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Il vino rivelatore. Dal vivo al VI.VI.T. (di Bruno Frisini)

6 maggio 2017
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IMG_5190Il Vino Rivelatore

Ho avuto modo di trattare più volte e diffusamente il tema delle fiere del vino artigianale, dei principi di fondo o della distinzione di vedute nell’intricato “flusso” del naturale in Italia; cfr. in proposito – a chi può interessare – la rubrica vino nelle vene che curo su il pasto nudo.

Le riflessioni di Bruno Frisini che riporto a seguire sono suscitate da un’inquietudine legittima, l’inquietudine cioè di chi consuma il vino né distrattamente né tanto per moda apatica o per frivolo intrattenimento. L’avvicinamento al vino in quanto bene liquido contornato di un’aura quasi sacrale, inficiato ma non troppo dalle dinamiche commerciali e dagl’umori altalenanti del mercato, a detta di Bruno, – e sottoscrivo in pieno – coinvolge una sensibilità, un’attenzione, un’etica di fondo che richiederebbero altrettanta sensibilità, attenzione, onestà intellettuale, robustezza etica anche da parte di chi produce, scambia, tratta, promuove o vende il vino. Una sana costellazione di relazioni umane insomma, tra consumatori, esercenti, promotori, produttori ispirati al miglioramento individuale/collettivo e alla condivisione di un benessere agricolo, politico, sociale nel nome della “molteplicità e della creatività”.

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Allora in un mare in tempesta di storie contrastanti da un produttore all’altro, di propositi più o meno buoni, di strategie del marketing (dove o quando ci sono), di filosofie produttive, di visioni del mondo attraverso la vigna e la campagna, alla fine dei conti forse un pratico e molto saggio principio d’orientamento quasi lombrosiano in questo ginepraio di racconti dispersi è probabilmente custodito negli sguardi eloquenti, nei volti espressivi dei vignaioli incontrati dietro ai banchetti. Proprio quei vignaioli stremati certo ma anche elettrizzati dall’atmosfera caciarona della fiera, in piedi assieme alle bottiglie che a loro volta custodiscono il segreto ancora più rivelatorerivelatore come il Cuore del bellissimo racconto di Edgar Allan Poe – dei loro stessi resoconti a parole e a sguardi, il segreto cioè della terra dove sono messe a dimora le radici delle viti da loro prima allevate in grappoli quindi – anno per anno, vendemmia dopo vendemmia, generazione per generazione – tramutate in vino, il vino rivelatore appunto dell’idea, dell’intenzione, degl’obiettivi coscienti o inconsapevoli di chi quel vino lo fa con le proprie mani.

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Dal vivo al Vi.Vi.T. Volti, parole, radici del vino.

Scrivere per qualcuno o per se stessi? Emozionarsi ed emozionare o autocompiacersi di sterili tecnicismi utili solo a generare diffidenza se non addirittura avversione, soggezione, antipatia?
La risposta sembra essere tanto scontata quanto carica di responsabilità. Scegliere di addentrarsi nei meandri della sensibilità umana non è cosa da poco conto. Appare però indispensabile se si è determinati a raccontare un’esperienza talmente legata alla concretezza da sembrare, nella sua estrema autenticità, paradossalmente onirica, irreale quasi.

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Parlare di Vi.Vi.T. è parlare di naturalezza, di piccoli gesti spontanei che verrebbe da descrivere come quotidiani ma che di quotidiano hanno ben poco se si ha come riferimento un mondo enoico deturpato della propria bellezza, ormai privato dei suoi ritmi più veri, tremendamente legato a obblighi commerciali, in cui la propria essenza, il suo germe vitale più puro, viene confinato ad eccezione.

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Cosciente di tutto ciò, non faccio quindi fatica a immaginare il Vi.Vi.T. come ottimo motivo per garantirmi almeno una presenza al Vinitaly 2017.
Arrivato in fiera, gl’occhi e l’attenzione vengono da subito accolti dal solito impietoso carosello liturgico che, fatte le dovute eccezioni, si rivela essere, senza troppi indugi, quel meccanismo servile e mercantile che certamente non trova spazio tra le prime cose che catturano la mia curiosità.IMG_5179

Considerato il poco tempo a disposizione, mi dirigo spedito verso il padiglione 8, ameno luogo di confino di ciò che resta della gran parte della viticoltura italiana più genuina. Provo, nel frattempo, a immaginare un nobile intento, un ideale comune che leghi tutti coloro che coraggiosamente scelgono, ogni giorno, strade così impervie. Non lo nego, l’impresa è ardua, tanto da sembrare impossibile. Se da subito il compito può prospettarsi come facile, immediato, di rapida intuizione, la mente, non accontentandosi di assorbire semplici retoriche di facciata, decide di andare più a fondo, ascoltando le voci, osservando i volti.IMG_5184Il Vi.Vi.T. si presenta come un evento organizzato in collaborazione con l’associazione Vi.Te (Vignaioli e Territori), all’interno del ben più imponente Vinitaly, con l’obbiettivo implicito (?) di scardinare quei meccanismi forse eccessivamente asettici che muovono per l’appunto la fiera che lo ospita.

FullSizeRender copy 6Leggo che il proposito di fondo del Vi.Vi.T è quello di: “raccogliere gli impulsi e le idee di tutto il movimento vino al fine di aggregare, far crescere e condividere il movimento stesso. (…) trasmettere una visione dell’operato agricolo legata alla molteplicità e alla creatività (…) accompagnare una vigna e custodire il proprio vino.”
Parole senza alcun dubbio romantiche che aprono a una visione della viticoltura apparentemente unita verso un fine comune: il vino naturale, perseguito con il medesimo mezzo delle pratiche agricole sane, equilibrate e sostenibili (anche se ormai resta ben poco da sostenere, bisognerebbe bensì rifondare, ma questa è tutta un’altra storia).

IMG_5177A questo punto, mentre sono completamente immerso tra le mie elucubrazioni da  bevitore indipendente nevrotico, comincio ad alzare lo sguardo e mi accorgo che quel padiglione, teoricamente sinonimo di comunione d’intenti e di visioni, appare come un enorme sillabario: Vi Vi TF.I.V.I., VINITALYBIO… per non parlare di ciò che orbita attorno alla Fiera principale di Verona ovvero ViniVeri a Cerea, VinNatur a Villa Favorita. Una moltitudine di anime belle e di esperienze in lotta per la sopravvivenza contro l’annullamento, l’omologazione e la sterilizzazione organizzata, imposta da una lobby spietata sempre più d’impronta industriale che ha come obiettivo quello di dividere senza pietà, di creare contrasti, fratture e attriti per garantirsi il monopolio del mercato nazionale e internazionale.

IMG_5178La domanda è d’obbligo: “Perché continuare a giocare su meri numeri e su questioni politiche se, come detto in precedenza, le priorità sono altre?”
È proprio da qui che vien fuori la tremenda difficoltà nel cercare e trovare un seppur sottilissimo filo che possa accomunare così tante piccole fazioni che dovrebbero e potrebbero accontentarsi di professare lo stesso credo.
Allora che fare? Possibile non ci sia altra scelta se non quella di basarsi su freddi enunciati e più o meno condivisibili manifesti?
Penso e ripenso, la giornata scorre via velocemente ma ancora non riesco a darmi delle risposte che abbiano un senso compiuto. Mi dedico ai vini con accuratezza ma sento che non basta. Parlo con gli amici, parlo con i produttori. Parlo con gli amici-produttori e non ottengo altro risultato se non quello di appurare la bontà di molti loro progetti, scanditi da un’emozione ben visibile che i loro volti lasciano trasparire senza alcun filtro.

IMG_5180Mi fermo, rifletto pochi attimi. Ho tutto ciò che mi serve. Eureka!
È il loro VOLTO, certo, era già lì da subito sotto i miei occhi, la chiave di tutto l’indefinito e indefinibile caos.
Speranze, sogni, umanità, racchiusi in uno sguardo, in un’espressione.
Il vino naturale è si, senza ombra di dubbio, un prodotto agricolo, frutto di un duro lavoro in vigna, coronato poi in cantina, ma prima d’ogni altra cosa è vita, sentimento, vivacità, emozione, che di certo si fa fatica a mettere per iscritto. Il VOLTO delle persone è l’unico strumento autentico di discernimento in una dimensione altrimenti incodificabile. Ognuno con i suoi modi, ognuno con i suoi tempi, ognuno nel proprio mondo, ognuno legato a radici profonde del proprio essere, della propria terra, del proprio vino.

IMG_5181Perché allora pensare di poter stipulare un patto universale che riesca a tener conto di tutte le esigenze? Perché voler appiattire tutto con leggi facilmente riproducibili che portano il consumatore ad accontentarsi della favoletta raccontatagli su quanto tutto ciò sia buono, giusto, pulito? Quando invece bisognerebbe stimolare in quanta più gente, la curiosità e la voglia di una conoscenza autentica di ciò che ci circonda, delle persone che ci sono dietro un’etichetta che, per quanto bella ed affascinante, non riuscirà mai a raccontare e riprodurre quello che uno sguardo trasmette in pochi attimi.
Il vino in quanto naturale dovrebbe avere il compito di rendere l’approccio ad esso semplice, elementare, perché è solo attraverso la semplicità stessa che un vino naturale sarà leggibile e identificabile.IMG_5182Soddisfatto a metà, dopo aver finalmente incanalato un flusso di pensieri che stava per diventare insostenibile, tanto era intricato, confuso, mi dirigo verso l’uscita, buttando un ultimo sguardo verso coloro – gl’artigiani del vino – che avevano scandito la mia giornata assieme al mio umore: sembrava una galleria di specchi.

Quanti volti così simili nella loro diversità.

Bruno Frisini

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Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

30 marzo 2017
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1Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

Domaine Ganevat Côtes du Jura 2005 Vin Jaune “Sous la Roche”

C’è ben poco da fare, il vino, anzi il vino con la v di vita, è un fatto piuttosto raro ma lo riconosci quasi subito all’orecchio, già quando sgorga dal collo della bottiglia, da come risuona tintinnando nel calice cioè.

È un abbaglio agl’occhi. Ustiona lo sguardo proprio mentre straripa attorno a sé una lucentezza d’alba scandinava. Anche fosse più freddo di quanto dovrebbe, sprigiona una fragranza di miele che avvampa le narici, ravvivando le labbra rinsecchite. Il vino, il vino impetuoso, questo vino equiparabile alla vita ti si schiude allora alla bocca come l’uovo d’un uccellino raro appena nato e man mano che scivola sulla lingua, s’aggrappa in gola, boccheggia, trema al palato. Proverà infine a dispiegare le ali finché impara subito nel giro di qualche sorso a volare e tu voli con lui. Esattamente tu, che lo sorseggi cauto per non fargli male – sfidando l’oppressiva legge di gravità che opprime tutti i tuoi simili – quando pian piano, in uno slancio vitale dello scheletro incarnato, staccherai l’ombra da terra e, tuffandoti verso l’alto, non sbufferai via anche tu con lui. Volerai via lieve. Volteggerai in cielo assieme a questo vino-uccellino raro sanguinante di vita, la vita stessa che trabocca a fiotti d’oro purissimo, sparsa nell’aria sotto forma di piumaggio odoroso al vin jaune.3Con Jean-François Ganevat che conduce 8,5 h. di vigneti in biodinamica nei pressi del borgo di La Combe a sud di Los-le-Saulnier, siamo ormai alla XVIII generazione di vigneron che coltivano fin dalla metà del ‘600 le vigne del Domaine di famiglia. Sono vitigni tipici del Jura (o dello Jura?) quelli prodotti da Ganevat in parcellizzazioni infinitesimali – 20 cuvée su 6 ettari – micro-vinificazioni maniacali singole anche meno di una sola botte: Poulsard, Savagnin, Trousseau, Pinot Noir, Chardonnay e soprattutto uve dimenticate quali Enfariné, Petit e Gros Béclan, Gueuche, Mésy, Corbeau, Portugais Bleu, Argant, Seyve-Villard… queste le varietà d’uva coltivata, molte delle quali confluiscono nei Vin de FranceJ’en Veux” che prevedono un ardito uvaggio di ben 18 vitigni fra uve a bacca bianca e rossa. Anche la composizione del terreno come quella dei vitigni, è complessa, differenziata: marne rosse e blu, suoli a base calcarea o argillosa. Il clima del (dello?) Jura è semi-continentale con notevoli escursioni termiche. Il Savagnin blanc è chiamato anche naturé è un antico vitigno della famiglia dei Traminer (sono più rari ma esiste anche una versione rosa e una verde). Dal Savagnin, spremuto e custodito dalla mano dell’uomo, abbiamo quindi quel miracolo tra cielo e terra che è il Vin jaune o Vin de garde definito così per la sua incredibile resistenza alla prova del tempo. Il Vin jaune è un vino, il vino ossidativo (sous voile) per eccellenza così come certi Vin de fleur prodotti in Alsazia, in Borgogna, a Gaillac o in Sardegna o come certi Xérès, Madeira, Marsala, Sherry.

2Questo Savagnin di Ganevat nello specifico Vin Jaune, da un suolo a base di marne blu, affina per oltre 8 anni in botti scolme (sans ouillage), protetto dal suo potente eppur fragilissimo velo (voile) naturale di lieviti aerobici (saccharomyches cerevisiae), lieviti scoperti e studiati la prima volta dal leggendario Louis Pasteur che ha trascorso una parte fondamentale della sua vita proprio ad Arbois ad approfondire microrganismi e mosti, la trasformazione dei lieviti e il processo misterioso delle fermentazioni. I saccharomyces si nutrono d’ossigeno tramutando una parte di alcol in etanale o acetaldeide. Sono centinaia i composti volatili ma la molecola che dona quel gusto giallo ambrato al vino è il sotolone responsabile principale di quel sapore dai timbri di frutta candita; un gusto deciso, dissetante, amarognolo e speziato di frutta secca, curry, zafferano, noci, mandorle tostate. Equilibrio pericoloso sull’orlo dell’ossidazione e della fragranza che regala vini – al loro stato di grazia – di suprema freschezza, di beva succulenta, vini introspettivi che risuonano accordi abissali, riesumano memorie rupestri d’uve lasciate fermentare al buio delle caverne.IMG_3193Aggiungerei che l’abbinamento su una variegata scelta di olive itrane verdi (le bianche) e nere coltivate da produttori locali selezionati con cura, è stato più che centrato. Lasciarsi scivolare da una parte all’altra della bocca i noccioli delle olive, estrarre fino al midollo la sensazione di terra dagl’ossicini richiamava perfettamente alla salivazione il retrogusto agrodolce di salamoia, di buccia d’arancia candida, di mentuccia spontanea, rosmarino, asparagi delvatici e macchia mediterranea. L’essenza delle olive disciolte in bocca ricordava insomma quell’inconfondibile sapore alcalino fermentato dell’umeboshi giapponese, rilasciando una sapidità polposa immersa in gola dalle irradiazioni solari del vin jaune di Ganevat, vino con 11 anni sulle spalle ma, molto probabilmente, con altri 60 anni e oltre davanti a sé.

Esclusi imprevisti di percorso, alla fine della sua evoluzione in botte per quasi un decennio, il Vin jaune, quel che ne resta, sarà solamente due terzi del volume iniziale. La tipica bottiglia del Vin jaune detta clavelin corrisponde a 62 cl ovvero il volume equivalente di quel che rimane in proporzione a 1 lt di vino bianco di partenza, dopo cioè aver affrontato un lungo e travagliato affinamento nelle botti sans ouillage.

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[Note a margine]

  • Il vino, se siete in zona, si può, si deve bere come ho fatto anche’io, a Il Pozzo dell’Artista di Itri (LT) dal vivace Bruno Frisini che gestisce questa cantinetta di paese con estrema abilità, brama di conoscenza e cognizioni di causa. Bruno, con la giusta misura d’ostinazione e risolutezza, sta costruendo, sta selezionando negli anni un’offerta significativa di vini artigianali in orgogliosa controtendenza rispetto alle abitudini omologate, ai gusti oziosi d’una provincia profondamente addormentata. Il lavoro di ricerca, di stimolante curiosità e scoperta intrapreso da Bruno è una vera e propria sfida aperta lanciata verso lo sterile provincialismo enogastonomico basso-laziale che denuncia un brutto vizio di forma, uno status vivendi cioè condiviso da molti purtroppo, rilevando un contesto sociale radicato sull’altezzosa sciatteria, sul pressapochismo e tanta superficialità. Un atteggiamento troppo comune rigonfio della propria vuota supponenza che rappresenta difatti lo stile – il non-stile – di vita imperante su tutto il nostro litorale dal Garigliano alla pianura pontina e oltre, con rare eccezioni (penso ad Andrea Luciani del Mudejar di Sperlonga, a Simone Nardoni di Essenza a Pontina ad esempio). L’intelligente carta dei vini in fieri del Pozzo dell’Artista mette in discussione, contrasta a fatti e non a parole quindi, un vivi e lascia vivere strapaesano sempre più inaridito nella propria autoreferenziale, tracotante, narcolettica neghittosità. Un virtuoso esempio da seguire insomma quello di Bruno, per tutti i giovani enotecari, ristoratori, baristi, operatori del settore alimentare, agenti di commercio del vino affossati ma resistenti nelle paludi antropologiche dell’amato-odiato Basso Lazio.
  • I vini di Jean-François Ganevat sono importati in Italia da Les Caves de Pyrene (qui nel link il catalogo) che definiscono Ganevat un terroirista proprio in virtù della sua passione sfegatata per le micro-vinificazioni anche su partite d’uva di 60 litri soltanto!

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