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L’Impronta del Vulcano. Degustazione alla cieca

18 aprile 2017
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 “Lo scopo ultimo dell’agricoltura non è la crescita di una coltura piuttosto che un’altra ma l’accrescimento e il perfezionamento dell’essere umano.” Masanobu Fukuoka

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L’Impronta del Vulcano. Degustazione alla Cieca

Meteri è un sito di e-commerce, una ricercata distribuzione e selezione di vini naturali, artigianali, territoriali, attenta ai cicli stagionali, ai vitigni, alla preservazione delle tradizioni e soprattutto rispettosa dei consumatori.

Raffaele e Luca, le anime pulsanti di Meteri, scelgono con scrupolo i vini, insieme al loro terroir agli uomini e alle donne che questi vini producono.17861560_1782129275449266_240945153458464913_n

Per il fuorisalone del vino – Notturno – organizzato durante i giorni precedenti il Vinitaly, assieme all’amico Giorgio Fogliani che ha recentemente pubblicato un utile e assai pratico libretto sui vini etnei: Etna Rosso. Versante Nord (Possibilia editore), siamo stati invitati proprio da Meteri a condurre una degustazione alla cieca intitolata L’Impronta del Vulcano17883581_1465036493567978_4944475919496938455_n

Impronta è parola molto densa, pregna di senso, è una parola importante, stratificata.

Potrebbe far pensare, che so, alla traccia lieve lasciata da un gabbiano o da un bambino sulla riva di una spiaggia e subito cancellata dalla risacca del mare.

L’impronta del primo uomo atterrato sulla luna che a detta di qualche cospiratore strippato potrebbe essere stata tutta una messa in scena – Moon Hoax – allestita a Hollywood.

L’impronta di distruzione e creazione che gl’uomini e le donne rilasciano come segno terrestre del loro passaggio temporale sotto forma di Opere e Giorni: edilizia, ingegneria, urbanistica, architettura, industrializzazione, agricoltura etc.

L’impronta è l’imprinting cioè la conformazione caratteriale impressa dal nostro cervello alle cose che facciamo, diciamo, assorbiamo.0

L’impronta del vulcano quindi è sì una stratificazione geologica di colate laviche tanto devastanti eppure fertili, a cui segue il solco agricolo impresso dalla mano dell’uomo attraverso il suo lavoro in vigna prima, in cantina poi. Matrice vulcanica da area ancora “attiva” o trama geologica da vulcani spenti?

Cosa aspettarsi allora dai vini d’impronta vulcanica? Freschezza d’alta montagna, neve, vento, balsamicità basaltica? Fuoco, fumo e fiamme dal cratere direttamente nella bottiglia? Territorialità in forma liquida e tanta Mineralità – questa sconosciuta!

Siccome la degustazione alla cieca non è, non può essere impostata come un gioco a ricchi premi e cotillon, né tantomeno è una gara di tiro al piattello o una competizione d’arti marziali ma deve essere una pratica spirituale oltre che un piacere fisico, un esercizio intellettuale. Allora mi piace cominciare nel dare qualche indicazione di massima che possa servire come coordinata utile ad approcciare meglio il vino versato nel bicchiere.10

Proviamo a immaginare questi 9 vini bendati come 9 tesserine singole e spaiate che messe insieme compongono un frammento di mosaico che a sua volta rappresenta un’immagine composita di qualcosa di ancora più grande e complesso. 9 voci che intrecciate assieme compongono una polifonia, ogni voce si accorda a un altra e più voci intrecciate in un ordine stratificano un canto che esprime il senso generale del vino in questo caso dei vini d’impronta vulcanica.

Abbiamo quindi 9 vini in degustazione da 7 vitigni.

9 bottiglie e 4 annate (alcune si ripetono perché di stessa annata).

9 matrici geologiche differenti su 5 territori d’origine, natura e struttura vulcanica.

9 visioni del mondo.

9 pratiche enologiche simili perché improntate all’artigianalità eppure diverse perché “il vino è il pensiero di chi lo fa” come ama ripetere spesso Joško Gravner.

9 uomini o donne con idee simili eppure diverse, attivi in territori distanti.

9 linguaggi perché sì è giusto ricordarlo, il vino è linguaggio.17523651_1465036546901306_4649601692942979164_n

E poi ci siamo noi, noi coi nostri nudi sensi – occhi, naso, orecchie, bocca, palato – davanti a questi 9 bicchieri che racchiudono 9 vini da cui scaturiscono ragionamenti, racconti, storie, chiacchiere sul terroir, sulle denominazioni, la burocrazia, lo scempio o la preservazione del territorio, l’omologazione del gusto, la genuinità, l’artigianalità, la manualità, l’industria, la chimica, l’invenzione della tradizione, l’ideologia, il mercato, la cultura e la scienza, la natura e la tecnica, la poesia, il commercio…

“Il linguaggio è un labirinto di sentieri. Ti avvicini da un lato e riconosci la strada: ti avvicini allo stesso luogo da un altro lato e non riconosci più la strada.” Ludwig Wittgenstein

FullSizeRender copy1 Soave Garganuda 2015 Andrea Fiorini (Aesthesis) 

  • Il SOAVE è denominazione vasta con potenzialità qualitative ancora poco esplorate. Le pergole di Garganega nell’areale sono sovra-dimensionate e sfruttate fino a 400 quintali per ettaro da cui si ricavano vini mollicci, abboccati, privi d’identità territoriale, prodotti artificiosamente fruttati, grottesche scimmiottature di vitigni internazionali quando invece si possono ottenere vini di straordinaria finezza, verticalità minerale e nerboruta eleganza come questa Garaganuda – 2015 è la prima annata – che Andrea Fiorini distilla dal suo mezzo ettaro di vigna dello zio Adelino – ci sono viti di oltre 40 anni – su suoli d’impronta vulcanica-basaltica. Il vigneto è situato nella zona più orientale del disciplinare ed attualmente è in conversione biodinamica. Stefano Menti è l’amico fraterno, il mentore che ha stimolato e continua ad ispirare Andrea alla viticoltura di qualità, alla vinificazione naturale.1

2 Garganega Riva Arsiglia Menti 2011 (Magnum)

  • Le origini dell’azienda agricola Giovanni Menti risalgono alla fine dell’800. Fondata da Menti Giovanni in Gambellara il quale sui propri terreni di origine vulcanica coltivava uva garganega, piante da frutto, legumi e verdure per il sostentamento della propria famiglia. L’azienda ha cominciato la conversione biologica nel 2004, una conversione concreta più sul campo che nelle scartoffie imposte dalla burocrazia, accogliendo dal 201o anche la pratica biodinamica che ha apportato notevoli risultati a livello qualitativo alla vita del sistema agronomico aziendale. Dal 2002 c’è in azienda Stefano, figlio di Gianni. Nel 2012, dopo un decennio di militanza attiva nel Consorzio di tutela dei vini di Gambellara, Menti ha deciso di venirne fuori producendo solo vini da tavola. Garganega in purezza, da vigne di 60 anni.  Un vino beverino sostenuto da un’acidità discreta, vinificato in bianco, in acciaio, fermentazioni spontanee e non filtrato. Le vigne sono di Garganega e Durella, per la maggior parte in collina su suolo basaltico, allevate a Tendone, di età compresa tra i 25 e gli 80 anni, I trattamenti sono ridotti al minimo. Non sono previste concimazioni, il diserbo è meccanico o con il sovescio nelle zone più difficili da lavorare. La raccolta è manuale in cassette di legno, tenendo separate le uve di pianura da quelle di collina poi separando ulteriormente le uve di confine per monitorare eventuali presenze di residui dei trattamenti chimici dei confinanti. In cantina le fermentazioni sono spontanee, i lieviti indigeni, le malolattiche sono lasciate libere di svolgersi naturalmente e di solito questo accade durante la fermentazione alcolica. La fermentazione avviene totalmente con lieviti naturali ed il controllo della temperatura. Successivamente, il vino viene lasciato fermo in vasca con i propri lieviti per almeno un anno, imbottigliato senza stabilizzazioni.

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3 Gambellara Doc Menti 2002

  • Vino elaborato in tempi di enologia commerciale, prodotto convenzionalmente seguendo i paramentri di un’agronomia interventista e i protocolli enologici standard, eppure dopo 15 anni il territorio, la fragranza minerale del suolo, la freschezza vibrante del frutto emerge in filigrana netta, chiara e decisa sul palato.

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4 Zibibbo Secco Pantelleria Belvisi Orange 2015

  • Battista Belvisi, coltivatore, viticoltore, cantiniere ed enologo a Pantelleria è il proprietario della piccola azienda agricola Abbazia San Giorgio, i cui vigneti, tre e ettari e mezzo situati a Khamma condotti in biodinamica, si trovano nella parte sud orientale dell’isola. Parcelle frammentate di vigne di 60 anni coltivate a Zibibbo a Perricone – detto anche Pignatello o “nostrale” – Carignano e Nerello Mascalese. Le viti sono allevate ad alberello, con rese bassissime di 30 quintali per ettaro. Di Battista Belvisi e della sua viticoltura eroica ne ha scritto già molto bene l’amico Francesco Pensovecchio su Wine In Sicily.
    L’Orange 2015 è uno Zibibbo vinificato secco, fermentato in acciaio e affinato in botti di castagno per 6 mesi. Esplosione d’agrumi e frutta polposa esotica al naso con un respiro rinfrescante di salsedine, capperi, erba trinciata di fresco e brezza del mare aperto in bocca.

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5 Yvan Bernard Chardonnay Oppidum MMXIII Côtes d’Auvergne 2013

  • L’Alvergna (Vallé de la Loire) è l’area di conformazione vulcanica più ampia d’Europa situata nella Francia centro-meridionale nella zona del Massiccio Centrale il cui capoluogo è Clermont-Ferrand. Grazie alla vicinanza della catena montuosa della Chaîne des Puys, i vigneti della Côtes d’Auvergne oltre ad essere acclimatati su un ricco suolo vulcanico, beneficiano anche degl’effetti positivi del Favonio (Foehn o Föhn) il vento caldo che protegge la regione dalle piogge eccessive. I circa 800 ettari di vigne sotto la denominazione Côtes d’Auvergne includono cinque sotto-denominazioni da nord a sud lungo la pianura di Limagne: Madargue, Châteaugay, Chanturgue, Corent e Boudes. I bianchi della Côtes d’Auvergne sono tutti a base di Chardonnay come anche questo Oppidum di Yvan Bernard a Montpeyroux, comune classificato tra i più bei paesi di Francia arroccato su un cumulo sedimentario di arcosa e roccia arenaria che sovrasta la valle d’Allier, dove dal 2002 Bernard conduce in biologico i suoi quasi 10 ettari di vigneti. La 2013 è considerata da queste parti annata eccezionale – ribadita perciò anche in numeri romani MMXIII – affina 14 mesi in fusti di rovere che completano senza eccedere la profondità giusta e l’opulenza mai troppo grassa o volgare di un vino fresco, equilibrato, deciso e centrato. Rimando a questo link dove è Yvan stesso a esplicitare la sua filosofia produttiva.

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6 Les Domes Gamay Cotes de Auvergne 2015

  • Les Monts Dômes è un sistema montuoso che comprende una costellazione di circa 80 vulcani spenti di varie dimensioni che circondano le vigne di Bernard. Questa cuvèe nasce da vecchie vigne di Gamey d’Auvergne allevate su un tessuto di suoli argillosi e calcarei con qualche sedimento granitico. Il vino sembra ancora un po’ verde, acerbo, compresso, meriterebbe forse qualche mese in più d’affinamento in bottiglia.

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7 Etna Rosso Nonna Aurelia 2015

  • L’azienda agricola Siciliano è a Castiglione di Sicilia (CT), sul versante nord dell’Etna, sui 700 metri d’altitudine. Il proprietario Rocco Siciliano nel 2015, dopo essersi ritirato dalla professione medica, decide di dedicarsi a tempo pieno alla produzione di vino, affidandosi alla consulenza del produttore ed enologo Alessandro Viola. I vigneti di 30 anni dal Nerello Mascalese al Nerello Cappuccio al Carricante e altri vitigni internazionali, sono impiantati su terreno vulcanico scuro caratterizzato da una grana molto fine, ricco di scheletro. Durante l’estate il clima è generalmente temperato, con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, fattori che concorrono all’ottima qualità delle uve. La vendemmia è svolta manualmente in modo altamente selettivo, di questo Etna Rosso si producono 1200 bottiglie. In campagna sono banditi pesticidi, diserbi o altri trattamenti invasivi. La fermentazione avviene grazie ai lieviti indigeni e al supporto di pied de cuve preparati qualche giorno prima. Le temperature non sono controllate, ma grazie alla frescura della cantina non superano mai i 28° C. In nessuna fase della vinificazione vengono aggiunti solfiti. A seconda del vino e dell’annata al momento dell’imbottigliamento si decide se aggiungerne o meno, in ogni caso senza mai superare i 30 mg/l di solforosa totale, il vino non è filtrato. In degustazione cieca è stato “riconosciuto” da alcuni come Aglianico, forse certe note terrose e speziate, un richiamo ai frutti rossi, la trama ruvida del tannino quel retrogusto balsamico a metà tra l’aspro e il dolce, l’affumicato quasi hanno ricondotto i sensi comunque al Sud pure se in zone di montagna difficile dire stabilire poi solo con i sensi se montagna vulcanica o meno.

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8 Rosso dei Sesi Perricone Pantelleria Belvisi 2015 – Abbazia San Giorgio – Battista Belvisi

  • Rosso dei Sesi 2015 1000 bottiglie di produzione totale. Il nome è ispirato alla civiltà dei sesioti, una popolazione ancestrale che abitò l’isola duemila anni prima di Cristo stabilita sull’isola per lavorare l’ossidiana. Ottenuto da uve Pignatello (Perricone) e Carignano raccolte in un appezzamento di mezzo ettaro. Fermentazioni spontanee. La decantazione avviene naturalmente il vino è imbottigliato senza filtrazione. Durante la degustazione qualcuno ha fatto notare che forse il suo vino – che ricordo era versato alla cieca – era stato messo in un bicchiere non pulito dove poteva esserci stato il precedente vino numero 4 ovvero lo Zibibbo secco Orange 2015. A ragionarci poi a bottiglia scoperta è stato un equivoco illuminante. In effetti il bicchiere era pulito eppure quel sentore agrodolce di cedro maturo, di capperi, di frutti gialli emergeva evidente già al naso con accenti più espliciti di macchia mediterranea, carrube, liquirizia, mentuccia selvatica… la trama salmastra, l’impronta vulcanica di Pantelleria nel bicchiere.8

9 Punta dell’Ufala Azienda Agricola di Paola Lantieri Malvasia delle Lipari Passito 2011

  • L’avventura eroica di Paola Lantieri “Punta dell’Ufala” nasce nel 2002 nelle Eolie in località Gelso sui terreni esposti a sud attorno alla casa più vecchia dell’isola di Vulcano con l’intento di ripristinare una agricoltura oramai abbandonata recuperando quella Malvasia che ogni famiglia sull’isola ne coltivava almeno qualche filare per auto-produrne un vino ricco e appagante d’uso quotidiano. Vulcano si compone di numerosi coni eruttivi congiunti; alcuni vulcani sono spenti mentre altri sono solo in fase d’inattività. Le vigne di Paola Lantieri coprono 5 ettari di terra vulcanica, molto sciolta e acida, sabbiosa, un suolo arsa, difficile, lavorato ovviamente senza uso di concimi chimici, diserbanti e tantomeno irrigazioni. 25-30 quintali sono le grame rese per ettaro a cui segue l’appassimento al sole delle uve sui graticci, 6000 le bottiglie totali prodotte. Questo passito è la quintessenza dei sacrifici, delle lotte, delle fatiche intraprese da una donna nella sua vigna. Ufala in dialetto locale è la patella il mollusco appiccicato agli scogli che si nutre di mare e di pietra così come appunto questo vino color ambra, profondamente tenace, salato e dolce allo stesso tempo. Il motivo di fondo che ha convinto la Lantieri in quest’ardua impresa è lei stessa a scriverlo:

“(…) la volontà di ridare almeno al mio pezzetto di isola, l’identità che aveva perso con le pesanti emigrazioni postbelliche. L’intera vallata era allora tutta coltivata e i Vulcanari, contadini più che pescatori, erano pressoché autosufficienti. Nel mio pezzo di terreno si coltivava “passolina”, credo fosse il leggendario Corinto nero, e a casa a Vulcano c’è ancora il contenitore in cui veniva passata la passolina per renderla ancora più secca.”

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