Dalla merda al vino d’artista. Etichette del vino tra forma e sostanza

6 dicembre 2019
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PUBBLICITÀ Manzotin carne alla casalinga, grosse succose fette adagiate su un letto d'insalata, presentate da una impeccabile massaia. Sulla destra un...

Il momento artistico non sta in fatti edonistici, ma nel portare in luce, ridurre ad immagine, i miti universali precoscienti. L’arte non è un fenomeno descrittivo, ma un procedimento scientifico di fondazione. (…)
Non c’è nulla da dire, c’è solo da essere, c’è solo da vivere.

Piero Manzoni (1957)

Dalla merda al vino d’artista. Etichette del vino tra forma e sostanza

Le scatolette di Piero Manzoni con cui l’artista prendeva le distanze dal papà capitano d’industria, fautore del cibo per uomini-cani, inscatolati sotto il brand Manzotin, auspicavano la fine dei padri-padroni merdoni, se non addirittura la fine dell’arte museificata. Invece, a quanto pare – vedi l’ultima “provocazione” di Cattelan a Art Basel Miami, una banana appiccicata a un muro del valore di 120 mila dollari, intitolata Comedian – la merda d’artista non è bastata affatto a finirla per sempre con l’autorappresentazione idiota e narcisistica dell’Io artistico, anzi va sempre peggio! Basta vedere quella ciarlatana patetica della Abramović con le sue nevrastenie performative assieme a tutte queste supponenti banane degli artisti di merda, speculatori in borsa, falliti culturali, provocatori del Nulla.

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Pensiamo poi a quel coglionazzo à la page di Banksy, un altro milionario eppure un emerito fallito spirituale pure lui, che paraculeggia le stesse masse adoranti e sadomasochiste le quali vogliono essere paraculeggiate, scudisciate a sangue sulla schiena finché non raggiungono l’orgasmo con la spina dorsale spaccata a colpi di mazze ferrate.

Quando la questione della bellezza, dell’arte, della profondità dei significati estetici ed etici in un’opera grafica si trasla sul piano delle etichette del vino, l’argomento si fa quantomeno strisciante. Un’etichetta bruttarella, naif o arraffazzonata è necessariamente il rispeccchiamento del contenuto della bottiglia? Così come un’etichetta d’artista equivale matematicamente a un vino altrettanto artistico? 

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Ecco ad esempio il Fatto coi Piedi Filarole, bianco fatto in casa di Paolo Rusconi da uve malvasia ortrugo e trebbiano in quel di Pianello Val Tidone nel piacentino. Qua siamo davanti a un vino schietto e genuino, un vino ambrato succoso da macerazione sulle bucce. Schietto e genuino esattamente come coloro che lo fanno, Paolo e Barbara. Se poi l’etichetta risulta essere un po’ troppo semplicistica o naif io me ne strafotto! Anche perché in giro è pieno di etichette “pregiatissime” elaborate in studi grafici altolocati, se non addirittura disegnate da “grandi artisti” il cui contenuto – a prescindere dalla lussuose quotazioni Christie’s o Sotheby’s – fa comunque cagare al cazzo.

“La tua scelta è una scelta estetica; ma una scelta estetica non è una scelta. Scegliere è sopratutto una espressione rigorosa ed effettiva dell’etica.”

Søren Aabye Kierkegaard

 

E poi se penso a Paolo Rusconi, il vignaiolo dietro quei piedi primordiali in etichetta, ho come una conferma incarnata del troppo vino in circolazione sugli scaffali del pianeta inondati da bottiglie imprigionate in vesti grafiche tanto illustri e costose quanto palustri, grevi, manieriste. Allora forse un’etichetta rozza, un’immagine grossolana, “fatta coi piedi”, è una risposta incazzata, una reazione politica se vogliamo e non una apatica provocazione artistica da salotto borghese, essendo Paolo un contadino verace, intento a portare in bottiglie dell’uva fermentata sana, sostanziosa, viva.ornellaia-vendemmia-d-artista-special-edition-bolgheri-superiore-tuscany-italy-10461624

lo so benissimo che l’estetica nella vita è tutto. Sono straconvinto che il brutto attorno ci fa brutti pure dentro, ma ci sono vari ambiti e settori come quello del vino, dove i semini vanno gettati piano piano, con enorme dispendio di tempo, energia e fatica. C’è anche l’etica sottesa all’estetica ed è una “entelechia” nello sguardo, nei gesti, nel vino di certi vignaioli. Gesti e sguardo sono elementi che non si manifestano affatto nell’etichetta ma che si sostanziano nel succo contenuto in quel volume geometrico di vetro a forma di bottiglia. La questione grafica ed estetica nel caso specifico resta secondaria. La battaglia contro i mulini a vento della farmaco-enologia e lo status quo dell’ingegneria alimentare si combatte innanzitutto nel contenuto della bottiglia poi successivamente anche nella veste grafica. Oggi come oggi non si tratta affatto perciò di difendere un’etichetta a favore di un’altra per questioni di pudore cosmetico o capricci di superficie, ma si tratta di difendere, mani e piedi, il contenuto alla sua origine d’ingrediente-uva, al di là dell’apparenza pur se ben confezionata dai professionisti dell’estetica a pagamento.78809602_2581005378794346_2428318404000612352_n

Ernesto Neto è l’artista brasiliano che ha “interpretato” l’Essenza di Ornellaia 2014… questi crostoni su vetro ad esempio dai più sono considerati Arte, Estetica, Meraviglia visiva.

Ci sarebbe da bestemmiare in aramaico fino al diluvio universale per quanto un’operazione così pacchiana ferisce gl’occhi, disarma il cuore, devasta il cervello. Eppure Ornellaia d’artista raggiunge prezzi folli per speculatori della minchia tra Singapore, Dubai, Hong Kong, Mosca. Mentre il Fatto coi piedi lo puoi bere e gustare con poco più di 20€. Quando l’estetica è fusa con l’etica e partecipano di una radice comune.

“L’estetica” come disse Brodskij nella sua prolusione alla consegna del premio Nobel “è la madre delletica”. Ora parlando del vino, e torniamo all’esempio del Supertuscan Ornellaia, c’è anche l’Economia che è la madre di quelle due mignottone zozze che sono Finanza e Borsa.

Poi se tendiamo però a farne un algoritmo monocorde e sempre valido: “grafica brutta = vino di merda” allora rischiamo di perderci qualcosa di sostanziale per strada come che ne so, la copertina di merda, le illustrazioni kitsch a un libro fondamentale, che facciamo ci rifiutiamo ottusamente di leggerlo perché l’immagine sulla facciata è volgare, non è pertinente al nostro gusto estetico?

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Altro esempio di etichetta d’artista. 

Château Mouton Rothschild, ogni anno patrocina un grande nome che imbastisce l’etichetta per loro. Dalì ad esempio con la 1958 o Pierre Alechinsky con la 1966. 

Eppure – senza entrare nel merito dei costi, ma come si fa a non entrarci? – faccio moltissima fatica a rispecchiare “bellezza” dell’etichetta con “bontà” del contenuto anche perché queste bottiglie sono interfacciate da tutto un mondo infero d’intermediazioni commerciali e smignottamenti speculativi che mi fanno ripensare con angoscia ancora una volta, al rapporto ingenuo Estetica/Etica, alla luce maligna della relazione Economia/Finanza. mouton-1945-sothebys-392x640

Il prezzo medio della 1945, l’anno della Vittoria, si aggira sui 15.000€ stando a Wine Searcher, un prezzo che è determinato dalla percezione del brand di lusso; dal costo dell’artista prestatosi al gioco monetario; dalla rarità sul mercato della storica annata portata a compimento dalle donne secondo lo storytelling leggendario dello Château, visto che gli uomini erano tutti impegnati nella II guerra mondiale; dall’attesa quasi messianica in determinati ceti sociali di beni introvabili e da collezione come appunto certi fine wines. Vini rari, anche se raramente bevuti in sé e per sé senza sovrastrutture. Vini di pregio il cui destino squallido alla fine è quello di prendere polvere o evaporare pian piano nelle cantine di privilegiati parvenus, il più delle volte carichi di denari ma privi di sensibilità, gusto e cultura. Gli stessi di cui si dice, con un folgorante adagio romanesco: “So’ talmente poveri che c’hanno solo i sòrdi!”

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