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Vivere la vita con coscienza è come guidare la macchina con i freni tirati.

Budd Schulberg, Perché corre Sammy?

 

Un volto nella folla

Volti nella folla nell’inferno di internet

Non serve scomodare Freud per capire che il disagio della nostra civiltà è arrivato alle stelle, ehm alle stalle. Se i social sono in qualche modo lo specchio distorto ma verosimile di cosa siamo diventati e del mondo in cui viviamo, è piuttosto evidente che siamo agli sgoccioli, tanto del disagio che della civiltà.

Budd Schulberg mitico scrittore di New York, nel 1955 ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale con Fronte del Porto (On the Waterfront) di Elia Kazan. D’accordo, nonostante l’immensità di Brando, Fronte del Porto è un film retorico, un film a tesi con cui regista e sceneggiatore, Kazan e Schulberg, in piena bufera maccartista tentano di giustificare goffamente la loro testimonianza alla HUAC House Committee on Un-American Activities (Commissione per le attività anti-americane), dove denunciano colleghi e collaboratori che finiscono sulla lista nera di Hollywood, costringendoli ad espatriare o alla prigione poiché accusati di tradimento. Ma qui non m’interessa entrare nel merito del collaborazionismo di Schulberg e Kazan che nel 1957 faranno Un volto nella folla, di cui sempre Budd Schulberg è autore del racconto-soggetto e della vigorosa sceneggiatura. Scriverà anche Perché corre Sammy?, una satira corrosiva su Hollywood pubblicata da Sellerio.

SchullbergUn volto nella folla non è semplicemente un durissimo atto d’accusa, un angosciato SOS in pellicola sulle possibilità di fabbricazione del consenso popolare acquisito dai media. L’onnipotenza dei media di trasformare un qualunque volto nella folla in un divo capace di stregare le masse e di manipolare l’opinione pubblica. Con questo film molto polemico per i tempi e ora attuale più che mai, splendidamente fotografato in bianco e nero da Harry Stradling e Gayne Rescher, i due grandi uomini di cinema desideravano illustrare il potere subdolo di radio/televisione, smascherando il falso mito populista della saggezza e bontà della gente comune. L’Academy Award dopo i troppi Oscar a On the Waterfront, ignorò del tutto A face in the crowd, troppo feroce e politicamente scorretto per vincere un Oscar, un film violento che distrugge e fa a pezzi “il sogno Americano” dal suo interno.Marlon Brando

Oggi quel volto nella folla isolato per poco dal film di Kazan si è propagato online in maniera esponenziale per miliardi d’individui attraverso canali youtube, video tiktok, live streaming su facebook e instagram. È totalizzante. È deprimente la supremazia digitale di chiunque su ognuno. Il predominio del singolo anonimo su milioni e milioni di altri anonimi che sgomitano come subumani impazziti per sovrastarsi l’uno sull’altro. La diffusione costruita ad arte di false notizie spacciate per vere così da far abboccare quanti più dementi all’amo. L’opinionismo sguaiato di tutti su tutto. L’aprire bocca a prescindere soprattutto da parte di chi ha più difficoltà anche solo ad articolare monosillabi semmai sappia scrivere il proprio nome. Il “postare” comunque senza il minimo scrupolo di approfondire il tema di cui si sta farneticando anche da parte di gente all’apparenza acculturata. Il commentare sullo scibile, dalla musica dodecafonica alla guida degli incrociatori navali da parte di masse d’analfabeti funzionali che non sanno neppure allacciarsi le scarpe da soli. Io che scrivo queste lamentazioni qualunquistiche ecco, è la rappresentazione dell’inferno sulla terra. L’inferno sono gli altri assieme a me, ad integrazione contemporanea e direi definitiva di Sartre.

Insomma tutto questo e molto altro che taccio per imbarazzo – si mi imbarazzo per loro quindi per me stesso – è la fase finale immagino in questo scempio di civiltà disagiata verso cui appunto siamo prossimi alla fine, speriamo quanto prima.