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Fotografie del vecchio mondo nuovo

3 novembre 2020
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Fotografie del vecchio mondo nuovo

Credo non sia mai uscita una versione di questo film nel nostro paese, ad ogni modo fino a ieri sera non avevo né sentito parlare né mai visto Pictures of the Old World (Obrazy starého sveta) di  Dušan Hanák, documentario slovacco del 1972 girato tra i sobborghi e i villaggi dei monti Tatra nelle regioni di Liptov e Orava. Questo vecchio film di Hanák in tutto il suo doloroso immaginario sull’umanità trascurata, brulicante ai bordi della civilizzazione e del progresso tecnologico, sarà apprezzato da molti, non solo da cinefili barbosi e autoreferenziali, come una singolare scoperta del cinema documentaristico dell’Europa orientale.

A distanza di quasi 50 anni dalla sua realizzazione è bello venir stimolati ancora da qualcosa di vecchio che tuttavia riesca a suscitare al presente un gioioso sentimento di novità. Un libro mai letto, un film mai visto, una musica mai ascoltata del passato in fondo sono come scintille di futuro che alimentano il fuoco necessario della curiosità sulle vite altrui, alla presenza attuale del nostro leggere vedere ascoltare il mondo. La potenza spontanea, l’espressività poetica/patetica, la crudezza naïf di questo film germogliano nell’aspro bianco e nero intonato alle fotografie dell’artista slovacco Martin Martinek; all’uso sperimentale del sonoro in chiave disturbante; alla decina di ritratti morbosi d’uomini e donne abbandonati a se stessi o ai propri animali, in un paesaggio di fango, sprofondati nel caos desolante delle proprie credenze, fissazioni e pietose solitudini. image-w1280

tumblr_p21b3rel0v1srl30mo1_400Queste “fotografie del vecchio mondo” da cui traspare in controluce anche il nostro “mondo nuovo” al suo tramonto, ritraggono con compassionevole spietatezza e sottile ironia venata di una certa bizzarria da Est Europa, un’umanità derelitta al culmine della propria vecchiaia. Una decrepitezza sdentata, folle, amara, poco rassicurante ma allo stesso tempo anche dolce, rassegnata, serena. La vecchiaia implacabile del mondo occidentale.

Il ricco, il povero, lo stupido, il saggio, finiamo tutti sottoterra! Cos’altro possiamo fare a questo mondo?

Questa è la risposta interrogativa di un vecchietto alla domanda imponderabile posta nel film su “Cosa c’è di più prezioso nella vita?” Un film che sono certo ha ispirato le visioni grandiose seppur senza speranza del regista magiaro Béla Tarr, tra i rarissimi geni viventi del cinema mondiale, autore di capolavori indimenticabili quali Sátántangó e Werckmeister Hármoniák.472394_article_photo_umxbvk8_900x

Jeanne Dielman, la condizione della donna e il cinema del tempo radicale

27 ottobre 2020
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Sono io, sono io caricato di immagini
Che mi dan le vertigini, sono io
Sento la mia vita che sta diventando un film
Sì, ma l’ho già visto e non mi piace questo film

Paolo Conte, Sandwich Man

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Jeanne Dielman, la condizione della donna e il cinema del tempo radicale
Jeanne Dielman, 23, Quai Du Commerce, 1080 Bruxelles è un capolavoro di cinema radicale girato nel 1975 da Chantal Akerman regista belga, che ancora oggi dopo 45 anni appare fresco, moderno e originale a differenza delle tante puttanate Netflix che nascono già morte e datate.

La Akerman nel 1975 aveva 25 anni. Il film è girato in 35mm con Delphine Seyrig in stato di grazia ad interpretare Jeanne Dielman, che la stessa Akerman in questa breve intervista paragona ad una tragedia greca.

Al centro di Jeanne Dielman per quasi 3 ore e mezza, c’è il corpo di una donna smembrato tra la cucina, la camera da letto, il bagno e qualche scena d’esterno. Un corpo intrappolato in una raggelante cornice di silenzi grevi, azioni monotone innescate dalle mani iperattive: lucidare le scarpe, lavare i piatti, preparare il cibo e il caffè, lavorare la lana ai ferri, pelare le patate, pulire le mattonelle, spolverare i mobili, prendere i soldi dai clienti, usare le forbici… 98c315967540873a900bf49a224ea527
Il film documenta tre giorni di una giovane vedova che cucina per sé e suo figlio, mostrando la sua minuziosa quotidianità casalinga fatta di gesti ripetitivi, pause espanse e dettagli meccanici tra cui il fatto che si prostituisce in casa.
Protagonista assoluto del film è il tempo, un tempo reale al cui ritmo implacabile avvengono le azioni minimali eppure azioni enormi che descrivono tutto l’universo domestico di Jeanne oltre ad esplicitare il suo angoscioso blocco interiore che diventa anche il nostro in un transfert d’empatia dolorosa nonostante siamo solo spettatori lontani dallo spazio e dal tempo in cui il film è stato girato da una troupe “femminista” quasi al completo composta da donne politicizzate. Un tempo ipnotico, monotono e claustrofobico quello del film bellissimo della Akerman, incastrato da un lavoro di montaggio straordinario che presenta senza fronzoli scenografici e senza trucchi di sceneggiatura, l’aspra condizione della donna nella società contemporanea, ieri come oggi. Un’opera di sublime poesia cinematografica racchiusa in sé che la sgroviglia dai lacci ideologici dell’epoca in cui è stata concepita e libera da qualsiasi interpretazione limitante che risulterebbe sempre troppo ottusa o datata in chiave politico-psicoanalitico-sociologica, come avviene troppo spesso per romanzi dischi film lavori d’arte opere teatrali invecchiati male perché talmente presi a descrivere l’ombelico dei propri tempi infimi da dimenticare di fissare il cielo stellato della poesia universale cui ogni scrittore artista musicista regista non dovrebbe mai dimenticare di tendere.

Da vedere e rivedere assieme a La Maman et la Putain (1973) di Jean Eustache altro regista tormentato, genio iperrealista morto suicida ancora troppo giovane.

Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicità

22 ottobre 2020
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Il Mondo Buono e la Cattiva pubblicitàimage0 3

Con l’angoscia nel cuore, proseguo alcuni ragionamenti sulla falsariga di una meditazione anacronistica da Persuasori occulti nella cupa era Cambridge Analytica, già intrapresa qualche settimana fa in merito alla pubblicità che parla al culo più che al cervello della gente.

Coltivazione sostenibile

comunità di Agricoltori

Biodiversità

insetti impollinatori

Presentate così in grassetto a rimarcarne la centralità, queste parole-chiave esprimono tutta una serie di immagini pseudo-etiche e pensieri benigni (benigni almeno sulla carta) che rimandano all’ambito altruistico dell’attenzione, della cura, dell’impegno, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Se tentiamo di scrostare quel grassetto in PVC come fosse una finta ceralacca ci accorgiamo però subito di essere in presenza di una mistificazione bella e buona. Siamo cioè davanti alla tipica, maligna operazione di marketing che abusa a scopi di lucro dei magnifici ideali e dei concetti generosi oltre i quali, (cioè oltre il grassetto), restano solo parole smorte, gusci marci svuotati di sostanza a raccontare una merce alimentare seriale: farine biscotti succhi panini salumi vini formaggi. Una merce neutra altrimenti anonima senza la poesia suggestiva degli aggettivi, impoverita di sapore, sterile di proprietà nutritive, uniformata all’appiattimento, priva di gusto e consistenza che lascia in bocca nulla più che frustrazione, malcontento, amarezza.i-persuasori-occulti
Oltretutto questo genere di operazioni pubblicitarie stucchevoli da parte delle grandi industrie alimentari con tutta la retorica fasulla della Coltivazione sostenibile e della Biodiversitàdepotenzia all’origine il messaggio finale di quelle poche produzioni artigianali invece che sono veramente costituite da una comunità di Agricoltori. Una comunità contadina dispersa e disperata che con enorme fatica lotta per la propria sussistenza nella guerra senza quartiere dei prezzi stracciati. Una guerra persa per le sparute comunità di contadini e agricoltori. Una guerra a senso unico sempre vinta dalle stesse industrie poiché la comunità degli agricoltori scrupolosi è a rischio d’estinzione se non è già estinta. È merce sempre più rara infatti quella dei contadini, dei vignaioli, degli allevatori che fanno quel che dicono e provano a dire quel che fanno se non altro esprimendolo attraverso la sostanziosità e la bontà dei loro prodotti al vertice di una catena alimentare quanto più naturale, autentica e trasparente.
Autentico, naturaletrasparente. Ecco altri aggettivi ambivalenti che riportati in grassetto dai soliti fenomeni da baraccone e cantastorie mal assortiti della comunicazione, sviliscono immediatamente la portata profonda del senso che contengono. Così pure come sostanzioso, buono, genuino. Siamo sempre lì (rimando qui), il problema non sono mai le parole in sé ma l’uso/abuso che se ne fa in chiave ideologica ovvero economica, sociale e politica. Le parole difatti, a seconda della visione generale di coloro che le usano/abusano, complici gli studi legali onnipotenti e i profitti elefantiaci, possono essere specchietti per le allodole utili ad accalappiare quanti più consumatori acefali, acquirenti superficiali, utenti inconsapevoli. Oppure le parole sono specchi di verità. Le verità specchiate di un prodotto buono, genuino e rispettoso in sé (aggettivi a rischio di essere in grassetto) che non rifletta necessariamente l’auto-gratificazione di chi lo fa o che rimandi soltanto alla visione narcisistica di quello che vogliamo vederci riflesso noi. Un prodotto buono e rispettoso sarà radicato alla propria sostanza originaria che quantomeno possa stimolare ad un consumo più critico accrescendo una conoscenza concreta, educando a un gusto personale meno condizionato dagli slogan falsificanti considerando che il gusto medio della gente è oggi quasi del tutto manipolato e in balia dell’ingegneria degli aromi.
È mai possibile quindi ragionare di verità in relazione alla produzione del cibo? Credo di si! È una verità insomma di natura tanto etica quanto estetica la quale sia nutrita da prodotti alimentari non di sintesi, originati da materie prime il meno processate possibile che sappiano innescare nelle persone in carne e ossa, individuo per individuo, una capacità di discernimento dei sensi quanto più solida, coltivata, approfondita e ragionata. Bontà, unicità e bellezza di un cibo o una bevanda non artefatti né banalizzati a catena di montaggio ma espressione di una cultura profonda dello scambio, rispettosa delle singole differenze sia da parte di chi produce e vende che da parte di chi compra e riceve, tutto qua!
In merito alle verità tascabili relative che ognuno di noi pretende di custodire nella propria saccoccia quali verità cosmiche assolute, ricordo il grande poeta mistico sufi persiano Jalāl al-Dīn Moḥammad Rūmī (1207-1273):
La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe…
Ciascuno ne prese un pezzo
e vedendo riflessa in esso la propria immagine,
credette di possedere l’intera verità…

Clyde Fans capolavoro a fumetti sulla memoria il progresso il fallimento

21 ottobre 2020
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Clyde Fans capolavoro a fumetti sulla memoria il progresso il fallimentoIMG_0787

Clyde Fans è un graphic novel di grande intensità emotiva cresciuto negli anni assieme all’esperienza interiore e alla maturità artistica dell’autore canadese. È difatti un romanzo per immagini (romanzo grafico) a cui Gregory Gallant in arte Seth ha lavorato a “spizzichi e bocconi” per venti anni. Questo libro a fumetti di culto andrebbe salutato come un vero e proprio evento editoriale anche oltre i confini del circoscritto mondo della narrativa disegnata. L’edizione definitiva in lingua originale è uscita nel 2019 per Drawn and Quarterly, in Italia è stato pubblicato grazie al lavoro sempre accurato della Coconino Press.

Questo eccezionale romanzo per immagini si struttura in 5 parti che dal 1957-1997 ricoprono 40 anni di vita dei fratelli Matchcard, un nome composto dalle parole match e card, in cui è già contenuto in nuce il destino dei due personaggi fatti di cenere (fiammifero e carta). Clyde Fans, dalle fiamme alle ceneri, racconta la storia malinconica di un’impresa commerciale specializzata in ventilatori elettrici, fondata da Clyde, padre dei due fratelli Abraham (Abe) e Simon Matchard. Un padre assente, che ha lasciato i due fratelli quando erano ancora bambini. Questa assenza è il centro gravitazionale, il vuoto magnetico primordiale attorno a cui ruota tutta la triste parabola dei fratelli Matchard e della loro madre abbandonata giovane dal marito.IMG_0791

Se il carattere delle persone è il loro destino, Clyde Fans in effetti è la parabola a tutto tondo di un destino d’incompiutezze interiori e fallimenti correlati: il fallimento dell’attività commerciale che non sa adeguarsi al cambio dei tempi quando i ventilatori elettrici vengono sostituiti dall’aria condizionata; il fallimento di Abe, mediocre eppure abile procacciatore d’affari, commesso viaggiatore dalla vita sentimentale disastrata; il fallimento esistenziale di Simon dai nervi fragili, inetto alle relazioni sociali sempre più chiuso in sé e sprofondato nel suo labirinto psichico fatto di cartoline bizzarre, oggetti animati, visioni mistiche; il fallimento del capitalismo occidentale tout court.IMG_0788IMG_0789Nell’arco di questi 40 anni oltre ai due protagonisti della storia vediamo scorrere tutta una folla di cose, una moltitudine dolorosa di case e persone: cameriere di tavole calde, squallide camere d’hotel, sale d’ospizi, oggetti distinti pure se immersi in un mondo anonimo cosparso da una luce soffusa di blu e nero, reso miracolosamente da un’illustrazione raffinata – tributo all’epoca d’oro del design -, e da un taglio grafico geniale che, come già detto, si è dilatato in due decenni, di pari passo con la maturità stilistica dell’autore.

Seth racconta che la scintilla gli è scattata davanti a un locale chiuso da anni a Toronto, con la scritta Clyde Fans sull’insegna. La faccia schiacciata sulla vetrina, lo sguardo interiore è penetrato come in una lampada magica dentro quell’ufficio polveroso e dai ritratti appesi al muro di due figure maschili la realtà inorganica annidata nelle pieghe del passato si è animata, ha cominciato a vivere di vita propria grazie alla fantasia alchemica dell’artista. È man mano così avvampata nella sua testa tutta la storia dei due fratelli Matchard. Ha continuato a proliferare come la leggiamo ora, dall’immaginazione creatrice dell’autore alle pagine di carta, la storia di Clyde Fans che insegue ossessivamente le vite ordinarie dei due fratelli racchiusi nel proprio guscio protettivo; ricostruisce il destino stesso di una città, di tante megalopoli tutte uguali a se stesse sprofondate nel disagio metropolitano fatto di ottusa aggressività commerciale, alienazione urbana, abbandono architettonico, superflue competizione sul mercato, relazioni umane finte, molto spesso sfuggenti o superficiali anche se profonde all’apparenza.IMG_0797Da questa tesserina minima di realtà canadese, il nome del negozio stesso tra King Street e Sherbourne Street, Seth crea un mosaico di invenzione prodigiosa più vera del vero, che è allo stesso tempo una struggente verità domestica e universale, cioè l’amore mancato tra il padre e la madre dei fratelli Matchard che si diffonde come una nube funesta sulle loro esistenze adulte spezzate tra la frenesia irrazionale della quotidianità esterna e l’irrealtà difensiva della solitudine appartata, oscurandole fino alla tristezza, allo squilibrio mentale, all’impotenza.

Leggendo e rileggendo queste tavole stupende, veniamo come risucchiati dal microcosmo sottomarino illustrato di Clyde Fans. Un buco nero, una feritoia dentro a un muro, un piccolo mondo infinito al rallentatore, gelido e desolato, teatro eterno della lotta dis-umana fra progresso e fallimento, dove sembra sempre autunno o inverno e non passerebbe mai per a testa di utilizzare un ventilatore elettrico anzi d’istinto vorremo solo un camino acceso accanto, un bicchierozzo di cognac d’annata e continuare a farsi assorbire l’anima dalle malinconiche seduzioni per il passato create dal tocco magico di Seth artista folgorante, romanziere, fumettista del XXI secolo.IMG_0792IMG_0793

The Elephant Man (1980)

16 ottobre 2020
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Nothing was born;
Nothing will die;
All things will change.

Alfred Lord Tennyson (1809 – 1892)

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The Elephant Man (1980)

A distanza di quarant’anni possiamo tornare in sala a rivedere, meglio, a farci vedere da The Elephant Man (1980) nella versione restaurata da StudioCanal a partire dal negativo originale con la supervisione di David Lynch. Il regista del Montana era qui al suo secondo lungometraggio dopo Eraserhead (1977), e imbastisce una storia patetica di ispirazione dickensiana ambientata in una Londra cupa, industriale, intrisa di miseria e redenzione vittoriane, fotografata dal bianco e nero magnifico del grande Freddie Francis. Il film, prodotto da Mel Brooks e Jonathan Sanger, è un adattamento dal libro di memorie del dottor sir Frederick Treves, The Elephant Man and Other Reminiscences e dallo studio dell’antropologo Ashley Montagu, The Elephant Man: A Study in Human Dignity. Qui la sceneggiatura originale di The Elephant Man a cura di Christopher De Vore, Eric Bergren e dello stesso David Lynch.

La cosa che più colpisce del film è il lavoro sul suono in senso visionario a cui ha contribuito ancora una volta lo stesso Lynch che mette in risalto il rombo inarrestabile e ossessivo della metropoli ottocentesca a far da contrappeso alla difficoltà respiratoria dell’Uomo Elefante pervaso com’è di neurofibromatosi sul cranio e lungo tutto il corpo che non gli permettono di dormire steso, in modo da respirare normalmente. Difatti è una Londra purulenta, cancerosa, pulsante, perennemente in cantiere. È un meccanismo infernale di città rapace, un polmone asfittico di ferro, fumo e piombo. Pubs straripanti d’alcolizzati, orfani, puttane. Tubi d’acciaio, ciminiere, smog e polvere tra strade in costruzione, caldaie a carbone sotterranee, vicoli malfamati dove scorre acqua fuori campo, presumibilmente una perdita di fogna (la scena verso la fine quando Treves ritorna nell’East End a cercare Bytes che si è riappropriato di Merrick e trova il luogo abbandonato, poiché loro sono scappati in Belgio in cerca di altri spettatori e poca fortuna). La bellissima colonna sonora composta e condotta da John Morris rimanda a sonorità equestri malinconiche da circo Barnum, richiama sgangherate fiere di paese sperse nelle piazze fangose d’un lontano passato tra prepotenze da incubo, disumanità gratuita, soprusi immani e squallore senza fine.

Lynch, pervaso d’ironia nerissima, per tutta la durata del film sembra quasi divertirsi sadicamente a manifestare linee di fuga insistenti su registri espressivi che vanno dal sentimentalismo più smielato, al grottesco, al patetico di matrice vittoriana facendo come il gatto col topo, nel suo caso giocando a torturare le emozioni più atroci covate nello stomaco dello spettatore calcando la mano sull’angoscia soffocante, sui nodi in gola, sulla crudeltà spietata, sulle lacrime amare, sulla disperazione senza rimedio ammiccando con l’occhio sinistro al Tod Browning di Freaks (1932) e con l’occhio destro al Werner Herzog di Anche i nani hanno cominciato da piccoli (1970).

A proposito del rivedere o del farci vedere da un film tanto viscerale, The Elephant Man è tutto un saggio visivo/sonoro sull’osservazione degli altri, la mostruosa normalità del loro sguardo nei confronti di Merrick lo sventurato freak che a sua volta è spaventato da se stesso allo specchio e dalla paura che potrebbe causare negli altri. E gli altri siamo anche noi, noi spettatori tragicomici, mostri sociali, voyeurs d’accatto, capricci di natura che trascorsi quarant’anni torniamo al buio in sala dopo che non siamo più bambini. Ritorniamo a farci osservare l’anima smarrita tra furiosi impulsi magici e scienza: magia e scienza del grande cinema. Riproviamo cioè da adulti col cuore ormai prosciugato, a farci scrutare dall’occhio pietoso ed elefantino di Joseph Merrick, mai del tutto riconciliati al suo urlo straziante quando rischia di essere linciato da una folla irrazionale e inferocita nelle latrine della stazione di Liverpool Street: Non sono un elefante! Non sono un animale! Sono un essere umano! Sono… un… uomo! 

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La terra del miele

15 ottobre 2020
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Se si rimane abbastanza a lungo in un posto, ogni realtà diventa una grande finzione.

Tamara Kotevska & Ljubomir Stefanov

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La terra del miele

Gli esseri umani, il paesaggio balcanico, le api. Non capita troppo spesso di uscire dal cinema commossi da tanta realtà incarnata nel volto verissimo di Hatidže Muratova.

Honeyland è un film macedone potente che in poco meno di un’ora e mezza sintetizza quattrocento ore di girato e tre anni di riprese da parte dei registi Tamara Kotevska & Ljubomir Stefanov, avventurati con una troupe ridotta all’osso – 4 operatori in tutto contando i registi – nei paraggi di Lozovo nella regione circondata dal fiume Bregalnica nella Macedonia centro-settentrionale.

Un’apicoltrice che cura sua mamma ottantacinquenne Nazife, donna malata a letto nella loro casupola di pietra desolata senza acqua né elettricità a Bekirlija, un villaggio abbandonato dalla fine della II Guerra Mondiale, sui monti attorno a Skopje; una prolifica famiglia di nomadi allevatori turchi che compromette l’equilibrio naturale delle due donne e delle api; non serve tanto altro per realizzare un capolavoro così sincero e poetico che documenti al dettaglio l’inettitudine tutta umana di convivere in armonia con i ritmi vitali, i frutti e la preservazione della natura.

Hatidže quando smiela durante l’estrazione dei favi dall’apiario, una parte del miele la prende per sé e l’altra la lascia alle api per evitare che volino via ad attaccare e colonizzare un altro alveare innescando così una maggiore ondata di squilibrio e di caos nella propria parte di universo.

Honeyland è un film struggente di rara bellezza visiva. Immagini e sequenze narrative dal possente valore espressivo che, più della lingua macedone o di quella turca parlata dai soggetti filmati, raccontano silenziosamente allo sguardo una storia semplice e antica quanto il mondo che ci ospita: la storia conflittuale della nostra innata ingratitudine, disarmonia e inadeguatezza di stare al mondo.image1 2

Multisensorialità come visione ascolto e sapore del mondo

9 ottobre 2020
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Multisensorialità come visione ascolto e sapore del mondo

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A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu, voyelles,
 Je dirai quelque jour vos naissances latentes.

Arthur Rimbaud, Voyelles

La mutlisensorialità come visione/ascolto/gusto del mondo. Bisogna imparare a palpare il suono, ascoltare i colori, udire i sapori. Oggi più che mai è necessario aprirsi alla multisensorialità per mantenere in vita la sfera segreta della propria libertà mentale in un mondo sempre più proiettato all’addomesticazione dei sensi, alla manipolazione delle personalità, al controllo delle nostre predilezioni e pulsioni intime.

Studio 33 in via della Paglia a Roma offre questa preziosa opportunità di educarsi all’ascolto attraverso i diffusori Oswalds Mill Audio & Fleetwood Sound Company.

L’universo dei suoni è un microcosmo metafisico rarefatto dove, senza una mappa stellare per l’orientamento audio, ci si può solo perdere entro spazi fisici vertiginosi tra sorgenti sonore, lunghezze d’onda, corpi vibranti, ampiezza, frequenza e propagazione del suono.71BB6C73-8735-43E8-9870-AA9CD5141044

Il suono così come il sapore o lo sguardo, ha una sua tridimensionalità che necessita di studio premuroso, ricerca accurata, educazione all’ascolto. La tecnologia digitale dei nostri giorni ha diffuso i contenuti su larga scala, oggi tutti possono accedere a tante, troppe informazioni – che poi è come accedere a nessuna informazione – ma i supporti di questi contenuti sono preconfezionati, sintetizzati e compattati al massimo fino a castrarli, a privarli cioè totalmente di spessore acustico, energia pulsante, calore vivo.E36114C5-0494-4C34-866A-0B439F58E6D7

Qui non è questione di snobismo audiofilo ma sono convinto che preparare (manutenere) un udito allenato al “giusto suono” non è separabile dall’avere un palato cosciente di quel che mangia e beve, ovvero addestrare un occhio attento che sia in grado di distinguere con elasticità mentale e fluido giudizio critico, l’arte o l’artigianato, dall’artficioso o dal contraffatto.8D49130C-166F-4E6F-93F0-4A890DA91AE1

La pubblicità parla al culo più che al cervello della gente

30 settembre 2020
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image1Anyone here in advertising? – Kill yourself! 

You are Satan’s little helpers…

You are the ruiners of all things good. Kill yourselves, seriously… No Joke…

You are filling the world with violent garbage… Kill yourselves!

I don’t care how you do it, just rid the world of your evil fucking machinations! 

Bill Hicks on Marketing

La pubblicità parla al culo più che al cervello della gente

L’evoluzione, lo sviluppo del cervello umano è tra le cose più complesse e imperscrutabili nella storia del genere umano. Una zona specifica della corteccia cerebrale detta “area di Broca” è la regione nel lobo frontale correlata alla produzione e comprensione del linguaggio sia parlato che scritto.

I pubblicitari, assistenti di Satana, nonostante l’area di Broca, lavorano impassibili essenzialmente su altre regioni del corpo: l’apparato digerente, l’intestino crasso, l’ano. Per vendere una merce alimentare industriale, processata da anonimi ingredienti di sintesi, sostituiscono il biscotto con il feticcio dei “premi esclusivi” ottenuti raccogliendo i punti e fanno così appello ad una ben circoscritta memoria promozionale che funge da incubatrice dei ricordi propagandistici. La memoria e i ricordi su cui i pubblicitari focalizzano i loro sforzi non sono però localizzati da qualche parte nel microcosmo del cervello altrimenti tutti comprenderebbero la fregatura bella e buona delle parole vuote di senso che nella fattispecie non corrispondono alla sostanza del prodotto presentato. In effetti “rivivere”, “bei ricordi”, “felicità a colazione” sono mere suggestioni intestinali che solleticano la pancia, stuzzicano l’intestino, titillano le pulsioni anali.

I pubblicitari si rivolgono dunque esclusivamente alle nostre memorie fecali dove la filiera alimentare del cibo immesso nel cavo orale non si distingue in nulla dalla deiezione emessa dall’orifizio anale. Quindi per finire, quel che è decodificato dalla pancia come cibo fantomatico commutato in ricordi ombelicali, in punti omaggio e in “Coccio delle Origini”, è nettamente distinto quale merda nell’area di Broca dove si compie di fatto la giusta comprensione del linguaggio.

Retrobottega e la centralità degli ingredienti

28 settembre 2020
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Retrobottega e la centralità degli ingredienti

IMG_9487Giuseppe Lo Iudice & Alessandro Miocchi di Retrobottega in via della Stelletta a Roma hanno un talento ragguardevole nei confronti del cambiamento, il cambiamento dei tempi e della gente nel tempo. La loro è una vera e propria capacità impulsiva di adattarsi al mutare dei flussi di tendenze e persone per trarne il meglio, sempre e comunque concentrati sul cucinare quale gesto artigianale. In fase post-covid durante l’estate appena trascorsa hanno riadattato la loro ricerca inesausta sulle materie prime, sulla trasformazione delle stesse in ottica di fine-dininig, facendone una pizzeria.

“Tornare ad essere popolari, accessibili, poco impegnativi ci sembrava la cosa da fare in questo momento un po’ strano” mi diceva Giuseppe a metà giugno, a quarantena appena finita, quando sono passato da loro ad assaggiare le pizze in teglia buonissime (da farine artigianali di mulini piemontesi) e ho provato, tra le altre super pizze, una focaccia alle pesche con midollo alla brace che ancora me la sogno di notte, tra i sogni gastroerotici più ricorrenti degli ultimi mesi.

IMG_9636IMG_9637Agli sgoccioli di settembre proprio l’altra sera sono ritornato a cena da loro, dopo che a fine agosto hanno riaperto con la formula tradizionale del ristorante ancora una volta focalizzati sulla centralità degli ingredienti, protesi all’essenzialità del gusto, bendisposti al dialogo costruttivo con allevatori, contadini, pescatori e raccoglitori di erbe spontanee.

Ho provato una serie di piatti vegetariani uno più appassionante, stratificato e “selvatico” dell’altro innaffiandoli con un elegantissimo uvaggio di Cannonau e Cagnulari Panevino Cortemuras 2016 di Gianfranco Manca “vignaiolo sulla terra”; un vino terragno, un sorso solare, quintessenza di mediterraneità sarda, ebbrezza prenuragica.IMG_9501Sul tavolo sociale, oltre al menù di carta che poi resta all’avventore quale memoria cartacea della serata, un altro cartoncino con sobrietà e rigore etico illustra la filosofia naturale alla base dei piatti di Retrobottega dove il cibo è innanzitutto nutrimento e non è mai un virtuosistico teorema cerebrale o una sperimentazione gastronomica fine a se stessa ma è quasi una matematica viscerale, un’equazione algebrica/emotiva espressa dalla terra e dal tempo per allietare la mente, per nutrire lo stomaco.IMG_9640IMG_9495I piatti a base di frutti e ortaggi che ho assaggiato l’altra sera sono stati raccontati con la solita diligenza appassionante e generosa disponibilità da Valerio D’Angelo, giovane uomo di sala che incoraggia ad accordarsi ai cicli della stagionalità indicati dal menu, abbarbicandosi mani, pancia e piedi all’euforia estatica ed estetica dell’ingrediente centrale, abbandonandosi senza indugi alla “tenace relazione che ci lega al mondo vegetale”.

 

CAVOLO

Cavolo rosso e santoreggia cotti alla brace 

Tartufo estivo
Cavolfiore rosso
Kefir
Riduzione di cavolo

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RISOTTO

Riso riserva san Massimo
More
Una fragola
Ravanelli affinati

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PASTA
Lumache di semola
Burro acido di interiora tostate di seppia
Purea di patate fermentate
Fiori di finocchio

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BARBABIETOLA
Barbabietola cotta due volte finita sul carbone con cipolla di Acquaviva

Avocado pestato
Kefir
Lampone
Dressing miso

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Grandi silenzi e vuoti traboccanti

8 settembre 2020
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Morta nel silenzio dell’ascolto, la parola rigermoglia nel silenzio fervido che l’avvolge. Assimilata e ricreata attraverso la meditazione, si delinea come un essere nuovo. Se il grano non muore non fa frutto. La morte del seme è la vita della pianta. E proprio la pianta, unico essere della natura che sia insieme silenzioso e animato, si offre a noi come l’immagine più consona di ciò che accompagna le pause dopo la lettura. Silenziosa e piena di vita, la pianta fa uscire dal seno del seme la foglia, e il fiore che si esibisce in un trionfo di forme e colore, e il frutto generoso di succhi e dolcezze.
Tale è la parola meditata dopo esser stata letta.

Giovanni Pozzi, Tacet. Elogio del buon tacere (Adelphi)

Grandi silenzi e vuoti traboccanti


IMG_8815Le Grand Silence (Die große Stille)
è il titolo di un bellissimo film-documentario di Philip Gröning uscito nel 2005 che riprende in dettaglio la vita quotidiana di una comunità di monaci Certosini nel monastero della Grande Chartreuse sulle Alpi francesi attorno a Grenoble. I monaci trascorrono la loro esistenza senza parlare, se non durante le preghiere e i riti religiosi, per rispettare il voto del silenzio in aderenza al richiamo interiore della loro vocazione: i grandi silenzi con cui è mescolata in origine la nostra psiche, le nostre viscere.

“Da qualche parte in Umbria”, a Parrano vicino Fabro in provincia di Terni, immerso nella Riserva della Biosfera (Unesco) c’è questo eremo laico, l’Eremito, sorto da un rudere del ‘300 e dalla visione del suo ideatore Marcello Murzilli. È un hotel austero improntato al lusso dell’essenziale, forgiato al fuoco sacro interiore di chi lo ha concepito che ha cavato ispirazione dai monasteri medioevali radicati nella quiete del paesaggio campestre, nella fuga dalla frenesia del quotidiano, lontano dal caos del mondo. In questo hotel monastico ho passato lo scorso fine settimana grazie a un ritiro organizzato dalla scuola Ashtanga Yoga di via Annia a Roma, per un paio di giorni focalizzati sulla pratica dell’Ashtanga yoga, sessione di approfondimento sui rudimenti della respirazione Pranayama e della meditazione trataka. Immersi nella fusione degli elementi originari proprio come quelli radiografati dai presocratici, i primi filosofi-scienziati occidentali che studiavano la natura osservando in dettaglio i processi fisici e metafisici che costituiscono l’universo: Aria, Acqua, Terra, Fuoco.IMG_8816

La colazione e il pranzo si svolgono all’aperto sotto un pergolato d’uva fragola che affaccia su una vallata di boschi incantati che richiama gli scenari incontaminati dei pellegrinaggi di San Francesco. Le cene sono servite nel refettorio al lume di candela rispettando il più assoluto silenzio con l’accompagnamento sonoro lieve di canti gregoriani sullo sfondo. In silenzio senza la costrizione di comunicare a tutti i costi col vicino per quanto possano essere interessanti le cose di cui parlare, suscita una riflessione necessaria sulle sale dei ristoranti inondate dal rumore di fondo inesorabile delle chiacchiere vuote a perdere, dei pettegolezzi logorroici, delle ciarle autocelebrative, delle mille cazzate con cui sprechiamo il nostro tempo e inondiamo lo spazio, dei monologhi insensati vorticosi con cui ci illudiamo di colmare le voragini delle nostre vite e di quelle altrui.IMG_8853

“Al massimo si riusciva a sentire il suono del proprio respiro… Perché la paura più grande è una sola e sempre quella: iniziare a pensare.”

Durante una breve pausa in attesa che la vellutata di zucca si stemperi un po’, una sera Marcello legge al buio aiutandosi col lumino di una candela. Dice in maniera vaga che sono parole lasciate da un monaco senza specificare ulteriormente, anche se ho il sospetto siano meditazioni ponderate, maturate nell’esperienza di anni, scritte di suo pugno ma che immagino non ha voluto svilire con l’ego della propria firma o macchiare con il peccato originale del possesso, questo vizio umano troppo umano dell’identità, la piaga dell’appartenenza. Sergio il fratello di Marcello, si occupa della cucina. Una cucina essenziale di matrice vegetariana semplice e di sostanza approvvigionata dall’orto piantato a corollario dell’Eremito. Un menu autarchico elaborato a partire da tanti ricettari recuperati dai loro viaggi per monasteri in giro per il mondo. Da quest’anno mi racconta Marcello hanno cominciato a fare anche il vino, sono solo pochi filari e ne verranno fuori una settantina di litri, ad uso degli abitanti stabili dell’Eremito e di qualche fortunato o malcapitato questo Marcello ancora non può appurarlo finché non assaggerà il prodotto finito che comunque “è fatto nella maniera più naturale, senza aggiungere schifezze in campagna né in cantina.” IMG_8818IMG_8828IMG_8868

A complemento della pratica Ashtanga Yoga focalizzata alla pulizia interiore come insegnato dalla tradizione del guru Pattabhi Jois, in una bellissima shala che affaccia sulla vallata verde, si possono fare percorsi altrettanto purificanti nei boschi che portano lungo il fiume Chiani o approdare a una cascatella d’acqua sorgiva sotterranea nel torrente Migliare dove ci si fa un bagno in acque ghiacciate. Un tuffo iniziatico che toglie il respiro mentre fortifica le membra e scalda la mente più predisposta alla riunificazione col corpo.IMG_8847IMG_8824IMG_8866A proposito del peccato originale del possesso e del vizio umano troppo umano dell’identità e dell’appartenenza abituati come siamo ad abusare dei pronomi personali e possessivi “io” e “mio”, questo intenso fine settimana di ritiro mi ha offerto l’occasione di conoscere Marco www.conscium.it, creatore di “specchi metafisici”, anzi “creatore di Lune”. Marco è un alchimista medioevale del XXI secolo che plasma luci e ombre del mondo nel riflesso allo specchio. Gli specchi costruiti da Marco, ispirati a viaggi alla ricerca del Se sul Monte Ararat nell’Ağrı, terra di nessuno tra Armenia e Iran, proiettano il visibile nell’invisibile marchiati nelle dissolvenze della materia attraverso l’eterno presente della nostra memoria spirituale: riflesso infinito, mantra d’ombre luminose, radice dell’inconscioIMG_8840Marco è un visionario della meditazione trascendente che traffica con acqua di fonte, imprime sali minerali su lastre di vetro, scandisce le pulsazioni cosmiche del vuoto Zen coordinate dal magnetismo lunare, allineati al rito naturale dell’Essere che ci riempie dal momento in cui ci svuotiamo di noi stessi e di tutto l’armamentario delle nostre abitudini obbligate, paure ataviche, condizionamenti sociali, tic comportamentali e false credenze. Un vuoto sacro pulviscolare che ci libera da noi stessi, abbandonando il fardello opprimente dell’Io. Un sacro vuoto che ci salva dal peso delle brame possessive d’appartenere a qualcuno o a qualcosa e cominciamo finalmente ad esistere in quanto riflesso del vuoto in divenire, a perderci per ritrovarci. Davanti agli specchi lunari di Marco, la contemplazione associata allo sguardo e al respiro, stimola a ritrovarsi per perdersi di nuovo in un flusso liberatorio ininterrotto di gioie e angosce, presenze e assenze, vuoti di dolore e pieni di vita.

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Armonia dei contrasti. A cena da Luigi Lepore

28 agosto 2020
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Armonia dei contrasti. A cena da Luigi LeporeIMG_7756
La Calabria, terra di contrasti irrisolvibili, non è una meta particolarmente frequentata dagli invasati dell’alta cucina e questo non perché sia carente sul piano delle materie prime o delle prelibatezze gastronomiche di cui anzi abbonda all’infinito, ma forse perché sconta una dura eredità secolare correlata alla miseria pre e post-bellica, all’emigrazione di popolazioni, all’isolamento delle vie di comunicazione impervie. Contrasti insolubili dicevo che se da una parte hanno pregiudicato una certa impostazione moderna votata al cosiddetto progresso di luoghi e genti, dall’altra hanno preservato l’integrità culturale di intere comunità le quali, e menomale, non si sono fatte irretire né banalizzare né appiattire dall’opera di gentrificazione globale che tende ad omologare uomini, cose, linguaggi, paesaggi in un grigiore sovranazionale talmente squallido, brutalizzante e pervasivo a cui è quasi impossibile sottrarsi, tanto nelle metropoli quanto nei paesini più sperduti.
A Lamezia Terme (Nicastro) c’è Luigi Lepore nel cui ristorante custodisce la fiammella di una passione culinaria febbricitante che accomuna a sé creazione tecnica e tradizione popolare intendendo la cucina quale arte ovvero scienza ed espressione di cultura materiale tra le più immediate e universali poiché collegata intimamente all’istinto primordiale di soddisfare la fame, una fame non solo dello stomaco ma soprattutto del cervello come è ben illustrato con schietta trasparenza intellettuale dagli ingredienti nei piatti elaborati dalle mani libere di Lepore.IMG_7743
È una mano felice quella di Luigi Lepore. Sono mani libere di esprimersi le sue. Mani pensanti che aderiscono a una visione tecnicamente ben espressa nel ritmo e nella tonalità dei sapori, nell’accostamento cartesiano degli ingredienti chiari e distinti mai mescolati a caso, nella sequenza timbrica delle sensazioni gustative. Ho molto apprezzato il rimando continuo e mai stucchevole alla trama agrumata dei piatti. La scansione progressiva dall’amaro all’affumicato all’agre al caramellato al piccante all’umami non è mai peregrina o fine a se stessa ma aderisce con consapevolezza e concretezza sottili ad una volontà precisa che riflette un radicamento alle tradizioni culinarie della vecchia Calabria riattualizzate in una chiave contemporanea con i piedi ben piantati per terra però e le mani coscienti, le mani impastate con cognizione di causa dentro le matrici scivolose delle materie prime.
Splendido lo stridore di temperature del gelato di piselli e aspretto di arancia che una volta trasfuso in gola scalda il palato e il cuore nella memoria della minestra bollente di piselli e fave fatta in casa sul ricettario della nonna.
La lingua di manzo portata ad una consistenza di fibra pastosa tende quasi a nobilitarla più che a imborghesirla richiamata però subito alla sua origine di piatto plebeo dal pesto di menta e dal gusto campagnolo di cenere dell’olio di peperone alla brace.
I due tortelli, lo Yin e lo Yang del dolce e dell’acidulo, trasmettono la cifra segreta di un pensiero allargato dietro il menu – vedi il richiamo territoriale alla  “stroncatura” o struncatura, pasta di recupero della cucina povera calabrese prodotta in origine con le crusche di scarto della molitura scrostate da terra – un pensiero generale oltre il menu che che va letto in filigrana nella sua interezza mai limitandosi ad una sola portata isolata in sé.
L’agnello da tagli diversi e cotture differenti è la sublimazione culinaria di una bestia dalla qualità elevatissima (macelleria ad Altamura di Michele Varvara “Fratelli di carne”), con le tre consistenze della melanzana quasi fossero la base del pascolo da cui si è nutrito l’agnello stesso.
Non plus ultra del menu il gelato alle foglie di fico, celebrazione dionisiaca dell’amarezza, suprema Eldorado per la rigenerazione della mente e del corpo. Acme dell’amaricante che resetta il palato, ripulisce le viscere, spurga le vene, fa vibrare il gargarozzo, avvampa gli organi genitali, inturgidisce l’intelletto.
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Questo che segue è il menu degustazione a mano libera di Luigi Lepore provato la sera di giovedì 13 agosto scorso, accompagnato nel bicchiere da un Riesling renano 2018 dell’Ungheria di István Becze da macerazione sulle bucce, affinato per 10 mesi in anfore di terracotta sulle sue fecce fini. Becze che ha cominciato ad imbottigliare nel 2012 in biodinamica oltre al Riesling produce Furmint, Hárslevelű, Kéknyelű, Pinot Noir, Kék bakator, Chenin Blanc. Mi è parso un vino gustoso, persistente soprattutto da freddo, di gradazione alcolica centrata in buon equilibrio tra materia sapida, fluidità di beva e grassezza minerale del frutto originata dai suoli vulcanici dell’Hegymagas sul lago Balaton nella regione dell’Hajdú-Bihar.
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Stuzzichini di benvenuto
Panino fritto con bufala, alice e limone, cialda al miele, crema di oliva verde, finocchietto e peperoncino dolce
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Entrée
Gelato di piselli e aspretto di aranciaIMG_7735
Antipasto
Lingua di manzo, pesto di menta, crema di peperone, ribes rosso e olio di peperone alla braceIMG_7737 Primi
Tortelli di cipolla, ristretto di cipolla, burro affumicato, scorza d’arancia, gel di aceto e pecorino. Ricordo di una “stroncatura”
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Secondi
Baccalà, prezzemolo e limone.
Agnello, crema di latte di capra, melanzana, la sua buccia e melanzana marinata
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Pre dessert
Gelato di foglia di fico e uva fragola
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Dessert
Limone Totale, cremoso di limone, zest di limone, limone macerato e menta con cioccolato caramellato e ganache di cioccolato bianco
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Piccola pasticceria
Tartelletta con caramello, passion fruit e origano. Cioccolatino al caffè con anice. Scrunch al cioccolato, mais e popcorn caramellato. Sfera di cioccolato bianco con 100% liquirizia e polvere di alloroIMG_7752

Innestini a Cirò e i mestieri del vino in via d’estinzione

23 agosto 2020
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46247D0D-1032-4D03-8B73-34DA35AD41F2Si, in sostanza, la cultura contadina che è la cultura popolare, è stata buttata a mare.

Vittorio de Seta (1923-2011)

Innestini a Cirò e i mestieri del vino in via d’estinzione

Partecipare con lo sguardo esterno all’innesto in campo a Cirò è un’esperienza agronomica sempre illuminante a cui ho avuto modo di assistere per la seconda volta negli ultimi anni grazie a Cataldo Calabretta, viticoltore a Cirò e a Rocco Pirìto, innestino sopraffino.

Tra le pratiche vitivinicole quella dell’innesto “a gemma dormiente” fatto ad agosto è forse la più ardua, la meno semplice da tramandare. È un mestiere oggi sempre più anacronistico che si impara fin dalla tenera età, affiancando in vigna il nonno, il papà o un altro anziano disposto a farsi rubare l’anima con gli occhi. “Da ragazzi”, dice in cirotano stretto un innestino anziano accovacciato su un cuscino impolverato mentre a capo chino con estrema naturalezza e con maestria da orafo è intento all’incisione del sarmento, concentrato sull’innesto della gemma, sulla legatura con la ràfia assieme a qualche tralcio protettivo per far attecchire la gemma calcificandola al taglio sul piede della vite in maniera tale da farla combaciare alla perfezione alla nicchia intarsiata sul portainnesto: “Da ragazzi era un lavoro che facevamo gratuitamente, cioè non ci pagavano affatto!”89E768D7-931A-46A4-BA30-7B84C3E82355

L’innesto a gemma (scudetto o zufolo) detto anche “alla majorchina”, viene eseguito prevalentemente al Sud, dove l’anticipo della maturazione del legno consente di raccogliere sarmenti “in succo” con gemme già parzialmente lignificate. Maiorchina starà ad indicare l’origine insulare ispanica ai limiti del Mediterraneo occidentale, di questa pratica atavica. Tra le tante forme di innesto, la maiorchina è una tecnica antichissima di chirurgia vegetale che richede grande perizia, nervi saldi, sangue freddo, mano decisa ma delicata, esecuzione rapida. Quest’arte di biotecnologia empirica assai arcigna da trasmettere, è destinata a scomparire con gli ultimi vecchi innestini a cui è venuto a mancare il vivaio generazionale dei più giovani interessati alla continuità di questa ancestrale tecnica agronomica illustrata dai gloriosi trattati di Varrone (116 a.C. – 27 a.C.) e del Columella (4 d.C. – 70 d.C.). Un signore bulgaro segue gli innestini sul campo per farsi insegnare la difficile arte chirurgica. Scruta ogni gesto minimo delle mani. Assorbe il ritmo di lavoro. Seleziona a occhio le gemme adatte all’intaccatura sull’apparato linfatico del portainnesto, in attesa smaniosa di poterlo fare a sua volta con le proprie mani, centinaia di innesti al giorno. Memorizza ogni dettaglio anche meno significativo all’apparenza. Un fischio stridulo quasi un singulto, ad esempio, deve suonare come un singhiozzo secco che emette la lama del coltellino da innesto quando fende il sarmento per cavarne la gemma. Ferro che affonda reciso nel legno: se non si sente quel sibilo aspro e gracchiante significa soltanto che si è tagliato male.

Da un’intervista concessa poco prima di morire, Vittorio De Seta documentarista tra i più grandi della storia del cinema (vedi In Calabria del 1993) interrogato in merito al lavoro manuale riafferma il concetto di reificazione del buon vecchio Marx, dal tedesco Verdinglichung cioè «materializzazione»:

Perché il lavoro manuale è creativo. Uno fa un lavoro. Vengono qui gli operai, una siepe, è finita e la vedi. Ma l’alienazione consiste nel fatto che ci sono degli operai in certe fabbriche meccaniche, che fanno dei pezzi che non sanno neanche che cosa sono, dove vanno. Se sono pezzi d’automobile o pezzi di un qualsiasi altro meccanismo.

Osservare Rocco nel suo lavoro di precisione estrema a intarsio, con quelle mani aspre eppure rassicuranti mentre ghermisce la vite tra lo strangolamento e la carezza, è un vero e proprio spettacolo di paleografia agricola. È come assistere alla testimonianza vivente di una civiltà contadina antichissima che fatica a sopravvivere o anche solo a protestare a voce sommessa la propria presenza nel mondo davanti alla slavina devastante della macchinizzazione industriale. Un valanga omologatrice inarrestabile delle vite umane tesa unicamente da decenni ad appiattire il gusto, ad azzerare le opportunità di scelta, ad annichilire il libero arbitrio.
Eppure finché c’è Rocco e ci sono gli innestini a Cirò c’è speranza per la viticoltura e per il vino in generale non solo di Calabria ma del mondo intero.