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“Gravner a Oslavia: Incredulità e Stupore” di Bruno Frisini

21 aprile 2017
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“Il vino è il pensiero di chi lo fa.” Josko Gravner18033875_1481864368551857_5356822728533870773_n

Molto felice di presentare in questo angolo dei Generi Elementari, un ragguaglio di viaggio per vigne condiviso insieme ai compagni d’avventure eno-gastronomiche più affini nei ragionamenti esistenziali, più prossimi nei sentimenti connaturati alla visione vinocentrica del mondo.

L’amico e compaesano Bruno Frisini (il Pozzo dell’Artista), qui, nel pezzo che segue, ha stilato un resoconto compartecipe articolandolo d’immagini e parole che riassumono l’emozione – difficilmente riassumibile – di una intensa giornata vissuta in campagna, in cantina e in casa assieme a Josko Gravner.

La mente profondamente architettonica di Josko, per quel poco che m’è dato d’intuire, progetta vigneti e vini. Costruisce habitat. Edifica ecosistemi viventi. Impianta viti con le radici nel passato più ancestrale ma i grappoli luminosamente proiettati nel futuro lontanissimo, così come un urbanista utopico può essere tanto scrupoloso nel ridisegnare gli spazi di una città situazionista a partire da zero, pianificando ogni dettaglio allo scopo di far funzionare al meglio della civiltà i volumi abitativi, i viali alberati, i parchi verdi, i percorsi ciclabili al buon uso dei cittadini che saranno per questo migliori nello spazio e sempre più – si spera – migliorabili nel tempo.

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Gravner a Oslavia: Incredulità e Stupore

La sensazione è di quelle che ti spingono a rimandare, a cercare con te stesso una scusa, un compromesso per non trovarti a fare i conti con qualcosa che già sai essere infinitamente più grande di te. Pensi una parola e immediatamente ti accorgi che potrebbe essercene un’altra decisamente migliore per trasmettere l’emozione che in quei momenti correva lungo la tua schiena e ti permetteva di camminare a un metro da terra, sospeso in una dimensione ultraterrena, in balia di incredulità e stupore.

18057955_1481863968551897_6594083404256595993_nIl ricordo della giornata è nitido e al tempo sfumato, quasi come se il tempo, non scandito in modo canonico, avesse avvolto quei gesti e quelle parole, rendendoli un tutt’uno inscindibile che rimbalza da una parte all’altra della mia mente in cerca di una collocazione quanto più razionale possibile.
Poggiati corpo e anima per la prima volta su quella terra vengo da subito assalito dalla percezione che calpestandola non sarei mai più riuscito a togliermela da sotto i piedi. Ti si attacca e non ti molla, stringe le tue gambe come fossero radici, la polvere si solleva insieme alle parole che, con il vento a sostenerle, restano nell’aria a danzare e volteggiare davanti i tuoi occhi.17952755_1481863995218561_7942835050622033792_nTuttavia la coscienza sa bene che, seppur tremendamente impattante, si tratta di uno sfondo, di una scenografia naturale che va a incorniciare il canovaccio di un’opera che non ha una trama preordinata, ma solo un immenso protagonista.
Josko Gravner: un’etichetta che con il tempo è divenuta vino, poi un’ombra in lontananza e infine sorriso e mani, grandi, grandissime mani che stringono le mie. Sporche di terra e impregnate di vita, tanto basta a rassicurarmi.
Da quell’attimo più nulla è stato come prima. Il giusto preludio di una giornata che ha trasformato in incendio una scintilla.18010642_1481864565218504_2563988492788017807_nNemmeno il tempo di focalizzare quanto stesse accadendo, vengo invitato a salire in auto assieme ai miei compagni di avventure. Disorientato accetto l’invito senza domandare quale fosse la meta. La mia d’altronde era proprio lì davanti e non si trattava di un luogo ma di una mente.
Su di un fuoristrada con Josko e Pepi (suo fido amico a quattro zampe) ci dirigiamo verso il “nuovo” sito che da lì a poco sarebbe stato impiantato. Un sito al quale ha cominciato a lavorare dal 1999 dopo averlo riunito, acquistando tante piccole parcelle da contadini locali. Un terreno unico, tipico di Oslavia, prima ancora che del Collio, ricco di marne arenarie di origine eocenica, la cosiddetta “ponca”, frutto di stratificazioni millenarie ricche di sali e microelementi, impronta inconfondibile di vini che inevitabilmente richiamano al più profondo degli istinti primordiali insito in ognuno di noi.

17953012_1481864305218530_5958492025418009453_nLe prime viti sono state piantate solamente nel 2010, le nuove, nonostante il terreno sia tecnicamente pronto da oltre due anni, ancora sono in attesa che la terra “sia migliore grazie al sovescio”. Questo a dimostrazione di quanto siano fondamentali i tempi nella mente di un visionario in cui il profitto non trova spazio e l’autenticità rappresenta il tutto.
Provo a far mia ogni singola parola, ogni concetto, ogni dettaglio: l’irrigazione come tecnica fuori natura, male assoluto della viticoltura, dannosa e necessaria per chi sceglie terreni non adatti alla coltura della vite. L’acqua tuttavia è elemento indispensabile per garantire un ciclo di vita e quindi una comunità attorno al vigneto, ecco il perché della presenza ai margini di piccoli stagni e pozze d’acqua; la filtrazione e i lieviti selezionati, letali assassini del vino; l’acciaio inossidabile che con le cariche elettriche positive e negative irrita il liquido in esso contenuto. Informazioni che farebbero rabbrividire qualunque scuola enologica ma che in me non fanno altro che accrescere una sconfinata curiosità.IMG_4427
Passeggiando e “ruzzolando” lungo le ripidissime pendenze dei futuri terrazzamenti, vengo sospinto e accompagnato da un continuo e incessante sospiro: il soffio del vento di nord est che instancabile asciuga i vigneti dall’umidità atmosferica. Fattore questo fondamentale, assieme al clima mite dell’Alto Adriatico, per la sana maturazione delle uve.18057222_1481864408551853_6696164332695473116_nJosko mostra orgoglioso la sua maestosa creatura, prova a prestarci il suo sguardo per qualche minuto ed è in quel momento che sempre più intensamente i miei occhi cominciano a vedere non più la materia ma lo scorrere del tempo. È un crescendo di emozioni che trova il proprio apice nell’istante in cui il numero 7 (da sempre fattore capace di influenzare la mia vita) mi viene presentato come entità rigenerativa, testimone in chiaro scuro dello svolgersi della fragile esistenza umana.
Allontanandoci passo dopo passo provo a ristabilire un contatto più razionale… Non c’è modo migliore che salire in auto con Pepi tutto bagnato!

17795860_1265143266933553_1047207684624038480_nArrivati a casa, visitata la cantina e pronto il pranzo, cominciano a sfilare sotto il mio naso i capolavori assoluti di Josko Gravner, il fine ultimo di ogni suo gesto:

* BREG 2009
* BREG 2008
* BREG 2007
* RIBOLLA 2009
* RIBOLLA 2008
* RIBOLLA 2007
* PINOT GRIGIO 2006
* 8.9.10
* DISTILLATO CAPOVILLA A BAGNOMARIA GRAPPA RIBOLLA 2007IMG_4932

Non starò qui a descriverli tediosamente e non parlerò di anfore né di macerazioni perché vi renderete conto che rileggendo queste poche righe probabilmente vi sembrerà già di conoscerli.
Il vino è la naturale estensione del vignaiolo.
Parlando di lui, parlerete di vino. “Il vino lo faccio per me, il di più lo vendo”, parole sacrosante di Josko Gravner.

Bruno Frisini, Itri 21 Aprile 2017

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L’Impronta del Vulcano. Degustazione alla cieca

18 aprile 2017
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 “Lo scopo ultimo dell’agricoltura non è la crescita di una coltura piuttosto che un’altra ma l’accrescimento e il perfezionamento dell’essere umano.” Masanobu Fukuoka

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L’Impronta del Vulcano. Degustazione alla Cieca

Meteri è un sito di e-commerce, una ricercata distribuzione e selezione di vini naturali, artigianali, territoriali, attenta ai cicli stagionali, ai vitigni, alla preservazione delle tradizioni e soprattutto rispettosa dei consumatori.

Raffaele e Luca, le anime pulsanti di Meteri, scelgono con scrupolo i vini, insieme al loro terroir agli uomini e alle donne che questi vini producono.17861560_1782129275449266_240945153458464913_n

Per il fuorisalone del vino – Notturno – organizzato durante i giorni precedenti il Vinitaly, assieme all’amico Giorgio Fogliani che ha recentemente pubblicato un utile e assai pratico libretto sui vini etnei: Etna Rosso. Versante Nord (Possibilia editore), siamo stati invitati proprio da Meteri a condurre una degustazione alla cieca intitolata L’Impronta del Vulcano17883581_1465036493567978_4944475919496938455_n

Impronta è parola molto densa, pregna di senso, è una parola importante, stratificata.

Potrebbe far pensare, che so, alla traccia lieve lasciata da un gabbiano o da un bambino sulla riva di una spiaggia e subito cancellata dalla risacca del mare.

L’impronta del primo uomo atterrato sulla luna che a detta di qualche cospiratore strippato potrebbe essere stata tutta una messa in scena – Moon Hoax – allestita a Hollywood.

L’impronta di distruzione e creazione che gl’uomini e le donne rilasciano come segno terrestre del loro passaggio temporale sotto forma di Opere e Giorni: edilizia, ingegneria, urbanistica, architettura, industrializzazione, agricoltura etc.

L’impronta è l’imprinting cioè la conformazione caratteriale impressa dal nostro cervello alle cose che facciamo, diciamo, assorbiamo.0

L’impronta del vulcano quindi è sì una stratificazione geologica di colate laviche tanto devastanti eppure fertili, a cui segue il solco agricolo impresso dalla mano dell’uomo attraverso il suo lavoro in vigna prima, in cantina poi. Matrice vulcanica da area ancora “attiva” o trama geologica da vulcani spenti?

Cosa aspettarsi allora dai vini d’impronta vulcanica? Freschezza d’alta montagna, neve, vento, balsamicità basaltica? Fuoco, fumo e fiamme dal cratere direttamente nella bottiglia? Territorialità in forma liquida e tanta Mineralità – questa sconosciuta!

Siccome la degustazione alla cieca non è, non può essere impostata come un gioco a ricchi premi e cotillon, né tantomeno è una gara di tiro al piattello o una competizione d’arti marziali ma deve essere una pratica spirituale oltre che un piacere fisico, un esercizio intellettuale. Allora mi piace cominciare nel dare qualche indicazione di massima che possa servire come coordinata utile ad approcciare meglio il vino versato nel bicchiere.10

Proviamo a immaginare questi 9 vini bendati come 9 tesserine singole e spaiate che messe insieme compongono un frammento di mosaico che a sua volta rappresenta un’immagine composita di qualcosa di ancora più grande e complesso. 9 voci che intrecciate assieme compongono una polifonia, ogni voce si accorda a un altra e più voci intrecciate in un ordine stratificano un canto che esprime il senso generale del vino in questo caso dei vini d’impronta vulcanica.

Abbiamo quindi 9 vini in degustazione da 7 vitigni.

9 bottiglie e 4 annate (alcune si ripetono perché di stessa annata).

9 matrici geologiche differenti su 5 territori d’origine, natura e struttura vulcanica.

9 visioni del mondo.

9 pratiche enologiche simili perché improntate all’artigianalità eppure diverse perché “il vino è il pensiero di chi lo fa” come ama ripetere spesso Joško Gravner.

9 uomini o donne con idee simili eppure diverse, attivi in territori distanti.

9 linguaggi perché sì è giusto ricordarlo, il vino è linguaggio.17523651_1465036546901306_4649601692942979164_n

E poi ci siamo noi, noi coi nostri nudi sensi – occhi, naso, orecchie, bocca, palato – davanti a questi 9 bicchieri che racchiudono 9 vini da cui scaturiscono ragionamenti, racconti, storie, chiacchiere sul terroir, sulle denominazioni, la burocrazia, lo scempio o la preservazione del territorio, l’omologazione del gusto, la genuinità, l’artigianalità, la manualità, l’industria, la chimica, l’invenzione della tradizione, l’ideologia, il mercato, la cultura e la scienza, la natura e la tecnica, la poesia, il commercio…

“Il linguaggio è un labirinto di sentieri. Ti avvicini da un lato e riconosci la strada: ti avvicini allo stesso luogo da un altro lato e non riconosci più la strada.” Ludwig Wittgenstein

FullSizeRender copy1 Soave Garganuda 2015 Andrea Fiorini (Aesthesis) 

  • Il SOAVE è denominazione vasta con potenzialità qualitative ancora poco esplorate. Le pergole di Garganega nell’areale sono sovra-dimensionate e sfruttate fino a 400 quintali per ettaro da cui si ricavano vini mollicci, abboccati, privi d’identità territoriale, prodotti artificiosamente fruttati, grottesche scimmiottature di vitigni internazionali quando invece si possono ottenere vini di straordinaria finezza, verticalità minerale e nerboruta eleganza come questa Garaganuda – 2015 è la prima annata – che Andrea Fiorini distilla dal suo mezzo ettaro di vigna dello zio Adelino – ci sono viti di oltre 40 anni – su suoli d’impronta vulcanica-basaltica. Il vigneto è situato nella zona più orientale del disciplinare ed attualmente è in conversione biodinamica. Stefano Menti è l’amico fraterno, il mentore che ha stimolato e continua ad ispirare Andrea alla viticoltura di qualità, alla vinificazione naturale.1

2 Garganega Riva Arsiglia Menti 2011 (Magnum)

  • Le origini dell’azienda agricola Giovanni Menti risalgono alla fine dell’800. Fondata da Menti Giovanni in Gambellara il quale sui propri terreni di origine vulcanica coltivava uva garganega, piante da frutto, legumi e verdure per il sostentamento della propria famiglia. L’azienda ha cominciato la conversione biologica nel 2004, una conversione concreta più sul campo che nelle scartoffie imposte dalla burocrazia, accogliendo dal 201o anche la pratica biodinamica che ha apportato notevoli risultati a livello qualitativo alla vita del sistema agronomico aziendale. Dal 2002 c’è in azienda Stefano, figlio di Gianni. Nel 2012, dopo un decennio di militanza attiva nel Consorzio di tutela dei vini di Gambellara, Menti ha deciso di venirne fuori producendo solo vini da tavola. Garganega in purezza, da vigne di 60 anni.  Un vino beverino sostenuto da un’acidità discreta, vinificato in bianco, in acciaio, fermentazioni spontanee e non filtrato. Le vigne sono di Garganega e Durella, per la maggior parte in collina su suolo basaltico, allevate a Tendone, di età compresa tra i 25 e gli 80 anni, I trattamenti sono ridotti al minimo. Non sono previste concimazioni, il diserbo è meccanico o con il sovescio nelle zone più difficili da lavorare. La raccolta è manuale in cassette di legno, tenendo separate le uve di pianura da quelle di collina poi separando ulteriormente le uve di confine per monitorare eventuali presenze di residui dei trattamenti chimici dei confinanti. In cantina le fermentazioni sono spontanee, i lieviti indigeni, le malolattiche sono lasciate libere di svolgersi naturalmente e di solito questo accade durante la fermentazione alcolica. La fermentazione avviene totalmente con lieviti naturali ed il controllo della temperatura. Successivamente, il vino viene lasciato fermo in vasca con i propri lieviti per almeno un anno, imbottigliato senza stabilizzazioni.

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3 Gambellara Doc Menti 2002

  • Vino elaborato in tempi di enologia commerciale, prodotto convenzionalmente seguendo i paramentri di un’agronomia interventista e i protocolli enologici standard, eppure dopo 15 anni il territorio, la fragranza minerale del suolo, la freschezza vibrante del frutto emerge in filigrana netta, chiara e decisa sul palato.

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4 Zibibbo Secco Pantelleria Belvisi Orange 2015

  • Battista Belvisi, coltivatore, viticoltore, cantiniere ed enologo a Pantelleria è il proprietario della piccola azienda agricola Abbazia San Giorgio, i cui vigneti, tre e ettari e mezzo situati a Khamma condotti in biodinamica, si trovano nella parte sud orientale dell’isola. Parcelle frammentate di vigne di 60 anni coltivate a Zibibbo a Perricone – detto anche Pignatello o “nostrale” – Carignano e Nerello Mascalese. Le viti sono allevate ad alberello, con rese bassissime di 30 quintali per ettaro. Di Battista Belvisi e della sua viticoltura eroica ne ha scritto già molto bene l’amico Francesco Pensovecchio su Wine In Sicily.
    L’Orange 2015 è uno Zibibbo vinificato secco, fermentato in acciaio e affinato in botti di castagno per 6 mesi. Esplosione d’agrumi e frutta polposa esotica al naso con un respiro rinfrescante di salsedine, capperi, erba trinciata di fresco e brezza del mare aperto in bocca.

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5 Yvan Bernard Chardonnay Oppidum MMXIII Côtes d’Auvergne 2013

  • L’Alvergna (Vallé de la Loire) è l’area di conformazione vulcanica più ampia d’Europa situata nella Francia centro-meridionale nella zona del Massiccio Centrale il cui capoluogo è Clermont-Ferrand. Grazie alla vicinanza della catena montuosa della Chaîne des Puys, i vigneti della Côtes d’Auvergne oltre ad essere acclimatati su un ricco suolo vulcanico, beneficiano anche degl’effetti positivi del Favonio (Foehn o Föhn) il vento caldo che protegge la regione dalle piogge eccessive. I circa 800 ettari di vigne sotto la denominazione Côtes d’Auvergne includono cinque sotto-denominazioni da nord a sud lungo la pianura di Limagne: Madargue, Châteaugay, Chanturgue, Corent e Boudes. I bianchi della Côtes d’Auvergne sono tutti a base di Chardonnay come anche questo Oppidum di Yvan Bernard a Montpeyroux, comune classificato tra i più bei paesi di Francia arroccato su un cumulo sedimentario di arcosa e roccia arenaria che sovrasta la valle d’Allier, dove dal 2002 Bernard conduce in biologico i suoi quasi 10 ettari di vigneti. La 2013 è considerata da queste parti annata eccezionale – ribadita perciò anche in numeri romani MMXIII – affina 14 mesi in fusti di rovere che completano senza eccedere la profondità giusta e l’opulenza mai troppo grassa o volgare di un vino fresco, equilibrato, deciso e centrato. Rimando a questo link dove è Yvan stesso a esplicitare la sua filosofia produttiva.

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6 Les Domes Gamay Cotes de Auvergne 2015

  • Les Monts Dômes è un sistema montuoso che comprende una costellazione di circa 80 vulcani spenti di varie dimensioni che circondano le vigne di Bernard. Questa cuvèe nasce da vecchie vigne di Gamey d’Auvergne allevate su un tessuto di suoli argillosi e calcarei con qualche sedimento granitico. Il vino sembra ancora un po’ verde, acerbo, compresso, meriterebbe forse qualche mese in più d’affinamento in bottiglia.

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7 Etna Rosso Nonna Aurelia 2015

  • L’azienda agricola Siciliano è a Castiglione di Sicilia (CT), sul versante nord dell’Etna, sui 700 metri d’altitudine. Il proprietario Rocco Siciliano nel 2015, dopo essersi ritirato dalla professione medica, decide di dedicarsi a tempo pieno alla produzione di vino, affidandosi alla consulenza del produttore ed enologo Alessandro Viola. I vigneti di 30 anni dal Nerello Mascalese al Nerello Cappuccio al Carricante e altri vitigni internazionali, sono impiantati su terreno vulcanico scuro caratterizzato da una grana molto fine, ricco di scheletro. Durante l’estate il clima è generalmente temperato, con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, fattori che concorrono all’ottima qualità delle uve. La vendemmia è svolta manualmente in modo altamente selettivo, di questo Etna Rosso si producono 1200 bottiglie. In campagna sono banditi pesticidi, diserbi o altri trattamenti invasivi. La fermentazione avviene grazie ai lieviti indigeni e al supporto di pied de cuve preparati qualche giorno prima. Le temperature non sono controllate, ma grazie alla frescura della cantina non superano mai i 28° C. In nessuna fase della vinificazione vengono aggiunti solfiti. A seconda del vino e dell’annata al momento dell’imbottigliamento si decide se aggiungerne o meno, in ogni caso senza mai superare i 30 mg/l di solforosa totale, il vino non è filtrato. In degustazione cieca è stato “riconosciuto” da alcuni come Aglianico, forse certe note terrose e speziate, un richiamo ai frutti rossi, la trama ruvida del tannino quel retrogusto balsamico a metà tra l’aspro e il dolce, l’affumicato quasi hanno ricondotto i sensi comunque al Sud pure se in zone di montagna difficile dire stabilire poi solo con i sensi se montagna vulcanica o meno.

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8 Rosso dei Sesi Perricone Pantelleria Belvisi 2015 – Abbazia San Giorgio – Battista Belvisi

  • Rosso dei Sesi 2015 1000 bottiglie di produzione totale. Il nome è ispirato alla civiltà dei sesioti, una popolazione ancestrale che abitò l’isola duemila anni prima di Cristo stabilita sull’isola per lavorare l’ossidiana. Ottenuto da uve Pignatello (Perricone) e Carignano raccolte in un appezzamento di mezzo ettaro. Fermentazioni spontanee. La decantazione avviene naturalmente il vino è imbottigliato senza filtrazione. Durante la degustazione qualcuno ha fatto notare che forse il suo vino – che ricordo era versato alla cieca – era stato messo in un bicchiere non pulito dove poteva esserci stato il precedente vino numero 4 ovvero lo Zibibbo secco Orange 2015. A ragionarci poi a bottiglia scoperta è stato un equivoco illuminante. In effetti il bicchiere era pulito eppure quel sentore agrodolce di cedro maturo, di capperi, di frutti gialli emergeva evidente già al naso con accenti più espliciti di macchia mediterranea, carrube, liquirizia, mentuccia selvatica… la trama salmastra, l’impronta vulcanica di Pantelleria nel bicchiere.8

9 Punta dell’Ufala Azienda Agricola di Paola Lantieri Malvasia delle Lipari Passito 2011

  • L’avventura eroica di Paola Lantieri “Punta dell’Ufala” nasce nel 2002 nelle Eolie in località Gelso sui terreni esposti a sud attorno alla casa più vecchia dell’isola di Vulcano con l’intento di ripristinare una agricoltura oramai abbandonata recuperando quella Malvasia che ogni famiglia sull’isola ne coltivava almeno qualche filare per auto-produrne un vino ricco e appagante d’uso quotidiano. Vulcano si compone di numerosi coni eruttivi congiunti; alcuni vulcani sono spenti mentre altri sono solo in fase d’inattività. Le vigne di Paola Lantieri coprono 5 ettari di terra vulcanica, molto sciolta e acida, sabbiosa, un suolo arsa, difficile, lavorato ovviamente senza uso di concimi chimici, diserbanti e tantomeno irrigazioni. 25-30 quintali sono le grame rese per ettaro a cui segue l’appassimento al sole delle uve sui graticci, 6000 le bottiglie totali prodotte. Questo passito è la quintessenza dei sacrifici, delle lotte, delle fatiche intraprese da una donna nella sua vigna. Ufala in dialetto locale è la patella il mollusco appiccicato agli scogli che si nutre di mare e di pietra così come appunto questo vino color ambra, profondamente tenace, salato e dolce allo stesso tempo. Il motivo di fondo che ha convinto la Lantieri in quest’ardua impresa è lei stessa a scriverlo:

“(…) la volontà di ridare almeno al mio pezzetto di isola, l’identità che aveva perso con le pesanti emigrazioni postbelliche. L’intera vallata era allora tutta coltivata e i Vulcanari, contadini più che pescatori, erano pressoché autosufficienti. Nel mio pezzo di terreno si coltivava “passolina”, credo fosse il leggendario Corinto nero, e a casa a Vulcano c’è ancora il contenitore in cui veniva passata la passolina per renderla ancora più secca.”

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Vini Veri 2017 XIV edizione

15 aprile 2017
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Vini Veri 2017 XIV edizione

Quest’anno la realizzazione dell’immagine della XIV edizione di Vini Veri 2017 appena trascorsa era stata affidata ai bimbi della scuola dell’infanzia di Acquasanta Terme, paese terremotato in provincia di Ascoli Piceno. La scuola dell’infanzia come simbolo del futuro prossimo di rinascita, educazione civica e fiducia in un popolo – il nostro – d’antica gloria, malgrado tutto.

Mi sembra realistico pensare che in un bicchiere di “vino secondo natura” confluisca tutta la storia la geografia la politica l’economia l’ambiente l’arte la cultura le tradizioni popolari della nostra incommensurabile civiltà italica ancora fottutamente in vita, pure se sempre in bilico sull’orlo del precipizio tra disperazione e speranza. L’edizione era appunto dedicata alla Primavera in quanto scambio simbolico tra la morte dell’inverno e la Rinascita della vita primaverile.viniveriOltre 120 gli espositori presenti tra aziende dell’agroalimentare e produttori di vino provenienti dal Portogallo la Spagna la Francia l’Austria la Slovenia la Grecia e da tutte le regioni d’Italia ovviamente. 

Momento struggente di partecipazione corale è stata la degustazione-memorial in ricordo del vignaiolo friulano Stanko Radikon venuto a mancare lo scorso anno, tra i fondatori storici del gruppo #ViniVeri.17800283_1267048420076371_8822308550542282395_n In una sala quasi elettrizzata d’emotività psichica, mentre scorrevano le immagini di casa Radikon, i produttori, i conoscenti, gl’amici, i sodali, i familiari hanno laconicamente donato al pubblico un ricordo intimo che li accomunava, un sorriso velato dalle lacrime, un aneddoto di vita vissuta che li legava li legherà per sempre a Stanko come un filo invisibile di umana complicità. Dopodiché, in un rito collettivo propiziatorio, s’avvera ancora un altro scambio simbolico d’esorcismo della morte e di conciliazione con la rinascita; ci si alza tutti in piedi, i calici in alto anche loro, per l’addolorato ma fiducioso brindisi alla memoria, alla pace ultraterrena del vignaiolo d’Oslavia nel Collio Friulano. Un saluto doveroso. Un brindisi di devozione amichevole ovviamente con due vendemmie storiche del suo vino nei bicchieri, il Vino Vero di Radikon: la Ribolla Gialla 2004 e l’Oslavje 2001… zdravje Radikon, zdravje Stanko!

Queste invece le linee guida del consorzio Viniveri:

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Pacalet e Del Prete lo Yin e lo Yang del Vino

11 aprile 2017
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Pacalet e Del Prete lo Yin e lo Yang del Vino

Lo yin e lo yang del vino sul tavolo a cena all’Alcova del Frate (Verona) a bottega dall’oste Massimo Perna una delle sere del Vinitaly 2017 appena trascorso.
Il lato in ombra della collina (yin) e il lato soleggiato della collina (yang).

• Bianco/Nero
• Oscurità/Luce
• Nord/Sud
• Borgogna/Puglia
• Chardonnay/Primitivo

L’opposizione non significa necessariamente divisione o contrasto – Yin = Male e Yang = Bene – ma rappresenta due polarità energetiche fuse in una sola materia vivente (Tao te Ching).ba7453ad11da74c3e5dd4829a5152a64_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Malvasia di Bosa Riserva 2011 G. Battista Columbu

8 aprile 2017
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Malvasia di Bosa Riserva 2011 Cantina Giovanni Battista Columbu

Granuli del polline d’ape bottinatrice impastati con grumi di sale marino integrale… tutta la Sardegna in questo nettare salmastro, dense gocce d’energia solare dal fondo del bicchiere fino alle soglie del cuore e ancora oltre.

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Isole e Olena – Cepparello 1982

2 aprile 2017
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Isole e Olena – Cepparello 1982

Buone notizie dall’Etna grazie al grandissimo Paolo De Marchi – Isole e Olena – viticoltore in Barberino Val d’Elsa.

A pranzo al Cave Ox di Solicchiata il giorno prima di Contrade 2017.

Borro Cepparello 1982* (100% uva Sangioveto), fermentato con lunga macerazione sulle vinacce, invecchiato in piccoli barili di rovere e castagno è – era – in bottiglia dalla primavera del 1984.
L’annata 1982 ha subito imponenti temporali primaverili cui è seguita un’estate eccezionalmente secca che ha permesso una maturazione perfetta delle uve pur se con rese ridotte.17626310_1948999098661647_3250617815329081308_n

Stappata aveva questo bel colore splendido di ciliege in un cesto, una tenace polposità di duroni appena raccolti. Fragranza, integrità e frutto davvero inaspettati per un sangiovese di oltre 30 anni! Man mano nel bicchiere ha poi ceduto a note più ferrose e naturalmente terziare di ruggine, tranci di sigaro Toscano, una trama ematica al retrogusto, come masticare un filetto di tonno rosso crudo (pescato, pulito e mangiato fresco fresco dal mare ovviamente!)

*[Bottiglia da Aste Bolaffi, proveniente dalla collezione privata di Luigi Veronelli]

Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

30 marzo 2017
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1Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

Domaine Ganevat Côtes du Jura 2005 Vin Jaune “Sous la Roche”

C’è ben poco da fare, il vino, anzi il vino con la v di vita, è un fatto piuttosto raro ma lo riconosci quasi subito all’orecchio, già quando sgorga dal collo della bottiglia, da come risuona tintinnando nel calice cioè.

È un abbaglio agl’occhi. Ustiona lo sguardo proprio mentre straripa attorno a sé una lucentezza d’alba scandinava. Anche fosse più freddo di quanto dovrebbe, sprigiona una fragranza di miele che avvampa le narici, ravvivando le labbra rinsecchite. Il vino, il vino impetuoso, questo vino equiparabile alla vita ti si schiude allora alla bocca come l’uovo d’un uccellino raro appena nato e man mano che scivola sulla lingua, s’aggrappa in gola, boccheggia, trema al palato. Proverà infine a dispiegare le ali finché impara subito nel giro di qualche sorso a volare e tu voli con lui. Esattamente tu, che lo sorseggi cauto per non fargli male – sfidando l’oppressiva legge di gravità che opprime tutti i tuoi simili – quando pian piano, in uno slancio vitale dello scheletro incarnato, staccherai l’ombra da terra e, tuffandoti verso l’alto, non sbufferai via anche tu con lui. Volerai via lieve. Volteggerai in cielo assieme a questo vino-uccellino raro sanguinante di vita, la vita stessa che trabocca a fiotti d’oro purissimo, sparsa nell’aria sotto forma di piumaggio odoroso al vin jaune.3Con Jean-François Ganevat che conduce 8,5 h. di vigneti in biodinamica nei pressi del borgo di La Combe a sud di Los-le-Saulnier, siamo ormai alla XVIII generazione di vigneron che coltivano fin dalla metà del ‘600 le vigne del Domaine di famiglia. Sono vitigni tipici del Jura (o dello Jura?) quelli prodotti da Ganevat in parcellizzazioni infinitesimali – 20 cuvée su 6 ettari – micro-vinificazioni maniacali singole anche meno di una sola botte: Poulsard, Savagnin, Trousseau, Pinot Noir, Chardonnay e soprattutto uve dimenticate quali Enfariné, Petit e Gros Béclan, Gueuche, Mésy, Corbeau, Portugais Bleu, Argant, Seyve-Villard… queste le varietà d’uva coltivata, molte delle quali confluiscono nei Vin de FranceJ’en Veux” che prevedono un ardito uvaggio di ben 18 vitigni fra uve a bacca bianca e rossa. Anche la composizione del terreno come quella dei vitigni, è complessa, differenziata: marne rosse e blu, suoli a base calcarea o argillosa. Il clima del (dello?) Jura è semi-continentale con notevoli escursioni termiche. Il Savagnin blanc è chiamato anche naturé è un antico vitigno della famiglia dei Traminer (sono più rari ma esiste anche una versione rosa e una verde). Dal Savagnin, spremuto e custodito dalla mano dell’uomo, abbiamo quindi quel miracolo tra cielo e terra che è il Vin jaune o Vin de garde definito così per la sua incredibile resistenza alla prova del tempo. Il Vin jaune è un vino, il vino ossidativo (sous voile) per eccellenza così come certi Vin de fleur prodotti in Alsazia, in Borgogna, a Gaillac o in Sardegna o come certi Xérès, Madeira, Marsala, Sherry.

2Questo Savagnin di Ganevat nello specifico Vin Jaune, da un suolo a base di marne blu, affina per oltre 8 anni in botti scolme (sans ouillage), protetto dal suo potente eppur fragilissimo velo (voile) naturale di lieviti aerobici (saccharomyches cerevisiae), lieviti scoperti e studiati la prima volta dal leggendario Louis Pasteur che ha trascorso una parte fondamentale della sua vita proprio ad Arbois ad approfondire microrganismi e mosti, la trasformazione dei lieviti e il processo misterioso delle fermentazioni. I saccharomyces si nutrono d’ossigeno tramutando una parte di alcol in etanale o acetaldeide. Sono centinaia i composti volatili ma la molecola che dona quel gusto giallo ambrato al vino è il sotolone responsabile principale di quel sapore dai timbri di frutta candita; un gusto deciso, dissetante, amarognolo e speziato di frutta secca, curry, zafferano, noci, mandorle tostate. Equilibrio pericoloso sull’orlo dell’ossidazione e della fragranza che regala vini – al loro stato di grazia – di suprema freschezza, di beva succulenta, vini introspettivi che risuonano accordi abissali, riesumano memorie rupestri d’uve lasciate fermentare al buio delle caverne.IMG_3193Aggiungerei che l’abbinamento su una variegata scelta di olive itrane verdi (le bianche) e nere coltivate da produttori locali selezionati con cura, è stato più che centrato. Lasciarsi scivolare da una parte all’altra della bocca i noccioli delle olive, estrarre fino al midollo la sensazione di terra dagl’ossicini richiamava perfettamente alla salivazione il retrogusto agrodolce di salamoia, di buccia d’arancia candida, di mentuccia spontanea, rosmarino, asparagi delvatici e macchia mediterranea. L’essenza delle olive disciolte in bocca ricordava insomma quell’inconfondibile sapore alcalino fermentato dell’umeboshi giapponese, rilasciando una sapidità polposa immersa in gola dalle irradiazioni solari del vin jaune di Ganevat, vino con 11 anni sulle spalle ma, molto probabilmente, con altri 60 anni e oltre davanti a sé.

Esclusi imprevisti di percorso, alla fine della sua evoluzione in botte per quasi un decennio, il Vin jaune, quel che ne resta, sarà solamente due terzi del volume iniziale. La tipica bottiglia del Vin jaune detta clavelin corrisponde a 62 cl ovvero il volume equivalente di quel che rimane in proporzione a 1 lt di vino bianco di partenza, dopo cioè aver affrontato un lungo e travagliato affinamento nelle botti sans ouillage.

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[Note a margine]

  • Il vino, se siete in zona, si può, si deve bere come ho fatto anche’io, a Il Pozzo dell’Artista di Itri (LT) dal vivace Bruno Frisini che gestisce questa cantinetta di paese con estrema abilità, brama di conoscenza e cognizioni di causa. Bruno, con la giusta misura d’ostinazione e risolutezza, sta costruendo, sta selezionando negli anni un’offerta significativa di vini artigianali in orgogliosa controtendenza rispetto alle abitudini omologate, ai gusti oziosi d’una provincia profondamente addormentata. Il lavoro di ricerca, di stimolante curiosità e scoperta intrapreso da Bruno è una vera e propria sfida aperta lanciata verso lo sterile provincialismo enogastonomico basso-laziale che denuncia un brutto vizio di forma, uno status vivendi cioè condiviso da molti purtroppo, rilevando un contesto sociale radicato sull’altezzosa sciatteria, sul pressapochismo e tanta superficialità. Un atteggiamento troppo comune rigonfio della propria vuota supponenza che rappresenta difatti lo stile – il non-stile – di vita imperante su tutto il nostro litorale dal Garigliano alla pianura pontina e oltre, con rare eccezioni (penso ad Andrea Luciani del Mudejar di Sperlonga, a Simone Nardoni di Essenza a Pontina ad esempio). L’intelligente carta dei vini in fieri del Pozzo dell’Artista mette in discussione, contrasta a fatti e non a parole quindi, un vivi e lascia vivere strapaesano sempre più inaridito nella propria autoreferenziale, tracotante, narcolettica neghittosità. Un virtuoso esempio da seguire insomma quello di Bruno, per tutti i giovani enotecari, ristoratori, baristi, operatori del settore alimentare, agenti di commercio del vino affossati ma resistenti nelle paludi antropologiche dell’amato-odiato Basso Lazio.
  • I vini di Jean-François Ganevat sono importati in Italia da Les Caves de Pyrene (qui nel link il catalogo) che definiscono Ganevat un terroirista proprio in virtù della sua passione sfegatata per le micro-vinificazioni anche su partite d’uva di 60 litri soltanto!

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Tappi e Vini del Cazzo

25 marzo 2017
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Tappi e Vini del Cazzo

Il sentore di banana nel vino (acetato di isoamile), in special modo nel vino rosso, è segno abbastanza evidente e quasi certo di lieviti straselezionati, fermentazioni malolattiche sballate e altre magagne alchemico-enologiche che contraddistinguono indubitabilmente un #vinodelcazzo… in effetti se ne sentiva l’impellente necessità di avere a disposizione anche dei #tappidelcazzo!1-Pcs-homem-estilo-de-plástico-rolha-de-vinho-garrafa-de-água-Plug-presente-ferramentas-Bar

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Etica Epica Empatia Epiro

20 marzo 2017
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17498829_1944133512481539_3845770220436127824_nEtica Epica Empatia Epiro

non è semplicemente un ristorante ma è un sentimento, una visione etica del mondo.
La gioia genuina degli ingredienti nel piatto. L’approfondita, l’onesta cognizione relativa al vino che è a sua volta cibo così come è affidata al tavolo con naturalezza, con gratitudine dalle mani sorridenti di Francesco Romanazzi e Alessandra Viscardi è, ripeto, un sentimento, uno stato di grazia, un dono che chiamerei semplicemente: empatia!FullSizeRender copy 2FullSizeRender copyFullSizeRender copy 3

 

 

 

 

Vini in Anfora di Elisabetta Foradori

15 marzo 2017
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Vini in Anfora di Elisabetta Foradori

17098214_1929873110574246_3799800079644630149_nElisabetta Foradori donna, vignaiola, visionaria esploratrice della pratica biodinamica in agricoltura. “Fare solo vino, la monocoltura, non è agricoltura! Bisogna dedicarsi all’allevamento degli animali, alla terra, all’orto e a tutti i suoi frutti, non solo alla vigna.”

Elisabetta – parole sincere, gesti calmi, sguardo spirituale – i giorni scorsi era a Roma per presentare i suoi vini trentini vinificati, macerati dunque affinati in anfora (tijanas). I vini presentati erano:

  • Vigneti delle Dolomiti IGT Nosiola Fontanasanta dalle colline calcaree e argillose di Cognola
  • Vigneti delle Dolomiti IGT Teroldego dai suoli alluvionali del Campo Rotaliano

La degustazione è stata messa in piedi per gli addetti ai lavori, da Piero Guido di Les Caves de Pyrene in collaborazione con Selezione Boccoli al Mercato Centrale Roma. Qui (vedi link) ne da conto anche Fabio Rizzari con il quale assieme alla Foradori e al preparatissimo figlio di lei Theo abbiamo amichevolmente chiacchierato e assaggiato “fuori campo” per circa un’oretta, prima che cominciasse la degustazione ufficiale vera e propria.

15 le bottiglie totali in batteria.

Il vino è alimento vivo, elemento fluido, prodotto evolutivo, giusto? Ebbene tutti questi vini sarebbero da leggere con la massima attenzione. Vini nutraceutici. Uve caratterizzanti il proprio luogo d’origine che a sua volta caratterizza i suoi frutti. Uve spremute e fermentate da ruminare con la dovuta calma seguendo la loro naturale evoluzione in progress. Dal chiuso e fisiologico ridursi della bottiglia sotto tappatura, all’aperto, schiudersi spontaneo della bevanda nel calice. Un vino-flusso in perpetuo movimento mai uguale a se stesso. Un respiro di materia liquida vivente in perenne crescita centripeta dalla strappatura, alla mescita, al mulinare nel bicchiere, al suo essere aspirato, schioccato tra palato e lingua, assorbito, deglutito.

Ogni annata caratterizza innegabilmente la materia prima solida (l’uva) poi liquida (il vino) che ritroviamo infine allineata nei calici risplendenti come raggi di sole riflessi sull’acqua. Proprio la 2010 è l’anno in cui la Foradori assieme ad altri 10 vignaioli trentini fonda il consorzio I Dolomitici.

  • 5 annate di Nosiola Fontanasanta Vigneti delle Dolomiti IGT. 2 gli ettari di vigna. Fermentazione e affinamento sulle bucce per oltre 8 mesi. 8.000 le bottiglie prodotte. Millesimi: 2015, 2014, 2013, 2012, 2010…ogni singola annata un’infusione d’energia solare, ossigeno, uva e argilla. Evoluzione del frutto, sapidità della polpa, finezza della trama acida. Nell’arco temporale dei cinque anni, la permanenza in bottiglia non ha fatto che scolpire e arrotondare al meglio i ricchi componenti estratti dalla buccia dell’uva nosiola, traghettando (parola cara alla Foradori) il vino dal vetro all’aria fino ad esprimersi al meglio (vedi le 2010 e 2012) in un apice di fresca succosità ed eleganza. Evviva l’evoluzione “celeste” della Nosiola in anfora!
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  • 5 annate di Teroldego della Vigna Sgarzon: 2015, 2014, 2013, 2011, 2010 dai 2,5 ettari di suolo sabbioso alluvionale. Fermentazione e affinamento in tinajas con permanenza di circa 8 mesi sulle bucce. Frutti scuri, more non troppo mature e prugne, texture salina. Non ho grande familiarità con il teroldego in generale, ma percepisco un’uva arcigna, longeva e introspettiva. Merita senz’altro di tornarci su tra qualche anno per verificare l’affinamento del tempo in vetro che, non ho dubbi, non potrà che arricchire la personalità timida e multiforme di questi vini profondamente territoriali (territorialmente profondi).Sgarzon
  • 5 annate di Teroldego della Vigna Morei 2015, 2014, 2013, 2011, 2010 sempre 2,5 gli ettari di suolo alluvionale ma con prevalenza di ciottoli in questo caso invece che sabbia. Fermentazione e affinamento in tinajas con permanenza di circa 8 mesi sulle bucce. Tra le due vigne di teroldego, Sgarzon e Morei, le differenze si notano eccome. Personalmente “a pelle” ho preferito di più quest’ultimo. Maggior finezza tannica, lucentezza e trasparenza del succo non saprei dire bene cosa di specifico nel particolare ma forse, in generale, è un vino più  deciso, diretto, succulento e fine.Morei

 

 

 

 

Marco De Bartoli tra Passito e Marsala

8 marzo 2017
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Marco De Bartoli tra Passito e Marsala

Moscato Passito di Pantelleria. Vino naturalmente dolce, da uva Zibibbo appassita al “sole d’agosto”

Bukkuram in arabo è “padre della vigna”. Vino naturalmente dolce, da uva Zibibbo appassita al “sole d’agosto”

Moscato passito di Pantelleria da uve Zibibbo essiccate al sole.
La 1987 è la IV vendemmia di questo nettare mediterraneo imbottigliato da Marco De Bartoli.
La dolcezza della natura, la naturalità della dolcezza. Passito di Pantelleria. 17308844_1244019279045952_3976270707123925443_n

Intransigenza e prosperità. Dolcezza e asperità. Ossidazione e polpa.
Adoro i Marsala di Marco De Bartoli (versione Riserva 10 anni): spremitura di buio dal suolo, bagliore dal sole. Supremo Tao alcolico, in un vino d’ambra fortificato con “mistella” prodotta da mosto fresco e acquavite ottenuti dalla stessa uva Grillo 100% che fermenta, che affina per oltre 10 anni in botti di rovere di diverse dimensioni.17352314_1938557943039096_8497032315446539387_n

Quest’antiquato vino liquoroso fortificato di “mistella”, (versione Riserva 1986) è l’esito brillante d’un percorso costellato d’artigianalità ormai quasi esntinto che ha contraddistinto tutta un’epoca pre-industriale che fa a pugni, e ahimè perde, contro la nostra triste, congestionata e fin troppo artificiosa era della sintesi chimica. La nostra età regredita a furia del troppo progresso, vittima dei processi industriali da cui è dominata.  Prigioniera del petrolio dalla cui lavorazione deriviamo la plastica che sembriamo subire come il minore dei mali possibili. Neanche a dirlo che sono anima e corpo dalla parte del Marsala De Bartoli e intreccerò le dita d’entrambe le mani a coppa da primitivo, pur di berne qualche goccio fino alla fine dei tempi che eccoli qua, sembrano già belli che arrivati.Screen Shot 2017-03-24 at 02.30.41

 

Fiano d’Avellino Villa Diamante Cuvée Enrico 2000

20 febbraio 2017
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Fiano d’Avellino Villa Diamante Cuvée Enrico 2000

Alla Salsamenteria di Roberto Mangione ho assaggiato una lacrima struggente del Fiano d’Avellino Az.vinicola Villa Diamante “Cuvée Enrico” 2000.

Vino artigiano ottenuto con uve raccolte dalla vigna della Congregazione. Imbottigliato dopo sette lunghi anni – il 7 è numero sacro a Josko Gravner – sette lunghi anni di maturazione in piccoli fusti di rovere.
Il valore aggiunto, l’asciuttezza e la nobiltà del sangue nell’ossidazione di un sommo vino d’Irpinia.17103478_1930805043814386_8174616411740628747_n16999047_1930805047147719_4876858705230199889_n