Catturare lo spirito della natura nel vino artificiale

22 novembre 2019
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Catturare lo spirito della natura nel vino artificiale
Oramai che qualità e tradizione sono diventati “slogan falsità” da ipermercato, “Catturare lo spirito della natura…” nel vino, è un obiettivo di tutti: belli e brutti, sporchi e puliti, buoni e cattivi, convenzionali e vinnaturisti, puzzoni e profummerdini.
Non gliene frega mai niente a nessuno dei filosofi o del pensiero profondo impolverato nelle biblioteche del mondo, eppure, guarda un po’, ci tengono tutti a far sapere di avere una propria “FILOSOFIA” aziendale.
Ricordate Michael Corleone in Vaticano nel Padrino parte III?
<<Ma più in alto salgo, e più il fetore aumenta.>>

75974F7B-75E3-441A-8E56-4E4A2DBFD6B4Visto poi che nel “vino naturale”, non ancora codificato dalla Legge si parla tanto di retroetichette limpide a cui affidare il messaggio ufficiale di trasparenza produttiva, mi chiedo allora: quanta limpidezza, quanta mistificazione, quante supercazzole in grassetto e quanto rispetto del consumatore finale c’è in questa retroetichetta di biscotti industriali all’apparenza legale cioè approvata dalla Legge? Ne scrivevo anche qua, in merito alla dibattuta questione del falso e dell’autentico.
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Il filo rosso che uniforma e lega i partecipanti delle varie associazioni etiche, distribuzioni ed organizzazioni commerciali del vino naturale, è l’autocertificazione o la certificazione bio e biodinamica da parte di enti terzi, con in più per qualcuno il controllo a campione su eventuali pesticidi utilizzati, istituito da un “comitato di saggi” o da un gruppo di controllori che vabbè, andrebbero poi controllati a loro volta, in un circolo vizioso senza fine; tutti ricorderemo senz’altro il platonico: “Chi custodirà i custodi?” (La Repubblica, su l’ubriacezza dei sorveglianti dello Stato), ripreso anche da Giovenale nella sua VI SatiraQuis custodiet ipsos custodes?”

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La cosa che più mi preme rilevare tuttavia, è che se proprio l’autocertificazione è l’anello debole della catena, per cui in molti sollecitano ad una definizione ufficiale, ad una benedetta ratio produttiva “uguale per tutti”, codificata una volta per tutte in retroetichetta, d’altro canto abbiamo già visto nel caso dei vini convenzio… chiamateli come vi pare, dove le certificazioni e la burocratizzazione folle di certi disciplinari e denominazioni ha portato all’immissione sul mercato da decenni ormai di uno tsunami di vini grigi, piatti, frigidi, sempre uguali a se stessi annata dopo annata, omologati da una farmaco-enologia anonima e stomachevole. Con questo però non voglio fiancheggiare atteggiamenti speculativi per cui “una certificazione vale l’altra, anzi meno se ne fanno, meno controlli si subiscono e più libertà si ha di fare – bene o male – quel che cazzo ci pare…” però ci tengo a ribadire, non è che con tutte queste regole, protocolli, registri, certificati e altre pugnette assortite l’enologia ufficiale, dallo scandalo del Metanolo fino ai farinacei agli “agenti lievitanti” di oggi, abbia limitato chissà quanto l’isterilimento dei suoli, le adulterazioni di cantina, le truffe alimentari, le manipolazioni nanotecnologiche – in Australia si sta cominciando già da un po’ -, le magagne biochimiche, gl’inzuccheramenti dei mosti, i taroccamenti vari ed eventuali e… diciamolo senza infingimenti, la produzione di vini seppur “pregiati” – leggi “costosi” – ma di merda!

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Bevitore di vini naturali del IV secolo a. C.

Lui se la sghignazza di brutto davanti all’ennesimo coglione che commenta: “Ma è un vino difettato!”