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Grissini Mortadella Tappi Legni Acqua e Qualche Buon Vino

17 Luglio 2016
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11Serata di piacere ma soprattutto di decifrazione perenne del vino quale ossessivo oggetto di studio, stimolo di elevate meditazioni e campo magnetico di ragionamenti fitti senza fine; un campo minato per davvero, attraversato assieme ad alcuni cari amici d’annasata, sorseggio ed eventuale sputaggio.

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Nonostante si discuta e si parlerà esclusivamente di vino, mi sovvengono qui non a caso le parole che Gaston Bachelard da buon vecchio filosofo empirico e acuto osservatore della natura dedicava all’acqua. L’acqua origine della vita, sorgente del mondo, foce profonda dell’immaginazione creatrice. Anche perché più che polvere, acqua siamo e acqua torneremo.

È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Gaston Bachelard

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  •  Domaine Ramonet – Chassagne-Montrachet Premier Cru “Boudriotte” 1998

[Già al tappo sentori di zucchero caramellato e melassa acetosa. Nel calice l’ossidazione temuta non si smentisce né al naso né tantomeno al palato e difatti si fa fatica a buttarne giù anche un mezzo bicchiere ed è proprio lì nel bicchiere che rimane prima di altra più consona destinazione cioè la sputacchiera che detta in francese suona forse un po’ meno irriguardoso e più elegante: crachoir.]

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[Volgarissimo centrifugato di legni nuovi tostati ai fuochi fatui del cimitero della fragranza nel vino. Uve verdi raccolte crude, questa l’impressione duratura dall’inizio alla fine. Sensazione  terminale – sì proprio “terminale” come si direbbe di un malato moribondo sul letto d’ospedale – di vernice grossa e grassa appena spennellata sugl’acini: anche qui sputacchiera o crachoir, fate voi.]

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[Cambia il terroir, cambia l’appellation, cambia la mano del produttore, cambiano le vigne ma come nel precedente Domaine Niellon stessa volgarotta paccottiglia di legno e uve stracotte ammandorlate assieme. Ultra-barriccaggio della materia vinosa fino a bruciarne l’essenza al punto da buttar via così tutto il bambino con l’acqua sporca. Uno si aspetta di bere del vino bianco rinfrescante e vivo non un decotto di burro d’arachidi arso su padella e imbottigliato; non un infame infuso di zucchero caramellato al sentore di disboscamento e tronchi d’albero sventrati di fresco. Sputacchiera anche in questo caso ahimè, come nei precedenti due.]

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{[Nella parentesi graffa che non chiuderò, è contenuta una bestemmia tacita, invisibile e lunga un paio di centinaia di pitagorici chilometri moltiplicati alla radice quadrata di due (√2), così, tanto per dare sfogo alla rancura di ritrovarsi dinanzi alle fetenzie puzzolenti d’un tappo fungino – cioè contaminato di (TCAtricloroanisolo maledetto-in-culo. E mannaggia a Dioniso, questo Silex doveva essere, almeno nell’aspettativa di pre-apertura bocce e nei ricordi di alcune bevute precedenti della ’99, forse il vino più splendido-splendente della serata..]

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[Finalmente della buona, verace, vecchia freschezza propria alle uve sane al loro giusto grado di maturazione atte ad essere spumantizzate. Fragranza liquida, croccantezza di frutto, fluidità di bolla spessa e compatta. Beva felice. Trasfigurato senso – ma ben venga – di amena ciclicità dell’esistenza vegetale, umana, animale, minerale, esistenza ciclica degli oggetti tutti. Una dissetante, limpida energia luminosa che sgorga dal calice fino alle estremità della gola dove esplode potente tipo fronte delle cascate Vittoria confluendo dallo stomaco alla mente in tutta sincerità, brio e scorrevolezza. Sboccatura dell’Aprile 2015, il ricorso alla sputacchiera, è immaginabile, in questo caso non è affatto consentito o meglio non è neppure agognato come negli altri vini snocciolati fin qua.]

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[Non ho, meglio, credo non avevamo e non abbiamo dubbi ma è questo il vino della serata. Vibra dolceamaro al palato, una pomiciata impetuosa con morsi e risucchi sulla lingua tra le tue labbra e il vino succulento: femme fatale lunatica e lunare rivestita di salsedine, di tralci, d’acini e foglie di vite. Le Bourg è parcella di un ettaro che accoglie vigne quasi centenarie di cabernet franc.. Il Cabernet Franc della Loira che dai preliminari, le carezze e i baci febbrili passa subito ai fatti strizzandoti e travolgendoti nel suo dominio disinibito di possessione e appagamento dei sensi. Su pasta al pesto rosso mediterraneo della Taverna Pane e Vino a Cortona.]

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  • Mme. François De Montille – Volnay Premier Cru “Les Champans”  1973

[Bevuto alla cieca. Il colore vivo, l’agrume rosso sanguigno, una trama tannica per nulla spenta e l’acidità spiccata facevano pensare ad un sangiovese chiantigiano d’altezza elevata, a un nebbiolo d’alta Langa con i suoi richiami mentolati e screziati di liquirizia, ma avresti difficilmente pensato ad un Pinot Nero di Borgogna con oltre quarant’anni sul groppone. Certo – è questa ormai la prova provata dall’esperienza di bevitore tignoso e smaliziato – ma le terziarizzazioni tendono ad omologare lo spettro olfattivo-gustativo d’ogni buon vino da invecchiamento già dopo qualche decennio, quadrando sempre un po’ il cerchio tra i tre supremi vitigni del caso, ovvero: Sangiovese, Pinot Nero e Nebbiolo. L’Annata ’73 in Borgogna come a Bordeaux è risultata essere particolarmente insulsa, anonima e magra eppure di tutta la batteria assieme al Clos Rougeard ’07 di cui sopra, è proprio questo Volnay il vino che più ha appagato la scia umorale di vuoto vertiginoso e amara inquietudine spalancatasi sotto i nostri piedi dai primi quattro vini sversati tristemente nel crachoir.]6

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[Anche questo alla cieca, ma per una svista sulla scaletta di presentazione è venuto subito dopo il Volnay e il Clos Rougeard per cui non è stato apprezzato nella misura appropriata come avrebbe dovuto essere se fosse stato servito ad esempio subito dopo i primi bianchi derelitti. Ritengo necessario rimarcare quanto riportato in retroetichetta* dalla Madame. È un vero e proprio manifesto d’onestà produttiva intellettuale che ha ormai fatto scuola e di cui riporto a seguire lo stralcio più significativo: “Questo vino, nel corso della sua evoluzione naturale in bottiglia, presenta o presenterà un giorno un deposito nobile e naturale nel fondo. È questo un segno della vita del vino in bottiglia. Voler evitare questo deposito attraverso filtrazioni o altro, vuol dire rimuovere dal vino la sua stessa vita ed una gran parte delle sue intrinseche qualita. *Traduz. mia.]7

  • Domaine Robert Chevillon – Nuits-Saint-Georges “Les Cailles” Premier Cru 1976

[Alla cieca anche questa. Nessun riferimento di sorta. Sfuggente, nullo e acciaccato già al naso. Il Domaine ha una storia che origina dai primi del ‘900 ed è stato per me la prima volta che l’assaggiavo. L’annata ’76 con un’estate molto calda, sembrerebbe essere di quelle eccessivamente tanniche e squilibrate. Vuoi il mantenimento della bottiglia, vuoi la tenuta del tappo ormai tutto rinsecchito – sono pure passati quasi quaranta anni mica era ieri – ma il vino non era più materia viva neppure da poter comprendere di testa, gustare con il cuore, recepire con tutti i sensi, decifrare ad istinto.]IMG_2142

  • Castello Poggio alle Mura Brunello di Montalcino 1964

[Prima che venisse fagocitato dall’ingombrante mastodonte enologico Banfi. Il vino come se non addirittura peggio che nel precedente Nuits-Saint-Georges, si presentava nel calice come cosa piatta, materia inerte, sostanza ormai morta, alga marina prosciugata sulla riva. Resta solo l’amaro di mandorle stantie in bocca e al naso persiste quel tipico sentore pungente di stracci intrisi d’acqua stagna sovrapposto all’aroma acre di cartoni impregnati dalle muffe di grotta. Nient’altro da aggiungere a parte che – discorso valido per tutti i vini più vecchiotti e ragionamento lucido riportato da Madame Leroy nella medesima etichetta di poco fa – mi piacerebbe riassaggiarlo da una bottiglia mantenuta immobile per oltre mezzo secolo nella stessa cantina a temperatura costante così da ritrovarsi a stappare magari un sughero meno striminzito e chissà, a bere forse un vino fresco e vivo e non un liquame rattrappito e polverizzato come il tappo che avrebbe dovuto preservarlo.12

A corollario di questa riflessione finale aggiungo pure che non è certo il principio di vanagloria fondamentale e intento ideale di ogni produttore di vino quello di creare una bevanda che perduri decenni o affini per secoli, ma semplicemente quello di imbottigliare dei vini che durino finché ce la fanno a seconda del caso o di variabili scostanti ed incotrollabili per cui – è la dura legge fisica della nascita e della morte – ci si può ritrovare davanti a dei vecchi vini maturati miracolosamente in bottiglia o, come molto più spesso capita, a della scura brodaglia imbevuta d’aceto.]

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Domaine Ramonet Chassagne-Montrachet Pinot Noir 2012

23 Febbraio 2016
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Chassagne-Montrachet rosso di Ramonet. Ecco qui una denominazione che è meglio conosciuta per i bianchi piuttosto che per i rossi.

Anche se è solo un “generico” Chassagne rouge village di Ramonet, quello che apprezzo di più in questo tipo di Pinot Neri è la semplicità sostanziosa del frutto, un tannino cristallino, la leggerezza d’un affinamento in legno assai ben bilanciato, la felice semplicità – che non è la stessa cosa di banalità – di bere una bottiglia anche soli ma arrivare tranquillamente al fondo senza neanche accorgersene. Apprezzo davvero molto vini così nitidi e sobriamente ben fatti che mi lasciano nella memoria dal primo fino all’ultimo sorso e per tutta la durata della boccia, una genuina impressione di bevanda franca che zampilla naturaliter anche se solo grazie alla mano rispettosa dell’Uomo, dalla vite alla cantina al tavolo, quadrando così il cerchio della bontà e della correttezza sia al naso che alla bocca quindi allo spirito. 

Mi piacerebbe ora si provi ad immaginare anche l’abbinamento però. La polenta più deliziosa della mia vita con cime di rapa e scaglie di pecorino sardo preparata con austera eleganza e aristocratico understatement dall’amico Filippo Volpi dunque assieme a lui gustata a cucchiaiate preziose – una più speciale dell’altra – accucciati davanti al tepore confidenziale del camino, il calice rubino dello chassagne 2012 sempre accanto – finché è durato – quasi fosse un talismano di rara gioia corporea e psichica armonia, con l’animo tutto slanciato, socchiuso agli adescamenti di alcune vigorose chiacchiere bioselvatiche (∗Copyright di Filippo Volpi). IMG_6906

  • Farina Integrale di granturco rosso. Formenton Otto file della Garfagnana e Valle del Serchio del Mulino di Piezza che a quanto pare ha chiuso per sempre i battenti proprio perché l’alta qualità delle materie prime, lo scrupolo sulla filiera e la selettività di produzione al giorno d’oggi, purtroppo ahimè, non ripagano l’affitto in questo nostro sempre più becero, malandato e maledetto Bel Paese.

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