Greco di Tufo Pietracupa 2002

4 settembre 2016
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“La violenza del primo manifestarsi dell’oggetto.”

J. Risset “De varietate rerum” in Francis Ponge, Il Partito Preso delle Cose

14192711_1051321574982391_625065633165642003_nA Parigi per la Fiera Maison & Objet e in concomitanza con la settimana del design, il sentimento più invadente è un vortice d’annegamento che sembra travolgerci in una mareggiata depressiva d’oggetti: giocattoli, carte da parati, mobili, tappeti, cineserie senza fine, ornamenti, tessuti, tavoli, piastrelle, stucchi, vasi, padelle, coltelli, paralumi, scrittoi, parquet, renne di cachemire, specchi, lampadari di piume, marmi, graniti…

A ridimensionare i grigi umori prolificati dalla certezza – i fatti sono fatti – che questa furia oceanica di cose e materiali oltre a sommergerci ci sopravviverà, noi nel frattempo ci beviamo su un Greco di Tufo Pietracupa annata 2002, oggetto sublime in forma liquida contenuto in bottiglia ormai quasi irreperibile.

Quattordici anni di vetro e ancora quale scintillante integrità, fragranza fuori dalla norma! Naturalezza delle fibre d’uva che respirano in bocca. Una fluidità di beva, una miccia sulfurea, un fresco salino che si scioglie sulla lingua e scende via trachea fin giù all’esofago. Notevole bianco campano che tiene superbamente banco in bottiglia alla prova dello spazio e del tempo.

Umiltà, concentrazione, poche parole e tanti fatti queste le ascisse e le ordinate che identificano il sistema di riferimento cartesiano Sabino Loffredo: viticoltore positivo e dinamico come pochi. 

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