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Barolo

Vino di Serra vs Vino di Serralunga

26 febbraio 2017
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Giorni fa a un degustazione con un gruppo di stranieri davanti al quesito propostomi da un ragazzo scozzese:

<<Ma se come dici è così difficile, incerto, anti-economico gestire una vigna a causa delle troppe variabili esterne – maltempo, infestanti, gelate, malattie – non sarebbe più logico, più rassicurante fare viticoltura in un ambiente controllato tipo sotto le serre?>>

Tra le molteplici risposte plausibili, la boccia di Barolo del 2012 di Principiano è stata quella che ha convinto meglio l’amico scozzese.

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Questo nebbiolo schietto di Serralunga d’Alba l’ha forse persuaso, spero, che l’uva non si riproduce sempre uguale a se stessa anno per anno come fosse un algoritmo computerizzato ma che proprio in ragione delle mille difficoltà, incertezze e problematiche incontrollabili, grazie alla sanità del suolo, all’assorbimento della luce solare, alla mano dell’uomo in vigna – una mano che imprime più Manualità che Manipolazione, – il vino meno insincero è sempre la rivelazione d’una specifica annata in condizioni ambientali determinate e niente affatto meccanicamente riproducibili in ambienti artificiali.17352572_1939658939595663_7177163419637010090_n

Paesi Tuoi. Riflessioni a latere dell’Acquisizione Vietti Con Lettera Aperta di Craig Perman

23 luglio 2016
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“Su dieci persone che parlano di noi, nove ne dicono male, e spesso la sola persona che ne dice bene lo dice male.” Conte di Rivarol

All’indomani dall’acquisizione di Vietti da parte di una società americana Krause Holdings Inc., le polemiche, i pettegolezzi, i cicalecci si sono propagati all’impazzata tra i media e i social che di tutto questo chiacchiericcio superficiale ci campa e fa campare. Come sempre accade in questi casi erano tutti a dir la loro – soprattutto chi ha ben poco da dire, i più accaniti – tanto per dar fiato alle trombe stonate. Ognuno portatore di una sua generica e impersonale visione del mondo, di una sua privata e alquanto inutile verità sviscerata come in un coro da stadio.

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Pier Paolo Pasolini (1977)

 Era tutto un narcisistico fiorire di paladini della purezza, di templari della tradizione, d’apocalittici ma ben integrati promotori della conservazione, di moralistici osteggiatori del cambiamento, d’incorruttibili sostenitori dell’indifferenza al denaro, anche se, ne sono quasi certo, trattasi magari di tutta gentucola grama che si venderebbe anche la nonna al Bingo per un paio di centinaia d’euro di pubblicità o ha già affidato l’anima al diavolo pur di vedere la propria firma apposta su un quotidiano nazionale. Insomma tanti leoni autoreferenziali a parole ma tutti un solo gregge di pecoroni, sia a fatti che nel cuore.

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Gioxe De Micheli (1980)

Allarmismo alle stelle per la vendita agli americani, apprensione non propriamente disinteressata su tutti i fronti per l’innocenza perduta come lasciava presagire fin dal mesto titolo Galloni in un suo pezzo The end of the innocence, manco fosse la lettera colma di risentimenti e delusioni sovraeccitate dell’amante appena scaricato.

Non mi capacito davvero di tutto questo panico ipocrita da millenaristi fuori tempo massimo quando ormai sono anni che abbiamo svenduto il Colosseo ai cinesi e se continua così molto a breve anche Pompei, la Valle dei Templi d’Agrigento, Paestum, le Dolomiti saranno senz’altro messe all’asta al miglior offerente d’Abu Dhabi, di Singapore o di Mosca.leviatano Insomma, qua la vera questione è l’assenza onnipresente – o l’onnipresente assenza – di uno Stato che non garantisce e non tutela alcun tipo di protezione ai suoi stessi abitanti, sudditi sordomuti che esistono o devono far finta di esistere solo in qualità di contribuenti solvibili e nella misura in cui sovvenzionano uno sterminato scatafascio di tasse senza nessunissimo servizio in cambio neppure a buon rendere.
Un burocratico stato canaglia verso i suoi stessi cittadini, smisurato Leviatano a forma di vorace agenzia delle entrate che ti subissa di cavillosi incartamenti mentre incamera, mai sazio, solo contributi, sanzioni, imposte, dazi e canoni “a babbo morto”.

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Mino Maccari (1977)

Questo lo stato italiano che sta sempre più azzerando l’orgoglio d’appartenenza privato, sterilizzando sul nascere la volontà d’impresa nazionale dei suoi migliori soggetti aventi diritto di voto. Uno stato in cui la norma sta sempre più diventando che devi lavorare come un servo della gleba per ripagarti il miracolo che stai appunto lavorando come servo della gleba. È allora in questo inquietante scenario macrosociale, politico ed economico che s’incornicia il quadro (quadro sia pubblico che privato) della vendita di Vietti. Una vendita virtuosa alla fin fine, ponderata in ogni dettaglio. Una giusta e giustificabile vendita al fine di far sempre più e meglio e che rispecchia cioè l’intraprendenza, lo spirito d’iniziativa, la dignità aziendale di una famiglia che per tentare di proteggere quanto più possibile i propri beni privati (vino, lavoro, vigne, terreni, figli, generazioni future), al fine di difendere la qualità di produzione e la produzione della qualità pubblica a livelli sempre più eccelsi e affidabili, ha pensato bene di trovare un investitore esterno sicuramente illuminato e auspicabilmente poco invasivo. Senz’altro una partnership (non nutro alcun dubbio su ciò) meno oscurantista, oppressiva ed invadente dello stesso Stato padre-padrone che ti rema sempre e comunque continuamente contro a prescindere. Questo insidioso Stato italiano ahimè in cui sempre più moriamo fuori e dentro, al suono ogni giorno più bugiardo e avverso di quello che avrebbe invece dovuto essere – almeno sulla carta – un principio fondamentale della costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

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Presento a seguire in rosso la mia traduzione di una lettera aperta di Craig Perman importatore di vini a Chicago dell’omonima Perman Wine Selections. Le parole e i ragionamenti argomentati da Perman mi pare riportino i toni dell’acquisizione dell’azienda vinicola da parte della holding statunitense su un piano molto più empirico e coi piedi ben saldi al suolo perché sono i piedi di un mercante di vino casomai nel frattempo ci fossimo dimenticati che alla fine della fiera il vino è spiritualità e poesia della terra certo, ma senza soldi, senza mercato e senza compra-vendite non si cantano né messe né poemi.

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Qiu Guangping (2014)

Ciao,

Nella storia della Perman Wine Selections, non mi è mai capitato di scrivere una lettera ai miei clienti così come faccio ora.

Gli acquirenti di Perman sanno quanto adoro il Piemonte al nord-ovest dell’Italia.

Sono stato fortunato ad avere la possibilità di viaggiare ampiamente attraverso questa regione ed intrecciare rapporti di lunga durata con alcuni dei suoi migliori viticoltori.

La maggior parte dei miei clienti non avrà bisogno di leggere la seguente e-mail, ma per coloro che seguono da vicino la nostra attività, ho scritto questa lettera per affrontare la recente vendita di una cantina che abbiamo sostenuto per anni e continueremo a sostenere per molti anni a venire: Vietti di Castiglione Falletto nella zona del Barolo.

Questa storia è stata prematuramente fatta trapelare dai media e da allora si sono moltiplicati articoli post di Facebook e chiacchiere varie.

Qui di seguito il mio pensiero.

Grazie a tutti i grandi sostenitori di Vietti,
Craig

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Leonid Sokov (2011)

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A questo punto, la “vendita” di Vietti in Piemonte, la “partnership” o come altro volete chiamarla, è stata discussa fino alla nausea.

Dopo aver letto un sacco di commenti da parte di professionisti del vino, giornalisti, amici, clienti e altri ancora, sono stati messi in risalto alcuni punti che dovrebbero essere discussi ulteriormente in modo da permettere a tutti di comprendere con la propria testa e alla portata di ognuno di noi, i problemi reali emersi.

Così come molti professionisti del vino e consumatori, ho avuto anche io, per oltre 18 anni, l’immenso piacere di conoscere Luca e Elena Currado. Siamo amici. Se sapete qualcosa sulla famiglia Currado sapete che hanno molti amici sparsi in ogni parte del mondo, tutti uniti da una passione comune: il grande vino.

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Robert Cottingham (2003)

Dunque mi ha particolarmente deluso e sono rimasto molto sorpreso davanti ad alcuni dei discorsi e argomenti che sono venuti alla luce riguardo la vendita della cantina. A parole mie ho voluto affrontare alcune di queste osservazioni perché non credo si fondano su fatti reali ma piuttosto su emozioni e cattive usanze personali.

La vita è in continuo movimento e le cose cambiano continuamente. In un anno di campagna elettorale, non c’era un momento migliore per discutere di ciò. Ad ogni campagna presidenziale la gente diventa più emotiva a causa della possibilità di un forte cambiamento che, a parer loro, influenzerà in positivo o in negativo le loro vite. Quello che è importante notare sull’ondata di questa fase emozionale durante una campagna presidenziale è che nei quattro anni in mezzo al ciclo elettorale, le modifiche sono comunque costantemente in corso, la maggior parte delle quali restano inosservate da quasi tutte le persone.

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Janeth Fish (1997)

Io ora non sto qui ad invalidare quelle sensazioni emotive, ma piuttosto voglio sottolineare che le cose cambiano, lo notiamo o no. A volte è solo materiale propagandistico, ma il più delle volte il cambiamento non ottiene attenzione alcuna o nessun risalto di sorta dalla stampa.

Qualsiasi persona che ha viaggiato in Piemonte per anni ha sicuramente notato negli ultimi tempi un cambiamento nel panorama economico della regione. La causa del cambiamento, è la stessa causa che percepiamo in altre regioni vinicole di tutto il mondo. Il vino è popolare!

Il vino non è solo qualcosa che si strozza giù con un pasto, è assurto negli anni a bene di lusso. Ciò non è accaduto in una notte, piuttosto questo cambiamento si è verificato nel corso di più di tre decenni. Con i consumatori disposti e ben felici di spendere dai 40 ai 200 dollari al dettaglio per una singola bottiglia di Barolo era inevitabile che sarebbe avvenuto qualche cambiamento cospicuo nel modo in cui la regione imposta i propri affari.

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Pierflavio Gallina (1996)

Come nelle “Casalinghe di Orange County” – nel chiacchiericcio che ha circondato la vendita di Vietti, molte persone hanno sostenuto che questo tipo di acquisizione significava molto più di un semplice cambiamento ma l’apertura del varco agli investimenti stranieri o peggio ancora, l’imposizione quasi per alcune cantine di vendersi al miglior offerente “straniero”. Ora ci sono almeno due problemi che qui devono essere subito discussi.

In primo luogo, cosa rende uno “straniero” tale? Secondo i costumi sociali di alcune persone, un estraneo è qualcuno che non è nato né cresciuto nella regione. Quanto del posto bisogna essere per venir giudicati abbastanza “locali”? Si può nascere a Torino ed essere uno del luogo, o devi necessariamente essere nato e cresciuto a Castiglione Falletto per essere di quel luogo? Quando Oscar Farinetti e Luca Baffigo acquistarono la storica tenuta Fontanafredda, nel 2008, loro cosa erano locali o stranieri? Vi posso subito dire che erano entrambi dei personaggi molto ricchi e niente affatto dei poveri agricoltori, posso anche dirvi che hanno acquistato direttamente da una banca. L’intero concetto di straniero, estraneo, del posto o locale è il frutto di un mentalità molto ristretta, una mentalità vecchia maniera che nel mondo degli affari sta rapidamente facendo il suo tempo. Vi può certamente piacere o potete odiarla, tutti hanno diritto alle loro opinioni e sentimenti, figuriamoci.

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Gianni Gallo (1989)

La seconda questione che deve essere affrontata è quest’altra: davvero è stata la vendita di Vietti a cominciare il cambiamento? Antonio Galloni in un suo articolo dal titolo drammatico su Vinous “La fine dell’innocenza“, ha sostenuto:

“Chi ti dice che nulla è cambiato sta delirando. Tutto è cambiato. Per sempre. Questa vendita apre la porta per ulteriori acquisizioni che a loro volta faranno salire enormemente i prezzi dei terreni e in ultima analisi porteranno a produrre vini più costosi, il tutto facendo allargare sempre più il divario tra l’artigianale per davvero, le cantine a conduzione familiare e le aziende industriali con possibilità di credito senza fondo. Naturalmente, molta di questa prosperità ritrovata nella regione potrebbe rivelarsi un dato positivo, se correttamente gestito “.

Non c’è stato nessun interruttore della luce acceso all’improvviso come Antonio Galloni ha suggerito, e se lui pensa così, è lui che sta sta farneticando. Otto anni fa Farinetti ha acquistato Fontanafredda e anche Giacomo Borgogno. Forse era quello l’interruttore della luce? Nel febbraio di quest’anno, Ratti, uno dei maggiori e più importanti produttori piemontesi ha firmato un accordo esclusivo di importazione del proprio vino negli Stati Uniti con la Gallo. Ho detto: E. & J. Gallo, una società che ha fondato tutte le proprie fortune sul vino sfuso e che non potrebbe essere azienda più industriale di così neppure se lo volessero..

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Eso Peluzzi (1980)

I cambiamenti in Piemonte non sono semplicemente nuovi ma sono in corso d’opera da almeno vent’anni. La porta proverbiale che Galloni menziona è stata senza dubbio aperta già molti anni fa. I prezzi dei terreni sono aumentati e Vietti ha svolto un ruolo solo marginale in questo passaggio. In realtà gran parte di queste lamentele fatalistiche e implicazioni che vorrebbero Vietti quale innesco di questo processo, non possono essere sostenute fatti alla mano ma sono semplicemente il prodotto dell’ondata emotiva all’indomani dalla vendita.

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Pietro Cascella (1976)

Quando voglio cercare di comprendere il punto di vista di qualcuno che ha fatto una determinata cosa, cerco sempre di mettermi nei suoi panni. Esattamente quello che ho fatto quando ho sentito parlare della vendita di Vietti. Conosco Luca, e so che è assolutamente appassionato, orgoglioso di fare grandi vini nella sua regione.

A ragionare da uomini d’affari, si è costantemente spinti a fare meglio, ad espandersi su quello che già si sta facendo. Far meglio non ha necessariamente nulla a che fare con il diventare più ricchi, ma ha che fare con l’essere soddisfatti di ciò che si sta creando oltre ad assicurare quanto più a lungo possibile la sostenibilità delle vostre attività ed affari.

Così mi metto nei panni di Luca. Ora sono l’enologo/proprietario di Vietti e voglio fare in modo che Perbacco e “Tre Vigne” Barbera rimangano sempre grandi vini mantenendo sempre il loro prezzo di partenza. La prima cosa che dovrò fare sarà allora quella di fissare il prezzo dell’uva. I miei contratti potrebbero essere in arrivo, e so benissimo che, al fine di acquistare o rinunciare a un contratto, il prezzo dell’uva potrà variare di prezzo venendo a costare molto di più .

L’opzione migliore per me dunque è quella di acquistare la vigna. Ho un po ‘di soldi, ma ho anche bisogno di quei soldi da reinvestire per il mantenimento della cantina. So anche che il personale adatto è cosa molto difficile da mantenere, e ho bisogno di pagare un buono stipendio per assicurarmi dei bravi dipendenti.

Bene, cosa faccio? Voglio comprare alcuni vigneti per mantenere intatta questa fonte. Potrei rivolgermi ad una banca anche se so che i prestiti sono più difficili da trovare di questi tempi. Potrei trovare un investitore per la vigna, ma so che i problemi si verificano sempre con gli investitori, e io non voglio finire coinvolto in una battaglia legale, preferisco lavorare ed essere in vigna.

Vedete dove tutto questo ci sta portando?

Quando il suo contratto d’affitto nel famoso Cru di La Morra “Brunate” si è concluso, fatti due conti, Luca ha acquistato il vigneto. C’è stata una guerra di rilanci e offerte, pur non conoscendo il costo esatto a cui è stata venduta la vigna, è stato sicuramente un prezzo sufficiente a fare in modo che il ritorno dell’investimento iniziale non ci sarà se non dopo un bel po’ di tempo. Una generazione, due generazioni, non ne sono sicuro, e questo è solo un vigneto, solo un esempio.

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Claudio Bonichi (1974)

Brunate è un vino raro, un “Grand Cru” di Barolo che la gente è disposta a pagare molti soldi per averlo, ma che dire invece di Perbacco e “Tre Vigne?” Se compro i vigneti per produrre questi vini mantenendo la stessa struttura dei prezzi invariata, potrei non avere mai e poi mai un ritorno sui costi dell’investimento iniziale.

La realtà oggi in Piemonte è che se non possiedi TUTTI i vigneti, o non hai dalla tua durevoli contratti d’affitto dei vigneti, ti troverai ad affrontare una rincorsa agl’investimenti che non sarai in grado di assolvere per intere generazioni.

Nel suo articolo su Vinous, Galloni suggerisce che Vietti avrebbe dovuto prendere la via già intrapresa da alcuni in Borgogna che hanno introdotto gli investimenti dal di fuori esclusivamente per l’acquisto dei vigneti. Trovo essere questo suggerimento del tutto ipocrita e di mentalità ristretta così come il dibattito straniero/locale. Galloni si è staccato da Robert Parker per mettersi in proprio. Essendo un uomo d’affari, proprio come Luca, ha avuto anche lui una visione per il suo futuro, e nessuno è andato a suggerirgli come avrebbe dovuto finanziare questa sua scelta. Non c’è stato alcun battibecco adolescenziale su chi erano i suoi investitori e come questo abbia potuto o no significare un tragico destino per la critica del vino in futuro. La gente ha accolto positivamente questa sua mossa, lo ha sostenuto nella sua visione contribuendo ad incrementare più successo a questo suo nuovo cambio di rotta.

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Valerio Miroglio (1992)

Così, quando è stata annunciata la vendita Vietti, ho saputo subito che Luca e la sua famiglia, essendo i perfezionisti che sono, persone che amano veramente la loro terra e la loro regione, avrebbero fatto quello che doveva essere fatto pur di raggiungere i loro obiettivi e cioè quello di continuare ad essere una delle migliori cantine del Piemonte.

Alla fine, il cambiamento è sempre qualcosa che ci rende emotivi, ispirandoci la discussione..

La gente del vino dovrebbe sempre ricordare che riguardo la nostra professione stiamo vivendo in un’epoca d’oro. Dobbiamo tutto questo ai nostri clienti che hanno essenzialmente creato queste opportunità che esistono per noi. Se le cose non fossero cambiate e il nostro mercato del vino fosse sempre rimasto lo stesso di com’era 30 anni fa, molti di noi farebbero oggi qualcosa di diverso dalla nostra professione. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

Inoltre abbiamo davvero bisogno di pensare con le nostre teste, a parole nostre e discutere a mente aperta quando si tratta di cambiare. Luca, Elena, Mario, Luciana e tutti i membri della famiglia Vietti sono alcune delle persone più belle e generose che abbia mai incontrato. Persone reali. Grandi persone. Mentre alcune persone possono anche pensare che tutto è cambiato, che la tradizione deve essere sempre preferita alla praticità, una cosa che invece so è che la prossima volta che berrò una bottiglia di Vietti, le impronte digitali di queste grandi persone saranno ancora impresse sulla bottiglia, proprio così come è stato per molti anni.

Dobbiamo sostenere le persone buone, persone che favoriscono la qualità alla quantità. Questo è il fondamento della nostra attività nel mondo del vino “di pregio”. La proprietà non ha nulla a che fare con questo valore fondamentale: la qualità e la gente è tutto ciò che conta.

Ora penso di aver proprio bisogno di un bel bicchiere di Barolo. Barolo di Vietti, ovviamente.

[Craig Perman, traduz. gae saccoccio]

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Wayne Thebaud (2004)

Cav. Lorenzo Accomasso – Barolo Riserva Vigneto Rocchette 2006

16 luglio 2016
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Nell’ora in cui la luce cede al buio, il firmamento dei pori sulla pelle riprende a respirare.

Annottando anche il cielo è più schiuso, tridimensionale. Il luccichio d’ogni stella che traspare è la capocchia d’uno spillo mentre punge i sentimenti dei mortali: maschi e femmine a due gambe che altro non siamo, gramigna molesta d’una sola stagione, fumo negl’occhi a un Dio che non c’è e mai c’è stato.
Evviva allora il Barolo Riserva Vigneto Rocchette del Cavalier Accomasso, calore fugace d’una vibrazione che passa e finisce, riflesso lunare sull’addome d’una cicala sospesa alla spiga di grano dentro a un campo lontano.

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Vuoti A Perdere Spazzati Via Nella Raccolta Indifferenziata Dei Ricordi

26 giugno 2016
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vuoti 1E quindi ci si ritrova a mezza vita inoltrata.
Bottiglie stappate, amori sciupati, viaggi insulsi, fornelli incrostati da settimane, piatti e pentole da lavare, letture interrotte, litigi senza motivo o forse troppo motivati, pranzi al volo e cene di lavoro, tuffi in mare, sale d’attesa, sveltine, rampe d’aereoporti, sbronzette allegre, caffè bruciati, pezze al culo, bocconotti all’aria aperta, slinguazzamenti, scopate intense, graffi di possessione, schiaffoni, ululati, pippe reciproche, passeggiate nei parchi, corse in spiaggia.
L’ennesimo trasloco a quarant’anni. Batuffoli di polvere, segatura ammonticchiata dai tarli delle travi al soffitto, peli di culo, schegge molecolari d’epidermide che stratificano sul pavimento assieme al ricamare dei ragni ammutoliti negl’angoli. Libri a scaffali e scatole di legno. Libri letti, libri illeggibili, libri sempre da leggere. Libri su libri su libri ed ancora altri libri. Libri mai scritti e sempre da riscrivere per chi mai li leggerà. Altri libri da non scrivere affatto per chi vorrebbe forse leggerli, bah!vuoti 4
La casa nei boschi vecchia oltre VII secoli e passa è una torretta d’avvistamento solitaria in pietra. Spugna d’umidità e gelo durante l’inverno che andrebbe semplicemente scaldata solo incendiandola a merda e accucciarsi poi su un lato per godere di questo confortevole caldo tutto il tempo di un sonnellino eterno; godere finalmente i benefici del calore finché dura mentre attorno è solo un paesaggio di desolazione, fango, pioggia, ghiaccio e tutta quanta l’indifferenza leopardiana del cosmo.
Vivibilissima in primavera invece, goduria di tutti i sensi. Torrida ma ben ventilata d’estate però è questa torretta: montagne fresche di torrenti e brezze alberate, un lago oltre la vallata, un fondale di campagna serena a perdita d’occhio. Erbacce alte infestanti, una savana che subentra alla pietra antica della torre. Una volontà vegetale di radicarsi ed espropriare. L’intento maligno dell’erba è quello di spaccare usci, terremotare gradini, corrodere fondamenta. L’andazzo è quello d’insediarsi al posto d’uomini, donne, animali e cose se non si prendessero seri provvedimenti col tagliaerba, ma di certo non sono mai stati e mai saranno questi i miei provvedimenti, anzi, direi tutto all’opposto.

La natura in casa, la casa nella natura questo sì.. e senza la consulenza di raffinati paesaggisti di grido ma sempre e solo ispirandosi al principio aureo del grandissimo Masanobu Fukuoka San e alla sua orticoltura meditabonda, alla sua pratica Zen del “non-fare” (La Rivoluzione del Filo di Paglia) per il quale – verità apparentemente paracula, oziosa e di comodo penserà più di qualcuno – l’unica cura è nell’incuria!vuoti 3

Ecco qui dunque, buste nere dell’immondizia alla mano, resto in piedi, disorientato ma risoluto davanti all’accumulo di bottiglie vuote stipate sui mobili per mesi, per anni ad attrarre polvere, microrganismi e cacca di mosche. Granelli d’affetto che sbucciano dagl’oggetti. Scagliette d’istanti-ricordo venute via dal muro del pianto e del sorriso di qualche reminescenza alcolica.

Groppo ruvido d’amaro in gola, me ne sto fermo in piedi, adombrato avanti a questi trofei della vanità vinosa o vinità vanitosa? Simulacri di vetro dell’attaccamento sentimentale, ex contentinori d’un’emozione a breve durata estinta subito dopo averla vissuta anche se solo a metà. Esercito a falange macedone di bottiglie vuote, catalizzatori di relazioni umane, simboli di una compartecipazione pischica/emotiva evaporata per sempre chissà dove e perché. Una bevuta fra amici, una condivisione d’idee folli, astrazioni concrete, ragionamenti interstellari, risate strampalate, progetti astrusi, risoluzioni definitive, chiacchiere roboanti, megalomani propositi mai ottemperati ma-chi-se-ne-frega, strette di mano furibonde, abbracci fraterni, significativi silenzi.

Serate di passione bestiale, morsi d’amore, soffocamenti e compenetrazioni reciproche delle carni, intreccio febbrile delle articolazioni, scambio dei fluidi, effusione degl’apparati genitali, fusione delle menti. Etichette e vetri ormai privi di significato senza più quel liquido umorale-fermentato-sanguigno-alcolico-pungente che le animava. Lapidi funebri ad indicare il nome epigrafico non più in vita d’un vino, uno champagne, un sauternes, un’acquavite, un sake filigranati in sorrisi in gioie in amarezze, aspettative, intuizioni, adorazioni e lamenti che lasciano pure qualche segno al nostro appiccicoso intruglio interiore di macerazioni spaziotemporali, non dico di no. Anche se poi, una volta bevuti, tutti questi vini per quanto eccelsi, preziosissimi e di memorabile annata, il loro destino organico dopotutto non è che il filtraggio renale quindi non è che la prosaica, la iperrealistica fine di venir tramutati in una teporosa pisciazza e via.

  • Krug Collection 1981
  • Dom Perignon Oenoteque 1975 e 1993
  • Salon 1995
  • Billecart-Salmon Grande Cuvée e Brut Blanc de Blancs 1996
  • Soldera Riserva 2001 e 2004
  • La Tâche 2005
  • Meursault Les Gouttes D’Or Leroy Domaine d’Auvenay 2004
  • Château Chalon Macle 1990
  • Chateau Rayas 2008
  • Barolo Conterno Monfortino 1995
  • Dunn Vineyards 1993
  • Bienvenues-Bâtard-Montrachet Carillon 2002

E sono nomi che scintillano al mondo il loro prestigio indiscusso di Casa Madre. Beni materiali di fonte spirituale del lusso esclusivo a buon pro d’una assai privilegiata nicchietta d’uomini-e-donne-puzza-al-naso il più delle volte proprio perché forse sono loro per primi ad esser cacati sotto.

Etichette di bevande sacre, nomi di vini fiammeggianti che poi sono solo la condensa di anni appiccicati in un album di fotografie dei nostri momenti quotidiani migliori o più banali del solito chissà. Fotoricordo di una giornata particolarmente meno anonima rispetto al rituale anonimato delle nostre vite agre umane schiavizzate alla riproducibilità tecnologica fuggi-e-mordi e all’alienazione urbana fotti-e-fuggi. Vite gettate in questa tiepida galassia condominiale solare che non è se non grigia protuberanza nell’universo ignoto che tuttavia è a sua volta ingoiato in qualcos’altro di ancor più incommensurato, siderale, di sempre più universalmente, fottutamente, inconcepibilmente anonimo.

I sacchi neri sono pieni ormai, pesanti d’ognuna di queste  bottiglie sconsolate, sì certo “sconsolate”.. insomma, siamo sempre e solo noi, antropocentrici fin nel midollo, a sconsolare o rallegrare quanto ci circonda, non prendiamoci per culo una buona volta! Sacchi neri pesanti di bottiglie, omaggio al passato cadaverico e all’oblio. Sacchi gonfi di sogni banali, false speranze, impulsi alquanto comuni, ambizioni sbagliate e nuda realtà del nostro crudo vissuto fin qui.

Li trascino con me questi sacchi scuri allora per scaricarli dal groppone, alleggerirmi il cuore già granito di suo. Buttarli giù di sotto proprio come si farebbe in mongolfiera coi sacchetti di sabbia – visione amena da cartone animato anni ’80, gli stessi anni dell’apprendistato alla pubertà – per allontanarsi ancor più da terra e volare in alto lontano da tutto, lontano da tutti questi uomini, donne, cose, animali, affezioni vischiose, sacchi grevi e bottiglie ingurgitate: vuoti a perdere spazzati via nella raccolta indifferenziata dei ricordi. Vuoti 2

Giovanni Canonica Barolo “Paiagallo” 2010

7 gennaio 2016
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Tappo

Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti

Maporcapùtt al TCA di mmèrd.. Giovanni “Gianni” è un devoto artigiano del vino, coltiva il suo ettaro e 1/2 a nebbiolo con venerazione d’asceta. Paiagallo è il nome della vigna da cui tira fuori un Barolo che è semplicemente fenomenale (fenomenico direbbero gl’amici onanisti neokantiani). Tradizione inviolata, no concimazioni né altri prodotti di sintesi, ponderato sul togliere più che sull’aggiungere è l’utilizzo dei solfiti; lieviti indigeni, fermentazioni lunghe a temperature non controllate da poco opportune invasività tecnologiche, affinamento in botte grande. Le bottiglie prodotte sono assai esigue sull’ordine delle “pochemila” e di non così prevedibile reperibilità.. proprio una maledizione del diavolo dei sugheri quindi non aver potuto inebriarmi ancora di questa perla dell’enologia langarola – tra l’altro d’annus mirabilis: 2010 – per colpa del fituso, fitusissimo tricloroanisolo.

Paiagallo 2010

 

Vigna
Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti
Langhe Nebbiolo
Foto per gentile concessione di Alberto Buemi #BevitoriIndipendenti

Nos Dos Sisto NA12 Nebbiolo

29 dicembre 2015
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Nos Dos Carussin

4. La libertà di fare e disfare

Carussin è il nome della cantina, c’è dal 1927 a San Marzano Oliveto (tra Nizza Monferrato e Canelli). Devo ammettere che la prima cioè l’ultima volta ho bevuto questa bottiglia ero un pizzico sospettoso e forse anche un po’ svagatamente impreparato.

Prima “scorrettezza” di questo vino è il tappo a corona; seconda è un Nebbiolo da cui assai spesso in Langa si derivano costosetti, ingessatelli e talvolta alquanto datati pur se fin troppo modernoni: Barolo e Barbaresco; terza è che, nonostante la potenza e il potenziale del vitigno – amichevolmente stappato come una boccia di birra dozzinale – ci ritroviamo fin da subito nel bicchiere un felice vino già schiuso al bere pieno di vigore, ricco in polpa di pesca matura al punto, schietto di corpo e colore molto ben predisposto nella struttura, di piacevolezza sana, buona frutta succosa in odor d’albicocca spaccata in due sul ramo e questo – al di là dei privilegi del terroir – forse anche a ragione delle assennate tecniche/pratiche d’agricoltura atte alla “umana” vinificazione: fermentazioni naturali, non filtrazione, nessuna solforosa aggiunta.

Avevo pensato tre titoli per questa recensione, ma ne ho usato un quarto:
Carussin1. Nobilmente semplice
2. Elogio dell’imperfezione
3. Disarmonia prestabilita

ps.

Suggerisco schiarimenti ulteriori e rimando al sempre ponderato Rizzo Fabiari su Accademia degli Alterati

 

B. Giacosa Barolo 1990

18 novembre 2011
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Come cominciare? Innanzi tutto ci troviamo davanti ad un monumento dell’enologia italiana di un’annata eccezionale “tra le migliori a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale”. Se poi dovessimo scegliere qual è il monumento che meglio rappresenti lo spessore tannico, la solarità, la mediterranea freschezza, il respiro ampio ed il balsamo marino che questo vino contiene in sé ed emana attorno forse è gioco facile configurarcelo sotto forma di architettura spontanea e funzionale germogliata su un’isoletta del Tirreno. A tal proposito citiamo un brano di Cesare Brandi tratto dal suo meraviglioso e struggente Terre d’Italia (Bompiani) che solo una cinquantina d’anni fa osservava con amore di storico dell’arte il territorio della penisola in fase di boom economico ma ancora abbastanza incontaminato e non barbarizzato irrevocabilmente da cementificatori, palazzinari senza scrupoli e scarichi industriali a cielo aperto: “Così le case di Ponza nel loro essere cubico, raramente forate dagli archi o stondate dalle cupolette ribassate, sono come dei gabbiani cubici, manufatti dall’uomo e sistemati sparsi o raggruppati (…) la qualità rara di queste case è la parsimonia, la mancanza di vezzi, di ornamenti, di stucchi. La lindura dei volumi squadrati garantisce un tale felice incontro da far pensare con amarezza che solo la miseria può dare esiti così onesti e cristallini.”

Essenzialmente onesto, cristallino e senza vezzi, ornamenti o stucchi sarà anche questo Barolo Villero di Castiglione Falletto di Giacosa Bruno che vorremmo sempre sorseggiare accovacciati sui ruderi cistercensi del Monastero di Santo Spirito a Zannone all’ombra degl’agavi dei fichi d’India e delle querce castagnare, avvolti dalla fragranza sobria delle ginestre smosse dalla brezza in compagnia d’una famigliola saltellante di mufloni, contemplando il volo dei gabbiani reali e dei falchi pellegrini mentre nel frattempo l’asinella Penelope ignara del mondo e degl’uomini, si strozza tutto il giorno dei fichi acerbi o maturi strappati a morsi dai rami attraverso cui riluce azzurrissimo come ai tempi d’Omero sia il mare che l’Occidente.