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IL MIO GOCCIO QUOTIDIANO

Il vino come volontà etica e rappresentazione estetica del mondo

Brunello di Montalcino Case Basse Riserva Soldera 2004

9 marzo 2016
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soldera Riserva 2004Da Emma pizzeria con cucina in via Monte della Farina per festeggiare il compleanno di un carissimo amico responsabilmente Bevitore e Indipendente .

Ogni tanto capita di ritornarci sopra sotto o dentro alla 2004 del Case Basse Riserva di Soldera.

Grandiosa bevuta, picchi insormontabili di toscanezza quella verace, bottiglia dalla luccicanza* smisurata: summa enciclopedica di sangiovesità brunellesca, spremitura mani e piedi dei raggi solari inumiditi alla macchia mediterranea. Caso alquanto raro oltretutto d’un vino inversamente proporzionale alla risaputa – credo risaputa anche da lui – “simpatia affabilità modestia” del produttore il cui nome sventaglia fiero in etichetta. I ragionamenti sul prezzo esoso li rimandiamo ad altra occasione, per il momento basti rilevare un paio di riflessioni contingenti relative al vino e alle genti che lo fanno. In una tina di questa 2004 sarebbe bello annidarsi ed essere nutriti come in una placenta materna; ma poi chi l’ha detto che il vino debba sopravvivere a chi lo fa? È un manufatto elaborato dall’uomo per l’uso dell’uomo no? Bene così dunque!

*The Shining

Soldera Retro

Zeno Zignoli – Monte dei Ragni “Inamphora” 2014 Bianco del Veneto

7 marzo 2016
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Zeno Zignoli è tutt’uno con Monte dei Ragni. 2.5 ettari di vigneto in località Marega (Fumane), zona di Valpolicella di Recioto di Ripasso e d’Amarone che Zeno produce a livelli altissimi di qualità oggettiva e appassimenti naturali alla maniera giusta e tradizionale. Pressature soffici, sapiente uso dei legni per l’affinamento ed esclusione quasi completa dei sistemi di pompaggio meccanico. Rese bassissime in vigna con la tipica sistemazione a pergola delimitata dai muretti a secco, le così dette: “marogne”. Lavorazioni manuali, nessun apporto “chimico” invasivo, dal concime agli antiparassitari. Solo uve sane e vini scrupolosi, non più di 6.000 le bottiglie prodotte. L’annata difficile 2014 a Monte dei Ragni ad esempio l’Amarone non verrà prodotto. Questo Inamphora bianco IGT genera da uve garganega 96 % e malvasia istriana 4 % macerati sulle bucce; non è filtrato, le fermentazioni a cui segue l’affinamento si svolgono quindi entrambe in anfora per almeno 6 mesi. Profumi di frutta candida senza esuberi di sotto-spirito, grana fragrante d’agrume rosso, beva piacevolissima e dissetante che potrebbe richiamare il sentimento di zolle smosse e radici d’un centrifugato di carote di campo (differenza sostanziale con quelle di cella-frigo e di serra); accompagnerebbe alla perfezione un bel cartoccio di moeche fritte a trovarle.. ma ci si accontenta anche d’un mozzico di vaccino fresco tenue a pasta cremosa su pane nero.
Rispetto della terra, sfruttamento equilibrato delle risorse naturali, l’agricoltura in quanto uso e mai quale abuso, ritorno ad una qualità della vita più sana, semplice e genuina, tutto questo è Zeno Zignoli e i vini da lui prodotti a Monte dei Ragni che incarnano pienamente questa sua visione concreta di felicità agreste applicata alla fatica quotidiana del lavoro in campagna.

ps.

Un aperitivo breve ma intenso in compagnia degl’amici nasi scintillanti meneghini Marco e Flavio che mi hanno fatto scoprire questo gran bel posticino sui Navigli in Ripa di Porta Ticinese: Vinoir enoteca di ricerca e officina del gusto che considero fin da subito la mia casa milanese già solo per il sottotitolo appropriato: “Vini Libri Storie“.

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Az. Agricola Valentini Trebbiano e Montepulciano da un Frammento d’Abruzzo alla Totalità dell’Universo

1 marzo 2016
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Davvero complicato in questi tempi così sospetti, esporsi con concetti quali: tradizione, territorio, identità senza cadere automaticamente nella retorica più sinistra se non addirittura suonare banali, ipocriti e fasulli come la carta-moneta contraffatta con cui anche le grandi industrie alimentari – sostenute dal grigio marketing – ripagano il proprio sempre più disattento pubblico in massa cavalcando l’onda emotiva della tipicità o del burocratico posto d’origine protetto. Un meccanismo diabolico questo per cui anche idee più nobili, le giuste pratiche o le buone esperienze affinate nell’arco dei secoli a misura umana e non su massiccia scala industriale, sono però presumibilmente banalizzate da squallidi slogan commerciali, svuotati di significato per essere più o meno oscuramente diffusi grazie alla persuasione pubblicitaria e alle tecniche di propaganda che risciacquano a batteria il cervello o meglio il palato dei consumatori bombardati quotidianamente di false promesse e consumistiche gioie mai mantenute. 1Eppure, non si potrebbe tentare di riassumere appropriatamente ed esprimere a parole il Trebbiano di Valentini se non attingendo a nostra volta da questo becero abuso terminologico. Ora, al riguardo di questa etichetta oramai iconografica, ritroviamo alle sue spalle una varietà d’uva “originaria”, una “vera” famiglia e un grande vino che riassumono in una bottiglia – in ogni singola e singolare bottiglia – la storia passata e la presente di una parte d’Abruzzo che da secoli sostiene una vertiginosa serie di sconfitte vittorie e sacrifici per dominare gli abusi (della e sulla) natura, così come affronta a testa alta tanto le miserie che gli splendori delle stagioni agricole.

tappi

Luoghi, persone, vini e visioni come questi rappresentati da Valentini sono qui per ricordarci come ogni bottiglia sia così orgogliosamente in piedi sotto forma di bellezza non riproducibile e di bontà fermentata, esprimendo a voce bassa tutta la sua unicità artigianale ed autenticità che insospettiscono le produzioni del vino industriale a catena; quei vini e messaggi promozionali cioè fabbricati in serie sull’ordine della quantità standardizzata, vini che sono tutti uguali a se stessi anche se poi alla fine del ciclo giornaliero, del vino medesimo non è rimasto altro che nulla.

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Trebbiano d’Abruzzo 1998: rusticità con classe; stile, purezza e gloria d’un vitigno “autoctono” riconosciuto da molti estimatori in tutto il mondo. Agire locale, pensare globale questo è un altro slogan e luogo comune ripetuto a memoria da molti sciocchi politiccizzati senza incarnarne l’essenziale poetica in filigrana ma che tuttavia credo possa risultare un po’ meno abusivo nel caso specifico appunto dei vini umani, magnificamente umani di Valentini. 4
Darei per acquisito che si sta ragionando qui di una vera perla rara d’azienda agricola italiana dove si produce olio eccelso e anche grano che in parte anima un gran bel progetto di collaborazione assieme al pastificio Verrigni di Roseto. Ammetto ora che sui Montepulciano – e qualcuno ne ho bevuto negli anni – difficilmente ho ritrovato le stesse scosse magnetiche d’emozione che mi suscita il Trebbiano, quella sensazione di brivido sulla spina dorsale che l’intransigente Nabokov attribuiva alla lettura e quale più sicura controverifica al riconoscimento certo di un capolavoro della letteratura. Devo aggiungere che tra l’altro questa bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo Valentini del 2006 non ha certo aiutato a riconsiderare i miei sentimenti dato che il tappo riportava qualche difettuccio d’astringenza e di secchezza riversata poi inesorabilemente nel contenuto della bottiglia in questione.

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My funny Valentini, giocando a parole su lo standard jazz di Rodgers e Hart, questo il nome calzato ad una

farinèserata di qualche mesetto fa tra gli amici Nasi Scintillanti nel quartiere San Lorenzo a Roma da Farinè di Carlo & Francesca cioè la nostra pizzeria del cuore.

I Trebbiani d’Abruzzo in batteria: 1996, 1998, 1999, 2010 e un Montepulciano 1997 in abbinamento su calzone della settimana con insalata di carciofi violetto, pomodori secchi, olive nere e erba cipollina; pizza pastorale patate e cipolle; pizza con purè di patate dolci (latte caldo in infusione nel macis) e pecorino della Sabina.

Alla domanda se “si può?” rispondo che anzi “si deve!” abbinare il vino alla pizza secondo il criterio della fragranza ed elementarità lievitante d’entrambi gl’alimenti: uva e farine.

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Ancora la ’97 di rosso, in verità è l’ennesima riconferma che il Montepulciano – ma ripeto sarebbe da considerare caso per caso, annata per annata, bottiglia per bottiglia – eppure in genere mi regala sempre minori emozioni del trebbiano e in questo caso ad esempio l’ho trovato velato, confuso al naso sfuggente al palato, grosso di grana, corto in persistenza!

1997

Dato per evidente che la ’96 era in forma davvero splendida devo però aggiungere che nonostante la imprecisa tenuta del tappo – o forse chissà, proprio in virtù di questa “imprecisione”? – sta di fatto la bottiglia di ’98 nella sua evoluta e senz’altro non voluta veste ossidaticcia è stata per me la gemma trebbianica più sfaccettata, struggente ed emozionale della preziosa sequenza!

1996

Ci terrei oltretutto a far notare come nell’apertura d’ogni singola boccia la cosa più notevole ovvero incisiva è quanto ci sia d’indeterminazione e di pura casualità che sfugge all’umano controllo. Voglio dire sembra quasi una sorta di serendipity del bevitore che da una bottiglia di trebbiano e tenendo conto delle poliedriche variabili quali: condizioni dell’annata, mantenimento in cantina, tenuta del tappo, lotto d’imbottigliamento, condizioni di bevuta – ti faccia d’improvviso lampeggiare in bocca dirompenti “mineralezze” da Jura o fascinose impressioni da Sardegna col velo.1998La ’99 si manifesta in gran forma, integrità, limpidezza, corpo anzi per i mie personali parametri di ruvidezza e ricerca senza tregua della disarmonia prestabilita direi che risuona in gola addirittura fin troppo perfettina ed impeccabile, l’impeccabilità e la perfezione, ci mancherebbe, fieramente manifatturiera cioè di un vino tanto sincero ed orgoglioso della sua propria artigianalità delle sue struggenti prerogative territoriali proiettate da un angolino d’Abruzzo verso le infinite aperture dell’universo vinicolo in tutta la sua scremata interezza.

1999

Georges Laval Brut Nature Cumières 1er Cru

29 febbraio 2016
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Vincent Laval dice che non ha dato particolarmente ascolto ai consigli del padre riguardo vigne vino e vinificazione: “è un lavoro da morirci di fame”. E difatti nonostante questi “incoraggiamenti” paterni, Vincent da Récoltant Manipulant ha continuato in solitaria a prendersi cura dei 2,5 ettari certificati a biologico fin dal 1971 da cui tira fuori le sue belle buone ma sempre troppo poche 9000 bocce o poco più. Cumières è il nome del paese vicino Épernay sul lato destro della Marne, da cui il nome della zona a Premier Cru: “Cumariot”.

2Questa etichetta in particolare è un assemblage di Chardonnay (50%) Pinot Nero (30%) Pinot Meunier (20% ) che è indicata quale Brut Nature a significare che nessuna aggiunta di zuccheri è stata fatta dopo la sboccatura. Neppure un mese fa ho bevuto un Brut Nature di Laval millésime 2011 cuvée “Les Chênes” un Blanc de Blancs (100% Chardonnay) che esce solo nelle migliori annate di grande maturazione ma mi è sembrato però che forse era, e a ragione, ancora troppo presto, leggermente acerbo il quale merita senz’altro di maturare ancora qualche annetto in vetro dopo averne fatti almeno 4 di anni in bottiglia sui lieviti dopo i 10 mesi di prassi d’affinamento in fûts de chêne cioè in tonneau.

George

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Ogni singolo dettaglio – dal trattamento biologico del vigneto al paziente lavoro in cantina – sembrano combinarsi e corrispondere amorevolmente tra loro per rendere questo prodotto artigianale un’espressione di champagne di profonda autenticità, pulizia, succosità e gusto deciso; significativa poi l’acidità a sostegno del velluto frizzante, fragranze floreali, poppute bolle, sapore leale che testimoniano altrettanto d’un sentimento di preservazione della natura accompagnato a fragili ma continui gesti di consapevolezza agricola. Amo Champagne Georges Laval e questi suoi champagne ricolmi di formosa sostanza!

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Domaine Ramonet Chassagne-Montrachet Pinot Noir 2012

23 febbraio 2016
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Chassagne-Montrachet rosso di Ramonet. Ecco qui una denominazione che è meglio conosciuta per i bianchi piuttosto che per i rossi.

Anche se è solo un “generico” Chassagne rouge village di Ramonet, quello che apprezzo di più in questo tipo di Pinot Neri è la semplicità sostanziosa del frutto, un tannino cristallino, la leggerezza d’un affinamento in legno assai ben bilanciato, la felice semplicità – che non è la stessa cosa di banalità – di bere una bottiglia anche soli ma arrivare tranquillamente al fondo senza neanche accorgersene. Apprezzo davvero molto vini così nitidi e sobriamente ben fatti che mi lasciano nella memoria dal primo fino all’ultimo sorso e per tutta la durata della boccia, una genuina impressione di bevanda franca che zampilla naturaliter anche se solo grazie alla mano rispettosa dell’Uomo, dalla vite alla cantina al tavolo, quadrando così il cerchio della bontà e della correttezza sia al naso che alla bocca quindi allo spirito. 

Mi piacerebbe ora si provi ad immaginare anche l’abbinamento però. La polenta più deliziosa della mia vita con cime di rapa e scaglie di pecorino sardo preparata con austera eleganza e aristocratico understatement dall’amico Filippo Volpi dunque assieme a lui gustata a cucchiaiate preziose – una più speciale dell’altra – accucciati davanti al tepore confidenziale del camino, il calice rubino dello chassagne 2012 sempre accanto – finché è durato – quasi fosse un talismano di rara gioia corporea e psichica armonia, con l’animo tutto slanciato, socchiuso agli adescamenti di alcune vigorose chiacchiere bioselvatiche (∗Copyright di Filippo Volpi). IMG_6906

  • Farina Integrale di granturco rosso. Formenton Otto file della Garfagnana e Valle del Serchio del Mulino di Piezza che a quanto pare ha chiuso per sempre i battenti proprio perché l’alta qualità delle materie prime, lo scrupolo sulla filiera e la selettività di produzione al giorno d’oggi, purtroppo ahimè, non ripagano l’affitto in questo nostro sempre più becero, malandato e maledetto Bel Paese.

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Silvano Follador Prosecco Superiore Brut Dosaggio Zero Metodo Classico 2010

22 febbraio 2016
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È questo di cui si tratta un Prosecco Superiore Brut/Metodo Classico che fa affinamento sui lieviti al termine della seconda fermentazione in bottiglia. Il mio caro amico ‪#‎SilvanoFollador‬ crede fermamente nell’enorme potenziale di rifermentazione in bottiglia e nella sboccatura rispetto al metodo Charmat o al “sur lie” (col fondo) che possono risultare talvolta troppo abboccati se non – salvo rare e mirabolanti versioni – instabili proprio in ragione della presenza dei lieviti sospesi nel liquido. Acidità, pulizia e solari sensazioni salate è questo ciò di cui Silvano va continuamente alla ricerca nei suoi Prosecco e devo ammettere che queste sono tutte caratteristiche ho ritrovato senz’altro anche in questo Dosaggio Zero del millesimo 2010 che m’ha lasciato dritto in bocca fin da subito una sensazione rurale d’agrumi e nespole appena colti dal ramo e subito spremuti nel calice.pane pomodoro

In abbinamento francescano su fetta di pane tostato ai ferri della cucina economica, sia con pomodorini gialli invernali, capperi di Salina e un qualche frammento di pecorino toscano a latte crudo (concepito e stagionato alla maniera sarda), ma anche con broccoletti di campo e ovetto sodo condito da un filino di extra-vergine d’oliva del buon pepe e 3 – giusto tre – goccioline di succo da mezzo limone proveniente dall’hortus conclusus sotto casa di mamma e papà.  IMG_6873

Robert Michel, Cornas “Cuvée des Côteaux” 2006

19 febbraio 2016
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CornasRobert Michel è una vera istituzione vivente quando si tratta di Cornas e dei vini di questo incredibile territorio. In realtà proprio la vendemmia 2006 è stata, ahinoi, anche la sua ultima annata prima di ritirarsi a vita privata, anche se ha continuato ad incoraggiare concretamente mettendo a disposizione del talentuoso amico, il vigneron Guillaume Gilles, tutta la sua esperienza i consigli preziosi e il saper-fare accumulato da una vita di lavoro in vigna e ricerca continua in cantina.

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Robert Michel e Guillaume Gilles: due generazioni, una sola visione [© Armand Borlant]
La Cuvée des Coteaux che si beve qui viene da due parcelle: Les Chaillots e Le Quartier de Renard. Michel fin dal 1975 ha prodotto dei vini severi e senza compromessi, tradizionalmente austeri, longevi per definizione. 5 gl’ettari, raccolta manuale, fermentazione delicata a raspo intero, invecchiamento del vino in “demi-muid” botti grandi di dimensioni anche sui 600 lt. È davvero una disdetta per tutto il mondo – del vino ma non soltanto – che un vigneron di una tale maestria e grazia non faccia più questi suoi irripetibili succhi di gioia. 000

Ad ogni buon conto, quello che ci troviamo ora qui nel calice è proprio un vino patriarcale: potenza e delicatezza ad un tempo; purezza e classe senza necessariamente risultare sofisticati, ecco dunque svelato tutto quello che amo in questo tipo di vini! Sono passati 10 anni eppure sembra imbottigliato giusto ieri quanto ad integrità, vibrazione epidermica e pulizia, finezza di trama e freschezza di polpa davvero imbarazzanti, meglio, da far imbarazzare a morte e seppellire in contumacia una volta e per sempre tanti ma tanti presunti – presuntuosi – produttori di vino a piede libero in circolazione oggi per sagre, anteprime, benvenuti, festicciole a scrocco, manifestazioni, festival, degustazioni, fierette cadaveriche e funeree Fiere della Vinità. Beh, che altro aggiungere? Dioniso crocifisso benedica Robert Michel e la sua bevanda solenne non solo nel presente ma per tutta l’eternità!1812

Metodo Classico 2014 dalle Vigne d’Ornina (Casentino)

13 febbraio 2016
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Azienda Agricola Ornina.

Inverno

Sabrage di spuma e fecce col coltello da pane altroché sciabole! Di un rosa struggente, sostanza cremosa e bolle tante seppur crude, è presto ancora. Ne ha senz’altro un bel po’ di anni davanti a sé, tutto il tempo e lo spazio sopratutto di riposare sui lieviti in cantina prima d’affinarsi per benino, ma già adesso a un primo assaggio l’esperimento sembra assai riuscito e fa presagire una esemplare compiutezza futura.

Evviva Marco Biagioli, evviva il suo metodo classico del Casentino a base delle sue vecchie vigne d’Ornina (Sangiovese Malvasia Trebbiano) della ostica annata 2014!sabragemeetIMG_6457

Autunno

Sempre rimanendo in ambito di sperimentazione curiosa e divertita ma portata avanti con onesta serietà, abbiamo invece qui delle uve Aleatico del Casentino; aleatico del casentinocon queste piante relitto recuperate dal C.R.A. per la viticoltura di Arezzo, Marco ha tirato fuori un vino che relitto non è proprio per niente, anzi! Damigiana da 28 lt la produzione totale e questa è la num. 26 delle 37 bottiglie prodotte!

Appassimenti

L’appassitoio è parola splendida che odora – dolceamara – d’autunno. Parola e luogo che sanno di bucce d’uva che s’aggrinzano, impregnati d’una certa nobiltà delle muffe e peccaminosa santità contadina, spaziotempo più della memoria, solaio riposto di strumenti antichi, angolo d’ammutolita penombra dove dita sapienti intrecciano fili di corda ai frutti dell’estate sfumata via.

Appassitoio

 

Ampeleia 2004 – IGT Costa Toscana

10 febbraio 2016
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Ampeleia

Ampeleia, al di là di questa cantina nel cuore della Maremma c’è una coppia svizzera, gli originari proprietari che acquistarono il podere abbandonato negli anni ’60: Erica e Peter Max Suter. Il forte medioevale di Roccatederighi è proprio lì a due passi che si distende sulle colline metallifere. L’avventura agricola vera e propria Ampeleia così come la conosciamo oggi, nasce però nel 2002 con il contributo carismatico dell’Elisabetta Foradori assieme a Giovanni Podini. Molti dei loro vini portano nomi che richiamano idee ancestrali e concetti profondi ripresi dalla cultura greca antica: Kepos, Empatia, Ampeleia. Ora è fin troppo risaputo che il più grande nemico in Maremma è un eccesso di calore o una troppa esposizione delle viti al sole, da cui potrebbero risultare vini mollicci o sgradite surmaturazioni. Come fanno dunque ad Ampeleia a combattere contro un tale insidioso avversario? L’altitudine! In realtà “tre altitudini” diverse come ci tengono a ricordare Marco Tait, Simona Spinelli e Leonardo Mucci che sono i veri motori mobili ed immobili dietro il magnifico progetto di cui si ragiona! Ampeleia di Sopra è dove troviamo appunto il più dei vigneti tra 450 e 600 metri s.l.m. ed è proprio questa gradazione d’altitudini la ragione principale nello specifico dell’etichetta che qui si sta trattando a fare la sostanziale differenza. Ecco allora la vendemmia 2004 di questo assemblaggio di Cabernet Franc, Sangiovese ed altri quattro vitigni Mediterranei che nonostante i suoi 12 – dodici – anni sul groppone eppure suona così fresco al naso e canta in bocca ancora assai vibrante, ventilato di mentuccia e origano, saporoso, ininterrotto pentagramma di frutti armonici e bilanciata acidità! ampeleia retro

Nella piovigginosa luce di un tardo pomeriggio di febbraio a piazza San Francesco proprio affianco al ciclo leggendario di affreschi della Vera Croce. In bottega – Terra di Piero tanto per esser chiari – dall’oste più brillante del circondario l’amico caro Cristiano Duranti Leggenda vera croce particolareman mano che fuori il temporale s’addensa ci si intrattiene a smangiucchiare tra un sorso e l’altro del suddetto vino maremmano strisce di un prosciuttino casentinese che definire memorabile sarebbe minimizzare banalizzandone la bontà che non merita tanti aggettivi ma solo assaggi hic et nunc su fetta di pane sciocco fragrante.Prosciutto

ps.

A proposito di pentagrammi e di aretinitudine proprio l’oste Cristiano mi ricordava che la vicina Talla nel Casentino ha dato i natali a Guido Monaco, inventore immortale della notazione musicale.

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Brasserie Cantillon – Saint Lamvinus 2014

9 febbraio 2016
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Saint Lamvinus

Birravino o vinobirra? La questione sembrerebbe delle più ombrose. Il fatto è che siamo di fronte ad una (un?) Lambic Belga e a della generica uva Merlot di Bordeaux che macerano assieme affinando in botti di rovere: intruglio bipolare che poi dopo rifermenta pure in bottiglia. Amo da matti la Cantillon, un folgorante campionario di birre acide, devo dire però che nello specifico la Saint-Lamvinus non è tra le mie predilette della lista. La spina dorsale acida è qui sempre eccessivamente squilibrata – andrebbe forse bevuta con più di qualche anno di distanza dall’annata di produzione? -, rilascia difatti alla lingua una ruvidità acre risolvendosi in un riflusso d’asprezze da frutti rossi rimasti per sempre ancora verdi perché acerbi troppo acerbi. Una bevanda così può risultare curiosa a un primo sorso, stramba al secondo, stucchevole al terzo. SupergennarinoA parte questa bizzarria di birra/vino la mia adorazione per Cantillon resta comunque granitica e immutata. L’appaiata migliore con la Gueuze 100 % Lambic Bio ad esempio, rimane senza dubbi un abbinamento insormontabile alla pizza Supergennarino (bufala + pomodorini del Piennolo)
eseguita sempre con spassionato scrupolo dall’amico mastro pizzaiolo Pierluigi Police ‘O Scugnizzo, nel cuore antico d’Arezzo.  

ps. Lambic è parola maschile ma resta tuttavia aperto il gender sessuale del nome come nel caso del syrah o della syrah, il barbera la barbera.

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France Gonzalvez “Escapade” Vin de France Blanc 2015

8 febbraio 2016
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Escapade 2Chardonnay del Beaujolais schietto e assai curioso, grazie ancora Paky per questa chicca sciuè-sciuè della vigneronne France Gonzalvez: un vero poker d’assi poi sul sughetto di pelati e i ravioli ricotta fresca/spinaci del buon pastificio Faini a via dei Latini proprio lì affianco a te al tuo Sorì luogo ameno di sole tramutato in vino e di sorrisi com’è già inscritto nel nome che porta.

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Podere San Donatino Poggio Ai Mori Chianti Classico 2011

6 febbraio 2016
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Podere San Donatino (Castellina in Chianti) acquistato nel 1971 da Léo Ferré il grande poeta e chansonnier francese. A gestire l’azienda c’è ora la moglie Maria Cristina Diaz con i figli. Poggio ai Mori 2Fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, temperature non controllate, macerazioni sulle bucce – circa tre settimane – poi i vini restano sulle fecce fini per diversi mesi. Questo Chianti Classico Poggio ai Mori viene affinato solo in acciaio mentre la Riserva riposa per almeno due anni in vecchie botti di rovere da 30 hl. Sangiovese nudo-e-crudo al 100% da vendemmia manuale. Sangiovese commestibile già alla vista, nutriente fin al naso; trama rustica e sincera, l’abbinamento più raffinato sarebbe con del pane scuro e salame del contadino ma fuor di retorica contadina per carità, cantando da soli – sottovoce per non sembrar matti – “Les Anarchistes” di fronte al tramonto senese tra la luce che stinge il paesaggio, il bicchiere sempre da riempire, il caos dell’universo oltre e al di qua del sole.