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Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicità

22 ottobre 2020
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Con l’angoscia nel cuore, proseguo alcuni ragionamenti sulla falsariga di una meditazione anacronistica da Persuasori occulti nella cupa era Cambridge Analytica, già intrapresa qualche settimana fa in merito alla pubblicità che parla al culo più che al cervello della gente.

Coltivazione sostenibile

comunità di Agricoltori

Biodiversità

insetti impollinatori

Presentate così in grassetto a rimarcarne la centralità, queste parole-chiave esprimono tutta una serie di immagini pseudo-etiche e pensieri benigni (benigni almeno sulla carta) che rimandano all’ambito altruistico dell’attenzione, della cura, dell’impegno, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Se tentiamo di scrostare quel grassetto in PVC come fosse una finta ceralacca ci accorgiamo però subito di essere in presenza di una mistificazione bella e buona. Siamo cioè davanti alla tipica, maligna operazione di marketing che abusa a scopi di lucro dei magnifici ideali e dei concetti generosi oltre i quali, (cioè oltre il grassetto), restano solo parole smorte, gusci marci svuotati di sostanza a raccontare una merce alimentare seriale: farine biscotti succhi panini salumi vini formaggi. Una merce neutra altrimenti anonima senza la poesia suggestiva degli aggettivi, impoverita di sapore, sterile di proprietà nutritive, uniformata all’appiattimento, priva di gusto e consistenza che lascia in bocca nulla più che frustrazione, malcontento, amarezza.i-persuasori-occulti
Oltretutto questo genere di operazioni pubblicitarie stucchevoli da parte delle grandi industrie alimentari con tutta la retorica fasulla della Coltivazione sostenibile e della Biodiversitàdepotenzia all’origine il messaggio finale di quelle poche produzioni artigianali invece che sono veramente costituite da una comunità di Agricoltori. Una comunità contadina dispersa e disperata che con enorme fatica lotta per la propria sussistenza nella guerra senza quartiere dei prezzi stracciati. Una guerra persa per le sparute comunità di contadini e agricoltori. Una guerra a senso unico sempre vinta dalle stesse industrie poiché la comunità degli agricoltori scrupolosi è a rischio d’estinzione se non è già estinta. È merce sempre più rara infatti quella dei contadini, dei vignaioli, degli allevatori che fanno quel che dicono e provano a dire quel che fanno se non altro esprimendolo attraverso la sostanziosità e la bontà dei loro prodotti al vertice di una catena alimentare quanto più naturale, autentica e trasparente.
Autentico, naturaletrasparente. Ecco altri aggettivi ambivalenti che riportati in grassetto dai soliti fenomeni da baraccone e cantastorie mal assortiti della comunicazione, sviliscono immediatamente la portata profonda del senso che contengono. Così pure come sostanzioso, buono, genuino. Siamo sempre lì (rimando qui), il problema non sono mai le parole in sé ma l’uso/abuso che se ne fa in chiave ideologica ovvero economica, sociale e politica. Le parole difatti, a seconda della visione generale di coloro che le usano/abusano, complici gli studi legali onnipotenti e i profitti elefantiaci, possono essere specchietti per le allodole utili ad accalappiare quanti più consumatori acefali, acquirenti superficiali, utenti inconsapevoli. Oppure le parole sono specchi di verità. Le verità specchiate di un prodotto buono, genuino e rispettoso in sé (aggettivi a rischio di essere in grassetto) che non rifletta necessariamente l’auto-gratificazione di chi lo fa o che rimandi soltanto alla visione narcisistica di quello che vogliamo vederci riflesso noi. Un prodotto buono e rispettoso sarà radicato alla propria sostanza originaria che quantomeno possa stimolare ad un consumo più critico accrescendo una conoscenza concreta, educando a un gusto personale meno condizionato dagli slogan falsificanti considerando che il gusto medio della gente è oggi quasi del tutto manipolato e in balia dell’ingegneria degli aromi.
È mai possibile quindi ragionare di verità in relazione alla produzione del cibo? Credo di si! È una verità insomma di natura tanto etica quanto estetica la quale sia nutrita da prodotti alimentari non di sintesi, originati da materie prime il meno processate possibile che sappiano innescare nelle persone in carne e ossa, individuo per individuo, una capacità di discernimento dei sensi quanto più solida, coltivata, approfondita e ragionata. Bontà, unicità e bellezza di un cibo o una bevanda non artefatti né banalizzati a catena di montaggio ma espressione di una cultura profonda dello scambio, rispettosa delle singole differenze sia da parte di chi produce e vende che da parte di chi compra e riceve, tutto qua!
In merito alle verità tascabili relative che ognuno di noi pretende di custodire nella propria saccoccia quali verità cosmiche assolute, ricordo il grande poeta mistico sufi persiano Jalāl al-Dīn Moḥammad Rūmī (1207-1273):
La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe…
Ciascuno ne prese un pezzo
e vedendo riflessa in esso la propria immagine,
credette di possedere l’intera verità…

La pubblicità parla al culo più che al cervello della gente

30 settembre 2020
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image1Anyone here in advertising? – Kill yourself! 

You are Satan’s little helpers…

You are the ruiners of all things good. Kill yourselves, seriously… No Joke…

You are filling the world with violent garbage… Kill yourselves!

I don’t care how you do it, just rid the world of your evil fucking machinations! 

Bill Hicks on Marketing

La pubblicità parla al culo più che al cervello della gente

L’evoluzione, lo sviluppo del cervello umano è tra le cose più complesse e imperscrutabili nella storia del genere umano. Una zona specifica della corteccia cerebrale detta “area di Broca” è la regione nel lobo frontale correlata alla produzione e comprensione del linguaggio sia parlato che scritto.

I pubblicitari, assistenti di Satana, nonostante l’area di Broca, lavorano impassibili essenzialmente su altre regioni del corpo: l’apparato digerente, l’intestino crasso, l’ano. Per vendere una merce alimentare industriale, processata da anonimi ingredienti di sintesi, sostituiscono il biscotto con il feticcio dei “premi esclusivi” ottenuti raccogliendo i punti e fanno così appello ad una ben circoscritta memoria promozionale che funge da incubatrice dei ricordi propagandistici. La memoria e i ricordi su cui i pubblicitari focalizzano i loro sforzi non sono però localizzati da qualche parte nel microcosmo del cervello altrimenti tutti comprenderebbero la fregatura bella e buona delle parole vuote di senso che nella fattispecie non corrispondono alla sostanza del prodotto presentato. In effetti “rivivere”, “bei ricordi”, “felicità a colazione” sono mere suggestioni intestinali che solleticano la pancia, stuzzicano l’intestino, titillano le pulsioni anali.

I pubblicitari si rivolgono dunque esclusivamente alle nostre memorie fecali dove la filiera alimentare del cibo immesso nel cavo orale non si distingue in nulla dalla deiezione emessa dall’orifizio anale. Quindi per finire, quel che è decodificato dalla pancia come cibo fantomatico commutato in ricordi ombelicali, in punti omaggio e in “Coccio delle Origini”, è nettamente distinto quale merda nell’area di Broca dove si compie di fatto la giusta comprensione del linguaggio.

Il falso mito della vera qualità

24 dicembre 2018
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Forse qualcosa c’è, anche se è poco più dello zero.

Anageto, matematico presofista

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Il falso mito della vera qualità

Per toccare con mano la schizofrenia irrefrenabile dei tempi in cui viviamo basta sfogliare una rivista che pur trattando con una certa serietà editoriale di informazioni internazionali, dissemina tra una pagina e l’altra inserti pubblicitari che talvolta contraddicono palesemente al senso dei contenuti. È la dura lex del mercato che assicura – assicura economicamente parlando dico – la trasmissione del sapere. È il paradosso delle mezze verità che permettono – grazie all’arbitrio dei padri-padroni delle notizie – il viavai delle informazioni su carta, in digitale, per radio o in TV, proprio grazie a quegli sponsor commerciali senza i quali anche questa rivista da cui traggo buoni stimoli intellettuali e informazioni utili, chiuderebbe all’istante. 

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Eppure tutto ciò è atroce! Qualche volta anche grottesco se non addirittura illuminante, notare tanta marchiana stridenza come nel caso d’inserti pubblicitari che invitano a sbevazzare spumanti temibili, bevande alcoliche di dubbio gusto e altri vinacci dal farlocco valore artigianale reperibili in GDO, cioè al supermercato, a cui segue, o precede, l’inserto di un medicinale contro il mal di testa, sponsor pubblicitario sicuro benché poco rassicurante della casa farmaceutica finanziatrice dello stesso spazio in vendita al miglior offerente.

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Se provassimo con De Saussure a fare uno smontaggio semiologico del sistema di segni linguistici incrostati nella brutta pubblicità di un prosecco anemico presa nel mazzo del settimanale che stiamo leggendo, verrebbe fuori che parole chiave quali:

*raccolto a mano*

*passione*

*millesimato*

*tradizione*

*qualità*

*filiera*

*sublime*

diventano immediatamente parole svuotate del loro senso originario. Parole castrate a sangue. Parole depotenziate per mettere in scena “rappresentazioni collettive” inautentiche di un prodotto falsificato dai pubblicitari quando non è addirittura snaturato all’origine da chi quel prodotto alimentare lo fa e lo introduce sul mercato.

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Una sorta di magia nera applicata dagli stregoni del marketing per cui può apparire tanto sublime, della tradizione etc. anche un croissantaccio congelato per essere poi rigenerato all’Autogrill di turno o al Bar dello Sport del paese, quanto un panettone tradizionale d’alta pasticceria venduto a caro prezzo per giustificare i costi degl’ingredienti ricercati e le fatiche di un lavoro d’artigianato scrupoloso, quando è plausibile anche se molte volte è incerto che sia così, tutto da verificare, pure se le etichette tra le righe, possono darci qualche controindicazione di massima se solo imparassimo a leggerle.

Artigianale, ecco a proposito un’altra ricorrente parola chiave con cui fare i conti in questi tempi di falsificazione d’ogni nome, cosa e persona. Il tutto a svantaggio del consumatore finale che subissato da tanto fumo negli occhi d’illusionismo “a parole”, non ha più alcuna certezza, resta acefalo, vaga confuso, privo della cognizione critica che dovrebbe stimolarlo a riconoscere il raccolto a mano dal raccolto a macchina, ovvero espropriato malamente della capacità di distinguere il vero dal falso, offuscato com’è dalla ragnatela di mistificazioni appiccicose che s’insidiano con viscidezza inestirpabile dietro la facciata della presunta passione e della autocertificata ma pur sempre inattendibile qualità.

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