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Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

30 marzo 2017
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1Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

Domaine Ganevat Côtes du Jura 2005 Vin Jaune “Sous la Roche”

C’è ben poco da fare, il vino, anzi il vino con la v di vita, è un fatto piuttosto raro ma lo riconosci quasi subito all’orecchio, già quando sgorga dal collo della bottiglia, da come risuona tintinnando nel calice cioè.

È un abbaglio agl’occhi. Ustiona lo sguardo proprio mentre straripa attorno a sé una lucentezza d’alba scandinava. Anche fosse più freddo di quanto dovrebbe, sprigiona una fragranza di miele che avvampa le narici, ravvivando le labbra rinsecchite. Il vino, il vino impetuoso, questo vino equiparabile alla vita ti si schiude allora alla bocca come l’uovo d’un uccellino raro appena nato e man mano che scivola sulla lingua, s’aggrappa in gola, boccheggia, trema al palato. Proverà infine a dispiegare le ali finché impara subito nel giro di qualche sorso a volare e tu voli con lui. Esattamente tu, che lo sorseggi cauto per non fargli male – sfidando l’oppressiva legge di gravità che opprime tutti i tuoi simili – quando pian piano, in uno slancio vitale dello scheletro incarnato, staccherai l’ombra da terra e, tuffandoti verso l’alto, non sbufferai via anche tu con lui. Volerai via lieve. Volteggerai in cielo assieme a questo vino-uccellino raro sanguinante di vita, la vita stessa che trabocca a fiotti d’oro purissimo, sparsa nell’aria sotto forma di piumaggio odoroso al vin jaune.3Con Jean-François Ganevat che conduce 8,5 h. di vigneti in biodinamica nei pressi del borgo di La Combe a sud di Los-le-Saulnier, siamo ormai alla XVIII generazione di vigneron che coltivano fin dalla metà del ‘600 le vigne del Domaine di famiglia. Sono vitigni tipici del Jura (o dello Jura?) quelli prodotti da Ganevat in parcellizzazioni infinitesimali – 20 cuvée su 6 ettari – micro-vinificazioni maniacali singole anche meno di una sola botte: Poulsard, Savagnin, Trousseau, Pinot Noir, Chardonnay e soprattutto uve dimenticate quali Enfariné, Petit e Gros Béclan, Gueuche, Mésy, Corbeau, Portugais Bleu, Argant, Seyve-Villard… queste le varietà d’uva coltivata, molte delle quali confluiscono nei Vin de FranceJ’en Veux” che prevedono un ardito uvaggio di ben 18 vitigni fra uve a bacca bianca e rossa. Anche la composizione del terreno come quella dei vitigni, è complessa, differenziata: marne rosse e blu, suoli a base calcarea o argillosa. Il clima del (dello?) Jura è semi-continentale con notevoli escursioni termiche. Il Savagnin blanc è chiamato anche naturé è un antico vitigno della famiglia dei Traminer (sono più rari ma esiste anche una versione rosa e una verde). Dal Savagnin, spremuto e custodito dalla mano dell’uomo, abbiamo quindi quel miracolo tra cielo e terra che è il Vin jaune o Vin de garde definito così per la sua incredibile resistenza alla prova del tempo. Il Vin jaune è un vino, il vino ossidativo (sous voile) per eccellenza così come certi Vin de fleur prodotti in Alsazia, in Borgogna, a Gaillac o in Sardegna o come certi Xérès, Madeira, Marsala, Sherry.

2Questo Savagnin di Ganevat nello specifico Vin Jaune, da un suolo a base di marne blu, affina per oltre 8 anni in botti scolme (sans ouillage), protetto dal suo potente eppur fragilissimo velo (voile) naturale di lieviti aerobici (saccharomyches cerevisiae), lieviti scoperti e studiati la prima volta dal leggendario Louis Pasteur che ha trascorso una parte fondamentale della sua vita proprio ad Arbois ad approfondire microrganismi e mosti, la trasformazione dei lieviti e il processo misterioso delle fermentazioni. I saccharomyces si nutrono d’ossigeno tramutando una parte di alcol in etanale o acetaldeide. Sono centinaia i composti volatili ma la molecola che dona quel gusto giallo ambrato al vino è il sotolone responsabile principale di quel sapore dai timbri di frutta candita; un gusto deciso, dissetante, amarognolo e speziato di frutta secca, curry, zafferano, noci, mandorle tostate. Equilibrio pericoloso sull’orlo dell’ossidazione e della fragranza che regala vini – al loro stato di grazia – di suprema freschezza, di beva succulenta, vini introspettivi che risuonano accordi abissali, riesumano memorie rupestri d’uve lasciate fermentare al buio delle caverne.IMG_3193Aggiungerei che l’abbinamento su una variegata scelta di olive itrane verdi (le bianche) e nere coltivate da produttori locali selezionati con cura, è stato più che centrato. Lasciarsi scivolare da una parte all’altra della bocca i noccioli delle olive, estrarre fino al midollo la sensazione di terra dagl’ossicini richiamava perfettamente alla salivazione il retrogusto agrodolce di salamoia, di buccia d’arancia candida, di mentuccia spontanea, rosmarino, asparagi delvatici e macchia mediterranea. L’essenza delle olive disciolte in bocca ricordava insomma quell’inconfondibile sapore alcalino fermentato dell’umeboshi giapponese, rilasciando una sapidità polposa immersa in gola dalle irradiazioni solari del vin jaune di Ganevat, vino con 11 anni sulle spalle ma, molto probabilmente, con altri 60 anni e oltre davanti a sé.

Esclusi imprevisti di percorso, alla fine della sua evoluzione in botte per quasi un decennio, il Vin jaune, quel che ne resta, sarà solamente due terzi del volume iniziale. La tipica bottiglia del Vin jaune detta clavelin corrisponde a 62 cl ovvero il volume equivalente di quel che rimane in proporzione a 1 lt di vino bianco di partenza, dopo cioè aver affrontato un lungo e travagliato affinamento nelle botti sans ouillage.

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[Note a margine]

  • Il vino, se siete in zona, si può, si deve bere come ho fatto anche’io, a Il Pozzo dell’Artista di Itri (LT) dal vivace Bruno Frisini che gestisce questa cantinetta di paese con estrema abilità, brama di conoscenza e cognizioni di causa. Bruno, con la giusta misura d’ostinazione e risolutezza, sta costruendo, sta selezionando negli anni un’offerta significativa di vini artigianali in orgogliosa controtendenza rispetto alle abitudini omologate, ai gusti oziosi d’una provincia profondamente addormentata. Il lavoro di ricerca, di stimolante curiosità e scoperta intrapreso da Bruno è una vera e propria sfida aperta lanciata verso lo sterile provincialismo enogastonomico basso-laziale che denuncia un brutto vizio di forma, uno status vivendi cioè condiviso da molti purtroppo, rilevando un contesto sociale radicato sull’altezzosa sciatteria, sul pressapochismo e tanta superficialità. Un atteggiamento troppo comune rigonfio della propria vuota supponenza che rappresenta difatti lo stile – il non-stile – di vita imperante su tutto il nostro litorale dal Garigliano alla pianura pontina e oltre, con rare eccezioni (penso ad Andrea Luciani del Mudejar di Sperlonga, a Simone Nardoni di Essenza a Pontina ad esempio). L’intelligente carta dei vini in fieri del Pozzo dell’Artista mette in discussione, contrasta a fatti e non a parole quindi, un vivi e lascia vivere strapaesano sempre più inaridito nella propria autoreferenziale, tracotante, narcolettica neghittosità. Un virtuoso esempio da seguire insomma quello di Bruno, per tutti i giovani enotecari, ristoratori, baristi, operatori del settore alimentare, agenti di commercio del vino affossati ma resistenti nelle paludi antropologiche dell’amato-odiato Basso Lazio.
  • I vini di Jean-François Ganevat sono importati in Italia da Les Caves de Pyrene (qui nel link il catalogo) che definiscono Ganevat un terroirista proprio in virtù della sua passione sfegatata per le micro-vinificazioni anche su partite d’uva di 60 litri soltanto!

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Uomini e Donne Antiquati. L’osceno in etichetta l’illusione della libertà d’espressione funzionale al mercato Leviatano

2 febbraio 2016
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Vogliamo anche le RoseSarà che ho rivisto da poco il bel documentario di Alina Marazzi Vogliamo anche le Rose sul femminismo negli anni ’60 meglio sulla femminilità la parificazione dei sessi e le lotte di liberazione sessuale tra impulsi genuini, ribellismo anti-borghese – contestazione funzionale alla stessa borghesia contestata – e retorica politicizzata. Quindi in totale asimettria con le asfissianti logiche che governano l’archeologia virtuale per cui se pubblichi un articolo oggi online domani è già incartapecorito da secoli come fosse un papiro illegibile dell’antico Egitto (a meno che non si è egittologi), disseppelisco, ripropongo e traduco qui sotto un articolo uscito qualche paio d’anni fa su Punchdrink relativo ad argomenti sempre scottanti quali sesso sessimo maschilismo e simili connessi con le deliranti politiche di strategie di marketing del vino, naturale e/o convenzionale. foglioNe aveva solertemente fatto una divertita sintesi a caldo Fiorenzo Sartore su Intravino celebrando in special modo i feticismi e i fasti pornofili della – ben poco casta -, diva del cinema hardcore anni ’70 Brigitte Lahaie. Sartore rilascia però d’inquadrare in prospettiva piu sociologica o linguistica la questione che oggi più che mai in tema di tante invertite ipocrisie da Family Day e alla luce dei rigurgiti neopuritani vaticaneggianti dell’utlim’ora mi pare vada riproposta in chiave di critica dei segni`proprio una suggestione sempre effettiva che l’autore del pezzo Rémy Charest sembra ancora rivolgerci con insistenza. Le riflessioni in filigrana all’articolo pertengono l’ambiguità del marketing, l’omologazione del gusto sia nel settore del vino convenzionale che in quello del naturale e la commercializzazione dell’anima. Un tema questo che ci incatena tutti, un problema che credo non abbia purtroppo alcuna scadenza prefissata né tantomeno soluzione e riguarda l’uso proprio e l’abuso improprio dell’intelligenza umana a sfruttamento disumano del corpo-oggetto, – della femmina piu che del maschio -, a scopo di promozione L_uomo_e_antiquato__Considerazioni_sull_anima_nell_epoca_della_Seconda_Rivoluzione_Industriale_2873indegna, svendita del sé, branding usa-e-getta o propaganda svilente di un prodotto – sia esso un vino un alimento un elettrodomestico un automobile una suppostona aromatizzata al mango – destinati all’utilizzo al consumo e allo scarto immediato cosi come sempre più verosimilmente sfruttate consumate e scartate sono le nostre vite in formato digitale che dissolvono nello spazio-tempo di uno slogan pubblicitario dentro e fuori dal Web in pasto al tritacarne del Villaggio Mercato Globale.

Insomma, ripropongo quest’articolo datato anni luce secondo l’ottica distratta e iperveloce di Internet soltanto per riconfermare con la lentezza caratteristica dei lettori di parole su carta e sottoporre un po’ piu d’attenzione a chi ne ha curiosità, quanto Günther Anders già sessanta anni fa andava considerando sull’anima del genere umano, sulla distruzione della vita nell’epoca della seconda e della terza rivoluzione industriale nel suo oramai classico: L’ uomo è antiquato.

(gae saccoccio)

Capriades-Piege-a-filles

Le Etichette di Vino Naturale tra Sesso e Sessismo.

Immagini di donne nude e riferimenti a tutto ciò che possa riguardare il sesso da un’eiaculazione al come portarsi una donna ubriaca a letto, sono diventati sempre più comuni sulle etichette dei vini francesi naturali. Come mai? Rémy Charest indaga su cosa si nasconde dietro questa tendenza.

Merry EdwardsBerreste mai o serviresre un vino chiamato “Tette Grossedomaine-pithon-paille-grololo-2011-etiquette” o “Strappa Mutandine”? La risposta della maggior parte delle persone probabilmente sarebbe “assolutamente no.” Tuttavia, se hai cenato in alcuni dei migliori ristoranti del paese, questi sono alcuni dei vini che potresti trovere.

Sono infatti i nomi di due vini ben noti nella categoria vagamente definita: “organico/naturale”. Grololo dal Domaine Pithon-Paillé in Anju, e Piège à Filles dal produttore della Touraine: Les Capriades. Solo i nomi sono in francese, ed è probabilmente questa la ragione per cui un certo tipo di etichette hanno in gran parte avuto un successo indiscusso in Nord America. Grololo è un gioco di parole sul Grolleau, la varietà d’uve della Loira da cui è fatto e “lolos” invece una parola un po’ infantile che sta per mammelle. Piège à Filles potrebbe essere letteralmente tradotto come “trappola per ragazze”, ma “contagocce per mutandine” o “strappa mutandine” ehm… descrive l’idea ancor più fedelmente.

Ci sono stati altri esempi del genere etichette “sexy” (o non sarebbe meglio dire sessiste?) all’interno della comunità dei viticoltori naturali. Pascal Simonutti ha prodotto bottiglie con fotografie di nudo integrale della pornostar degl’anni ’70 Brigitte LahaieCougar (in versione magnum, ovviamente). Un altro produttore Cyril Alonso invece se n’è uscito con una partita di Gamay nouveau che ha chiamato Cougar, con un preservativo infilato sotto l’etichetta rimovibile ed uno slogan del tipo: “Mi piacciono giovani.” Più di recente c’è stata una buona dose di discussione attorno ad una delle etichette più esplicite, una delle ultime annate cioè di J’en Veux (Ne voglio un po’), una cuvée dalla stella enologica del Jura Jean-François Ganevat. In etichetta c’è un disegno che mostra una donna, dal collo alle cosce, con la mano stretta sulle parti intime. Ganevat ha aggiunto più donne nude senza testa alle etichette di due cuvée per i suoi nuovi vini négociant: Cuvée MadelonDe Toute Beauté. De Toute BeauteSu Twitter, lo scrittore ed ex-sommelier Aaron Ayscough ha reagito così: “Ganevat è il Dov Charney del Vino Naturale. Discutiamone.”

Un altro esempio viene da Alice Bouvot e Charles Dagan, la coppia dietro Domaine de l’Octavin, sempre nel Jura. Hanno fatto un vino non filtrato frizzante chiamato Foutre d’Escampette, un gioco di parole sull’espressione francese “prendre la poudre d’escampette” (“darsi alla fuga”), con l’aggiunta però di quel “foutre” la parola francese che sta per sperma. Un… vino non-sboccato quindi chiamato “sperma sfuggito” o “sperma in fuga”? L’associazione di queste sostanze è quantomeno insolita, per non dire altro, ma questo non ha certo bloccato un blogger francese di vini naturali dal definirlo in una recensione dello stesso vino: “facile da inghiottire”.

Questa tendenza osé ha travalicato anche i confini della Francia. In sud Africa il produttore Craig Hawkins ha recentemente rilasciato un imbottigliamento della sua linea El Bandito con una foto a figura intera di una voluttuosa donna nuda tatuata vista di spalle. Mentre si trovava in

Austria di recente, Alice Feiring è incappata in un’etichetta con una donna nuda spiata attraverso il buco della serratura, e si è chiesta se anche gli uomini possa mai accadere di venir trasformati in oggetti sessuali su etichette di vino da parte di una produttrice donna.ganevat-cuvée-madelon-nature_2013-500x500

Usare il sesso per vendere alcolici non è esattamente un’idea nuova, ma i viticoltori naturali sembrano farlo in un modo ancora più sfacciato. “E non è questione di pari opportunità ma è una roba sessista”, come ha sottolineato Alice Feiring, quando le è stato chiesto a proposito di questa provocatoria tendenza del marketing. “Perché allora non mettere un cazzo in etichetta? Se proprio dobbiamo farlo allora facciamolo tutti, uomini e donne.”

Ad ogni modo rappresentazioni maschili e femminili non sembrano ancora avere una stessa base di parità, anzi. Cory Cartwright, di Sélection Massale, che importa Piège à Filles, ha detto di aver avuto molti più problemi ad ottenere l’autorizzazione del TTB (Tobacco Tax and Trade Bureau) riguardo a un altro vino, un’etichetta a fumetti per la bollicina di Frantz Saumon chiamata La Petite Gaule du Matin, espressione che descrive l’erezione mattutina. Ora, non avrebbe dovuto scandalizzare di più l’idea di portarsi una ragazza ubriaca a letto, che è questo il senso implicito dietro l’etichetta del Piège à Filles?

Tipicamente maschile?

La sommelier Pascaline Lepeltier, responsabile del vino al Rouge Tomate a New York City e grande esperta di vino naturale, è abbastanza scettica nei confronti di questo tipo di tendenze. “L’umorismo è praticamente al limite un po’ come ad una gara a chi ce l’ha più grosso”, dice Lepeltier. “In alcuni casi dietro questo tipo d’atteggiamenti c’è una sorta di attitudine punk, una filosofia anarchica, ma a volte è solo pura esagerazione.”

Questo umorismo ribelle da dito medio sempre alzato in aria ha proliferato nel mondo del vino naturale, legandosi alla prospettiva generale che presiede la comunità vitivinicola. Produttori naturali spesso si schierano su posizioni contro-culturali, criticando i marchi globali, la grande agricoltura e l’omologazione del gusto. Molti di loro rifiutano le rigide regole dei sistemi di denominazione europee che dettano leggi sulla scelta del tipo di vitigni o addirittura sul gusto che i vini devono avere. È un modo per rivendicare la loro libertà di espressione che, non sorprende, si fa strada con etichette che abbondano in giochi di parole e provocazioni d’ogni genere, come il Fabien Jouve di “Fuck My Wine”, che ha chiamato così il suo vino con un riferimento esplicito al Taxi Driver di Scorsese in polemica diretta contro rigorose e spesso strane regole dell’AOC (Appellation d’Origine Contrôlée). Il vino è ottenuto da uve tradizionali di Jurançon Noir della sua regione d’origine – nel Cahors, – che ora non sono più ammesse nei vini della medesima denominazione nonostante la sua lunga presenza nella zona.Petite Gaule du Matin

Tuttavia, utilizzare le etichette per promuovere una dichiarazione politica sulle regole dell’AOC è una cosa mostrare una giovane donna che si masturba in etichetta è tutto un altro paio di maniche. Invece di un gesto di liberazione sembra piuttosto essere un attaccamento al lato più sconcio e macho della cultura del vino tradizionale e della cultura francese in generale.
Lepeltier concorda sul fatto che, in alcuni casi c’è una chiara dose di sciovinismo: “Un tipo come Andrea Calek afferma esplicitamente che uno dei motivi principali per cui ha cominciato a fare vino è stato quello di ubriacarsi e scopare.” Balthus

Per la Feiring, qualunque sia il contesto, se l’umorismo è di natura sessuale o meno, la tendenza riflette una forma mentis “molto immatura e da collegiali” in una comunità del vino “suddivisa in tante fazioni” che tendono continuamente a gareggiare al rialzo per mostrare chi è il migliore. Un esempio di questo viene dal birrificio Voirons, in Savoia, che ha fatto una birra chiamata J’en Ai… (Ne ho avuta un po’vin_de_table_j_en_veux_-_2012_j.-f._ganevat__3_1). L’etichetta mostra il disegno di un ragazzo, scorciato dal collo alle cosce, mentre si tocca tra le mutande – un frecciatina giocosa  in risposta al J’en Veux di Ganevat.

Naturalmente anche trattando di questioni e di genere sessuale, scelte discutibili in etichettatura non sono dominio esclusivo solo del mondo dei vini naturali. Beam negli Stati Uniti, un colosso del vino e degli alcolici vende al dettaglio con molto successo un marchio di vini e drink chiamati “Skinnygirl“, mentre numerose altre etichette presentano la parola “Cagna” da sola o seguita da aggettivi quali “Regale”, “Sfacciata” o “Felice”.

C’è una notevole differenza nelle reazioni, però. Mentre i vini naturali di cui sopra sembrano avere via libera, i vini con la parola Cagna schiaffeggiata in etichetta sono universalmente evitati nel settore del commercio del vino. Il New York Times li ha bollati come “grezzi” in un articolo sulle nuove tendenze nel marketing delle etichette dei vini. Allo stesso modo, il marchio Skinnygirl è stato attaccato da numerosi scrittori e blogger come ulteriore aggiunta alla pressione psicologica che le donne già subiscono sul loro aspetto fisico. Una blogger si è spinta fino a definirlo, “Terrorismo sull’immagine del corpo delle donne“.

Allora, perché questa maggiore permissività coi naturali? Guilhaume Gérard di Sélection Massale, che importa Piège à Filles negli Stati Uniti, spiega che qui ci sono in gioco delle forti differenze culturali: “In Europa, il sesso ha smesso di essere tabù molto tempo fa. Quartieri a luci rosse puoi trovarli ovunque, l’accesso alla pornografia e gli atteggiamenti nei confronti del sesso sono molto diversi dagli Stati Uniti.” Jerez de la Frontera

Comprendere il sarcasmo dall’interno

Cory Cartwright, l’altra metà di Sélection Massale, pensa anche che tutto ciò abbia a che fare con un senso di comunità. “Piège à Filles era un nome suggerito come uno scherzo, e lascia di stucco. Si tratta di una piccola produzione di vino, fatta da un produttore che appartiene ad un piccolo gruppo di viticoltori dove tutti riconoscono tutti e un sacco di persone che vendono il vino conoscono personalmente il produttore e ciò crea un certo margine di tolleranza.”

Cartwright e Lepeltier, così come Lee Campbell – responsabile del vino al Reynard di Brooklyn – tutti sottolineano che il duo dietro Piège à Filles sono dei ragazzi estremamente ammodo, e venendo da loro, quell’espressione non poteva essere interpretata diversamente da quel che è cioè un goliardico scherzo da collegiali. “La maggior parte di questi vini sono realizzati in piccole quantità, per cui il popolo del vino naturale non fa altro che parlare a se stesso”, aggiunge ancora Alice Feiring e “ti permette di dire: ‘Oh, quel tipo è proprio un cazzone, ma fa davvero un buon vino’.”

Contestualizzati così questi giochi possono certamente diventare più accettabili. “Personalmente odio i vini Cagna”, afferma Campbell, “ma le ragazze se li regalano le une con le altre alle feste d’addio Magical Penis Wineal nubilato e cose simili e tutti sembrano pensare che sia una roba divertente.” Jo Pithon, del Domaine Pithon-Paillé, che produce il Grololo, sottolinea anche che il suo vino è stato utilizzato in California ad un evento di beneficenza per la ricerca sul cancro alla mammella: in tale contesto un vino che celebra i seni in etichetta assume tutt’altro significato.

L’ambiguità rimane comunque irrisolta. “Con tutto l’ingegno che si vede applicato per la realizzazione delle etichette dei vini, sarebbe così facile venirsene fuori con qualcosa d’altro”, dice Campbell, “questo è quel che mi suona strano.” Mentre viticoltori importatori e sommelier sembrano tutti sorridere alle rozze battute da festaioli sguaiati illustrate in queste etichette che pure vendono, è interessante notare come tendono a mostrarsi a disagio non appena gli viene chiesto il loro significato.

Spazzolare gl’ornamenti puritani e abbottonati del mondo del vino è, di per sé, un’idea giusta se questa promuove godimento, forse però è già meno divertente se genera imbarazzo.