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Bordeaux

Un memorabile 1965 Fattoria Selvapiana Chianti Rùfina

20 novembre 2021
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IMG_5959Un memorabile 1965 Fattoria Selvapiana Chianti Rùfina

La mitizzazione delle vecchie annate è un topos piuttosto diffuso nell’immaginario tra il cafoncello e il raffinato di chi beve vino. Molto spesso le opinioni al riguardo zampillano più per sbruffoneria, superficialità di giudizio o presunzione. Il più delle volte ahimè un vino vecchio non è detto che sia come la gallina utile a farci un buon brodo.

Quando si stappano vini di trenta, quaranta, cinquant’anni in genere si tende a idealizzare ad ogni costo quella medesima bottiglia pure se il contenuto è ormai sprofondato inesorabilmente su plaghe monocordi di aromi terziari, fanghiglia di palude e ossidazione senza speranza. L’evoluzione di un vino può rispecchiare la complessità delle cose viventi che maturano per poi cedere il passo alla decadenza dunque alla decomposizione. 

Tuttavia ho notato che di norma tanti giratori di bicchieri vanagloriosi o presuntuosi degustatori della domenica si ostinano a radiografare vini trapassati dalla maturità alla morte biologica elogiandone la stoffa con descrittori pirotecnici assai ridicoli infatti a me fanno l’effetto penoso di chi tenta la respirazione bocca bocca su un cadavere in avanzato stato di putrefazione.

Nel giro di un paio di giorni ho assaggiato questi due vini: 

Château Cheval-Blanc 1967 Magnum di négoce:

<<Expédié en barriques par Horeau Beylot, négociant à Libourne [Carl Permins Vinhandel].>>

Alla cieca sembrava un uvaggio bordolese toscano primi anni 90, che poi, paradossalmente, è quello che tanti Supertuscan della minchia hanno cercato e cercano ancora adesso, del tutto invano, di scimmiottare.IMG_5787

1965 Fattoria Selvapiana Chianti Rùfina (Toscanello d’Oro ’70 primo premio)

Dopo che è stato cinquantasei anni rinchiuso in bottiglia, trovarsi un Sanguovese con un rubino ancora così cristallino e vivace è qualcosa che fa gridare al miracolo. Qualcosa cioè che mi fa ricredere su quello che ho appena affermato sull’invecchiamento dei vini e la loro esaltazione esagerata da conati di autocelebrazione e megalomania. Il tappo ancora incredibilmente solido ha preservato un vino chiantigiano prodigioso per brillantezza e integrità del frutto – anguria, melograno, arancia amara – svelando un tensione acida degna di nota assieme a una fibra vibrante del sorso che richiama la bevuta. Una bevuta allo stesso tempo sia profonda che leggera, intonata su timbri di freschezza e fluidità altro che decomposizione organica e paludose sabbie mobili fin troppo tipiche per tanti vini invecchiati male pure se tenuti in cantina con tutti i crismi!IMG_5976

Dal sito di Selvapiana leggo queste notazioni assai curiose del passaggio dalla mezzadria all’agricoltura moderna che fanno riflettere sulla viticoltura del passato rispetto a quella di oggi:

Gli anni 50 e 60.

Erano ancora gli anni della mezzadria, le viti, alcune franche di piede, coltivate a filari con tutori vivi erano molto vecchie. La vendemmia iniziava sempre dopo il 10 ottobre; Le uve venivano vinificate in tini aperti di castagno e vasche di cemento. I vini erano invecchiati per cinque-sei anni in botti vecchie di castagno.

Anni 70.

La fine della mezzadria impone drastici cambiamenti nella conduzione della campagna chiantigiana. Le prime vigne specializzate, la scoperta della chimica, sia per concimare che per difendere il raccolto e una profonda crisi della campagna coincidono anche con alcune vendemmie difficili.IMG_5977

Vecchie o nuove maschere e la ragione del più forte

17 maggio 2019
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Per conoscere bene le cose bisogna conoscerne i dettagli; ma dato che questi sono quasi sterminati, le nostre conoscenze sono sempre superficiali e imperfette. 

François de La Rochefoucauldworld-oldest-masks-israel-neolithic_11

Vecchie o nuove maschere e la ragione del più forte

Aria di cambiamento a Bordeaux? Il messaggio è squillante e chiaro. Château d’Yquem – stando alle dichiarazioni di Arnault – passerà pian pano da un regime biologico alla pratica biodinamica. Sempre lo stesso Arnault, proprietario anche di Cheval Blanc, ha annunciato che potrebbe convertire pure quest’ultima al metodo biodinamico sulla scia di Guiraud a Sauternes, Palmer a Margaux e Pontet-Canet a Pauillac.

Come se la biodinamica fosse un metodo preconfezionato cui basta aderire, una bacchetta magica che converte d’emblée il suolo morto in suolo vivo così, solo annunciando di farne parte. Quando la biodinamica è invece un’abissale Weltanschauung, cioè una vera e propria concezione del mondo e della vita che non si acquista da un giorno all’altro semplicemente possedendo un cospicuo conto in banca che ci arroga il diritto di partecipare a tutto e toglierci ogni sfizio o desiderio che abbiamo.

Vue-du-Cha¦éteau-660x330Ora, fermandosi solo all’apparenza emotiva, sembra una ragionevole presa di coscienza sulla maggiore sostenibilità ambientale da parte di alcuni intoccabili Châteaux a Bordeaux, quindi la propagazione virtuosa di un messaggio propenso alla sensibilizzazione ecologica. Si auspica perciò una ricerca più centrata alla vitalità del suolo, finanziamenti indirizzati a sperimentazioni di biodinamica applicata e approfondimenti scientifici sempre più orientati alla biodiversità etc. Eppure, ragionando nella stessa ottica finanziaria dei privilegiati produttori della zona, che tendono come è ovvio a riportare tutto in uno schema di razionale profitto bancario, temo una estrema banalizzazione dei saperi millenari che la biodinamica intesa quale visione spirituale del cosmo accoglie in sé. Sospetto quindi un superficiale riduzionismo da predatori aristocratici e di conseguenza la semplificazione ingegneristica di pratiche agricole assai più complesse e strutturali della solenne ma forse fin troppo autocelebrativa conversione alla biodinamica ottenuta su carta pagando certificazioni e compilando diligentemente altre formalità burocratiche di rito.

Sono o non sono i più forti produttori di vini pregiati al mondo quelli a Bordeaux, almeno in termini di ragionevole peso sull’economia mondiale del sistema vino? Figurati quindi se Loro non possono permettersi di incarnare l’ago della bilancia nell’attuale scenario enologico tra una viticoltura Tecnocratica e una viticoltura su scala più Umana. Mask-Nahal-Hemar-IMJ-e1394016811214-1024x640Vedo però sfilare maschere nuove che sostituiscono le vecchie. La vecchia maschera del convenzionale incancrenita di pesticidi; la maschera dell’ipertecnologia abusata in cantina; la maschera del diserbo sparato in vigna a isterilire suoli, piante e radici; la vecchissima maschera dell’enologia interventista; a un certo punto appaiono tutte quali trite maschere proprio perché rischiano evidentemente di essere smascherate. Ecco allora che, all’improvviso, tutte queste maschere logore cominciano ad essere sostituite o sovrapposte dalle nuove maschere: la maschera del biologico; la maschera della biodinamica; la maschera dell’ecologismo formale… e la maschera dell’ipocrisia – vecchia o nuova che sia – diventa più vera del volto stesso che dovrebbe esserci sotto. È quella la maschera arcigna adatta ad ogni circostanza, quella maschera immortale che esprime già al solo sguardo l’adagio altrettanto immortale di Jean De La Fontaine e cioè che la ragione del più forte è sempre la migliore.

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