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Il falso mito della vera qualità

24 Dicembre 2018
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Forse qualcosa c’è, anche se è poco più dello zero.

Anageto, matematico presofista

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Il falso mito della vera qualità

Per toccare con mano la schizofrenia irrefrenabile dei tempi in cui viviamo basta sfogliare una rivista che pur trattando con una certa serietà editoriale di informazioni internazionali, dissemina tra una pagina e l’altra inserti pubblicitari che talvolta contraddicono palesemente al senso dei contenuti. È la dura lex del mercato che assicura – assicura economicamente parlando dico – la trasmissione del sapere. È il paradosso delle mezze verità che permettono – grazie all’arbitrio dei padri-padroni delle notizie – il viavai delle informazioni su carta, in digitale, per radio o in TV, proprio grazie a quegli sponsor commerciali senza i quali anche questa rivista da cui traggo buoni stimoli intellettuali e informazioni utili, chiuderebbe all’istante. 

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Eppure tutto ciò è atroce! Qualche volta anche grottesco se non addirittura illuminante, notare tanta marchiana stridenza come nel caso d’inserti pubblicitari che invitano a sbevazzare spumanti temibili, bevande alcoliche di dubbio gusto e altri vinacci dal farlocco valore artigianale reperibili in GDO, cioè al supermercato, a cui segue, o precede, l’inserto di un medicinale contro il mal di testa, sponsor pubblicitario sicuro benché poco rassicurante della casa farmaceutica finanziatrice dello stesso spazio in vendita al miglior offerente.

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Se provassimo con De Saussure a fare uno smontaggio semiologico del sistema di segni linguistici incrostati nella brutta pubblicità di un prosecco anemico presa nel mazzo del settimanale che stiamo leggendo, verrebbe fuori che parole chiave quali:

*raccolto a mano*

*passione*

*millesimato*

*tradizione*

*qualità*

*filiera*

*sublime*

diventano immediatamente parole svuotate del loro senso originario. Parole castrate a sangue. Parole depotenziate per mettere in scena “rappresentazioni collettive” inautentiche di un prodotto falsificato dai pubblicitari quando non è addirittura snaturato all’origine da chi quel prodotto alimentare lo fa e lo introduce sul mercato.

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Una sorta di magia nera applicata dagli stregoni del marketing per cui può apparire tanto sublime, della tradizione etc. anche un croissantaccio congelato per essere poi rigenerato all’Autogrill di turno o al Bar dello Sport del paese, quanto un panettone tradizionale d’alta pasticceria venduto a caro prezzo per giustificare i costi degl’ingredienti ricercati e le fatiche di un lavoro d’artigianato scrupoloso, quando è plausibile anche se molte volte è incerto che sia così, tutto da verificare, pure se le etichette tra le righe, possono darci qualche controindicazione di massima se solo imparassimo a leggerle.

Artigianale, ecco a proposito un’altra ricorrente parola chiave con cui fare i conti in questi tempi di falsificazione d’ogni nome, cosa e persona. Il tutto a svantaggio del consumatore finale che subissato da tanto fumo negli occhi d’illusionismo “a parole”, non ha più alcuna certezza, resta acefalo, vaga confuso, privo della cognizione critica che dovrebbe stimolarlo a riconoscere il raccolto a mano dal raccolto a macchina, ovvero espropriato malamente della capacità di distinguere il vero dal falso, offuscato com’è dalla ragnatela di mistificazioni appiccicose che s’insidiano con viscidezza inestirpabile dietro la facciata della presunta passione e della autocertificata ma pur sempre inattendibile qualità.

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Soprusi e miserie di una realtà surreale

18 Dicembre 2018
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La pubblicità suscita ansia. La misura di tutto è il denaro, avere il denaro significa vincere l’ansia.

Alternativamente l’ansia su cui la pubblicità gioca è la nostra paura di non essere niente, perché non abbiamo niente.

John Berger, Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità (Il Saggiatore)

 

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Soprusi e miserie di una realtà surreale

Incappare in una fragorosa cagata del genere ad una mostra sul Surrealismo:

“Le immagini contenute nel video potrebbero urtare la sensibilità di alcuni visitatori”

la trovo la cosa più surreale – per non dire fottutamente imbarazzante – delle stesse opere di Magritte, Ernst o De Chirico presenti alla mostra. A maggior ragione che il video cui si fa riferimento nell’annuncio è Un Chien Andalou (1929) di Luis Buñuel & Salvador Dalí, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema. E poi come si può urtare la sensibilità di visitatori sempre più insulsi e insensibili a qualsiasi richiamo profondo alla bellezza, alla verità, alla giustizia, alla sostanza delle cose?

È allucinante che viviamo in una realtà del tutto rovesciata dove al personale di sala di un museo nazionale sia concesso l’arbitrio di mettere in pausa un filmato che è un’opera d’arte del cinema muto:

“in presenza di scolaresche o chi ne faccia richiesta”.

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Eppure, dalla mattina alla sera – fottute scolaresche comprese – siamo tutti costretti in maniera molto abusiva a tollerare pubblicità vigliacche su ogni muro. Demenziali annunci video digitali strillati nell’aria in filodiffusione con tracotanza implacabile e strafottenza invasiva, inneggianti il Nulla, glorificanti alla Inciviltà del Marketing. Urla di propaganda videofilmate e slogan d’ogni genere profusi a squarciagola in qualsiasi spazio condiviso che attraversiamo nelle nostre città, dai mega-schermi nelle stazioni dei treni, negli aereoporti, sui cartelloni alle pareti delle metropolitane, nei cessi pubblici. Mai che a nessuno però – un magistrato illuminato, un brillante penalista – venga neppure per sbaglio in mente di vietare un simile sopruso o quantomeno arginare questo lavaggio doloso al cervello perpetrato con violenza efferata tramite la manipolazione dello sguardo e la devastazione radicale dell’udito.questione-di-sguardi_pc-350x492

Tutti, tutto allineato e coperto, indifferenti all’evidenza che sono proprio quelle video immagini becere a torturare i nostre occhi. Incuranti all’assurdo che sono soltanto quei suoni abbaiati all’inverosimile nel grigiume quotidiano delle nostre vite castrate in un codice a barre, a farci sanguinare le orecchie, a urtare la sensibilità di tutti noi che queste immagini-sonore (cfr. Storia dello Sguardo di Mark Cousins) le subiamo passivamente, privandoci del diritto naturale a godere in piena libertà solo un po’ di pace e silenzio, almeno qualche minuto prima dell’autodistruzione globale – e si spera definitiva – che stiamo realizzando.

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Dal profumo di Stercus alle puzze nel vino

12 Dicembre 2018
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Il buon naso è come l’oratore: si fa. Il buon orecchio è come il poeta: nasce.

Lorenzo Magalotti

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Dal profumo di Stercus alle puzze nel vino

È un profumo esclusivo, si chiama Stercus. La puzza fragrante della vita! Chi o cosa stabilisce l’esclusività di un prodotto? Le leggi di mercato? Il suo prezzo? Lo slogan pubblicitario “esclusivo”, autoreferenziale (autocertificato) a chiacchiere ma tutto da dimostrare nei fatti?

<<Non esiste un odore buono o uno cattivo. Proprio come non esistono persone belle o brutte. È tutto soggettivo. Io vivo di odori che la gente pensa siano cattivi e li prendo, li giro, li faccio miei (…) Quello che importa è il contrasto, la bellezza sta nel mettere insieme il rifiuto con l’attraente.>>

48355051_1943330282448178_5115368872022638592_nIl profumiere è un Naso matto e anarchico, dalla macelleria dei genitori alla gavetta in Bayer, alla creazione indipendente di fragranze di lusso. Alessandro Gualtieri il suo nome. Stercus invece il nome di un suo profumo della linea Orto Parisi che comprende anche Seminalis o Boccanera, sostanze odorose dall’oscura connotazione erotica che sembrano stimolare l’attrazione fisica, la sensualità promiscua tra maschi e femminie. È solo marketing sensoriale o facile provocazione modaiola? È monetizzazione cosmetica à la page? È glamour di lusso a costi di nicchia? È merce fashion tra tante altre merci prive di sex appeal?

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In Orto Parisi il corpo è vissuto come un giardino

i cui odori sono il vero specchio della sua anima.

Con il suo Stercus dalle fragranze muschiate, Gualtieri apre però i nostri sensi, ci spalanca la mente indicandoci una possibile prospettiva alla sostanza odorosa di un mondo sempre più grigio, inodore, un mondo olfattivamente anonimo. Il punto di fuga nasale alla natura tanto corporea quanto metafisica dei profumi.

<<Le parti del corpo che hanno più odore sono quelle in cui viene raccolta più anima. I forti odori ci sono diventati sgradevoli, perché l’eccesso di anima è intollerabile nella misura in cui la nostra innata “animalità” viene repressa e spezzata dalla civiltà.>>

Così, con queste immagini tratte dal Manifesto di un profumiere geniale, vorrei poter suggerire con le stesse parole, la presenza sul mercato di determinati vini dagli odori più animaleschi definiti “intollerabili” da tanto accademismo trombone, da troppa enologia convenzionalotta ingessata che alla fin fine pur ammantandosi di scientificità e tecnologia a servizio dei produttori e dei consumatori, tuttavia si limita squallidamente ad operare come informatrice farmaceutica per le aziende agricole, sommergendo il comparto gastroeconomico di vini piatti, vini noiosi, vini tutti uguali a se stessi, vini “improfumati” d’aria fritta, vini pluripremiati ma vini senz’anima.

IMG_4098Alcune puzzette derivate dalla fermentazione spontanea dell’uva – che non implica per forza di cose ingenuità, paraculaggine o lassismo – possono essere travolgenti nel vino umano. Puzzette viscerali in quei vini genuini realizzati cioè con una profonda ma anche pratica visione d’insieme che parte dall’accuratezza artigiana dei lavori in vigna e arriva alla gestione tecnica ma non abusiva della cantina. Certe emanazioni olfattive sono umori carnali che contengono in sé – ed è proprio questo a renderli non replicabili quindi sublimi – un eccesso di “anima” sempre in lotta contro la “civiltà” omologante in cui annaspiamo che tende malevola all’addomesticazione dei nostri sensi liberi e libertari. Ma a questo punto, che cos’è l’anima? L’anima di un profumo, l’anima di un vino che non sia inevitabilmente venduta al diavolo delle mode, all’inferno del commercio dove un prodotto a smercio vale l’altro?

IMG_4099Dovrebbe apparire a tutti ovvio che non si ricrea l’anima di un profumo secondo un ricettario industriale prestabilito, così come non si ritroverà mai anima alcuna in vini seriali riprodotti a milioni di bottiglie in batteria che seguano alla lettera uno schematico quanto sterile protocollo enologico.

Proprio contro questa nostra fasulla civiltà alimentare del gusto artefatto che eccede con aromi di sintesi, abusa in additivi, strapazza in essenze dolcificate da edulcoranti di laboratorio, una fragranza quale Stercus più che imbottigliarla in una fiaschetta ci stimola febbrilmente a ricercarla questa sostanza immaginaria, questa quintessenza liquida, quest’anima sognante delle cose. Ci suggerisce insomma che può esserci, da qualche parte dentro o fuori di noi, un’anima eterea del mondo. Talvolta un’anima d’uva fermentata, addensata in una bottiglia di vino, liberatoria. L’anima distillata, l’anima vaporizzata di un profumo vibrante fatto di “puzze” umane e umori carnali. La puzza fragrante della vita vissuta al minimo dei condizionamenti e dei pregiudizi imposti dall’alto, nella piena consapevolezza dei nostri sensi spregiudicati, i nostri sensi sprigionati dal basso di quel fascio di neuroni elettrici che altro non siamo.

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Il migliore dei vini, nel peggiore dei mondi possibili

21 Novembre 2018
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Il migliore dei vini, nel peggiore dei mondi possibili
[Note a margine su Wine Spectator Top 100 e alcuni appunti di degustazione sul Sassicaia 2015 “miglior vino del mondo”. 
Dove auspico – ad abuso e consumo di chi legge – un ritorno al vino anarchico, al vino libertario, al vino liberato dalle infernali catene dei premi, delle guide e delle classifiche.]
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“Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso?”
Voltaire, Candido
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Persi come siamo nel peggior mondo possibile, ragionando di gusto – gusto estetico, gusto gastronomico, gusto morale – è un mondo sempre più omologato. Pensando poi ai vini globalizzati non abbiamo più possibilità alcuna di distinguere il meglio dal peggio, il falso dall’autentico, il buono dal cattivo, poiché quasi ogni cosa e persona è appiattita su una zona grigia, incontenibile, onnicomprensiva che tende a uniformare tutto e tutti: prodotti, produttori, rivenditori, consumatori.
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Non vorrei sembrare troppo irriverente, apocalittico, caustico o altezzoso ma l’argomentazione che Wine Spectator veicoli e assicuri la qualità del vino italiano nel mondo strombettando cosa, come, dove, perchéchi o quale sia il miglior vino al mondo, francamente mi puzza di bla bla bla mediatico oltretutto rivelando un tipico senso d’inferiorità nostrano nei confronti del Fucking Dollar e dell’American Bullshit Dream.
Sarà che “il migliore del mondo… la più bella dell’universo… il primo della classe…” sono classificazioni mentali sottosviluppate, riduzionismi da trogloditi, schemi classificatori infantili che m’hanno sempre fatto cagare al cazzo fin da bambino, figuriamoci da adulto, a maggior ragione se poi è un Magazine yankee di bevande mainstream a base alcolica, a decretare urbi et orbi, il vino numero 1 al mondo.
Populismo e destra estrema spopolano ovunque. A quanto pare tuttavia (vedi le ultime elezioni di Bolsonaro in Brasile) l’era digitale grazie a Internet, catalizzatore prodigioso d’informazione, è di controcanto anche l’era dell’ignoranza abissale, l’età dell’oblio più totale che con sé fermenta odio, ottusità, razzismo, guerre tra poveri, intolleranza, chiusura mentale, imbarbarimento iper-connesso… Mala tempora currunt.
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Con questo però non voglio negare la possibilità residuale, come rileva puntualmente il caro amico Fabio Pracchia (Slow Wine), che possa esserci in corso d’opera, nell’impostazione editoriale della onnipervasiva Wine Spectator: “un cambio di prospettiva che una rivista mainstream come quella americana, di una popolarità e un’incisività nel mercato americano senza paragoni, potrebbe finalmente avere raggiunto.
Certo è pur vero però che una roba come il fitness tra le vigne con il personal wine trainer di turno, così leggevamo alcuni giorni fa su un quotidiano nazionale, è un preciso campanello d’allarme che lascia ben poco sperare sulla trumpizzazione delirante (leggi yankeezzazione) che sta avvenendo non solo nella sfera politica e sociale del mondo ma anche nel comparto vino.
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Senza entrare nel merito di quale,  chi, perchédove, come, cosa, trovo sconcertante che malgrado ci ritroviamo in quanto specie umana per costituzione genetica – immeritatamente a quanto pare – un potenziale intellettivo di incredibile complessità creativa che ci ha portato l’Etica di Spinoza, la teoria della Relatività di Einstein, i Quartetti di Beethoven, la Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, la Tavola Periodica di Mendeleev… ecco, nonostante tanta intelligenza luminosa insomma, tanta profondità spirituale, tanto acume filosofico-scientifico, eppure siamo tutti o quasi, qua in balia di un’ottusità cerebrale planetaria, rappresentati da politici imbarazzanti, inondati da classifiche vergognose, dominati dalla più bieca mediocrità, prede inermi di becere bufale e fake news, ridotti a ragionare col culo acefalo invece che con l’intelletto innervato dal giusto spirito (auto)critico.
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Sarà che è meno faticoso pensare in termini di “il migliore del mondo” piuttosto che chiedersi in sostanza “cos’è migliore?” Ma perché poi siamo così certi ci sia un mondo? Non ce ne saranno piuttosto innumerevoli di mondi – un mondo per ogni singolo individuo che dica: Io – e potenzialmente ognuno peggiore, migliore o diverso sia da se stesso che dagli altri? O non dovremmo piuttosto preoccuparci di divenire noi migliori rispetto a noi stessi, così che di conseguenza anche il vino, la ristorazione, l’arte, la scienza, la letteratura, la società, la politica, l’economia diventino migliori a loro volta, migliorando noi medesimi e il mondo in cui viviamo, il mondo che siamo?
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Svolgimento
In comparazione ad altri stramaturi e sgradevolmente ruffiani Supertuscan, devo comunque ammettere che questo Sassicaia 2015 – sempre contestualizzato per ragioni di bottega nella sua categoria dei vini iper-controllati che non suscitano affatto la mia commozione ed empatia – ha un suo ben congegnato equilibrio di forze interne: acidità balsamica in antitesi con le sovra-estrazioni tipiche della categoria (forse il frutto artatamente un po’ acerbo), sottile filigrana dei tannini in buon equilibrio, affinamenti gestiti con cognizioni di causa, aspetti questi ultimi per nulla scontati. Dunque un vino non proprio concentrato come suol immaginarsi, non troppo tostato, niente affatto denso, speziatone o marmellatoso ovvero furbescamente indulgente al fantomatico gusto internazionale. Un vino abbastanza asciutto e sobrio il giusto – purtroppo a non essere sobrie ahimè ma assai vanagloriose, autoreferenziali, patinate, kitsch, sono state le classifiche dei Top 100 wines di WS, da sempre!
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Un vino di strutturata tecnica enologica infine come ce ne sono tanti altri molto ben costruiti eppure meno blasonati sul mercato provenienti da tutte le regioni d’Italia a prezzi sicuramente più accessibili, ma si sa le liste, tanto competitive quanto fatue, hanno bisogno di vincitori imbellettati e finto-chic, a maggior ragione in un mondo del gusto enoico – gusto estetico, gusto gastronomico, gusto etico – un mondo aggressivamente sciatto senz’altro peggiore più che migliore, destinato a quanto sembra, al fallimento dell’estetica, della morale, della viticoltura, della cucina, della civiltà, dell’agricoltura, dell’urbanistica… basterebbe semplicemente guardarsi attorno – guardarsi dentro – con gli occhi “candidi” di Voltaire.
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Epilogo
Ritorno a bere la mia bella e buona Ribolla Gialla da macerazioni lunghe; la Vitovska lucente del Carso; il Lambrusco di Sorbara rifermentato in bottiglia; il Barbacarlo; la Barbera del Monferrato; il Grignolino sfuso; il Dolcetto d’Ovada; la Freisa mossa; il Gattinara; il Ciliegiolo maremmano; il Trebbiano Spoletino; lo Zibibbo di Pantelleria da botti scolme; il Marsala pre-British; la Vernaccia d’Oristano; la Malvasia di Bosa; il Gaglioppo degli amici di Cirò; la Malvasia di Candia Aromatica vinificata in rosso e spumantizzata; l’Ansonaco ambrato, succulento e senza tempo, il miglior vino nel microcosmo viticolo all’Isola del Giglio custodito gelosamente in pochi bottiglioni senza etichette nella cava di Scipione a Giglio Castello…38612384_2228863320675222_8712631718768541696_n
Ritorno cioè a bere quei vini nudi e crudi elegantemente genuini, popolani, anarchici, a misura umana, orgoglio d’un’Italia più sostanziosa, taciturna, libertaria e appartata. Un’Italia che restando alle copertine pacchianotte di Wine Spectator apparirebbe non esserci più, ma che a ben cercare è un’Italia che ancora esiste, persiste e resiste.
Ritorno a tracannare quei vini che non hanno bisogno di essere approvati nella grossolana Disneyland del Global Market per essere freneticamente riconosciuti migliori, pregiati o superiori da una qualche pseudo-autorevole rivista che alla fin fine si riduce a fare da messaggio pubblicitario e da sponsor mercantile per un comparto (tanto l’Ho.Re.Ca che la GDO) ormai sempre più pidocchioso e del tutto insensato oltre che schizofrenico, dissociato tra impatto ambientale, monocoltura selvaggia, insostenibilità economica, export affannoso, dumping, concorrenza sleale, grey market, tentata vendita etc. Un settore angosciante e velleitario quello del vino detto pretenziosamente “di qualità”, che così come è impostato si troverebbe alla canna del gas se non s’arrabattasse puttanescamente a cercare uno sfogo commerciale sui vari marciapiedi d’America e d’Asia… finché dura.
Ritorno quindi coscienziosamente a bere il vino solitario, al di là di ogni etichetta titolata. Il vino lontano dai riflettori della frivolezza. Il vino che possa eventualmente migliorare la mia parziale visione del mondo, di modo che con essa anche io possa in qualche modo riuscire, chissà, a migliorare un po’ assieme ad alcuni altri e in sintonia a una qualche altra parte del mondo in cui sono, del mondo che sono38701212_2228863317341889_9099041392289644544_n
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Antonino Leto, macchiaiolo d’un mare che non c’è più

28 Ottobre 2018
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Per lui, a un certo punto, tutta la vita prese il colore di una verità invariabile, fissa, in modo che meglio la bellezza potesse coincidere con lo stupore religioso che si prova davanti alle manifestazioni della natura. Questo era il suo realismo, il suo coraggio di guardare alla vita con occhio sereno, impietosito, privo di illusioni, incurante di consolazioni. 

A. Parronchi, La visione realistica di Fattori, “L’Approdo letterario”

Alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo una intensa retrospettiva dedicata ad Antonino Leto, macchiaiolo del mare.

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Questa Casa di Anacapri (1882) è la casa dove vorrei esistere per sempre. Fuso nel dipinto. Connaturato al microcosmo vegetale della tela. Diluito alla temperatura della sola luce vera – la Luce Mediterranea – sintesi fiammante di dolore, di serena quiete e di dolcezze amare.

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Allora a proposito di questi luminosi paesaggi marini di Antonino Leto in mostra alla GAM di Palermo, il sentimento più disperato che sembrano tramandare a noi oggi in controluce, è una pena logorante, uno sdegno represso in forma di dipinto per qualcosa che poteva essere e non è stato. La nostalgia ingannevole per qualcosa che non sarà mai più o che forse non fu mai come l’immaginiamo noi ora con gli occhi del presente, un presente che alla fin fine è sempre troppo sleale nei confronti del passato cioè tanto meschinello a paragone del futuro.

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Simbolo angosciosamente significativo, presagio tragico rovesciato è La Mattanza a Favignana (1881-1887), dove gli uomini sono intenti a infiocinare i tonni in un ribollire di sangue e d’acqua salata. Quella stessa acqua di mare che oggi è inesorabilmente desertificata dai tonni mentre gli uomini sono sempre più infiocinati dalla mattanza autodistruttiva della devastazione ambientale volontaria e dall’inquinamento industriale che con una mano porta benessere o progresso apparenti, ma con due mani ci ha affossato in un pantano mobile di merdaccia chimica pre e post-digestione. Benessere o progresso apparenti che pur di sfamarci tutti ci ha infamato implacabilmente la dignità di vivere, respirare, fottere, mangiare, bere il giusto ma bene.

Antonino Leto, nato a Monreale il 14 giugno 1844 morirà a Capri il 31 maggio 1913, in estreme condizioni di povertà.

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Questi di Leto sono dei quadri rivelatori della nostra coscienza sporca che poi ci ha sporcato la vita tutta intera; quella vita biologica, psichica, sociale, politica, morale, economica, culturale, gastronomica, emotiva e sentimentale, una vita in buona sostanza falsa e colpevole che pretendiamo, con la goffaggine dei sopravvissuti alla Grande Noia contemporanea, essere invece autentica e innocente.

Infine, queste tele ci appaiono quali miraggi cromatici, raffigurazioni di nodi in gola attorcigliati ai profumi lontani, inestricabili dai sapori perduti per sempre di quando l’Italia non era ancora quella pattumiera ributtante abbandonata a se stessa nella discarica a cielo aperto del Mediterraneo.IMG_204962fba477-64e5-4dbe-832e-a49eb61db497

 

Palermo/Taormina 27-28 ottobre 2018

Non è il vino che puzza, sono gli uomini a puzzare!

15 Ottobre 2018
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“La puzzola non sente la puzza del suo corpo.”

(Proverbio africano)

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“Per quanto, recensore di professione, non abbia sempre potuto esimermi dal polemizzare, mi son persuaso, dopo lunga esperienza, dell’assoluta inutilità d’ogni controversia o discussione. Si spendono molte parole. Ci si stilla il cervello, desiderosi di render lampanti le proprie ragioni. Con la più lucida penna si esibiscono evidentissimi argomenti. Si additano gli errori, indiscutibili, del momentaneo avversario. E tutto lascia il tempo che trova. Io che ho faticato. E il provvisorio e talora durevole nemico, rimaniamo della stessa opinione.

Ciò non toglie la vera e propria necessità, qualche volta, di controbbattere idee assurde; e quella, non di rado, di difendersi da interpretazioni sbagliate.  Ma di solito, chi è uso polemizzare, per un istinto combattivo, per piccola cavillosità, per meschinità innata, oppure, anche, perché è certo di essere stato offeso, nell’onore o in quell’onore di primissimo ordine che è la verità, finisce col trascendere. Si perdono di vista il torto (se c’è) e la ragione (se è rintracciabile con sicurezza). Si sfoderano le parole grosse. Si cerca di far la voce dell’orco. E, come accade a chi suona la tromba, non rimane, di tanto chiasso, che un’eco vaga, e dura un istante e scompare nell’aria.”

Aldo Camerino alla voce Polemica

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Non è il vino che puzza, sono gli uomini a puzzare!

Nell’inferno spettacolare e slabbrato dei social che è un po’ l’inferno riflesso della nostra spericolata società dello spettacolo, in special modo nei gruppi dedicati alle discussioni velleitarie sul vino: naturale, convenzionale, biodinamico, organico, resistenziale, salamelecco, biochic, ostrogoto, chimico, del contadino, del sommerdiè, da bidet e via delirando… si assiste continuamente a petizioni di principio, le più balzane, immaginose e peracottare su ogni fronte. Sia l’estrema sinistra del vino fricchettone fatto solo con uva amore e fantasia, sia i nazi-tecnocrati del vino revanscista fatto nella massima “pulizia etnica” e diserbo da soluzione finale/sterilizzazione degli ambienti (campagna/cantina) rispettando alla lettera protocolli enologici auschwitziani come da rigido ricettario dell’oncologo dove i pazienti sono sia il produttore che i consumatori, mentre la metastasi è il vino stesso in bottiglia. Evito qui anche solo di accennare ai democrsitiani, ai piddini, ai grillini, ai berluscazzari, ai salviniani, ai leghisti, ai papalini del vino poiché di tale infame brodaglia subumana – è un dato di fatto e fanculo alle petizioni di principio! – abbiamo già tutta la nazione ormai totalmente rincretinita/incancrenita, dalle stanze del Parlamento al più merdoncello dei bar dello Sport in provincia di Pordenone o di Trapani.

Ricordo en passant che una petizione di principio – Facebook ad esempio è una grottesca galassia di petizioni-di-principio a catena di Sant’Antonio infinita – è quella roba di logica argomentativa per cui un’affermazione tutta da dimostrare viene data per scontata durante il ragionamento che dovrebbe, al contrario, dimostrare che è vera.

16ACCB5C-A5AB-4332-A12E-09C3900172D0Il ragionamento fallace (petitio principi) per eccelenza, con un certo contenuto di maliziosa intenzionalità mi pare essere quello che pretenderebbe vanamente di giustificare qualsiasi magagna tecno-farmaceutica con la legittimazione interessata del: “Lo vuole/Lo dice la Sciiiiienza!”, dove ahimè il senso deleterio diventa superlativamente peggiorativo quando non si intenda Sciiiiienza solo come sostantivo femminile ma anche in quanto nome proprio di persona.

598B2DD7-189A-4B32-9092-BED5C8A2B8EDL’imparzialità, la scrupolosità, il riscontro dei fatti e la verifica delle fonti dovrebbero rientrare implicitamente nel codice deontologico di ogni professionista che rispetti se stesso, il prossimo e la propria professione, sia esso giornalista, chimico, agronomo, enotecnico, enotecaro, vignaiolo, mastro bottaio, rivenditore di enzimi e così via.

Nella premessa al suo The Science of Wine, Jamie Goode con grande understatement prende britannicamente e razionalmente le distanze fin nell’introduzione da infestazioni conflittuali con fondazioni universitarie, agenzie industriali, corporazioni di settore o eventuali aziende interessate untuosamente a vendere e a proporre alla fin fine un loro determinato prodotto servito e spacciato proprio in quanto dato “oggettivo” cioè non accidentalmente “scientifico”… come no, la Scienza piazzista a servizio dell’Industria enologica!

A276918D-65FB-4EF6-B292-A536AED50243Taluni pedestri paladini della difesa a trombone sguaiato e a spada tratta del vino *convenzionale* (applico codesti aggettivi solo per *convenzione* sennò non ne usciamo fuori) usano sbandierare a tornaconto dei loro ragionamenti fallaci, alcuni nomi di professorucci di fama come fossero dei Gesùcristi scesi in terra, dei presunti Pasteur o delle improbabili Madame Curie ammantati d’aurea oggettività scientifica, cosa che non mi pare affatto un grande apporto epistemologico al tema sottoposto, anche perché i medesimi professorotti nazionalpop in quanto consulenti enologi di varie aziende oltre che produttori in proprio, restringono assai il campo delle loro affermazioni agghindate di scienza a uno squalliduccio (ipocrituccio) e tristanzuolo conflitto d’interessi commerciali che ben poco hanno a che vedere con la Scienza super partes, ma piuttosto fanno pensare a certa pseudo-scienza finto-accademica che in verità svolge interessata e sottobanco, attività d’informazione farmaceutica o mercantilistico supporto alle vendite dell’ultimo “imprescindibile” ritrovato in viticoltura o marchingegno “fondamentale” in enologia da vendere al miglior o peggior offerente, purché paghi!

5A4C0FA0-439D-4052-8BB1-D58A05B12362Allora, non soddisfatti di cotanti – seppur vacui – riferimenti alla Scienza con la S maiuscola, i medesimi paladini strombettanti di cui sopra rimbrottano con pedanteria nevrastenica che: “come ampiamente dimostrato” (quando? come? da chi? dove?) “l’acetaldeide fa più morti del cancro!” Proprio così sentenziano profetici. Farneticano anemici. Sputazzano e spetazzano sensazionalistici ai quattro venti sillabe cabbalistiche, parole temibilissime che al solo pronunciarle dovrebbero suscitare l’effetto tossico malefico che racchiuderebbero già nel loro nome tipo Golem:

ammine biogene, cadaverina, putrescina, spermina, spermidina

Giusto quando non si hanno sostanziosi argomenti razionali a supporto di ragionamenti sciatti, sillogismi privi di senso e affermazioni dalla sostanza assai inconsistente, si ricorre a far appello a questo genere di schermaglie infantili da bambocci viziati che all’asilo fanno i capriccci perché la loro merendina chimica è all’apparenza meno buona di quella del compagno di banco; sollevando polveroni dal nulla, inscenando le eterne verità da favola di Esopo come quella celeberrima della volpe che non arriva all’uva, e buttando ogni volta, nel tipico modus operandi à la romana, tutto in caciara!

E3D7C0B1-A09A-4DB8-8837-AE841730BFC8Eppure ad oggi non esiste ancora una accurata bibliografia scientifica che dimostri – oggettivi dati analitici alla mano e non prescrizioni pro domo sua da parte di Laboratori d’Analisi pubblici Nazionali sulla carta ma privati Araffoni negli interessi monetari – che ammine biogene e acetaldeide nel vino siano dannosi alla salute umana più o a pari livello dell’alcol etilico tanto per dire, che è o dovrebbe essere il fattore determinante di cui si potrebbe eventualmente discutere a prescindere se si beva un vino artigianale o un vino industriale.

I vaghi studi comunque non propriamente disinteressati sulle ammine biogene (cadaverina, putrescina etc.) mettono in evidenza altrettanto che l’abuso delle stesse così come l’abuso di alcol, siano potenzialmente dannosi alla salute, quindi quella sull’acetaldeide mi pare in tutta franchezza una insistente forma di demonizzazione esasperata – ancora una volta: interessata? – se restiamo sempre circoscritti nei parametri dell’uso e non dell’abuso, da parte di chi produce e di chi consuma.

Da un punto di vista prettamente personale poi – per quel che può interessare –  tendo a temere di gran lunga assai più i cadaverini e i putrescini sotto sembianze antropomorfiche che non in formato microbico o a catene d’amminoacidi. Ritengo cioè – in ragione del titolo di questo post – che a puzzare malamente di carogna siano molto più le persone che non i vini, così come ci ricordava anche Cioran:

L’uomo emana un odore speciale: fra tutti gli animali, soltanto lui puzza di cadavere.

13756512-DE76-472E-8F71-396CA4951AEDAggiungerei oltretutto che negli ultimi anni, varie ricerche di neurobiologia applicata come quelle effettuate dalla dottoressa Jelena Djordjevic con il suo gruppo del Montreal Neurological Institute in collaborazione con il Centro di Ricerca sulle Neuroscienze di Lione, stanno ridimensionando la percezione sensoriale olfattiva, riportandola alla sua sorgente relativistica di natura più culturale e semantica che non genetica, ereditaria o innata.

A maggior ragione che oggi da noi in Occidente si stanno sdoganando sempre più tradizioni culinarie asiatiche o comunque esotiche (per non dire esoteriche) a base proteica come l’entomofagia (la pratica di nutrirsi d’insetti) che a molti fa ancora ribrezzo solo a sentirne parlare figuriamoci a ritrovarsi grilli, larve, coleotteri, termiti e cavallette commestibili in una lasagnetta della nonna o su una pizza a lievitazione naturale cotta al forno a legna. Eppure pastai, mugnai e panificatori attenti stanno cominciando pian piano a elaborare con spirito di curiosità, le prime paste essiccate o lievitazioni alla farina di grilli, che magari sgranocchieremo alla prossima verticale storica delle quindici annate di Krug Clos du Mesnil.

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Insomma, diciamola tutta. Alla fin fine questa astrusa, accecata e accecante caccia alle streghe nei confronti dell’acetaldeide e delle ammine biogene mi pare solo uno specchietto per le allodole. Un illusionismo rabberciato al fine di dissipare la coscienza critica di lettori, consumatori e appassionati, distraendo l’attenzione da questioni ben più pungenti e centrali che non la volatile. Questioni scottanti che riguardano la manipolazione tracotante della filiera industriale enologica che omologa tramite pratiche impattanti o abuso di tecnologie (questo sì che è vero abuso!), e sforna vini seriali grigi da batteria, svilendo un prodotto alimentare di millenaria bellezza, civiltà e bontà qual è, o quale dovrebbe essere, il vino.

Quando sarebbe senz’altro più educativo per il pubblico e rispettabile per la comunità dei consumatori, esporsi con maggior trasparenza scientifica a buon pro del lettore/bevitore finale, e ragionare/parlare/scrivere piuttosto di: mosto concentrato rettificato, rotofermentatori, acidificazione e disacidificazione, dealcolazione, microossigenazione, tannini in polvere, chips, osmosi inversa, enzimi aggiunti, filtrazioni sterili, stabilizzazione tartarica…

2FC2CF3B-0EAF-4B39-B216-B3B11898484CIl vomitino enologico edulcorato/profumato di un Supertuscan a scelta da 100 € in su a boccia, elaborato in cantina con le bustine farmaceutiche per non dispiacere a un’enclave di cafoncelli mal assortiti, tycoon asiatici e grotteschi parvenus russi, arabi o italici dell’ultim’ora, è niente rispetto alla nauseante trafila di premi e premietti autoreferenziali su insopportabili riviste e guide eno-telefoniche da cui siamo subissati ai quattro angoli del pianeta vino, che per onestà intellettuale dovrebbero dichiararlo in copertina di essere esclusivamente il messaggio pubblicitario e il veicolo commerciale delle supposte – supposte in tutti i sensi – aziende “premiate”.

La evolutissima industria degli aromi, il sofisticato settore della edulcorazione e della cosmesi enologica, oggi come oggi può benissimo – a diritto o a rovescio – ricavare il sentore del biancospino dal guano di pipistrello così come – il mondo è tanto vario e tanto strano – c’è gente tipo i coprofagi ad esempio, che traggono piacere dal mangiar la cacca propria o altrui (cfr. la Psychopathia Sexualis del von Krafft-Ebing). Per tacer dei necrofili addirittura, quindi figuriamoci se non c’è qualcuno che – vuoi per moda, vuoi per imprinting culturale che poi è lo stesso della moda, vuoi per innocenza, vuoi per spirito di provocazione – possa liberamente godere di un buon calice di cadaverina, di spermina o putrescina a maggior ragione che qualora si allargasse esponezialmente il mercato dei consumatori di tal specie, sarà, guarda un po’, la medesima industria aromato-enologica a riprodurre al contrario, cadaverina, putrescina, spermina e cacca di pipistrello… proprio dal biancospino.

Viene in mente, riveduto e corretto, lo slogan alla Cetto La Qualunque:

“Chiú cadaverina pè tutti!”

625BC1B2-1941-4A3E-A7A2-1E872C810C36È un ragionamento altrettanto fallace questo mio, ne sono ben cosciente come ho già avuto modo di scriverne tempo addietro in Accademia degli Alterati vedi Vino e Linguaggio. Un ragionamento iperbolico volto a smorzare i toni livorosi di bieca demonizzazione e di maccartismo farneticante nei confronti di tematiche relative alla cultura/ignoranza, gusto/disgusto, salubrità/perniciosità di un prodotto quale il vino originato da fermentazioni spontanee o da lieviti inoculati. Tematiche a cui sono connessi molteplici magheggi di manipolazione, edulcorazione e sterilizzazione che, di controcanto alla Provvidenza che nulla aggiunge se non metaboliti devianti, l’abuso o l’eccesso di Controllo enologico invece, per contrapposizione, sempre più spesso tutto toglie e isterilisce, dai batteri, alla sostanziosità della presunta uva di partenza buttando via in un solo colpo, il bambino assieme all’acqua sporca. Uva sana e generosa degli infinitesimali microorganismi da veicolare in cantina con tecnica, esperienza e scienza adeguati ci mancherebbe, non lo rinnego affatto, non essendo un provvidenzialista per natura, però tendo a rimanere assai scettico nei confronti dell’abuso spietato tracotante e dell’iper-controllo asettico in enologia che t’improfumerebbe di rosa canina anche la merda gattara. Tendo cioè ad essere assai critico verso gli eccessi interconnessi di tecnica-scienza-farmaceutica esibiti in vigna e in cantine da cui fuoriescono sul mercato vini sempre più insulsi, banalotti, pettinati, inespressivi, perfettini, piatti, inanimati, esangui, strapremiati e insopportabilmente sempre più simili a se stessi… Ditemi ora se questa forma di deviazione/uniformazione omologante non è un fatto ben peggiore di alcuni batteri sfuggiti al controllo umano durante la vinificazione?

45D99E08-D550-413D-80BE-0D562BA7E315E non rinnego neppure il dato di fatto che anche un vignaiolo artigianale furbetto che, seguendo le mode, irretito dalle puttanesche Sirene del successo, ammaliato dalle sataniche leggi di mercato, possa rendere di proposito altrettanto omologante, sciatto, insulso, spettinato, pungente, acetico, crudo, puzzettino, acidulo, modaiolo, spudoratamente glou-glou il suo vino perché tanto c’è e ci sarà sempre una fetta di consumatori che, scienza o non scienza, natura o artificio, puzza o profumo: “quello è il vino che vuol bere!”

In ultimo, visto che si è parlato di aggettivi affibbiati al vino per convenzione linguistica, resterà sempre aperta la tanto spinosa (guerrafondaia), quanto irrisolvibile questione del *vino naturale*. Che cos’è? Cosa diavolo indica, chi definisce e perché? Un’impasse angosciosa tra Fisco, Burocrazia e comunicazione commerciale! Un’opprimente aporia in termini più filosofici, vale a dire un problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in principio dalla contraddizione di partenza.

Al di là delle millemila valutazioni individuali o delle tutte più o meno plausibili definizioni sentimental-impressionistiche-emotive, il punto di fondo resta che a normare per tutti e per nessuno una definizione “ufficiale” del vino naturale, è vero che così si protocollano le fasi produttive, si stabilisce maggior trasparenza di filiera tra chi produce e chi consuma, ma si perde per strada anche molto in termini di “libertà” d’errore, col rischio di burocratizzare/politicizzare l’atto agricolo o il gesto creativo indipendente del tramutare anche in maniera imperfetta – perché no!? – l’uva in una bottiglia di vino, che alla fin fine è pur sempre una merce di compravendita. Io dico, evviva la libertà di restare anomali e imperfetti in una società e in un’economia irreggimentate sempre più su una scala di valori quasi totalitaria che confonde la perfezione con l’anonimato e la massificazione.

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D’altro canto non normando e lasciando tutto alla mera discrezione del “contadino cervello fino”, il rischio opposto che si corre è quello della pura anarchia mercantile arrivando anche talvolta alla truffa bella e buona, allo storytelling imbroglioncello, alle mistificazioni di comodo, alle troppe parolacce marketing-marchettare che non corrispondono mai ai pochi fatti autentici, dando così legittimità alla medesima industria che si voleva utopicamente arginare, suggerendogli proprio all’industria, tra le righe, di fare più e peggio degli stessi artigiani o presunti tali. Proprio a proposito della nobile idea di libertà, abbiamo avuto quasi tutti, chi più chi meno, i nostri fulminanti crampi emorroidali all’uscita sul mercato del Vino Libero (ometto i bestemmioni), o sbaglio?

C13CE5B3-A72D-41AE-BFE4-512454EDDDF3Da parte mia, per quello che può tangere a qualcuno, tendo a una visione più anarchica del mondo e della vita in generale, tanto, nonostante le leggi, il codice penale e le norme, la gente ruba lo stesso; stupra, spara, uccide, inganna, ammazza, sbugiarda, speracotteggia invano… vediamo a scaffale certi vini convenzionalissimi – ahimè anche in ambito non necessariamente industriale – che dichiarano una cosa sulle schede tecniche ma che poi alla prova al bicchiere suonano tutta un’altra musica, figuriamoci a farne analizzare il contenuto da un laboratorio.
Almeno invece, chissà, nella piena libertà – libertà vera, libertà interiore non urlata da capziosi banner pubblicitari -, libertà produttiva individuale non imbrigliata dall’eccesso di regolette ottuse e dai quadrupli salti mortali burocratici, se si è consumatori critici, bevitori lungimiranti, si riesce a proteggere forse anche un minimo la propria privata, intima e singolare libertà di scelta che fa la differenza su chi o cosa bere. Possibilmente riuscendo a separare il grano dal loglio così come a riconoscere in filigrana il vero dal falso, l’onestà intellettuale dalla disonestà ipocrita di chi subdolamente se la canta e se la suona in cantina, in vigna, in fronte o in retro etichetta sia esso convenzionale, artigiano, naturale, biochic, biodinamico, ostrogoto, contadino, chimico, resistenziale, moderno, tradizionalista, sommerdieresco, dionisiaco, profumerdino o puzzacchione.

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Ladri di Vino: Rocco di Carpeneto & Carussin

8 Ottobre 2018
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Era il 19 febbraio scorso, sono quindi passati 8 mesi, che ci ritrovavamo alla Rimessa Roscioli assieme a Lidia Carbonetti di Rocco di Carpeneto ad Ovada & Bruna Carussin dell’omonima azienda agricola e fattoria didattica a San Marzano Oliveto nel Monferrato astigiano.

Alla vigilia di Ladri di Vino che martedì 9 ottobre cioè domani, vedrà interfacciarsi tra loro e il pubblico presente altre due produttrici luminose ovvero vignaiole illuminanti quali sono Elena Pantaloni (La Stoppa)  ed Elisabetta Foradori (Foradori), ho qui di seguito il grande piacere di ospitare la cronaca dal vivo di quella serata magica riportata con la solita suggestiva sensibilità, curiosità culturale ed afflato romantico dall’amico fraterno Bruno Frisini, così tanto per ricreare con le parole e qualche immagine l’atmosfera magica d’energia positiva e fusione intellettuale tra vino, produttori e consumatori compartecipi a queste serate Ladri ovvero Ladre di Vino, ideate/costruite/imbastite con la complicità essenziale (non ho detto esiziale) di Fabio Rizzari & Accademia degli Alterati.

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La porta si chiude alle mie spalle, una sensazione di assoluta completezza comincia a farsi largo.

Rimessa Roscioli assume sempre più le sembianze di una mecca per chiunque professi la fede dell’autenticità.

Una premessa doverosa, stravolgimento dell’ordine temporale del racconto che appare necessario se si vuol rendere da subito l’idea di come l’esperienza di una sera sia riuscita ad imprimere un irrefrenabile bisogno di immediata condivisione con chi, ahimè, non era presente.IMG_1255

Ladri di vino nasce da un’idea di Fabio Rizzari & Gas Saccoccio, ispirata a Ladri di Cinema, mostra-iniziativa-rassegna-evento del comune di Roma, risalente al 1981, in cui si alternavano registi che, proponendo un loro film, spiegavano a margine quale altro regista fosse stato per la loro formazione un punto di riferimento da cui attingere quindi “derubare”.

Detto questo, va da sé che i vini prendano il posto delle pellicole e i produttori-agricoltori quello dei registi, nonostante si possa comunque ben dire che i vini altro non sono che film in cui la fitta trama viene orchestrata dal produttore-regista.

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Si delinea immediatamente quella che sarà la strada percorsa. Non c’è spazio per futili tecnicismi che sembrano, dal primo istante, stonare con la perfetta intonazione di quel coro di voci umane impersonato da Bruna Ferro e Lidia Carbonetti, ospiti della serata, rappresentanti rispettivamente Carussin e Rocco di Carpeneto.

Interpreti di un territorio, veicolo e vettore attraverso il quale Astigiano, Ovadese e Monferrato camminano per il mondo, queste realtà arrivano a Roma con un bagaglio, tanto sensazionale quanto romantico, di esperienze da rivelare.

Generose, come la Barbera secondo Carducci (anch’egli la declinò al femminile), iniziano a svelare tutte le creature che da lì a poco sarebbero state accolte dalla pancia dei calici.

Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato Superiore, Dolcetto di Ovada, poi ancora tutti i “rubati” tra cui miti assoluti come il Dolcetto “Le Olive” di Pino Ratto e il Barolo 2010 (rarissima dedica alla sorella scomparsa) del Cav. Lorenzo Accomasso.

Fatte le dovute presentazioni, si entra nel vivo toccando con mano quanta saggezza possa essere racchiusa in chi vive la terra genuinamente (“i sofi contadini”*).

Le-officine-dei-sensi

I miei pensieri cominciano a vacillare in preda a visioni e parallelismi. Bevo e ascolto. Il tempo scorre, ho l’impressione che entrambe le cose diventino sempre di più un tutt’uno inscindibile.

Rifletto, predispongo i sensi all’assaggio.

Custodi di un sapere antico, di un’esperienza rustica, unico, immutabile baricentro delle loro esistenze. Coscienza e memoria storica, come lo erano le donne all’interno degli antichi nuclei contadini e pastorali. Dinnanzi ai miei occhi appaiono le naturali prosecutrici di coloro che venivano elette (secondo superstizione), con mani che non potevano essere immonde, come uniche manipolatrici di latte e formaggio

 (…) cosa tenera bisognosa di cure e calde attenzioni, creatura uscita da mani di donna, quasi un’altra forma di parto […] Il “cascio” neonato doveva esser custodito, mentre si rassodava e maturava.*

Un’operosità, una destrezza, una sensibilità da sempre legata ai saperi delle donne. Impressionante il parallelismo con le: 

(…) vicende che accompagnano la vita-morte del vino che nella putredine dell’uva calpestata, ridotta a mosto fermentante, scende nella tomba-cantina chiuso in una bara di legno, apparentemente estinto ma in realtà solo dolcemente assopito, assorto in un lungo, indecifrabile dialogo col sole, in contatto col tempo, le stagioni, i venti, i pianeti. Nelle tenebre del cellarium il vino continua a vivere una seconda vita cosmica, in un inafferrabile rapporto-comunicazione col globo luminoso, col “grand’occhio del ciel.*

Sangue coagulato cotto due volte il formaggio, sangue della terra e sugo della vita* il vino. 

Le mie elucubrazioni vengono alimentate dallo svolgersi della serata, trovano nutrimento in coloro che desiderano raccontare se stesse affinché ci sia dato comprendere i loro vini. generale

Si parla di antichi ritmi lavorativi. Per il contadino (che è spesso contadino-pastore) conoscere, capire, prevedere significa sopravvivere. Tutto viene ricondotto al linguaggio dell’esperienza, talvolta pericolosa, di chi di terra impastato* scruta l’orizzonte, osservando il cielo, i venti, i rumori* della terra e i segnali offerti dagli animali. Una semiotica mantica*, in cui sono individuabili i segni dell’abbondanza* e i segni della carestia*, una cultura del prevedere, della precognizione, la praecognitio temporum*. Un sistema che coinvolge tutti i sensi: il naso vigile alle alterazioni degli odori; l’occhio attento a captare i segnali provenienti dalle direzioni più disparate; l’orecchio teso all’ascolto di insolite modulazioni. Un 

(…) sapere frenato, non accelerato. La sua circolarità, la sostanziale omogeneità delle sue esperienze sono tutte riconducibili allo spazio del vissuto e del praticato nella casa e nel campo. La sua stessa trasmissione è domestica e genealogica […] (riproducente) paradigmi di lunga durata tendenti a riprodursi e a prolungarsi indefinitamente.*

Sento come d’essere avvolto da un inspiegabile torpore in una sfera che muove verso qualcosa di assoluto e definitivo. Da un vino all’altro, tra racconti e suggestione tutto sembra fermarsi di colpo quando Bruna Ferro mi ricorda indirettamente quanto la vita sia incredibilmente capace di auto-programmarsi*. Avevo pochi giorni addietro ascoltato in radio una dissertazione di Stefano Mancuso (botanico) sull’intelligenza inclusiva di piante e organismi vegetali, nell’ambito di un progetto denominato La Frontiera. Ora, il tutto veniva nuovamente riproposto alla mia attenzione partendo proprio dal fenomeno del cambiamento climatico e della desertificazione (non intesa come aumento della superficie legata al deserto, ma come decremento della sostanza organica presente nel terreno oltre una certa soglia, non solo in zone prospicienti i veri e propri deserti, ma in tantissime zone del mondo e dell’Italia) trattata da Mancuso come una delle cause motrici dei flussi migratori di esseri viventi, animali e vegetali. 

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Negli ultimi anni i cambiamenti climatici hanno amplificato questo fenomeno in una maniera che è completamente sconosciuta alla storia raccontata. Ogni volta che si ha una piccolissima variazione nelle temperature medie, in alcune zone del mondo c’è un corrispondente cambiamento, talvolta enorme, della possibilità di coltivare la terra e/o lo spostamento delle colture di centinaia di chilometri verso nord o duecento metri verso l’alto. Zone particolarmente sensibili potrebbero addirittura diventare inadatte alla vita, stimolando la migrazione di intere popolazioni, facendo acquisire al fenomeno connotazioni drammatiche se si pensa come quest’ultimo sia legato anche, in qualche modo, al mondo vegetale. L’essere umano è assolutamente dipendente dalle piante (che producono ossigeno, nutrimento, medicinali, materiali necessari), per questo motivo le migrazioni hanno portato spesso a movimenti di piante, espiantate dal territorio d’origine per essere poi introdotte in una nuova dimora, modificando habitat, culture, tradizioni e abitudini alimentari preesistenti (vedasi quello che è successo con i pomodori, le melanzane, le patate, i peperoni portati con sé da Colombo dalle Americhe o nel caso della zucca, di origine americana, poi selezionata, incrociata e modificata in Italia dando vita alla zucchina poi ritornata in America con la migrazione italiana ai primi del novecento).casse

Migrazioni umane e migrazioni vegetali sono da sempre simbiotiche. Il riso, il mais e il grano rappresentano le specie da cui l’uomo trae più del 70% delle calorie per il proprio fabbisogno. Questo da’ l’idea di come sia stretto e vitale questo rapporto anche a parti invertite, in cui le piante coltivate, modificando nel tempo il loro carattere silvestre, sono ormai ineludibilmente legate alle cure umane. 

Il concetto di identità, di individuo (non divisibile) non trova spazio. La divisione rappresenta addirittura un metodo di propagazione. L’essere inamovibile che per noi animali (che fondiamo la nostra esistenza sul movimento e sulla risoluzione dei problemi, come ad esempio la fame, il caldo, il freddo, mediante il suddetto) rappresenterebbe una limitazione, per le piante è tutt’altra cosa. Il radicamento impone la risoluzione delle criticità attraverso una sensibilità maggiore verso ciò che le circonda. barolo

Vi è una sottovalutata intelligenza inclusiva nelle piante. Creano simbiosi, collaborazioni (con batteri azoto-fissatori; con funghi; con insetti impollinatori; con l’uomo). Tutte le piante unite in una comunità eterogenea, andrebbero viste come un unico organismo connesso in ogni sua componente radicale attraverso legami fungini e, perché no, spirituali. 

Gli stessi legami profondi che uniscono Bruna & Lidia alle loro vigne e alla loro terra, impensabili ormai le une senza le altre. Una sensibilità spessa, densa di significati.

Provo a tornare con i piedi per terra (ancora terra e radici per restare in ambito vegetale), godendo di un gusto puro, agro, schietto. Nonostante le profondità scure toccate a tratti da alcuni Ovada, resta in fondo di una luminosità accecante. 

Interiorizzato il movimento vorticoso, passo in rassegna un vino dopo l’altro, ma risulta davvero difficile mantenere un profilo distaccato prestando attenzione ai vari aneddoti.  IMG_1253

Penso a ciò che è stato raccontato a proposito dello sciacallaggio tentato nei confronti del Cav. Lorenzo Accomasso, sfruttando un momento di possibile debolezza affinché si convincesse a cedere la propria terra, non coscienti di come ormai sia in tutto e per tutto lui stesso quel luogo. O di come sia stato incompreso un uomo coraggioso come Pino Ratto.

Guardo nel bicchiere e piombo in una struggente commozione. Mi domando come sia possibile essere arrivati a scorgere così nitidamente anima, corpo, pieghe e rughe di uomini che non corrispondono ad altro se non a quelle delle loro tanto amate vigne.Pino Ratto

Non si tratta più di bere e degustare. La dimensione è cambiata. Faccio fatica. Il sorso diventa più raccolto, rispettoso. Una lacrima.

Scriveva Torquato Tasso ne Il Mondo creato:

Ma quel che maraviglia in vero apporta,

È che ritrovi in lor ,se ben riguardo,

I diversi accidenti, e i vari esempi

Di gioventude e di vecchiezza umana,

Perché le piante ancor novelle e verdi

Han polita scorza e quasi estesa;

Ma s’adivien che per molti anni invecchi,

S’empie di rughe, ed increspata inaspra.

Il vegetale e l’umano, l’uno specchio dell’altro. Così naturalmente. Così dovrebbe essere. Così lo è stato per una sera.

Bruno Frisini, Itri, Febbraio 2018

* [Le citazioni sono tratte da Piero Camporesi, Le Officine dei Sensi, Garzanti, 1985]

Un ricordo di Beppe Rinaldi

3 Settembre 2018
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Un ricordo di Beppe Rinaldi:

Dostoevskij, Baudelaire, il Citrico

Una decina d’anni fa, quando si poteva ancora freuquentare il Merano Wine Festival, girovagavo inquieto nella sezione separata dedicata ai vignaioli artigiani. Assaggiando assieme a lui i suoi vini, lui dietro al banchetto sempre un po’ blasé e sornione, il sarcasmo asciutto di chi sa, di chi capisce e non lo dice, cominciamo non so più come e perché a ragionare di letteratura universale.3F4C4442-8975-4318-BCF5-1200E762C084

Ecco che a Beppe Rinaldi s’infiammano improvvisamente gl’occhi con i quali infuoca anche i miei. Appoggia il suo bicchierino di Barolo al banchetto dopo averne tratto un sorso meditabondo e, – profilo sempre basso, senza mai contravvenire a quel ghigno benevolo d’autoironia disincantata dietro al baffo ammiccante, – proclama:

“Se i produttori di vino, se i consumatori di vino leggessero più Dostoevskij o Baudelaire, si berrebbe sicuramente meglio e ci romperemmo meno le bballe a vicenda!”

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Il Cibo, il vino e la retorica dell’autenticità

12 Agosto 2018
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<<Una società di individui omologati, privi di una propria originalità e di propri obiettivi sarebbe una comunità povera, senza possibilità di sviluppo. Al contrario, si deve tendere alla formazione di individui che agiscano e pensino in modo indipendente, pur vedendo nel servizio della comunità il proprio più alto compito vitale.>>
 Albert Einstein da Pensieri, idee, opinioni (1950)

È quasi Ferragosto. Fa un caldo boia. Si boccheggia in un pantano azzurro d’afa e smog. Ora, senza necessariamente rivangare le elucubrazioni marxiste sull’Invenzione della tradizione dello storico inglese Hobsbawm, mi trovo a spiluccare il volume al fulmicotone sul Cretinorispettabile se non esauriente trilogia sull’argomento – dei due più irriverenti, colti, curiosi e svagati scrittori che abbiamo avuto in Italia, cioè la coppia Fruttero & Lucentini.

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Adesso più che mai che sui social in special modo imperversa e contagia il polverone dell’autenticità del cibo e del vino (il vino contadino puro come una volta, i lieviti indigeni, il lievito madre, l’espressività del territorio, le farine dai grani antichi, il latte da pascolo etc.) contro l’inautenticità dell’alimentazione industriale (la sterile e sterilizzante meccanizzazione dell’agricoltura, la farmacologia applicata alla produzione e alla conservazione di cibi/bevande, la disumanizzazione a batteria degli allevamenti animali a catena di montaggio etc.), mi pare molto utile andarsi a rileggere una paginetta dolceamara dei due maestri italiani dell’understatement F&L.

In uno stralcio di questo pezzo che riporto più avanti, intitolato Gastronomia Retrò, i due autori geniali mettono in risalto le contraddizioni paradossali di certa esasperata ricerca dell’autentico o retorica del genuino, idealizzazioni astruse e romatiche della purezza perduta le quali non possono che fare in maniera tragicomica i conti con un passato di fame, di guerra, di miserie e disperazione, ben consapevoli tuttavia che il futuro non sia chissà quanto più radioso, non a caso una loro celebre rubrica si chiamava inequivocabilmente Archeologia del futuro.

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Il mondo liquido e digitale di oggi forse non è che sia tanto diverso dal mondo dei giornali e dei libri di ieri, ma sono sempre gli uomini e le donne con le loro cretinerie vanesie a tingerlo di tonalità cupe, deprimenti. Viene in mente a tal proposito quanto scriveva Vitaliano Brancati in un pezzo del 1946 sul Tempo dal titolo: I piaceri del conformismo:

<<Una buffa e odiosa parola, disprezzata nei Vangeli, si è gonfiata a dismisura; la parola mondo. Tutti vogliono sapere “dove va il mondo” per andare diligentemente “dietro a lui”.>>
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Riporto qui la paginetta fulminante di F&L come promesso con l’intento che possa stimolare maggior cognizione e minor accanimento in quei vespai online dove ci si punzecchia frivolmente tutti – conformisti e anti-conformisti, vin-naturisti e vin-convenzionalisti, liberi e servi, narcisi e riflessivi – nei quali purtroppo è più facile ritrovare interessi mercantili di corporazione, mode del momento, autoreferenzialità, piuttosto che un autentico spirito critico, uno spirito ribelle alle classificazioni, indipendente per davvero e visceralmente combattivo a servizio della comunità così come auspicato all’inizio dalla frase di Albert Einstein posta in epigrafe.
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<<A ognuno ovviamente la sua madelaine, a ognuno il suo sapore per ritrovare il tempo perduto. A noi toccò l’anno scorso l’invito di una coppia di giovani amici, lei e lui dediti alle arti figurative, lui e lei fervidamente decisi a combattere su tutti i fronti il grande nemico del nostro tempo: l’inautenticità. Quindi: niente compromessi con i mercanti, la pubblicità, l’editoria illustrativa; nessuna ricerca di commesse statali, comunali o comunque politiche; disprezzo per le sponsorizzazioni; orrore per i movimenti, le scuole, le cricche messe insieme da avidi e malfidi colleghi; niente televisione; non un paio di jeans, non una maglietta firmata; una vecchia giardinetta Fiat priva di qualsiasi charme; e beninteso, massima attenzione all’origine di ciò che si mangia.
Una guerra inutile, già data per persa da Leopardi quasi due secoli fa. In questi e in altri assoluti noi non crediamo più, non abbiamo
per la verità mai creduto; ma il rigore, quando sia perseguito ingenuamente e allegramente, come una specie di sfida senza fantasmi, desta simpatia. Dopotutto, è come un gioco di sopravvivenza in un ambiente ostile, ha qualche attinenza con uno dei romanzi a noi più cari (e più “autentici”), il Robinson di Defoe.
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All’ampio tavolaccio dell’ampia cucina ci fu annunciato un piatto di pasta che aveva richiesto particolari attenzioni e che offriva tutti i requisiti della più pura, sebbene rude, genuinità: bigoli di farina integrale conditi con l’acciuga. All’orecchio suonava invitante. Alla vista sembrava appetitoso. Fu il sapore a colpirci con violenza vertiginosa.
Mentre i due giovani lavoravano golosamanete di forchetta, noi ci scambiammo una tragica occhiata, gremita d’immagini di nuovo vividissime, lancinanti: palazzi sventrati, tram capovolti, colonne di soldati in grigioverde, fumo, fiamme, carri-bestiame, mitragliamenti dal cielo, posti di blocco, gelidi rifugi antiaerei, scarpe con la suola di sughero, stoffe inconsistenti, e i bollini della tessera annonaria, i miseri quadratini che davano diritto a pochi grammi di una pasta bruna, amara, immangiabile, maledetta. La stessa identica pasta che i nostri amici stanno divorando come una ghiottoneria conquistata a caro prezzo.
“Ancora due bigoli?”
”No, grazie, davvero.”
”Buoni, no? Non li conoscevate?”
”No, è la prima volta. Ma sono veramente ottimi, una bella sorpresa.”
Come potevamo dire la verità a questi gentili seguaci della purezza? E del resto mentire, per due vecchi ipocriti come noi, non è poi una gran fatica.>>
Fruttero & Lucentini, Il Cretino (Mondadori 2012)

Mamoiada e alcuni dei suoi Cannonau urlanti di luce

28 Febbraio 2018
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You can depend on the stars and planets yeah
They’ll always tell you the truth.

Gil Scott-Heron, The Train From Washington

Mamoiada e alcuni dei suoi Cannonau urlanti di luce

La Sardegna non è un’isola ma è un continente straboccante di bellezza, luce e bontà. La Sardegna è una costellazione pulviscolare di interi mondi e pianeti gastronomici. Esempio virtuoso per tanto grigiore produttivo e tanta omologazione enologica in circolazione, di come una microzona vitivinicola circostanziata – Mamoiada appunto – possa invece esprimere un patrimonio tale di diversità, ricchezza e unicità, una infinita tavolozza di sapori distinti da una vigna all’altra cioè da un vino all’altro, nonostante all’origine ci sia uno stesso vitigno di base.

Questa stupefacente orizzontale di 14 cannonau da 14 piccoli produttori artigiani del vino a Mamoiadal’abbiamo messa in piedi il 22 gennaio scorso alla Rimessa Roscioli con il contributo sostanziale di Dario Cappelloni (Doctor Wine e vice-curatore della “Guida Essenziale ai Vini d’Italia).IMG_0742Mamoiada è un piccolo centro della Barbagia, neanche 3000 abitanti, dove si producono tra i vini più “identitari” della Sardegna. Negli ultimi anni in particolare il numero di produttori che hanno deciso di imbottigliare il proprio vino si sono moltiplicati: da tre che erano fino a 3 anni fa, arriveranno ad una ventina nel corso del 2018. La cosa davvero notevole è che la quasi totalità è composta da giovani e giovanissimi. La cena/degustazione alla Rimessa si è proposta proprio di far conoscere quasta nuova realtà con le sue diverse interpretazioni del territorio. In molti casi assaggiando vini alla loro prima uscita in bottiglia, vere e proprie anteprime, dal produttore al consumatore.
IMG_0740Questa la lista di alcuni dei vini bevuti durante la cena:

Cantina Canneddu

Cantina Vikevike di Simone Sedilesu
Cantina Luca Gungui
Cantina Francesco Cadinu
Cantina Pub Agricolo
Cantina Muzzanu
Cantina Eminas
Cantina Gaia
Cantina Montisci vitzizzai

Tenuta Bonamici
Cantina fratelli Mele
Cantina Giovanni Ladu
Cantina Osvaldo Soddu

IMG_0747Di seguito, in verde, leggiamo il resoconto vibrante in prima persona esposto dal nostro “testimone auricolare” Bruno Frisini che ha partecipato alla serata seduto a uno dei tavoli sociali che hanno visto avvicendarsi un bel pubblico di degustatori smaliziati, bevitori cioè aperti di sguardo, di mente e palato.

g.s.

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Grida di gioia a Mamoiada26733930_1503491243081375_4756239078788689504_n

Tutto è cominciato con un caffè espresso, a esser precisi si trattava di uno specialty monorigine brasiliano della regione dell’Espirito Santo. Ma questo poco importa.

Davanti il calice a tulipano con dentro lo scuro liquido, caldo, odoroso, apparentemente fuori dal proprio habitat-tazzina, ma non senza ragione privato di quest’ultima, riflettevo, con alcuni compagni di eno-scarrozzate, su ciò che ci aspettava quella sera.
Mi fu chiesto: “Mamoiada… Ma dove ci stai portando? E cosa andiamo a bere?” Spiazzato da una domanda così semplice e al contempo decisamente complessa da esaurire in poche parole, provai a unire tra loro quei pochi, anzi pochissimi pezzi che custodivo in mente di una vera e propria mappa del tesoro.Zandomeneghi, Paesaggio [3] Sapevo che Mamoiada: è un comune in provincia di Nuoro, situato nell’entroterra Sardo della Barbagia; si pratica viticoltura ad altitudini elevate; vi erano, fino a pochissimi anni orsono, tre viticoltori che imbottigliavano vino, ad oggi se ne contano ventuno; i vigneti poggiano su terreno granitico in disfacimento; il vitigno simbolo è il Cannonau; e, tanto per completare l’idea di quanto fossero frastagliate e disomogenee le informazioni in mio possesso, è terra e regno dei Mamuthones (maschere-protagoniste di un noto rito apotropaico, scandito dal ritmo di sonagli, utile ad allontanare il male e propiziare raccolti abbondanti).

set-di-mamuthonesLa risposta alla domanda fu quindi un’evidente conseguenza di come un degustatore “scafato” provi a interpretare tutti gli indizi a propria disposizione, seppur pochi e raffazzonati: “Prepariamoci a bere dei Cannonau affilati, taglienti, lame pronte a sorprendere il nostro palato, colpevole di non averli presi prima in considerazione. Creature forse ancora un po’ scontrose, ruvide, ma senza ombra di dubbio celanti verità assolute e indiscutibili, figlie di una terra per troppo tempo dimenticata da Dioniso.”426B3987 La premessa era stata formulata, bisognava solo accendere il motore dell’automobile e raggiungere il luogo dell’incontro.
“Rimessa Roscioli nasce dall’idea che i migliori cibi e vini vengano da materie prime semplici e di qualità, dalla passione e dall’eredità culturale tramandataci nel tempo.” Non poteva esserci luogo migliore per presentare al mondo un territorio così rispondente a queste poche norme utili all’orientamento del buon consumatore.
Arrivati con un cospicuo anticipo, talmente grande era la voglia di fare nuove scoperte, veniamo accolti dal padrone di casa, nonché amico fraterno, Gae Saccoccio, definito nel corso della serata vero e proprio “cane da tartufo” per la fenomenale capacità di scovare, scandagliare e dissezionare realtà tanto piccole quanto immaginifiche.sassu-centauro-2-556x600 Facciamo immediatamente la conoscenza anche di chi avrebbe mantenuto in mano il timone che ci avrebbe guidato lungo tutto l’arco della serata-traversata delle “coste” (intese ovviamente come collinari) Mamoiadine.

“Piacere, sono Dario!” Stretta la mano, notai subito una scintilla nei suoi occhi. Non sbagliai. Non fu un’impressione e di questo ne ebbi la conferma. Dario Cappelloni, firma giornalistica di spessore, passione e professionalità, si presenta a noi invitandoci ad avvinare da subito i nostri pensieri con vere e proprie campionature di esperimenti enologici (?) del Beaujolais da poco arrivati in Rimessa, sicuro che tutto ciò che da quel momento in poi sarebbe seguito, partiva da un paio di gradini più in alto (a esser buoni).

Telemaco_Signorini_001Terminato un aperitivo caratterizzato da racconti e statistiche sull’incredibile consumo procapite Sardo di birra e da qualche breve anticipazione di ciò che da lì a poco avrebbe preso forma, fanno il loro ingresso due rappresentati dei quattordici protagonisti della serata: Luca Gungui dell’omonima azienda e Pasquale Bonamici a rappresentare la Tenuta Bonamici. Due ragazzi, due coraggiosi viticoltori che ben sanno cosa vogliono dalla propria vita e di conseguenza dalla propria terra (esistono ancora luoghi dove entrambe le cose formano un’unica e inscindibile forza).IMG_0744 La serata può avere inizio.
I ritmi sono cadenzati fin da subito, ma di contro risultava impossibile tenere a bada le emozioni già dal primo istante, troppa la materia umana e vitale presente in quei bicchieri: assaggi di luce e genuinità.
Il tavolo a cui siamo seduti sembrava andare e tornare in quelle terre. Un continuo perdere lo sguardo in quel rosso che tanto ricordava la polpa del frutto, simbolo d’amore che alterna pallore e rossore come il viso degli amanti. Un amore terreno, profano, erotico, ma anche venereo, puro e sacro. Un rosso di profondità sanguigne, autentiche, terragne, un rosso che brilla della luce materna del sole, che da’ forza e inturgidisce e rassoda i propri figli.
Pareva di vedere quegli alberelli, fieri delle loro antiche pieghe, orgogliosi simboli del paradiso, stretti con le loro radici in un abbraccio voluttuoso, sotterraneo, nascosto agli occhi di chi veramente non voglia vedere. Abili cacciatori dei sensi.
Una geometria agricola che parte dal piccolo, dal dettaglio anche insignificante, per poi permettere lo sviluppo di una conoscenza autentica e sincera del paesaggio.IMG_0745 Scriveva Camporesi di una <<convergenza sinergica tra operosità creativa e visualizzazione della realtà>>.
L’ambiente sottintende l’esserci, il viverci, mentre il paesaggio altro non è che la manifestazione sensibile dell’ambiente, la realtà spaziale, sentita, una scatola comunque vuota al proprio interno. L’amenità dei campi non avrebbe alcun senso se sprovvista del rumore del trattore, del muggire dei buoi che trainano l’aratro, del profumo del mosto e della puzza degli escrementi d’animali.683951_345683 Ciò che ci circonda, ciò che da sempre ci emoziona, osservato con una prospettiva diversa. Non solo incontro tra bellezza, proporzioni, colori e forme. Piuttosto la visualizzazione della realtà attraverso un’operosità creativa.
Quello che ne vien fuori è quindi un affollato scorcio di umanità, non è solo la vista a essere mobilitata ma tutti e cinque i sensi, <<è un po’ come smarrirsi e ritrovarsi in un mondo trascorso che, inaspettato e inalterabile, è ancora all’opera accanto a noi. E ci attende, dietro l’angolo del tempo.>>

Macchiaioli-news-1024x683-1024x480La serata scorre via veloce, decisa sempre di più a marchiare indelebilmente il nostro animo. Tutto comincia a essere più chiaro. I Cannonau sono agili, vivaci, promettenti, giocano a rincorrersi e a lanciare grida di gioia. Ognuno è portatore del messaggio di chi, sporcandosi le mani tutto l’anno, li ha potuti mettere in bottiglia.
Un bicchiere dopo l’altro sfilano tutti sotto il mio naso, c’è la macchia mediterranea, l’integrità e la succulenza del frutto, la spinta dirompente di una freschezza d’alta quota accarezzata da un soffio di sale marino, una vitalità che lascia esterrefatti.
Non sembrava più arrivare la fine, non per la quantità di vino bevuta, ma per la sensazione netta, fissa e definitiva che tutto ciò non poteva non essere che un grande inizio.
I saluti sono di prassi, gli arrivederci d’obbligo.
Mai manchede una tassa e vinu!
Viva Mamoiada! Viva il Cannonau!

Bruno Frisini

Doctor Vinegar e i paralogismi aristotelici

6 Febbraio 2018
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Doctor Vinegar e i paralogismi aristotelici

Più che l’acetaldeide cancerogena nei vini, a me preoccupano certi brutti sofismi o paralogismi cioè sillogismi tendenziosi e ingannevoli come ben evidenziato a suo tempo da Aristotele, ovvero ragionamenti con apparenza di razionalità che formulando premesse anodine e false:

<<Il professor Luigi Moio universalmente considerato come uno dei maggiori studiosi di enologia del nostro Paese>>

[universalmente considerato da chi? e il conflitto d’interessi sia nella veste di produttore che in quella di consulente enologo per altre cantine o compagnie selezionatrici di lieviti dove lo inseriamo in questa premessa celebrativa e trombona?]

giunge a conclusioni che sembrerebbero logiche:

<<Tutto ciò ci fa riflettere sul fatto che alcuni temi branditi come il massimo della “naturalità”, legati all’uso di lieviti indigeni e al non uso di anidride solforosa, hanno in realtà un rovescio della medaglia particolarmente inquietante, perché è proprio da pratiche del genere che possono determinarsi elevati accumuli di metaboliti naturali di rilevanza tossicologica con tutti i problemi che ne conseguono.>>

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[Abbiamo dati statistici, prove sperimentali e fonti scientifiche plausibili relativi allo stato di salute di un discreto e radiografato gruppo di bevitori del vino naturale che possa veramente allarmarci sulla loro condizione di salute minata da “elevati accumuli di metaboliti naturali di rilevanza tossicologica”? Non mi pare proprio anzi aggiungo e concludo che qui la sola cosa che sta prendendo un inquietante spunto d’acetaldeide non è affatto il vino naturale prodotto con cognizione di causa da vignaioli sempre più scrupolosi e critici, ma l’aceto tumorale spunta e impera nei cervelli inaciditi di certo pseudo-giornalismo e di tanta editoria digitale/cartacea #nazionalpop, ben poco abituata all’esercizio d’un minimo d’onestà intellettuale, accecata com’è dai sensazionalismi del giorno, dalle polemiche sterili, dagli allarmismi futili, i clickbait strategici e gl’opinionismi #cettolaqualunquistici d’ogni setta e congrega non propriamente indipendenti e disinteressati.4737013C-37E3-4B1F-8CEC-98F8C5E29D30

Scienza del Vino tra Natura e Cultura

27 Gennaio 2018
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SCIENZA DEL VINO TRA NATURA E CULTURA

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“Idee che oggi formano la base stessa della scienza esistono solo perché ci furono cose come il pregiudizio, l’opinione, la passione; perché queste cose si opposero alla ragione; e perché fu loro permesso di operare a modo loro.”

Paul Karl Feyerabend, Contro Il Metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza

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Chiunque nutra un minimo di passione per il vino, per la vigna, per i processi di vinificazione e per i fenomeni della fermentazione del mosto, non può non leggere almeno l’introduzione a Wine Science di Jamie Goode (Mitchell Beazley Publisher) che è una sorta di laicissimo Discorso sul Metodo Relativista in merito all’applicazione della scienza al vino in prospettiva critica sugli aspetti più deleteri e le pratiche più nocive (trattamenti con diserbanti, pesticidi ed erbicidi, vendemmie meccanizzate, filtrazioni, osmosi inversa, lieviti selezionati etc.) che compromettono un progresso veramente libero, qualitativo e genuino del vino, limitando quanto più possibile il miracolo controllabile della trasmutazione dell’uva in alcol, dovuto appunto agli abusi della “scienza” e all’eccesso di tecnicismi.

Fa davvero specie – o è risaputa e ordinaria amministrazione? – che un libro e un autore tanto intelligenti non siano ancora mai stati tradotti in italiano.77316E5A-C67D-4BD4-97D9-813B27D0E7DC

<<Gli scienziati sono stati spesso colpevoli di sottovalutare o ignorare cose che non possono essere misurate, allora proviamo ad essere filosofici per un momento. Esprimendosi per metafore, molta gente direbbe che il vino ha un’ ”anima”. È abbastanza diffuso trovare persone coinvolte nel mondo della produzione del vino che mostrano una forte percezione che ci sia un elemento “spirituale” in quel che fanno. Difatti credono bisogna operare con integrità per produrre vini onesti che riflettano una fedele espressione dei luoghi in cui essi lavorano. Gli scienziati solitamente trovano questa sorta di attitudine difficile da comprendere, perché idee come queste non possono essere incorniciate in un linguaggio scientifico. Dunque non sarebbe meglio se potessimo stabilire una sorta di dialogo tra gente del vino scientificamente istruita e gl’altri che scelgono di descrivere le loro attività in termini diversi come ad esempio i sostenitori della biodinamica?A69B4A03-72DF-4C0A-9F81-B5A4F8493D6F(…) la scienza è uno strumento utile (addirittura vitale) nel campo della viticoltura e vinificazione, anche nell’ottica di aiutarci a capire l’interazione umana con il vino. Ma non sto affatto suggerendo, neppure per un attimo, che il vino – questo liquido che migliora la vita perché, piacevole, ricco di cultura e avvincente – dovrebbe venir denudato d’ogni cosa che lo rende interessante ed essere trasformato in una bevanda prefabbricata, in un prodotto industriale, tecnicamente perfetto. La scienza è uno strumento che può aiutare il vino, ma questo non significa che il vino debba appartenere agli scienziati. Per questa ragione lascerò il terreno sicuro e familiare che ci si aspetta da un libro sulla cui copertina svetta il titolo Scienza del Vino, per avventurarmi in alcune delle più coinvolgenti questioni che fanno discutere gli appassionati di vino quali il terroir, la biodinamica e la produzione dei vini “naturali”, vini liberi cioè dagli eccessi della manipolazione tecno-scientifica.>>

[tratto da Jamie Goode, dall’Introduzione a Wine Science, traduzione mia.]

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