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Nebbiolo

Grissini Mortadella Tappi Legni Acqua e Qualche Buon Vino

17 luglio 2016
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11Serata di piacere ma soprattutto di decifrazione perenne del vino quale ossessivo oggetto di studio, stimolo di elevate meditazioni e campo magnetico di ragionamenti fitti senza fine; un campo minato per davvero, attraversato assieme ad alcuni cari amici d’annasata, sorseggio ed eventuale sputaggio.

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Nonostante si discuta e si parlerà esclusivamente di vino, mi sovvengono qui non a caso le parole che Gaston Bachelard da buon vecchio filosofo empirico e acuto osservatore della natura dedicava all’acqua. L’acqua origine della vita, sorgente del mondo, foce profonda dell’immaginazione creatrice. Anche perché più che polvere, acqua siamo e acqua torneremo.

È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Gaston Bachelard

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  •  Domaine Ramonet – Chassagne-Montrachet Premier Cru “Boudriotte” 1998

[Già al tappo sentori di zucchero caramellato e melassa acetosa. Nel calice l’ossidazione temuta non si smentisce né al naso né tantomeno al palato e difatti si fa fatica a buttarne giù anche un mezzo bicchiere ed è proprio lì nel bicchiere che rimane prima di altra più consona destinazione cioè la sputacchiera che detta in francese suona forse un po’ meno irriguardoso e più elegante: crachoir.]

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[Volgarissimo centrifugato di legni nuovi tostati ai fuochi fatui del cimitero della fragranza nel vino. Uve verdi raccolte crude, questa l’impressione duratura dall’inizio alla fine. Sensazione  terminale – sì proprio “terminale” come si direbbe di un malato moribondo sul letto d’ospedale – di vernice grossa e grassa appena spennellata sugl’acini: anche qui sputacchiera o crachoir, fate voi.]

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[Cambia il terroir, cambia l’appellation, cambia la mano del produttore, cambiano le vigne ma come nel precedente Domaine Niellon stessa volgarotta paccottiglia di legno e uve stracotte ammandorlate assieme. Ultra-barriccaggio della materia vinosa fino a bruciarne l’essenza al punto da buttar via così tutto il bambino con l’acqua sporca. Uno si aspetta di bere del vino bianco rinfrescante e vivo non un decotto di burro d’arachidi arso su padella e imbottigliato; non un infame infuso di zucchero caramellato al sentore di disboscamento e tronchi d’albero sventrati di fresco. Sputacchiera anche in questo caso ahimè, come nei precedenti due.]

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{[Nella parentesi graffa che non chiuderò, è contenuta una bestemmia tacita, invisibile e lunga un paio di centinaia di pitagorici chilometri moltiplicati alla radice quadrata di due (√2), così, tanto per dare sfogo alla rancura di ritrovarsi dinanzi alle fetenzie puzzolenti d’un tappo fungino – cioè contaminato di (TCAtricloroanisolo maledetto-in-culo. E mannaggia a Dioniso, questo Silex doveva essere, almeno nell’aspettativa di pre-apertura bocce e nei ricordi di alcune bevute precedenti della ’99, forse il vino più splendido-splendente della serata..]

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[Finalmente della buona, verace, vecchia freschezza propria alle uve sane al loro giusto grado di maturazione atte ad essere spumantizzate. Fragranza liquida, croccantezza di frutto, fluidità di bolla spessa e compatta. Beva felice. Trasfigurato senso – ma ben venga – di amena ciclicità dell’esistenza vegetale, umana, animale, minerale, esistenza ciclica degli oggetti tutti. Una dissetante, limpida energia luminosa che sgorga dal calice fino alle estremità della gola dove esplode potente tipo fronte delle cascate Vittoria confluendo dallo stomaco alla mente in tutta sincerità, brio e scorrevolezza. Sboccatura dell’Aprile 2015, il ricorso alla sputacchiera, è immaginabile, in questo caso non è affatto consentito o meglio non è neppure agognato come negli altri vini snocciolati fin qua.]

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[Non ho, meglio, credo non avevamo e non abbiamo dubbi ma è questo il vino della serata. Vibra dolceamaro al palato, una pomiciata impetuosa con morsi e risucchi sulla lingua tra le tue labbra e il vino succulento: femme fatale lunatica e lunare rivestita di salsedine, di tralci, d’acini e foglie di vite. Le Bourg è parcella di un ettaro che accoglie vigne quasi centenarie di cabernet franc.. Il Cabernet Franc della Loira che dai preliminari, le carezze e i baci febbrili passa subito ai fatti strizzandoti e travolgendoti nel suo dominio disinibito di possessione e appagamento dei sensi. Su pasta al pesto rosso mediterraneo della Taverna Pane e Vino a Cortona.]

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  • Mme. François De Montille – Volnay Premier Cru “Les Champans”  1973

[Bevuto alla cieca. Il colore vivo, l’agrume rosso sanguigno, una trama tannica per nulla spenta e l’acidità spiccata facevano pensare ad un sangiovese chiantigiano d’altezza elevata, a un nebbiolo d’alta Langa con i suoi richiami mentolati e screziati di liquirizia, ma avresti difficilmente pensato ad un Pinot Nero di Borgogna con oltre quarant’anni sul groppone. Certo – è questa ormai la prova provata dall’esperienza di bevitore tignoso e smaliziato – ma le terziarizzazioni tendono ad omologare lo spettro olfattivo-gustativo d’ogni buon vino da invecchiamento già dopo qualche decennio, quadrando sempre un po’ il cerchio tra i tre supremi vitigni del caso, ovvero: Sangiovese, Pinot Nero e Nebbiolo. L’Annata ’73 in Borgogna come a Bordeaux è risultata essere particolarmente insulsa, anonima e magra eppure di tutta la batteria assieme al Clos Rougeard ’07 di cui sopra, è proprio questo Volnay il vino che più ha appagato la scia umorale di vuoto vertiginoso e amara inquietudine spalancatasi sotto i nostri piedi dai primi quattro vini sversati tristemente nel crachoir.]6

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[Anche questo alla cieca, ma per una svista sulla scaletta di presentazione è venuto subito dopo il Volnay e il Clos Rougeard per cui non è stato apprezzato nella misura appropriata come avrebbe dovuto essere se fosse stato servito ad esempio subito dopo i primi bianchi derelitti. Ritengo necessario rimarcare quanto riportato in retroetichetta* dalla Madame. È un vero e proprio manifesto d’onestà produttiva intellettuale che ha ormai fatto scuola e di cui riporto a seguire lo stralcio più significativo: “Questo vino, nel corso della sua evoluzione naturale in bottiglia, presenta o presenterà un giorno un deposito nobile e naturale nel fondo. È questo un segno della vita del vino in bottiglia. Voler evitare questo deposito attraverso filtrazioni o altro, vuol dire rimuovere dal vino la sua stessa vita ed una gran parte delle sue intrinseche qualita. *Traduz. mia.]7

  • Domaine Robert Chevillon – Nuits-Saint-Georges “Les Cailles” Premier Cru 1976

[Alla cieca anche questa. Nessun riferimento di sorta. Sfuggente, nullo e acciaccato già al naso. Il Domaine ha una storia che origina dai primi del ‘900 ed è stato per me la prima volta che l’assaggiavo. L’annata ’76 con un’estate molto calda, sembrerebbe essere di quelle eccessivamente tanniche e squilibrate. Vuoi il mantenimento della bottiglia, vuoi la tenuta del tappo ormai tutto rinsecchito – sono pure passati quasi quaranta anni mica era ieri – ma il vino non era più materia viva neppure da poter comprendere di testa, gustare con il cuore, recepire con tutti i sensi, decifrare ad istinto.]IMG_2142

  • Castello Poggio alle Mura Brunello di Montalcino 1964

[Prima che venisse fagocitato dall’ingombrante mastodonte enologico Banfi. Il vino come se non addirittura peggio che nel precedente Nuits-Saint-Georges, si presentava nel calice come cosa piatta, materia inerte, sostanza ormai morta, alga marina prosciugata sulla riva. Resta solo l’amaro di mandorle stantie in bocca e al naso persiste quel tipico sentore pungente di stracci intrisi d’acqua stagna sovrapposto all’aroma acre di cartoni impregnati dalle muffe di grotta. Nient’altro da aggiungere a parte che – discorso valido per tutti i vini più vecchiotti e ragionamento lucido riportato da Madame Leroy nella medesima etichetta di poco fa – mi piacerebbe riassaggiarlo da una bottiglia mantenuta immobile per oltre mezzo secolo nella stessa cantina a temperatura costante così da ritrovarsi a stappare magari un sughero meno striminzito e chissà, a bere forse un vino fresco e vivo e non un liquame rattrappito e polverizzato come il tappo che avrebbe dovuto preservarlo.12

A corollario di questa riflessione finale aggiungo pure che non è certo il principio di vanagloria fondamentale e intento ideale di ogni produttore di vino quello di creare una bevanda che perduri decenni o affini per secoli, ma semplicemente quello di imbottigliare dei vini che durino finché ce la fanno a seconda del caso o di variabili scostanti ed incotrollabili per cui – è la dura legge fisica della nascita e della morte – ci si può ritrovare davanti a dei vecchi vini maturati miracolosamente in bottiglia o, come molto più spesso capita, a della scura brodaglia imbevuta d’aceto.]

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Vino è Visione

25 gennaio 2016
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Giorni fa ad Orvieto ho colto al volo una felice occasione di ritrovarci con alcuni dei più fulgidi nasi scintillanti umbri. Appuntamento al caffè Montanucci per inerpicarsi su un trasversale e spassoso itinerario sensoriale condotto dall’amico Giampiero Pulcini sempre animato dal sacro fuoco istruttivo che lo contraddistingue ben dosando un giusto sentimento delle proporzioni a misurata dissimulazione pedagogica.

Vino e Visione il titolo programmatico dei sorseggi alla cieca che ci sta a  ricordare la difficile arte (direi pure l’artigianato) del guardare innanzitutto in se stessi poi del saper osservare sia dentro a un calice di vino sia attraverso un’immagine che paralizza in una fotografia un determinato istante di vita non più replicabile, come scriveva ad esempio Roland Barthes:

“Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente.”nypl.digitalcollections.939769b0-2289-0132-6f44-58d385a7bbd0.001.w

Visto quanto mi aspettava per la serata sicuramente ricca d’analogie, di metafore audaci di vertiginose figurazioni antropomorfiche, nei quattro passi per raggiungere il luogo dell’incontro dalle parti del Duomo imponente a voi tutti noto con i bassorilievi apocalittici dello scultore Lorenzo Maitani, salendo sui gradini di una scalinata e prima ancora d’aver sorbito neppure una lacrima di vino sono incappato in questa elementare visione premonitrice. Tre gatti perdigiorno, – non mi addentrerò troppo sul gender sessuale degl’accoppiamenti felini – di cui uno attivo intento all’azione scopereccia, uno passsivo invece disponibile all’amplesso – entrambi esibizionisti come mi pare evidente – e un terzo (tertium non datur) sornione, sporcaccione più degl’altri e voyeur cioè guardone e scopofilo quanto me, io cioè, il quarto della lista pur se apparentemente umano, con l’iphone a portata di scatto pronto ad osservare-immortalare chi già era indaffarato nel fare e nel guardare, – quei tre gattacci appunto -, a mia volta forse ripreso-perpetuato da una telecamera a circuito chiuso sospesa proprio sul vicoletto. IMG_5635

Proponimenti alla base dell’incontro al Montanucci il desiderio leale di approcciarsi – di far approcciare – la gente al vino con un maggior bilanciamento di “istinto memoria emotività” ed ironia aggiungerei io, cosa che Giampiero è riuscito ad illustrare col solito piglio coinvolgente, witz perspicace e toni persuasivi, sicuro di un understatement da filibustiere navigato ormai da anni nel “mare color del vino” in cui è facile gioco naufragare, discutendo di contenuti temi e questioni accessibili ai partecipanti – sia gli iniziati che i consumati – ma mai banalizzando con accenti astrusi o contegni distaccati, attitudini impettite e pose bacchettone cosa che ahimè è ormai da troppo tempo stucchevole prassi in tante rattristate situazioni degustative di tal specie.

filosofi del vinoLe linee guida richieste da questo divertissement sinestetico svolto per un paio d’orette, – lui Giampiero assieme a noi altri teosofi delle uve fermentate e ad un nutrito coro di curiosi, appassionati più qualche addetto ai lavori, – sono risultate essere molto limpide e semplici fin da subito: bisognava cioè liberarsi la testa le narici lo sguardo il palato da qualsiasi preconcetto accademico. L’istinto non si insegna tutt’altro il più delle volte anzi viene addomesticato se non addirittura castrato dall’eccesso di regolamenti a rischio di depotenziare l’impulso liberatorio sterilizzando l’immaginazione creatrice alla radice di ognuno di noi. Orale o scritta, non c’è nessuna legge veterotestamentaria valida che possa imporsi ai nostri sensi, nessuna prestabilita regola inoculata da frigidi protocolli di scuola sommelieresca che possa sopraffare l’unicità percettiva di ogni singolo individuo. Siamo infine solo noi con la nostra immaginazione anarchica, tante solitudini raggruppate assieme davanti ai vini nel bicchiere e di fronte a delle immagini cui abbinare le nostre sensazioni suscitate volta per volta all’osservazione, all’annasata quindi all’assaggio.nypl.digitalcollections.510d47e2-90e3-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Certo il punto nodale qua allora è un altro. Secondo me è il nucleo del linguaggio il vero perno della questione perché poi a questo si riduce tutta la materia del vino parlato, interpretato e ascoltato che si faccia narrazione delle impressioni, resoconto d’attributi, gioco linguistico, costellazione d’aggettivi, gomitolo di proiezioni-ricordi-memorie innescati dall’abbinamento vino/foto come in questo nostro caso orvietano ad esempio a simulazione divertita dell’assai più dogmatico abbinamento cibo/vino. È proprio qui l’aspetto più interessante della faccenda allora, che poi da gioco si fa sempre più serio e possa tramutarsi in un buon esercizio autocritico utile ad allenare il linguaggio dei nostri sentimenti; una sana abitudine cioè a manifestare le nostre capacità descrittive che ci faccia adatti ad esprimere con maggior cura delle sensazioni sempre meno aleatorie o superficiali ma ancor più precise, approfondite, distinte ed attinenti che aderiscano meglio cioè alla nostra più autentica interiorità psichica e sfera emotiva. E qui allora penso al Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche:

“Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più”IMG_5637

Otto quindi i vini serviti alla cieca durante il corso della serata. Otto differenti sfumature cromatiche dal biancogiallino verdognolo trasparente passando per l’ambrato oro zecchino ossidativo all’amaranto tenue al rosso acceso fin al violaceo spinto. Otto territori completamente diversi l’uno dall’altro, distribuiti in due batterie da quattro che sono stati così fantasiosamente abbinati a quattro foto gigantografate appese su appositi cavalletti in un punto della sala offerte in pasto, (in bevuta sarebbe più consono) allo sguardo del pubblico borbottante scrutante annusante degustante. Un pubblico sopratutto che irraggiava quei certi sorrisi e quell’entusiasmo genuino che hanno incoraggiato una parlantina mai troppo accessoria ma anzi con buona pace e una gran disposizione dei presenti all’esperimento sociale di gruppo. E tutto questo senza mai prendersi troppo sul serio evitando così qualsiasi prescrizione fondamentalista se non si voleva poi cadere, di rovescio, nello stesso tranello retorico da cui si stava tentando di sfuggire cioè quello della degustazione tracotante, standardizzata a modellino usa-e-getta fatto di punteggi molesti, descrittori pseudoscientifici, vanagloriosi elenchi con la solita solfa d’aggettivi riciclati, pleonasmi monocordi, pappette autoreferenziali, sulfamidici recitati da pinguini ricercatori di pagliuzze negl’occhi altrui col tastevin a forma di trave conficcato nell’occhio. Evitare come la peste insomma che eliminato un idolo lo si sostituisca poi però subito con un altro magari ancora peggiore del precedente!

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Dopo aver coinvolto la sala intera nel prolifico scambio di analogie personali, impressionismi rapsodici ed associazioni di idee tra vino-sentori-raffigurazioni fotografiche, le due impetuose batterie hanno dato avvio allo smutandamento successivo dalla carta argentata che copriva le bottiglie così che si son visti sfilare i seguenti vini proprio nella medesima successione in cui li abbiamo bevuti noi quella sera stessa:

  1. Domaine Gauby 2013 Les Calcinaires (Côtes Catalanes) un uvaggio di Muscat, Macabeau e Chardonnay nella regione della Languedoc-Roussilion. Gauby
  2. Vernaccia di Oristano 2001 dei Fratelli Serra (Sardegna). Orro
  3. Rossese di Dolceacqua Testalonga 2013 di Antonio Perrino (Liguria Riviera di Ponente). Perrino Antonio
  4. Chianti Classico Le Trame 2010 di Giovanna Morganti Podere Le Boncie (Castelnuovo Berardenga). Le Trame
  5. Collecapretta Vigna Vecchia 2014, Trebbiano Spoletino di Vittorio Mattioli (Umbria alle pendici dei monti Martani). Collecapretta
  6. Côtes du Jura Domaine Macle 2009, Chardonnay e Savagnin (dalla denominazione Château-Chalon nel Jura in Francia).Macle
  7. Barbacarlo 2012 di Lino Maga una composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Barbacarlo
  8. Barolo Paiagallo 2010 di Giovanni Canonica ovviamente nebbiolo in Langa, giovanni canonicache guarda caso ne avevo aperto una bottiglia mesi prima trovandola sfortunatamente tappata ed è stato quindi una piacevole sorpresa che Giampiero ha voluto dedicarmi con affetto e quale omaggio alla cattiva memoria della precedente bottiglia che sapeva di tappo, facendola smutandare a me di persona; ultima boccia dell’intera sequenza a commiato di una serata tanto estrosa quanto appassionante, fasciata dal velo magico-protettivo della condivisione.IMG_5651

Gli scatti che seguono al centro di tutto questo serio svago tra vino e visione, sono del fotografo Luca Marchetti, questi appunto i soggetti rappresentati dalle quattro tele in ordine così come erano anche disposti in sala quella sera a partire da sinistra verso destra:

  • Cinciallegra colta in volo sopra una palizzata con filo spinato e qualche filo d’erba secca.cinciallegra
  • Primo piano di un elefante colto di fronte: scorcio di proboscide e occhio sinistro torvo, intenso, rattristato, condannato… possiamo elencare tutti gli aggettivi che ci passano per la mente tanto non sarebbe che forzatura emotiva ed antropomorfizzazione cerebrale.Elefante
  •  Conceria nordafricana, uomo seminudo in piedi si riposa rilassato di spalle al sole tra quelli che sembrerebbero i tepori termali di un hammam mentre invece prende una tregua dalle fatiche del lavoro. Marocco
  • Ragazzina o donna ritratta da dietro mentre procede avanti in quello che appare essere un paesaggio offuscato, notturno e lunare.ragazza

 

Giovanni Canonica Barolo “Paiagallo” 2010

7 gennaio 2016
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Tappo

Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti

Maporcapùtt al TCA di mmèrd.. Giovanni “Gianni” è un devoto artigiano del vino, coltiva il suo ettaro e 1/2 a nebbiolo con venerazione d’asceta. Paiagallo è il nome della vigna da cui tira fuori un Barolo che è semplicemente fenomenale (fenomenico direbbero gl’amici onanisti neokantiani). Tradizione inviolata, no concimazioni né altri prodotti di sintesi, ponderato sul togliere più che sull’aggiungere è l’utilizzo dei solfiti; lieviti indigeni, fermentazioni lunghe a temperature non controllate da poco opportune invasività tecnologiche, affinamento in botte grande. Le bottiglie prodotte sono assai esigue sull’ordine delle “pochemila” e di non così prevedibile reperibilità.. proprio una maledizione del diavolo dei sugheri quindi non aver potuto inebriarmi ancora di questa perla dell’enologia langarola – tra l’altro d’annus mirabilis: 2010 – per colpa del fituso, fitusissimo tricloroanisolo.

Paiagallo 2010

 

Vigna
Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti
Langhe Nebbiolo
Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti

Nos Dos Sisto NA12 Nebbiolo

29 dicembre 2015
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Nos Dos Carussin

4. La libertà di fare e disfare

Carussin è il nome della cantina, c’è dal 1927 a San Marzano Oliveto (tra Nizza Monferrato e Canelli). Devo ammettere che la prima cioè l’ultima volta ho bevuto questa bottiglia ero un pizzico sospettoso e forse anche un po’ svagatamente impreparato.

Prima “scorrettezza” di questo vino è il tappo a corona; seconda è un Nebbiolo da cui assai spesso in Langa si derivano costosetti, ingessatelli e talvolta alquanto datati pur se fin troppo modernoni: Barolo e Barbaresco; terza è che, nonostante la potenza e il potenziale del vitigno – amichevolmente stappato come una boccia di birra dozzinale – ci ritroviamo fin da subito nel bicchiere un felice vino già schiuso al bere pieno di vigore, ricco in polpa di pesca matura al punto, schietto di corpo e colore molto ben predisposto nella struttura, di piacevolezza sana, buona frutta succosa in odor d’albicocca spaccata in due sul ramo e questo – al di là dei privilegi del terroir – forse anche a ragione delle assennate tecniche/pratiche d’agricoltura atte alla “umana” vinificazione: fermentazioni naturali, non filtrazione, nessuna solforosa aggiunta.

Avevo pensato tre titoli per questa recensione, ma ne ho usato un quarto:
Carussin1. Nobilmente semplice
2. Elogio dell’imperfezione
3. Disarmonia prestabilita

ps.

Suggerisco schiarimenti ulteriori e rimando al sempre ponderato Rizzo Fabiari su Accademia degli Alterati

 

B. Giacosa Barolo 1990

18 novembre 2011
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Come cominciare? Innanzi tutto ci troviamo davanti ad un monumento dell’enologia italiana di un’annata eccezionale “tra le migliori a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale”. Se poi dovessimo scegliere qual è il monumento che meglio rappresenti lo spessore tannico, la solarità, la mediterranea freschezza, il respiro ampio ed il balsamo marino che questo vino contiene in sé ed emana attorno forse è gioco facile configurarcelo sotto forma di architettura spontanea e funzionale germogliata su un’isoletta del Tirreno. A tal proposito citiamo un brano di Cesare Brandi tratto dal suo meraviglioso e struggente Terre d’Italia (Bompiani) che solo una cinquantina d’anni fa osservava con amore di storico dell’arte il territorio della penisola in fase di boom economico ma ancora abbastanza incontaminato e non barbarizzato irrevocabilmente da cementificatori, palazzinari senza scrupoli e scarichi industriali a cielo aperto: “Così le case di Ponza nel loro essere cubico, raramente forate dagli archi o stondate dalle cupolette ribassate, sono come dei gabbiani cubici, manufatti dall’uomo e sistemati sparsi o raggruppati (…) la qualità rara di queste case è la parsimonia, la mancanza di vezzi, di ornamenti, di stucchi. La lindura dei volumi squadrati garantisce un tale felice incontro da far pensare con amarezza che solo la miseria può dare esiti così onesti e cristallini.”

Essenzialmente onesto, cristallino e senza vezzi, ornamenti o stucchi sarà anche questo Barolo Villero di Castiglione Falletto di Giacosa Bruno che vorremmo sempre sorseggiare accovacciati sui ruderi cistercensi del Monastero di Santo Spirito a Zannone all’ombra degl’agavi dei fichi d’India e delle querce castagnare, avvolti dalla fragranza sobria delle ginestre smosse dalla brezza in compagnia d’una famigliola saltellante di mufloni, contemplando il volo dei gabbiani reali e dei falchi pellegrini mentre nel frattempo l’asinella Penelope ignara del mondo e degl’uomini, si strozza tutto il giorno dei fichi acerbi o maturi strappati a morsi dai rami attraverso cui riluce azzurrissimo come ai tempi d’Omero sia il mare che l’Occidente.