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Apologia dell’Eugè. Dalla parte di Eugenio Barbieri

17 luglio 2020
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«Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta»

Platone, Apologia di Socrate

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Apologia dell’Eugè. Dalla parte di Eugenio Barbieri

Sabato 4 Luglio 2020.

Rivanazzano Terme, la Riva per gli oltrepadani.

Eugè: Hai presente la scena dell’uccisione del maiale in L’Albero degli Zoccoli?

Gae: Si certo! Rivedo un fuoco, la pioggia, i contadini, il freddo, il maiale destinato al suo sacrificio.

Eugè: Se ricordi bene, il maiale si spaventa per il presentimento della fine, allora entra la donna a carezzarlo, a rassicurarlo. Nella civiltà contadina il mestiere di nutrire e custodire il maiale era cura della donna. L’uomo aveva il compito di ammazzarlo. L’etimologia di “destino” non fa riferimento ad alcunché di trascendente; indica il restare fermo, sulle proprie posizioni. Nulla di più immanente!hqdefault

In macchina con Eugenio Barbieri, dalla stazione di Voghera a Sanguignano, frazione di Montesegale nella valle del torrente Ardivestra, affluente della Staffora. Leggo su Uicchipèdie ‘A ‘ngeglopedije libbere: “Montesegale éte ‘nu comune tagliáne de 319 crestiáne.”

Il frammento di dialogo riportato su riflette in parte il tenore dei discorsi con l’Eugè durante la traversata in macchina. Mi racconta poi di quando faceva salami, e siamo in prossimità di Varzi la patria perduta del salame, anzi no, la patria del salame perduto.

Eugè: Fare un salame serio è molto più complesso che fare un buon vino. Bisogna smontare il porco pezzo a pezzo e ricomporlo chirurgicamente selezionando i tagli appropriati di grasso, muscolo, magro. Ancora oggi quando entro in una cantina l’olfatto mi rileva subito un’indicazione di muffe giuste e se c’è un angolino ideale per affinare i salami.

Si prosegue sull’ordine di questi ragionamenti di cultura materiale relativa ai maiali, alla millenaria civiltà contadina scomparsa quasi del tutto col boom economico. Una civiltà millenaria deturpata per sempre dall’industrializzazione degli anni ’60 del secolo scorso.

Le sere che precedevano l’uccisione del maiale erano punteggiate da notti insonni, visioni febbrili e lacrime. Un’uccisione antica come un mito di popoli senza ancora l’invenzione della scrittura. Un atto di sacrificio consustanziale al ritmo della vita contadina. Una necessità terrestre che rinnova un rito di sangue attinente alla sopravvivenza umana lungo il vortice dei secoli costellati di fame, disperazione e abbondanza.

Eugè: Il gesto feroce del norcino, la sua maestria taciturna si regge tutta nell’impugnatura del coltello, nella presa disinvolta del manico, nella autorità sacrale con cui brandisce la lama.

L’Eugè con parole asciutte e un groppo in gola qua rievocava l’ebbrezza, la sofferenza interiore di quando ammazzava otto, nove maiali l’anno. Il senso di fusione sacrificale del boia con la bestia. Una gioia ebbra intrisa di sofferenza arcaica. Un dolore graffiante pervaso anche di una specie di gioia ravvivata dai cicli cosmici delle stagioni agricole. L’uomo e l’animale. L’animale e l’uomo. L’uomo animale. L’Eugè in questo scambio di battute ritmato anche di pause riflessive, mi si manifesta davanti come un animale uomo in fuga perenne dallo spettro del passato eppure proiettato solo verso il passato, ostile al presente, impassibile rispetto al futuro.201810040144900

Atrocità e bellezza. Festa e infelicità del mondo contadino. C’è una pagina memorabile sui “sanaporcelle” tratta da Cristo si è fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi:
“I sanaporcelle, mezzi sacerdoti e mezzi chirurghi (…) è un’arte rara, che si tramanda di padre in figlio. L’uomo rosso si ergeva possente in mezzo allo spiazzo, e affilava il coltello. Teneva in bocca, per aver libere le mani, un grosso ago da materassaio; uno spago, infilato nella cruna, gli pendeva sul petto; e aspettava la prossima vittima. (…)
Il sanaporcelle, rapido come il vento, fece un taglio col suo coltello nel fianco dell’animale: un taglio sicuro e profondo, fino alla cavità dell’addome. Il sangue sprizzò fuori, mescolandosi al fango e alla neve: ma l’uomo rosso non perse tempo: ficcò la mano fino al polso nella ferita, afferrò l’ovaia e la trasse fuori. L’ovaia delle scrofe è attaccata con un legamento all’intestino: trovata l’ovaia sinistra, si trattava di estrarre anche la destra, senza fare una seconda ferita.
Il sanaporcelle non tagliò la prima ovaia, ma la fissò con il suo grosso ago, alla pelle del ventre della scrofa; e, assicuratosi cosi che non sfuggisse, cominciò con le due mani a estrarre l’intestino, dipanandolo come una matassa. Metri e metri di budella uscivano dalla ferita, rosate viola e grige, con le vene azzurre e i bioccoli di grasso giallo, all’inserzione dell’omento: ce n’era sempre ancora, pareva non dovesse finir più. Finché a un certo punto, attaccata all’intestino, compariva l’altra ovaia, quella di destra. Allora, senza usare il coltello, con uno strattone, l’uomo strappò via la ghiandola che era uscita allora, e quella che aveva appuntata alla pelle; e le buttò, senza voltarsi, dietro a sé, ai suoi cani. Erano quattro enormi maremmani bianchi, con le grandi code a pennacchio, i rossi occhi feroci, e i collari a punte di ferro, che li proteggono dai morsi dei lupi. I cani aspettavano il lancio, e prendevano al volo, nelle loro bocche, le ovaie sanguinanti e poi si chinavano a leccare il sangue sparso per terra. L’uomo non si interrompeva. Strappate le ghiandole, rificcò, pezzo a pezzo, spingendolo con le dita, l’intestino dentro il ventre, ricacciandolo a forza quando quello, gonfio d’aria come un pneumatico, stentava a rientrare. Quando tutto fu rimesso a posto, l’uomo rosso si cavò di bocca, di sotto i gran baffi, l’ago infilato, e con un punto, e un nodo da chirurgo, chiuse la ferita.”72643446_2538596926368525_2413208103462895616_n
Chi ha familiarità col nome d’Eugenio Barbieri lo associa a ragione al nome di Podere il Santo, la cantina sotto casa dei genitori da cui imbottigliava i suoi vini unici a base di Croatina, Barbera, Uva Rara. Quella di Podere il Santo sembra la storia di una cantina seppellita dall’esplosione vulcanica di faccende umane sgretolate dall’attività pulviscolare degli uomini e delle donne spazzati via nello spazio delle circostanze e nel tempo delle cose. Una storia di rimorsi, perdita, rinuncia, ossessioni, irremovibilità, rassegnazione, viscere.
Eugè: Qui giù in cantina a parte i familiari non è mai entrato nessuno, neppure gli importatori giapponesi quando venivano a trovarmi. 
Ricevo questa dichiarazione sulle scale della cantina mentre scendiamo giù e l’accolgo come un dono preziosissimo, un Potlatch secondo la cui legge segreta i doni più prestigiosi devono essere inesorabilmente distrutti. L’Eugè per un periodo della sua vita di ricerca assidua del Sacro Graal si è occupato anche di allevamento estremo; vacche varzesi, trecentosessanta giorni l’anno di pascolo anche nella neve rischiando l’accusa idiota di violenza sugli animali a detta del suo veterinario, quando in verità razze autoctone così geneticamente forti resistono proprio a quello che è il loro ruolo vitale ma purtroppo rischiano l’estinzione perché l’industria dei mangimi e dell’allevamento le sostituisce con razze più produttive da stalla a batteria e perciò anche più deboli.IMG_6292Siamo giù in cantina. È tutto ibernato al tempo in cui lui ha smesso di imbottigliare anni fa. Ragnatele tra le botti e il soffitto. Una chiave inglese su una botte quasi calcificata dalla polvere. Due tristi cartoni probabilmente vuoti con l’etichetta del Rairon 2003 l’una, 9cento 2001 l’altra a testimonianza del Vanitas vanitatum et omnia vanitas in formato di scatole muffe. Mentre Eugenio sparisce un attimo a raccattare “il ladro” per farmi assaggiare il vino contenuto in quelle botti scolme, all’apparenza abbandonate a se stesse, non lo so neppure io perché ma mi sono tornate in mente le parole di Platone nell’Apologia di Socrate quando gli fu offerto aiuto dai suoi amici, in modo da farlo scappare e salvarsi da tutti i capi di accusa che gravavano su di lui, ma Socrate rispose:

“Non voglio scappare, non bisogna mai commettere un’ingiustizia nemmeno quando la si riceve.”IMG_6299

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Assaggiamo i vini direttamente dai tonneaux. Sono vini delle versioni di 9cento e Rairon o i lotti separati che diventerebbero Rairon e 9Cento delle annate 2016, 2011, 2000, 2001, 2003, 2004. Facciamo un blend sul momento di 9Cento 2007 in una bottiglia di plastica, metà Barbera e metà Croatina raccolte da botti diverse ed è subito un grande capolavoro enologico, un vino rosso tra i più veritieri mai bevuti.
Sono vini di una dolcezza purissima, sostanziale così come purezza e sostanza sono gli elementi primordiali che si possono riscontrare al primo sguardo nelle pupille nostalgiche di Eugenio Barbieri. Vini alimentari. Vini nutritivi in piena e buona coscienza contadina. Vini ottenuti da macerazioni lunghe oltre i 12 mesi proiettati alla trasfigurazione mistica del mero vino in sé per diventare liquido spirituale di una trasparenza angelica che elettrizza la mente, riappacifica il cuore, infonde energia vitale al corpo, spurga il sangue. Bevanda santa quella di Podere il Santo anche per gli empi come me.109196503_2783449875216561_2240773915518434745_o
Improvvisamente da quello scenario di decadenza, polvere, ragnatele, abbandono fuoriesce un fuoco fatuo di verità. La verità fatua che dentro quelle botti c’è l’anima mundi del territorio, c’è l’anima tutta dell’Eugè. Quintessenza umami della Barbera con la Croatina eroticamente fuse con l’ossigeno, spauracchio della grigiastra enologia moderna. L’ossigeno, principio di vita e morte d’ogni cosa. Anassagora diceva che “L’uomo a differenza degli altri animali possiede la Conoscenza perché ha le mani”. Ecco, Eugenio Barbieri conosce l’uva, conosce il vino attraverso le sue mani. L’Eugè è tutto nelle sue mani consapevoli in vigna come in cantina. Eppure il vino è soltanto un pretesto, una celebrazione alcolica per manifestare la propria nostalgia incolmabile di un mondo perduto per sempre. Il mondo perduto degli antenati che fin da bambino solitario scorgeva quali fantasmi incarnati in una bufera di vento, in una burrasca di pioggia. Il vino ideale è fuso in quell’invisibile che poi è la sola realtà che conti per davvero; è spirito incorruttibile che non invecchia, non teme ossidazione o decomposizioni materiali, è un angelo liquefatto che risplende un senso tanto profondo quanto straziante di irripetibilità.IMG_6288
Scrivendo questo pezzo sentivo strizzarmi le viscere da una forza animale che stritolava sul petto un nodo scorsoio dolce e amaro allo stesso tempo. L’asfissia provocata dalla ricerca inconcludente della verità. Avvertivo l’implacabilità struggente delle cose belle ma incompiute, vere ma irraggiungibili, giuste eppure incomprese. Presentivo un’impulso vitale nella decadenza, una vena d’oro nella melma.
Giù in quella cantina a un certo punto ho avuto l’impressione ultraterrena quasi di trovarmi in una di quelle catacombe dove i primi archeologi ad averle disseppellite riportano uno sguardo umano dopo millenni di buio ma tuttavia la loro stessa presenza, il loro respiro in quel sito arcaico, assieme alla luce e all’aria, scatenano anche la disgregazione fatidica davanti ai loro occhi di un affresco straordinario che, impotenti, osservano sparire per sempre sulle pareti, poiché l’affresco era tenuto in vita nella sua integrità proprio dalla chiusura millenaria in quella culla oscura. L’affresco straordinario nel nostro caso era il vino artigianale composto di varie annate, plasmato dalle mani, nella mente, sulla terra dell’Eugè. Racchiuso nel buio in quelle botti, cullato da quello scrigno di polvere, rovina e ragnatele che si dissolveva inarrestabile dentro me, mentre noi, io e l’Eugè, dissolvevamo in esso.
A sentire quei vini così vibranti, tesi, dritti, trasparenti che scaturivano da quel letargo tormentoso, immaginavo che è esattamente da questo che dovrebbero partire i giovani vignaioli. Fottersene di tutto e pensare solo a fare il vino in vigna senza paure, senza nevrosi modaiole, senza sovrastrutture enologiche, senza ambivalenze commerciali.  IMG_6293 2Di nuovo in macchina, prima una lepre poi un bellissimo capriolo ci attraversano fulminei la strada, messaggeri della vita selvaggia, la vita dei boschi.
La fragranza di merda delle bestie selvatiche è inebriante, incontaminata a differenza delle puzze bestiali inacidite che ritrovi negli allevamenti intensivi, mi dice Eugenio in un sussurro. Dalle tenebre catacombali della cantina passiamo a vedere una vigna piantata nel 1947 sottratta alle fauci fameliche del bosco.
Indicandomi il corso ondivago delle liane di vite che si innalzano alla luce e subito sprofondano nella terra per riemergere ancora una volta all’aria, Eugè mi fa osservare: Lo vedi che la vite sembra un pesce? Come un pesce che salta fuori e dentro al mare cosi le propaggini di queste liane, s’inerpicano, affondano, riaffiorano.
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È una vigna sopravvissuta alla foresta, un fulgido esempio di archeobotanica radicale: Vitis vinifera sylvestris e Vitis vinifera vinifera intrecciate in libertà che l’Eugè ha strappato centimetro per centimetro alla selva lavorando scalzo e in ginocchio, piantonando palizzate recuperate dagli stessi alberi espiantati a formare una pergola rupestre dal sapore omerico, con le viti dai frutti ignoti, maritate agli alberi di fico o al ciliegio. Le ferite ai piedi, le piaghe alle ginocchia, il dolore salvifico sono essenziali alla commistione uomo-vigna nella visione senza compromessi tra il pietista e il panteista dell’Eugè: maledetto da Dio, benedetto dagli Dei. Avanzando carponi nella vigna ritrovata in montagna, in pochi minuti le nubi attorno sembrano ammassarsi tutte su questo quadratino di terra che ci contiene, moscerini d’uomini. Aspettiamo arrivare eccitati un temporale estivo. Il temporale con prepotenza scaricherà tuoni, lampi e pioggia d’una forza magnetica vivificante quasi fatta apposta per nutrire la linfa delle piante, per rinvigorire il nerbo irrequieto delle nostre malinconie. Torneremo anche il giorno appresso, passata la tempesta, con una luce più solare, pre-alpina.IMG_6256In vigna, furtivamente, sono riuscito a rubare una foto che lo ritraeva scalzo di spalle come Orfeo che esce dall’inferno senza Euridice, solo che qui siamo in un paradiso di vigna, la vigna-paradiso dell’Eugè. Una foto nella quale, come nelle botti in cantina di Podere il Santo, c’era dentro tutta la sua anima vegetale, un’anima fenolica di clorofilla, d’acidità volatile, di glucosio, d’antociani, di tannini. Gli ho chiesto se avessi potuto usarla qua mi ha risposto laconico di no perché sarebbe stato come un suo tradimento nei confronti di se stesso.
Eugè: Mi piacerebbe la cancellassi. Da anni, sto vivendo in modo tale da assicurare la mia scomparsa dal mondo dei ricordi, a partire dal giorno della mia morte. Sopratutto, dal ricordo delle persone care: tu sei una di queste. IMG_6253La sera a cena, Eugenio mette in tavola qualche bicchiere del suo torchiato sempre custodito dentro squallide bottiglie di plastica, indifferente alla forma con una superiorità da Re babilonese, e come dargli torto a quest’Hammurabi del vino totalizzante? Chi se ne strafotte della plastica quando, quasi mai sia chiaro, può contenere una sostanza tanto imponente, superlativa, oltreumana. Leggiamo assieme nella penombra della cucina. Godiamo della luce crepuscolare di un tardo pomeriggio in campagna dell’estate 2020 appena cominciata da qualche giorno. È un passo tratto da Il Vino nel Mondo Antico. Archeologia e cultura di una bevanda speciale di Stefano de’ Siena:
“Teofrasto, il discepolo di Aristotele considerato uno dei padri della botanica antica e della tassonomia, fu autore di uno dei primi trattati di vitivinicoltura e nella sua analisi scientifica sulla fisiologia della pianta e sui metodi di potatura, non manca di puntualizzare la peculiarità tutta greca di tenere le vigne basse.
Plinio distingue l’arbustum gallicum dall’arbustum italicum, rispetto al quale era tenuto un po’ più basso, specificando che i tralci delle viti passavano da un albero, a cui erano maritate, all’altro, formando dei festoni e disponendosi in veri e propri filari. La circostanza, nei dettagli tecnologici dell’impianto viticolo, è confermata da Varrone che, a proposito del territorio attorno a Mediolanum, ne fornisce una descrizione
praticamente uguale. image0 2Columella inoltre, propone suggerimenti su come alleggerire il peso dei tralci, nel pieno della maturità dei grappoli, sorreggendoli con appositi paletti. Le fonti si soffermano volentieri anche sul tipo di pianta madre a cui venivano consuetamente maritate le viti. Tra le preferite spiccano l’olmo, l’acero campestre, il frassino e il fico, specialmente a sud del Po, mentre in transpadana si usavano anche il tiglio, il carpino, la quercia e il corniolo. La forma di coltivazione della vite su tutore vivo, cioè il sistema detto “piantata” o “alberata”, è considerata come un’espressione della cultura vitivinicola paleo ligure e celtica nella Padania etruschizzata, in cui fu a lungo un elemento caratterizzante del paesaggio agricolo. È probabilmente a impianti di questo tipo che riconduce la presenza di vigneti, documentata in Emilia nel VII sec. a.C., dove i vinaccioli emersi dallo scavo di Via D’Azeglio a Bologna, per esempio, databili a partire da questo periodo, sono in gran parte attribuibili alla subspecie vinifera.”IMG_6674

Questa invece l’utilità del vino secondo Galeno, medico sommo:

“Tuttavia negli adulti è molto utile per temperare ed evacuare i residui biliari; e lo è non meno contro quella secchezza che si produce negli organi solidi nel vivente a causa di sforzi eccessivi e anche del temperamento proprio di questa età, dal momento che inumidisce e nutre ciò che è eccessivamente disseccato, e inoltre mitiga l’acredine della bile amara e la evacua attraverso il sudore e le urine.
La Salute. De sanitate tuenda – Libro I

IMG_6249Eugenio Barbieri da qualche anno collabora con alcune realtà del territorio di cui assaggeremo ufficialmente i vini entro la fine dell’anno. Il suo vino per gli altri è altrettanto meticoloso, pregiato, figlio di un’onestà intellettuale assai rara nel mondo figuriamoci nel mondo dei vini. Vino autenticamente improntato a un perfezionismo autocritico, senza trucchi né trasformismi, “inumidisce e nutre ciò che è eccessivamente disseccato”… ovvero le nostre anime di cittadini sradicati dalla natura, dalla bellezza, dalla verità. Vino che” inumidisce” e “nutre” le nostre anime perse imbevute almeno un po’ dall’anima mundi dell’Eugè.

Divagazioni intorno a un fondo di Rairon 2007

2 febbraio 2019
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Divagazioni intorno a un fondo di Rairon 2007

Celebrazione non reazionaria della civiltà contadina. Il vino senza tempo dell’Eugè in Oltrepò.

Il vino, fuori della civiltà contadina, vale meno di niente! È veleno addizionato di zucchero. È miele inacidito. È lardo rancido. È latte avariato. È un succo aspro, secco, indigeribile.

A proposito di vini che dell’ossidazione se ne sbattono altamente le palle. Vini cioè che non temono il degrado causato dal contatto con l’ossigeno proprio perché sono vini connaturati d’ossigeno. Vini assuefatti ovvero temprati e fusi all’aria viva già all’origine fin dalle delicate fasi pre-fermentative, andando avanti, severi e sdegnosi, per tutto il processo di fermentazione, affinamento, vetro. Vini che assumono quasi la scontrosa fierezza, la sicurezza di sé di un gentiluomo di campagna. Ecco, questa bottiglia di Rairon 2007 Podere il Santo a Rivanazzano in provincia di Pavia, è stata aperta il 27 dicembre scorso a pranzo.

Oggi, 2 febbraio 2019, dopo 37 giorni che l’avevo imboscata in un angolino fresco della cucina, la ristappo e ne scolo le ultime due dita rimaste, masticandone con avidità tra lingua e palato. Ciucciandone anche un po’ dei residui pulviscolari gustosi di humus, depositati al fondo del bicchiere. Accompagno i sorsi dell’Uva Rara per la gran parte in assemblaggio a una minore percentuale di Barbera, con qualche mozzico della pizza rustica casalinga ai broccoletti, ricetta della nonna materna.image1 5

Eugenio Barbieri, l’Eugè, è un vignaiolo dal rigore antico. Maniacale quasi fino all’ossessione. Perfezionista imperterrito. Intransigente innanzitutto con se stesso. Rispettoso all’estremo del contesto rurale atavico a cui è ben consapevole di appartenere in Oltrepò. Pure se nello sguardo scintilla, a tratti, una dolceamarezza atavica, anch’essa. Un lampo lontano di dolore, di fatiche, di gioie, d’intensità, di nostalgie azzurrine. Un luccichio d’ombre che testimonia, inesorabile, il tramonto della civiltà contadina. Pacato ma definitivo tramonto ahimè, nonostante in questo vino ho voluto riscontrarci senza forzature il respiro vivido, le freschezze di un’aurora primaverile indovinata tra gl’intrichi dei rami, rovi e fogliame in un bosco fitto. 

Evviva la civiltà contadina. Evviva l’Eugè, vignaiolo e uomo ben più raro della stessa fiammella d’uva da lui accudita così come si proteggerebbe un sacro fuoco, il fuoco sacro della concentrazione interiore.

Barbacarlo 1989 l’Uva è un Romanzo

23 dicembre 2016
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Barbacarlo 1989 l’Uva è un Romanzo

Lino Maga stesso ricorda la 1989 quale annata “media”.

Leggendo il testo indispensabile che Bergamini ha dedicato al signor Barbacarlo, mi soffermo a un certo punto sui ricordi d’infanzia di Lino Maga anzi, Maga Lino:

“I grappoli erano libri e sfogliavo gl’acini come pagine.”

fullsizerender-copy-6Se mi concentro sull’idea di annata media e dei grappoli/libri, ripenso al suggestivo calice che questo Barbacarlo ’89 bevuto ultimamente alla cieca ha consegnato ai miei sensi, attorcigliandosi dentro me in un palinsesto di grappoli d’uva in via di pigiatura, dove ogni acino è un romanzo compiuto, fatto di sentori, vapori, fragranze smarrite nel tempo e nello spazio d’un’immaginazione liquefatta.fullsizerender-copy-14Allora ecco che mi vien voglia d’accostare questo vino a una vendemmia di pagine sparse selezionate dalla letteratura mondiale d’ispirazione popolare: Metamorfosi (L’Asino d’Oro), Il Decamerone, Vita del Pitocco, Gargantua e Pantagruele, Le Anime Morte, Illusioni Perdute, Grandi Speranze, L’Educazione Sentimentale, Pinocchio, Bouvard e Pécuchet, Moby Dick, Le Avventure di Huckleberry Finn, Fame, Gente Indipendente, Viaggio al Termine della Notte..

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Nomi Di Cose Cibi Vini Città Santi Mondi Galassie

22 marzo 2016
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Uno poi dice, ma perché tutte ‘ste astruse divagazioni astrali per descrivere un semplice pranzetto tra amici fatto nei primi giorni di Marzo? È solo un tentativo, maldestro lo so, di raccontare la complessità delle cose semplici; una sorta di “unisci i punti” della Settimana Enigmistica in cui al posto dei numeri da collegare ci sono però: la torta pasquale ternana, le tagliatelle ai porcini, l’agnello marinato al limone, il torcolo di San Costanzo, un Vin Santo “sfuso” del 1970, il passito di Pantelleria 2006 di Ferrandes, il Barbacarlo di Lino Maga 1996, Gli Scarsi 2003 di Pino Ratto, il metodo Classico del Venturelli, il viognier do.t.e di Cortona, una magnum di Montevertine 2002, il Poggio a’ Venti di Massa Vecchia 2001, gli Hermitage 2005 di Faurie e 2010 di Dard & Ribo… ed ecco che “uniti i punti” viene fuori così una costellazione d’amicizie, di ragionamenti interconnessi attraverso il calice mai scolmo e di calore umano incolmabile.4

Primo sabato di Marzo. Giornata ventosa, atmosfera livida di nubi oltre le valli le spianate e i monti. Pranzo in famiglia tra amici a San Gemini… ma non per bere acqua!

Nomi di persone: rappresentano già da sole o in gruppo le tessere d’un mosaico privato d’italiani un certo pubblico d’Italia tanto immaginario quanto reale, domestico, sostanziale: Giampiero, Marco, Filippo, Barbara, Valentina, Pietro, Manfredi, Gaetano, Petra, Tancredi… ma che sono anche denominazioni di pianeti raccolti in un sistema astrofisico ovvero singoli universi in carne ed ossa. Micromondi d’affetti riproduttivi eppure irriproducibili; stratificazioni geologiche di pelle con coscienza; cosmologie di percezioni sempre in movimento anche da fermi; congegni psichici, morfologie di parole, frammenti di un Tutto il quale è a sua volta parte d’un altro insieme senza limite; enciclopedie di segni a forma di volto; ragnatele cardiovascolari, circuiti nervosi d’esperienze e flussi sensoriali che s’adocchiano consapevoli o incerti; apparati digerenti che si sfiorano s’allontanano e riavviciano, ognuno orbitante nella propria galassia emotiva che scorre al ritmo attivo/passivo del respiro e delle pulsazioni del sangue, ognuno intento sul proprio individuale anche se condiviso tragitto obbligato d’opere, d’aspirazioni di volontà di sogni e di giorni; masse gravitazionali addensate d’accadimenti fusi in sfere sonore che musicano l’allegria e il dolore d’essere presenti al bene come al male della ciclicità stagionale; disarmonie prestabilite, simboli linguistici coinvolti nel vivo zampillante della natura, insomma, mammiferini spirituali compartecipi alla natura della vita… e questo tanto per dire solo una milionesima molecola d’umanità di quel che siamo, o eravamo fino a mezzo secondo fa…

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Nomi di cose cibi e santi: torta al formaggio pasquale “ternana” e capocollo, fettuccine fatte in casa con i funghi porcini e la salsiccia Umbra non particolarmente pepata, patate al forno, agnello alla maniera della nonna marinato al limone e cotto in forno, torcolo di San Costanzo patrono di Perugia, frittelle al riso di San Giuseppe, colomba di Pasqua e quel Vin Santo strepitoso del 1970 (malvasia grechetto e trebbiano?) di madre antica e matrice oscura ritrovato da Marco in un reliquiario di cantina + località + contadino = anonime virtù.

52Bottiglie tutte coperte con la stagnola per il semplice gioco dei rimandi mentali, le associazioni d’idee, le sensazioni esplicite tra di noi beventi per evitare automatismi familiari o condizionamenti sociali scatenati anche involontariamente dal riconoscimento dell’eteichetta.

Nomi dei vini: Trebbiano di Spagna a Metodo Classico elaborato in Emilia Romagna dal professore Venturelli artigiano del lambrusco: esuberanza di lieviti al naso (stappato ancora “acerbo”?), qualche rotondità di troppo in bocca comunque vino brioso, bollicine compatte che ben dispongono il palato a quanto andrà a seguire.13Viognier a Cortona, esperimento alquanto insolito ma molto divertente di macerazione sulle bucce per qualche giorno, fermentazioni spontanee con i propri lieviti. Va subito aggiunto che il vino di Filippo Calabresi do.t.e. (nelle prossime settimane l’ufficializzazione del progetto) è ancora in fase prematura ad affinarsi e a decantare in vetro dunque quest’assaggio resta inteso come un prelievo “acerbo” da damigiana. Emerge un filo troppo fin da subito all’olfatto la semi-aromaticità già implicita al vitigno e che lascia un ricordo d’esuberanza alcolica, surmaturità del frutto o grassezza di polpa che lo apparanta ai ben più opulenti Condrieu; ci sono tutte le potenzialità nel vignaioolo e nella vigna per ottenere da qui a qualche anno dei bianchi – o orange (why not?) – e dei Syrah rifermentati in bottiglia (al Vinitaly 2016 assaggeremo questa chicca) più salini, misurati d’alcol, d’acidità più spiccata, beverini salivanti e smussati il giusto proprio come Dioniso comanda.IMG_7333

Bottiglia di Pino Ratto vignaiolo d’altri tempi, d’altre levature morali, uomo di rancure sane e di ferrea onestà intellettuale. Così altrettanto il suo Dolcetto d’Ovada Gli Scarsi anche in un’annata impossibile, un’annata d’inferno come questa 2003 (neppure indicata in etichetta). Esuberanza di personalità e visione del vignaiolo nel vino che egli stesso fa ma non ad aggiungere bensì a levare. Vino struggente, miracolo di bontà in tutta la sua spigolosità ed “imperfezione” sana. Desolazione dell’uomo vecchio e solo abbandonato a se stesso e alle sue vigne, stratificazione della polvere, sentimento dolceamaro delle rovine, muto urlo verso un cielo avverso o meglio indifferente; consapevolezza della morte imminente, rabbia cieca contro il mondo ottuso più dei suoi abitanti… e poi questo suo armonicamente contrastato vino duro/lieve, verace/terrigno, messaggio d’amore spremuto, fraseggio liquido di Charlie Parker da Now’s the Time, pacificazione dell’irrequietezza, estasi d’ogni senso logico o irrazionale, improvvisazione be-bop e amplesso consumato alla perfezione tra uomo e natura, miraggio della quotidianità faticosa ma felice fermentata in succo d’uve offerto ai sorrisi dell’amicizia, della condivisione del puro desiderio di conoscersi meglio bevendo-conversando-tacendo-mangiando assieme.

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Lino Maga è l’altro bel monumento incarnato all’enologia verace nazionale quella di matrice più indomabile e ruspante, vignaiola e borgognona se vogliamo. Il Barbacarlo è questa composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera in percentuale minima, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Vinificazione alla maniera antica, nessun maniaco-ossessivo controllo delle temperatura e soprattutto maturazione del vino in vetro cioè direttamente in bottiglia il che porta una voluta-non-voluta rifermentazione naturale che dona al vino o meglio denota ogni singola bottiglia con la propria unicità di dolcezza e/o sapidità terrosa alimentata dal residuo zuccherino in fieri, acidità più o meno tagliente a seconda dei casi e filigrana carbonica che vivacizza il frutto nero-notte che schiude a un ventaglio di notazioni più balsamiche di speziature intermedie arpeggiate sul pentagramma della piacevolezza di beva e dell’ariosità di gorgolgio al calice ma soprattutto ad attizzare il gargarozzo per pacificarsi poi genuinamente in pancia via cuore-cervello.

77 bis

A Montevertine i peggiori millesimi di sempre sono stati la 1972, la 1976, la 1984 addirittura non prodotta. 2002 in linea assolutamente generale, non è certamente considerata un’annata memorabile, andrebbero poi analizzati nello specifico i vari territori, microclimi e vigneti caso per caso, ettaro per ettaro. Questa bottiglia di Sangioveto Canaiolo e Colorino prima ancora di smutandare la stagnola, ha rivelato già da subito al bicchiere il suo inconfondibile profilo d’identità ben precisa, non poteva che essere uva sangiovese di una zona assai specifica del Chianti, Radda ovvero proprio Montevertine che ne è la quintessenza; generato, vinificato assaggiato affinato dall’incastro astrale di altri vorticosi pianeti umani affinanti vinificanti assaggianti, e cioè: Sergio (che però il 2000 era già andato via in un altro cosmo chissà), Martino, Bruno, Giulio.9

Altro nome di battesimo di un pianeta di chissà quale galassia al di là d’ogni limite immaginato o scrutato dagl’astrofisici. Fabrizio Niccolaini ed è un pianeta aspro, ricco di sale, sabbia, abbagli marini, macchia mediterranea – solo per associazione in verità ma indubbiamente è un altro mare su quel pianeta lì di certo più incontaminato del nostro – abbagliato da un sole certamente più carezzevole, benefico e meno avvelenato di quel che ci tocca. Poggio a’ Venti è (era?) un terrazzamento di vigne, il più elevato, da cui provengono (provenivano?) uve sangiovese purissime che una volta pigiate si conserva (si conservava?) liquido in botti di rovere per quasi quattro anni. Poggio a’ Venti 2001 identifica la bevuta più straziante del pranzo, un vino semplicemente meraviglioso, il succo temperamentale dell’uomo tormentato che l’ha manufatto; bellezza e bontà, struggimento appunto ma anche complicità per un vino ed un vignaiolo di assoluta potenza fusa all’atto, e si sa le cose buone e belle hanno breve seppur intensa durata o forse come in questo caso hanno concimato il terreno per dar vita ad una realtà vitivinicola – Massa Vecchia – di sempre più potenziale (potente) bellezza e attuale (attiva) bontà.

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Bernard Faurie l’ultimo dei viticoltori Mohicani sui colli d’Hermitage, ultimo di cinque generazioni di viticulteur a Tournon-sur-Rhône che ancora fermenta naturalmente, imbottiglia a mano, pigia con i piedi la sua uva a grappolo intero lavorando sempre manualmente come i suoi predecessori prima di lui le sue belle vigne ultracentenarie i cui nomi di parcelle scintillano come la costellazione di Cassiopea nel cielo dei vigneti dell’Hermitage: Bessards, Méal, and Gréffieux. Suoli granitici come a Cornas o a Saint-Joseph da cui nelle mani di un grande vignaiolo quale Bernard generano dei Syrah elegantissimi, il tannino è un filamento di seta, acidità tagliente e raffinata, struttura e succulenza di pietra liquefatta approssimativamente persistente ad infinito. 

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Jean-René Dard & Francois Ribo sono in Rodano del Nord a Mercurol il nome d’un paese che già di suo suona come il pianeta più “eccentrico” e prossimo al sole. Hanno cominciato nei primi anni ’80 da un minuscolo vigneto, poi cresciuto negli anni, ad applicare la loro visione pionieristica di approccio non-interventista, naturale nei fatti oltre che a parole e non invasivo sia in vigna che in cantina continuando empiricamente di annata in annata con uso minimo di rame e zolfo, nessuna aggiunta nella trasformazione dell’uva, nessuna macerazione carbonica o a freddo e l’utilizzo quasi impercettibile di solforosa in cantina. Il vino è un soffio improvviso di felicità ai sensi, un Syrah di sorgente che zampilla tra rocce d’alta montagna a dissetare la gola arsa di chi osa avventurarsi a tali impervie asperità, di una digeribilità cristallina, nutriente e scorrevole… bevanda “mercuriale” così come mercuriali sono Dard & Ribo che riversano il loro fuoco sacro spontaneamente anche in questo Hermitage solido ma leggiadro con le ali ai piedi proprio come il Mercurio volante del Gimbologna al Museo Nazionale del Bargello a Firenze.12

Sublime in tutto (provenienza, colore, consistenza tattile, profumi, gusto) il Passito di Pantelleria di Salvatore Ferrandes da Zibibbo ovvero Moscato d’Alessandria, in Contrada Mueggen ed altri appezzamenti sparsi (neppure 2 ettari di vigneto), coltivato ad alberello nel pieno rispetto dell’agricoltura sostenibile che col vento perenne dell’isola qui a Pantelleria costa ancora maggior fatica. Oltre ai duri sacrifici della lavorazione in vigna (alberello pantesco in conca scavata nel terreno), fondamentale alla riuscita di un grande passito (prodotto in poche migliaia di bottiglie) è il delicatissimo equilibrio di controllo “umano” dell’essiccazione al perfetto punto d’asciugatura dell’uva messa al sole per 8-15 giorni negli appositi stenditoi a ridosso dei muri in pietra lavica prima di essere ammostata e fermentata naturalmente in cantina ovvero nel ammuso quindi travasata di tanto in tanto rispettando le fasi lunari prima dell’imbottigliamento.

Ricordo vagamente trai fumi postprandiali, che l’abbinamento premeditato sia del Passito di Ferrandes che del Vin Santo d’anonimo del 1970 sul Torcolo di San Costanzo – molto più francescano per la verità – ad uva passa, canditi e pinoli, ha generato in me un’abissale meditazione sull’esaurisri nostalgico di un pomeriggio tra compagni d’orbita, un senso fenomenologico dell’esserci-per-la-morte-e-basta eppure nonostante il tema arcigno con l’ultime lacrime di vin santo e passito pantesco in gola un sorriso mi si è spalancato in faccia non soltanto limitato al volto o al cervello ma invasivo, coinvolgente tutti e tutto attorno a me, quasi l’esplosione di una supernova dentro la sala da pranzo e poi una catena di palingenesi, una quiete cosmica da cui originano in un istante nuove amicizie, alcune gioie, molte galassie altri mondi e buchi neri.

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