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Panificatori selvaggi e pane della terra

24 agosto 2019
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Il pane, oggetto polivalente da cui dipendono la vita, la morte, il sogno, diventa nelle società povere soggetto culturale, il punto e lo strumento culminante, reale e simbolico, della stessa esistenza, impasto polisemico denso di molteplici valenze nel quale la funzione nutritiva s’intreccia con quella terapeutica (nel pane si mescolavano le erbe, i semi, le farine curative), la suggestione magico-rituale con quella ludico-fantastica, stupefatta e ipnagogica.
Piero Camporesi, Il Pane Selvaggio

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Panificatori selvaggi e pane della terra

Sono i giorni malinconici di fine agosto, quando si percepisce l’estate smorzare pian piano, assieme alle cicale. Il rombo incalzante di sottofondo della città, ricomincia nuovamente a martellare, invasivo e proprio per ciò connaturato a chi vive dentro la città, che neppure ci fa più caso, e quel rombo esterno diviene un tutt’uno con il caos interiore, il rumore di fondo perenne che ci pervade la psiche, disturbandone la quiete originaria.

Appena rientrato da un giro nelle Cicladi più esacerbate dal turismo globale, sono stato invitato a partecipare ad un incontro semi-clandestino di panificatori provenienti da svariate parti d’Italia. L’incontro è avvenuto in Umbria in un’azienda agricola nei boschi sopra il lago Trasimeno. I panificatori, una ventina, provenivano dalla Liguria dall’Emilia Romagna dalla Campania dal Lazio dalle Marche dalla Toscana. Bernardette, Giovanni, Rocco, Laura, Daniele, Ciro, Andrea, Martina, Gianni, Edmondo, Lucia, Philippe… ognuno con una sua personale esperienza professionale alle spalle, una forte motivazione conoscitiva, autarchica, politica, etica nel fare un prodotto tanto semplice eppure multiforme, millenario quale il pane. Alcuni tra questi panificatori borderline, hanno costruito negli anni una propria autonomia micro-economica ed indipendenza produttiva per cui sostengono in concreto il controllo di tutta la filiera. Si coltivano cioè il proprio grano – diverse tipologie di grani antichi non contaminati dall’industria – di cui si scambiano in segreto i semi avendo cura della sanità e fertilità del terreno, poi se lo macinano nel proprio molino facendosi le farine e il lievito madre a proprio gradimento, se lo cuociono nel proprio forno a legna, infine se lo vendono al mercato, nei Gruppi d’Acquisto Solidale, o addirittura porta a porta, qualcuno.

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La ragione principale dell’invito, a quanto ho potuto constatare buttandomi in pasto a questo ritrovo al buio per me con perfetti sconosciuti – io sconosciuto per loro, loro sconosciuti per me -, è un tentativo di confronto stimolante, si spera, tra il linguaggio degustativo, il lessico del vino naturale con il vocabolario della panificazione. Entrambi idiomi arbitrari se vogliamo, idioletti soggettivi ed emozionali innestati su una materia profondamente empirico/scientifica quale la fermentazione, dell’uva o del grano che sia. L’occasione d’incontro ha rappresentato anche un piacevole momento di svago, innescando così una proficua discussione tra i panificatori. Qualcuno ha fatto presente: “Se prima non ci capiamo tra noi che panifichiamo, non possiamo pretendere di farci capire all’esterno da chi potrebbe acquistare e mangiare il nostro pane.” Certo capirsi l’un l’altro senza delle linee guida minime appropriate che indicano una direzione metodologica interna, può generare una babele linguistica, un bailamme gestuale per cui quello che è difetto per alcuni diventa valore aggiunto per altri (l’acidità così come la dolcezza o la sapidità).

È vero altrettanto che una codificazione d’aggettivi troppo ampia, perfettina e partecipata può generare derive grottesche, soprusi linguistici come nel mondo della sommellerie ufficiale dove i descrittori e le attribuzioni d’aggettivi si autogenerano all’impazzata come lo scatenarsi incotrollato delle cellule tumorali. Al riguardo è stato illuminante l’intervento di Giannozzo Pucci, editore mitico di Libreria Editrice Fiorentina che ha sdoganato per primo Masanobu Fukuoka in Italia quando, in merito alla questione del linguaggio sul pane su cui ci stavamo arrabattando, ha citato Don Milani che diceva grossomodo: “La grammatica è di chi ha il potere, le parole invece appartengono al popolo”, motivando così i panificatori a cristallizzare un piccolo vocabolario per intendersi fra loro e comunicare poi col mondo esterno, ma senza la protervia di oggettivare in codice penale e quindi necrotizzare l’unicità, la soggettività, la libertà, la creatività anarchica, l’imponderabilità individuale di ognuno che fa il pane a suo modo, gusto e piacere.IMG_3751

Sono arrivato nel casolare sul Trasimeno che i pani erano stati già sfornati. È stato un momento molto intenso. Un’immersione nella fragranza erotica di decine e decine di pagnotte ancora calde di forno, quando all’improvviso si è scatenato un temporale estivo che ha fatto saltare la luce, ha fatto sbattere le finestrelle inzuppando qualche forma con la pioggia d’agosto sferzante. La forza cosmica degli elementi primordiali!

È senza dubbio necessario ricondurre a semplicità di espressione linguistica tutta la magmatica complessità condensata in un prodotto arcaico e necessario quanto il fuoco cioè il pane. E questa complessità, riportata in parole semplici – non banali – condivisibili da quante più persone, può, anzi deve avvenire solo nel solco del benefico incontro tra i panificatori stessi, gli agronomi, gli esperti dei suoli, i genetisti, i fornai, i botanici, i mugnai, attraverso i cui vari saperi si possa distillare una vera lingua democratica di comunità, ovvero un linguaggio di conoscenza partecipata quanto più distante dall’oscurantismo di setta massonica condizionata dal potere dell’economia del marketing e della politica di mercato così come abbiamo già visto avvenire purtroppo nel mondo del vino convenzionale impantanato di diserbanti, lieviti selezionati, solfiti, additivi chimici, corruzione mdiatica, condizionamenti delle guide di settore arraffone, premi internazionali insulsi etc.

A proposito del fuoco. Una delle immagini più incancellabili di tutta l’Odissea omerica è quando Ulisse, alla fine del Canto V, approda tramortito sulla costa dei Feaci dopo venti giorni passati in solitaria sulla spaventosa furia del mare, dopo aver fatto naufragio con la zattera che lo portava via dalle lusinghe sessuali di Calipso.
In questo frammento, al di là della mitologia e dei simboli religiosi traluce, come un lampo nella notte dei tempi, quale fosse il valore essenziale del fuoco per le civiltà arcaiche: la cura possessiva delle braci, la custodia violenta della fiamma sacra per difendersi, per scaldarsi, per nutrirsi, per sopravvivere. C’erano anche i fuochisti – veri e propri fari umani – che segnalavano i pericoli e gli approdi lungo le coste.

<<Ai confini delle campagne,
dove non c’è gente vicina, si usa nascondere
il tizzone con fuoco sotto una cenere di frassino
per proteggere così la scintilla cui accendere,
e non andare altrove, magari lontano, a cercarne.
Anche Odisseo così, avviluppato dentro le foglie.>>
[Odissea, Traduz. Emilio Villa]

 

41890351_2262871447274409_120423993852297216_nHo trovato molto persuasivo durante l’assaggio, il confronto tra i panificatori alcuni dei quali leggevano le dorature delle croste e le trame delle molliche come alcune veggenti riescono a intraleggere il futuro alle persone nei fondi delle tazzine di caffè o radiografano sull’intrico frastagliato delle mani, i misteri di certi che vogliono farsi predire il destino. Ma qui non si tratta affatto di una stregoneria, di una magia occulta, di un patto diabolico con oscure presenze. È tuttalpiù esperienza silenziosa dilatata nel tempo e nello spazio, fusa alla conoscenza profonda dei segreti scientifici d’un mestiere magico che si perde nella notte dei tempi.

Un conto è un pane ben cotto un altro conto è un pane cotto bene. Meglio un pane stracotto, fa notare Giovanni, che un pane crudo che risulterebbe indigesto appesantendo così la digestione quindi i pensieri, le visioni e la mente delle stesse società che si nutrissero di quel pane. La trasparenza della mollica è strettamente correlata ad una buona lievitazione a differenza di una mollica offuscata o appallottolata in grumi umidicci che ricordano troppo l’impasto originario, facendo perdere così al prodotto finito il senso della trasformazione della materia prima in pane. Un’alveolatura aperta rispecchia la lievitazione armoniosa a cui contrasta un’alveolatura calata che si può ritrovare in un pane slievitato.IMG_3748

La farina troppo fresca andrebbe fatta stoccare un po’ di mesi prima di panificarla, darle il tempo di riposarsi per esprimersi al meglio. Un eccesso di acidità all’inizio o alla fine dell’assaggio del pane, pregiudica l’equilibrio quindi tutto un articolato ventaglio di sapori, ci tiene a ribadire Daniele. L’acidità si deve sentire ma in mezzo a una miriade di altre sensazioni congenite alla varietà di farina e al punto di cottura: frutta secca, carrube, miele, ghiande, sottobosco… Punto di cottura che è un equilibrio instabile, una disarmonia prestabilita in cui è fondamentale il momento decisivo di scelta da parte di chi fa il pane così come negli attimi vitali che precedono la vendemmia, si gioca tutto nella decisione sulla maturità dell’uva da parte del vignaiolo, a cui segue immediata la raccolta, tempo permettendo.

Un principio teorico-pratico basilare condiviso da tutti mi pare di capire sia la digeribilità dunque l’alto valore nutritivo del pane a prescindere se sia cotto al forno a legna o su un forno elettrico con le giuste cognizioni tecniche senza esasperare né il ritorno ad un primitivismo fine a se stesso e neppure esaltare a tutti i costi le innovazioni tecnologiche o il progresso industriale solo per principio preso a discapito di una visione olistica, anti-ideologica ed equilibrata delle cose.IMG_3741

La preziosa filigrana umana che mi pare irradiare da questo gruppo di panificatori è la libertà di scelta singola di ognuno di loro che per ragioni diverse li ha portati a rispecchiarsi nel pane, specchio di tutti i sacrifici del lavorare la terra. Simbolo laico, non necessariamente religioso (monoteista o pagano) della fame, della fecondità, della vita, della rigenerazione dei campi come quella degli uomini e delle donne. Questi panificatori sfuggono a ragione, come tanti vignaioli naturali con una propensione un po’ più libertaria, sfuggono le sirene della moda, si sottraggono ai burocratismi dell’associazionismo e ovviamente alle fauci tritacarne della catena industriale alimentare che con i giochi di prestigio delle farine tecniche e le scorciatoie dei lieviti chimici, conducono dritto dritto nell’inferno ruffiano commerciale e rassicurante per molti, dell’omologazione del gusto piacione e dell’appiattimento qualitativo.

Fare il pane è poesia, istinto, passione, ma è anche scienza, misurazione al milligrammo di ogni ingrediente o elemento misurabile e incommensurabile in gioco. È alchimia degli ingredienti e degli esseri umani che lo raccolgono-impastano-infornano, dal seme di grano al tipo di legna utilizzata per fare il fuoco. È la manipolazione di un impasto vivo che cambia a seconda delle mani che trattano, rinfrescano questo impasto. È una stratificazione di gesti esperti, d’intelligenza, consapevolezza e intuito del fornaio, ma è anche una oscura nube di variabili microbiologiche infinitesimali: umidità dell’aria, temperatura del forno, ore di lavorazione dell’impasto, rinfresco del lievito madre, varietà di grano, granulometria della farina, dose di sale e di acqua etc.

69301354_2483854715176080_646066396756705280_nPoco prima di questa immersione nel pane sul Trasimeno, ero appena rientrato da una settimana nell’Egeo come dicevo sopra, a Santorini. L’esperienza più apparentemente autentica che mi sia capitato di fare è stata quella di prendere un’imbarcazione che porta all’isolotto di Therasia dove si respira ancora un po’ dell’atmosfera austera e pre-imbastardimento/imbarbarimento da turismo di massa.
Una volta sbarcati a Therasia, preso il calessino a 8 posti per inerpicarsi su alla Chora di Manolas, ho avuto modo di fermarmi al fornetto di quest’isola quasi abbandonata, dove ho comprato un pane fragrantissimo che fanno qua nel forno a legna utilizzando vecchi ceppi dismessi d’ambelia o alberello “a corona” tipici della viticoltura di Santorini. Certo ho comunicato un po’ a gesti e a silenzi con i fornai, orgogliosi di farmi partecipe dei frutti del loro lavoro. La signora stava impastando dei panetti con l’uvetta passa. Ho provato a capire che lievito usassero, quali farine, l’acqua? Niente, ho riportato a casa solo una pagnotta in cassetta di farina bianca dall’intenso sentore maltato di lievito di birra. Certamente nulla a che vedere con le rigorose concezioni del pane della terra che sono emerse in questi giorni con i panificatori in Umbria. Eppure, la suggestione poetica, l’artigianalità rupestre da cui non lasciarsi accattivare qua è molto sleale, sulfurea, insidiosa, ambigua. L’intensità dei profumi, l’umanità umile racchiusa in quel fornino sperduto tra le Cicladi è un ricordo quasi omerico che difficilmente riuscirò a dimenticare, e, con questo provo a rispondere alla insistita ma urgente domanda di Daniele: “Come riconosci un vino naturale ben fatto da un vino naturale artefatto?68684544_2483854751842743_2284441693983866880_n

Istinto e intelletto. Cuore e cervello. Corpo e anima. Non è per nulla agevole separare le due cose. La riconoscibilità di qualcosa che reputiamo autentico per il nostro organismo – genuino, digeribile, piacevole, corroborante, nutritivo, naturale, vero… – non può avvenire solo da un punto di vista emotivo o puramente intellettualizzato dal lato cerebrale. È un lago di conoscenze e di sentimenti in cui affluisce la fiducia nei confronti di chi fa il vino (o il pane), quello che ti raccontano o che vuoi farti raccontare, e da cui fuoriesce la bontà, la purezza, la fragranza più o meno contaminate/condizionate da tanti fattori esterni e interni a quel lago.

Bontà, fragranza e purezza del prodotto originato da lievitazione-fermentazione-trasformazione, sia pane o sia vino, che non possono, non devono prescindere dal contesto umano privato pubblico geografico economico sociale industriale culturale di chi ha creato e di chi consuma quei prodotti necessari anche se nella gran parte dei casi sono prodotti banalizzati, massificati da un’industria alimentare globale inquinante. Un’industria alimentare mistificatrice, appesantita dalle sofisticazioni e ottenebrata dal profitto facile. Un’industria agroalimentare incatenata ai processi di sintesi invece di riscoprire la sostanziosa integrità delle luminose e leggere materie prime che ci nutrono fin dall’origine della nostra storia umana: l’uva e il grano… dell’oliva e del latte ne parleremo magari un’altra volta.
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Ladri di Vino: Rocco di Carpeneto & Carussin

8 ottobre 2018
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Era il 19 febbraio scorso, sono quindi passati 8 mesi, che ci ritrovavamo alla Rimessa Roscioli assieme a Lidia Carbonetti di Rocco di Carpeneto ad Ovada & Bruna Carussin dell’omonima azienda agricola e fattoria didattica a San Marzano Oliveto nel Monferrato astigiano.

Alla vigilia di Ladri di Vino che martedì 9 ottobre cioè domani, vedrà interfacciarsi tra loro e il pubblico presente altre due produttrici luminose ovvero vignaiole illuminanti quali sono Elena Pantaloni (La Stoppa)  ed Elisabetta Foradori (Foradori), ho qui di seguito il grande piacere di ospitare la cronaca dal vivo di quella serata magica riportata con la solita suggestiva sensibilità, curiosità culturale ed afflato romantico dall’amico fraterno Bruno Frisini, così tanto per ricreare con le parole e qualche immagine l’atmosfera magica d’energia positiva e fusione intellettuale tra vino, produttori e consumatori compartecipi a queste serate Ladri ovvero Ladre di Vino, ideate/costruite/imbastite con la complicità essenziale (non ho detto esiziale) di Fabio Rizzari & Accademia degli Alterati.

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La porta si chiude alle mie spalle, una sensazione di assoluta completezza comincia a farsi largo.

Rimessa Roscioli assume sempre più le sembianze di una mecca per chiunque professi la fede dell’autenticità.

Una premessa doverosa, stravolgimento dell’ordine temporale del racconto che appare necessario se si vuol rendere da subito l’idea di come l’esperienza di una sera sia riuscita ad imprimere un irrefrenabile bisogno di immediata condivisione con chi, ahimè, non era presente.IMG_1255

Ladri di vino nasce da un’idea di Fabio Rizzari & Gas Saccoccio, ispirata a Ladri di Cinema, mostra-iniziativa-rassegna-evento del comune di Roma, risalente al 1981, in cui si alternavano registi che, proponendo un loro film, spiegavano a margine quale altro regista fosse stato per la loro formazione un punto di riferimento da cui attingere quindi “derubare”.

Detto questo, va da sé che i vini prendano il posto delle pellicole e i produttori-agricoltori quello dei registi, nonostante si possa comunque ben dire che i vini altro non sono che film in cui la fitta trama viene orchestrata dal produttore-regista.

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Si delinea immediatamente quella che sarà la strada percorsa. Non c’è spazio per futili tecnicismi che sembrano, dal primo istante, stonare con la perfetta intonazione di quel coro di voci umane impersonato da Bruna Ferro e Lidia Carbonetti, ospiti della serata, rappresentanti rispettivamente Carussin e Rocco di Carpeneto.

Interpreti di un territorio, veicolo e vettore attraverso il quale Astigiano, Ovadese e Monferrato camminano per il mondo, queste realtà arrivano a Roma con un bagaglio, tanto sensazionale quanto romantico, di esperienze da rivelare.

Generose, come la Barbera secondo Carducci (anch’egli la declinò al femminile), iniziano a svelare tutte le creature che da lì a poco sarebbero state accolte dalla pancia dei calici.

Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato Superiore, Dolcetto di Ovada, poi ancora tutti i “rubati” tra cui miti assoluti come il Dolcetto “Le Olive” di Pino Ratto e il Barolo 2010 (rarissima dedica alla sorella scomparsa) del Cav. Lorenzo Accomasso.

Fatte le dovute presentazioni, si entra nel vivo toccando con mano quanta saggezza possa essere racchiusa in chi vive la terra genuinamente (“i sofi contadini”*).

Le-officine-dei-sensi

I miei pensieri cominciano a vacillare in preda a visioni e parallelismi. Bevo e ascolto. Il tempo scorre, ho l’impressione che entrambe le cose diventino sempre di più un tutt’uno inscindibile.

Rifletto, predispongo i sensi all’assaggio.

Custodi di un sapere antico, di un’esperienza rustica, unico, immutabile baricentro delle loro esistenze. Coscienza e memoria storica, come lo erano le donne all’interno degli antichi nuclei contadini e pastorali. Dinnanzi ai miei occhi appaiono le naturali prosecutrici di coloro che venivano elette (secondo superstizione), con mani che non potevano essere immonde, come uniche manipolatrici di latte e formaggio

 (…) cosa tenera bisognosa di cure e calde attenzioni, creatura uscita da mani di donna, quasi un’altra forma di parto […] Il “cascio” neonato doveva esser custodito, mentre si rassodava e maturava.*

Un’operosità, una destrezza, una sensibilità da sempre legata ai saperi delle donne. Impressionante il parallelismo con le: 

(…) vicende che accompagnano la vita-morte del vino che nella putredine dell’uva calpestata, ridotta a mosto fermentante, scende nella tomba-cantina chiuso in una bara di legno, apparentemente estinto ma in realtà solo dolcemente assopito, assorto in un lungo, indecifrabile dialogo col sole, in contatto col tempo, le stagioni, i venti, i pianeti. Nelle tenebre del cellarium il vino continua a vivere una seconda vita cosmica, in un inafferrabile rapporto-comunicazione col globo luminoso, col “grand’occhio del ciel.*

Sangue coagulato cotto due volte il formaggio, sangue della terra e sugo della vita* il vino. 

Le mie elucubrazioni vengono alimentate dallo svolgersi della serata, trovano nutrimento in coloro che desiderano raccontare se stesse affinché ci sia dato comprendere i loro vini. generale

Si parla di antichi ritmi lavorativi. Per il contadino (che è spesso contadino-pastore) conoscere, capire, prevedere significa sopravvivere. Tutto viene ricondotto al linguaggio dell’esperienza, talvolta pericolosa, di chi di terra impastato* scruta l’orizzonte, osservando il cielo, i venti, i rumori* della terra e i segnali offerti dagli animali. Una semiotica mantica*, in cui sono individuabili i segni dell’abbondanza* e i segni della carestia*, una cultura del prevedere, della precognizione, la praecognitio temporum*. Un sistema che coinvolge tutti i sensi: il naso vigile alle alterazioni degli odori; l’occhio attento a captare i segnali provenienti dalle direzioni più disparate; l’orecchio teso all’ascolto di insolite modulazioni. Un 

(…) sapere frenato, non accelerato. La sua circolarità, la sostanziale omogeneità delle sue esperienze sono tutte riconducibili allo spazio del vissuto e del praticato nella casa e nel campo. La sua stessa trasmissione è domestica e genealogica […] (riproducente) paradigmi di lunga durata tendenti a riprodursi e a prolungarsi indefinitamente.*

Sento come d’essere avvolto da un inspiegabile torpore in una sfera che muove verso qualcosa di assoluto e definitivo. Da un vino all’altro, tra racconti e suggestione tutto sembra fermarsi di colpo quando Bruna Ferro mi ricorda indirettamente quanto la vita sia incredibilmente capace di auto-programmarsi*. Avevo pochi giorni addietro ascoltato in radio una dissertazione di Stefano Mancuso (botanico) sull’intelligenza inclusiva di piante e organismi vegetali, nell’ambito di un progetto denominato La Frontiera. Ora, il tutto veniva nuovamente riproposto alla mia attenzione partendo proprio dal fenomeno del cambiamento climatico e della desertificazione (non intesa come aumento della superficie legata al deserto, ma come decremento della sostanza organica presente nel terreno oltre una certa soglia, non solo in zone prospicienti i veri e propri deserti, ma in tantissime zone del mondo e dell’Italia) trattata da Mancuso come una delle cause motrici dei flussi migratori di esseri viventi, animali e vegetali. 

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Negli ultimi anni i cambiamenti climatici hanno amplificato questo fenomeno in una maniera che è completamente sconosciuta alla storia raccontata. Ogni volta che si ha una piccolissima variazione nelle temperature medie, in alcune zone del mondo c’è un corrispondente cambiamento, talvolta enorme, della possibilità di coltivare la terra e/o lo spostamento delle colture di centinaia di chilometri verso nord o duecento metri verso l’alto. Zone particolarmente sensibili potrebbero addirittura diventare inadatte alla vita, stimolando la migrazione di intere popolazioni, facendo acquisire al fenomeno connotazioni drammatiche se si pensa come quest’ultimo sia legato anche, in qualche modo, al mondo vegetale. L’essere umano è assolutamente dipendente dalle piante (che producono ossigeno, nutrimento, medicinali, materiali necessari), per questo motivo le migrazioni hanno portato spesso a movimenti di piante, espiantate dal territorio d’origine per essere poi introdotte in una nuova dimora, modificando habitat, culture, tradizioni e abitudini alimentari preesistenti (vedasi quello che è successo con i pomodori, le melanzane, le patate, i peperoni portati con sé da Colombo dalle Americhe o nel caso della zucca, di origine americana, poi selezionata, incrociata e modificata in Italia dando vita alla zucchina poi ritornata in America con la migrazione italiana ai primi del novecento).casse

Migrazioni umane e migrazioni vegetali sono da sempre simbiotiche. Il riso, il mais e il grano rappresentano le specie da cui l’uomo trae più del 70% delle calorie per il proprio fabbisogno. Questo da’ l’idea di come sia stretto e vitale questo rapporto anche a parti invertite, in cui le piante coltivate, modificando nel tempo il loro carattere silvestre, sono ormai ineludibilmente legate alle cure umane. 

Il concetto di identità, di individuo (non divisibile) non trova spazio. La divisione rappresenta addirittura un metodo di propagazione. L’essere inamovibile che per noi animali (che fondiamo la nostra esistenza sul movimento e sulla risoluzione dei problemi, come ad esempio la fame, il caldo, il freddo, mediante il suddetto) rappresenterebbe una limitazione, per le piante è tutt’altra cosa. Il radicamento impone la risoluzione delle criticità attraverso una sensibilità maggiore verso ciò che le circonda. barolo

Vi è una sottovalutata intelligenza inclusiva nelle piante. Creano simbiosi, collaborazioni (con batteri azoto-fissatori; con funghi; con insetti impollinatori; con l’uomo). Tutte le piante unite in una comunità eterogenea, andrebbero viste come un unico organismo connesso in ogni sua componente radicale attraverso legami fungini e, perché no, spirituali. 

Gli stessi legami profondi che uniscono Bruna & Lidia alle loro vigne e alla loro terra, impensabili ormai le une senza le altre. Una sensibilità spessa, densa di significati.

Provo a tornare con i piedi per terra (ancora terra e radici per restare in ambito vegetale), godendo di un gusto puro, agro, schietto. Nonostante le profondità scure toccate a tratti da alcuni Ovada, resta in fondo di una luminosità accecante. 

Interiorizzato il movimento vorticoso, passo in rassegna un vino dopo l’altro, ma risulta davvero difficile mantenere un profilo distaccato prestando attenzione ai vari aneddoti.  IMG_1253

Penso a ciò che è stato raccontato a proposito dello sciacallaggio tentato nei confronti del Cav. Lorenzo Accomasso, sfruttando un momento di possibile debolezza affinché si convincesse a cedere la propria terra, non coscienti di come ormai sia in tutto e per tutto lui stesso quel luogo. O di come sia stato incompreso un uomo coraggioso come Pino Ratto.

Guardo nel bicchiere e piombo in una struggente commozione. Mi domando come sia possibile essere arrivati a scorgere così nitidamente anima, corpo, pieghe e rughe di uomini che non corrispondono ad altro se non a quelle delle loro tanto amate vigne.Pino Ratto

Non si tratta più di bere e degustare. La dimensione è cambiata. Faccio fatica. Il sorso diventa più raccolto, rispettoso. Una lacrima.

Scriveva Torquato Tasso ne Il Mondo creato:

Ma quel che maraviglia in vero apporta,

È che ritrovi in lor ,se ben riguardo,

I diversi accidenti, e i vari esempi

Di gioventude e di vecchiezza umana,

Perché le piante ancor novelle e verdi

Han polita scorza e quasi estesa;

Ma s’adivien che per molti anni invecchi,

S’empie di rughe, ed increspata inaspra.

Il vegetale e l’umano, l’uno specchio dell’altro. Così naturalmente. Così dovrebbe essere. Così lo è stato per una sera.

Bruno Frisini, Itri, Febbraio 2018

* [Le citazioni sono tratte da Piero Camporesi, Le Officine dei Sensi, Garzanti, 1985]

Mistica del Digiuno Astinenza e Mortificazioni Carnali

27 gennaio 2016
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Ospito in questo mio spazio virtuale l’intervento di un’amica medievista:  Adalgisa Crisanti.

L’articolo è già apparso in precedenza sul Grande Dizionario di Bevagna, 2 (2014) e concerne un tema inesauribile: il corpo, l’ascetismo, la spiritualità e i loro misteriosi legami con il cibo quale ossessione culturale assieme ad altre passioni materiali e disseminazioni corporee, “immoderata carnis petulanti”. Il tema affrontato nella fattispecie da Adalgisa riguarda l’indagine storiografica di un caso d’agiografia clinica (?), cioè un caso psico-sociale specifico che è quello di un irrequieto “campione della fede” il frate domenicano medioevale umbro il Beato Vergine Giacomo Bianconi da Bevagna.Piero Camporesi Il Governo del Corpo

All’astinenza coatta esercitata su se stessi dai primi cristiani e i padri della Chiesa, alla gola esorcizzata come vizio, al digiuno imboccato invece quale virtù, alla frustrante verginità sessuale che si espleta rabbiosamente di pari passo con la castità alimentare mi piace ora qui citare in qualità di controcanto – in falsetto? – un libro godibilissimo del professor Piero Camporesi geniale italianista fuori dal coro accademico il quale raccoglie in sé una polifonia di voci che s’avvolgono su un argomento antico ma tuttavia odierno, quello cioè dell’autolimitazione al piacere dei sensi. Ritengo sì che sia una tematica assai attuale, al di là dei vari casi da dietologi, basti qui solo pensare al vegetarianismo di ritorno, alle restrizioni draconiane dei vegani, al proliferarsi continuo di sempre nuove allergie alimentari con gl’altrettanti condizionamenti nutrizionali accompagnati ai disturbi dell’apparato digerente che esse comportano causate come è probabile che sia dall’invasività dei processi sempre più massicci d’industrializzazione del cibo. Insomma, Camporesi ne I Balsami di Venere esplora proprio l’esatto opposto della continenza e della deprivazione sensoriale quando nel capitolo 3 intitolato Venerea Voluptas, scrive:

Uomini e donne però più che Riga Monografico Caporesiperseguire sogni di castità, più che ricercare nuovi segreti “contro l’ardore de la
libidine e de la luxuria” (come scriveva Caterina Sforza, signora di Forlì, nei suoi Experimenti), attendevano all’alacre ricerca dei remedia e medicamenta di segno opposto.Piero Camporesi Erotika

E ancora, continuando a eviscerare la materia dell’espiazione carnale, dell’astinenza e della mortificazione del corpo governato dalla volontà dello spirito, il nostro Camporesi procede sempre su questo tono giudiziosamente dissacrante, così che leggiamo di seguito nel paragrafo 4. Il tesoro della castità:

A ben poco valevano le esortazioni, le prediche e i trattati sulla castità, come quello steso dall’ “inutile servo di Dio” (egli stesso si definisce così) Francesco Rappi, il Novo thesauro delle tre castità (1515)Jacques Le Goff Corp scritto in “reprehensione et detestazione de quelli che dicano non esser possibile continersi.” I “tre sancti rimedii della Castità contro la Lussuria” e la dura “detestazione della Libidine” sembrano, anche nella dichiarata inutilità della sua presenza fra i vivi, configurarsi come prediche al vento, pure e semplici battaglie rituali, conflitti allegorici alla stregua di quelli, mitici, fra Carnevale e Quaresima o fra inverno ed estate.

Sorcinelli Avventure del CorpoDalla precettistica para-ecclesiastica ai trattati mistagogici sulla penitenza, dalla sua mortificazione sadica all’autopunizione morbosa, dal masochismo dei flagellanti (i Vattienti di Nocera Terinese ad esempio), alla degradazione degli eremiti nel deserto Crumb Robert Genesiso agl’asceti rinchiusi in una cella monastica, il corpo è sempre stato inteso più come tabù disgustoso che come totem sublimato, veicolo di passioni, spudorata nudità da nascondere, filtro di pure funzioni organiche, fonte di deiezioni, spugna che assorbe e spurga una materia troppo bassa, maleodorante, triviale. Eppure è ancora nel corpo la sede del pensiero
astratto/concreto. È proprio nel corpo la sorgente dell’immaginazione creativa/distruttrice.Agrippina is dissected, Harley MS 4425,
 È da qualche parte, sempre nel corpo abietto – rebus ancora oggi indecifrabile a psichiatri, filosofi e neuroscienziati – che si localizzano le sensazioni, gl’affetti, gl’impulsi elettrici sub specie di scintille battiti e scosse registrati nel sistema nervoso che poi si tramutano miracolosamente – ma com’è mai possibile? – in percezioni fisiche spazio-temporali che determinano la nostra personalità. Scosse neuronali che si trasformano in sogni, in sentimenti di scienza e religione, in opinioni di politica o diritto, in atteggiamenti della morale in orientamenti sessuali in elucubrazioni d’astrologia in fantasticherie architettoniche che a partire da un contenitore finito – il corpo umano – danno vita di conseguenza ad altrettanti ragionamenti, calcoli ingegneristici, metafore linguistiche, forme musicali, costruzioni della geometria non-euclidea o impressioni poetiche che paiono invece essere infiniti – la mente fossile appunto dell’uomo e della donna formata da strati geologici databili migliaia di millenni. The Temptation of Adam and Eve

L’anima della donna e dell’uomo quindi con tutti i suoi tentacoli psichici le sue pulsioni artistiche, gl’istinti riproduttivi, le allucinazioni (visive sonore olfattive tattili gustative), i teoremi matematici, i tranelli, le illusioni, le credenze e le emozioni spirituali. Il cervello col cuore degli Adamo ed Eva nostri contemporanei ovvero cuore e cervello di noi stessi ognuno focalizzato nel proprio microcosmo d’affetti interessi e possessi, scacciati nel mondo globalizzato, ancora oggi e per sempre intrappolati o evasi a vita nella gabbia mobile della nostra tanto limitata eppure sconfinata massa corporea. (gae saccoccio)

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Il Beato Giacomo Bianconi e l’astinenza dalla carne

di Adalgisa Crisanti 119B862Misticismo e penitenza

La regola dell’ordine dei frati Predicatori Domenicani, a cui Giacomo Bianconi appartenne, imponeva astinenza, digiuni e povertà e il nostro beato osservò con singolare fermezza tutte le disposizioni, nonostante provenisse da un’illustre famiglia della nobiltà cittadina.medieval-cooking
È tuttavia difficile e azzardato il tentativo di comprendere appieno e definire con relativa esattezza l’atteggiamento spirituale del beato Bianconi (Bevagna, 7 marzo 1220-22 agosto 1301), avendo come unico riferimento la vasta, ma incerta, tradizione biografica, a causa della perdita totale dei due trattati in latino e dei vari sermoni che gli sono stati attribuiti. Sembra chiaro, tuttavia, che la realizzazione verso cui il Bianconi aspira ardentemente è un’esperienza diretta e un’unione con Dio; si tratta di un orientamento, anche e soprattutto spirituale e mistico, che si risolve in uno stile di vita e, quindi, di carattere fondamentalmente pratico. Le vite che sono state scritte, hanno tutte sottolineato le dolorose penitenze, le continue orazioni, i rigorosi digiuni, la verginità, la radicale povertà del beato; tutte pratiche che richiamano alcune tra le caratteristiche principali degli stati mistici: l’apparente illogicità, la necessità della grazia e lo slancio mistico che presuppone la rinuncia alle passioni e ai beni materiali.self-flagellationConvinto che senza afflizioni e patimenti non avrebbe mai potuto raggiungere Dio, Giacomo cercò di mortificare e reprimere tutti i suoi sensi, procurandosi grandi sofferenze. Secondo la tradizione biografica, una grossa cintura di castità stringeva tanto i suoi fianchi «che v’era sino cresciuta sopra la carne» e, nel periodo quaresimale, un lungo e ruvido cilicio, per mortificazione della carne, gli stringeva dolorosamente la vita. jw.6tdzH7WAK2GfEw1JV7APassava gran parte delle ore notturne senza dormire, pregando e sottoponendo per tre volte il proprio corpo a cruente e sanguinose flagellazioni, applicando la prima all’espiazione dei suoi peccati, la seconda alla conversione dei peccatori, la terza in suffragio delle anime sante del purgatorio, a imitazione di San Domenico (ca. 1175-1221), che fondò il proprio ideale di cristianità non soltanto su una solida cultura teologica, ma soprattutto su una vita ascetica esemplare.bat192520 Il linguaggio del cibo

Le notizie biografiche riguardanti la sua alimentazione e l’atteggiamento che Giacomo Bianconi ebbe verso il cibo costituiscono un’interessante fonte d’informazione per la comprensione della sua spiritualità; il cibo parla, è una forma di linguaggio, non scritto, non verbale ma che si lascia facilmente capire. L’alimentazione è un momento centrale e ineludibile della vita degli uomini, è in se stessa un fatto di cultura, un’espressione diretta di ciò che gli uomini fanno, sanno, pensano, in sostanza di ciò che sono.

76591_m«Il Signore Iddio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Poi il Signore Iddio diede all’uomo quest’ordine: “Tu puoi mangiare di ogni albero del giardino, ma dall’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangerai, perché il giorno in cui ne mangiassi, di certo moriresti”. […] La donna vide che l’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi e desiderabile per avere la conoscenza, colse perciò del suo frutto, ne mangiò e ne diede all’uomo che era con lei, il quale pure ne mangiò» (Genesi, 2, 15-17; 3, 6).Robert Crumb

Il significato del passo biblico relativo alla caduta di Adamo ed Eva e alla loro cacciata dall’Eden è abbastanza evidente. Il nostro progenitore peccò di superbia, nel folle desiderio di equipararsi a Dio, di conoscere «il bene e il male», di farsi indipendente dal suo Creatore e giudice di se stesso. Ma accanto a questa esegesi per così dire ‘ufficiale’ se ne svolgono altre, parallele, che si accostano all’episodio biblico da ben diversa prospettiva. Il peccato di Adamo può essere cioè ricondotto a dimensioni corposamente materiali. Non è più il peccato della mente dell’uomo, ma del suo corpo. È il cedimento alle tentazioni e agli istinti della carne: alla gola, alla lussuria. Indubbiamente forzata, forse ingiustificata, è l’equiparazione della colpa di Adamo a un peccato di gola; eppure questa interpretazione letterale dell’episodio del frutto proibito la si trova spesso negli scrittori del primo medioevo.46 Masaccio - cappella Brancacci - La cacciata dall'Eden partic«Quando si cede alla gola, si commette la colpa di Adamo»: così scrive Gregorio Magno (540 circa-604). E Alcuino di York, monaco e teologo vissuto tra l’VIII e il IX secolo: «Finché Adamo praticò l’astinenza, rimase nel paradiso: mangiò, e fu cacciato». E Giovanni Cassiano nelle sue Collationes, uno dei testi fondamentali della spiritualità monastica: «Fu un atto di gola, per Adamo, mangiare il frutto dell’albero proibito».S_fig51
Questa singolare interpretazione del passo biblico, ricorrente nei testi medievali, rivela un interesse particolare al problema del cibo, che la cultura cristiana del tempo pone come centrale e decisivo per la conquista della salvezza. Prioritario, anzi, nel momento in cui l’amore per il cibo viene ritenuto la prima occasione di cedimento ai sensi. Una volta innescati i meccanismi del piacere è facile incamminarsi sulla via del peccato, così San Girolamo: «Bisogna dunque porre attenzione ad assumere cibi in quantità tale, e di tale qualità, da non appesantire il corpo e la libertà dell’anima». Se la gola è il primo dei vizi, il digiuno sarà la prima delle virtù, il fondamento di tutte le virtù. Solo attraverso l’astinenza ci si può addestrare al controllo dei sensi, a quella umiltà fisica che costituisce il necessario supporto dell’umiltà intellettuale.02_Albrecht_Dürer_San-Girolamo-nello-studio L’atteggiamento del beato Giacomo nei confronti del cibo, i lunghi e severi digiuni, rispecchiano chiaramente l’ossessione culturale dei primi cristiani e dei cristiani del Medioevo, la paura del peccato carnale, la volontà di reprimere le passioni del corpo per attingere la purezza dell’anima. Il primo scopo della privazione alimentare e della rinuncia al cibo, il più semplice e immediato, è, dunque, la mortificazione del corpo, il rifiuto di quella materialità che ostacola l’elevazione dello spirito verso Dio. In tale prospettiva è assolutamente fondata la scelta del Bianconi, il quale, stando agli agiografi, si astenne quasi totalmente dal consumo della carne, proprio perché la carne era, per definizione, nutrimento della carne.

tumblr_kswe9kft4k1qzrip0o1_500 Negarsi il cibo carneo significava allontanarsi dal cibo degli uomini, dal cibo per così dire ‘normale’, tanto più in un’epoca, come l’Alto Medioevo, contrassegnata da un ampio consumo di carne a tutti i livelli sociali. Era, dunque, una scelta elitaria, che distinguendosi dai regimi alimentari correnti e nella difficoltà di una rinuncia certamente faticosa trovava motivo di auto-identificazione, segno di appartenenza alla schiera dei più vicini a Dio. L’astinenza dal cibo, in particolare dalla carne, era programmata anche per un altro motivo di ordine tecnico, ovvero la castità e non soltanto nel caso specifico di Giacomo Bianconi che secondo la tradizione biografica si mantenne puro e vergine fino alla fine. La verginità era dunque intesa a sua volta come condizione privilegiata per un più rapido e intenso avvicinamento a Dio.

(The Procession of the Flagellants)The Belles Heures of Jean de France, Duc de Berry. Herman, Paul, and Jean de Limbourg (Franco-Netherlandish, active in France, by 1399–1416)

In effetti, pratiche alimentari e repressione della sessualità appaiono fortemente collegate all’esperienza mistica del nostro beato; l’astinenza dal cibo e la sua regolamentazione rappresentano il metodo più diretto ed efficace per intervenire sull’equilibrio psico-fisiologico degli individui in funzione della continenza sessuale. In ogni caso è evidente che ci troviamo di fronte a una scelta meditata e consapevole, dove la definizione del digiuno come prima delle virtù, su cui tutte le altre vengono a poggiare, e l’esclusione di certi cibi dal regime alimentare assumono un valore estremamente preciso e tecnico, al di là del significato genericamente mortificatorio. Mortificazione della carne, certo; ma, soprattutto, della ‘carne’ intesa come sessualità. Soltanto nei casi di necessità, dovuti a infermità e malattia, il Bianconi si concesse il consumo di carne, ubbidendo ai medici e ai suoi superiori.Goya FlagellantiIn tali contesti culturali e sociali, però, il rifiuto della carne assumeva, non di rado, forme estreme ed esasperate, che le stesse autorità ecclesiastiche non mancavano di condannare. La privazione della carne era intesa sia a scopo ascetico purificatorio sia a scopo punitivo. La stessa legislazione civile utilizzava l’astinenza dalla carne come strumento di punizione per reati e infrazioni di vario genere. Uccisione maialeMa, in effetti, era soprattutto nella legislazione ecclesiastica, nella normativa riguardante l’espiazione dei peccati, che la punizione alimentare veniva sistematicamente applicata. Nel Medioevo era proprio quello il tipo più ricorrente di penitenza, stabilito dai libri penitenziali e dai testi conciliari, in molti casi confermato dalla pubblica autorità della legge. La penitenza base era la dieta a pane e acqua, eventualmente integrata (se il fisico si indeboliva troppo) da cibi ‘innocenti’, puri, non contaminati come gli ortaggi, i legumi, la frutta, proprio perché l’esclusione della carne comportava la sua sostituzione programmatica con altri prodotti, che potessero in qualche modo supplire il suo ruolo di alimento ad alto valore nutritivo.Pieter_bruegel_il_giovane,_autunno_03Essenziale rimaneva in ogni caso l’astinenza dalle bevande alcoliche e dalla carne. Non sorprende dunque considerare che i cibi fondamentali del regime alimentare del Bianconi fossero i legumi, il pane, gli ortaggi e le erbe cotte, a volte crude, condite con aceto, olio e sale. Soprattutto il venerdì, a meno che non coincidesse con qualche importante festa dell’anno liturgico, e le vigilie delle principali feste del Signore, della Vergine e dei Santi, in memoria della Passione di Cristo, era solito cibarsi soltanto di pane e acqua e spesso, durante il periodo Quaresimale e nell’Avvento, si sottoponeva a severissimi digiuni, per ben due o tre giorni consecutivi.  3065_0L’elemento sostanziale della dieta era probabilmente rappresentato dai legumi, dei quali è noto l’elevato valore nutritivo, legato all’alto contenuto proteico. Che si trattasse di una consapevole alternativa alla carne è comunque difficile sostenerlo. Sembrerebbe il pane, in realtà, una presenza costante nella quotidiana alimentazione del beato (potrebbe esserne una prova il coltello che portava sempre con sé, utilizzato a tavola per tagliare il pane o per scrostarlo), tanto più basilare quanto più legata a simbologie e significati che trascendono il piano propriamente alimentare per investire il campo della mistica.bread in the millde ageAl di là dalle valenze etiche e comportamentali, il cibo, infatti, tendeva a interpretare simbolicamente la realtà terrena, a intenderla come immagine dell’unica realtà vera, quella dello spirito. Così i legumi potevano significare la continenza dalla lussuria e la mortificazione del corpo. Soprattutto il pane, immagine del miracolo eucaristico, si prestava a essere caricato di un forte simbolismo.14506402._SX540_ L’identificazione fra pane terreno e pane celeste, fra cibo del corpo e cibo dell’anima, si spingeva fino a immaginare una materializzazione di quest’ultimo. Il pane di farina non è solo immagine del pane di Cristo, ma sua manifestazione terrena. Del resto, nella letteratura del tempo, il miracolo alimentare è all’ordine del giorno: il miracoloso rinvenimento del cibo, la sua moltiplicazione, la sua trasformazione (l’acqua in vino), avvenimenti tutti presenti nelle agiografie del beato Bianconi, rappresentano una delle forme più consuete di intervento divino nella vita quotidiana, in questo caso mediato dall’azione di Giacomo.ku94ncysoizi_2qwgbp0wkgxyz4ijc75jmoxuqcmrtref-_7oil1uqu8nbgsbwr_8rvsyvqdcwc3ipz6vqkyum4s0ogo«Mentre si fabricava il convento, e la nuova chiesa, il Signor Iddio lo fece illustre, e segnalato appresso i suoi compatrioti con molti miracoli: conciosiaché più volte, à prieghi di lui, il Signore accrebbe il vino, e ’l pane da lui benedetto per i Muratori, & Artefici». butcher
Per quanto concerne le bevande, l’unica espressamente menzionata dalle biografie del beato Giacomo è l’acqua, «con qualche traccia di vino, solo una o due volte la settimana», che in realtà, inquadrando giustamente gli usi alimentari del medioevo, non si beveva mai pura essendo spesso torbida o inquinata, date le tecniche rudimentali di estrazione a poca profondità nel sottosuolo. Si aromatizzava con frutta, erbe, miele, aceto; in alcuni casi si bolliva per disinfettarla o si beveva insieme al vino per renderla più igienica. Il vino viene però citato soprattutto a proposito del discorso sui miracoli compiuti dal Bianconi, presumibilmente per il fatto che si arricchì di significati simbolici e si legò a impieghi liturgici che lo nobilitarono, favorendone la promozione a cibo lecito e raccomandabile, da escludere solo in casi estremi di mortificazione, voluta o imposta.

Peasants_breaking_breadL’accostamento del vino alla carne, come bevanda afrodisiaca ed eccitatrice di passioni, è in ogni modo quasi un topos nella letteratura morale dei primi secoli del cristianesimo e del medioevo; il rifiuto del vino è molto spesso contestuale a quello della carne, nelle scelte e nelle pratiche di mortificazione e questo potrebbe spiegarne la quasi totale assenza nel regime alimentare del beato.a79854c09a571ab6148f243633457c48
Il linguaggio del cibo si prospetta pertanto come un codice complesso, che coinvolge etica, religiosità, ritualità e simbologia.

Cenni bibliografici
G. M. MERLO, Misticismo, in «Grande Dizionario Enciclopedico», Torino, Utet, 1970, pp. 617-619.
L. IACOBILLI, Vita del b. Giacomo da Bevagna, Foligno, 1644.
M. GRADASSI, Vita del b. Giacomo Bianconi patrono di Bevagna, Spoleto, 1950.Certosa_di_fi,_chiesa_di_s._lorenzo,_interno,_zona_dei_conversi,_rutilio_manetti,_Apparizione_di_Gesù_Bambino_al_beato_Domenico_dal_PozzoCfr. La Sacra Bibbia, Roma, Edizioni Paoline, 1960, p. 15 (commento a Gen. 2, 17).
Per le citazioni di Gregorio Magno, Alcuino, Giovanni Cassiano si veda M. MONTANARI, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2004.2404_0Le agiografie tramandano che il b. Giacomo, nella stessa mattina in cui morì, si presentò alla beata Vanna nella chiesa dei padri Predicatori di Orvieto, dandole in dono la cintura e il coltello che teneva sempre con sé; il fatto che non vennero ritrovati nella camera del Bianconi ha fatto pensare a una vera e propria apparizione di Giacomo al fine di rassicurare e di garantire alla beata la sua protezione anche in seguito alla morte.
IACOBILLI, Vita del b. Giacomo cit. (nota 2).
GRADASSI, Vita del b. Giacomo Bianconi cit. (nota 3).livigni_perversopiacere_05
Secondo la tradizione biografica, nel 1291, il beato Giacomo, durante l’edificazione del convento di Bevagna di cui egli stesso era priore, moltiplicò il pane e convertì, più volte, l’acqua in vino per sfamare gli operai, affaticati dal duro lavoro.
Per tutte le indicazioni contenute in questo articolo, riguardanti le pratiche di mortificazione, le abitudini alimentari e la verginità del b. Giacomo, si vedano: F. A. BECCHETTI, Vita del b. Giacomo Bianconi di Bevagna, Roma, 1785; IACOBILLI, Vita del b. Giacomo cit. (nota 2); G. B. TORRETTI, Vita del b. Iacopo da Bevagna, Siena, 1643; GRADASSI, Vita del b. Giacomo Bianconi cit. (nota 3); B. PIERGILI, Vita del b. Giacomo Bianconi da Bevagna, Roma, 1729; ID., Vita e miracoli del b. Giacomo, Todi, 1662. Mosaici-della-cupola.-Il-Giudizio-Finale.-Ambito-di-Coppo-di-Marcovaldo-1260-1270-ca.-I-dannati-e-lInferno-e1435563932181