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<<Una società di individui omologati, privi di una propria originalità e di propri obiettivi sarebbe una comunità povera, senza possibilità di sviluppo. Al contrario, si deve tendere alla formazione di individui che agiscano e pensino in modo indipendente, pur vedendo nel servizio della comunità il proprio più alto compito vitale.>>
 Albert Einstein da Pensieri, idee, opinioni (1950)

È quasi Ferragosto. Fa un caldo boia. Si boccheggia in un pantano azzurro d’afa e smog. Ora, senza necessariamente rivangare le elucubrazioni marxiste sull’Invenzione della tradizione dello storico inglese Hobsbawm, mi trovo a spiluccare il volume al fulmicotone sul Cretinorispettabile se non esauriente trilogia sull’argomento – dei due più irriverenti, colti, curiosi e svagati scrittori che abbiamo avuto in Italia, cioè la coppia Fruttero & Lucentini.

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Adesso più che mai che sui social in special modo imperversa e contagia il polverone dell’autenticità del cibo e del vino (il vino contadino puro come una volta, i lieviti indigeni, il lievito madre, l’espressività del territorio, le farine dai grani antichi, il latte da pascolo etc.) contro l’inautenticità dell’alimentazione industriale (la sterile e sterilizzante meccanizzazione dell’agricoltura, la farmacologia applicata alla produzione e alla conservazione di cibi/bevande, la disumanizzazione a batteria degli allevamenti animali a catena di montaggio etc.), mi pare molto utile andarsi a rileggere una paginetta dolceamara dei due maestri italiani dell’understatement F&L.

In uno stralcio di questo pezzo che riporto più avanti, intitolato Gastronomia Retrò, i due autori geniali mettono in risalto le contraddizioni paradossali di certa esasperata ricerca dell’autentico o retorica del genuino, idealizzazioni astruse e romatiche della purezza perduta le quali non possono che fare in maniera tragicomica i conti con un passato di fame, di guerra, di miserie e disperazione, ben consapevoli tuttavia che il futuro non sia chissà quanto più radioso, non a caso una loro celebre rubrica si chiamava inequivocabilmente Archeologia del futuro.

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Il mondo liquido e digitale di oggi forse non è che sia tanto diverso dal mondo dei giornali e dei libri di ieri, ma sono sempre gli uomini e le donne con le loro cretinerie vanesie a tingerlo di tonalità cupe, deprimenti. Viene in mente a tal proposito quanto scriveva Vitaliano Brancati in un pezzo del 1946 sul Tempo dal titolo: I piaceri del conformismo:

<<Una buffa e odiosa parola, disprezzata nei Vangeli, si è gonfiata a dismisura; la parola mondo. Tutti vogliono sapere “dove va il mondo” per andare diligentemente “dietro a lui”.>>
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Riporto qui la paginetta fulminante di F&L come promesso con l’intento che possa stimolare maggior cognizione e minor accanimento in quei vespai online dove ci si punzecchia frivolmente tutti – conformisti e anti-conformisti, vin-naturisti e vin-convenzionalisti, liberi e servi, narcisi e riflessivi – nei quali purtroppo è più facile ritrovare interessi mercantili di corporazione, mode del momento, autoreferenzialità, piuttosto che un autentico spirito critico, uno spirito ribelle alle classificazioni, indipendente per davvero e visceralmente combattivo a servizio della comunità così come auspicato all’inizio dalla frase di Albert Einstein posta in epigrafe.
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<<A ognuno ovviamente la sua madelaine, a ognuno il suo sapore per ritrovare il tempo perduto. A noi toccò l’anno scorso l’invito di una coppia di giovani amici, lei e lui dediti alle arti figurative, lui e lei fervidamente decisi a combattere su tutti i fronti il grande nemico del nostro tempo: l’inautenticità. Quindi: niente compromessi con i mercanti, la pubblicità, l’editoria illustrativa; nessuna ricerca di commesse statali, comunali o comunque politiche; disprezzo per le sponsorizzazioni; orrore per i movimenti, le scuole, le cricche messe insieme da avidi e malfidi colleghi; niente televisione; non un paio di jeans, non una maglietta firmata; una vecchia giardinetta Fiat priva di qualsiasi charme; e beninteso, massima attenzione all’origine di ciò che si mangia.
Una guerra inutile, già data per persa da Leopardi quasi due secoli fa. In questi e in altri assoluti noi non crediamo più, non abbiamo
per la verità mai creduto; ma il rigore, quando sia perseguito ingenuamente e allegramente, come una specie di sfida senza fantasmi, desta simpatia. Dopotutto, è come un gioco di sopravvivenza in un ambiente ostile, ha qualche attinenza con uno dei romanzi a noi più cari (e più “autentici”), il Robinson di Defoe.
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All’ampio tavolaccio dell’ampia cucina ci fu annunciato un piatto di pasta che aveva richiesto particolari attenzioni e che offriva tutti i requisiti della più pura, sebbene rude, genuinità: bigoli di farina integrale conditi con l’acciuga. All’orecchio suonava invitante. Alla vista sembrava appetitoso. Fu il sapore a colpirci con violenza vertiginosa.
Mentre i due giovani lavoravano golosamanete di forchetta, noi ci scambiammo una tragica occhiata, gremita d’immagini di nuovo vividissime, lancinanti: palazzi sventrati, tram capovolti, colonne di soldati in grigioverde, fumo, fiamme, carri-bestiame, mitragliamenti dal cielo, posti di blocco, gelidi rifugi antiaerei, scarpe con la suola di sughero, stoffe inconsistenti, e i bollini della tessera annonaria, i miseri quadratini che davano diritto a pochi grammi di una pasta bruna, amara, immangiabile, maledetta. La stessa identica pasta che i nostri amici stanno divorando come una ghiottoneria conquistata a caro prezzo.
“Ancora due bigoli?”
”No, grazie, davvero.”
”Buoni, no? Non li conoscevate?”
”No, è la prima volta. Ma sono veramente ottimi, una bella sorpresa.”
Come potevamo dire la verità a questi gentili seguaci della purezza? E del resto mentire, per due vecchi ipocriti come noi, non è poi una gran fatica.>>
Fruttero & Lucentini, Il Cretino (Mondadori 2012)

Mamoiada e alcuni dei suoi Cannonau urlanti di luce

28 febbraio 2018
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You can depend on the stars and planets yeah
They’ll always tell you the truth.

Gil Scott-Heron, The Train From Washington

Mamoiada e alcuni dei suoi Cannonau urlanti di luce

La Sardegna non è un’isola ma è un continente straboccante di bellezza, luce e bontà. La Sardegna è una costellazione pulviscolare di interi mondi e pianeti gastronomici. Esempio virtuoso per tanto grigiore produttivo e tanta omologazione enologica in circolazione, di come una microzona vitivinicola circostanziata – Mamoiada appunto – possa invece esprimere un patrimonio tale di diversità, ricchezza e unicità, una infinita tavolozza di sapori distinti da una vigna all’altra cioè da un vino all’altro, nonostante all’origine ci sia uno stesso vitigno di base.

Questa stupefacente orizzontale di 14 cannonau da 14 piccoli produttori artigiani del vino a Mamoiadal’abbiamo messa in piedi il 22 gennaio scorso alla Rimessa Roscioli con il contributo sostanziale di Dario Cappelloni (Doctor Wine e vice-curatore della “Guida Essenziale ai Vini d’Italia).IMG_0742Mamoiada è un piccolo centro della Barbagia, neanche 3000 abitanti, dove si producono tra i vini più “identitari” della Sardegna. Negli ultimi anni in particolare il numero di produttori che hanno deciso di imbottigliare il proprio vino si sono moltiplicati: da tre che erano fino a 3 anni fa, arriveranno ad una ventina nel corso del 2018. La cosa davvero notevole è che la quasi totalità è composta da giovani e giovanissimi. La cena/degustazione alla Rimessa si è proposta proprio di far conoscere quasta nuova realtà con le sue diverse interpretazioni del territorio. In molti casi assaggiando vini alla loro prima uscita in bottiglia, vere e proprie anteprime, dal produttore al consumatore.
IMG_0740Questa la lista di alcuni dei vini bevuti durante la cena:

Cantina Canneddu

Cantina Vikevike di Simone Sedilesu
Cantina Luca Gungui
Cantina Francesco Cadinu
Cantina Pub Agricolo
Cantina Muzzanu
Cantina Eminas
Cantina Gaia
Cantina Montisci vitzizzai

Tenuta Bonamici
Cantina fratelli Mele
Cantina Giovanni Ladu
Cantina Osvaldo Soddu

IMG_0747Di seguito, in verde, leggiamo il resoconto vibrante in prima persona esposto dal nostro “testimone auricolare” Bruno Frisini che ha partecipato alla serata seduto a uno dei tavoli sociali che hanno visto avvicendarsi un bel pubblico di degustatori smaliziati, bevitori cioè aperti di sguardo, di mente e palato.

g.s.

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Grida di gioia a Mamoiada26733930_1503491243081375_4756239078788689504_n

Tutto è cominciato con un caffè espresso, a esser precisi si trattava di uno specialty monorigine brasiliano della regione dell’Espirito Santo. Ma questo poco importa.

Davanti il calice a tulipano con dentro lo scuro liquido, caldo, odoroso, apparentemente fuori dal proprio habitat-tazzina, ma non senza ragione privato di quest’ultima, riflettevo, con alcuni compagni di eno-scarrozzate, su ciò che ci aspettava quella sera.
Mi fu chiesto: “Mamoiada… Ma dove ci stai portando? E cosa andiamo a bere?” Spiazzato da una domanda così semplice e al contempo decisamente complessa da esaurire in poche parole, provai a unire tra loro quei pochi, anzi pochissimi pezzi che custodivo in mente di una vera e propria mappa del tesoro.Zandomeneghi, Paesaggio [3] Sapevo che Mamoiada: è un comune in provincia di Nuoro, situato nell’entroterra Sardo della Barbagia; si pratica viticoltura ad altitudini elevate; vi erano, fino a pochissimi anni orsono, tre viticoltori che imbottigliavano vino, ad oggi se ne contano ventuno; i vigneti poggiano su terreno granitico in disfacimento; il vitigno simbolo è il Cannonau; e, tanto per completare l’idea di quanto fossero frastagliate e disomogenee le informazioni in mio possesso, è terra e regno dei Mamuthones (maschere-protagoniste di un noto rito apotropaico, scandito dal ritmo di sonagli, utile ad allontanare il male e propiziare raccolti abbondanti).

set-di-mamuthonesLa risposta alla domanda fu quindi un’evidente conseguenza di come un degustatore “scafato” provi a interpretare tutti gli indizi a propria disposizione, seppur pochi e raffazzonati: “Prepariamoci a bere dei Cannonau affilati, taglienti, lame pronte a sorprendere il nostro palato, colpevole di non averli presi prima in considerazione. Creature forse ancora un po’ scontrose, ruvide, ma senza ombra di dubbio celanti verità assolute e indiscutibili, figlie di una terra per troppo tempo dimenticata da Dioniso.”426B3987 La premessa era stata formulata, bisognava solo accendere il motore dell’automobile e raggiungere il luogo dell’incontro.
“Rimessa Roscioli nasce dall’idea che i migliori cibi e vini vengano da materie prime semplici e di qualità, dalla passione e dall’eredità culturale tramandataci nel tempo.” Non poteva esserci luogo migliore per presentare al mondo un territorio così rispondente a queste poche norme utili all’orientamento del buon consumatore.
Arrivati con un cospicuo anticipo, talmente grande era la voglia di fare nuove scoperte, veniamo accolti dal padrone di casa, nonché amico fraterno, Gae Saccoccio, definito nel corso della serata vero e proprio “cane da tartufo” per la fenomenale capacità di scovare, scandagliare e dissezionare realtà tanto piccole quanto immaginifiche.sassu-centauro-2-556x600 Facciamo immediatamente la conoscenza anche di chi avrebbe mantenuto in mano il timone che ci avrebbe guidato lungo tutto l’arco della serata-traversata delle “coste” (intese ovviamente come collinari) Mamoiadine.

“Piacere, sono Dario!” Stretta la mano, notai subito una scintilla nei suoi occhi. Non sbagliai. Non fu un’impressione e di questo ne ebbi la conferma. Dario Cappelloni, firma giornalistica di spessore, passione e professionalità, si presenta a noi invitandoci ad avvinare da subito i nostri pensieri con vere e proprie campionature di esperimenti enologici (?) del Beaujolais da poco arrivati in Rimessa, sicuro che tutto ciò che da quel momento in poi sarebbe seguito, partiva da un paio di gradini più in alto (a esser buoni).

Telemaco_Signorini_001Terminato un aperitivo caratterizzato da racconti e statistiche sull’incredibile consumo procapite Sardo di birra e da qualche breve anticipazione di ciò che da lì a poco avrebbe preso forma, fanno il loro ingresso due rappresentati dei quattordici protagonisti della serata: Luca Gungui dell’omonima azienda e Pasquale Bonamici a rappresentare la Tenuta Bonamici. Due ragazzi, due coraggiosi viticoltori che ben sanno cosa vogliono dalla propria vita e di conseguenza dalla propria terra (esistono ancora luoghi dove entrambe le cose formano un’unica e inscindibile forza).IMG_0744 La serata può avere inizio.
I ritmi sono cadenzati fin da subito, ma di contro risultava impossibile tenere a bada le emozioni già dal primo istante, troppa la materia umana e vitale presente in quei bicchieri: assaggi di luce e genuinità.
Il tavolo a cui siamo seduti sembrava andare e tornare in quelle terre. Un continuo perdere lo sguardo in quel rosso che tanto ricordava la polpa del frutto, simbolo d’amore che alterna pallore e rossore come il viso degli amanti. Un amore terreno, profano, erotico, ma anche venereo, puro e sacro. Un rosso di profondità sanguigne, autentiche, terragne, un rosso che brilla della luce materna del sole, che da’ forza e inturgidisce e rassoda i propri figli.
Pareva di vedere quegli alberelli, fieri delle loro antiche pieghe, orgogliosi simboli del paradiso, stretti con le loro radici in un abbraccio voluttuoso, sotterraneo, nascosto agli occhi di chi veramente non voglia vedere. Abili cacciatori dei sensi.
Una geometria agricola che parte dal piccolo, dal dettaglio anche insignificante, per poi permettere lo sviluppo di una conoscenza autentica e sincera del paesaggio.IMG_0745 Scriveva Camporesi di una <<convergenza sinergica tra operosità creativa e visualizzazione della realtà>>.
L’ambiente sottintende l’esserci, il viverci, mentre il paesaggio altro non è che la manifestazione sensibile dell’ambiente, la realtà spaziale, sentita, una scatola comunque vuota al proprio interno. L’amenità dei campi non avrebbe alcun senso se sprovvista del rumore del trattore, del muggire dei buoi che trainano l’aratro, del profumo del mosto e della puzza degli escrementi d’animali.683951_345683 Ciò che ci circonda, ciò che da sempre ci emoziona, osservato con una prospettiva diversa. Non solo incontro tra bellezza, proporzioni, colori e forme. Piuttosto la visualizzazione della realtà attraverso un’operosità creativa.
Quello che ne vien fuori è quindi un affollato scorcio di umanità, non è solo la vista a essere mobilitata ma tutti e cinque i sensi, <<è un po’ come smarrirsi e ritrovarsi in un mondo trascorso che, inaspettato e inalterabile, è ancora all’opera accanto a noi. E ci attende, dietro l’angolo del tempo.>>

Macchiaioli-news-1024x683-1024x480La serata scorre via veloce, decisa sempre di più a marchiare indelebilmente il nostro animo. Tutto comincia a essere più chiaro. I Cannonau sono agili, vivaci, promettenti, giocano a rincorrersi e a lanciare grida di gioia. Ognuno è portatore del messaggio di chi, sporcandosi le mani tutto l’anno, li ha potuti mettere in bottiglia.
Un bicchiere dopo l’altro sfilano tutti sotto il mio naso, c’è la macchia mediterranea, l’integrità e la succulenza del frutto, la spinta dirompente di una freschezza d’alta quota accarezzata da un soffio di sale marino, una vitalità che lascia esterrefatti.
Non sembrava più arrivare la fine, non per la quantità di vino bevuta, ma per la sensazione netta, fissa e definitiva che tutto ciò non poteva non essere che un grande inizio.
I saluti sono di prassi, gli arrivederci d’obbligo.
Mai manchede una tassa e vinu!
Viva Mamoiada! Viva il Cannonau!

Bruno Frisini

Doctor Vinegar e i paralogismi aristotelici

6 febbraio 2018
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Doctor Vinegar e i paralogismi aristotelici

Più che l’acetaldeide cancerogena nei vini, a me preoccupano certi brutti sofismi o paralogismi cioè sillogismi tendenziosi e ingannevoli come ben evidenziato a suo tempo da Aristotele, ovvero ragionamenti con apparenza di razionalità che formulando premesse anodine e false:

<<Il professor Luigi Moio universalmente considerato come uno dei maggiori studiosi di enologia del nostro Paese>>

[universalmente considerato da chi? e il conflitto d’interessi sia nella veste di produttore che in quella di consulente enologo per altre cantine o compagnie selezionatrici di lieviti dove lo inseriamo in questa premessa celebrativa e trombona?]

giunge a conclusioni che sembrerebbero logiche:

<<Tutto ciò ci fa riflettere sul fatto che alcuni temi branditi come il massimo della “naturalità”, legati all’uso di lieviti indigeni e al non uso di anidride solforosa, hanno in realtà un rovescio della medaglia particolarmente inquietante, perché è proprio da pratiche del genere che possono determinarsi elevati accumuli di metaboliti naturali di rilevanza tossicologica con tutti i problemi che ne conseguono.>>

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[Abbiamo dati statistici, prove sperimentali e fonti scientifiche plausibili relativi allo stato di salute di un discreto e radiografato gruppo di bevitori del vino naturale che possa veramente allarmarci sulla loro condizione di salute minata da “elevati accumuli di metaboliti naturali di rilevanza tossicologica”? Non mi pare proprio anzi aggiungo e concludo che qui la sola cosa che sta prendendo un inquietante spunto d’acetaldeide non è affatto il vino naturale prodotto con cognizione di causa da vignaioli sempre più scrupolosi e critici, ma l’aceto tumorale spunta e impera nei cervelli inaciditi di certo pseudo-giornalismo e di tanta editoria digitale/cartacea #nazionalpop, ben poco abituata all’esercizio d’un minimo d’onestà intellettuale, accecata com’è dai sensazionalismi del giorno, dalle polemiche sterili, dagli allarmismi futili, i clickbait strategici e gl’opinionismi #cettolaqualunquistici d’ogni setta e congrega non propriamente indipendenti e disinteressati.4737013C-37E3-4B1F-8CEC-98F8C5E29D30

Scienza del Vino tra Natura e Cultura

27 gennaio 2018
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SCIENZA DEL VINO TRA NATURA E CULTURA

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“Idee che oggi formano la base stessa della scienza esistono solo perché ci furono cose come il pregiudizio, l’opinione, la passione; perché queste cose si opposero alla ragione; e perché fu loro permesso di operare a modo loro.”

Paul Karl Feyerabend, Contro Il Metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza

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Chiunque nutra un minimo di passione per il vino, per la vigna, per i processi di vinificazione e per i fenomeni della fermentazione del mosto, non può non leggere almeno l’introduzione a Wine Science di Jamie Goode (Mitchell Beazley Publisher) che è una sorta di laicissimo Discorso sul Metodo Relativista in merito all’applicazione della scienza al vino in prospettiva critica sugli aspetti più deleteri e le pratiche più nocive (trattamenti con diserbanti, pesticidi ed erbicidi, vendemmie meccanizzate, filtrazioni, osmosi inversa, lieviti selezionati etc.) che compromettono un progresso veramente libero, qualitativo e genuino del vino, limitando quanto più possibile il miracolo controllabile della trasmutazione dell’uva in alcol, dovuto appunto agli abusi della “scienza” e all’eccesso di tecnicismi.

Fa davvero specie – o è risaputa e ordinaria amministrazione? – che un libro e un autore tanto intelligenti non siano ancora mai stati tradotti in italiano.77316E5A-C67D-4BD4-97D9-813B27D0E7DC

<<Gli scienziati sono stati spesso colpevoli di sottovalutare o ignorare cose che non possono essere misurate, allora proviamo ad essere filosofici per un momento. Esprimendosi per metafore, molta gente direbbe che il vino ha un’ ”anima”. È abbastanza diffuso trovare persone coinvolte nel mondo della produzione del vino che mostrano una forte percezione che ci sia un elemento “spirituale” in quel che fanno. Difatti credono bisogna operare con integrità per produrre vini onesti che riflettano una fedele espressione dei luoghi in cui essi lavorano. Gli scienziati solitamente trovano questa sorta di attitudine difficile da comprendere, perché idee come queste non possono essere incorniciate in un linguaggio scientifico. Dunque non sarebbe meglio se potessimo stabilire una sorta di dialogo tra gente del vino scientificamente istruita e gl’altri che scelgono di descrivere le loro attività in termini diversi come ad esempio i sostenitori della biodinamica?A69B4A03-72DF-4C0A-9F81-B5A4F8493D6F(…) la scienza è uno strumento utile (addirittura vitale) nel campo della viticoltura e vinificazione, anche nell’ottica di aiutarci a capire l’interazione umana con il vino. Ma non sto affatto suggerendo, neppure per un attimo, che il vino – questo liquido che migliora la vita perché, piacevole, ricco di cultura e avvincente – dovrebbe venir denudato d’ogni cosa che lo rende interessante ed essere trasformato in una bevanda prefabbricata, in un prodotto industriale, tecnicamente perfetto. La scienza è uno strumento che può aiutare il vino, ma questo non significa che il vino debba appartenere agli scienziati. Per questa ragione lascerò il terreno sicuro e familiare che ci si aspetta da un libro sulla cui copertina svetta il titolo Scienza del Vino, per avventurarmi in alcune delle più coinvolgenti questioni che fanno discutere gli appassionati di vino quali il terroir, la biodinamica e la produzione dei vini “naturali”, vini liberi cioè dagli eccessi della manipolazione tecno-scientifica.>>

[tratto da Jamie Goode, dall’Introduzione a Wine Science, traduzione mia.]

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La Realtà così com’è! Germinie Lacerteux dei Fratelli Goncourt

3 dicembre 2017
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La Realtà così com’è! Germinie Lacerteux dei Fratelli Goncourt

“Bevo i miei guai.” Germinie Lacerteux22405529_2052100431684846_650699993739537861_n

È implacabile come la miseria.  Ha questa grande bellezza: la Verità! [Victor Hugo su Germinie Lacerteux]

Germinie Lacerteux dei fratelli Goncourt è uno dei massimi capolavori della letteratura francese, paragonabile per universalità dei temi e profondità di visione ad altrettanti capolavori del Realismo quali Madame Bovary, Le Illusioni Perdute, Thérèse Raquin, Il Rosso e il Nero, Bel Ami, L’Educazione Sentimentale.

<<Era, per così dire, una creatura impersonale, a causa del suo gran cuore; una donna che non apparteneva a se stessa: Dio sembrava averla fatta solo per darsi agli altri.>> FullSizeRender 7

Germinie Lacerteux è un libro fondamentale per cogliere lo spirito di miseria sociale, turbamento, dannazione, pietà, disprezzo, maldicenza, compassione, sogni infranti, ostilità e squallore urbano di Parigi e dei suoi abitanti, 150 anni fa così come probabilmente ancora oggi.

I De Goncourt sono due romanzieri geniali, fisiologi dei sentimenti, entomologi dell’animo umano che con spietata accuratezza radiografano minuziosamente e ferocemente la Realtà anche negli anfratti più nascosti, nelle piccolezze più ignobili, angosciose e patetiche attraverso la lente d’ingrandimento del Romanzo dei romanzi popolari. Leggo a proposito dei fratelli Goncourt, in una nota introduttiva aggiunta all’edizione BUR a Le Due Vite di Germinia Lacerteux tradotto dal grande Oreste Del Buono (OdB):

“(…) la loro attenzione si appuntava volentieri sul piccolo particolare ritenuto da altri ovvio ed insignificante: erano osservatori acuti, minuziosi, formidabili addirittura. (…) procedevano dall’esterno, convinti dell’importanza assoluta, schiacciante dell’ambiente rispetto ai personaggi, e l’ambiente per loro risultava dalla somma dei particolari, dalla somma delle descrizioni. (…) Edmondo e Giulio hanno sentito davvero artisticamente e umanamente il personaggio del romanzo, un romanzo che la realtà aveva loro suggerito, anzi brutalmente imposto: Germinia si chiamava nella realtà Rosa, ed era la serva dei due fratelli, una brava ragazza che la tubercolosi ammazzò, che essi assistettero durante la lunga penosa malattia, e della quale, dopo morta, scoprirono un’insospettata personalità.”

germinie-lacerteux-2b50ecae-31ad-4a8f-8cb0-96a48e09f882Il libro, che è un documento umano sotto forma di romanzo, come illustrato nella prefazione datata 1864, è un vero e proprio manifesto del naturalismo in letteratura. Germinie è una tranche de vie che resta scolpita nella psiche dei lettori come uno struggente carattere di donna, un abisso di dolore e sventura, spirali senza fondo della degradazione fisica e mentale. Spettroscopia di un’esistenza maledetta. Ritratto vivissimo della disperazione, della sfortuna, della crudeltà, del rimorso, del sacrificio di sé e del destino ingrato.1003926-Paul_Gavarni_Jules_et_Edmond_de_Goncourt

<<Da quella brutta creatura si sprigionava una seduzione aspra e misteriosa. L’ombra e la luce, che si urtavano e si spezzavano nel suo viso pieno di cavità e di rilievi, suscitavano quel raggio di voluttà che un pittore d’amore sa mettere nell’abbozzo del ritratto della propria amante. Tutto, in quella donna, la bocca, gli occhi, la bruttezza stessa provocava ed eccitava. Un fascino afrodisiaco esalava da lei, un fascino che attaccava e assaliva l’altro sesso; essa emanava desiderio e ne comunicava l’emozione. Una tentazione sensuale si sprigionava naturalmente e involontariamente da lei, da i suoi gesti, dalla sua andatura, dal più piccolo dei suoi movimenti, dall’aria stessa nella quale quel corpo aveva prodotto una delle sue vibrazioni. Accanto a Germinie ci si sentiva vicino a una di quelle creature che turbano e inquietano, che bruciano di amore e comunicano agli altri questo ardore, una di quelle creature la cui immagine ritorna all’uomo nelle ore di insoddisfazione, tormenta il suo pensiero di giorno, ossessiona le sue notti, turba i suoi sogni.>>000824516

 

Semi e sementi

1 dicembre 2017
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Semi e Sementi

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Circa il tema delicato del monopolio mondiale dei semi, tempo fa Il Tascabile pubblicava questo interessante articolo di Elisabetta Tola.

Nel frattempo che giornaletti di carta-culo e televisionucce sciacqua-cervello seminano il panico diffondendo allarmismi futili sulle uova “aromatizzate” al fipronil, ecco come l’intera popolazione mondiale è stata prima sodomizzata a sangue e poi impalata viva da un manipolo di oligopolisti delle sementi – SyngentaChemChinaDowDuPontMonsantoBayer – che detengono il mercato globale dei semi, dell’agrochimica e dei pesticidi con cui contaminano la terra, manipolano alla radice le origini agricole del cibo, impongono dall’alto della loro economia nazista le scelte alimentari della gente, devastano l’ordine naturale del pianeta, con il pretesto diabolico di sfamare tutti, aiutare le masse povere, sostenere l’economia ed altre sesquipedali stronzate.
Vabbè, intanto buona continuazione a tutti con frittatina al bacon & fipronil, mi raccomando!

Il Saggiatore, sempre sull’argomento spinoso dei semi e delle sementi traduce il testo di Thor Hanson, Semi Viaggio all’origine del mondo vegetale di cui sempre il Tascabile pubblica una recensione sempre a cura della Tola che puntualizza:

I semi si sono evoluti sulla terraferma, dove le loro peculiarità davvero notevoli hanno influenzato il corso della storia naturale e di quella umana.semi_pc

L’autrice dell’articolo, in merito alla copertina dell’edizione italiana, fa giustamemente notare quanto sia: “una scelta grafica, va detto subito, che spiazza rispetto all’edizione americana, senz’altro meno intrigante ma probabilmente più in linea con il registro del libro.”
IMG_7669-e1496161666453Non saprei dire che seme sia quello sulla copertina dell’edizione italiana, non ho ancora acquistato il libro, ma deduco a cosa voglia maliziosamente alludere (o freudianamente rimandare la copertina), qui in effetti pare che i grafici de Il Saggiatore abbiano approfondito i loro studi di settore più su YouPorn che su Scientific American a pensarci bene.

Aggiungo qui la recensione di Marco Boscolo su Le Scienze al libro di Hanson.
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Flâneurie al Mercato Fivi 2017

30 novembre 2017
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Piacenza Expo, 25-26 novembre 2017.

Mentecatto in questi tempi mentecatti, come un flâneur alla ricerca del vino genuino – vattelappesca dirà più di qualcuno – me ne vado a spasso su e giù, a dritta e a manca, sotto un capannone industriale tra le 6 corsie, (da A a F), del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti (FIVI) giunto al suo settimo anno.IMG_8153

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Il vino non si sputa! Si beve!!! (Barbacarlo dixit)

Ho orecchiato qua e là tra i social e in giro anche in fiera, qualche insulsa polemicuccia relativa al fatto che i banchi d’assaggio sono spalmati su una superficie di tanti metri quadrati in maniera irrazionale senza un preciso ordine logico il che complicherebbe la ricerca da parte degli operatori del settore. Dico polemicuccia insulsa perché basta avere a portata di mano una matita e la mappa della fiera distribuita all’ingresso dagli organizzatori, soffermarsi pochi minuti a studiare strategicamente il o i tanti percorsi da imbastire a seconda degli interessi di ognuno. Anzi trovo, esattamente all’opposto, che il valore aggiunto di questa fiera sia proprio il fatto di lasciarsi trangugiare, e perdersi per ritrovarsi, nonostante la pianificazione d’intenti tipo caccia del tesoro con mappa e matita, lasciarsi risucchiare dall’alta marea dei cinquecento espositori di modo che anche i più scafati a queste manifestazioni possano senza pregiudizi arroganti e preclusioni dettate dai gusti personali o dagli interessi commerciali, scoprire qualcosa di nuovo ed entusiasmante che altrimenti non avrebbero mai neppure avuto la benché minima curiosità di approcciare.IMG_8035Piuttosto consiglierei agli organizzatori di trovare una soluzione alternativa all’allocazione dei banchi alimentari posti in fondo alle corsie, quelli più invasivi in termini di fritture, grigliate e fumogeni vari che in effetti pregiudicano un assaggio non “inquinato” dai vapori di cucina a quei produttori di vino sfavoriti proprio perché più prossimi agli stessi come è stato il caso di un amico produttore dell’Etna che ha fatto assaggiare per due giorni di seguito Carricante e Nerello Mascalese contaminati di fritto misto e polpo alla griglia.FullSizeRenderHo avuto poi la preziosa occasione di partecipare alla verticale d’assaggio dei Montenidoli di Carato 2012/2002/1997/1994/1990 condotta dalla stessa bellicosa Elisabetta Fagiuli, vignaiola veterana e interprete somma della “Signora” Vernaccia di San Gimignano affiancata in degustazione da Angela Fronti, ben più giovane promessa del Chianti Classico in quel di Radda (Istine).

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Il fattore felicità è importantissimo…

Il vero vignaiolo sa parlare alla terra e dalla terra riceve vitalità, purezza, ritmo, energia.

Queste le parole accorate dell’Elisabetta Fagiuoli, dopo una filippica risentita contro la piaga dei caprioli – faccenda delicata in termini di equilibri dell’ecosistema e della convivenza di uomini animali e piante – che a lei come a tanti altri vignaioli, devastano le vigne molto più dei cinghiali.

La verticale delle cinque annate della Vernaccia di San Gimignano si mostrava già all’impatto cromatico illuminante, rispecchiando cinque sottili ma sostanziali variazioni di bianco-verde-giallo-oro-paglia, mulinando senza posa con struggimento nei bicchieri. Struggimento acuito da una vera e propria voragine temporale, ventisette anni, che è l’intervallo esatto che passa dall’annata 1990 ai giorni nostri. E tre decenni non sono affatto pochi per un vino bianco a maggior ragione che non stiamo parlando di un Montrachet, soprattutto se poi questi ventisette anni non hanno più di tanto pregiudicato l’integrità del vino in bottiglia ma anzi ne hanno rafforzato i lati più segreti, impreziosito l’intimità, trasformando gli elementi più fragili e sottili in un costitutivo, profondo punto di forza.

IMG_8038Ogni bicchiere quindi un’annata, un liquido fermentato autonomo, un mondo a sé. Un vino, a volerci rimuginare un po’ su, composto dalla sensibilità, dai nervi, dall’intelligenza caparbia di una donna, ma sostenuto nel fondo dalla muscolatura e dal carattere di un uomo sanguigno. Ogni annata quasi circoncisa* nel bicchiere con le sue particolarità specifiche, dall’ossidazione all’opulenza minerale, dall’appassimento di fiori e frutta alla fragranza d’un campo di grano appena mietuto, travasava oltre lo stesso bicchiere riversandosi nell’aria come un solo bicchiere di cinque, traccia inconfondibile di un’idea semplice, antica ma compatta di fare agricoltura coltivando con cura le vigne, fermentando l’uva, trasformando gli zuccheri in alcol e imbottigliando il vino senza troppi raggiri pirotecnici o addizioni enologico-farmaceutiche. FullSizeRender 4 copyA fine degustazione con il gusto nitido e incisivo rilasciato sul palato da questi cinque vini  in assaggio – o unica idea di vino da diverse annate -, riflettevo mestamente sulla longevità, l’invecchiamento, la vitalità di questa Signora Vernaccia e sulla stessa Signora Elisabetta Fagiuoli, produttrice di questi vini magnifici a disposizione dei consumatori più avveduti in grado di apprezzarli. La vitalità, rimuginavo tra me, è già di per sé un ritmo, un ritmo vitale che scandisce l’ordine e il disordine, la felicità o l’infelicità, il nutrimento e la carestia, il bello e il brutto della presenza umana nel mondo, una presenza che, alla fine della fiera, è contingente, quasi superflua rispetto alla centralità di un bosco, di una famiglia di caprioli affamati, indifferenti all’uomo alle donne e alla loro concezione del vino, per quanto nobile, necessaria ed ecosostenibile essa possa sembrarci.

FullSizeRender 3 copyIl secondo giorno di fiera ho partecipato invece alla degustazione dedicata a un microcosmo tutto da approfondire cioè la tipologia di prosecco Colfondo (Col Fondo, Còlfondo, Colfóndo etc. a seconda del guizzo semantico di chi lo scrive). A guidare i 9 assaggi in batteria l’amico franciacortino Gigi Nembrini di Corte Fusia. Trovata  irriverente ma azzeccatissima quella di far illustrare le caratteristiche del Prosecco Colfóndo ad un produttore di Metodo Classico della Franciacorta. Assieme a Gigi, Massimo Zanichelli che all’argomento accattivante delle spumantizzazioni spontanee, fermentazioni in bottiglia, frizzanti dell’Emilia, colfóndo trevigiano ha dedicato un libro di viaggio assai ben argomentato pubblicato da Edizioni Bietti (Milano): Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi.
FullSizeRender 5Definitivo sul tema effervescente, proprio quanto sottolineato dallo stesso Zanichelli nel distinguere la rifermentazione in bottiglia che “trattiene e vela” dal Metodo Classico che invece, all’opposto “espelle e ripulisce.”

Assaggiando queste nove bottiglie di prosecco colfòndo una di fianco all’altra ho accresciuto una sensazione interiore o epidermica di base sulla tipologia con sedimento in bottiglia fortemente caratterizzata, più che altre tecniche di cantina, dall’interpretazione, dall’unicità di colui o colei che il colfòndo mette in bottiglia. Sensazione la mia, subito rafforzata ed esteriorizzata anche sul piano più oggettivo del riscontro pratico e dell’esperienza diretta quando Luca Ferraro di Bele Casel prendendo la parola in pubblico ha confermato che il vino colfòndo è strettamente collegato alla persona, al carattere del vignaiolo, piuttosto che alla vigna o all’annata.IMG_8112

Il vino dell’annata rappresenta il fermo-immagine dell’azienda.

Questa appena sopra è invece la suggestiva frase ricordata da Gigi Nembrini durante la degustazione, riportata da qualcuno dei suoi colloqui con uno degli otto produttori rappresentativi della categoria di colfòndo assaggiati proprio così come segue (i primi sette dell’annata 2016, gli altri due dell’annata 2014 e 2012):

  • Azienda Agricola Le Rive del Nadal 2016 (di Guizzo Stefano) Valdobbiadene DOCG Prosecco Frizzante Rifermentazione in bottiglia
  • Azienda Agricola Le Volpere 2016 (De Rosso Luca e Matteo) Prosecco DOC Col Fondo Vino Frizzante Rifermentazione in bottiglia
  • Azienda Agricola Ruge L’Essenziale Còlfondo 2016 Prosecco DOC Treviso Vino Frizzante a Rifermetazione in bottiglia
  • Soc. Agricola Miotto ProFondo 2016 Metodo Col Fondo Prosecco DOC Vino Frizzante Rifermetazione in bottiglia
  • Azienda Agricola Fratelli Collavo “Collfòndo” 2016 Prosecco DOC Treviso Vino Frizzante non filtrato
  • Società Agricola Rosa Natale Acini di Casa 2016 Prosecco DOC Treviso Vino Frizzante a Rifermentazione in bottiglia
  • Azienda Agricola Follador Francesco 2016 Prosecco DOC Treviso Vino Frizzante Rifermentazione in Bottiglia
  • Soc. Agricola Miotto ProFondo 2014 Metodo Col Fondo Prosecco DOC Vino Frizzante Rifermetazione in bottiglia
  • Bele Casel ColFòndo 2012 Asolo Prosecco DOCG Vino Frizzante a Rifermentazione in bottiglia non filtrato

IMG_8115Ancora, vagabondando soddisfatto tra le numerazioni dei banchetti e le corsie alfabetiche A, B, C, D, E, F al termine del secondo giorno di Fiera, intorno all’alveare del banchetto anarcoide di Walter Massa con il fido Pigi “Zoccolo Les Italiens“, tra un taglio di salame crudo e un capocollo monferrino, sbevazzando una rinfrescante Barbera Monleale del 2012, sono imbattuto in Mario Pojer che mi ha fatto assaggiare una meraviglia di pane, appetitoso, scrocchiarello nella mollica, con lievito madre e trito di vinaccioli del suo chardonnay, impastato da un panificatore geniale a Borgo Sacco (Rovereto) del panificio moderno.FullSizeRender 6

IMG_8162Nota sepolcrale a chiusura di questa sempre lodevole Fiera-Mercato è stata la scocciatura – non voglio neppure immaginare quanti decenni di guai e sfortune seguiranno – di una bottiglia del Barbacarlo 2016 che a quanto pare ne sono state prodotte poco più di duemila bottiglie. Sacche, saccocce e zaini stracolmi, ho pensato, malissimo, di appoggiare un attimo a terra la gran boccia di Lino Maga mentre ero preso in chiacchiere allegre e assaggi delle vecchie annate dei Chianti di Certaldo e della sua speciale Medicina Occhio di Pernice con Antonio Giglioli del Casale quando col piede maldestro inciampo nella bottiglia e… patatràc, innesco la creazione involontaria sventurata di un Jackon Pollock di vino carta e vetri senza più valore su pavimento industriale non assorbente!IMG_8165A capannone ormai svuotato sia dei produttori che dei consumatori, ho drammaticamente aggiunto quindi una frase in più a quanto ben precisato al banchetto di Lino Maga da suo figlio Giuseppe e da Valerio Bergamini “Il vino non si sputa, si beve… [aggiunta maledetta] e si rompe anche!“, e qui vi risparmio tranquillamente il rosario infinito ma niente affatto tranquillo delle bestemmie e degl’anatemi apocalittici nei più pittoreschi dialetti estinti del pianeta terra.FullSizeRender 5 copy

* L‘atto di stappare una vecchia bottiglia ha sempre un che di misterioso, ancestrale e potente che richiama dolorosamente un’assonanza con il rituale atavico della circoncisione del prepuzio.

Sangiovese vitigno di razza purosangue

8 novembre 2017
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Sangiovese Vitigno di Razza Purosangue

A Siena, i primi di novembre dal 2 al 5, si è svolta la manifestazione Sangiovese Purosangue 2017 giunta alla sua VI edizione.
È già il secondo anno di seguito che ho il piacere di partecipare a questa intensa kermesse organizzata grazie alla caparbietà e all’impegno proattivo di Davide Bonucci – EnoClub – Siena che attraverso questa sua associazione promuove cultura del territorio e delle eccellenze eno-gastronomiche con il supporto di Marina Ciancaglini – Garage Wine all’ufficio stampa e alla comunicazione.

Per quattro giorni pullulanti di attività tra la Contrada della Lupa, la Fortezza Medicea (Sala Esposizione e Bastione San Filippo) e le aule esterne dell’Università di Siena nel Complesso S. Niccolò più un buffet al fastoso Palazzo Salimbeni con vista notturna impareggiabile su piazza del Campo, si sono succeduti seminari, conferenze, dibattiti, degustazioni, banchi di assaggio, incontri con i produttori inerenti al microcosmo Sangiovese. Ovviamente sangiovese di Toscana quasi tutto di indicazione geografica e denominazione d’origine garantita con qualche stimolante sconfinamento verso interpretazioni della stessa uva anche dalla Romagna e dall’Umbria.FullSizeRender 5Le conferenze tecniche, affiancate alla degustazione di alcuni Chianti Classico in merito alla corrispondenza suoli-vini – da San Casciano in Val di Pesa a Barberino Val d’Elsa a Greve, Castellina e Gaiole in Chianti, Castelnuovo Berardenga – hanno segnato uno dei momenti topici delle varie giornate. Professori universitari, agronomi, enologi, viticultori e produttori di vino si sono avvicendati con entusiasmo ad illustrare il loro sapere, a condividere le loro personali esperienze conoscitive sciorinandole a un folto pubblico di addetti ai lavori, critici, degustatori e appassionati del vitigno sacro della Toscana che i contadini meno docili e niente affatto addomesticati continuano ancora a chiamare come un tempo: San Gioveto.IMG_6836L’intera giornata si è succeduta nel solco d’un illuminante percorso di approfondimento razionale relativo alla nutrizione idrica e ricchezza minerale dei terreni; alla presenza d’ossigeno e azoto piuttosto che alla temperatura del terreno perché variegati sono i livelli termici del suolo così come, naturalmente, svariate sono le composizioni geologiche, le tessiture pedologiche, le trame organiche dello stesso. Suoli sabbiosi, suoli franchi, suoli argillosi etc. che determinano a loro volta la matrice di profondità, complessità, colore, struttura, salubrità, vigoria delle piante.FullSizeRender 5 Lo stato di salute dei portainnesti e delle radici impiantate in un terreno con caratteristiche specifiche caratterizzerà il tipo di uve maturate – sangiovese nel nostro caso seppur da innumerevoli cloni – le quali, a partire dal sistema d’allevamento, dai trattamenti, dalle macchinazioni e dai soprusi chimici in vigna o dalla cura della vitalità del terreno, dallo stile di vinificazione impostato e via discorrendo, daranno come risultato finale uno specifico tipo di vino piuttosto che un altro. Vino, si badi bene, che se non è stato eccessivamente manipolato con l’abuso delle tecniche enologiche di sintesi o ricorrendo alle accomodanti ma invasive pratiche d’affinamento da parte dell’uomo, dovrebbe, sempre del suolo, rispecchiarne la sostanza prima e ultima di frutto della terra squadernando infine nel bicchiere il senso complessivo del terroir.IMG_7035Il momento più illustrativo – sia in positivo che in negativo – di tutto questo fermento teorico è stato incarnato dalla batteria di degustazione delle micro-vinificazioni sperimentali caldeggiate dall’Associazione Classico della Berardenga. Nel nome di Leonardo Bellaccini, enologo della notabile azienda Agricola San Felice si riunisce, nel progetto suddetto, la raccolta/produzione di ventisette piccoli viticoltori associati che finalizzano i loro sforzi in tre etichette singole: Sabbia, Galestro, Macigno ovvero le tre più diffuse componenti di terreno da cui provengono le rispettive uve sangiovese; per quanto poi lo stile un po’ troppo Deus Ex Machina di vinificazione, fermentazione ed “elevamento” della cantina madre tenda alquanto ad appiattire/omologare nel legno gli sforzi fatti in campagna proprio nell’ottica di differenziare, zonare e separare la produzione delle uve dai suoli appunto a maggior presenza di sabbia, galestro o macigno.FullSizeRender 5Altri excursus teorici riguardavano le potenzialità delle moderne tecnologie geomatiche per la viticoltura, tema ancora forse un po’ troppo avventuroso relativo alle geotecnologie avanzate che sconfinano dai dipartimenti di scienze fisiche della terra e dell’ambiente con l’applicazione di droni, laser ed elicotteri a effetti speciali tipo Indiana Jones ma che al momento hanno ancora ben poche, oscure e alquanto confuse implicazioni in viticoltura.
O ancora la conferenza su Geologia e cartografia geologica dei Monti del Chianti: implicazioni per la produzione vitivinicola da cui in buona sostanza, sulla scia dei mille ragionamenti circa la zonazione vitivinicola e olivicola della provincia di Siena attinente ad uno studio seminale del Costantini (20006), è emersa come criticità ed urgenza la grande questione, attualissima seppur spinosa, delle menzioni geografiche – questione particolarmente politica, geografica, burocratica, commerciale. Menzioni geografiche anche più ristrette e circostanziate di quelle comunali a cui s’accosta l’aggiunta negli ultimi anni della definizione in etichetta della Gran Selezione che pare aver creato più confusione che chiarezza, soprattutto nel panorama già ingarbugliato di suo dei mercati esteri.IMG_7037Dalla giornata dedicata invece alle elucubrazioni sulla “Sostenibilità in Viticoltura” a parte qualche tipica deriva pseudo-accademica nazional-pop e una spiacevole ma ahimè diffusa attitudine universitaria specializzata in tentata vendita di Master “Operazionalizzati” come fosse Antani Management Sustainaibility Sbiriguda Prematura Trallallà… cioè a dire fumo negl’occhi ammantato di scientificità, nonsense e anglicismi ingiustificati, paralogismi inconcludenti e supercazzole con la pala raffazzonate dalla retorica vacua del “sostenere la sostenibilità”, ho però avuto modo di apprezzare, menomale, un puntuto, ben argomentato seminario su I profili giuridici del vino con particolare riguardo al vino biologico.FullSizeRender 6 Soprattutto però ho ammirato un intervento molto sentito e trasparente dell’agronomo/contadino Lorenzo Costa sul Recupero dei terreni marginali con pratiche agronomiche sostenibili, in cui l’intellettuale militante, lo scienziato sul campo ha raccontato senza veli né ipocrisie, la sua esperienza di vita diretta, gli ostacoli burocratici, le lotte quotidiane, la fatica, il piacere, l’utilità di recuperare terrazzamenti abbandonati per farne terreni adatti alla coltivazione d’ortaggi. La cura, gli sbattimenti, la tutela del paesaggio chiantigiano attraverso la manutenzione dei muri a secco, la devozione alle asperità e delizie della terra, l’uso di un’agricoltura vitale di sacrificio – che poi è uno stile di vita, un modello di pensiero olistico – agricoltura come processo collaborativo di crescita improntata al buon senso perché, e qui il Dott. Costa citava ben a ragione Frederick Kirschenmann:

“Con l’agricoltura convenzionale abbiamo perduto la conoscenza di come cooperare con il suolo. Un sistema sostenibile è un sistema vivente (…) adottare un sistema sostenibile è un processo non una tecnica.”

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Purtroppo non ho avuto modo di assistere al seminario che si preannunciava scintillante fin dal titolo, dedicato a I difetti e le virtù. La percezione positiva del Brett e della volatile, la sua valutazione estetica… argomento complesso minato di ambiguità speculative, contraddizioni produttive, feticismi organolettici, forzature ideologiche, polemiche di marketing legate alla perfezione dell’imperfetto, che richiamano alla mente le ottocentesche riflessioni dell’hegeliano Rosenckranz sull’Estetica del Brutto.710CaEQGR8LSi sono succedute poi verticali e approfondimenti di annate con i vini del Castello di Monsanto; con il Chianti Classico Riserva Badia a Coltibuono assieme a Roberto Stucchi, produttore di non comune sensibilità e intelligenza; e ancora sempre buonissimo ma fin troppo trascurato dal pubblico non di nicchia, il Chianti Rufina Riserva Selvapiana (Bucerchiale) di Federico Giuntini, con una profondità di annate sventagliate in batteria a dir poco incredibili che andavano dalla 1958, 1965, 1973, 1980, 1983, 1993, 2000, 2009 alla 2013.IMG_7036 2Un giorno intero invece, dalla mattina alla sera con il contributo indispensabile di Seila e Pier Lorenzo miei nuovi brillanti compagni di bevuta dei vini ben fatti e genuini, compagni terroir_isti comme-il-faut per dirla con l’amico agronomo terroir_ista Bertacchini, ci si è concentrati all’assaggio compulsivo delle bottiglie in campo, focalizzandosi alla degustazione “geosensoriale” dei tanti, anche troppi, sangiovese in batteria. Erano quasi 250 vini con un focus sull’annata 2007 da cui abbiamo deciso di battezzare la giornata d’assaggi massicci.  Trenta erano le bottiglie dei 2007 presenti d’altrettanti produttori in lista. Annata la 2007 alla fin fine di succosa sostanza seppur adombrata dalla precedente 2006, vendemmia quest’ultima, almeno in Toscana, di maggior struttura, complessità, eleganza ed equilibrio.FullSizeRender 5Produttori e vini erano classificati negli areali di produzione sull’esempio della decisiva mappa in rilievo del Masnaghetti (I Cru di Enogea) che ben cartografa i vigneti proponendo una fotografia verosimile dove è mostrata in evidenza l’importanza delle altitudini, il significato ultimo delle esposizioni, la parcellizzazione delle zone a maggior vocazione vitivinicola da Nord a Sud, da Est a Ovest del Chianti Classico.IMG_6772– Area Chianti Classico/ Vini Chiantigiani
San Casciano Val di Pesa
Greve in Chianti – Montefioralle
Greve in Chianti – Lamole
Greve in Chianti – Panzano
Val D’Elsa
Radda in Chianti
Castellina in Chianti
Gaiole in Chianti – Gail Alta
Gaiole in Chianti – Monti in Chianti
Castelnuovo Berardenga

IMG_6839– Area Senese
Siena
Casole D’Elsa
San Gimignano
Chiusi
Pienza
Montepulciano

– Area Aretina
Casentino
Bucine

– Area Fiorentina
Chianti Rufina
Certaldo
Montespertoli
FiesoleIMG_6838– Area Pisana
Terricciola
Palaia – Pisa
Volterra

– Area Grossetana
Cinigiano
Castel del Piano
Manciano
Montana

Montalcino

– Umbria
Perugia
Torgiano

IMG_6803Al netto delle dovute considerazioni da fare in merito a variabili quali annate diverse, riserve, vini d’entrata e tenuta del tappo che possono più o meno condizionare/pregiudicare l’integrità di un vino, una premessa necessaria quando si assaggiano considerevoli batterie di così tanti vini, va fatta circa l’imparzialità del palato di chi degusta e talvolta malamente giudica, palato che è praticamente inondato, neutralizzato, bruciato da centinaia di schiocchi di lingua, gorgheggi, gargarismi, risciacqui, borborigmi orali e sputaggi.

Dovessi comunque scegliere una risma sommaria ma sentimentale d’etichette da questo caleidoscopio di sangiovesi provati – massì, sangiovesi al plurale perché non si dà un solo sangiovese come ben dimostrato proprio in questa sede -, degli assaggi fatti in giornata quelli che più hanno assecondato certe mie propensioni all’equilibrio dell’insieme, alla freschezza d’agrumi dissetanti maturi al punto, alla succulenza balsamica, al nerbo d’acidità, tensione muscolare, polpa carnosa, croccantezza del seme, sapore quasi umami e “mineralezza” al retrogusto… caratteristiche quintessenziali nel vino e a maggior ragione in questa occasione visto che qui parliamo di vini a base dell’uva santa Sangiovese, sono in ordine sparso e casuale così come elencati:

Cigliano, Chianti Classico (San Casciano Val Di Pesa)

Villa Calcinaia, Chianti Classico (Greve in Chianti – Montefioralle)

Altiero, Chianti Classico (Greve in Chianti – Montefioralle)

Podere Castellinuzza, Chianti Classico (Greve in Chianti – Lamole)

Ormanni, Chianti Classico (Val D’Elsa)

Castello di Radda, Chianti Classico (Radda in Chianti)

Val Delle Corti, Chianti Classico (Radda in Chianti)

Montevertine 2007 (Radda in Chianti)

Pomona, Chianti Classico (Castellina in Chianti)

Tregole, Chianti Classico (Castellina in Chianti)

Badia a Coltibuono, Chianti Classico (Gaiole in Chianti – Monti in Chianti)

Felsina, Chianti Classico Riserva Rancia 2007 & 2011 (Castelnuovo Berardenga)

Monte Chiaro, Chianti Colli Senesi (Siena)

Le Macchie, Macchie 2007 Terre di Casole Sangiovese (Casole d’Elsa)

Alessandro Tofanari, Fantesco Sangiovese (San Gimignano)

Capitoni, Orcia Sangiovese Troccolone (Pienza)

Ornina, Ornina Rosso (Casentino)

Selvapiana, Chianti Rufina (Chianti Rufina)

Casale di Giglioli, Sangiovese & Chianti (Certaldo)

Antonio Camillo, Morellino di Scansano (Manciano)

Le Chiuse, Brunello di Montalcino (Montalcino)

Piombaia, Rosso e Brunello di Montalcino (Montalcino)

Sanlorenzo, Brunello di Montalcino Riserva 2007 (Montalcino)

Santa Maria Colleoni, Brunello di Montalcino (Montalcino)

Ventolaio, Rosso di Montalcino (Montalcino)

Cantina Margò Carlo Tabarrini, Margò Rosso Umbria IGT (Perugia)

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La vera “Verità” dell’Oenologia Diarrheica del Von Strünz

5 novembre 2017
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La vera “Verità” dell’Oenologia Diarrheica del Von Strünzcaricatura

Da un simpatico libercolo di Vittorio Rubiu sulla Caricatura, leggevo a scatole cinesi un passo tratto dal Gombrich a sua volta in Ernst KrisRicerche psicoanalitiche sull’arte

“Era diffusa credenza (codificata in un testo attribuito ad Aristotele) che per conoscere il carattere di un uomo bastasse individuare nella fisionomia i tratti dell’animale a cui somigliava di più. L’uomo con lo sguardo fisso come i pesci era freddo e taciturno; il viso da mastino tradiva l’ostinatezza.”71ZTrw14seLDunque pensavo tra me, a che animale raro rassomigliava quel viscido hemphillia dromedaries di Bellapietroia? Qual genere di piattola succhiapiscio, tafanaccio mungi sangue, che biscia di fango putrido, ottuso pidocchio d’ornitorinco o blatta leccamerdiera? Quid est Veritas?6396316939_798ebd5b7a Niente, non ne venivo a capo a rivoltare in lungo e in largo la tassonomia tutta del globo animale. Poi ho capito: Bellapietroia è bestia in sé – neppure troppo rara – razza coglionastra, specie genere famiglia ordine classe phylum regno dominio, un idiotone d’animalaccio a sé bastante per via ontogenetica e per filogenesi… è questa e basta la Verità22886022_2061070544121168_7448214871297559590_nA voler approfondire oltre, esorto alla consultazione di Oenologia Diarrheica del Von Strünz:

<<La Verità di Libero come il Metanolo derivano entrambi dall’idrolisi dei legami esterei presenti nelle pectine metossilate catalizzate dalla Pectinmetilesterasi della faccia merdaccia di Bellapietroia etc. etc.>>

Ho quindi, con gusto rinnovato, continuato a leggere il buon Rubiu:

“La caricatura è, per sua stessa natura, moralistica. Descrive ed esagera difetti o vizi, ma nello stesso tempo suscita il riso; e poiché colui che ride si pone in posizione di superiorità rispetto a colui di cui ride, la derisione del vizio indica la superiorità della virtù… Costituisce così una sorta di riscatto o di catarsi: non si teme ciò di cui si ride.”FullSizeRender 4

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Vino funesto, vino profumerdino, vino del cazzo

26 ottobre 2017
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[Ipotesi di titolo tronco in rosso bold : vin funest, vin profumerdin, vin del cazz]

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Breve ma fin troppo veritiera definizione del vino funesto-profumerdino o ancora meglio: vino del cazzo:

  • prodotto finale emesso dalla escrezione fitofarmaceutica in una vigna sterile dalle cui scorie d’uve anemiche minzionano – scacazzano – una bevanda aromatizzata al finto-parquet, incentivando così l’abuso di iper-tecnicismi in cantina e legittimando lo stupro enologico a sanguinosi colpi di sostanze di sintesi ed altre (troppe) indicibili “aggiunte” profumerdose pesantemente marcate dalla chimica industriale alimentare a base di lieviti cadaverini, inoculi psicotropo-latrinici, aromi finto-naturali e fuochini d’artificio emorroidali selezionati in obitori d’analisi funebre; il tutto sempre in stretta collaborazione – #haccaventiquattro – con gl’uffici marketing, più simili a fogne in verità, cioè le “fabbriche del consenso” per dirla con quel vecchio babbione di Chomsky.La fabbrica del consenso_fronte
  • Profilo organolettico dei vini funesti profumerdini, già giustamente definiti in precedenza: vini del cazzo*:

a) colore violaceo di cancrena all’esofago;

b) sentore spiccato di linfonodi floreali;

c) retrogusto ampio, pieno, persistente tra la neoplasia agrumata al fegato e l’adenocarcinoma polmonare leggermente tannico.

*Insomma, presupposti i punti a, b, c,  sarebbe opportuna a questo punto, nel caso di signori e signorini, una mano al gambo del bicchiere e l’altra alle palle. Si perdoni ora l’insolenza ma è a fin di bene, mentre a signore e signorine invece – queste ultime in special modo – è spassionatamente consigliata la rinuncia sia al vino profumerdino che al funesto tout-court, quanto a palle e cazzo

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Miserie tante, splendori pochi su Mamma Roma

25 ottobre 2017
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C’è il cliente che ha sempre ragione e poi c’è il cliente che non c’ha ragione manco per il cazzo.
Scipio Lamazza

Tante le Miserie, ben pochi gli Splendori di Mamma Roma. Quella linea sottile tra la stronzeria genetica e la mentecattagine ereditaria.

30 era il numero perfetto. Invece eravamo 36.
6 mentecatti di troppo invecchiati peggio che male, non tanto tronfi e maleducati ma parrucconi tronfi mai educati.
Il Notaio trombone ‘sti grangran cazzi di qua, pure Sommelier (con la r ben scandita) perché le sventure non vengono mai da sole, si sa.
La sociologa – laureata in una bettola di Caracas, chissà – che il solo
libro avrà mai sfogliato in vita sua è la temibilissima:
Guida per principianti al sesso dopo la morte.
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E poi quell’altra col botulino che gli straripava dagl’occhi percolandole fino alle ginocchia, avrà avuto un 50ino eppure ne dimostrava un 98ino… a caviglia; era pure allergica alle ostriche, alle seppie e al tonno, in una serata dedicata quasi esclusivamente alle ostriche, alle seppie e al tonno… ma perché cazzo ti c’hanno portato, perché?FullSizeRenderEcco che ora mi si tappa la giugulare e scatta l’invettiva violenta, il turpiloquio accecato alla Catullo. Ebbene ‘sto sestetto assortito di trogloditi puzzoni vestiti a festa, erano disturbati dal fatto che la cena fosse una degustazione accompagnata da brevi ma necessarie spiegazioni e delucidazioni sulle materie prime proposte (frutti di mare & vino a fiumi).
 “Siamo usciti a cena per divertirci dopo una lunga giornata di lavoro…
queste le loro squallide ragioni della minchia capricciosa, come se noi invece si sta al locale – locale specializzato proprio in degustazioni e approfondimenti – per divertirci o perder tempo e non per lavorare, spiegare, servire, talvolta riverire, se e quando è il caso.
È così dunque che 6 buzzurroni molesti hanno scassato il cazzo tutto il tempo agl’altri 30 partecipanti alla serata di degustazione e approfondimenti – oltre ad aver scassato a sangue il cazzo anche a noi in sala – parlando addosso, ghignando, farfugliando e sbuffando in fuori tutto il vuoto d’aria merdosa e raggrumata cellulite al cervello di cui sono evidentemente rigonfi fin dalla nascita.
Bifolchi superflui.
Usurpatori d’ossigeno a tradimento.
Carcasse di carogne altolocate.
Vomito d’accozzaglia subumana a due zampe.
Restatevene a casa a ficcarvi in culo a vicenda i vostri bei Galbani Bel Paese o andate a leccare le tazze dei cessi all’Autogrill… se mai vi fanno entrare!
Emeriti bastardi.
Cazzi pettinati.
Pulciari rifatti.
Peracottari infami.
Pagate affanculo e toglietevi dalle palle.
Razza imbecille.
Gole da ghigliottina.
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“L’Australia che mette voglia di bere uva fresca…”

25 settembre 2017
Commenti disabilitati su “L’Australia che mette voglia di bere uva fresca…”

Sam Vinciullo & Patrick Sullivan giovani vignaioli australiani crescono.

<<The less input and manipulation the better.>>

<<This is a drinker, not a thinker.>>

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Sam Vinciullo (Margaret River) & Patrick Sullivan (Yarra Valley) due winemakers quintessenziali dall’Australia del vino genuino generato da uve sane, succose e nutrienti; l’Australia a basso impatto TecnoEnologico ma ad altissima digeribilità; l’Australia che mette voglia di bere uva fresca e dissetarsi senza tregua!

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