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Vivere la vita con coscienza è come guidare la macchina con i freni tirati.

Budd Schulberg, Perché corre Sammy?

 

Un volto nella folla

Volti nella folla nell’inferno di internet

Non serve scomodare Freud per capire che il disagio della nostra civiltà è arrivato alle stelle, ehm alle stalle. Se i social sono in qualche modo lo specchio distorto ma verosimile di cosa siamo diventati e del mondo in cui viviamo, è piuttosto evidente che siamo agli sgoccioli, tanto del disagio che della civiltà.

Budd Schulberg mitico scrittore di New York, nel 1955 ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale con Fronte del Porto (On the Waterfront) di Elia Kazan. D’accordo, nonostante l’immensità di Brando, Fronte del Porto è un film retorico, un film a tesi con cui regista e sceneggiatore, Kazan e Schulberg, in piena bufera maccartista tentano di giustificare goffamente la loro testimonianza alla HUAC House Committee on Un-American Activities (Commissione per le attività anti-americane), dove denunciano colleghi e collaboratori che finiscono sulla lista nera di Hollywood, costringendoli ad espatriare o alla prigione poiché accusati di tradimento. Ma qui non m’interessa entrare nel merito del collaborazionismo di Schulberg e Kazan che nel 1957 faranno Un volto nella folla, di cui sempre Budd Schulberg è autore del racconto-soggetto e della vigorosa sceneggiatura. Scriverà anche Perché corre Sammy?, una satira corrosiva su Hollywood pubblicata da Sellerio.

SchullbergUn volto nella folla non è semplicemente un durissimo atto d’accusa, un angosciato SOS in pellicola sulle possibilità di fabbricazione del consenso popolare acquisito dai media. L’onnipotenza dei media di trasformare un qualunque volto nella folla in un divo capace di stregare le masse e di manipolare l’opinione pubblica. Con questo film molto polemico per i tempi e ora attuale più che mai, splendidamente fotografato in bianco e nero da Harry Stradling e Gayne Rescher, i due grandi uomini di cinema desideravano illustrare il potere subdolo di radio/televisione, smascherando il falso mito populista della saggezza e bontà della gente comune. L’Academy Award dopo i troppi Oscar a On the Waterfront, ignorò del tutto A face in the crowd, troppo feroce e politicamente scorretto per vincere un Oscar, un film violento che distrugge e fa a pezzi “il sogno Americano” dal suo interno.Marlon Brando

Oggi quel volto nella folla isolato per poco dal film di Kazan si è propagato online in maniera esponenziale per miliardi d’individui attraverso canali youtube, video tiktok, live streaming su facebook e instagram. È totalizzante. È deprimente la supremazia digitale di chiunque su ognuno. Il predominio del singolo anonimo su milioni e milioni di altri anonimi che sgomitano come subumani impazziti per sovrastarsi l’uno sull’altro. La diffusione costruita ad arte di false notizie spacciate per vere così da far abboccare quanti più dementi all’amo. L’opinionismo sguaiato di tutti su tutto. L’aprire bocca a prescindere soprattutto da parte di chi ha più difficoltà anche solo ad articolare monosillabi semmai sappia scrivere il proprio nome. Il “postare” comunque senza il minimo scrupolo di approfondire il tema di cui si sta farneticando anche da parte di gente all’apparenza acculturata. Il commentare sullo scibile, dalla musica dodecafonica alla guida degli incrociatori navali da parte di masse d’analfabeti funzionali che non sanno neppure allacciarsi le scarpe da soli. Io che scrivo queste lamentazioni qualunquistiche ecco, è la rappresentazione dell’inferno sulla terra. L’inferno sono gli altri assieme a me, ad integrazione contemporanea e direi definitiva di Sartre.

Insomma tutto questo e molto altro che taccio per imbarazzo – si mi imbarazzo per loro quindi per me stesso – è la fase finale immagino in questo scempio di civiltà disagiata verso cui appunto siamo prossimi alla fine, speriamo quanto prima.

Natural cycles. Quattro giorni a New York

10 dicembre 2021
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Rufus McGarrigle Wainwright
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Natural cycles. Quattro giorni a New York
Ricicli naturali.
I giorni scorsi ero passato a SoHo per vedere se il leggendario Buffa’s Deli tra Prince e Lafayette fosse sempre lì. Ahimè Buffa’s è stato chiuso anni fa. Ho chiesto a un cameriere giovane nel nuovo posto ma non ne sapeva nulla, ricordava prima ci fosse “a Delicatessen” mi ripete più volte, non ha saputo dirmi altro.
Rischio di suonare su tonalità troppo nostalgico lagnose, ma questa è una città che soprattutto nella ristorazione ha una fretta bulimica, si autofagocita per rinnovarsi con gli abbagli modaioli del nuovo, ovvero tanta fuffa posticcia odierna che in genere nasce già morta. Un’idea di moderno fasullo stylish e senza neppure un briciolo di sostanza originaria del locale che ha sostituito. Al posto del mitico Buffa’s c’è ora la Pecora Bianca che dell’autenticità italo-americana di Buffa’s mantiene solo l’inferriata sui vetri riverniciata a nuovo.

image3In taxi da SoHo verso il JFK airport.

Sempre a SoHo, ancora in Prince street, ma potrebbe tranquillamente essere via dei Condotti, Rue de la Paix, Oxford street, via Monte Napoleone, GinzaCauseway Bay e il risultato non cambia.

La gentrificazione urbana fa si che miseria ed eleganza del mondo appaiano scontate, ciclicamente naturali, siano cioè percepite ovunque allo stesso modo quali regolari, indifferenziate soprattutto agli occhi di chi guarda senza vedere, ovvero la gran parte della popolazione – ormai tramutata in masse di telespettatori o followers – che magari passa la vita in periferie disumane anche queste tutte ugualmente grigie e uniformi, brutte tutte alla stessa maniera in ogni città del pianeta.
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 La distanza sociale più sicura dagli altri a questo punto resta solo la scomparsa, la sparizione dagli altri. L’assenza come quella di Bartleby lo Scrivano.
The next day… Bartleby did nothing but stand at his window in his dead-wall revery.
Herman Melville, Bartleby, the Scrivener (1853/1856)
Il giorno dopo… Bartleby non ha fatto altro che starsene alla finestra perso nelle sue fantasticherie da vicolo cieco.”
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Flânerie newyorkesi.
Ogni volta che approdo a New York la cosa che amo più di tutte è camminare. Attraversare isolati su isolati da sud a nord, da est a ovest. È la città perfetta per smarrirsi nei propri vagheggiamenti da flâneur a passo svelto o a rilento come se si avesse a disposizione tutto il tempo dell’universo per attraversare l’isola in lungo e largo quasi fosse un’Amazzonia composta di cemento, suoni esotici, odori multiformi, tribù etniche metropolitane.
Alla vista di certe vetrate a specchio dei grattacieli sterminati che contengono il grigiore infinito degli impieghi, delle banche, delle agenzie o organizzazioni varie mi attanaglia un’angoscia cosmica; un groppo in gola soffocante al pensiero di tutti quei loculi illuminati come tanti obitori che ospitano per anni i silenzi, qualche gioia forse e i tormenti di milioni, milioni di Bartleby davanti ai vicoli ciechi delle loro regolari vite d’ufficio a stipendio.image1 2
A memoria perenne del Ground zero.
Premesso che bisogna sempre andare a fare le pulci a giornali e giornalisti per valutare la verosimiglianza di certe affermazioni, al tempo dell’attacco alle Torri Gemelle l’uscita di Karlheinz Stockhausen che paragonava gli attacchi terroristici alle Twin Towers a un’opera d’arte mi erano sembrati molto infelici nel senso che il musicista tedesco con quelle esternazioni ha cercato la provocazione sciacallesca su un fatto di cronaca epocale per mettersi in mostra e non perché ci fossero dietro chissà quali profonde valutazioni etiche ed estetiche. Ma questo forse è quello che è stato travisato da giornali e lettori come nel gioco del telefono senza fili dove la parola bisbigliata all’orecchio del primo vicino arriverà completamente distorta all’ultimo dei giocatori nella catena umana di frasi suggerite da una bocca nell’orecchio all’altra. Un meccanismo tossico questo del telefono senza fili che mi pare sempre più diffuso nel nostro mondo digitalizzato e che anzi fa la gioia dell’algoritmo dei social il quale tende a polarizzare tutto nella dialettica primitiva di nemico/amico, bianco/nero escludendo di proposito qualsiasi approfondimento alternativo che apra alla complessità, al dialogo, alla conoscenza.

image2«Volevo solo dire che Lucifero è tra noi, come provano i fatti dell’11 settembre, che non ho mai visto perché non ho la televisione, ma che considero un capolavoro luciferino nel senso di massima furia criminale e distruttiva». Così a qualche anno dai fatti ha tenuto a puntualizzare Stockhausen il suo pensiero, dopo che era stato rinnegato dalla comunità intellettuale che per alcuni anni ha cancellato i suoi concerti in Germania.image0 3

Il Memorial 9/11 resta una “esperienza architettonica” fondamentale a rappresentare la nostra tragica contemporaneità. La scenografia geometrica che inquadra alla perfezione il nostro fatale Tramonto dell’Occidente. Un monumento sublime in termini kantiani: suscita angoscia e fascinazione. Opera vertiginosa in bilico tra il panico esistenziale e la speranza di sopravvivere a qualcosa che è più grande e profondo di noi. Lo scroscio dell’acqua continua in quei pozzi neri della storia attuale, rimanda al boato ciclico dei grattacieli che crollano senza interruzione. Dalla cenere al vapore acqueo. Dalle torri di Babele ai granelli di roccia metamorfica di cui è sostanzialmente costituita Manhattan. Di una bellezza straziante. Anche qui, uno smisurato senso di vertigine spaziotemporale stritolato da vuotoassenza, impotenzasparizione, scomparsa, rabbia, gli stati d’animo predominanti dell’angoscia. Il sublime kantiano è questo appunto. Si ama il mare in tempesta anche perché fa paura, suscita un terrore incommensurabile davanti all’immane che ci sprofonda in sé come un pulviscolo di polvere epidermica risucchiato nel frenetico buco nero della natura.

Con gli occhi magnetizzati in alto al vertice piramidale della Freedom Tower che suscita l’illusione ottica di crollarti addosso, dopo un pò abbasso lo sguardo a terra sul marciapiede dove trovo la scritta CONGELA IL TUO SPERMA che mi riporta immediatamente alla fondazione della realtà effettiva di cui è amalgamata ogni città al mondo: sperma, sangue e cemento.
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Un memorabile 1965 Fattoria Selvapiana Chianti Rùfina

20 novembre 2021
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IMG_5959Un memorabile 1965 Fattoria Selvapiana Chianti Rùfina

La mitizzazione delle vecchie annate è un topos piuttosto diffuso nell’immaginario tra il cafoncello e il raffinato di chi beve vino. Molto spesso le opinioni al riguardo zampillano più per sbruffoneria, superficialità di giudizio o presunzione. Il più delle volte ahimè un vino vecchio non è detto che sia come la gallina utile a farci un buon brodo.

Quando si stappano vini di trenta, quaranta, cinquant’anni in genere si tende a idealizzare ad ogni costo quella medesima bottiglia pure se il contenuto è ormai sprofondato inesorabilmente su plaghe monocordi di aromi terziari, fanghiglia di palude e ossidazione senza speranza. L’evoluzione di un vino può rispecchiare la complessità delle cose viventi che maturano per poi cedere il passo alla decadenza dunque alla decomposizione. 

Tuttavia ho notato che di norma tanti giratori di bicchieri vanagloriosi o presuntuosi degustatori della domenica si ostinano a radiografare vini trapassati dalla maturità alla morte biologica elogiandone la stoffa con descrittori pirotecnici assai ridicoli infatti a me fanno l’effetto penoso di chi tenta la respirazione bocca bocca su un cadavere in avanzato stato di putrefazione.

Nel giro di un paio di giorni ho assaggiato questi due vini: 

Château Cheval-Blanc 1967 Magnum di négoce:

<<Expédié en barriques par Horeau Beylot, négociant à Libourne [Carl Permins Vinhandel].>>

Alla cieca sembrava un uvaggio bordolese toscano primi anni 90, che poi, paradossalmente, è quello che tanti Supertuscan della minchia hanno cercato e cercano ancora adesso, del tutto invano, di scimmiottare.IMG_5787

1965 Fattoria Selvapiana Chianti Rùfina (Toscanello d’Oro ’70 primo premio)

Dopo che è stato cinquantasei anni rinchiuso in bottiglia, trovarsi un Sanguovese con un rubino ancora così cristallino e vivace è qualcosa che fa gridare al miracolo. Qualcosa cioè che mi fa ricredere su quello che ho appena affermato sull’invecchiamento dei vini e la loro esaltazione esagerata da conati di autocelebrazione e megalomania. Il tappo ancora incredibilmente solido ha preservato un vino chiantigiano prodigioso per brillantezza e integrità del frutto – anguria, melograno, arancia amara – svelando un tensione acida degna di nota assieme a una fibra vibrante del sorso che richiama la bevuta. Una bevuta allo stesso tempo sia profonda che leggera, intonata su timbri di freschezza e fluidità altro che decomposizione organica e paludose sabbie mobili fin troppo tipiche per tanti vini invecchiati male pure se tenuti in cantina con tutti i crismi!IMG_5976

Dal sito di Selvapiana leggo queste notazioni assai curiose del passaggio dalla mezzadria all’agricoltura moderna che fanno riflettere sulla viticoltura del passato rispetto a quella di oggi:

Gli anni 50 e 60.

Erano ancora gli anni della mezzadria, le viti, alcune franche di piede, coltivate a filari con tutori vivi erano molto vecchie. La vendemmia iniziava sempre dopo il 10 ottobre; Le uve venivano vinificate in tini aperti di castagno e vasche di cemento. I vini erano invecchiati per cinque-sei anni in botti vecchie di castagno.

Anni 70.

La fine della mezzadria impone drastici cambiamenti nella conduzione della campagna chiantigiana. Le prime vigne specializzate, la scoperta della chimica, sia per concimare che per difendere il raccolto e una profonda crisi della campagna coincidono anche con alcune vendemmie difficili.IMG_5977

Le mistificazioni del latte

28 agosto 2021
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Le mistificazioni del latte

In effetti di questi tempi dove la manipolazione delle nostre opinioni è totale – dalla fabbrica delle false notizie alla polarizzazione artefatta del giusto contro l’ingiusto -, il giudizio su eventi cose e persone diventa sempre più improbabile e resta solo un pregiudizio. Basta osservare a quale livello di caos mondiale siamo giunti sulle questioni relative al vaccino tra cospirazionisti No-vax che avranno forse pure le loro ragioni visto che dietro la creazione e la commercializzazione dei vaccini ci sono giri d’affari ultramiliardari di corporazioni private che hanno tutto l’interesse ad accumulare profitti sul virus più a lungo possibile, contro le ragioni dei vaccinisti e i Pro-vax con la loro fiducia ingenua in una scienza buona, benefattrice, e progressiva.EE5C1AB6-0AB2-44B5-B219-68AF7203DE7D

La funzione degli algoritmi dei social è essenzialmente quella di incattivire questo genere di polarizzazioni per azzerare qualsiasi possibilità di dialogo polifonico argomentato che tenga conto della complessità di certi temi comuni, che non possono certo essere brutalizzati in prese di posizione rigide e schieramenti militari fra trogloditi che se la urlano senza ragione a colpi di slogan da stadio.38B7B585-652C-42A5-B62E-5E0FF3F87879

Ora tutta questa premessa era solo per dire che al netto dei No-vax vs i Pro-vax, nel 2021 la maggioranza della popolazione è talmente analfabeta in termini di cultura alimentare che non riesce a distinguere se il sapore di un cibo o il gusto d’una bevanda di cui si nutre provenga da aromi di sintesi o sia stato ultra-lavorato nelle varie fasi del processo produttivo degli ingredienti. Cibi e bevande con un elevato indice glicemico, poverissimi in fibre, micronutrienti (vitamine) e fitocomposti (antiossidanti) ma gonfiati di grassi alimentari, zuccheri semplici, sale e insaporitori vari (glutammato etc.).

I giorni scorsi, con lo spirito del rompicoglioni agguerrito a cui non la si fa, ho acquistato al supermercato una confezione da mezzo litro di latte intero da “agricoltura biologica”. Latte fresco con una scadenza di oltre un mese, primo indizio inquietante.
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Ma la gente che produce, impacchetta e commercializza questo spurgo bianchiccio al retrogusto alcalino di piombo e acido solforico contenuto nelle batterie dell’auto, l’avrà mai assaggiato un bicchiere di buon latte fresco? Davvero sconcertante poi tutto quello storytelling Biominchia sbandierato in etichetta evidenziato dalla coccinella sulla confezione quale simbolo di ecologia ed ecosostenibilità ovvero fumo negli occhi del consumatore sprovveduto. “Benessere animale… salvaguardia dell’ambiente… riduzione dell’anidride carbonica…” una retorica filistea di bassalega che possiamo dirlo? ha ampiamente fracassato i coglioni!

All’assaggio al palato in fase di strippaggio tipo olio extravergine d’oliva per permettere l’ossigenazione nel cavo orale ed evidenziare le eventuali componenti volatili e aromatiche, ho avuto la sensazione ributtante di degustare idrossido di sodio, il disgorgante mefitico per sturare cessi e lavandini otturati.55436B06-FB9D-4D98-B361-C17B77856A8DQuesto insomma è lo stato dell’arte dell’industria farmaceutico-alimentare oggi, i vaccini sono giusto un corollario risibile a un comparto che nel momento in cui ci nutre ci ammala perché in qualità di massa amorfa, non siamo altro che dei sorci da laboratorio, dei numeretti utili da sfruttare il più a lungo possibile, sia come comsumatori di cibo ferocemente manipolato che come ammalati da “curare” coi farmaci.

Mezza Pagnotta Cucina Etnobotanica a Ruvo di Puglia

25 luglio 2021
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Mezza Pagnotta Cucina Etnobotanica a Ruvo di Puglia

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Cerco nuova luce nella confusione.

Neffa

È sempre una roulette russa, specialmente in Italia (isole comprese), quando ci si ostina a cercare ristoranti che propongano menu vegetariani a base di materie prime giuste trattate con la dovuta misura e cognizione di causa. La maggioranza delle volte si tratta di proposte gastronomiche velleitarie generate da mode passeggere o da forzature prive di una vera visione alimentare che sia piuttosto ispirata a profonda consapevolezza e a conoscenza dei prodotti della terra. 20879670-EC38-4AC3-9078-4742A98B592A

A Ruvo di Puglia c’è Mezza Pagnotta, un’osteria aliena che propone piatti folgoranti di “cucina etnobotanica” che ci si aspetterebbe di trovare a Manhattan o a Parigi e non nel cuore del Parco nazionale dell’Alta Murgia. I fratelli Vincenzo e Francesco Montaruli, il primo in cucina il secondo in sala, sono l’anima mundi di Mezza Pagnotta.E37DE42D-9977-459E-8713-E5FBB0909B47

Francesco tra i tavoli trasmette la sua passione travolgente sventagliando un caleidoscopio di erbe sponanee, preparazioni e frutti che raccolgono nei campi delle Murge che poi trattano, trasformano, fermentano nella loro cucina laboratorio d’idee e di visioni gastronomiche. Attraverso il racconto dei piatti è evidente il legame viscerale con il substrato contadino a cui i due fratelli radicano il loro DNA territoriale ispirato a una densa continuità genetica con il patrimonio di conoscenze, saperi e opere  dei loro nonni/genitori. Si tratta di un sostrato contadino verace che è presumibilmente impossibile ritrovare a New York, a Saint-Germain-des-Prés o a Testaccio, visto che tutto quello che arriva in città sotto forma di “ritorno alla terra… sostenibilità… biodiversità… naturale…” stona nella gran parte dei casi come una trombetta sfiatata che spiffereggia in malafede la solita solfa mocciosa fatta di cattiva coscienza, vegetarianismo modaiolo spiccio, improvvisazione scorreggiona e retorica neo-contadina da voltastomico. A74DB788-E46C-459D-B16F-8316907D07A4

Con Francesco, che ci tiene a specificare di non essere vegetariano, non ci siamo limitati a parlare di erbe spontanee, dei limoo amani (i limoni persiani neri essiccati), della tahina di Ispica ma abbiamo soprattutto assaggiato le loro fermentazioni a partire da melanzane o lampacioni, melasse di carrube, pecorini alchemici alle erbe di campo, senza quella bigotteria comune a certi vegetariani-talebani. È un oste magnetico Francesco, con lui si può liberamente conversare della tradizione mediterranea ancestrale di fare la cottura della pecora in anfore di terracotta come si usava per millenni (si usa ancora fare) nei paesini pastorali delle Murge.D790C229-DA17-42AC-80AE-AFDD21FC13EA

Francesco lo sa perché gli ho fatto una testa così con la mia ossessione per la pecora bollita in Barbagia, lo scrivo anche qui di modo che valga quale promemoria (o minaccia eh eh eh), non mi darò pace finché non andremo ad assaggiare assieme la pecora cucinata nella terracotta: tu sai dove, come, quando!

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 – Pomodoro Regina ripieno con riso, salsa di asparagi fermentati e sale nero indiano.

– Polpetta di zucchina fritta con mostarda delicata di zucchine e capperi, portulaca e cucunci.

– Insalata di arance bionde, con ravanello bianco, uva agretta, lamelle di mandorle verdi fermentate e maionese di mandorle dolci e amare.

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– Guazzetto vegetale di basilico con fiori e talli di zucchina in padella.

– Ceci verdi freschi in zuppa di cipolla bianca Margheritana con profumo di elicriso e meringa al lumi di persia.

– Fiorone rosso arrostito con rucola fritta, cenere di mandorle e salsa di arachidi.

– Pera Favarsa macerata con succo di albicocca e zafferano, su crema di mandorle.

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Radici e rovine mediterranee

15 maggio 2021
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“Fare una buona foto è l’unica cosa che conta.”

Josef Koudelka

Radici e rovine mediterranee

Radici è una mostra straordinaria all’Ara Pacis, un’esplorazione fotografica di Josef Koudelka che per quasi 30 anni ha viaggiato in lungo e in largo attraverso i siti archeologici più struggenti della mediterraneità tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro (Nord e Sud), Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia, Italia.

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All’interno della mostra oltre a centinaia di fotografie in un bianco e nero contrastato dal portentoso taglio allungato, si può vedere un breve film diretto e prodotto da Coşkun Aşar intitolato Koudelka: obbedire al sole (Obey the sun), 2020. Qui osserviamo il leggendario fotografo moravo della Magnum alle prese corpo a corpo con il paesaggio, sospeso tra il proprio respiro e l’occhio assoluto. L’obiettivo della macchina fotografica diviene quindi una protesi meccanica intenta a scavare sulle rovine delle civiltà arcaiche per rivelarne l’essenza occultata dalla troppa luce o riaffiorata grazie all’impasto provvidenziale di luci/ombre generate dal sole. Un sole divinizzato da popolazioni mediterranee di pescatori contadini cacciatori guerrieri navigatori filosofi… tutti sterminati senza distinzione né pietà dall’ecatombe implacabile del tempo che trasforma in archeologia anche la fantascienza del futuro meno immaginabile. In queste centinaia di  composizioni fotografiche la figura umana appare un paio di volte e in buona sostanza quale elemento accessorio o come ombra, D2AF0AC7-BE59-4C35-96A9-0CDB2CDF3750

l’ombra dello stesso Koudelka ad esempio intento a scattare un dettaglio di cavea e proscenio in un teatro-stadio a Ezani in Turchia, edificato nei primi secoli dopo Cristo. Ruderi di colonne, mura di templi, tronconi di sculture, tracce d’anfiteatri, sopravvivono di gran lunga ai loro edificatori, questo è forse il segno più penetrante e straziante racchiuso nelle foto di Koudelka.01692249-08ED-4500-A5C9-5677F3BC33EA

Radici non è solo una mostra, molto ben concepita e allestita, ma è una meditazione metafisica per immagini, una contemplazione religiosa in bianco e nero sul disfacimento dell’architettura, sulle macerie della storia, sulle rivelazioni o gli enigmi soprannaturali dello sguardo umano. Lo sguardo soprannaturale ma terreno di Josef Koudelka, favoloso ottantatreenne con gli occhi di un oracolo d’Apollo che incoraggiano al delfico: “Conosci te stesso” (ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ).DD8297A5-DDB9-438C-A1E2-02C33A226E74

Qualche considerazione sui difetti del vino bevendo un Riesling ossidato di Pierre Frick

12 maggio 2021
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Qualche considerazione sui difetti del vino bevendo un Riesling ossidato di Pierre Frick

Riesling Rot Murlè 2011 di Pierre Frick aperto già da qualche giorno. Pure da ossidato questo vino dal vigneto di Krottenfues-Rouffach non cede a banali considerazioni sulla fragilità degli imbottigliamenti senza solforosa aggiunta né filtrazioni o altri stabilizzanti invasivi. È molto didattico bere un vino così, ossidato eppure ancora teso ed energico, con una sua vibrazione minerale all’assaggio e tutta una sua integrità che travalica facili ma anche tendenziosi incasellamenti scolastici: difetto/irregolarità/imperfezione. È utile soprattutto per comprendere al palato la struggente fusione di ossigeno e fermentazione spontanea. Cioè una bevuta così aiuta ad afferrare con i sensi e l’intelligenza sempre all’erta che oggi non è più una questione di perseguire la perfezione assoluta verso cui l’enologia moderna ha esasperato la ricerca svendendo la propria anima al diavolo della tecno-farmaceutica. È piuttosto il fatto concreto di non cedere alla chimera del “vino rifinito” per le masse e all’ossessione del vino depurato a tutti i costi col rischio di renderlo sterile a furia di chiarifiche impattanti, processi meccanici edulcoranti e trattamenti enologici. L’ossigeno è la bestia nera dell’enologia fin da sempre, ma quando entra nella visione di chi fa il vino come elemento essenziale che definisce la multidimensionalità di un vino, non è più un difetto incondizionato così come lo ostracizza la casta degli enologi universitari, ma può divenire anzi fattore essenziale che costituisce la complessità, la stratificazione, la profondità di un vino.

Già vi vedo eh, migliaia di sommerdièr gongolanti, degustatori scorreggioni coi papillon cuciti di finta seta, le bocche strette a culo di topo, strombettanti: “Ah ah ah ma lo senti ‘sto scemo bevitore d’aceto? Cose da pazzi, sta dicendo che l’ossidazione non è un difetto ma una virtù!”

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È chiaro che non sto affermando nella maniera più assoluta che l’ossidazione in sé sia da prediligere all’integrità. Tantomeno sto esortando ai “difetti” a rimpiazzo della pulizia. Stavo semplicemente considerando a ragion veduta che per il mondo dei bevitori consapevoli, avere produttori scrupolosi come Pierre Frick può rappresentare un esempio virtuoso di rigore artigianale. Produttori cioè invasi da una grande cognizione di causa che elaborano vinificazioni meticolose pur essendo non interventiste né processate al massimo come ahimè la gran parte delle produzioni standard le quali annullano qualsiasi sbavatura o irregolarità necessaria a donare al vino bellezza e singolarità. Dico insomma che l’ossessione antisettica della tecno-enologia moderna ha reso il vino un prodotto piatto e asettico, normalizzato così da far bella mostra di sé sugli scaffali o nelle carte dei vini del pianeta: etichette di pregio, contenitori di lusso ad alto contenuto di monotonia e piattume. Un prodotto perfettamente disinfettato dunque privo di umanità e mistero cioè soppresso di deviazioni, infrazioni alla regola, incrinature le quali invece – come la volatile – se armonizzate alla sostanza finita originata dall’uva e alla visione d’insieme del vignaiolo non possono che essere un valore aggiunto impagabile proteso all’arricchimento gustativo, alla singolarità indomabile del vino, di chi lo fa, di chi lo vende, di chi lo beve.

Grifi e la normalina del XXI secolo

28 aprile 2021
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Grifi e la normalina del XXI secolo

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Alberto Grifi (1938-2007) è un nome che probabilmente non dice nulla a tanti pur presunti appassionati di cinema eppure è stato un grandissimo cineasta sperimentale romano. Il suo Verifica Incerta (1964/65) fu celebrato da Marcel Duchamp a cui era dedicato, oltre che da Man Ray, Max Ernst, John Cage. Un regista oltranzista vissuto purtroppo in un paese d’analfabeti acculturati dove si osannano i Sorrentino, i Muccino ed altri palloni gonfiati simili. Negli anni settanta Grifi ha inventato una specie di vidigrafo artigianale, 0382a10931d84f7202c5abf8e5c246afsulla base del Kinescope sviluppato alla fine degli anni venti, in grado di trascrivere su pellicola le riprese fatte sul nastro di una videocassetta creandolo con i pezzi di una moviola comprata a Porta Portese, oltre al macchinario lavanastri per la rigenerazione dello stato fisico dell’emulsione dei nastri analogici e la restituzione su supporto digitale, uno strumento progettato per restaurare videonastri incisi negli anni sessanta-settanta.

Nel 1972 in collaborazione con Massimo Sarchielli ha girato quello che è il suo capolavoro assoluto Anna, la realtà filmata di una quindicenne tossicodipendente incontrata per strada a Roma, epifania del cinema che da “caso umano” diventa pura emanazione della vita reale a discapito della vita recitata. Un vero e proprio documentario visionario, un miracolo in bianco e nero su pellicola 16 millimetri.

https://www.youtube.com/watch?v=GTib29SQwBE (introduzione di Grifi ad Anna).

https://www.youtube.com/watch?v=P6KgbcT6cwM (Anna, completo).

Nel 1978 Grifi dopo la realizzazione di Michele alla ricerca della felicità, un film sulla condizione carceraria commissionato e poi censurato dalla RAI, propone implacabile alla radiotelevisione italiana un altro mediometraggio maledetto Dinni e la Normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follia militante che verrà bandito sempre dalla RAI. Si tratta degli appunti per un racconto sulla socialità fittizia prodotta dalle comunicazioni di massa e sulle modificazioni genetiche realizzate sugli animali da macello. È un mockumentary sul filo del rasoio della mistificazione e della veridicità, girato alla fine degli anni settanta in piena stagione anti-psichiatrica, dove è quasi impossibile districare verità/finzione, fantascienza/realtà. La normalina è un farmaco ottenuto dalla distillazione dell’urina e delle feci degli schizofrenici, un vaccino che sradica il dissenso, riconduce alla normalità e alla banalizzazione delle coscienze. Oggi possiamo ascoltare questi appunti geniali grazie a Radio Techeté un’emittente della RAI che ripropone alcuni episodi di Audiobox il programma di ricerca e sperimentazione radiofonica ideato da Pinotto Fava andato in onda su Radio Rai dal 1991 al 1998:

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/03/Personaggi—Audiobox—Appunti-di-Alberto-Grifi—1955-84eb1e11-bcf9-491f-9b41-1cec807f16f0.html?fbclid

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La voce penetrante, l’intelligenza lucidissima di Grifi che ormai più di quarant’anni fa discuteva di ibridazione con uno specialista zootecnico, di adattamento degli animali alle macchine e selezione genetica, risuonano image-w240più che mai profetiche oggi che i Big Data hanno penetrato il nostro stesso DNA. Oggi che le aziende digitali monopoliste condizionano i comportamenti emotivi delle persone, manipolano le supposte scelte politiche di intere nazioni pregiudicando le decisioni economiche dei popoli attraverso la biometrica o l’uso di algoritmi personalizzati ovvero la “normalina” del XXI secolo, che fissa il grado del nostro irreversibile asservimento alle macchine e alle “fabbriche del consenso” come insegnavano Chomsky ed Herman.
Se non è più la natura a determinare la selezione degli animali ma è il capitale come afferma Grifi in merito agli allevamenti intensivi, se mangiamo “animali prigionieri” allora anche noi esseri umani siamo di conseguenza contaminati nella psiche, imprigionati nelle nostre società sempre più simili a mattatoi, uniformati a un gusto monocorde. “Normalizzati” a una vita piatta. Sottomessi all’intelligenza artificiale. Sacrificati sull’altare del profitto sistematico e del grigiore meccanizzato.91tln9p5EfL

È ancora possibile usare gli strumenti digitali senza esserne abusati?

8 aprile 2021
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“Il cellulare più merdoso del mondo è un miracolo tecnologico. La tua vita che gira intorno al cellulare, ecco, è quella far schifo.”
Louis C.K.
Di questi tempi, spesso non a torto, tendiamo a demonizzare la comunicazione digitale che per sua natura prevede lettori sempre più distratti e comunicatori (anche i più coscienziosi), adeguati a un modello altamente efficiente di massimo dell’informazione in un minimo di spazio/tempo. Viene in mente uno sketch dei Monty Python’s Flying Circus dove i partecipanti ad un quiz a premi dovevano raccontare tutta la Recherche di Proust in pochi secondi.
Quella dello stand-up comedian Louis C.K. è una satira dei luoghi comuni attorno ai nuovi mezzi di comunicazione di massa. Il comico americano evidenziava in quella battuta che il cellulare in sé è un miracolo, un vertice della sofisticata ricerca tecnologica a cui è giunto l’ingegno umano fino ad oggi; semmai quello che non va per niente bene è la vita dell’uomo attorno al cellulare, questa sì che andrebbe un po’ rivista in meglio perché è proprio quella a fare schifo e lui lo testimonia scandalosamente anche nelle disgrazie della sua vita privata in epoca d’allarmismo da #MeToo. Dunque gli strumenti digitali sono potentissimi e pericolosissimi ad un tempo, “una lama a doppio taglio”. È l’uso che ne facciamo a stabilire la differenza cercando però di non farci violentare dai mezzi che dovremmo usare a nostra volta. Dovrebbe essere obbligatorio l’uso (mai l’abuso) della comunicazione ai fini di una maggiore libertà espressiva, possibilmente con la giusta premura, con tutto l’amoroso scrupolo di “pensare alle cose per ciò che esse sono” come scriveva Virginia Woolf nel suo memorabile Una stanza tutta per sé.
“La bellezza del mondo è una lama a doppio taglio, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore.”
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé (1929)
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Certo siamo lontani anni luce dalla stanza tutta per sé immaginata dalla scrittrice inglese, ora ci sono semmai le chat room nei social network che all’apparenza sono affollatissime di opinioni tendenziose, nidificazioni di commenti aggressivi, polemiche del giorno gratuite, visioni distorte del mondo che si riducono quasi sempre a stereotipi o a idee grossolane di seconda o terza mano. La “bellezza del mondo” è sempre minore così come anche la gioia di vivere sta scomparendo lasciando sempre più campo libero all’angoscia esistenziale, un’angoscia di natura digitale, biometrica, una frenesia da manipolazione comportamentale, un’ansia da sorveglianza psichica. Pretendiamo tutti di esprimere i nostri “liberi pensieri in un mondo libero”. Ci illudiamo di diffondere i più o meno giusti ragionamenti in cui diciamo di credere, urlando a squarciagola le nostre vite anonime, sbraitando segreti e bugie intime nel confessionale pubblico di una bacheca online che alla fine dei conti non è altro che la proprietà privata di qualche ultra-miliardario della Silicon Valley.
Certo lo scandalo Facebook/Cambridge Analytica con tutto lo strascico d’implicazioni inquietanti che si porta dietro dall’abuso dei dati personali per influenzare le campagne elettorali alla diffusione di una politica incentrata sull’odio e la paura, è solo l’inizio di una nuova era d’autoritarismo psicografico e controllo comportamentale delle masse attraverso tecniche di neuromarketing. Diciamo pure però che la differenza con i mezzi tradizionali quali la TV non è alla fin fine tanto abissale. Se cominciamo a parlare col Papa davanti a uno schermo è perché abbiamo fatto la fine di Travis Bickle in Taxi Driver. Una piattaforma accattivante ma ingannevole come Twitter ti offre l’abbaglio che il Papa potrebbe anche risponderti, ma è soltanto una grande illusione, una presa per il culo di portata planetaria.

“Le nostre tracce digitali vanno a costituire un mercato da miliardi di dollari all’anno. Siamo diventati merci ma amiamo cosi tanto questo dono di una connettività libera che nessuno si è preoccupato di leggere i termini e le condizioni d’uso.”

da The Great Hack (2019)  documentario di  Jehane Noujaim & Karim Amer

Cambridge-Analytica-logoUsiamo i mezzi di comunicazione o ne siamo usati? Avere una coscienza critica rispetto al consumo di merci e tecnologie ci salverà dall’appiattimento planetario delle coscienze? L’aspetto più tragico di questa impasse da cui a quanto pare ne usciremo solo estinguendoci è che i consumatori avveduti possono dire e fare quello che vogliono tanto è la produzione dall’alto a piazzare di volta in volta i loro prodotti ad hoc, a imporre le proprie merci e le proprie verità plastificate, fottendosene intenzionalmente dell’ambiente, dell’etica comunitaria e del consumo critico.
Il problema pressante della comunicazione in generale attraverso i social e nello specifico della comunicazione del vino, sono le polarizzazioni ben poco costruttive tra buoni/cattivi, belli/brutti, autentici/falsi, naturali/convenzionali. L’autoreferenzialità ebete, lo straparlare, il far bella mostra di sé a qualsiasi costo pur non avendo una benamata sega da dire, sono le piaghe più eclatanti di quel complesso di segni e manifestazioni semantiche che definiscono il vino, la sua comunicazione ai tempi mordi-e-fuggi di Instagram. Comunicazione online che s’inserisce di forza all’interno di quel gigantesco calderone propagandistico del web dove imperversano la disinformazione a tappeto, un’informazione sempre più sciatta, la manipolazione delle coscienze e conoscenze, la falsificazione dei fatti, la superficialità programmata a braccetto con la sistematica assenza di contenuti… giusto per elencare solo alcuni tra i giganteschi ostacoli da superare oggi per riorganizzare un ecosistema della comunicazione ad un superiore livello di profondità del sapere e a verificata qualità dei contenuti. Verificata da chi? Qualità dei contenuti in base a quali parametri? Parametri stabiliti come e da chi? È un ginepraio senza via d’uscite dove l’apparenza predomina sempre sulla sostanza. Basta vedere le contraddizioni drammatiche sulla certificazione formale che attesti la naturalità di un vino in retro-etichetta su cui ci si scanna ormai da anni in stile Guelfi e Ghibellini, scissi tra velleità ideologiche di natura filosofico-morale e impellenze d’ordine biecamente commerciale.
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Nel frattempo che stavo riordinando le idee su questo pezzo, facendo su e giù da Roma a Itri in macchina, ad un certo punto mi sono imbattuto in un cartellone pubblicitario enorme lungo la statale all’altezza della casa-martirio di Santa Maria Goretti (sic!), tra sedie di plastica vuote dove spesso si appoggia qualche puttana in attesa del prossimo avventore. Sul cartellone a lettere cubitali c’era scritto un sibillino: SIAMO SEMPRE SUL PEZZO. Tutt’attorno la desolazione e lo squallore mortiferi della Pontina, davanti a una vigna talmente diserbata che il suolo era color giallo fosforescente. Ecco quindi che in un’immagine accecante, ho pensato, tutta la contraddizione del mondo in cui viviamo, erompeva come un’epifania. Eh già, un’epifania della prostituzione collettiva. Quell’arroganza da smorto ottimismo che porta chi vende qualcosa a manifestarlo con quell’aggressivo “siamo sempre sul pezzo“, è faccia della stessa medaglia della strafottenza di colui o coloro che avevano diserbato a morte quel povero campo. Una vigna da cui verrano fuori delle bottiglie di vino vendute ad un prezzo plausibilmente stracciato per masse di clienti anonimi. Acquirenti da supermercato che continueranno a giustificare la loro medesima strafottenza di consumatori qualunque con la solita scusa dell’indigenza e della ristrettezza economica a vita, così a scaricabarile come in una catena di Sant’Antonio della noncuranza e dell’inciviltà diffuse.
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Tuttavia ora è necessario come il pane che la diffusione orizzontale delle conoscenze sia condivisa tra la maggior parte delle persone in barba ai pregiudizi costruiti ad hoc dalla Rete. Sarà cioè sempre più vitale mantenere alta l’asticella dello spirito critico in aperto contrasto agli algoritmi faziosi che vorrebbero sostituire le nostre coscienze autonome con le loro allucinazioni numeriche, umiliando senza pietà il nostro organismo pensante. Insomma, non dobbiamo mai tenere spento il livello di guardia dell’attenzione, bisogna evitare con tutte le nostre forze di farci lobotomizzare in massa, narcotizzare le coscienze dall’industria dei Like. Dobbiamo aver fede nel nostro intelletto insostituibile da qualsiasi AI (Artificial Intelligence) finanziata da qualche squaletto venture capitalist di San Francisco. Nella maniera più assoluta non possiamo permettere, è in gioco la dignità umana, che un’Intelligenza Artificiale generata dalle macchine, a loro volta create da noi, ci rimpiazzi senza autorizzazione, nonostante abbiamo già tutti svenduto i nostri dati e la nostra anima al diavolo dei social media. Facciamo in modo che uno strumento tecnologico resti tale, senza farci prevaricare. Perché in fin dei conti è solo uno strumento inventato da noi potenzialmente per aiutarci a vivere meglio e non – si spera – per accelerare il processo della nostra definitiva autodistruzione.
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10 letture consigliate
– Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello (Raffaello Cortina Editore 2011)
– Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli 2020)
– Richard H. Thaler, Misbehaving. La nascita dell’economia comportamentale (Einaudi 2018)
– Evgeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice Edizioni 2016) 
– Jon Ronson, I giustizieri della rete (Codice Edizioni 2015)
– David Weinberger, La stanza intelligente (Codice Edizioni 2012)
– Mark Fisher, Capitalist realism. Is there no alternative? (Zero Books 2009)
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Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, per non pensare troppo al mondo di oggi

29 marzo 2021
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Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, per non pensare troppo al mondo di oggi
Pensiamo al mondo antico, all’ubriachezza e alla sobrietà nel mondo passato, per non pensare troppo al mondo presente, un mondo ottenebrato dal virus SARS-CoV-2 e dalle sue varianti insidiose che non danno tregua, non concedono neppure un attimo di quiete né la spensieratezza d’ubriacarsi in pace, viaggiare tranquilli, scopare in libertà.
Aspettiamo ancora un attimo però. Non vorrei subito cedere alle lusinghe del mondo antico. A sprofondare, a perderci in esso come in un paradiso d’oppio. Facciamo un salto a qualche decina d’anni fa. Siamo agli inizi degli anni 30, nel pieno della Grande Depressione, forse il momento più buio, almeno fino all’anno scorso, dell’era industriale. Una coppia di gangster in fuga si esercitava a sparare su una casa di poveri contadini espropriata dalle banche. La famiglia dei contadini, prima di emigrare, passa per dare un ultimo saluto a quella che era la proprietà sottratta loro dal sistema bancario. I due gangster si presentano:
<<Lei è Bonnie Parker. Io sono Clyde Barrow. Rapiniamo banche!>>
Dal capolavoro cinematografico di Arthur Penn, Bonnie and Clyde (1967). 163996425_3002792453282301_413606418085182560_o-1

Riportato a oggi, marzo 2021, dopo un anno di pandemia di COVID-19 e sue mutazioni, questo scambio folgorante nell’America sfigurata dai vortici della Great Depression, tra i contadini rapinati dalle banche e Bonnie & Clyde che le banche le derubavano sul serio, può suonare un po’ macabro. Macabro perché? Perché con l’aria che tira ora, presto saranno in tanti a finire in bancarotta, a indebitarsi con le banche o l’Agenzia delle Entrate, questo a prescindere dai decreti degli azzeccagarbugli, dai labirinti burocratici dei fondi salva stati e i superbonus ad uso di chi, al solito, ne ha meno bisogno. Perché poveri e disperati in situazioni di crisi saranno ancora più impoveriti, preda della disperazione. I ricchi invece, gli ammanicati ai politici, ai palazzinari, ai leccaculo e ai traffichini di turno, questo si sa, si arricchiscono ancora di più, tanto in provincia che in città.Mondoantico

È trascorso un anno che ha rilevato man mano una discrepanza sociale enorme tra quelli che lavorano con le mani o nei servizi dove è prevista la presenza fisica (muratori, camerieri, baristi, parrucchieri, meccanici, contadini, medici, infermieri, il sepolcrale sottobosco delle Partite Iva…) e quelli che lavorano in ufficio davanti a un computer (banche, poste, amministrazioni pubbliche, statali, insegnanti, speculatori di borsa, militari…) tranquilli tranquilli, almeno per ora, in “smart working“. Un anno di confusione totale sul virus, sulle mascherine, sui vaccini. Confusione fraudolenta incoraggiata malignamente dai mezzi di comunicazione di massa che hanno provocato, in modo irreversibile, un senso d’insicurezza e instabilità perenni. Più di un anno ormai, alternato a quarantene di settimane o mesi e riaperture a zone colorate che ci ha reso tutti più suscettibili, tormentati, smarriti. In bilico sull’abisso come quell’equilibrista matto da una vecchia foto scovata su internet. In equilibrio precario sulle sedie dalla cima di un grattacielo.162611815_3000923243469222_4393863656241896354_o

In questa altalena di sbalzi d’umore e pensieri nerissimi (a proposito delle zone a colori), concentrarsi sulla lettura di libri appassionanti può rappresentare un ottimo esercizio spirituale. Un diversivo proficuo, una forma di protezione della mente se volete. Vogliamo definirla volontà di potenza per astrazioni somme? Ecco, forse anche meglio: una passione insana verso distrazioni vagabonde. Anzi no, un vero e proprio viaggio iniziatico della coscienza che ci ammaestri ad osservare le cose a noi più prossime ma con la giusta proporzione d’impulsi emotivi, cioè alla dovuta distanza di sicurezza e senza soffocarci con un senso immane d’impotenza lungo il frenetico arco temporale della storia umana. mosaico con satiro e musaAffascinante pensare perciò all’uva di 60 o 50 mila anni fa. Sessantamila o cinquantamila anni fa le viti, i grappoli d’uva, ma ve l’immaginate? Quando l’uva era il nutrimento base delle civiltà di matrice Mediterranea? Che sapore, che colore, che spessore poteva avere quell’uva selvatica? Era aspra, dolce, allappante, acidula, succosa? Dai semini abbrustoliti, ci si preparavano dei panetti impastati con legumi, miele e frutta secca? Che faccia avranno fatto – buffa offuscata ebete erotica grottesca rancorosa sessuale fosca – le prime comunità di uomini e donne intenti ad assaggiare il liquido originato dall’uva fermentata e tramuta in alcol? Quali o come saranno state le reazioni d’intossicazione degli esseri umani primordiali il cui organismo non era certo troppo abituato ad assorbire bevande alcoliche nel proprio interno? Era un’ubriachezza di natura molesta, malinconica, psicotica, arrapante, febbrile, aggressiva, funebre, gioiosa, timida, omicida?

Fresco Fragment Depicting Dionysos and Ariadne; Unknown; Roman Empire; 1st century; Fresco; 94 x 93 x 6 cm (37 x 36 5/8 x 2 3/8 in.); 83.AG.222.3.1
Fresco Fragment Depicting Dionysos and Ariadne; Unknown; Roman Empire; 1st century.
Leggevo in Paolo Nencini, Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico. Alle radici del bere moderno (Gruppo Editoriale Muzzio, 2009):
<<In una grotta del Monte Carmelo, la cui occupazione è databile tra i 60 e i 48 mila anni fa, e quindi durante il Paleolitico medio (cultura di Mouster), sono stati trovati semi abbrustoliti di Vitis vinifera selvatica attorno al focolare, mischiati a semi di varie specie di legumi, a pistacchi e ghiande. È interessante osservare che in tale sito sono stati trovati solo due semi d’orzo selvatico. È pertanto probabile che, ancor prima dell’avvento della rivoluzione cerealicola, gli abitanti della Palestina paleolitica contassero sull’uva come fonte di nutrimento.>>29103238_2126941010867454_8372190423086530560_o

Staccare la spina!

21 marzo 2021
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Staccare la spina!

Spleen 

…un popolo muto di infami ragni

viene a tendere le sue reti in fondo ai nostri cervelli

[…un peuple muet d’infâmes araignées

Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux]

Charles Baudelaire, Les Fleurs du mal (1857-1861)

Quei ragni infami oggi sono tutti i mezzi d’informazione condizionati dall’interesse economico, incoraggiati dall’onnipotere mediatico attraverso cui i monopolisti della tecnologia controllano questi stessi strumenti di comunicazione che confondono di proposito l’immaginario della gente comune allo scopo di attuare una disinformazione a tappeto sempre più totalizzante, radicale, diffusa. AI_The_Silver_Bullet_Against_Disinformation_960

È questo un ragionamento pretestuoso che affonda le sue radici fin nei meandri della storia. La commistione di Potere e Informazione procede di pari passo con l’evoluzione dell’uomo, cioè col controllo delle coscienze dei molti da parte dell’esercizio di manipolazione dei pochi; gli antichi romani insegnano, vedi il saggio splendido di Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini.9788833916873_0_0_626_75

Non c è nostalgia più amara di quella per un passato che non abbiamo mai vissuto. È un’utopia rovesciata. La nostalgia per origini mai avute. Eppure tendiamo quasi per propensione genetica a idealizzare il passato, a mitizzare un’età dell’oro che probabilmente non è mai avvenuta. Siamo organismi mitizzanti, smetteremmo anche di respirare senza l’adorazione irrazionale di miti e nostalgie delle origini. La nostalgia di ciò che non è stato è ancora più straziante, più penosa di quella per ciò che mai sarà.

Staccare la spina è il solo rimedio per salvarsi dalla disinformazione radicale con cui manipolano i nostri sentimenti, umori e pensieri. Può suonare paradossale e difatti lo è, che inviti a staccare la spina dalle lusinghe del digitale mentre sto a spina attaccata, proprio qua ora su internet da cui persuado, me stesso per primo, a sfuggire.MV5BMTRkYWNjZGEtOWM2OC00NmVlLWIyZmUtNmEwYzk2Njk4MjU5XkEyXkFqcGdeQXVyMTU1ODU5NjM@._V1_

Eppure sarebbe da staccare Internet, definitivamente. Spegnere radio e TV che trasfigurano i fatti in una bolla d’irrealtà tanto gigantesca quanto grottesca. Rifiutarsi di buttare anche solo per sbaglio lo sguardo sui giornali di tutto il mondo i cui proprietari alla fin fine non sono che magnati dell’informazione, cioè padroni dei giornalisti da loro stipendiati esattamente per disinformare a prescindere, spesso ancora più insidiosi quando dissimulati dalla maschera del giornalismo libero e indipendente. Bestie da soma a servizio dell’industria culturale o dell’inserzionista di turno. Pinguini del circo equestre informatico, addomesticati a simulare gesti ed espressioni come scimmie allo zoo. Programmati per ripetere notizie false e opinioni deformate a pappardella meccanica tipo pappagalli. Pachidermi di pubblicisti edotti a mestiere per snocciolare le squallide verità a pagamento del loro addomesticatore del momento, tanto a questo si è ridotto ormai il ruolo dei giornalisti, dei giornali e dell’editoria nel mondo contemporaneo. Miseria umana. Vergogna professionale. Devastazione morale.

Sarebbe da spegnere tutto insomma, tornare a ruminare i versi dolci e amari di Baudelaire con occhi liberi, mente purificata; è questo il solo invito plausibile a pensare con la propria testa, a riappropriarsi della propria vita offuscata, della propria perduta capacità di leggere se stessi, gli altri esseri umani e il mondo.

…un popolo muto di infami ragni

viene a tendere le sue reti in fondo ai nostri cervelli

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Quello a cui i cospirazionisti non credono

19 marzo 2021
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Siamo in gabbia ormai da un anno mentre subiamo passivamente giorno dopo giorno una deriva psicotica fomentata da un giornalismo sempre più sciacallesco, terroristico, infame. È uno stillicidio indegno! Un’istigazione alla pazzia che andrebbe punita con la legge marziale. Sì, sono per la legge marziale contro questo modo criminale d’informare che istiga alla confusione mentale e all’irrazionale, davvero inqualificabile per la professione. Una professione che dovrebbe custodire una responsabilità enorme ma che di fatto sta creando un danno epocale a furia di perpetrare imposture senza fondamento né verifica dei fatti. È oltre un anno che TV, stampa e Web stanno prolificando paure collettive a non finire. Diffondono a tappeto una valanga merdosa di mistificazioni, panico immotivato, allarmismi, false notizie, sensazionalismo da quattro soldi giocando come il gatto col topo con le ansie della gente tappata in casa. Gente comune. Gente inerme. Gente passiva. Gente evirata di giudizio critico dopo decenni di TV commerciale, Quiz a premi o telegiornali che sembrano piuttosto televendite del cazzo. Gente in perenne stato confusionale.

Colgo quindi l’occasione per tradurre e pubblicare qui di seguito un pezzo di Tim Harford editorialista del Financial Times, uscito pochi giorni fa sul The Atlantic. Harford trae un po’ le conclusioni sul tema inquietante del vero e del falso, della fede o del dubbio indiscriminati. È un articolo sul veleno del cospirazionismo dilatato in America quindi espanso nel mondo intero come un cancro ai polmoni del pianeta. È una riflessione ponderata sulla pandemia morale, sugli abusi pianificati della negabilità illimitata che hanno inquinato ormai definitivamente l’ecosistema della comunicazione globale a furia d’esercitare uno scetticismo malato e acritico, incapace di autoanalisi. Soprusi cognitivi che deformano in fabbriche di menzogna non solo chi l’informazione (cioè la disinformazione) la crea e la diffonde (i mass media) a favore dell’opinione pubblica, ma anche chi l’informazione la interpreta e la subisce, cioè i lettori critici (sempre più pochi) e i fruitori/propagatori di bufale/fake news sui social o i siti online (in vertiginoso, angoscioso aumento).

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Quello a cui i cospirazionisti non credono

Distinguere un dubbio eccessivo da una convinzione eccessiva può aiutarci a spiegare come riportare un cospirazionista alla realtà.

Alcune persone credono nelle cose più straordinarie. Che la terra sia piatta, che il GPS degli aerei siano truccati per indurre i piloti a credere il contrario. Che i vaccini per il COVID-19 siano un pretesto per iniettare microchip che controllano il pensiero in tutti noi. Che il vero presidente degli Stati Uniti è ancora Donald Trump…

“Come può una persona sensata credere a questo paccottiglia?” è una domanda che viene abbastanza naturale. Tuttavia non è questa la domanda più urgente da porsi. I teorici della cospirazione credono a idee strane, vero. Ma queste convinzioni stravaganti poggiano su solide fondamenta di incredulità.

Per pensare che Trump sia ancora il presidente degli Stati Uniti, come fanno alcuni nel movimento QAnon, devi esercitare il dubbio radicale. Devi dubitare del giornalismo praticato da qualsiasi mezzo di comunicazione mainstream e di qualsiasi credo politico; devi dubitare di tutti gli esperti e delle élite politiche;  devi mettere in dubbio la magistratura, l’esercito e ogni altra istituzione americana. Una volta che hai completamente screditato tutti loro, solo allora puoi iniziare a credere nei signori delle lucertole, nei profeti alieni o che l’ascensione di Trump sia praticamente dietro l’angolo.

Il confine tra dubbio eccessivo e credenza eccessiva è una distinzione senza differenze? Non credo, perché è una distinzione che ci aiuta a spiegare come riportare un cospirazionista alla realtà. Bisogna riconoscere che un cospirazionista è una persona che già diffida di ciò che dicono le fonti più autorevoli. Si dovrebbero porre domande tranquille, invitando il teorico della cospirazione a spiegare e a riflettere sulle sue convinzioni, piuttosto che avanzare prove o citare gli esperti. Però le prove e gli esperti, ricorda, sono esattamente ciò che il cospirazionista ha già rifiutato in partenza.

Quando qualcuno ha deciso di ignorare i fatti ovvi, ripeterli non lo persuaderà a trovarne il senso. Ma quando alle persone gli si concede tutto il tempo e lo spazio per spiegarsi, possono pian piano iniziare a individuare le lacune nelle proprie conoscenze o argomentazioni. Gli psicologi Leonid Rozenblit & Frank Keil hanno coniato l’espressione “l’illusione della profondità esplicativa” per riferirsi al modo in cui la nostra sicurezza di sé si accartoccia quando siamo invitati a spiegare idee apparentemente semplici.

L’attenzione all’eccessiva credulità distrae dal problema del dubbio eccessivo, che è ovunque nel nostro moderno ecosistema dell’informazione. Siamo tutti capaci di fare ragionamenti coerenti, di credere a ciò che vogliamo credere. Ma siamo anche tutti capaci di dubitare di ciò in cui vogliamo dubitare, e le ricerche hanno scoperto che il ragionamento coerente ha un potere speciale quando assume la forma del dubbio.

Un paio di decenni fa, gli psicologi Kari Edwards & Edward Smith hanno condotto un esperimento in cui hanno chiesto ai loro soggetti di leggere semplici discussioni su argomenti politicamente delicati quali la pena di morte. Hanno quindi invitato queste persone a produrre ulteriori discussioni e contro-argomentazioni. Non sorprende che Edwards e Smith abbiano scoperto che i preconcetti sono determinanti: le persone trovavano più facile discutere nella corrente di pensiero delle loro convinzioni precedenti.

Ancora più sorprendente era che questo pregiudizio fosse più evidente quando i soggetti si ponevano all’attacco, cercando di confutare un argomento che non gli piaceva, rispetto a quando invece stavano soppesando argomenti che erano inclini a difendere. Quando cercavano di confutare una posizione sgradita, trovavano utile fare lunghi elenchi di motivi per dubitarne. L’incredulità scorreva liberamente e il pregiudizio in ciò che le persone rifiutavano era molto più chiaro del pregiudizio su ciò che accettavano.

I propagandisti hanno capito da tempo questa stranezza della psicologia umana. Negli anni ’50, quando Big Tobacco dovette affrontare prove crescenti che le sigarette erano mortali, l’industria trasformò il dubbio in un’arma. Rendendosi conto che i fumatori desideravano ardentemente credere che la loro abitudine non li stesse uccidendo, Big Tobacco concluse che l’approccio migliore non fosse quello di provare a dimostrare che le sigarette erano sicure. Piuttosto, avrebbe semplicemente sollevato dubbi sulle prove emergenti che le sigarette fossero pericolose. La famosa “Dichiarazione di Frank ai fumatori di sigarette” del 1954 riuscì a sembrare socialmente responsabile e allo stesso tempo rassicurò i fumatori che “i ricercatori hanno pubblicamente messo in dubbio” l’importanza delle nuove scoperte.

Mettere in discussione pubblicamente le cose è ciò che fanno da sempre i ricercatori, ma questo non importava. Il messaggio astuto dall’industria del tabacco ai fumatori era: “Tutto questo è complicato ma noi presteremo tanta attenzione in modo che non debba farlo tu”. Quando ci troviamo di fronte a prove sgradite, non abbiamo bisogno di molte scuse per rifiutarle.

Trump sembrava canalizzare questo flusso di pensiero quando ha sfruttato prontamente un panico morale su alcune storie palesemente stupide – “false notizie” – creando uno slogan per diffamare i giornalisti più seri. Mentre noi dei media ci torcevamo le mani alla sola idea che la gente potesse credere che il Papa avesse appoggiato Trump, Trump stesso si rese conto che il vero pericolo – e per lui, la vera opportunità – era diverso. Non che la gente credesse in simili sciocchezze, ma che si potesse convincere a non credere a un giornalismo autorevole e accuratamente selezionato.

Deepfakes“, la tecnologia che crea filmati plausibili di persone che dicono e fanno cose che non hanno fatto, forniscono una lezione simile. (In questo momento sembrano spopolare i deepfakes di Tom Cruise.)

Una ricercatrice ha rassicurato Radiolab che “se le persone sanno che esiste una tale tecnologia, allora saranno più scettiche”. Potrebbe forse sbagliarsi su questo, ma sono più preoccupato che abbia ragione – che i deepfakes creino cioè un mondo di negabilità illimitata. Qualsiasi cosa dici, qualsiasi cosa fai, anche se le telecamere ti stanno riprendendo, puoi sempre affermare che non è mai successo. Non siamo ancora a questo punto, ma la traiettoria non è certo rassicurante.

I giornalisti devono prendere più seriamente il problema del dubbio armato. In particolare, quei gruppi che controllano i fatti, come PolitiFact, FactCheck.org e Snopes, devono fare molta attenzione a non alimentare il cinismo. Il rischio è di creare la sensazione che le bugie siano onnipresenti, motivo per cui i migliori verificatori dei fatti dedicano tanto impegno a spiegare ciò che è vero quanto a smascherare ciò che è falso.Cover-1

L’ultimo ammonimento qui è il classico del 1954 di Darrell Huff, How to Lie With Statistics (Come mentire con le statistiche). Il libro di Huff è intelligente, perspicace e malizioso, e potrebbe essere il libro di statistiche più venduto mai scritto. È anche, dall’inizio alla fine, un avvertimento continuo che le statistiche riguardano solo la disinformazione e che non si dovrebbe crederci più che a uno spettacolo di magia. Huff finì per testimoniare in un dibattito pubblico al Senato che le evidenze che correlavano fumo e cancro erano tanto pretestuose quanto le prove che collegano le cicogne ai bambini. Il suo seguito inedito, How to Lie With Smoking Statistics è stato sovvenzionato da un gruppo di lobby del tabacco.

Sì, è facile mentire con le statistiche, ma è molto più facile mentire senza di esse. È pericoloso avvertire che le bugie sono universali. Lo scetticismo è importante, ma dovremmo riconoscere con quanta facilità può raggomitolarsi nel cinismo, un rifiuto riflesso di qualsiasi dato o testimonianza che non si adatta perfettamente alle nostre idee preconcette.

Gli eventi del 6 gennaio ci hanno mostrato che il pensiero complottista può avere gravi conseguenze. Ma non si tratta solo dei teorici della cospirazione. I tratti psicologici che conducono alla tana del coniglio della teoria della cospirazione sono in una certa misura presenti nella maggior parte di noi. A tutti noi piace ascoltare le persone che sono d’accordo con noi. Siamo tutti inclini a rifiutare prove indesiderate. Siamo tutti più coinvolti da storie drammatiche che da crudi dettagli politici. E a tutti noi piace sentire che abbiamo intuizioni del mondo che mancano agli altri. A nessuno piace sentire di essere presi per stupidi, quindi dubitare presto e spesso può sembrare la cosa più intelligente da fare. E se vogliamo pensare con chiarezza al mondo, lo scetticismo è una buona cosa.

Ma è possibile averne troppe di cose buone. La fede indiscriminata è preoccupante, ma il dubbio indiscriminato può essere anche peggio.

TIM HARFORD