiole in Chianti, Castelnuovo Berardenga – hanno segnato uno dei momenti topici delle varie giornate. Professori universitari, agronomi, enologi, viticultori e produttori di vino si sono avvicendati con entusiasmo ad illustrare il loro sapere, a condividere le loro personali esperienze conoscitive sciorinandole a un folto pubblico di addetti ai lavori, critici, degustatori e appassionati del vitigno sacro della Toscana che i contadini meno docili e niente affatto addomesticati continuano ancora a chiamare come un tempo: San Gioveto.IMG_6836L’intera giornata si è succeduta nel solco d’un illuminante percorso di approfondimento razionale relativo alla nutrizione idrica e ricchezza minerale dei terreni; alla presenza d’ossigeno e azoto piuttosto che alla temperatura del terreno perché variegati sono i livelli termici del suolo così come, naturalmente, svariate sono le composizioni geologiche, le tessiture pedologiche, le trame organiche dello stesso. Suoli sabbiosi, suoli franchi, suoli argillosi etc. che determinano a loro volta la matrice di profondità, complessità, colore, struttura, salubrità, vigoria delle piante.FullSizeRender 5 Lo stato di salute dei portainnesti e delle radici impiantate in un terreno con caratteristiche specifiche caratterizzerà il tipo di uve maturate – sangiovese nel nostro caso seppur da innumerevoli cloni – le quali, a partire dal sistema d’allevamento, dai trattamenti, dalle macchinazioni e dai soprusi chimici in vigna o dalla cura della vitalità del terreno, dallo stile di vinificazione impostato e via discorrendo, daranno come risultato finale uno specifico tipo di vino piuttosto che un altro. Vino, si badi bene, che se non è stato eccessivamente manipolato con l’abuso delle tecniche enologiche di sintesi o ricorrendo alle accomodanti ma invasive pratiche d’affinamento da parte dell’uomo, dovrebbe, sempre del suolo, rispecchiarne la sostanza prima e ultima di frutto della terra squadernando infine nel bicchiere il senso complessivo del terroir.IMG_7035Il momento più illustrativo – sia in positivo che in negativo – di tutto questo fermento teorico è stato incarnato dalla batteria di degustazione delle micro-vinificazioni sperimentali caldeggiate dall’Associazione Classico della Berardenga. Nel nome di Leonardo Bellaccini, enologo della notabile azienda Agricola San Felice si riunisce, nel progetto suddetto, la raccolta/produzione di ventisette piccoli viticoltori associati che finalizzano i loro sforzi in tre etichette singole: Sabbia, Galestro, Macigno ovvero le tre più diffuse componenti di terreno da cui provengono le rispettive uve sangiovese; per quanto poi lo stile un po’ troppo Deus Ex Machina di vinificazione, fermentazione ed “elevamento” della cantina madre tenda alquanto ad appiattire/omologare nel legno gli sforzi fatti in campagna proprio nell’ottica di differenziare, zonare e separare la produzione delle uve dai suoli appunto a maggior presenza di sabbia, galestro o macigno.FullSizeRender 5Altri excursus teorici riguardavano le potenzialità delle moderne tecnologie geomatiche per la viticoltura, tema ancora forse un po’ troppo avventuroso relativo alle geotecnologie avanzate che sconfinano dai dipartimenti di scienze fisiche della terra e dell’ambiente con l’applicazione di droni, laser ed elicotteri a effetti speciali tipo Indiana Jones ma che al momento hanno ancora ben poche, oscure e alquanto confuse implicazioni in viticoltura.
O ancora la conferenza su Geologia e cartografia geologica dei Monti del Chianti: implicazioni per la produzione vitivinicola da cui in buona sostanza, sulla scia dei mille ragionamenti circa la zonazione vitivinicola e olivicola della provincia di Siena attinente ad uno studio seminale del Costantini (20006), è emersa come criticità ed urgenza la grande questione, attualissima seppur spinosa, delle menzioni geografiche – questione particolarmente politica, geografica, burocratica, commerciale. Menzioni geografiche anche più ristrette e circostanziate di quelle comunali a cui s’accosta l’aggiunta negli ultimi anni della definizione in etichetta della Gran Selezione che pare aver creato più confusione che chiarezza, soprattutto nel panorama già ingarbugliato di suo dei mercati esteri.IMG_7037Dalla giornata dedicata invece alle elucubrazioni sulla “Sostenibilità in Viticoltura” a parte qualche tipica deriva pseudo-accademica nazional-pop e una spiacevole ma ahimè diffusa attitudine universitaria specializzata in tentata vendita di Master “Operazionalizzati” come fosse Antani Management Sustainaibility Sbiriguda Prematura Trallallà… cioè a dire fumo negl’occhi ammantato di scientificità, nonsense e anglicismi ingiustificati, paralogismi inconcludenti e supercazzole con la pala raffazzonate dalla retorica vacua del “sostenere la sostenibilità”, ho però avuto modo di apprezzare, menomale, un puntuto, ben argomentato seminario su I profili giuridici del vino con particolare riguardo al vino biologico.FullSizeRender 6 Soprattutto però ho ammirato un intervento molto sentito e trasparente dell’agronomo/contadino Lorenzo Costa sul Recupero dei terreni marginali con pratiche agronomiche sostenibili, in cui l’intellettuale militante, lo scienziato sul campo ha raccontato senza veli né ipocrisie, la sua esperienza di vita diretta, gli ostacoli burocratici, le lotte quotidiane, la fatica, il piacere, l’utilità di recuperare terrazzamenti abbandonati per farne terreni adatti alla coltivazione d’ortaggi. La cura, gli sbattimenti, la tutela del paesaggio chiantigiano attraverso la manutenzione dei muri a secco, la devozione alle asperità e delizie della terra, l’uso di un’agricoltura vitale di sacrificio – che poi è uno stile di vita, un modello di pensiero olistico – agricoltura come processo collaborativo di crescita improntata al buon senso perché, e qui il Dott. Costa citava ben a ragione Frederick Kirschenmann:

“Con l’agricoltura convenzionale abbiamo perduto la conoscenza di come cooperare con il suolo. Un sistema sostenibile è un sistema vivente (…) adottare un sistema sostenibile è un processo non una tecnica.”

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Purtroppo non ho avuto modo di assistere al seminario che si preannunciava scintillante fin dal titolo, dedicato a I difetti e le virtù. La percezione positiva del Brett e della volatile, la sua valutazione estetica… argomento complesso minato di ambiguità speculative, contraddizioni produttive, feticismi organolettici, forzature ideologiche, polemiche di marketing legate alla perfezione dell’imperfetto, che richiamano alla mente le ottocentesche riflessioni dell’hegeliano Rosenckranz sull’Estetica del Brutto.710CaEQGR8LSi sono succedute poi verticali e approfondimenti di annate con i vini del Castello di Monsanto; con il Chianti Classico Riserva Badia a Coltibuono assieme a Roberto Stucchi, produttore di non comune sensibilità e intelligenza; e ancora sempre buonissimo ma fin troppo trascurato dal pubblico non di nicchia, il Chianti Rufina Riserva Selvapiana (Bucerchiale) di Federico Giuntini, con una profondità di annate sventagliate in batteria a dir poco incredibili che andavano dalla 1958, 1965, 1973, 1980, 1983, 1993, 2000, 2009 alla 2013.IMG_7036 2Un giorno intero invece, dalla mattina alla sera con il contributo indispensabile di Seila e Pier Lorenzo miei nuovi brillanti compagni di bevuta dei vini ben fatti e genuini, compagni terroir_isti comme-il-faut per dirla con l’amico agronomo terroir_ista Bertacchini, ci si è concentrati all’assaggio compulsivo delle bottiglie in campo, focalizzandosi alla degustazione “geosensoriale” dei tanti, anche troppi, sangiovese in batteria. Erano quasi 250 vini con un focus sull’annata 2007 da cui abbiamo deciso di battezzare la giornata d’assaggi massicci.  Trenta erano le bottiglie dei 2007 presenti d’altrettanti produttori in lista. Annata la 2007 alla fin fine di succosa sostanza seppur adombrata dalla precedente 2006, vendemmia quest’ultima, almeno in Toscana, di maggior struttura, complessità, eleganza ed equilibrio.FullSizeRender 5Produttori e vini erano classificati negli areali di produzione sull’esempio della decisiva mappa in rilievo del Masnaghetti (I Cru di Enogea) che ben cartografa i vigneti proponendo una fotografia verosimile dove è mostrata in evidenza l’importanza delle altitudini, il significato ultimo delle esposizioni, la parcellizzazione delle zone a maggior vocazione vitivinicola da Nord a Sud, da Est a Ovest del Chianti Classico.IMG_6772– Area Chianti Classico/ Vini Chiantigiani
San Casciano Val di Pesa
Greve in Chianti – Montefioralle
Greve in Chianti – Lamole
Greve in Chianti – Panzano
Val D’Elsa
Radda in Chianti
Castellina in Chianti
Gaiole in Chianti – Gail Alta
Gaiole in Chianti – Monti in Chianti
Castelnuovo Berardenga

IMG_6839– Area Senese
Siena
Casole D’Elsa
San Gimignano
Chiusi
Pienza
Montepulciano

– Area Aretina
Casentino
Bucine

– Area Fiorentina
Chianti Rufina
Certaldo
Montespertoli
FiesoleIMG_6838– Area Pisana
Terricciola
Palaia – Pisa
Volterra

– Area Grossetana
Cinigiano
Castel del Piano
Manciano
Montana

Montalcino

– Umbria
Perugia
Torgiano

IMG_6803Al netto delle dovute considerazioni da fare in merito a variabili quali annate diverse, riserve, vini d’entrata e tenuta del tappo che possono più o meno condizionare/pregiudicare l’integrità di un vino, una premessa necessaria quando si assaggiano considerevoli batterie di così tanti vini, va fatta circa l’imparzialità del palato di chi degusta e talvolta malamente giudica, palato che è praticamente inondato, neutralizzato, bruciato da centinaia di schiocchi di lingua, gorgheggi, gargarismi, risciacqui, borborigmi orali e sputaggi.

Dovessi comunque scegliere una risma sommaria ma sentimentale d’etichette da questo caleidoscopio di sangiovesi provati – massì, sangiovesi al plurale perché non si dà un solo sangiovese come ben dimostrato proprio in questa sede -, degli assaggi fatti in giornata quelli che più hanno assecondato certe mie propensioni all’equilibrio dell’insieme, alla freschezza d’agrumi dissetanti maturi al punto, alla succulenza balsamica, al nerbo d’acidità, tensione muscolare, polpa carnosa, croccantezza del seme, sapore quasi umami e “mineralezza” al retrogusto… caratteristiche quintessenziali nel vino e a maggior ragione in questa occasione visto che qui parliamo di vini a base dell’uva santa Sangiovese, sono in ordine sparso e casuale così come elencati:

Cigliano, Chianti Classico (San Casciano Val Di Pesa)

Villa Calcinaia, Chianti Classico (Greve in Chianti – Montefioralle)

Altiero, Chianti Classico (Greve in Chianti – Montefioralle)

Podere Castellinuzza, Chianti Classico (Greve in Chianti – Lamole)

Ormanni, Chianti Classico (Val D’Elsa)

Castello di Radda, Chianti Classico (Radda in Chianti)

Val Delle Corti, Chianti Classico (Radda in Chianti)

Montevertine 2007 (Radda in Chianti)

Pomona, Chianti Classico (Castellina in Chianti)

Tregole, Chianti Classico (Castellina in Chianti)

Badia a Coltibuono, Chianti Classico (Gaiole in Chianti – Monti in Chianti)

Felsina, Chianti Classico Riserva Rancia 2007 & 2011 (Castelnuovo Berardenga)

Monte Chiaro, Chianti Colli Senesi (Siena)

Le Macchie, Macchie 2007 Terre di Casole Sangiovese (Casole d’Elsa)

Alessandro Tofanari, Fantesco Sangiovese (San Gimignano)

Capitoni, Orcia Sangiovese Troccolone (Pienza)

Ornina, Ornina Rosso (Casentino)

Selvapiana, Chianti Rufina (Chianti Rufina)

Casale di Giglioli, Sangiovese & Chianti (Certaldo)

Antonio Camillo, Morellino di Scansano (Manciano)

Le Chiuse, Brunello di Montalcino (Montalcino)

Piombaia, Rosso e Brunello di Montalcino (Montalcino)

Sanlorenzo, Brunello di Montalcino Riserva 2007 (Montalcino)

Santa Maria Colleoni, Brunello di Montalcino (Montalcino)

Ventolaio, Rosso di Montalcino (Montalcino)

Cantina Margò Carlo Tabarrini, Margò Rosso Umbria IGT (Perugia)

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De Amicitia. Brunello di Montalcino Conti Costanti 1985

29 novembre 2016
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15267509_1137508419697039_3413647907100742162_nBrunello di Montalcino 1985 Conti Costanti Viticultori

Per quanto d’annata eccezionale, non è affatto scontato che un Sangiovese dopo 31 anni custodisca ancora dentro di sé quell’alito brioso di frescura salmastra, quel soffio d’energia interiore al gusto di radici, vivificato da un’integrità sempre ben aderente alle fragranze succose della materia liquida o perché no, materia psichica? dato che il vino, quando è vino, nutre forse più l’anima che il corpo!

Essenza di melograno, fave di cacao, trito di funghi alle narici; lucentezza rossopompeiana alla vista.

Dopo la scaraffatura – passano un paio d’ore – il vino ha mantenuto tuttavia una pienezza di vitalità costante per tutto il tempo della sua durata nel calice, dimostrando così, – ancora una volta alla prova del tempo – una coerenza di temperamento in assoluta affinità col patronimico di questo grande e buon Brunello di Montalcino del Colle al Matrichese.

L’abbinamento ideale sulla pizza della settimana Farinè, con pecorino Toscano, funghi cardoncelli, nepitella e olio di noci è stato combinato dal Dio Caso a celebrare degnamente non solo l’amicizia tra cibo e vino ma sopra ogni cosa a consacrare il compleanno – anticipato di qualche giorno – del fraterno amico Angiulill che qui riabbraccio a me e saluto con tutto l’affetto che posso.fullsizerender-copy-3

Le Trame 2006: Il Vino di Giovanna

31 ottobre 2016
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img_5527Chianti Classico “Le Trame” 2006 – Podere Le Boncie di Giovanna Morganti – San Felice (Castelnuovo Berardenga).

Vino prodotto da una vigna-giardino di viti ad alberello. L’assemblaggio d’uve diverse (l’uvaggio, parola sinuosa) è composto in percentuale più alta dal Sangiovese, con aggiunte di altre varietà ancelle tipiche quali Colorino, Mammolo e Foglia Tonda a smussare gli spigoli e le asperità acidule del vitigno principe ancor più accentuate da un terreno altamente calcareo.
Il lavoro quintessenziale di Giovanna Morganti si svolge con profondo scrupolo in vigna a maggior ragione con queste sue piante ad alberello che necessitano cura costante, carezze rudi e lavorazioni manuali allo scopo di evitare qualsiasi forma invasiva d’interventismo farmaco-chimico.img_5524Le condizioni micro-climatiche dell’annata 2006 – assai simili alle celebrate 1997 e 2001 – possono essere definite in linea molto generale: “altalenanti” anche se su questo ritornerei volentieri a confrontarmi con la stessa Morganti conversando, senza limiti di tempo, proprio sull’andamento stagionale dell’annata.
Inverno nella media, primavera mite, ritorno al freddo nel periodo maggio/giugno. Caldo a luglio, temperato in agosto. Settembre assolato e poco piovoso con escursioni termiche giorno/notte definitive per la maturazione fenolica equilibrata e la fondamentale concentrazione zuccherina dei grappoli.
Fermentazioni naturali in cantina grazie ai lieviti indigeni dell’uva, affinamento in tonneaux (500 litri) e in botti grandi (1500 litri) prima dell’imbottigliamento.

A tema con il suo nome folgorante: Le Trame, una trama d’abbinamento mediterraneo eventuale è stata quella ben riuscita sere fa con una frittata di ricotta di pecora e za’atar la mistura profumatissima di spezie citriche nordafricane, al gusto d’agrumi verde-gialli, che ho riportato fresca fresca al mio rientro dal Libano e che proprio a Beirut ho mangiato in tutte le salse a colazione sulla tipica pizza medioerientale (manakish o za’atar manouche) oppure a pranzo e a cena sui loro caratteristici yogurt aciduli l’ayran, il labneh.img_5528Giovanna Morganti è appartata e generosa viticoltrice a San Felice. La sua casa è la cantina. Il suo mistico giardino segreto invece è la vigna dove alleva, dove cura come fossero bambini al nido, le piante di sangiovese – per la gran parte – e canaiolo, mammolo, colorino, foglia tonda. Le Trame, il suo Chianti Classico figlio – o figlia? – maggiore è quello da 10 e lode. Il declassato ad IGT invece si chiama 5 – battezzato così con sottintesa ironia come il voto scolastico senza infamia e senza lode che si appioppa agli scavezzacolli. Eppure io il 5 l’adoro proprio per questa sua fama di randagio svogliato, temperamento ribelle di “succo d’uva” indisciplinato che me l’ha reso incondizionatamente simpatico, fraterno fin da subito: robustezza di corpo, asprezza di frutto, sapidità di fossile marino (ma perché sanno di sale i fossili marini?).. lo venero il 5, lo amo proprio in quanto vivificante sale della vigna! Lo riconosco fratello di sangue e lo tracanno quale rivelazione più spontanea del terreno altrettanto aspro, salino, scosceso, dolcemente sassoso proprio come i solchi sulle mani di Giovanna, specchio fondo della sua anima tanto riflessiva in cantina eppure così iperattiva in vigna.dt-scheherazade-vaslav-nijinsky-golden-slave-boxer_620Da un foglietto volante ritrovo un breve appunto di qualche anno fa:

Podere “Le Boncie”: Le Trame (2012) e il 5 (2013) a confronto.

Giovanna e Giorgio, questo vostro sangiovese stupendo è un balletto del Bol’šoj in “equilibrio instabile” che coreografa nello spazio e nel tempo: dramma, felicità, eleganza, mistero.. inscenando alla perfezione la pantomima senza fine tra Uomo e Natura sempre in punta di piedi sull’orlo del precipizio dell’Annata.

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Al Podere “Le Boncie”, una perfetta giornata di sole autunnale con Gino Della Porta e Giovanna Morganti e il suo bellissimo paradiso di vigna alle nostre spalle!

13445397_1805743399653885_7606132054751870024_nIl vino di Giovanna è supremo amore, proporzione armonica d’intervalli gestuali tra il cielo, la mano, la zolla, l’acino.
Il vino di Giovanna canta e risuona rosso vivo nelle nostre vene al ritmo con la musica delle sfere celesti.
Il vino di Giovanna è una melodia liquida di struggente bontà salmastra, stoica bellezza, schietta onestà.
Il vino di Giovanna è sì il vino di Giovanna ma anche, sopra ogni cosa, è il vino di noi tutti che amiamo il vino nella sua imperfetta perciò sostanziosa e sostanziale umanità.

Podere il Palazzino “Grosso Sanese” Chianti Classico 2008

30 luglio 2016
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FullSizeRender copy 6Podere il Palazzino “Grosso Sanese” Chianti Classico 2008 su carnaroli, cicoria di campo, pomodorini secchi e freschi, scalogno, extravergine a crudo, una noce di buon burro.risoIl vino rosso d’accompagnamento al riso, appena versato nel bicchiere addolcisce le piacevoli amarezze salivate dalla cicoria mentre rimbomba come un temporale tra le montagne. Montagne di boschi inviolati da cui alita una brezza frescolina che s’appiccica resinosa alla pelle, rianimando all’istante: fiori di basilico e di rosmarino, mentuccia e finocchietto selvatici, porcini, corteccia d’abete. Quasi poi che la mano invisibile ma risoluta d’una divinità dell’uva benefica spuntasse dalle nubi michelangiolesca, sbriciolando fra le dita un paio d’ettari d’alberese, galestro e sangiovese a Monti in Chianti; spremitura tra cielo e terra di qualche botte beata della Toscana più umana e possibilmente meno maledetta. È una divinità benevola difatti, rassicurante, leale, chiantigianese.. ed è subito Grosso Sanese 2008. 

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Ornina 2012 e Calzone ripieno con Insalata di Pantelleria

22 luglio 2016
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13770241_1818190661742492_7346467102745281906_nCalzone della settimana da Farinè con ripieno di insalata pantesca.. attention please, potrebbe provocare tossicodipendenza istantanea.
C’abbiamo abbinato l’Ornina Wine 2012 (Sangiovese e Malvasia Nera) dell’amico Marco Biagioli, per la mia esperienza una delle bottiglie più felici di sempre dell’azienda casentinese che ha tra l’altro appena inaugurato la nuova cantina.

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FullSizeRender copyUn campetto d’origano spontaneo, della lavanda in fiore, alberi di gelsi neri fusi a una pineta sopra una scogliera chiazzata di capperi selvatici, il tutto poi ben strizzato goccia a goccia dentro la bottiglia definiscono quel che risulta essere un vero e proprio gioiellino di vino: un rosso unguento dissetante e prezioso sia all’esofago che all’encefalo. Miracolo terrestre d’abbinamento cibo/vino! Anche su pizza con provola affumicata, pomodori cuore di bue e pesto di basilico il vino scendeva giù una meraviglia anzi anche troppo, che in tre non si è neppure avuto il tempo di brindare alla salute d’ognuno di noi, i calici alzati a salutare l’inizio dell’estate… che il vino era già bello che finito felicemente a rinfrescarci il gargarozzo.

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Grissini Mortadella Tappi Legni Acqua e Qualche Buon Vino

17 luglio 2016
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11Serata di piacere ma soprattutto di decifrazione perenne del vino quale ossessivo oggetto di studio, stimolo di elevate meditazioni e campo magnetico di ragionamenti fitti senza fine; un campo minato per davvero, attraversato assieme ad alcuni cari amici d’annasata, sorseggio ed eventuale sputaggio.

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Nonostante si discuta e si parlerà esclusivamente di vino, mi sovvengono qui non a caso le parole che Gaston Bachelard da buon vecchio filosofo empirico e acuto osservatore della natura dedicava all’acqua. L’acqua origine della vita, sorgente del mondo, foce profonda dell’immaginazione creatrice. Anche perché più che polvere, acqua siamo e acqua torneremo.

È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Gaston Bachelard

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  •  Domaine Ramonet – Chassagne-Montrachet Premier Cru “Boudriotte” 1998

[Già al tappo sentori di zucchero caramellato e melassa acetosa. Nel calice l’ossidazione temuta non si smentisce né al naso né tantomeno al palato e difatti si fa fatica a buttarne giù anche un mezzo bicchiere ed è proprio lì nel bicchiere che rimane prima di altra più consona destinazione cioè la sputacchiera che detta in francese suona forse un po’ meno irriguardoso e più elegante: crachoir.]

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[Volgarissimo centrifugato di legni nuovi tostati ai fuochi fatui del cimitero della fragranza nel vino. Uve verdi raccolte crude, questa l’impressione duratura dall’inizio alla fine. Sensazione  terminale – sì proprio “terminale” come si direbbe di un malato moribondo sul letto d’ospedale – di vernice grossa e grassa appena spennellata sugl’acini: anche qui sputacchiera o crachoir, fate voi.]

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[Cambia il terroir, cambia l’appellation, cambia la mano del produttore, cambiano le vigne ma come nel precedente Domaine Niellon stessa volgarotta paccottiglia di legno e uve stracotte ammandorlate assieme. Ultra-barriccaggio della materia vinosa fino a bruciarne l’essenza al punto da buttar via così tutto il bambino con l’acqua sporca. Uno si aspetta di bere del vino bianco rinfrescante e vivo non un decotto di burro d’arachidi arso su padella e imbottigliato; non un infame infuso di zucchero caramellato al sentore di disboscamento e tronchi d’albero sventrati di fresco. Sputacchiera anche in questo caso ahimè, come nei precedenti due.]

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{[Nella parentesi graffa che non chiuderò, è contenuta una bestemmia tacita, invisibile e lunga un paio di centinaia di pitagorici chilometri moltiplicati alla radice quadrata di due (√2), così, tanto per dare sfogo alla rancura di ritrovarsi dinanzi alle fetenzie puzzolenti d’un tappo fungino – cioè contaminato di (TCAtricloroanisolo maledetto-in-culo. E mannaggia a Dioniso, questo Silex doveva essere, almeno nell’aspettativa di pre-apertura bocce e nei ricordi di alcune bevute precedenti della ’99, forse il vino più splendido-splendente della serata..]

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[Finalmente della buona, verace, vecchia freschezza propria alle uve sane al loro giusto grado di maturazione atte ad essere spumantizzate. Fragranza liquida, croccantezza di frutto, fluidità di bolla spessa e compatta. Beva felice. Trasfigurato senso – ma ben venga – di amena ciclicità dell’esistenza vegetale, umana, animale, minerale, esistenza ciclica degli oggetti tutti. Una dissetante, limpida energia luminosa che sgorga dal calice fino alle estremità della gola dove esplode potente tipo fronte delle cascate Vittoria confluendo dallo stomaco alla mente in tutta sincerità, brio e scorrevolezza. Sboccatura dell’Aprile 2015, il ricorso alla sputacchiera, è immaginabile, in questo caso non è affatto consentito o meglio non è neppure agognato come negli altri vini snocciolati fin qua.]

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[Non ho, meglio, credo non avevamo e non abbiamo dubbi ma è questo il vino della serata. Vibra dolceamaro al palato, una pomiciata impetuosa con morsi e risucchi sulla lingua tra le tue labbra e il vino succulento: femme fatale lunatica e lunare rivestita di salsedine, di tralci, d’acini e foglie di vite. Le Bourg è parcella di un ettaro che accoglie vigne quasi centenarie di cabernet franc.. Il Cabernet Franc della Loira che dai preliminari, le carezze e i baci febbrili passa subito ai fatti strizzandoti e travolgendoti nel suo dominio disinibito di possessione e appagamento dei sensi. Su pasta al pesto rosso mediterraneo della Taverna Pane e Vino a Cortona.]

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  • Mme. François De Montille – Volnay Premier Cru “Les Champans”  1973

[Bevuto alla cieca. Il colore vivo, l’agrume rosso sanguigno, una trama tannica per nulla spenta e l’acidità spiccata facevano pensare ad un sangiovese chiantigiano d’altezza elevata, a un nebbiolo d’alta Langa con i suoi richiami mentolati e screziati di liquirizia, ma avresti difficilmente pensato ad un Pinot Nero di Borgogna con oltre quarant’anni sul groppone. Certo – è questa ormai la prova provata dall’esperienza di bevitore tignoso e smaliziato – ma le terziarizzazioni tendono ad omologare lo spettro olfattivo-gustativo d’ogni buon vino da invecchiamento già dopo qualche decennio, quadrando sempre un po’ il cerchio tra i tre supremi vitigni del caso, ovvero: Sangiovese, Pinot Nero e Nebbiolo. L’Annata ’73 in Borgogna come a Bordeaux è risultata essere particolarmente insulsa, anonima e magra eppure di tutta la batteria assieme al Clos Rougeard ’07 di cui sopra, è proprio questo Volnay il vino che più ha appagato la scia umorale di vuoto vertiginoso e amara inquietudine spalancatasi sotto i nostri piedi dai primi quattro vini sversati tristemente nel crachoir.]6

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[Anche questo alla cieca, ma per una svista sulla scaletta di presentazione è venuto subito dopo il Volnay e il Clos Rougeard per cui non è stato apprezzato nella misura appropriata come avrebbe dovuto essere se fosse stato servito ad esempio subito dopo i primi bianchi derelitti. Ritengo necessario rimarcare quanto riportato in retroetichetta* dalla Madame. È un vero e proprio manifesto d’onestà produttiva intellettuale che ha ormai fatto scuola e di cui riporto a seguire lo stralcio più significativo: “Questo vino, nel corso della sua evoluzione naturale in bottiglia, presenta o presenterà un giorno un deposito nobile e naturale nel fondo. È questo un segno della vita del vino in bottiglia. Voler evitare questo deposito attraverso filtrazioni o altro, vuol dire rimuovere dal vino la sua stessa vita ed una gran parte delle sue intrinseche qualita. *Traduz. mia.]7

  • Domaine Robert Chevillon – Nuits-Saint-Georges “Les Cailles” Premier Cru 1976

[Alla cieca anche questa. Nessun riferimento di sorta. Sfuggente, nullo e acciaccato già al naso. Il Domaine ha una storia che origina dai primi del ‘900 ed è stato per me la prima volta che l’assaggiavo. L’annata ’76 con un’estate molto calda, sembrerebbe essere di quelle eccessivamente tanniche e squilibrate. Vuoi il mantenimento della bottiglia, vuoi la tenuta del tappo ormai tutto rinsecchito – sono pure passati quasi quaranta anni mica era ieri – ma il vino non era più materia viva neppure da poter comprendere di testa, gustare con il cuore, recepire con tutti i sensi, decifrare ad istinto.]IMG_2142

  • Castello Poggio alle Mura Brunello di Montalcino 1964

[Prima che venisse fagocitato dall’ingombrante mastodonte enologico Banfi. Il vino come se non addirittura peggio che nel precedente Nuits-Saint-Georges, si presentava nel calice come cosa piatta, materia inerte, sostanza ormai morta, alga marina prosciugata sulla riva. Resta solo l’amaro di mandorle stantie in bocca e al naso persiste quel tipico sentore pungente di stracci intrisi d’acqua stagna sovrapposto all’aroma acre di cartoni impregnati dalle muffe di grotta. Nient’altro da aggiungere a parte che – discorso valido per tutti i vini più vecchiotti e ragionamento lucido riportato da Madame Leroy nella medesima etichetta di poco fa – mi piacerebbe riassaggiarlo da una bottiglia mantenuta immobile per oltre mezzo secolo nella stessa cantina a temperatura costante così da ritrovarsi a stappare magari un sughero meno striminzito e chissà, a bere forse un vino fresco e vivo e non un liquame rattrappito e polverizzato come il tappo che avrebbe dovuto preservarlo.12

A corollario di questa riflessione finale aggiungo pure che non è certo il principio di vanagloria fondamentale e intento ideale di ogni produttore di vino quello di creare una bevanda che perduri decenni o affini per secoli, ma semplicemente quello di imbottigliare dei vini che durino finché ce la fanno a seconda del caso o di variabili scostanti ed incotrollabili per cui – è la dura legge fisica della nascita e della morte – ci si può ritrovare davanti a dei vecchi vini maturati miracolosamente in bottiglia o, come molto più spesso capita, a della scura brodaglia imbevuta d’aceto.]

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Metodo Classico 2014 dalle Vigne d’Ornina (Casentino)

13 febbraio 2016
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Azienda Agricola Ornina.

Inverno

Sabrage di spuma e fecce col coltello da pane altroché sciabole! Di un rosa struggente, sostanza cremosa e bolle tante seppur crude, è presto ancora. Ne ha senz’altro un bel po’ di anni davanti a sé, tutto il tempo e lo spazio sopratutto di riposare sui lieviti in cantina prima d’affinarsi per benino, ma già adesso a un primo assaggio l’esperimento sembra assai riuscito e fa presagire una esemplare compiutezza futura.

Evviva Marco Biagioli, evviva il suo metodo classico del Casentino a base delle sue vecchie vigne d’Ornina (Sangiovese Malvasia Trebbiano) della ostica annata 2014!sabragemeetIMG_6457

Autunno

Sempre rimanendo in ambito di sperimentazione curiosa e divertita ma portata avanti con onesta serietà, abbiamo invece qui delle uve Aleatico del Casentino; aleatico del casentinocon queste piante relitto recuperate dal C.R.A. per la viticoltura di Arezzo, Marco ha tirato fuori un vino che relitto non è proprio per niente, anzi! Damigiana da 28 lt la produzione totale e questa è la num. 26 delle 37 bottiglie prodotte!

Appassimenti

L’appassitoio è parola splendida che odora – dolceamara – d’autunno. Parola e luogo che sanno di bucce d’uva che s’aggrinzano, impregnati d’una certa nobiltà delle muffe e peccaminosa santità contadina, spaziotempo più della memoria, solaio riposto di strumenti antichi, angolo d’ammutolita penombra dove dita sapienti intrecciano fili di corda ai frutti dell’estate sfumata via.

Appassitoio

 

Ampeleia 2004 – IGT Costa Toscana

10 febbraio 2016
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Ampeleia

Ampeleia, al di là di questa cantina nel cuore della Maremma c’è una coppia svizzera, gli originari proprietari che acquistarono il podere abbandonato negli anni ’60: Erica e Peter Max Suter. Il forte medioevale di Roccatederighi è proprio lì a due passi che si distende sulle colline metallifere. L’avventura agricola vera e propria Ampeleia così come la conosciamo oggi, nasce però nel 2002 con il contributo carismatico dell’Elisabetta Foradori assieme a Giovanni Podini. Molti dei loro vini portano nomi che richiamano idee ancestrali e concetti profondi ripresi dalla cultura greca antica: Kepos, Empatia, Ampeleia. Ora è fin troppo risaputo che il più grande nemico in Maremma è un eccesso di calore o una troppa esposizione delle viti al sole, da cui potrebbero risultare vini mollicci o sgradite surmaturazioni. Come fanno dunque ad Ampeleia a combattere contro un tale insidioso avversario? L’altitudine! In realtà “tre altitudini” diverse come ci tengono a ricordare Marco Tait, Simona Spinelli e Leonardo Mucci che sono i veri motori mobili ed immobili dietro il magnifico progetto di cui si ragiona! Ampeleia di Sopra è dove troviamo appunto il più dei vigneti tra 450 e 600 metri s.l.m. ed è proprio questa gradazione d’altitudini la ragione principale nello specifico dell’etichetta che qui si sta trattando a fare la sostanziale differenza. Ecco allora la vendemmia 2004 di questo assemblaggio di Cabernet Franc, Sangiovese ed altri quattro vitigni Mediterranei che nonostante i suoi 12 – dodici – anni sul groppone eppure suona così fresco al naso e canta in bocca ancora assai vibrante, ventilato di mentuccia e origano, saporoso, ininterrotto pentagramma di frutti armonici e bilanciata acidità! ampeleia retro

Nella piovigginosa luce di un tardo pomeriggio di febbraio a piazza San Francesco proprio affianco al ciclo leggendario di affreschi della Vera Croce. In bottega – Terra di Piero tanto per esser chiari – dall’oste più brillante del circondario l’amico caro Cristiano Duranti Leggenda vera croce particolareman mano che fuori il temporale s’addensa ci si intrattiene a smangiucchiare tra un sorso e l’altro del suddetto vino maremmano strisce di un prosciuttino casentinese che definire memorabile sarebbe minimizzare banalizzandone la bontà che non merita tanti aggettivi ma solo assaggi hic et nunc su fetta di pane sciocco fragrante.Prosciutto

ps.

A proposito di pentagrammi e di aretinitudine proprio l’oste Cristiano mi ricordava che la vicina Talla nel Casentino ha dato i natali a Guido Monaco, inventore immortale della notazione musicale.

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Podere San Donatino Poggio Ai Mori Chianti Classico 2011

6 febbraio 2016
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Poggio ai Mori 1

Podere San Donatino (Castellina in Chianti) acquistato nel 1971 da Léo Ferré il grande poeta e chansonnier francese. A gestire l’azienda c’è ora la moglie Maria Cristina Diaz con i figli. Poggio ai Mori 2Fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, temperature non controllate, macerazioni sulle bucce – circa tre settimane – poi i vini restano sulle fecce fini per diversi mesi. Questo Chianti Classico Poggio ai Mori viene affinato solo in acciaio mentre la Riserva riposa per almeno due anni in vecchie botti di rovere da 30 hl. Sangiovese nudo-e-crudo al 100% da vendemmia manuale. Sangiovese commestibile già alla vista, nutriente fin al naso; trama rustica e sincera, l’abbinamento più raffinato sarebbe con del pane scuro e salame del contadino ma fuor di retorica contadina per carità, cantando da soli – sottovoce per non sembrar matti – “Les Anarchistes” di fronte al tramonto senese tra la luce che stinge il paesaggio, il bicchiere sempre da riempire, il caos dell’universo oltre e al di qua del sole.