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Pascal Cotat Sauvignon Blanc di Sancerre e le Frattaglie a Le Bidule

17 novembre 2016
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Un Domaine focale per il Sauvignon Blanc in Loira (Sancerre AOC) è quello gestito da Pascal Cotat vigneron naturale dove naturale ha qui un concreto senso di lavorazione empirica e non è affatto quindi furbo aggettivo di marketing, targhetta vuota o collante promozionale accalappiamosche. Sono 2,5 gl’ettari di vigne suddivise in due lieu-dit: Les Monts Damnés e La Grande Côte a Chavignol, ad est di Sancerre.

I terreni calcarei della parcella di Les Monts Damnés di proprietà di Pascal si trovano nella parte più alta con esposizioni a Nord, pendii molto ripidi, vigne di circa 35 anni curate con approccio biologico e predisposizione anti-sistemica (alghe e altri preparati naturali a fertilizzare il terreno).
Pascal (così come fa il cugino François) preferisce le vendemmie tardive e raccoglie almeno una settimana dopo ogni altra azienda vinicola della zona.
I vini sono messi in bottiglia non chiarificati e non filtrati. Eccellente come sempre già alla prima impressione è anche questo 2014 che si farebbe sorseggiare a secchielli (quelli con cui da bambini si giocava con la sabbia) non temessimo il giudizio degl’altri che si sa, lo diceva pure Sartre, sono l’inferno: “l’enfer, c’est les autres“.

Sarò matto, e che mi frega? ma godo di questo Sauvignon come fosse della selvaggia acqua di mare azzurro al naso, succosità fermentata di frutta rosea e gialla di macchia che gorgoglia giù “chiara fresca dolce acqua..” sotto specie di pompelmi rosa maturi – un cesto pieno – appena spremuti a riempire il buconero della bocca, a ripulire la mente da tutte le incertezze, i rovelli, i pregiudizi e gl’inferni propri o quelli altrui.1

In un posto dai toponimi improbabili nei dintorni di Perugia: Casa del Diavolo e Ramazzano le Pulci, Annalisa Lombardini ha messo in piedi uno spazio vitale adibito ad eventi, serate a tema, cene, readings e quant’altro di bello, profondo o giusto che uno possa mai immaginare. Un ambiente di ricezione immediata delle bevande alcoliche e delle vivande bucoliche oltre che crocevia d’incontro tra persone, le più disparate. Occasione di confronto sociale che ha davvero dell’incredibile considerando che il contorno esterno potrebbe tranquillamente essere un pezzo di paesaggio dal pianeta Marte ricopiato su carta carbone. Il posto – arredato con tocco deciso, con gusto raffinato ma senza far subire per nulla l’invadenza tipica di certo interior design da pubblicazione patinata à la page, – è un piccolo gioello di casualità voluta, studiato in ogni minimo dettaglio e si chiama Le Bidule.

Una volta dentro sembra piuttosto di essere schizzati in un’altra dimensione spazio-temporale che potremmo tranquillamente credere di trovarci in un luogo d’arte concreta, un laboratorio d’incontri teatrali stile off-brodaway e non in un angolino anonimo della periferia Umbra. La cena è stata concepita esclusiavamente a base di frattaglie grazie alla visionarietà condivisibile in tutto e per tutto degl’amici cari Marco Durante & Giampiero Pulcini e grazie soprattutto alla passione sfegatata dell’infaticabile maestro carniere Valentino Gerbi anima propulsiva di Etrusco Carni che ha fornito come sempre le sue lacrime di gioia oltre alle eccellenti materie prime vaccine. 2

  • julienne di lingua
  • polpettine di diaframma
  • cuore e pâtè di milza

questa una parte della sequenza dei piatti su cui si sono abbinati vini vari ed eventuali ma che – a sceglierne uno soltanto – è con questo Les Montes Damnés 2014 di Pascal Cotat che poi a ripensarci lungo tutto il tragitto del ritorno, ho concluso il rientro a casa più felice e sornione di quanto non ne fossi uscito. Dopo una nottata di pioggia infernale, ritrovo un tappeto di serenità steso sull’uscio buio dell’austera torretta del ‘300 in affitto. È un telo di pozzanghere d’erba e fango in cui m’è parso di veder riflessa come in uno specchio tutta la vastità angosciante del cielo, una coriandolata di stelle predisposte ad accogliermi ad augurarmi il buon riposo infine a sorridermi in siderale ma rispettosa indifferenza, suggerendomi con la stessa estroversa ironia del finto specchio disegnato nel bagnetto a Le Bidule: “sei un gran figo”.

Vino è Visione

25 gennaio 2016
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Giorni fa ad Orvieto ho colto al volo una felice occasione di ritrovarci con alcuni dei più fulgidi nasi scintillanti umbri. Appuntamento al caffè Montanucci per inerpicarsi su un trasversale e spassoso itinerario sensoriale condotto dall’amico Giampiero Pulcini sempre animato dal sacro fuoco istruttivo che lo contraddistingue ben dosando un giusto sentimento delle proporzioni a misurata dissimulazione pedagogica.

Vino e Visione il titolo programmatico dei sorseggi alla cieca che ci sta a  ricordare la difficile arte (direi pure l’artigianato) del guardare innanzitutto in se stessi poi del saper osservare sia dentro a un calice di vino sia attraverso un’immagine che paralizza in una fotografia un determinato istante di vita non più replicabile, come scriveva ad esempio Roland Barthes:

“Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente.”nypl.digitalcollections.939769b0-2289-0132-6f44-58d385a7bbd0.001.w

Visto quanto mi aspettava per la serata sicuramente ricca d’analogie, di metafore audaci di vertiginose figurazioni antropomorfiche, nei quattro passi per raggiungere il luogo dell’incontro dalle parti del Duomo imponente a voi tutti noto con i bassorilievi apocalittici dello scultore Lorenzo Maitani, salendo sui gradini di una scalinata e prima ancora d’aver sorbito neppure una lacrima di vino sono incappato in questa elementare visione premonitrice. Tre gatti perdigiorno, – non mi addentrerò troppo sul gender sessuale degl’accoppiamenti felini – di cui uno attivo intento all’azione scopereccia, uno passsivo invece disponibile all’amplesso – entrambi esibizionisti come mi pare evidente – e un terzo (tertium non datur) sornione, sporcaccione più degl’altri e voyeur cioè guardone e scopofilo quanto me, io cioè, il quarto della lista pur se apparentemente umano, con l’iphone a portata di scatto pronto ad osservare-immortalare chi già era indaffarato nel fare e nel guardare, – quei tre gattacci appunto -, a mia volta forse ripreso-perpetuato da una telecamera a circuito chiuso sospesa proprio sul vicoletto. IMG_5635

Proponimenti alla base dell’incontro al Montanucci il desiderio leale di approcciarsi – di far approcciare – la gente al vino con un maggior bilanciamento di “istinto memoria emotività” ed ironia aggiungerei io, cosa che Giampiero è riuscito ad illustrare col solito piglio coinvolgente, witz perspicace e toni persuasivi, sicuro di un understatement da filibustiere navigato ormai da anni nel “mare color del vino” in cui è facile gioco naufragare, discutendo di contenuti temi e questioni accessibili ai partecipanti – sia gli iniziati che i consumati – ma mai banalizzando con accenti astrusi o contegni distaccati, attitudini impettite e pose bacchettone cosa che ahimè è ormai da troppo tempo stucchevole prassi in tante rattristate situazioni degustative di tal specie.

filosofi del vinoLe linee guida richieste da questo divertissement sinestetico svolto per un paio d’orette, – lui Giampiero assieme a noi altri teosofi delle uve fermentate e ad un nutrito coro di curiosi, appassionati più qualche addetto ai lavori, – sono risultate essere molto limpide e semplici fin da subito: bisognava cioè liberarsi la testa le narici lo sguardo il palato da qualsiasi preconcetto accademico. L’istinto non si insegna tutt’altro il più delle volte anzi viene addomesticato se non addirittura castrato dall’eccesso di regolamenti a rischio di depotenziare l’impulso liberatorio sterilizzando l’immaginazione creatrice alla radice di ognuno di noi. Orale o scritta, non c’è nessuna legge veterotestamentaria valida che possa imporsi ai nostri sensi, nessuna prestabilita regola inoculata da frigidi protocolli di scuola sommelieresca che possa sopraffare l’unicità percettiva di ogni singolo individuo. Siamo infine solo noi con la nostra immaginazione anarchica, tante solitudini raggruppate assieme davanti ai vini nel bicchiere e di fronte a delle immagini cui abbinare le nostre sensazioni suscitate volta per volta all’osservazione, all’annasata quindi all’assaggio.nypl.digitalcollections.510d47e2-90e3-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Certo il punto nodale qua allora è un altro. Secondo me è il nucleo del linguaggio il vero perno della questione perché poi a questo si riduce tutta la materia del vino parlato, interpretato e ascoltato che si faccia narrazione delle impressioni, resoconto d’attributi, gioco linguistico, costellazione d’aggettivi, gomitolo di proiezioni-ricordi-memorie innescati dall’abbinamento vino/foto come in questo nostro caso orvietano ad esempio a simulazione divertita dell’assai più dogmatico abbinamento cibo/vino. È proprio qui l’aspetto più interessante della faccenda allora, che poi da gioco si fa sempre più serio e possa tramutarsi in un buon esercizio autocritico utile ad allenare il linguaggio dei nostri sentimenti; una sana abitudine cioè a manifestare le nostre capacità descrittive che ci faccia adatti ad esprimere con maggior cura delle sensazioni sempre meno aleatorie o superficiali ma ancor più precise, approfondite, distinte ed attinenti che aderiscano meglio cioè alla nostra più autentica interiorità psichica e sfera emotiva. E qui allora penso al Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche:

“Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più”IMG_5637

Otto quindi i vini serviti alla cieca durante il corso della serata. Otto differenti sfumature cromatiche dal biancogiallino verdognolo trasparente passando per l’ambrato oro zecchino ossidativo all’amaranto tenue al rosso acceso fin al violaceo spinto. Otto territori completamente diversi l’uno dall’altro, distribuiti in due batterie da quattro che sono stati così fantasiosamente abbinati a quattro foto gigantografate appese su appositi cavalletti in un punto della sala offerte in pasto, (in bevuta sarebbe più consono) allo sguardo del pubblico borbottante scrutante annusante degustante. Un pubblico sopratutto che irraggiava quei certi sorrisi e quell’entusiasmo genuino che hanno incoraggiato una parlantina mai troppo accessoria ma anzi con buona pace e una gran disposizione dei presenti all’esperimento sociale di gruppo. E tutto questo senza mai prendersi troppo sul serio evitando così qualsiasi prescrizione fondamentalista se non si voleva poi cadere, di rovescio, nello stesso tranello retorico da cui si stava tentando di sfuggire cioè quello della degustazione tracotante, standardizzata a modellino usa-e-getta fatto di punteggi molesti, descrittori pseudoscientifici, vanagloriosi elenchi con la solita solfa d’aggettivi riciclati, pleonasmi monocordi, pappette autoreferenziali, sulfamidici recitati da pinguini ricercatori di pagliuzze negl’occhi altrui col tastevin a forma di trave conficcato nell’occhio. Evitare come la peste insomma che eliminato un idolo lo si sostituisca poi però subito con un altro magari ancora peggiore del precedente!

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Dopo aver coinvolto la sala intera nel prolifico scambio di analogie personali, impressionismi rapsodici ed associazioni di idee tra vino-sentori-raffigurazioni fotografiche, le due impetuose batterie hanno dato avvio allo smutandamento successivo dalla carta argentata che copriva le bottiglie così che si son visti sfilare i seguenti vini proprio nella medesima successione in cui li abbiamo bevuti noi quella sera stessa:

  1. Domaine Gauby 2013 Les Calcinaires (Côtes Catalanes) un uvaggio di Muscat, Macabeau e Chardonnay nella regione della Languedoc-Roussilion. Gauby
  2. Vernaccia di Oristano 2001 dei Fratelli Serra (Sardegna). Orro
  3. Rossese di Dolceacqua Testalonga 2013 di Antonio Perrino (Liguria Riviera di Ponente). Perrino Antonio
  4. Chianti Classico Le Trame 2010 di Giovanna Morganti Podere Le Boncie (Castelnuovo Berardenga). Le Trame
  5. Collecapretta Vigna Vecchia 2014, Trebbiano Spoletino di Vittorio Mattioli (Umbria alle pendici dei monti Martani). Collecapretta
  6. Côtes du Jura Domaine Macle 2009, Chardonnay e Savagnin (dalla denominazione Château-Chalon nel Jura in Francia).Macle
  7. Barbacarlo 2012 di Lino Maga una composizione promiscua come tradizione contadina comanda di Croatina, Uva Rara, Ughetta (ovvero Vespolina) e forse della barbera, (in Provincia di Pavia nell’Oltrepò Pavese). Barbacarlo
  8. Barolo Paiagallo 2010 di Giovanni Canonica ovviamente nebbiolo in Langa, giovanni canonicache guarda caso ne avevo aperto una bottiglia mesi prima trovandola sfortunatamente tappata ed è stato quindi una piacevole sorpresa che Giampiero ha voluto dedicarmi con affetto e quale omaggio alla cattiva memoria della precedente bottiglia che sapeva di tappo, facendola smutandare a me di persona; ultima boccia dell’intera sequenza a commiato di una serata tanto estrosa quanto appassionante, fasciata dal velo magico-protettivo della condivisione.IMG_5651

Gli scatti che seguono al centro di tutto questo serio svago tra vino e visione, sono del fotografo Luca Marchetti, questi appunto i soggetti rappresentati dalle quattro tele in ordine così come erano anche disposti in sala quella sera a partire da sinistra verso destra:

  • Cinciallegra colta in volo sopra una palizzata con filo spinato e qualche filo d’erba secca.cinciallegra
  • Primo piano di un elefante colto di fronte: scorcio di proboscide e occhio sinistro torvo, intenso, rattristato, condannato… possiamo elencare tutti gli aggettivi che ci passano per la mente tanto non sarebbe che forzatura emotiva ed antropomorfizzazione cerebrale.Elefante
  •  Conceria nordafricana, uomo seminudo in piedi si riposa rilassato di spalle al sole tra quelli che sembrerebbero i tepori termali di un hammam mentre invece prende una tregua dalle fatiche del lavoro. Marocco
  • Ragazzina o donna ritratta da dietro mentre procede avanti in quello che appare essere un paesaggio offuscato, notturno e lunare.ragazza

 

Giovanni Canonica Barolo “Paiagallo” 2010

7 gennaio 2016
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Tappo

Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti

Maporcapùtt al TCA di mmèrd.. Giovanni “Gianni” è un devoto artigiano del vino, coltiva il suo ettaro e 1/2 a nebbiolo con venerazione d’asceta. Paiagallo è il nome della vigna da cui tira fuori un Barolo che è semplicemente fenomenale (fenomenico direbbero gl’amici onanisti neokantiani). Tradizione inviolata, no concimazioni né altri prodotti di sintesi, ponderato sul togliere più che sull’aggiungere è l’utilizzo dei solfiti; lieviti indigeni, fermentazioni lunghe a temperature non controllate da poco opportune invasività tecnologiche, affinamento in botte grande. Le bottiglie prodotte sono assai esigue sull’ordine delle “pochemila” e di non così prevedibile reperibilità.. proprio una maledizione del diavolo dei sugheri quindi non aver potuto inebriarmi ancora di questa perla dell’enologia langarola – tra l’altro d’annus mirabilis: 2010 – per colpa del fituso, fitusissimo tricloroanisolo.

Paiagallo 2010

 

Vigna
Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti
Langhe Nebbiolo
Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti