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Il falso mito della vera qualità

24 dicembre 2018
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Forse qualcosa c’è, anche se è poco più dello zero.

Anageto, matematico presofista

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Il falso mito della vera qualità

Per toccare con mano la schizofrenia irrefrenabile dei tempi in cui viviamo basta sfogliare una rivista che pur trattando con una certa serietà editoriale di informazioni internazionali, dissemina tra una pagina e l’altra inserti pubblicitari che talvolta contraddicono palesemente al senso dei contenuti. È la dura lex del mercato che assicura – assicura economicamente parlando dico – la trasmissione del sapere. È il paradosso delle mezze verità che permettono – grazie all’arbitrio dei padri-padroni delle notizie – il viavai delle informazioni su carta, in digitale, per radio o in TV, proprio grazie a quegli sponsor commerciali senza i quali anche questa rivista da cui traggo buoni stimoli intellettuali e informazioni utili, chiuderebbe all’istante. 

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Eppure tutto ciò è atroce! Qualche volta anche grottesco se non addirittura illuminante, notare tanta marchiana stridenza come nel caso d’inserti pubblicitari che invitano a sbevazzare spumanti temibili, bevande alcoliche di dubbio gusto e altri vinacci dal farlocco valore artigianale reperibili in GDO, cioè al supermercato, a cui segue, o precede, l’inserto di un medicinale contro il mal di testa, sponsor pubblicitario sicuro benché poco rassicurante della casa farmaceutica finanziatrice dello stesso spazio in vendita al miglior offerente.

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Se provassimo con De Saussure a fare uno smontaggio semiologico del sistema di segni linguistici incrostati nella brutta pubblicità di un prosecco anemico presa nel mazzo del settimanale che stiamo leggendo, verrebbe fuori che parole chiave quali:

*raccolto a mano*

*passione*

*millesimato*

*tradizione*

*qualità*

*filiera*

*sublime*

diventano immediatamente parole svuotate del loro senso originario. Parole castrate a sangue. Parole depotenziate per mettere in scena “rappresentazioni collettive” inautentiche di un prodotto falsificato dai pubblicitari quando non è addirittura snaturato all’origine da chi quel prodotto alimentare lo fa e lo introduce sul mercato.

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Una sorta di magia nera applicata dagli stregoni del marketing per cui può apparire tanto sublime, della tradizione etc. anche un croissantaccio congelato per essere poi rigenerato all’Autogrill di turno o al Bar dello Sport del paese, quanto un panettone tradizionale d’alta pasticceria venduto a caro prezzo per giustificare i costi degl’ingredienti ricercati e le fatiche di un lavoro d’artigianato scrupoloso, quando è plausibile anche se molte volte è incerto che sia così, tutto da verificare, pure se le etichette tra le righe, possono darci qualche controindicazione di massima se solo imparassimo a leggerle.

Artigianale, ecco a proposito un’altra ricorrente parola chiave con cui fare i conti in questi tempi di falsificazione d’ogni nome, cosa e persona. Il tutto a svantaggio del consumatore finale che subissato da tanto fumo negli occhi d’illusionismo “a parole”, non ha più alcuna certezza, resta acefalo, vaga confuso, privo della cognizione critica che dovrebbe stimolarlo a riconoscere il raccolto a mano dal raccolto a macchina, ovvero espropriato malamente della capacità di distinguere il vero dal falso, offuscato com’è dalla ragnatela di mistificazioni appiccicose che s’insidiano con viscidezza inestirpabile dietro la facciata della presunta passione e della autocertificata ma pur sempre inattendibile qualità.

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