La Gioia del Cibo Altrui

5 agosto 2015
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A gentile richiesta di nessuno, traduco un “mangereccio” articolo di Bee Wilson dal New Yorker ben sintonizzato sul cibo e l’atto di goderne con il palato con lo stomaco con gl’occhi… tra letteratura alta/bassa ed esibizionistico, bulimico food-fetish-porn da social media.

hardyment

 

Piaceri letterari a tavola.
Riguardo al cibo, una delle cose più sgarbate si possa fare è osservare qualcuno mentre mangia. Il mangiare attira l’attenzione sul fatto sconveniente che è una pura funzione corporea – e come animali siamo intrappolati dalla nostra fame ma facciamo del nostro meglio per mascherarla con certi civili armamentari quali menù e forchette. Quando qualcuno ci osserva mangiare ci sentiamo esposti. Potremmo anche covare il sospetto che la persona la quale ci sta osservando voglia sottrarci il cibo dal piatto. Il taboo ad ogni modo origina molto indietro nel tempo. Nel 1530 Erasmo da Rotterdam annotava che: “è maleducazione lasciar vagare gl’occhi intorno ad osservare quel che sta mangiando altra gente.” Ancora adesso, con tutti i fruitori di Instagram, troviamo sia troppo invasivo per alcuni osservare troppo da vicino come mastichiamo o inghiottiamo. L’anno scorso ha suscitato indignazione un gruppo su Facebook intitolato “Donne che mangiano in metro”, dove si riportavano fotografie di donne ignare mentre mangiavano sui treni della linea metropolitana di Londra.

Eppure proviamo un grande desiderio nell’osservare gl’altri mangiare. Parte del fascino ovviamente è il fattore food-porn: guardare Anthony Bourdain sbocconcellare un risotto ai frutti di mare a Venezia sul suo programma “No Reservations” ci distoglie dalla pietosa confezione di pad Thai riscaldato sul nostro piatto. Ma sempre più spesso il nostro sguardo è rivolto alla ricerca non soltanto di cibo ma anche di compagnia. Pensate alla moda popolare in Corea del Sud degli “eating broadcasts” che raffigurano delle persone che si divertono a consumare pasti solitari. Questi video ci danno la libertà di guardare a tutto quel che ci piace, senza per questo farci sentire osceni. Ed ora che molti di noi mangiano da soli, guardare anche altri che lo fanno caccia via il pungiglione della solitudine. Jiayang Fan scrivendo sul suo sito proprio di questo fenomeno del mangiare da soli in Cina dove il video di una ragazza che fa un picnic da sola a Shangai è stato visualizzato oltre duecentocinquantamila volte, dice: “A volte un waffle di fragole è tutta la compagnia di cui hai bisogno”.

Ci sono momenti però nei quali guardare non è tutto – quando cioè siamo affamati di sapere da chi mangia quel che sente e pensa nello stesso istante in cui immette nell’esofago il waffle di fragole. Per questo grado di intimità abbiamo bisogno di quei libri dai quali potremmo apprendere ad esempio, che Madame Bovary: “sentì un brivido scorrerle attraverso mentre gustava la freddezza” di uno champagne ghiacciato in bocca. Il nostro desiderio di osservare gl’altri mangiare dall’interno, è gran parte della fascinazione di leggere di cibo in letteratura, così come ci ricorda una splendida nuova collezione pubblicata da Christina Hardyment: “I Piaceri della Tavola: un’Antologia Letteraria”, illustrata da vivide immagini di repertorio prese dalla collezione della British Library. Non è per affatto la prima antologia sul cibo in letteratura e molti dei suoi contributi sono assai triti: lo stufato di manzo di Virginia Woolf da “Gita al Faro”, le madelaines di Proust, eppure la collezione letta nella sua interezza è una rigenerante delizia proprio grazie all’occhio scrupoloso della Hardyment appassionata dei piaceri di molte specie che ci permette di scrutare, inosservati, e prendere parte a molte ed intime colazioni e pranzetti ad hoc.

A volte l’eccitazione di leggere come e cosa mangiano gl’altri proviene da un fremito voyeuristico di vedere come vive l’atra metà del mondo: la foglia d’oro e i tartufi o – come nel caso del banchetto di Trimalcione nel Satyricon di Petronio – il ghiro e il miele. È come guardare al ristorante sontuose portate circolare verso altri tavoli o ficcanasare insistentemente nel frigo o nella busta della spesa di qualcun altro. Ad una delle leggendarie feste di Jay Gatsby così come incluso nell’antologia della Hardyment, possiamo gettare un’occhiata su attraenti “uomini e donne” mentre consumano “prosciutto speziato al forno, ficcato su foglie d’insalata in forme d’Arlecchino” e “bevande così a lungo dimenticate che la maggior parte delle donne presenti erano troppo giovani da riconoscerne una dall’altra”. La Hardyment ci apparecchia una straordinaria sequenza di festini e non proprio tutti così appetitosi. Nell’Accomplisht Cook il libro di cucina più significativo del XVII secolo, Robert May il cuoco monarchico descrive d’aver visto delle signore “saltellare e urlare” davanti ad un pasticcio ripieno di rane vive.

Robert May The Accomplisht Cook

 

Ma allo stesso tempo ci piace contemplare negl’altri quel che consumano specialmente se è simile a quel che anche noi consumiamo. Anni fa durante la mia fase John Grisham ho cercato di puntualizzare con esattezza il perché trovavo così confortanti i suoi molto spesso prevedibili thriller a sfondo legale. La miglior risposta che sono riuscito a darmi era la frequenza con la quale Grisham ci dice che i suoi personaggi principali sorseggiano il caffè. Quando arriva al cibo e alle bevande, quella sua prevedibilità può quasi rincuorare; lo stesso è anche valido circa il leggerne. “Alle cinque di mattina di mercoledì, Jake sorseggiava caffè nel suo ufficio guardando attraverso la portafinestra” scrive Grisham in un passaggio tipico di Il Momento di Uccidere. Per quelli di noi che anche punteggiano la giornata con i caffè, questo dettaglio banale è lusinghiero: Grisham fa sembrare questo “sorseggiare” caffè – nota bene non il deglutire o tracannare – come un determinato preludio all’azione.

O forse ci divertiamo a spiare ed impicciarci dei pasti altrui semplicemente perché mangiare e bere sono attività così intime? Leggere che “Jake sorseggiava caffè” è rispecchiare in noi stessi la gioia privata che sentiamo nel nostro quotidiano tazzone di caffè fatto da French press. Nella collezione della Hardyment è la gioia privata del tè che si verifica più frequentemente (faccio notare che la Hardyment è britannica). Vediamo Agnes, Lady Jekyll, una grande scrittrice di ricette inglese del 1920 assaporare una “fragrante infusione” di tè in una tazza di “sottilissima porcellana cinese”, adagiata su un “sofà imbottito di fascino Asiatico” mentre “un caminetto acceso sfarfalla simpateticmente nel cuore”. Allo stesso modo lo scrittore edoardiano George Gissing ci consente di ritrovarlo nel proprio studio con la sua teiera: “Che conforto nella prima tazza, quale meditato sorso di quello che ne seguirà.”

Il piacere che c’è nel leggere di quello che altri mangiano e bevono è qualcosa tra la soddisfazione di sfamare e quella di essere sfamati. Saliviamo nel condividere i ricordi proustiani di ciliegie e formaggio spalmabile e torta di mandorle che quasi riusciamo a gustare nelle nostre bocche quelle dolci briciole ammandorlate così da sentirci quasi nutriti da esse. Eppoi abbiamo un’urgenza di vedere gl’altri ricevere soddisfazione, specialmente i bambini. Hardyment aveva precedentemente pubblicato libri di letteratura per l’infanzia così che sono particolarmente ben selezionati per l’antologia proprio quei passi dai libri per ragazzi. Ed ecco Edmund abbuffarsi di delizie Turche nei libri della saga di Narnia o Heidi mentre mangia formaggio tostato con suo nonno. C’è anche la scena in Swallows and Amazons di Arthur Ransome, nella quale i bambini fanno una scampagnata sulla “Wild Cat Island“. Ci viene detto che i quattro bambini mangiano una frittata su una padella in comune prima d’addentare: “quattro grosse fette di torta di semi al cumino” e “mele tutt’attorno”. Quest’idea di avere esattamente abbastanza cibo per andare in giro è assai potente. Guardare gl’altri mangiare non è necessariamente un’azione egoista o invidiosa: come un genitore coi propri figli, così vogliamo vedere ogni persona ricevere la sua giusta porzione di pasto.

Dopotutto, guardare altre persone ricevere piacere è una delle universali forme della gioia umana. Il nostro guardare, che di persona può sembrare così sgarbato, può essere alla fin fine uno sguardo di comprensivo coinvolgimento. Proprio così come è doloroso contemplare gl’affamati, è invece confortante contemplarne altri divenire satolli, tanto che non devi neanche anelare a mangiare il cibo in questione. Hardyment include anche una scena di scampagnata dal Circolo Pickwick di Dickens: pane, “zampette di prosciutto”, manzo freddo a fette, pasticcio di vitello, orci in pietra gonfi di birra. Questo non sarebbe una scampagnata ideale per molti di noi ai tempi nostri: troppo grasso animale, indigesto e carente di verdure, eppure possiamo ancora accedere nell’eccitazione di Sam Weller e comprendere la sua acquolina in bocca per il pranzo: “E’ cosa moooolto buona il pasticciotto di viiitello, quando sai che l’ha fatto la signora ed è certo non sia uno sformato di gattini… una moooolto buona nozione di pranzo è questa qua.. eeeggià!”

La descrizione di gente che mangia fornisce qualcosa che nessuna ricetta potrà mai dare: la conclusione. Gran parte della nostra odierna cultura del cibo aiuta a stuzzicarci con pasti presunti. Ci promettono continuamente le: “migliori 10 ricette con la quinoa”, ma la cosa strana è che non ne faremo neppure mai una. La ricetta come forma di prosa – opposta alle linee guida della cucina in pratica – promette molto più di quel che ci può dare. È evidente che il capitolo che la Hardyment dedica alle “ricette letterarie” (il soufflé d’arance di Katherine Mansfield, l’omelette alle ostriche di Alexandre Dumas) non è nulla di così soddisfacente a confronto con quell’altro capitolo intitolato “Piaceri Semplici“, dove leggiamo di varie persone che mangiano modeste delizie quali pane abbrustolito e imburrato. Anche la più grande ricetta è come un mistero senza soluzione: ci sono forniti gl’indizi e la disposizione – gli ingredienti e il metodo – senza l’atteso scioglimento conclusivo. Quel che veramente vorremmo sapere è: com’è andata a finire? Chi l’ha mangiata? e l’hanno apprezzata? Quando M. F. K. Fisher scrive dei cavolfiori cotti nella panna da montare e Gruyere: “Ripulimmo i piatti con le punte di croste di pane croccante bevendoci su del vino” qui la reminiscenza vale più di qualsiasi ennesima e “definitiva” ricetta coi cavolfiori.

Mary Frances Kennedy Fisher

Non è un caso che i romanzi polizieschi finiscono spesso con un pasto. Quando osserviamo qualcuno mangiare, il senso di tensione e di suspense si distende. Hardyment accoglie in una sezione un racconto dalle storie di Sherlock Holmes “The Adventure of the Naval Treaty“. Dopo un diabolico mistero che culmina con Holmes che serve su un vassoio da colazione al suo legittimo proprietario un documento precedentemente rubato, la storia termina con lo stesso detective che si gode lui stesso un meritato pasto. “Sherlock Holmes butto giù una tazza di caffè e diresse l’attenzione al prosciutto con le uova. Poi s’alzò s’accese la pipa e si sdraiò sulla sua poltrona”. La gioia di leggere dei pasti altrui ci mostra che in molti modi, siamo delle creature semplici: solamente dall’esaminare l’atto di mangiare di qualcun altro possiamo sentirci un po’ meglio nutriti anche noi. (Traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

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