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Barbacarlo 1989 l’Uva è un Romanzo

23 dicembre 2016
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Barbacarlo 1989 l’Uva è un Romanzo

Lino Maga stesso ricorda la 1989 quale annata “media”.

Leggendo il testo indispensabile che Bergamini ha dedicato al signor Barbacarlo, mi soffermo a un certo punto sui ricordi d’infanzia di Lino Maga anzi, Maga Lino:

“I grappoli erano libri e sfogliavo gl’acini come pagine.”

fullsizerender-copy-6Se mi concentro sull’idea di annata media e dei grappoli/libri, ripenso al suggestivo calice che questo Barbacarlo ’89 bevuto ultimamente alla cieca ha consegnato ai miei sensi, attorcigliandosi dentro me in un palinsesto di grappoli d’uva in via di pigiatura, dove ogni acino è un romanzo compiuto, fatto di sentori, vapori, fragranze smarrite nel tempo e nello spazio d’un’immaginazione liquefatta.fullsizerender-copy-14Allora ecco che mi vien voglia d’accostare questo vino a una vendemmia di pagine sparse selezionate dalla letteratura mondiale d’ispirazione popolare: Metamorfosi (L’Asino d’Oro), Il Decamerone, Vita del Pitocco, Gargantua e Pantagruele, Le Anime Morte, Illusioni Perdute, Grandi Speranze, L’Educazione Sentimentale, Pinocchio, Bouvard e Pécuchet, Moby Dick, Le Avventure di Huckleberry Finn, Fame, Gente Indipendente, Viaggio al Termine della Notte..

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Sancho Panza e Barbacarlo la Sostanza di cui è Fatta la Luce

14 dicembre 2016
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Sancho Panza e Barbacarlo la sostanza di cui è fatta la luce

Nel 1637 Cartesio pubblicava La diottrica (La dioptrique) uno studio sui fenomeni dell’ottica, quali la rifrazione e la diffrazione.

[Nel 1665 viene pubblicato – postumo – il trattato “De Lumine” di Francesco Maria Grimaldi, gesuita con interessi per la fisica e l’astronomia.]

newton-manuscript-publish-007 Allo stadio attuale delle conoscenze acquisite sulla natura della luce, le teorie di Cartesio che implicavano comunque un movimento iniziale innescato da un qualche Dio, sono ipotesi oggi alquanto datate.

15326427_1889336961294528_8463715982241481170_nIeri sera, 13 dicembre del 2016, dopo 379 anni dal testo scientifico di Cartesio, sorseggiando:
• Vino Bianco Sancho Panza 2013 (Igiea e Guido Zampaglione – Tenuta Grillo)
• Vino Rosso Barbacarlo 1996 (Lino Maga)
ho compreso qualcosa di più circa la sostanza di cui è fatta la luce che si propaga nel mondo con moto ondulatorio. Ho forse colto meglio il senso della sorgente di luce che si frange e riflette da un corpo all’altro dello spazio racchiudendosi in un’essenzialità di bevanda spremuta nel tempo da grappoli raccolti al fine di distinguere buonissime uve a bacca bianca e bacca rossa.fig-493397

Mercato dei Vini Fivi 2016 – Verticale di Barbacarlo – Incontro Lino Maga e Luigi Gregoletto

28 novembre 2016
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Mercato dei Vini Fivi 2016 – Verticale di Barbacarlo – Incontro Lino Maga e Luigi Gregoletto

manifesto_tinyUltimo fine settimana di novembre, 26 e 27 a Piacenza per il Mercato dei vini FIVI, giunto alla sua VI edizione, organizzato dalla Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

Il mio coinvolgimento emotivo a questa splendida Fiera è non solo indiretto ma anche esplicito dato che l’omino con la barba in locandina magnificamente illustrata da Gianluca Folì, – così come mi faceva notare il bravissimo Davide Cocco di studiocru – sembro essere proprio io sputato nonostante non sono affatto io, giuro, e lo giuro sputando sui sassi come s’usava anticamente in terra di Sardegna stipulando un qualche patto d’amore o morte.1

La FIVI, che raccoglie ormai un migliaio di associati sotto la sua ala protettiva, traccia in fieri – non solo in fiera – alcune linee guida piuttosto chiare e distinte – cartesiane starei per dire – per quanto forse ancora leggermente generiche o un tantino amplie rispetto al coordinamento agroecologico e alla filosofia produttiva dei suoi associati.

Si tratta nello specifico di determinanti principi minimi, patti-chiari-amicizia-lunga intesi nel reciproco buon senso, nell’onestà intellettuale e nella pratica agricola di tutti i soci, senza dubbio affinabili nel tempo in termini d’autocontrollo amministrativo del gruppo e di gestione delle risorse interne in tema di sostenibilità, trasparenza di filiera e artigianalità. I pilastri fondanti della FIVI sono sicuramente suscettibili di perfezionamento man mano che il movimento accresce la sua portata etica e il suo consolidamento politico nel turbolento flusso internazionale del vino naturale o artigianale che dir si voglia. Questi semplici eppur complicati capisaldi sono limpidamente motivati nel suo manifesto associativo dove si reclama che il viticoltore aderente alla federazione: “coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta“.4

Ho visto carrelli per la spesa stracolmi di casse di vino, spinti da gente sorridente in vena d’acquisto critico e non compulsivo. Molto confortante anche ammirare lo scambio di bottiglie tra impetuosi produttori d’ultima generazione, un segnale effettivo quest’ultimo, che i vignaioli sono curiosi anche dei vini altrui – lontani o vicini – e non si soffermano più soltanto ad ammirare, odorare, celebrare i fiorellini del proprio orticello com’è, ahimè, uso di tanti produttori campanilisti con le bende sugl’occhi, i tappi sulle orecchie, le mollette alle narici.

Dopotutto i dati del post-fiera parlano chiaro. I due giorni del Mercato Fivi 2016 hanno visto sfilare 9.000 ingressi (50% in più d’afflusso rispetto all’anno precedente) e molti produttori presi d’assalto al banchetto tanto che già il primo giorno non avevano quasi più vino né da far assaggiare né da vendere.6

Dopo un viaggio infernale in treno la sera prima dell’evento, tra sciopero dei mezzi, alluvioni in nord Italia e guasto tecnico al treno, resto bloccato per ore alla stazione di Bologna. Smadonnando e sbraitando (sbraitando e smadonnando a vostra scelta) dalle ore 20 o giù di lì, si erano comunque fatte le 23 passate quando mi ritrovo sbarellato assieme a un altra sporca dozzina di pendolari con un ultimo treno-carovana in direzione Parma dove mi son trovato costretto a cercarmi un alloggio di fortuna al primo hotel fuori la stazione non essendoci in loco neppure un taxi figuriamoci a localizzare un car2go.

Raggiungerò dunque Piacenza il giorno appresso perdendo quel micron di fiducia che ancora riponevo in Trenitalia oltre che aver perduto anche i soldi della prima sera d’albergo prenotato sempre a Piacenza.

Questo che segue un frammento strampalato di sogno che riporto dal risveglio a Parma:

Magda per l’amor di Dio fermati!

Mi sveglio da quest’incubo in cui ero uno psico-degustatore compulsivo con ansie compilatorie schizoidi alla Furio di Bianco Rosso e Verdone:

<<420 produttori.. 3 etichette di media (per difetto) a produttore.. 1260 bottiglie totali di media (per difetto)..
Ipotizzo di avere 2 giorni d’assaggi per me a pieno regime.. no chiacchiere.. no ingombri.. zero distrazioni.. solo vini.. dalle ore 12.00 alle ore 19.00.. fanno 14 (quattordici) ore totali a disposizione.. 90 vini l’ora.. assaggi a catena di montaggio.. 630 vini il I giorno.. 630 il II..>>

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Luca Ferraro ed altri parteciapanti mi hanno raccontato a cose fatte, che un momento di assoluta commozione generale condivisa da tutti i produttori adunati alla presentazione è stato il discorso di conferimento per il vignaiolo dell’anno a Luigi Gregoletto, che ha raccontato quanto segue:

“Dalla mia vita e dalle mie esperienze posso dire che la terra va rispettata, va amata, perché la terra è madre e sa ricompensare. Anche oggi che produrre molto è facile e produrre poco è altrettanto facile. Produrre equilibrato nel rispetto della terra, della sua conservazione e della qualità del prodotto, è molto più difficile. Ma sono convinto che questa sia la via da affrontare e sono altrettanto convinto che la terra non delude. La terra ti può fare meno ricco, ma sicuramente più signore.”

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Ho avuto poi il privilegio di assistere all’incontro tra Luigi Gregoletto (70 vendemmie alle spalle) e Lino Maga (classe ’32), due capitoli centrali dell’avventurosa storia del vino italiano.. “una spremuta d’umanità” (citaz. Walter Massa). Due saggi del vino vis-à-vis da cui ho assorbito questa sacrosanta verità:

Le traversie, gl’ostacoli, i problemi… ci aiutano a vivere.

La verticale di Barbacarlo organizzata in una sala degustazione al Mercato Fivi il II giorno, cioè domenica 27 novembre, è stata l’apice professionale ed umano di un’incredibile due giorni d’assaggi, incontri, emozioni, abbracci, condivisioni dei punti di vista con colleghi, amici, produttori, consumatori, ristoratori.

Per quel che possa contare, i vini mi sono piaciuti tutti moltissimo, ognuno con la sua specifica impressione cromatica, identità olfattiva, tessitura gustativa. Il sorseggio in batteria delle sei annate, è stato accompagnato da una frase luminosa, da un tono di voce struggente mormorato su timbro basso, pronunciata a mezza bocca dallo stesso artefice del Barbacarlo (identica cosa tra l’altro che ho sentito mormorare con la medesima purezza d’animo e reverenziale umiltà del singor Maga Lino anche da Josko Gravner):

Faccio il vino come si faceva duemila anni fa.

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  • 2011

Ancora troppo asciutto, ruvido, essenzialmente tannico. Un vino d’eccellenza cruda, che t’urla in faccia “dammi il grasso del prosciutto meglio stagionato in cantina, però quello più dolce e sudato..”

Asciuttezza e tannicità della 2011 ma con maggior spessore, finezza, potenza (s’avverte presumo, l’annata imponente). Un’austerità dall’anima odorosa in riposo nel calice, una genuinità di corpo dell’uva tramutata in vino che ti rende percettibile la grandezza sublime di questo vino nella prospettiva dei prossimi decenni (a dir poco).

  • 2009

Il vino meno caratterizzato della batteria. In fase di letargo sono sicuro. Quanto vorrei stapparne almeno uno ogni anno, tanto per seguire il percorso d’evoluzione, di formazione e crescita di quest’annata con più ordine filologico possibile.

  • 2007

Dolcezza perfetta. Dalle parole dello stesso Maga Lino o Signor Barbacarlo, so per certo che nonostante: “il mio vino non mi soddisfa mai”, la perfezione dolce dell’uva spremuta quando è raggiunta, – vuoi per temperamento dell’annata, vuoi per caparbietà del cristiano in vigna, casualità o fortuna, – è evidente poi che un miracolo di vino così strapperà un flebile sorriso d’intesa tra l’uomo duro e la sua terra, le sue viti ancor più aspre.

  • 2004

Il bicchiere dinamizza una complessità aromatica nell’aria attorno alle mie narici come fosse uno spettroscopio olfattivo: spezie esotiche, china, assenzio, rabarbaro, chiodi di garofano, infuso di genziana, bastoncini di liquirizia… un’annata di cui il perfezionista Lino Maga non è particolarmente soddisfatto – vi rendete conto? – che a me invece lascia in bocca un sentimento di tale bontà, succosità e bellezza, che mi vien difficile provare a farvi partecipi altrimenti a parole se non abbracciandovi in silenzio uno ad uno tutti – ma ci siete? – lettori giunti fin qui più o meno fedeli.

  • 2000

Pur se di annata difficile, altro monumento alla genuinità del succo d’uve fermentato a base di una composizione promiscua – come tradizione contadina comanda nell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia – della Croatina, dell’Uva Rara, dell’Ughetta (ovvero Vespolina) e forse anche della barbera.

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Verso la fine di quella che resterà incisa nella mia mente quale memorabile degustazione, ad un certo punto il confronto tra i due eroici contadini – eroi della terra – ha preso una piega un po’ malinconica, ha rintoccato cioè le campane di una mesta meditazione sulla morte, sulla malattia, sul mestiere di vivere, sul vanitas vanitatum d’ogni cosa, opinione e persona, adombrando a lutto – ogni tanto non può che farci bene – il pubblico di noi degustanti ossessivi e giratori di bicchieri seriali.

La chiosa finale, quasi fosse la massima di un severo filosofo francese del ‘700, è dello stesso Lino Maga in risposta alla domanda di Walter Massa: “Lino, cos’altro vuoi aggiungere per finire?”

Non ho niente da dire, se non c’è più niente da dire! (Lino Maga)

Una risposta che ritengo più dolce che amara – dolce il giusto, alla maniera di quei vini che lui il signor Barbacarlo ama di gran lunga -, una risposta sapiente che oggi mi risuona dentro come monito dell’ostinazione tenace ad andare avanti in silenzio, ad agire determinati verso la propria meta, a non avere mai tentennamenti, risentimenti o rimpianti, mai.

 

Nomi Di Cose Cibi Vini Città Santi Mondi Galassie

22 marzo 2016
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Uno poi dice, ma perché tutte ‘ste astruse divagazioni astrali per descrivere un semplice pranzetto tra amici fatto nei primi giorni di Marzo? È solo un tentativo, maldestro lo so, di raccontare la complessità delle cose semplici; una sorta di “unisci i punti” della Settimana Enigmistica in cui al posto dei numeri da collegare ci sono però: la torta pasquale ternana, le tagliatelle ai porcini, l’agnello marinato al limone, il torcolo di San Costanzo, un Vin Santo “sfuso” del 1970, il passito di Pantelleria 2006 di Ferrandes, il Barbacarlo di Lino Maga 1996, Gli Scarsi 2003 di Pino Ratto, il metodo Classico del Venturelli, il viognier do.t.e di Cortona, una magnum di Montevertine 2002, il Poggio a’ Venti di Massa Vecchia 2001, gli Hermitage 2005 di Faurie e 2010 di Dard & Ribo… ed ecco che “uniti i punti” viene fuori così una costellazione d’amicizie, di ragionamenti interconnessi attraverso il calice mai scolmo e di calore umano incolmabile.4

Primo sabato di Marzo. Giornata ventosa, atmosfera livida di nubi oltre le valli le spianate e i monti. Pranzo in famiglia tra amici a San Gemini… ma non per bere acqua!

Nomi di persone: rappresentano già da sole o in gruppo le tessere d’un mosaico privato d’italiani un certo pubblico d’Italia tanto immaginario quanto reale, domestico, sostanziale: Giampiero, Marco, Filippo, Barbara, Valentina, Pietro, Manfredi, Gaetano, Petra, Tancredi… ma che sono anche denominazioni di pianeti raccolti in un sistema astrofisico ovvero singoli universi in carne ed ossa. Micromondi d’affetti riproduttivi eppure irriproducibili; stratificazioni geologiche di pelle con coscienza; cosmologie di percezioni sempre in movimento anche da fermi; congegni psichici, morfologie di parole, frammenti di un Tutto il quale è a sua volta parte d’un altro insieme senza limite; enciclopedie di segni a forma di volto; ragnatele cardiovascolari, circuiti nervosi d’esperienze e flussi sensoriali che s’adocchiano consapevoli o incerti; apparati digerenti che si sfiorano s’allontanano e riavviciano, ognuno orbitante nella propria galassia emotiva che scorre al ritmo attivo/passivo del respiro e delle pulsazioni del sangue, ognuno intento sul proprio individuale anche se condiviso tragitto obbligato d’opere, d’aspirazioni di volontà di sogni e di giorni; masse gravitazionali addensate d’accadimenti fusi in sfere sonore che musicano l’allegria e il dolore d’essere presenti al bene come al male della ciclicità stagionale; disarmonie prestabilite, simboli linguistici coinvolti nel vivo zampillante della natura, insomma, mammiferini spirituali compartecipi alla natura della vita… e questo tanto per dire solo una milionesima molecola d’umanità di quel che siamo, o eravamo fino a mezzo secondo fa…

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Nomi di cose cibi e santi: torta al formaggio pasquale “ternana” e capocollo, fettuccine fatte in casa con i funghi porcini e la salsiccia Umbra non particolarmente pepata, patate al forno, agnello alla maniera della nonna marinato al limone e cotto in forno, torcolo di San Costanzo patrono di Perugia, frittelle al riso di San Giuseppe, colomba di Pasqua e quel Vin Santo strepitoso del 1970 (malvasia grechetto e trebbiano?) di madre antica e matrice oscura ritrovato da Marco in un reliquiario di cantina + località + contadino = anonime virtù.

52Bottiglie tutte coperte con la stagnola per il semplice gioco dei rimandi mentali, le associazioni d’idee, le sensazioni esplicite tra di noi beventi per evitare automatismi familiari o condizionamenti sociali scatenati anche involontariamente dal riconoscimento dell’eteichetta.

Nomi dei vini: Trebbiano di Spagna a Metodo Classico elaborato in Emilia Romagna dal professore Venturelli artigiano del lambrusco: esuberanza di lieviti al naso (stappato ancora “acerbo”?), qualche rotondità di troppo in bocca comunque vino brioso, bollicine compatte che ben dispongono il palato a quanto andrà a seguire.13Viognier a Cortona, esperimento alquanto insolito ma molto divertente di macerazione sulle bucce per qualche giorno, fermentazioni spontanee con i propri lieviti. Va subito aggiunto che il vino di Filippo Calabresi do.t.e. (nelle prossime settimane l’ufficializzazione del progetto) è ancora in fase prematura ad affinarsi e a decantare in vetro dunque quest’assaggio resta inteso come un prelievo “acerbo” da damigiana. Emerge un filo troppo fin da subito all’olfatto la semi-aromaticità già implicita al vitigno e che lascia un ricordo d’esuberanza alcolica, surmaturità del frutto o grassezza di polpa che lo apparanta ai ben più opulenti Condrieu; ci sono tutte le potenzialità nel vignaioolo e nella vigna per ottenere da qui a qualche anno dei bianchi – o orange (why not?) – e dei Syrah rifermentati in bottiglia (al Vinitaly 2016 assaggeremo questa chicca) più salini, misurati d’alcol, d’acidità più spiccata, beverini salivanti e smussati il giusto proprio come Dioniso comanda.IMG_7333

Bottiglia di Pino Ratto vignaiolo d’altri tempi, d’altre levature morali, uomo di rancure sane e di ferrea onestà intellettuale. Così altrettanto il suo Dolcetto d’Ovada Gli Scarsi anche in un’annata impossibile, un’annata d’inferno come questa 2003 (neppure indicata in etichetta). Esuberanza di personalità e visione del vignaiolo nel vino che egli stesso fa ma non ad aggiungere bensì a levare. Vino struggente, miracolo di bontà in tutta la sua spigolosità ed “imperfezione” sana. Desolazione dell’uomo vecchio e solo abbandonato a se stesso e alle sue vigne, stratificazione della polvere, sentimento dolceamaro delle rovine, muto urlo verso un cielo avverso o meglio indifferente; consapevolezza della morte imminente, rabbia cieca contro il mondo ottuso più dei suoi abitanti… e poi questo suo armonicamente contrastato vino duro/lieve, verace/terrigno, messaggio d’amore spremuto, fraseggio liquido di Charlie Parker da Now’s the Time, pacificazione dell’irrequietezza, estasi d’ogni senso logico o irrazionale, improvvisazione be-bop e amplesso consumato alla perfezione tra uomo e natura, miraggio della quotidianità faticosa ma felice fermentata in succo d’uve offerto ai sorrisi dell’amicizia, della condivisione del puro desiderio di conoscersi meglio bevendo-conversando-tacendo-mangiando assieme.

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Lino Maga è l’altro bel monumento incarnato all’enologia verace nazionale quella di matrice più indomabile e ruspante, vignaiola e borgognona se vogliamo. Il Barbacarlo è questa composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera in percentuale minima, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Vinificazione alla maniera antica, nessun maniaco-ossessivo controllo delle temperatura e soprattutto maturazione del vino in vetro cioè direttamente in bottiglia il che porta una voluta-non-voluta rifermentazione naturale che dona al vino o meglio denota ogni singola bottiglia con la propria unicità di dolcezza e/o sapidità terrosa alimentata dal residuo zuccherino in fieri, acidità più o meno tagliente a seconda dei casi e filigrana carbonica che vivacizza il frutto nero-notte che schiude a un ventaglio di notazioni più balsamiche di speziature intermedie arpeggiate sul pentagramma della piacevolezza di beva e dell’ariosità di gorgolgio al calice ma soprattutto ad attizzare il gargarozzo per pacificarsi poi genuinamente in pancia via cuore-cervello.

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A Montevertine i peggiori millesimi di sempre sono stati la 1972, la 1976, la 1984 addirittura non prodotta. 2002 in linea assolutamente generale, non è certamente considerata un’annata memorabile, andrebbero poi analizzati nello specifico i vari territori, microclimi e vigneti caso per caso, ettaro per ettaro. Questa bottiglia di Sangioveto Canaiolo e Colorino prima ancora di smutandare la stagnola, ha rivelato già da subito al bicchiere il suo inconfondibile profilo d’identità ben precisa, non poteva che essere uva sangiovese di una zona assai specifica del Chianti, Radda ovvero proprio Montevertine che ne è la quintessenza; generato, vinificato assaggiato affinato dall’incastro astrale di altri vorticosi pianeti umani affinanti vinificanti assaggianti, e cioè: Sergio (che però il 2000 era già andato via in un altro cosmo chissà), Martino, Bruno, Giulio.9

Altro nome di battesimo di un pianeta di chissà quale galassia al di là d’ogni limite immaginato o scrutato dagl’astrofisici. Fabrizio Niccolaini ed è un pianeta aspro, ricco di sale, sabbia, abbagli marini, macchia mediterranea – solo per associazione in verità ma indubbiamente è un altro mare su quel pianeta lì di certo più incontaminato del nostro – abbagliato da un sole certamente più carezzevole, benefico e meno avvelenato di quel che ci tocca. Poggio a’ Venti è (era?) un terrazzamento di vigne, il più elevato, da cui provengono (provenivano?) uve sangiovese purissime che una volta pigiate si conserva (si conservava?) liquido in botti di rovere per quasi quattro anni. Poggio a’ Venti 2001 identifica la bevuta più straziante del pranzo, un vino semplicemente meraviglioso, il succo temperamentale dell’uomo tormentato che l’ha manufatto; bellezza e bontà, struggimento appunto ma anche complicità per un vino ed un vignaiolo di assoluta potenza fusa all’atto, e si sa le cose buone e belle hanno breve seppur intensa durata o forse come in questo caso hanno concimato il terreno per dar vita ad una realtà vitivinicola – Massa Vecchia – di sempre più potenziale (potente) bellezza e attuale (attiva) bontà.

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Bernard Faurie l’ultimo dei viticoltori Mohicani sui colli d’Hermitage, ultimo di cinque generazioni di viticulteur a Tournon-sur-Rhône che ancora fermenta naturalmente, imbottiglia a mano, pigia con i piedi la sua uva a grappolo intero lavorando sempre manualmente come i suoi predecessori prima di lui le sue belle vigne ultracentenarie i cui nomi di parcelle scintillano come la costellazione di Cassiopea nel cielo dei vigneti dell’Hermitage: Bessards, Méal, and Gréffieux. Suoli granitici come a Cornas o a Saint-Joseph da cui nelle mani di un grande vignaiolo quale Bernard generano dei Syrah elegantissimi, il tannino è un filamento di seta, acidità tagliente e raffinata, struttura e succulenza di pietra liquefatta approssimativamente persistente ad infinito. 

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Jean-René Dard & Francois Ribo sono in Rodano del Nord a Mercurol il nome d’un paese che già di suo suona come il pianeta più “eccentrico” e prossimo al sole. Hanno cominciato nei primi anni ’80 da un minuscolo vigneto, poi cresciuto negli anni, ad applicare la loro visione pionieristica di approccio non-interventista, naturale nei fatti oltre che a parole e non invasivo sia in vigna che in cantina continuando empiricamente di annata in annata con uso minimo di rame e zolfo, nessuna aggiunta nella trasformazione dell’uva, nessuna macerazione carbonica o a freddo e l’utilizzo quasi impercettibile di solforosa in cantina. Il vino è un soffio improvviso di felicità ai sensi, un Syrah di sorgente che zampilla tra rocce d’alta montagna a dissetare la gola arsa di chi osa avventurarsi a tali impervie asperità, di una digeribilità cristallina, nutriente e scorrevole… bevanda “mercuriale” così come mercuriali sono Dard & Ribo che riversano il loro fuoco sacro spontaneamente anche in questo Hermitage solido ma leggiadro con le ali ai piedi proprio come il Mercurio volante del Gimbologna al Museo Nazionale del Bargello a Firenze.12

Sublime in tutto (provenienza, colore, consistenza tattile, profumi, gusto) il Passito di Pantelleria di Salvatore Ferrandes da Zibibbo ovvero Moscato d’Alessandria, in Contrada Mueggen ed altri appezzamenti sparsi (neppure 2 ettari di vigneto), coltivato ad alberello nel pieno rispetto dell’agricoltura sostenibile che col vento perenne dell’isola qui a Pantelleria costa ancora maggior fatica. Oltre ai duri sacrifici della lavorazione in vigna (alberello pantesco in conca scavata nel terreno), fondamentale alla riuscita di un grande passito (prodotto in poche migliaia di bottiglie) è il delicatissimo equilibrio di controllo “umano” dell’essiccazione al perfetto punto d’asciugatura dell’uva messa al sole per 8-15 giorni negli appositi stenditoi a ridosso dei muri in pietra lavica prima di essere ammostata e fermentata naturalmente in cantina ovvero nel ammuso quindi travasata di tanto in tanto rispettando le fasi lunari prima dell’imbottigliamento.

Ricordo vagamente trai fumi postprandiali, che l’abbinamento premeditato sia del Passito di Ferrandes che del Vin Santo d’anonimo del 1970 sul Torcolo di San Costanzo – molto più francescano per la verità – ad uva passa, canditi e pinoli, ha generato in me un’abissale meditazione sull’esaurisri nostalgico di un pomeriggio tra compagni d’orbita, un senso fenomenologico dell’esserci-per-la-morte-e-basta eppure nonostante il tema arcigno con l’ultime lacrime di vin santo e passito pantesco in gola un sorriso mi si è spalancato in faccia non soltanto limitato al volto o al cervello ma invasivo, coinvolgente tutti e tutto attorno a me, quasi l’esplosione di una supernova dentro la sala da pranzo e poi una catena di palingenesi, una quiete cosmica da cui originano in un istante nuove amicizie, alcune gioie, molte galassie altri mondi e buchi neri.

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Vino è Visione

25 gennaio 2016
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Giorni fa ad Orvieto ho colto al volo una felice occasione di ritrovarci con alcuni dei più fulgidi nasi scintillanti umbri. Appuntamento al caffè Montanucci per inerpicarsi su un trasversale e spassoso itinerario sensoriale condotto dall’amico Giampiero Pulcini sempre animato dal sacro fuoco istruttivo che lo contraddistingue ben dosando un giusto sentimento delle proporzioni a misurata dissimulazione pedagogica.

Vino e Visione il titolo programmatico dei sorseggi alla cieca che ci sta a  ricordare la difficile arte (direi pure l’artigianato) del guardare innanzitutto in se stessi poi del saper osservare sia dentro a un calice di vino sia attraverso un’immagine che paralizza in una fotografia un determinato istante di vita non più replicabile, come scriveva ad esempio Roland Barthes:

“Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente.”nypl.digitalcollections.939769b0-2289-0132-6f44-58d385a7bbd0.001.w

Visto quanto mi aspettava per la serata sicuramente ricca d’analogie, di metafore audaci di vertiginose figurazioni antropomorfiche, nei quattro passi per raggiungere il luogo dell’incontro dalle parti del Duomo imponente a voi tutti noto con i bassorilievi apocalittici dello scultore Lorenzo Maitani, salendo sui gradini di una scalinata e prima ancora d’aver sorbito neppure una lacrima di vino sono incappato in questa elementare visione premonitrice. Tre gatti perdigiorno, – non mi addentrerò troppo sul gender sessuale degl’accoppiamenti felini – di cui uno attivo intento all’azione scopereccia, uno passsivo invece disponibile all’amplesso – entrambi esibizionisti come mi pare evidente – e un terzo (tertium non datur) sornione, sporcaccione più degl’altri e voyeur cioè guardone e scopofilo quanto me, io cioè, il quarto della lista pur se apparentemente umano, con l’iphone a portata di scatto pronto ad osservare-immortalare chi già era indaffarato nel fare e nel guardare, – quei tre gattacci appunto -, a mia volta forse ripreso-perpetuato da una telecamera a circuito chiuso sospesa proprio sul vicoletto. IMG_5635

Proponimenti alla base dell’incontro al Montanucci il desiderio leale di approcciarsi – di far approcciare – la gente al vino con un maggior bilanciamento di “istinto memoria emotività” ed ironia aggiungerei io, cosa che Giampiero è riuscito ad illustrare col solito piglio coinvolgente, witz perspicace e toni persuasivi, sicuro di un understatement da filibustiere navigato ormai da anni nel “mare color del vino” in cui è facile gioco naufragare, discutendo di contenuti temi e questioni accessibili ai partecipanti – sia gli iniziati che i consumati – ma mai banalizzando con accenti astrusi o contegni distaccati, attitudini impettite e pose bacchettone cosa che ahimè è ormai da troppo tempo stucchevole prassi in tante rattristate situazioni degustative di tal specie.

filosofi del vinoLe linee guida richieste da questo divertissement sinestetico svolto per un paio d’orette, – lui Giampiero assieme a noi altri teosofi delle uve fermentate e ad un nutrito coro di curiosi, appassionati più qualche addetto ai lavori, – sono risultate essere molto limpide e semplici fin da subito: bisognava cioè liberarsi la testa le narici lo sguardo il palato da qualsiasi preconcetto accademico. L’istinto non si insegna tutt’altro il più delle volte anzi viene addomesticato se non addirittura castrato dall’eccesso di regolamenti a rischio di depotenziare l’impulso liberatorio sterilizzando l’immaginazione creatrice alla radice di ognuno di noi. Orale o scritta, non c’è nessuna legge veterotestamentaria valida che possa imporsi ai nostri sensi, nessuna prestabilita regola inoculata da frigidi protocolli di scuola sommelieresca che possa sopraffare l’unicità percettiva di ogni singolo individuo. Siamo infine solo noi con la nostra immaginazione anarchica, tante solitudini raggruppate assieme davanti ai vini nel bicchiere e di fronte a delle immagini cui abbinare le nostre sensazioni suscitate volta per volta all’osservazione, all’annasata quindi all’assaggio.nypl.digitalcollections.510d47e2-90e3-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Certo il punto nodale qua allora è un altro. Secondo me è il nucleo del linguaggio il vero perno della questione perché poi a questo si riduce tutta la materia del vino parlato, interpretato e ascoltato che si faccia narrazione delle impressioni, resoconto d’attributi, gioco linguistico, costellazione d’aggettivi, gomitolo di proiezioni-ricordi-memorie innescati dall’abbinamento vino/foto come in questo nostro caso orvietano ad esempio a simulazione divertita dell’assai più dogmatico abbinamento cibo/vino. È proprio qui l’aspetto più interessante della faccenda allora, che poi da gioco si fa sempre più serio e possa tramutarsi in un buon esercizio autocritico utile ad allenare il linguaggio dei nostri sentimenti; una sana abitudine cioè a manifestare le nostre capacità descrittive che ci faccia adatti ad esprimere con maggior cura delle sensazioni sempre meno aleatorie o superficiali ma ancor più precise, approfondite, distinte ed attinenti che aderiscano meglio cioè alla nostra più autentica interiorità psichica e sfera emotiva. E qui allora penso al Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche:

“Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più”IMG_5637

Otto quindi i vini serviti alla cieca durante il corso della serata. Otto differenti sfumature cromatiche dal biancogiallino verdognolo trasparente passando per l’ambrato oro zecchino ossidativo all’amaranto tenue al rosso acceso fin al violaceo spinto. Otto territori completamente diversi l’uno dall’altro, distribuiti in due batterie da quattro che sono stati così fantasiosamente abbinati a quattro foto gigantografate appese su appositi cavalletti in un punto della sala offerte in pasto, (in bevuta sarebbe più consono) allo sguardo del pubblico borbottante scrutante annusante degustante. Un pubblico sopratutto che irraggiava quei certi sorrisi e quell’entusiasmo genuino che hanno incoraggiato una parlantina mai troppo accessoria ma anzi con buona pace e una gran disposizione dei presenti all’esperimento sociale di gruppo. E tutto questo senza mai prendersi troppo sul serio evitando così qualsiasi prescrizione fondamentalista se non si voleva poi cadere, di rovescio, nello stesso tranello retorico da cui si stava tentando di sfuggire cioè quello della degustazione tracotante, standardizzata a modellino usa-e-getta fatto di punteggi molesti, descrittori pseudoscientifici, vanagloriosi elenchi con la solita solfa d’aggettivi riciclati, pleonasmi monocordi, pappette autoreferenziali, sulfamidici recitati da pinguini ricercatori di pagliuzze negl’occhi altrui col tastevin a forma di trave conficcato nell’occhio. Evitare come la peste insomma che eliminato un idolo lo si sostituisca poi però subito con un altro magari ancora peggiore del precedente!

Geminus Thomas 1562

Dopo aver coinvolto la sala intera nel prolifico scambio di analogie personali, impressionismi rapsodici ed associazioni di idee tra vino-sentori-raffigurazioni fotografiche, le due impetuose batterie hanno dato avvio allo smutandamento successivo dalla carta argentata che copriva le bottiglie così che si son visti sfilare i seguenti vini proprio nella medesima successione in cui li abbiamo bevuti noi quella sera stessa:

  1. Domaine Gauby 2013 Les Calcinaires (Côtes Catalanes) un uvaggio di Muscat, Macabeau e Chardonnay nella regione della Languedoc-Roussilion. Gauby
  2. Vernaccia di Oristano 2001 dei Fratelli Serra (Sardegna). Orro
  3. Rossese di Dolceacqua Testalonga 2013 di Antonio Perrino (Liguria Riviera di Ponente). Perrino Antonio
  4. Chianti Classico Le Trame 2010 di Giovanna Morganti Podere Le Boncie (Castelnuovo Berardenga). Le Trame
  5. Collecapretta Vigna Vecchia 2014, Trebbiano Spoletino di Vittorio Mattioli (Umbria alle pendici dei monti Martani). Collecapretta
  6. Côtes du Jura Domaine Macle 2009, Chardonnay e Savagnin (dalla denominazione Château-Chalon nel Jura in Francia).Macle
  7. Barbacarlo 2012 di Lino Maga una composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Barbacarlo
  8. Barolo Paiagallo 2010 di Giovanni Canonica ovviamente nebbiolo in Langa, giovanni canonicache guarda caso ne avevo aperto una bottiglia mesi prima trovandola sfortunatamente tappata ed è stato quindi una piacevole sorpresa che Giampiero ha voluto dedicarmi con affetto e quale omaggio alla cattiva memoria della precedente bottiglia che sapeva di tappo, facendola smutandare a me di persona; ultima boccia dell’intera sequenza a commiato di una serata tanto estrosa quanto appassionante, fasciata dal velo magico-protettivo della condivisione.IMG_5651

Gli scatti che seguono al centro di tutto questo serio svago tra vino e visione, sono del fotografo Luca Marchetti, questi appunto i soggetti rappresentati dalle quattro tele in ordine così come erano anche disposti in sala quella sera a partire da sinistra verso destra:

  • Cinciallegra colta in volo sopra una palizzata con filo spinato e qualche filo d’erba secca.cinciallegra
  • Primo piano di un elefante colto di fronte: scorcio di proboscide e occhio sinistro torvo, intenso, rattristato, condannato… possiamo elencare tutti gli aggettivi che ci passano per la mente tanto non sarebbe che forzatura emotiva ed antropomorfizzazione cerebrale.Elefante
  •  Conceria nordafricana, uomo seminudo in piedi si riposa rilassato di spalle al sole tra quelli che sembrerebbero i tepori termali di un hammam mentre invece prende una tregua dalle fatiche del lavoro. Marocco
  • Ragazzina o donna ritratta da dietro mentre procede avanti in quello che appare essere un paesaggio offuscato, notturno e lunare.ragazza