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Evoluzione del Montepulciano d’Abruzzo Emidio Pepe + Intervista a Levi Dalton

23 aprile 2017
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Evoluzione del Montepulciano d’Abruzzo Emidio Pepe + Intervista a Levi Dalton

Giorni fa a Verona in occasione del Vinitaly 2017 ho avuto il privilegio di partecipare a una verticale di sei annate del Montepulciano d’Abruzzo Emidio Pepe. Organizzata dalla medesima famiglia Pepe per mostrare l’evoluzione nel tempo delle vendemmie più equilibrate di sempre in azienda, la degustazione era rivolta in special modo alla stampa specializzata internazionale tra cui sono stato gentilmente intruso assieme all’amico e socio Alberto Buemi. Annate più equilibrate di sempre cioè frutto di un andamento stagionale impeccabile; espressione felice di una naturale armonia degli eventi micro-climatici in vigna, esito di una perfetta maturazione fenolica; la proporzione giusta di sole e di pioggia al momento opportuno, come nel caso della eccezionale 2010 – annata modello in termini di condizioni climatiche – appena immessa sul mercato americano, oltre appunto alle altre cinque annate in batteria, ognuna a suo modo splendente di una familiare luce propria, luce profonda del focolare domestico che scalda in segreto il petto:

  • Montepulciano d’Abruzzo 2010 
  • Montepulciano d’Abruzzo 2007
  • Montepulciano d’Abruzzo 2001
  • Montepulciano d’Abruzzo 1993
  • Montepulciano d’Abruzzo 1985
  • Montepulciano d’Abruzzo 1979

[Riferimento bibliografico essenziale per ulteriori approfondimenti sia delle annate che sulla avventurosa biografia di Pepe, è senz’altro il libro di Sandro Sangiorgi, Manteniamoci Giovani. Vita e vino di Emidio Pepe (Porthos Edizioni)copertinapepe_ld_110314_ritagliataIl Montepulciano d’Abruzzo e nello specifico questi Montepulciano qua di Emidio Pepe sono vini con un nerbo, un respiro, una vitalità, un’energia minerale davvero ineguagliabili. Consideriamo poi anche la pratica della decantazione e del reimbottigliamento manuale. Comunque la 1979 e la 1985 (quest’ultima annata più calda con un tannino lievemente più grinzoso) risultano oggi ancora cosí incredibilmente balsamiche, succulente, carnali, vibranti, strabordano di vita… lascio quindi immaginare le altre vendemmie più recenti come potevano essere e soprattutto come saranno negl’anni a seguire. Non è affatto un caso che il motto di casa Pepe sia proprio In Vino Vita!logo-esteso

Ad ogni buon conto il tannino di tutti e sei questi Montepulciano d’Abruzzo indistintamente è un velluto sul palato che assesta quella proporzione magica di balsamicità, polpa sostanziosa, succulenza terragna e sapidità costiera esclusiva dei vini veramente buoni, schiudendo una sezione aurea d’originaria purezza, accentrandosi proprio in quel cerchio ideale tra la bocca e il cuore, un cerchio che è come la natura di Dio a detta del filosofo presocratico Empedocle: “il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è da nessuna parte.”

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L’idea centrale dunque alla base delle annate in degustazione era perciò quella di mostrare come il Montepulciano Pepe evolva a parità di condizioni climatiche – o quasi parità – perché è assodato che non ci si tuffa mai nello stesso fiume, inteso che il flusso incessante delle stagioni è esattamente un fiume temporale nel quale trascorrono le opere e i giorni degli esseri umani intenti alle fatiche aspre ma pure dolci del seminare e del raccogliere i frutti dal terreno.

Le due annate che differivano un po’ dalle altre, seguendo questa linea di equilibrio stagionale calibrata sulla 2010, erano la 2007 e la 1993 perché hanno visto avvicendarsi delle estati leggermente un po’ più calde.

Della 1979 e della 2010 invece, quadratura mistica dicevamo dell’esagono temporale dei sei vini in batteria, non avrei mai potuto stancarmi d’infilarci il naso dentro e continuare a centellinarle, a nutrire le narici, a purificare la gola e i polmoni con quell’acidità tesa, quella dolcezza vibrante, quel tannino così liscio ma consistente, luminoso, animato di una sostanza fisica estratta dalle radici. Immagino di dirlo a voce bassa, quasi in un soffio, sussurrandolo in intimità a uno a uno negli orecchi dei lettori che ascoltano, ma davvero la 1979 e la 2010 sono annate perfette! Le annate che hanno avuto la pioggia di luglio che Emidio Pepe ama così tanto perché concede al vino maggiore acidità tartarica e di conseguenza uno slancio verticale superiore ovvero un potenziale d’invecchiamento imponente. Slancio e potenziale in effetti contro-verificati alla prova di persistenza nel bicchiere durante l’oretta di degustazione pure se alla chiusura brusca degli assaggi avrei tanto voluto portare via con me i sei bicchieri, per continuare a mio piacimento, per tornarci eventualmente ancora su dopo in solitudine e tutta calma con il naso, gl’occhi e la bocca, riassaggiare i sei vini poi più tardi per fatti miei, la sera stessa o meglio il giorno appresso.13501837_1806947336200158_4944533915278917167_n-1

Sono stato a Torano a trovare i Pepe un anno fa. Cominciava appena l’estate ricordo. Dopo una passeggiata sotto i vecchi pergolati di viti a tendone – divinità vegetali, oasi d’inerbimento dentro cui smarrirsi lontano dallo strepito superfluo delle città – appena ritornato in cantina dal giro in campagna ho scambiato un brindisi di saluto e alcune battute con Emidio Pepe che davanti alla eccitazione a caldo per quelle vigne appena attraversate, mi fa:

“La pergola è il pannello solare tra l’uva e la terra.”

Chiara e Sofia, rispettivamente nipote e figlia di Emidio Pepe, hanno inquadrato la storia domestica, l’etica giornaliera, la pratica aziendale, le semplici ma rigorose lavorazioni in campagna e in cantina, dedicando un approfondimento accorato alle condizioni climatiche d’ogni specifica annata in degustazione. Perché è pur vero che il vino è fatto, è custodito dalle donne – predominanti in casa Pepe – e dagli uomini, ma prima di tutto è figlio carnale del clima, cioè figlio di sangue dell’annata con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

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Dopo è stato il turno di Levi Dalton – imprescindibile il suo podcast d’interviste I’ll drink to that!, che rende l’espressione Ottimo, sono d’accordo! e si traduce anche letteralmente con Ci berrò su! – il quale ha brillantemente condotto gli assaggi in stile disinvolto e understatement, acume, sagacia, estrema preparazione tecnica ma soprattutto autoironia, una serie di doti queste che nella critica di settore dalle nostre parti è merce piuttosto rara.

Ho avuto modo di chiacchierare una manciata di minuti con Levi, giusto il tempo di scambiare qualche sketch simpatico sui cliché dell’Italia intravista dagl’occhietti spiritati di un newyorkese vispo e affilato come una katana di Hattori Hanzō. Ci siamo poi accordati per una breve intervista che poteva benissimo intitolarsi: “l’intervistatore intervistato” visto che per una volta tanto sarebbe stato lui ad essere sottoposto a domande, lui che ha ormai al suo attivo centinaia e centinaia d’interviste a vignaioli, critici eno-gastronomici, enologi, sommelier, importatori, distributori, enotecari e tanti altri addetti ai lavori di tutto il piccolo grande mappamondo del vino.

Quella che segue quindi è la nostra conversazione informale che ho tradotto in italiano.

Poco più sotto* riporto anche in versione inglese le risposte di Levi alle mie quattro domande.17861917_1955186288042928_4402365823434278995_n

Quattro domande a Levi Dalton

  • Gae Per i miei lettori, potresti spiegare in sintesi qual è l’obiettivo principale, lo scopo che ti proponi con il tuo podcast I’ll Drink to That?
  • Levi Obiettivi, scopi? Non ne so granché d’obiettivi. Quel che so è che conoscevo molte persone nel mondo del vino, viticoltori, sommelier, importatori, critici e tanti altri del settore ed erano tutti estremamente intelligenti, persuasivi, gente che ha vissuto vite molto interessanti che non erano mai stati intervistati sulle ragioni reali che li rende appunto persone così affascinanti. Erano solamente intervistati invece con le solite domande su quale vino abbinare al cioccolato, i vini da isola deserta, e (sempre) il loro vino frizzante preferito sui 20 dollari o anche meno. Aria fritta di domande cui seguivano risposte noiose. Il problema di queste interviste è che presentano domande fatte da persone di cui non importa nulla del vino, domande rivolte ad un pubblico a cui non è stato mai mostrato il vero motivo per cui dovrebbero invece interessarsi seriamente al vino. Ho sempre pensato che doveva esserci un altro modo di affrontare la cosa ed è questa la ragione per cui ho cominciato con I’ll Drink to That!, che è un podcast dedicato a persone che sono sinceramente interessate al vino.
  • G. Durante la degustazione hai detto qualcosa circa la differenza di certe uve affinate in legno piuttosto che in cemento. Puoi spiegare meglio il significato di quanto intendevi sul tema della vinificazione e dell’affinamento in special modo relativamente alla visione del vino che ha Emidio Pepe?
  • L. Il Montepulciano è una varietà riduttiva. I vini fatti con il Montepulciano tendono spesso a ridursi. È possibile che anche il sottosuolo calcareo da Pepe contribuisca a questo. I vini ridotti manifestano sentori di legno. Quando hai un vino ridotto, se è stato affinato un po’ nel legno, può far sembrare invece che l’affinamento in legno sia molto più imponente. E quando assaggi un vino ridotto potresti uscirtene con una frase del tipo: “Caspita, c’è troppo legno in questo vino!” Ma poi quando parli con il produttore che ha fatto quel vino niente sembra davvero così inusuale circa l’uso dei legni, anzi tutto è nella norma. Eppure al gusto, soprattuto da giovane, ti inganna dicendoti “troppo legno!” Ad ogni modo ci sono molti famosi esempi di ciò nel mondo del vino e il Montepulciano non è la sola varietà riduttiva. La Syrah ne è un’altra. Come l’acidità accentua i tannini, così la riduzione amplifica l’impronta del legno. Pepe non usa per niente il legno e perciò questo annulla immediatamente il problema. Pepe è stato visto come un’anomalia per il fatto di non usare il legno ma in definitiva quel che fanno loro in azienda è assolutamente sensato nel contesto del posto e dell’uva con cui lavorano. Per questa ragione loro sono un elemento di contrasto all’idea, una volta del tutto prevalente, che ci sia un solo modo di fare grandi vini. L’idea diffusa cioè che ci sia una serie di linee guida circa i lieviti, le vendemmie, le vinificazioni e soltanto seguendo questi criteri si possano fare grandi vini. Ma a quanto pare non tutte le materie prime e i luoghi sono gli stessi, e usando la stessa serie di pratiche in più regioni diverse non otterrai mai lo stesso risultato. Pepe è in armonia con cosa funziona meglio per loro nella loro località e non hanno mai cambiato visione solo per adattarsi all’idea popolare su cosa bisogna fare per ottenere un grande vino.17862585_1270086696439210_8840490252481416968_n
  • G. Hai citato la Cabala riguardo la batteria dei Montepulciano d’Abruzzo dall’annata 1979 alla 2010. Puoi aggiungere qualcosa di piu specifico circa questa verticale di vini?
  • L. Direi che questa 1979-2010 è stata una batteria molto coerente. Eppure non è certo la coerenza quanto viene in genere notato da alcuni sui vini di Pepe. Piuttosto certa gente a volte rimane fissata sul tema dell’instabilità. Invece per  me, il trionfo di questa verticale è stato proprio un filo rosso di consistenza che attraversava tutta la batteria e potevi ritrovare in tutti e sei i vini. La medesima trama e struttura modulata dalle diverse condizioni delle annate e dal tempo trascorso. Ognuno dei vini ha recitato la stessa frase e se questi vini sono risuonati in modo differente a qualcuno questo è potuto dipendere solo dalla distanza della persona in ascolto del vino.
  • G. Qual’è secondo te l’essenza del vino di Emidio Pepe?
  • L. Non lo so qual’è l’essenza di Emidio Pepe ma le persone me lo chiedono perché in effetti faccio riferimenti alla Cabala nel mio discorso. È un tipo di domanda che proviene dagli intricati, esoterici misteri della Cabala e allo stesso modo arriva a Pepe. Ma non penso comunque che la gente voglia realmente sapere quale sia l’essenza di Pepe. Penso piuttosto che le persone siano trascinate da un certo sentimento quando incontrano Pepe e hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi che cos’è che stanno realmente sentendo in quel momento, che è una cosa completamente diversa. Lo puoi vedere dal di fuori, osservando come molte persone che non lo hanno mai incontrato considerino importante avvicinarsi a Emidio Pepe quando lo vedono la prima volta per stringergli la mano, per onorarlo. Desiderano avere quel momento. Questo succede per un qualche sentimento che queste persone hanno, in ragione di qualcosa che stanno cercando e che considerano unico trovare.

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*Four questions to Levi Dalton

Gae To my italian readers, could you recap in few words the main focus, the mission of your I’ll Drink to That?

Levi A mission, I don’t know about that.  What I know is that I knew a lot of people in the wine trade, growers, sommeliers, importers, writers, and more besides, and they were fantastically smart, compelling people who had lived interesting lives, and they weren’t getting interviews that reflected that interest.  They were getting interviews that asked them the same questions about what wine to pair with chocolate, desert island wines, and (always) their favorite sparkling wine for $20 or less.  Boilerplate questions, with bored replies.  The interviews featured questions from people who didn’t care about wine, meant for an audience who had never been shown why they should care about wine themselves.  I thought there was another way to go about it, and that was why I started I’ll Drink to That!, which is a wine podcast for people who really like wine.

G. During the tasting you said something about the “finage” of certain grapes in woods or concrete. Could you explain the meaning of it concerning the winemaking in Emidio Pepe wine-vision?

L. Montepulciano is a reductive grape variety.  The wines made from it tend towards reduction.  It is possible that the limestone subsoil at Pepe also contributes to this.  Reductive wines showcase wood.  When you have a reductive wine, if there is some wood, it can seem like a lot of wood.  You might say when you taste a reductive wine: “Wow, that is so much wood.” But then when you speak with the winemaker of that wine, nothing seems unusual about how much wood they are using.  It seems totally normal.  But the taste, especially in youth, says wood.  There are a lot of famous examples of this in the wine world, actually, and Montepulciano isn’t the only reductive grape variety.  Syrah is another.  As acidity accentuates tannins, reduction accentuates the wood signature.  Pepe avoids using wood, and thus avoids the problem.  They are seen as outliers for not using wood, but in fact what they do makes perfect sense in the context of the place and the grape that they are working with.  For this reason they are a counterpoint to the idea, once quite prevalent, that there is a way to make a great wine.  That there is a set of guidelines about yields, and harvesting, and winemaking, and that if you follow them you will make a great wine.  Because it turns out that not all the raw materials and the places are the same, and that if you use the same set of practices across regions, you do not find the same success.  Pepe is in tune with what works for them in their spot, and they didn’t change to suit a popular idea about what you have to do to make great wine. 

G. You’ve been mentioning the Kabbalah just regarding the line-up from the oldest Montepulciano d’Abruzzo 1979 to the 2010. Could you please say something more specific about that vertical tasting?

L. I would say that there was a lot of consistency in the lineup, 1979 to 2010.  This isn’t what people usually remark upon with Pepe.  People instead can become fixated on the inconsistencies.  For me, the triumph of that tasting was the through thread that you could find between the wines.  The same texture, and the same structure, modulated by the vintage conditions and time.  Each wine said the same sentence, and if they sounded different it was because of the distance from the person hearing it.

G. What’s the essence of Emidio Pepe’s wine to you? 

L. I don’t know what the essence of Emidio Pepe is, but that people even ask that question is why I referenced the Kabbalah in my talk.  That is the kind of question that comes up in the intricate, esoteric mysteries of the Kabbalah, and that is the kind of question that comes up with Pepe.  But I don’t think that people really want to know what the essence of Pepe is.  I think that people are drawn to a feeling that they have when they encounter Pepe, and they want someone to explain to them what they are feeling.  Which is a different thing.  You can witness it in how many people who have never met him make a point of going up to Emidio Pepe when they see him for the first time, shaking his hand, and paying respect.  They want that moment.  That is happening because of a feeling those people have, because of something they are searching for and that they consider unique to find.

“Gravner a Oslavia: Incredulità e Stupore” di Bruno Frisini

21 aprile 2017
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“Il vino è il pensiero di chi lo fa.” Josko Gravner18033875_1481864368551857_5356822728533870773_n

Molto felice di presentare in questo angolo dei Generi Elementari, un ragguaglio di viaggio per vigne condiviso insieme ai compagni d’avventure eno-gastronomiche più affini nei ragionamenti esistenziali, più prossimi nei sentimenti connaturati alla visione vinocentrica del mondo.

L’amico e compaesano Bruno Frisini (il Pozzo dell’Artista), qui, nel pezzo che segue, ha stilato un resoconto compartecipe articolandolo d’immagini e parole che riassumono l’emozione – difficilmente riassumibile – di una intensa giornata vissuta in campagna, in cantina e in casa assieme a Josko Gravner.

La mente profondamente architettonica di Josko, per quel poco che m’è dato d’intuire, progetta vigneti e vini. Costruisce habitat. Edifica ecosistemi viventi. Impianta viti con le radici nel passato più ancestrale ma i grappoli luminosamente proiettati nel futuro lontanissimo, così come un urbanista utopico può essere tanto scrupoloso nel ridisegnare gli spazi di una città situazionista a partire da zero, pianificando ogni dettaglio allo scopo di far funzionare al meglio della civiltà i volumi abitativi, i viali alberati, i parchi verdi, i percorsi ciclabili al buon uso dei cittadini che saranno per questo migliori nello spazio e sempre più – si spera – migliorabili nel tempo.

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Gravner a Oslavia: Incredulità e Stupore

La sensazione è di quelle che ti spingono a rimandare, a cercare con te stesso una scusa, un compromesso per non trovarti a fare i conti con qualcosa che già sai essere infinitamente più grande di te. Pensi una parola e immediatamente ti accorgi che potrebbe essercene un’altra decisamente migliore per trasmettere l’emozione che in quei momenti correva lungo la tua schiena e ti permetteva di camminare a un metro da terra, sospeso in una dimensione ultraterrena, in balia di incredulità e stupore.

18057955_1481863968551897_6594083404256595993_nIl ricordo della giornata è nitido e al tempo sfumato, quasi come se il tempo, non scandito in modo canonico, avesse avvolto quei gesti e quelle parole, rendendoli un tutt’uno inscindibile che rimbalza da una parte all’altra della mia mente in cerca di una collocazione quanto più razionale possibile.
Poggiati corpo e anima per la prima volta su quella terra vengo da subito assalito dalla percezione che calpestandola non sarei mai più riuscito a togliermela da sotto i piedi. Ti si attacca e non ti molla, stringe le tue gambe come fossero radici, la polvere si solleva insieme alle parole che, con il vento a sostenerle, restano nell’aria a danzare e volteggiare davanti i tuoi occhi.17952755_1481863995218561_7942835050622033792_nTuttavia la coscienza sa bene che, seppur tremendamente impattante, si tratta di uno sfondo, di una scenografia naturale che va a incorniciare il canovaccio di un’opera che non ha una trama preordinata, ma solo un immenso protagonista.
Josko Gravner: un’etichetta che con il tempo è divenuta vino, poi un’ombra in lontananza e infine sorriso e mani, grandi, grandissime mani che stringono le mie. Sporche di terra e impregnate di vita, tanto basta a rassicurarmi.
Da quell’attimo più nulla è stato come prima. Il giusto preludio di una giornata che ha trasformato in incendio una scintilla.18010642_1481864565218504_2563988492788017807_nNemmeno il tempo di focalizzare quanto stesse accadendo, vengo invitato a salire in auto assieme ai miei compagni di avventure. Disorientato accetto l’invito senza domandare quale fosse la meta. La mia d’altronde era proprio lì davanti e non si trattava di un luogo ma di una mente.
Su di un fuoristrada con Josko e Pepi (suo fido amico a quattro zampe) ci dirigiamo verso il “nuovo” sito che da lì a poco sarebbe stato impiantato. Un sito al quale ha cominciato a lavorare dal 1999 dopo averlo riunito, acquistando tante piccole parcelle da contadini locali. Un terreno unico, tipico di Oslavia, prima ancora che del Collio, ricco di marne arenarie di origine eocenica, la cosiddetta “ponca”, frutto di stratificazioni millenarie ricche di sali e microelementi, impronta inconfondibile di vini che inevitabilmente richiamano al più profondo degli istinti primordiali insito in ognuno di noi.

17953012_1481864305218530_5958492025418009453_nLe prime viti sono state piantate solamente nel 2010, le nuove, nonostante il terreno sia tecnicamente pronto da oltre due anni, ancora sono in attesa che la terra “sia migliore grazie al sovescio”. Questo a dimostrazione di quanto siano fondamentali i tempi nella mente di un visionario in cui il profitto non trova spazio e l’autenticità rappresenta il tutto.
Provo a far mia ogni singola parola, ogni concetto, ogni dettaglio: l’irrigazione come tecnica fuori natura, male assoluto della viticoltura, dannosa e necessaria per chi sceglie terreni non adatti alla coltura della vite. L’acqua tuttavia è elemento indispensabile per garantire un ciclo di vita e quindi una comunità attorno al vigneto, ecco il perché della presenza ai margini di piccoli stagni e pozze d’acqua; la filtrazione e i lieviti selezionati, letali assassini del vino; l’acciaio inossidabile che con le cariche elettriche positive e negative irrita il liquido in esso contenuto. Informazioni che farebbero rabbrividire qualunque scuola enologica ma che in me non fanno altro che accrescere una sconfinata curiosità.IMG_4427
Passeggiando e “ruzzolando” lungo le ripidissime pendenze dei futuri terrazzamenti, vengo sospinto e accompagnato da un continuo e incessante sospiro: il soffio del vento di nord est che instancabile asciuga i vigneti dall’umidità atmosferica. Fattore questo fondamentale, assieme al clima mite dell’Alto Adriatico, per la sana maturazione delle uve.18057222_1481864408551853_6696164332695473116_nJosko mostra orgoglioso la sua maestosa creatura, prova a prestarci il suo sguardo per qualche minuto ed è in quel momento che sempre più intensamente i miei occhi cominciano a vedere non più la materia ma lo scorrere del tempo. È un crescendo di emozioni che trova il proprio apice nell’istante in cui il numero 7 (da sempre fattore capace di influenzare la mia vita) mi viene presentato come entità rigenerativa, testimone in chiaro scuro dello svolgersi della fragile esistenza umana.
Allontanandoci passo dopo passo provo a ristabilire un contatto più razionale… Non c’è modo migliore che salire in auto con Pepi tutto bagnato!

17795860_1265143266933553_1047207684624038480_nArrivati a casa, visitata la cantina e pronto il pranzo, cominciano a sfilare sotto il mio naso i capolavori assoluti di Josko Gravner, il fine ultimo di ogni suo gesto:

* BREG 2009
* BREG 2008
* BREG 2007
* RIBOLLA 2009
* RIBOLLA 2008
* RIBOLLA 2007
* PINOT GRIGIO 2006
* 8.9.10
* DISTILLATO CAPOVILLA A BAGNOMARIA GRAPPA RIBOLLA 2007IMG_4932

Non starò qui a descriverli tediosamente e non parlerò di anfore né di macerazioni perché vi renderete conto che rileggendo queste poche righe probabilmente vi sembrerà già di conoscerli.
Il vino è la naturale estensione del vignaiolo.
Parlando di lui, parlerete di vino. “Il vino lo faccio per me, il di più lo vendo”, parole sacrosante di Josko Gravner.

Bruno Frisini, Itri 21 Aprile 2017

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Il Senso di Joško Gravner per la Ribolla: Cena al Per Me Giulio Terrinoni

17 maggio 2016
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 Il senso di Joško Gravner per la Ribolla: Cena al Per Me Giulio Terrinoni

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“Essere contadini non significa fare solo il vino, il contadino deve saper fare tutto!”

Joško Gravner

Joško Gravner non ha bisogno di tante presentazioni o tantomeno salamelecchi. Qualsiasi sfoggio elogiativo, celebrazione in vita e panegirico non possono che risultare lacunosi e insinceri, inadeguati a restituire la complessa semplicità (leggi anche semplice complessità) di Joško uomo, filosofo, contadino e viticoltore nel Collio, ad Oslavia per l’esattezza.

Da una fase giovanile di ricerca inesausta ed irrequietezza sperimentale del “tanto è buono” Gravner arriva oggi nella piena maturità e saggezza del suo percorso di vignaiolo ad una sfera di consapevolezza che possiamo ben definire senza tema di smentite anzi con l’approvazione taciturna e sorridente dello stesso Joško, del: “meno è meglio”.336196e601b3726f1b44b8cb566e217bGravner è quindi un architetto nella natura le cui linee guida e strumenti di lavoro quotidiano sono quegli stessi termini utilizzati come categorie di pensiero e d’azione ad indicare le sezioni equivalenti anche nel sito aziendale che lo racconta: la Luna, l’Uomo, le Case, la Terra, l’Acqua, le Vendemmie, la Cantina, il Vino. 13055360_1784657648429127_5822689133973417710_n

Uomo, Filosofo e Contadino, Joško dicevamo è soprattutto un Architetto “nella” natura e non “della” natura. Sembra niente, solo il cambio di una preposizione articolata ma in verità è una sottrazione non da poco, un togliere cioè d’arroganza e di sopruso perché essere architetti della natura equivarrebbe all’atto tracotante di sostituirsi a un Ordine Supremo, di qualunque entità religiosa, mitologica o mistica esso sia. Essere invece architetti nella natura riporta più ad un senso di misura, di modestia, d’equilibrio e di scambio alla pari, il più idealmente possibile alla pari, tra l’Uomo e la Natura.

In altra occasione sempre su questo sito si raccontava una degustazione di annate storiche di Gravner avvenuta a Catania: Il Vino come Narrazione del Paesaggio nel Tempo e nello Spazio.

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Per quanto mi riguarda fino ad ora credo di poter tranquillamente affermare che l’esperienza più toccante che abbia mai vissuto da quando frequento cantine, vignaioli e aziende vinicole l’ho avuta proprio da Gravner assieme a Joško.

Ceniamo in famiglia con moglie e figlia, Mateja, ed è una cena austera come piace a me a base di rape macerate nelle vinacce della loro cantina per qualche semestre, salsiccia stufata, pane rustico di casa e un’insalatina del loro orto condita con aceto di cachi fatto sempre da Joško accompagnato da qualche fetta del suo meraviglioso salame da maiale brado di cui va così fiero quasi quanto, se non addirittura più, della sua Ribolla “tutto tagliato al coltello e soltanto con l’aggiunta minima di 18 gr. di sale..”b4f557781c35c48e2b8be07b61414902

Bevuto l’ultimo sorso di Ribolla 2007 e dopo avermi mostrato la bottiglia distesa in orizzontale sul tavolo e fatta rotolare sotto le sue mani come fosse un mattarello o con l’idea quasi di spremerne e strizzarne il vetro sulla superficie, mi fa: “Lo sapevi? Così il vino che era rimasto sulla parete interna della bottiglia si raccoglie in fondo e ne scende giù ancora un altro goccetto..” e difatti a fine della dimostrazione rialzando la bottiglia me ne distilla nella coppa quella lacrimuccia recuperata dall’operazione. Sono coppe amplie senza gambo quelle in cui beviamo, con un paio d’incavi adatti ad inserirci le dita, ideate da lui ispirandosi alle tazze dei monaci ortodossi conosciuti in Georgia quando andava nel Caucaso alla ricerca delle grandi anfore di terracotta; sono coppe in vetro realizzate da Massimo Lunardon che rimandano al gesto semplice ed ancestrale del bere con le due mani giunte a coppa appunto.

“Bene! Vado a riprendere il cavallo in campagna, che fai, vieni con me?”ae3df5dc8e5c27f6831734c57ddec26b

Era una serata fredda ma tersissima di metà Marzo, la luna piena o quasi. Passeggiamo per ore tra le vigne di Joško l’uno accanto all’altro mentre il mio Frank Lloyd Wright dell’uva con il passo sereno e il sorriso onesto di un bambino tra i suoi giochi prediletti mi illustra i lavori nei campi del giorno prima e quelli da fare il giorno appresso, le orme dei cinghiali, le pre-potature delle viti e le potature degl’alberi da frutto, la simmetria delle vigne e loro forma d’allevamento, il senso della disposizione degli stagni per tutto l’anfiteatro dei vigneti al fine di ricostituire maggior biodiversità possibile (api, insetti, zanare, uccelli, pesci, gelsi, meli selvatici, sorbi dell’uccellatore, mandorli, peschi…), per una riappropriazione del senso più genuino di podere agricolo inteso a trecentosessanta gradi e non solo come sistema monocolturale intensivo così come purtroppo si è tramutata la gran parte della viticoltura attuale anche quella piu virtuosa e attenta per ovvie ragioni di commercio e sussistenza economica. “Essere contadini non significa fare solo il vino, il contadino deve saper fare tutto!”Mar13_hiroshige4972x609Ogni dettaglio anche il meno visibile ad occhio umano medio nella mente architettonica di Joško, perfezionista ed essenzial-centrico, è un elemento minimo mai ornamentale ma sempre sostanziale alla visione d’insieme. Allora mi racconta del restauro della casa degl’avi, di uno scultore che vive in selvatica solitudine trai boschi della Solvenia che gli ha fatto dei lavori in pietra di una devozione da artigiano medievale, sia la nicchia che la Madonna per una cappelletta con un tormentato percorso burocratico d’edificabilità affidato alle solite amministrazioni comunali, di una bellezza severa e di una precisione universale da commuovere un umile bracciante tanto quanto un raffinato storico d’arte. geometric12-transomRagioniamo e passeggiamo quindi come due peripatetici di scuola Stoica, calcando la terra, sfiorando i filari, scalciando i sassi affioranti dalla ponka. Discutiamo di cambiamento climatico, di biodinamica, di espianto dei vitigni internazionali, di Ribolla, di annate con la botrite nobile, di trattori e cingolati, di caprette tibetane ne ha tre in azienda una quarta è morta perché malata, di controllo della qualità e maturazione delle uve: “mandare ad analizzare la propria uva in laboratorio è indice di insicurezza ed ansia da prestazione, ogni viticoltore dovrebbe essere certo per consapevolezza ed istinto di quel che è il grado di maturazione della sua uva semplicemente assaggiandola… nella serenità si può attendere l’ultimo giorno possibile per la vendemmia!”

Ragioniamo ancora di fasi lunari, d’attitudine agricola artigianale, d’approccio limpido in vigna e in cantina il meno invasivi che si possa: “perché il vino si è fatto per millenni così nella maniera giusta, la Tecnica è un bene solo se a supporto non a sopruso della materia prima, – l’uva cioè -, che deve arrivare a vendemmia il piu sana, croccante e perfetta possibile prima di poter essere portata in cantina.” GinkgoBirdsmPasseggiando e conversando, saranno passate così un paio d’orette, in un campo che dirada verso i boschi immerso in una marea d’erba lunare Joško chiama a raccolta il suo cavallo Saška e Saška dal fondo del campo nitrisce e corre in su elegantissimo verso di noi, il manto rilucente di rugiada notturna. Lo riprendiamo con noi assieme ai due cani che erano già fin dall’inizio in nostra compagnia per rientrare verso casa.

Fermi davanti a un albero con una potatura a pergola da farmi pensare a certi splendidi giardini Zen intravisti in Giappone, Joško accanto al suo Saška mentre gli strofina amorevolmente il dorso mi fa: “Sai che cosa è? Ne ho piantati due di questi alberi qui tra le vigne. È un Ginkgo Biloba, una pianta antichissima e resistente che è sopravvissuta all’estinzione dei dinosauri e alla bomba di Hiroshima.”6d8c244c078fd615b0b4f8e1cfeada7e

Date queste premesse in cui a rischio d’autoreferenzialità mi sono permesso di raccontare l’emozionante lezione di vita, di etica ambientale e di botanica che ho ricevuto ad Oslavia una sera fredda e ventosa di metà Marzo, ecco che assieme ad Alberto e Nanni dell’agenzia di comunicazione Cultivar ci siamo riproposti di portare Joško Gravner giù a Roma ad una cena da Per Me Giulio Terrinoni con un’approfondita verticale della sua Ribolla in assaggio.

13087653_1335038353179567_5717161653021050351_nIn questa serata romana d’incontro tra Joško Gravner, Giulio Terrinoni e la ventina di fortunati che sarebbero riusciti a prenotarsi per tempo e ad affrontare il costo impegnativo della cena, l’intento impossibile ma prioritario che mi ero ripromesso era proprio quello di riuscire a portare in città almeno un frammento campestre e densamente magico di quella mia notte d’iniziazione con Joško nella sua vigna-giardino.apcCerto non è mai facile in queste degustazioni dove ci si ritrova fondamentalmente racchiusi con estranei in una stessa sala a condividere un’esperienza conoscitiva che presuppone intimità, confidenza e misurato tono di voce, è proprio questa la barriera psicologica più aspra da abbattere, il ghiaccio più duro da spaccare. Nel caso di Joško poi a maggior ragione, pesce fuor d’acqua quanto mai e soprattutto fuori dai suoi usuali scarponi di campagna da dove l’abbiamo sradicato per catapultarlo in una dimensione di cena urbana tra sconosciuti.

Ritengo tuttavia che alla fine l’esperienza unica di penetrare a fondo i segreti più riposti della Ribolla Gialla assieme al suo interprete più geniale Joško Gravner sia abbastanza ben riuscita e Joško stesso senza troppe forzature espressive, perplessità o formalismi ha avuto agio, spazio e modo di raccontare se stesso, l’ecosistema delicato del suo cosmo vitivinicolo, l’Oslavia e la propria vigna-giardino.

13166073_1790110941217131_7275055176474060602_nCon la complicità di Giulio Bruni, Fabrizio Picano e Flaminia Francia in sala assieme agli amici Jacopo Cossater e Federico de Cesare Viola ad incoraggiare le pulsioni della conversazione domestica sul vino, le annate, il cibo, il suolo, il terroir in compagnia di Joško, Mateja e il pubblico dei partecipanti accordati allo spirito di relazione della serata, il convivio ospitato nella casa-cucina di Giulio Terrinoni ha assunto man mano sempre più il giusto timbro atmosferico e l’umore uterino di una conversazione in famiglia tra noi, Lui, la sua Ribolla Gialla presentata in 7 annate diverse assieme ad altrettante portate fortemente pensate da Terrinoni per l’abbinamento ai vini su alimenti indicati dallo stesso Gravner e trasformati come per miracolo in cibi filosofali nelle mani controllatissime di Giulio, alchimista dei fornelli.

Questo è stato il menu della serata:

menu

  • 7 le portate degli alimenti/elementi
  • 7 le annate dei vini
  • 7 i colori dell’arcobaleno
  • 7 i colli di Roma
  • 7 il numero della completezza sacro al Gautama Buddha
  • 7 gl’anni per la rigenerazione delle cellule
  • 7 gl’anni per la maturazione della Ribolla Gialla

IMG_9869Il risotto di triglie, carciofi, animelle e mentuccia romana ad esempio ha quintessenzializzato il senso dell’intera serata con l’utilizzo di elementi/alimenti nobili ed eterei quali l’animella appunto armonizzata ai più umili e terrosi carciofo e triglia, il rimando ancestrale quasi proustiano direi alla memoria della mentuccia usata dalle nostre nonne, cogliendo così l’abbinamento forse più con/geniale con i vini di Joško che sono difatti una vera spremuta di nobile umiltà e rammemorazione presocratica generati tanto dalla Terra che dal Cielo che dall’Acqua, matrice di vita fluida.

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Verticale di Ribolla Gialla Gravner in abbinamento alla cucina del Per Me Giulio Terrinoni:

  • 1) Ribolla Gialla 2007 [Lunghi periodi asciutti e piogge discrete, uve sane e mature. 25 Settembre fine vendemmia]Speck di Ricciola, chutnay di pere, crescione di fiume, tradizionale di Modena
  • 2) Ribolla Gialla 2006 [Annata da manuale, uve belle e sane senza botrite. Vendemmia terminata il 14 Ottobre] – Tartelletta di cipolla fondente, Baccalà mantecato, erbe bruciate, tartufo
  • 3) Ribolla Gialla 2005 (Magnum) [Annata equilibrata. Le piogge autunnali hanno permesso lo sviluppo ottimale della botrite. 12 Ottobre fine vendemmia] – Ravioli di radici, crudo di Gambero rosso, mandorle, rafano
  • 4) Ribolla Gialla 2003 (Magnum) [Asciutta, poche piogge da Marzo a Dicembre, limitata quantità di uve prodotte. Fine vendemmia 26 Settembre] – Risotto, Triglie, carciofi Animelle, mentuccia romana
  • 5) Ribolla Gialla 2002 (Magnum) [Estate fredda e piovosa. Buona presenza di uve botritizzate. Vendemmia finita il 4 Ottobre] – Rombo al vapore, asparagi, salsa tartara, sambuco
  • 6) Ribolla Gialla 2001 (Magnum) [Estanze abbastanza piovosa che però ha risparmiato i vigneti. Fine vendemmia 2 Ottobre] – “Il Coniglio in vigna”
  • 7) Ribolla Gialla 1998 Riserva (Magnum) [Annata pre-anfora, intervallata da piogge, giornate asciutte e ventialate. Produzione di uve in parte botritizzate, la prima volta ad essere utilizzate in un vino di Gravner. Vendemmia termiata il 3 Ottobre.] – Cacio e pepe

13221612_971428039638412_8242815136073123550_nNon posso qui non ringraziare tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di una cena a dir poco perfetta: ospitalità, controllo delle materie prime, servizio in sala, temperatura dei vini, tono familiare della conversazione a tavola, serena aria di convivialità tra i commensali, curiosa disposizione all’ascolto, sacrosanta sete di buon vino, semplicità e conoscenza. IMG_9884Il vino di Joško Gravner è un vino cosmico, è il respiro del mondo sotto-vetro, è uva al suo grado di maturazione perfetta, è poco-poco zolfo, è eternità di Tempo Opere e Pensiero spremuta dagl’acini d’oro finissimo racchiusi nel grembo della vigna-giardino e armonizzati al sistema solare materno. Dalle rocce calcaree alle stelle, posso ritenermi davvero strafelice d’aver innescato quest’alchimia filosofale tra Supremazie.. dal buon vino al buon cibo alla buona compagnia.13178985_971249079656308_6785448958203791555_nConcludo infine aggiungendo in rosso il commento di un “lettore social”, commento se vogliamo anche legittimo in senso amplio, ma un po’ troppo generico e superficiale nello specifico, a cui rispondo più sotto in verde.

Filosofia a parte con questi prezzi sarà difficile venire. Sicuramente ne varrà la pena ma non è proprio per persone normali. Le degustazioni dovrebbero essere “pubblicità” per attirare e allargare la cerchia dei clienti e non per restringerla. Ai fortunati che ci saranno chiedo almeno un resoconto dettagliato dei piatti.
La cena è al Per Me di Terrinoni un ristorante con uno spazio interno massimizzato per serate come questa ad una ventina di coperti per non stare uno sopra l’altro; per quanto uno voglia democratizzare i costi ed allargare la cerchia, lo spazio è comunque quel che è, non potevamo essere più di una ventina di partecipanti. Ancora vanno considerate poi tutte le spese connesse al lavoro sul cibo e sul vino che ci sono dietro, al servizio della sala, alla manutenzione continua e scrupolosa della qualità.. qualità nei fatti e non a chiacchiere. Concordo pienamente sul discorso della promozione per attirare e non per restringere ma già per questo credo ci siano oramai più Festival, Rassegne e Fiere del vino che vini stessi, a prezzi molto accessibili per assaggiare quel che più uno desidera! Io sono comunque  il “fortunato” che ha organizzato la serata e spero di essere all’altezza di “resocontare” al dettaglio i piatti e i vini per il beneficio di chi non ha potuto – per ovvie ragioni di limitazione delle disponibilità e per il costo importante della serata – permettersi questo gran privilegio. Un saluto. (gae saccoccio)13221501_10154061919229627_2519776313121417876_n