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Enologia del passato e omologazione attuale

9 maggio 2019
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La filosofia insegna ad agire, non a chiacchierare, ed esige che ognuno viva secondo i propri principi affinché la vita non sia in disaccordo con la parola o addirittura con se stessa.

Seneca, Lettere morali a Lucilio (Libro II)

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A sfogliare un glorioso manuale d’enologia usurato dal tempo (1912), la primissima impressione che se ne trae, già solo setacciando l’indice analitico, è di uno scompenso evidente tra la Prima parte più striminzita dedicata agli ELEMENTI DI ENOCHIMICA (poco più di cento pagine) e la Seconda parte molto più corposa consacrata alla ENOTECNIA (le restanti ottocento pagine).

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Normalmente la tendenza istintiva quando facciamo dei confronti con l’enologia del passato è quella di idealizzare il tempo che fu. Tendiamo cioè, con una certa ingenuità, ad applicare una visione più sentimentale della scienza e della tecnica che sicuramente non erano così invasive, impattanti, tiranniche come sembrano invece essere diventate la Scienza e la Tecnica attuali. Eppure basta soffermarsi a leggere qualche paginetta di questo manuale dell’Ottavi riveduto dal Marescalchi ormai centosette anni fa, per riproporzionare la presunta bontà tecno-scientifica dello stesso e rivedere con occhi meno imbambolati quella che è soltanto l’illusoria semplicità artigianale dei nostri antenati.

Vediamo assieme ad esempio il Capitolo IV dedicato a I CORRETTIVI DEL MOSTO.IMG_9810

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I vini che si pongono in commercio in Italia per consumatori paesani ed all’estero.” È a tutti gli effetti una discriminazione razziale/classista bella e buona tra i consumatori ordinari e grossolani, cioè “i bevitori da bettola” che bevono vini dal sapore astringente e aspro, e i consumatori di città, i borghesi, quelli all’estero che non badano all’andamento agricolo e “vogliono sempre lo stesso vino”, ragion per cui si pone la necessità di correggere i mosti per dare vita a un commercio duraturo. Diventa cioè addirittura necessario piegarsi alla legge della domanda di vini sempre uguali a se stessi e rassicuranti se si aspira a farsi una solida clientela sui mercati esteri.

In queste due inquietanti paginette possiamo osservare quasi al microscopio il conformarsi del batterio di una particolare tipologia di peste che ai nostri giorni ha contaminato qualsiasi settore commerciale, ovvero la peste della manipolazione del gusto soggettivo ottenuta attraverso le “correzioni” tecniche e scientifiche oggettive di un prodotto alimentare il cui ingrediente originario di partenza, come in questo caso, è semplicemente l’uva. Nessuna paura, è successa la stessa cosa anche con tutte le altre basilari sostanze merceologiche (zucchero, sale, riso, grano, latte etc.)

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Sono pagine che oggi più che mai fanno riflettere sul senso ultimo dell’oggettività scientifica; sull’abuso dell’onestà intellettuale da parte di chi questi manuali “ideologici” li ha scritti per fabbricare proselitismo e li ha imposti alle accademie conniventi a loro volta con gli interessi della nascente industria enologica. Istituti universitari e centri di ricerca che hanno utilizzato questi tomoni quali libri di testo professionale a maggior ragione che su volumi dello stesso stampo si sono formate generazioni e generazioni di enologi che hanno tiranneggiato l’ambiente – tiranneggiano tuttora – promulgando la loro monocorde visione dell’agricoltura e della vinificazione su tutta la filiera produttiva (vigna/cantina), dettando legge sul mercato proprio a partire da quella “esigenza del grande commercio a cui è necessario piegarsi se si aspira a farsi una solida clientela.”

Così come si possono modificare, adulterare e migliorare i vini rossi, bianchi o passiti allo stesso modo si possono costruire con Tecnica e Scienza, i Vini da Pasto, i Vini da Commercio o addirittura i Vini di Lusso. Al datemi una leva e vi solleverò il mondo di Archimede da Siracusa si sostituisce insomma l’onnipotente datemi miliardi di palati singoli e vi farò un unico gusto adatto per tutti i gusti dell’enologo-demiurgo-sofisticatore moderno.

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Si parte proprio dal correggere i mosti per poi modificare pian piano i gusti individuali cioè le tendenze naturali dei singoli individui. La propensione innata al dolce piuttosto che al salato o all’acido, adulterando fin dalla nascita dei bambini i liberi desideri delle persone, sofisticando nel profondo i parametri interiormente soggettivi di intere popolazioni al grado di piacevolezza o di sgradevole, di buono o di cattivo, di puzzolente o di profumato, di saporito o di sciapo. Così da ottenere, con l’omologazione del vino, l’omologazione stessa del palato quindi l’appiattimento precostituito su larga scala del cervello, uniformando all’origine le variabili sensoriali multiformi di interi popoli e paesi, castrati nella loro istintiva capacità di sentire e gustare quel che vogliono senza intermediari, né scale di valori artefatte a mestiere, né condizionamenti industriali.

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Restando ancora nell’ambito archeologico della scienza enologica, un esempio illuminante di questa castrazione applicata sui sensi che è un vero e proprio sopruso civile e una feroce violenza sulla libertà di pensiero, lo ritroviamo sempre nel trattato di Enologia dell’Ottavi che alle pagine sia iniziali che finali del suo volume riporta sfacciatamente le pubblicità di alcuni prodotti d’enologia che guarda caso è la medesima azienda di famiglia, CASA AGRICOLA F.lli OTTAVI, a vendere. A giustificazione coerente del titolo ENOLOGIA TEORICO-PRATICA dove alla teoria pensata esclusivamente per vendere un prodotto commerciale a quanta più gente possibile, segue la pratica svergognata di rivendere a colpi di teorie ingannevoli, nel libro, ciò che si elogia ai propri studenti ovvero ai futuri enologi a loro volta o ai clienti potenziali se mai diventeranno produttori di vino. Smascherandosi così, senza troppe sovrastrutture mentali, quale presunto trattato scientifico formativo di una professione altrimenti nobile, in quel che invece è per davvero, cioè uno sguaiato catalogo di prodotti chimici e strumenti industriali pro domo sua.IMG_9824

Possiamo infine ritrovare in questa brutta parabola dell’Ottavi un capostipite di quel genere di capitalismo avanzato nel quale stiamo vertiginosamente sprofondando da anni. Pensiamo ai tanti, troppi enologi Ottavi dei nostri giorni. Riduzionisti della complessità. Banalizzatori del gusto. Standardizzatori del sapore. Scienziatoni alla moda, accademici tromboni, professoretti ex cathedra, profeti del gusto unico, consulenti finanziari d’aziende vinicole, flying winemakers i quali alla fin fine non sono che degli appestati travestiti da medici del vino mentre con le loro formulette magiche vincenti sul mercato pretendono indicarci qual è il Male che loro stessi stanno propagando. Eppure, benefattori della viticoltura planetaria, ci offrono la ricetta pratica assieme al farmaco e alle spiegazioni teoriche d’uso dello stesso perché non si accontentano di sembrare solo la peste e il medico assieme, no, ma pretendono essere pure l’informatore farmaceutico che impasta il filtro magico e il sapientone super partes che rivende quel beverone a un’umanità sterilizzata nel gusto, abbeverata alla fonte della esclusiva conoscenza imparziale: L’ENOLOGIA TEORICO-PRATICA… di ‘sta minchia!

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Contro il viaggio. Lamentazione in lutto dell’identità.

12 gennaio 2019
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Us (us, us, us, us) and them (them, them, them, them)
And after all we’re only ordinary men

Pink Floyd

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Contro il viaggio. Lamentazione in lutto dell’identità

Più viaggio, più ritrovo città e paesi sempre più indistinti. Uguali a se stessi. Azzerati nelle differenze umane. Immiseriti delle identità comunali. Derubati delle tipicità civiche. Azzerati, immiseriti, derubati, da chi altri se non da noi stessi in carne ed ossa? Esattamente NOI, i barbari di noi stessi, i vandali del degrado in casa nostra come diceva qualcun’altro. L’esatto opposto del genius loci che equivale all’ottusità dappertutto. Cioè l’idiozia dovunque che non siamo diventati altro.

238598f191f23a54fd479b2c50e28fb5Tempo fa, sempre vagabondo in Sicilia, ingozzato da un arancino (arancina) tra il teatro greco-romano antico e un crocevia di palazzine semi-abusive, mi ero posto una domanda agonizzante a bruciapelo… sullo stomaco.
Qual è la ragione, perché c’è una ragione, che nei posti più belli d’Italia: Taormina, Capri, Venezia, Firenze, Siena, Sorrento… è tutto un tripudio terrificante di ristorantini pacchianissimi, caffetterie kitsch, bistrot improbabili, pizzerie fosforescenti, prodotti tipici fasulli, alberghi 5 Stelle naif vista fogna-mare?
Risposte quali: “la legge del mercato” e “il turismo in massa”, erano già implicite nella domanda. Quindi? 

5710f598f963af9cc50b5646aa53f2bcGli stessi caffè atroci ovunque. Le solite gelaterie dai semilavorati di polistirolo. I forni col pane al cellophane. I gruppi bancari grigi. Le agenzie immobiliari inquietanti, agenzie funeree senza dubbio più inquietanti ancora di quelle funebri o delle compagnie d’assicurazioni. Piazze pubbliche, palazzi storici, corsi principali tramutati in pisciatoi d’uomini, donne e bambini che entrano ed escono da mutanderie a schiera. Giocattolifici assortiti. Raccapriccianti Burger King della minchia. Profummerderie senza fine.

Paesi e strapaesi che sono sempre meno autentici. Borghi che sempre più assumono le sembianze mostruose di monocordi centri commerciali. Città e stracittà le cui strade non si differenziano in niente dai corridoi coi negozi alla moda e i duty-freefree un pezzo di cazzo – dentro ai Terminal negli aereoporti che poi è un unico Aeroporto-Monolito mentre azzanna, ingloba, fagocita, scagazza tutto il mondo. Aereoporto-mondo senza scappatoia da cui ognuno di noi viaggia triste e solitario anche se a gruppi, con destinazione di sola andata verso l’imbecillità elefantiaca irreversibile della specie d’appartenenza.83020cfca66f9814814627e0e96d0fb3

Più viaggio per il mondo più mi convinco dell’inutilità di viaggiare. Meglio restarsene ognuno alle fottute case proprie. La TV possibilmente scaraventata di sotto dal piano più alto di un palazzaccio di quartiere della vostra cittadina inautentica o dal vostro paesino merdoso; una vale l’altro tanto oramai paesi, periferie e città sono talmente irriconoscibili eppure identici tra loro essendo diventati tutti la copia squallida sputata di un Mall asiatico. Ma sì, restarsene tranquilli a casa in silenzio dentro al letto. Casomai rapiti in un perenne viaggio spirituale. Sperduti con gioia allucinata in un volo immaginario lontano. Avventurarsi nella lettura inesauribile della vita. Lettura non di evasione sia chiaro, ma lettura di ritorno a casa nella fuga incessante dentro di sé. Lettura d’infinite vertigini, smarrendosi in un viaggio senza meta o senza scopo, ma senz’altro un viaggio più elettrizzante di qualsiasi altro viaggio fatto in treno o in aereo. Una peregrinazione della fantasia più reale e proficua della stessa realtà. Un fuggifuggi dal tedio dell’ovvietà, intrecciato sulle trame, sui personaggi, sui contesti storici, sulle atmosfere di un romanziere russo o sui libri di qualche grande mente illuminata le cui pagine ci trasportano nello spazio e nel tempo in piena libertà fuori di noi, al di là dei nostri simili per farci comprendere – forse chissà – qualcosa in meglio o in peggio di noi stessi e degli altri.05670bc4caa7cdcdfa65a61a2e2b3c34

Omologazione sociale a badilate. Cattivo gusto predominante notte-giorno per tutte e quattro le stagioni, a ciclo continuo. Perbenismo della fattura più bieca. Società dello spettacolo grottesco in cui applaudiamo al Vuoto Universale. Intrattenimento per le palle al cinema, a teatro, in libreria, al ristorante. Futilità urbanistica a perdita d’occhio. Piattume alimentare a spron battuto. Menu turistici a prezzi fissi. Mediocrità architettonica a trecentosessanta gradi. Vuotezza culturale cosmica. Cialtroneria di massa. Falsificazioni industriali con la pala. Zero spaccato d’identità. Il niente assoluto d’autentico, di sostanzioso o quantomeno di verace da nessun orizzonte. E poi pretendiamo pure ritrovare ancora il vino genuino alle radici della sua autenticità contadina? Ci gonfiamo i polmoni con il terroir, con la mineralità, con la geologia, con la toponomastica dei vigneti? Con l’ampelografia. Il vino vero. La vigna incontaminata. Il cibo di una volta. Le fermentazioni spontanee. Puah! Il pane a lievitazione naturale e pasta madre. Il pane con le farine da grani antichi. Il pane cotto al forno a legna. Stronzate da tromboni sfiatati. Automenzogne. Patetiche illusioni. Cazzatacce senza speranza.51dc1312ccbc83deb68f96c7633862b5

Quando ormai viaggiare è solo un miserabile schifo. Altro che Quando viaggiare era un piacere. Scriveva il grande Evelyn Waugh:

A volte sento il passato e il futuro premere implacabili da entrambi i lati che non trovo più spazio per il presente.

labels-evelyn-waugh-travel-book-191x300Più viaggiamo nel dozzinale presente e meno ci arricchiamo d’esperienze, d’incontri esaltanti, di paesaggi luminosi. Di dignità.

Più si procede sulle rotte dell’ordinarietà, più si viaggia nell’odierna bruttura umana e ambientale, più si constata sulla propria pelle – è un’equazione matematica quasi infallibile – che tutto quanto ci viene incontro in viaggio o quello a cui siamo costretti a scontrarci viaggiando, non è altro se non una gigantesca, omologante, illusionistica cagata pazzesca. Un’offensiva giostra dell’orrore (una baraonda dell’errore). Un maldestro, deludente circo delle vanità. Una sagra di maledetti luoghi comuni che più comuni e maledetti non si può. Un teatrino osceno che ci ha reso tutti più asettici, funesti e coglioni. Una disumana farsa fatta di andate/ritorni da e per nessun luogo. Un’altalena spezzata in cui siamo al contempo la parte oltraggiata e quella che oltraggia.

Palermo, 12 gennaio 2019