Category

GENERI ELEMENTARI

Educazione civica alla cultura del buon mangiare e del bere meglio

Intervistato dai Bambini sul Senso del Vino

27 luglio 2016
Commenti disabilitati su Intervistato dai Bambini sul Senso del Vino

FullSizeRender copy 3Interrogato a tappeto dai bambini sul perché del vino. Alcune delle domande cui sono stato sottoposto dai piccoli Matilde e Archimede. Al fondo della pagina virtuale, abbozzo dei tentativi di risposta in rosso all’interrogatorio dei bimbetti:

• Why kids can’t drink?
• How do you know if the wine is good or not?

Da Beirut a Roma Ostiense, la piccola Matilde e il piccolo Archimede mi sottopongono un questionario di spietata, potente e onesta semplicità.

Interrogativi a bruciapelo, domande crude, concise e complicatissime nella loro spontanea asciuttezza che scatenano questioni talmente elevate, inesauribili possibilità di ragionamento, argomentazioni progressive a perdifiato da suscitare senso di vertigine e mal di stomaco.nypl.digitalcollections.7f3f8190-4515-0133-9a39-00505686d14e.001.qSono domande cristalline che spalancano un mondo di problematiche disarmanti, incertezze senza via d’uscita a cui – tentando anch’io d’esprimere in tutta onestà ma invano il mio sguardo relativista sui quesiti posti – non posso che abborracciare risposte lacunose che risuonano infime alle mie stesse orecchie. Così improvviso spiegazioni generiche. Imbastisco fiacche dimostrazioni di comodo.

drunkSiamo troppo sperduti nel labirinto della vita sociale adulta, sommersa di risposte insensate a domande altrettanto inutili, per restare al passo con la trasparenza infallibile dei bimbi che – ancora fuori dal labirinto della società – ci pongono domande essenziali ed esigono prove efficaci, chiedono risposte decisive e utili così come utile ed efficace fu a Teseo il filo d’Arianna per portare il culo in salvo dal Minotauro.

the-400-blows-15I bambini non possono bere perché l’alcol farebbe male allo sviluppo della loro crescita mentale, emotiva e fisica.

Presumo di capire che un vino è buono e mi piace se innanzitutto conosco:

Chi il vino l’ha fatto (confidenza/conoscenza col produttore);

Come lo ha fatto (cognizione di causa sulle tecniche enologiche e le pratiche vitivinicole);

Dove lo ha fatto (terreni e lavoratori della terra, tradizioni agricole, clima, comunità, economia, cultura locale).

27ed73806d09b8ba3f41d9a928a08243-1
Richard Lithgow

Paesi Tuoi. Riflessioni a latere dell’Acquisizione Vietti Con Lettera Aperta di Craig Perman

23 luglio 2016
Commenti disabilitati su Paesi Tuoi. Riflessioni a latere dell’Acquisizione Vietti Con Lettera Aperta di Craig Perman

“Su dieci persone che parlano di noi, nove ne dicono male, e spesso la sola persona che ne dice bene lo dice male.” Conte di Rivarol

All’indomani dall’acquisizione di Vietti da parte di una società americana Krause Holdings Inc., le polemiche, i pettegolezzi, i cicalecci si sono propagati all’impazzata tra i media e i social che di tutto questo chiacchiericcio superficiale ci campa e fa campare. Come sempre accade in questi casi erano tutti a dir la loro – soprattutto chi ha ben poco da dire, i più accaniti – tanto per dar fiato alle trombe stonate. Ognuno portatore di una sua generica e impersonale visione del mondo, di una sua privata e alquanto inutile verità sviscerata come in un coro da stadio.

04_nebbiolo_pasolini1
Pier Paolo Pasolini (1977)

 Era tutto un narcisistico fiorire di paladini della purezza, di templari della tradizione, d’apocalittici ma ben integrati promotori della conservazione, di moralistici osteggiatori del cambiamento, d’incorruttibili sostenitori dell’indifferenza al denaro, anche se, ne sono quasi certo, trattasi magari di tutta gentucola grama che si venderebbe anche la nonna al Bingo per un paio di centinaia d’euro di pubblicità o ha già affidato l’anima al diavolo pur di vedere la propria firma apposta su un quotidiano nazionale. Insomma tanti leoni autoreferenziali a parole ma tutti un solo gregge di pecoroni, sia a fatti che nel cuore.

06_barbaresco_demicheli
Gioxe De Micheli (1980)

Allarmismo alle stelle per la vendita agli americani, apprensione non propriamente disinteressata su tutti i fronti per l’innocenza perduta come lasciava presagire fin dal mesto titolo Galloni in un suo pezzo The end of the innocence, manco fosse la lettera colma di risentimenti e delusioni sovraeccitate dell’amante appena scaricato.

Non mi capacito davvero di tutto questo panico ipocrita da millenaristi fuori tempo massimo quando ormai sono anni che abbiamo svenduto il Colosseo ai cinesi e se continua così molto a breve anche Pompei, la Valle dei Templi d’Agrigento, Paestum, le Dolomiti saranno senz’altro messe all’asta al miglior offerente d’Abu Dhabi, di Singapore o di Mosca.leviatano Insomma, qua la vera questione è l’assenza onnipresente – o l’onnipresente assenza – di uno Stato che non garantisce e non tutela alcun tipo di protezione ai suoi stessi abitanti, sudditi sordomuti che esistono o devono far finta di esistere solo in qualità di contribuenti solvibili e nella misura in cui sovvenzionano uno sterminato scatafascio di tasse senza nessunissimo servizio in cambio neppure a buon rendere.
Un burocratico stato canaglia verso i suoi stessi cittadini, smisurato Leviatano a forma di vorace agenzia delle entrate che ti subissa di cavillosi incartamenti mentre incamera, mai sazio, solo contributi, sanzioni, imposte, dazi e canoni “a babbo morto”.

03_barolo_maccari1
Mino Maccari (1977)

Questo lo stato italiano che sta sempre più azzerando l’orgoglio d’appartenenza privato, sterilizzando sul nascere la volontà d’impresa nazionale dei suoi migliori soggetti aventi diritto di voto. Uno stato in cui la norma sta sempre più diventando che devi lavorare come un servo della gleba per ripagarti il miracolo che stai appunto lavorando come servo della gleba. È allora in questo inquietante scenario macrosociale, politico ed economico che s’incornicia il quadro (quadro sia pubblico che privato) della vendita di Vietti. Una vendita virtuosa alla fin fine, ponderata in ogni dettaglio. Una giusta e giustificabile vendita al fine di far sempre più e meglio e che rispecchia cioè l’intraprendenza, lo spirito d’iniziativa, la dignità aziendale di una famiglia che per tentare di proteggere quanto più possibile i propri beni privati (vino, lavoro, vigne, terreni, figli, generazioni future), al fine di difendere la qualità di produzione e la produzione della qualità pubblica a livelli sempre più eccelsi e affidabili, ha pensato bene di trovare un investitore esterno sicuramente illuminato e auspicabilmente poco invasivo. Senz’altro una partnership (non nutro alcun dubbio su ciò) meno oscurantista, oppressiva ed invadente dello stesso Stato padre-padrone che ti rema sempre e comunque continuamente contro a prescindere. Questo insidioso Stato italiano ahimè in cui sempre più moriamo fuori e dentro, al suono ogni giorno più bugiardo e avverso di quello che avrebbe invece dovuto essere – almeno sulla carta – un principio fondamentale della costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

W020101009838802320675

Presento a seguire in rosso la mia traduzione di una lettera aperta di Craig Perman importatore di vini a Chicago dell’omonima Perman Wine Selections. Le parole e i ragionamenti argomentati da Perman mi pare riportino i toni dell’acquisizione dell’azienda vinicola da parte della holding statunitense su un piano molto più empirico e coi piedi ben saldi al suolo perché sono i piedi di un mercante di vino casomai nel frattempo ci fossimo dimenticati che alla fine della fiera il vino è spiritualità e poesia della terra certo, ma senza soldi, senza mercato e senza compra-vendite non si cantano né messe né poemi.

16-barolo-riserva-villero-2007
Qiu Guangping (2014)

Ciao,

Nella storia della Perman Wine Selections, non mi è mai capitato di scrivere una lettera ai miei clienti così come faccio ora.

Gli acquirenti di Perman sanno quanto adoro il Piemonte al nord-ovest dell’Italia.

Sono stato fortunato ad avere la possibilità di viaggiare ampiamente attraverso questa regione ed intrecciare rapporti di lunga durata con alcuni dei suoi migliori viticoltori.

La maggior parte dei miei clienti non avrà bisogno di leggere la seguente e-mail, ma per coloro che seguono da vicino la nostra attività, ho scritto questa lettera per affrontare la recente vendita di una cantina che abbiamo sostenuto per anni e continueremo a sostenere per molti anni a venire: Vietti di Castiglione Falletto nella zona del Barolo.

Questa storia è stata prematuramente fatta trapelare dai media e da allora si sono moltiplicati articoli post di Facebook e chiacchiere varie.

Qui di seguito il mio pensiero.

Grazie a tutti i grandi sostenitori di Vietti,
Craig

14_leonid_sokov
Leonid Sokov (2011)

Vietti

===

A questo punto, la “vendita” di Vietti in Piemonte, la “partnership” o come altro volete chiamarla, è stata discussa fino alla nausea.

Dopo aver letto un sacco di commenti da parte di professionisti del vino, giornalisti, amici, clienti e altri ancora, sono stati messi in risalto alcuni punti che dovrebbero essere discussi ulteriormente in modo da permettere a tutti di comprendere con la propria testa e alla portata di ognuno di noi, i problemi reali emersi.

Così come molti professionisti del vino e consumatori, ho avuto anche io, per oltre 18 anni, l’immenso piacere di conoscere Luca e Elena Currado. Siamo amici. Se sapete qualcosa sulla famiglia Currado sapete che hanno molti amici sparsi in ogni parte del mondo, tutti uniti da una passione comune: il grande vino.

11_villero_cottingham
Robert Cottingham (2003)

Dunque mi ha particolarmente deluso e sono rimasto molto sorpreso davanti ad alcuni dei discorsi e argomenti che sono venuti alla luce riguardo la vendita della cantina. A parole mie ho voluto affrontare alcune di queste osservazioni perché non credo si fondano su fatti reali ma piuttosto su emozioni e cattive usanze personali.

La vita è in continuo movimento e le cose cambiano continuamente. In un anno di campagna elettorale, non c’era un momento migliore per discutere di ciò. Ad ogni campagna presidenziale la gente diventa più emotiva a causa della possibilità di un forte cambiamento che, a parer loro, influenzerà in positivo o in negativo le loro vite. Quello che è importante notare sull’ondata di questa fase emozionale durante una campagna presidenziale è che nei quattro anni in mezzo al ciclo elettorale, le modifiche sono comunque costantemente in corso, la maggior parte delle quali restano inosservate da quasi tutte le persone.

10_villero_fish
Janeth Fish (1997)

Io ora non sto qui ad invalidare quelle sensazioni emotive, ma piuttosto voglio sottolineare che le cose cambiano, lo notiamo o no. A volte è solo materiale propagandistico, ma il più delle volte il cambiamento non ottiene attenzione alcuna o nessun risalto di sorta dalla stampa.

Qualsiasi persona che ha viaggiato in Piemonte per anni ha sicuramente notato negli ultimi tempi un cambiamento nel panorama economico della regione. La causa del cambiamento, è la stessa causa che percepiamo in altre regioni vinicole di tutto il mondo. Il vino è popolare!

Il vino non è solo qualcosa che si strozza giù con un pasto, è assurto negli anni a bene di lusso. Ciò non è accaduto in una notte, piuttosto questo cambiamento si è verificato nel corso di più di tre decenni. Con i consumatori disposti e ben felici di spendere dai 40 ai 200 dollari al dettaglio per una singola bottiglia di Barolo era inevitabile che sarebbe avvenuto qualche cambiamento cospicuo nel modo in cui la regione imposta i propri affari.

09_villero_gallina
Pierflavio Gallina (1996)

Come nelle “Casalinghe di Orange County” – nel chiacchiericcio che ha circondato la vendita di Vietti, molte persone hanno sostenuto che questo tipo di acquisizione significava molto più di un semplice cambiamento ma l’apertura del varco agli investimenti stranieri o peggio ancora, l’imposizione quasi per alcune cantine di vendersi al miglior offerente “straniero”. Ora ci sono almeno due problemi che qui devono essere subito discussi.

In primo luogo, cosa rende uno “straniero” tale? Secondo i costumi sociali di alcune persone, un estraneo è qualcuno che non è nato né cresciuto nella regione. Quanto del posto bisogna essere per venir giudicati abbastanza “locali”? Si può nascere a Torino ed essere uno del luogo, o devi necessariamente essere nato e cresciuto a Castiglione Falletto per essere di quel luogo? Quando Oscar Farinetti e Luca Baffigo acquistarono la storica tenuta Fontanafredda, nel 2008, loro cosa erano locali o stranieri? Vi posso subito dire che erano entrambi dei personaggi molto ricchi e niente affatto dei poveri agricoltori, posso anche dirvi che hanno acquistato direttamente da una banca. L’intero concetto di straniero, estraneo, del posto o locale è il frutto di un mentalità molto ristretta, una mentalità vecchia maniera che nel mondo degli affari sta rapidamente facendo il suo tempo. Vi può certamente piacere o potete odiarla, tutti hanno diritto alle loro opinioni e sentimenti, figuriamoci.

07_villero_gallo
Gianni Gallo (1989)

La seconda questione che deve essere affrontata è quest’altra: davvero è stata la vendita di Vietti a cominciare il cambiamento? Antonio Galloni in un suo articolo dal titolo drammatico su Vinous “La fine dell’innocenza“, ha sostenuto:

“Chi ti dice che nulla è cambiato sta delirando. Tutto è cambiato. Per sempre. Questa vendita apre la porta per ulteriori acquisizioni che a loro volta faranno salire enormemente i prezzi dei terreni e in ultima analisi porteranno a produrre vini più costosi, il tutto facendo allargare sempre più il divario tra l’artigianale per davvero, le cantine a conduzione familiare e le aziende industriali con possibilità di credito senza fondo. Naturalmente, molta di questa prosperità ritrovata nella regione potrebbe rivelarsi un dato positivo, se correttamente gestito “.

Non c’è stato nessun interruttore della luce acceso all’improvviso come Antonio Galloni ha suggerito, e se lui pensa così, è lui che sta sta farneticando. Otto anni fa Farinetti ha acquistato Fontanafredda e anche Giacomo Borgogno. Forse era quello l’interruttore della luce? Nel febbraio di quest’anno, Ratti, uno dei maggiori e più importanti produttori piemontesi ha firmato un accordo esclusivo di importazione del proprio vino negli Stati Uniti con la Gallo. Ho detto: E. & J. Gallo, una società che ha fondato tutte le proprie fortune sul vino sfuso e che non potrebbe essere azienda più industriale di così neppure se lo volessero..

05_Barolo_peluzzi
Eso Peluzzi (1980)

I cambiamenti in Piemonte non sono semplicemente nuovi ma sono in corso d’opera da almeno vent’anni. La porta proverbiale che Galloni menziona è stata senza dubbio aperta già molti anni fa. I prezzi dei terreni sono aumentati e Vietti ha svolto un ruolo solo marginale in questo passaggio. In realtà gran parte di queste lamentele fatalistiche e implicazioni che vorrebbero Vietti quale innesco di questo processo, non possono essere sostenute fatti alla mano ma sono semplicemente il prodotto dell’ondata emotiva all’indomani dalla vendita.

02_barolo_cascella1
Pietro Cascella (1976)

Quando voglio cercare di comprendere il punto di vista di qualcuno che ha fatto una determinata cosa, cerco sempre di mettermi nei suoi panni. Esattamente quello che ho fatto quando ho sentito parlare della vendita di Vietti. Conosco Luca, e so che è assolutamente appassionato, orgoglioso di fare grandi vini nella sua regione.

A ragionare da uomini d’affari, si è costantemente spinti a fare meglio, ad espandersi su quello che già si sta facendo. Far meglio non ha necessariamente nulla a che fare con il diventare più ricchi, ma ha che fare con l’essere soddisfatti di ciò che si sta creando oltre ad assicurare quanto più a lungo possibile la sostenibilità delle vostre attività ed affari.

Così mi metto nei panni di Luca. Ora sono l’enologo/proprietario di Vietti e voglio fare in modo che Perbacco e “Tre Vigne” Barbera rimangano sempre grandi vini mantenendo sempre il loro prezzo di partenza. La prima cosa che dovrò fare sarà allora quella di fissare il prezzo dell’uva. I miei contratti potrebbero essere in arrivo, e so benissimo che, al fine di acquistare o rinunciare a un contratto, il prezzo dell’uva potrà variare di prezzo venendo a costare molto di più .

L’opzione migliore per me dunque è quella di acquistare la vigna. Ho un po ‘di soldi, ma ho anche bisogno di quei soldi da reinvestire per il mantenimento della cantina. So anche che il personale adatto è cosa molto difficile da mantenere, e ho bisogno di pagare un buono stipendio per assicurarmi dei bravi dipendenti.

Bene, cosa faccio? Voglio comprare alcuni vigneti per mantenere intatta questa fonte. Potrei rivolgermi ad una banca anche se so che i prestiti sono più difficili da trovare di questi tempi. Potrei trovare un investitore per la vigna, ma so che i problemi si verificano sempre con gli investitori, e io non voglio finire coinvolto in una battaglia legale, preferisco lavorare ed essere in vigna.

Vedete dove tutto questo ci sta portando?

Quando il suo contratto d’affitto nel famoso Cru di La Morra “Brunate” si è concluso, fatti due conti, Luca ha acquistato il vigneto. C’è stata una guerra di rilanci e offerte, pur non conoscendo il costo esatto a cui è stata venduta la vigna, è stato sicuramente un prezzo sufficiente a fare in modo che il ritorno dell’investimento iniziale non ci sarà se non dopo un bel po’ di tempo. Una generazione, due generazioni, non ne sono sicuro, e questo è solo un vigneto, solo un esempio.

01_barbaresco_bonichi
Claudio Bonichi (1974)

Brunate è un vino raro, un “Grand Cru” di Barolo che la gente è disposta a pagare molti soldi per averlo, ma che dire invece di Perbacco e “Tre Vigne?” Se compro i vigneti per produrre questi vini mantenendo la stessa struttura dei prezzi invariata, potrei non avere mai e poi mai un ritorno sui costi dell’investimento iniziale.

La realtà oggi in Piemonte è che se non possiedi TUTTI i vigneti, o non hai dalla tua durevoli contratti d’affitto dei vigneti, ti troverai ad affrontare una rincorsa agl’investimenti che non sarai in grado di assolvere per intere generazioni.

Nel suo articolo su Vinous, Galloni suggerisce che Vietti avrebbe dovuto prendere la via già intrapresa da alcuni in Borgogna che hanno introdotto gli investimenti dal di fuori esclusivamente per l’acquisto dei vigneti. Trovo essere questo suggerimento del tutto ipocrita e di mentalità ristretta così come il dibattito straniero/locale. Galloni si è staccato da Robert Parker per mettersi in proprio. Essendo un uomo d’affari, proprio come Luca, ha avuto anche lui una visione per il suo futuro, e nessuno è andato a suggerirgli come avrebbe dovuto finanziare questa sua scelta. Non c’è stato alcun battibecco adolescenziale su chi erano i suoi investitori e come questo abbia potuto o no significare un tragico destino per la critica del vino in futuro. La gente ha accolto positivamente questa sua mossa, lo ha sostenuto nella sua visione contribuendo ad incrementare più successo a questo suo nuovo cambio di rotta.

08_villero_miroglio
Valerio Miroglio (1992)

Così, quando è stata annunciata la vendita Vietti, ho saputo subito che Luca e la sua famiglia, essendo i perfezionisti che sono, persone che amano veramente la loro terra e la loro regione, avrebbero fatto quello che doveva essere fatto pur di raggiungere i loro obiettivi e cioè quello di continuare ad essere una delle migliori cantine del Piemonte.

Alla fine, il cambiamento è sempre qualcosa che ci rende emotivi, ispirandoci la discussione..

La gente del vino dovrebbe sempre ricordare che riguardo la nostra professione stiamo vivendo in un’epoca d’oro. Dobbiamo tutto questo ai nostri clienti che hanno essenzialmente creato queste opportunità che esistono per noi. Se le cose non fossero cambiate e il nostro mercato del vino fosse sempre rimasto lo stesso di com’era 30 anni fa, molti di noi farebbero oggi qualcosa di diverso dalla nostra professione. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

Inoltre abbiamo davvero bisogno di pensare con le nostre teste, a parole nostre e discutere a mente aperta quando si tratta di cambiare. Luca, Elena, Mario, Luciana e tutti i membri della famiglia Vietti sono alcune delle persone più belle e generose che abbia mai incontrato. Persone reali. Grandi persone. Mentre alcune persone possono anche pensare che tutto è cambiato, che la tradizione deve essere sempre preferita alla praticità, una cosa che invece so è che la prossima volta che berrò una bottiglia di Vietti, le impronte digitali di queste grandi persone saranno ancora impresse sulla bottiglia, proprio così come è stato per molti anni.

Dobbiamo sostenere le persone buone, persone che favoriscono la qualità alla quantità. Questo è il fondamento della nostra attività nel mondo del vino “di pregio”. La proprietà non ha nulla a che fare con questo valore fondamentale: la qualità e la gente è tutto ciò che conta.

Ora penso di aver proprio bisogno di un bel bicchiere di Barolo. Barolo di Vietti, ovviamente.

[Craig Perman, traduz. gae saccoccio]

12_villero_thiebaud
Wayne Thebaud (2004)

Fakebook l’Ipocrisia il Buonismo e la Censura Maniaco-Depressivo-Sessuofobica

21 luglio 2016
Commenti disabilitati su Fakebook l’Ipocrisia il Buonismo e la Censura Maniaco-Depressivo-Sessuofobica

“Stercus, Stercus, Stercus, Morituri Sum.”
Dal vino convenzionale al vino naturale al vino naturista è sempre e solo una questione di quanto ci si cali le brache dinanzi al Dio Denaro.

IMG_2331Ma quanto disagio mentale, quanta povertà subumana, quanti abissi d’ottusità in circolazione fuori e dentro al World Wide Web. Se non è a causa di un algoritmo automatico di filtro delle oscenità omologate, qualche povero mentecatto o mentecatta sulla mia bacheca FB ha pensato bene di segnalare una foto banale di Spencer Tunick con inermi corpi nudi d’uomini e donne in una vigna che, per i parametri troppo paraculi, ipocriti, trogloditi, filistei e oscenamente perbenisti di Fuckbook non rientravano nella norma.

Altro spunto di riflessione inquietante riguarda il sistema iperconnesso che fa acqua da tutti i lati. Un meccanismo orwelliano di controllori, segnalatori e vigilantes, un vero e proprio buco nero nella Rete finto-democratica del social più diffuso in occidente per cui a Domino Effect chiunque può disnteressatamente segnalare chiunque a casaccio o segnalarlo per qualche preciso scopo interessato, sottoponendolo all’Inquisizione d’una sottocomunità di controllori e amministratori  che a loro volta – in questo immane calderone e Castello Kafkiano di carta – sono segnalati, controllati e amministrati, ma alla fin fine amministrati e controllati secondo quali criteri obiettivi, regole pubbliche, norme trasparenti e soprattutto a discrezione di chi?

Roman de la Rose France XV century Bodleian Library
Roman de la Rose France XV Century Bodleian Library

Ora, pare qui manifesta la contraddizione stridente e l’assoluta disonestà di fondo di una società social-connessa sessuofoba a chiacchiere e maniaca-sessuale nella realtà. Una società globale benpensante che censura un disegno erotico di Picasso o la fotografia artistica di un professionista per preservare la propria coscienza sporca di sangue e merda digitale con il pretesto di difendere la pseudo-innocenza dei propri adolescenti che comunque smanettano mattina e sera su Youporn. Milioni e milioni di ragazzetti, adolescenti e adulti che si spippano a manetta su chatroulette o si rigirano l’un l’altro selfies dettagliati dei propri apparati genitali via snapchat. Ritengo insomma che dei sani parametri di filtro delle oscenità offensive la morale pubblica (ma stiamo davvero scherzando? Nel 2016 diocristo!) dovrebbero oggi essere verificati più seriamente attraverso google-images ad esempio, per determinare la fonte artistica, estetica e culturale di una data immagine evitando possibilmente di mettere sullo stesso livello il Gabinetto Segreto di Pompei custodito al Museo Archeologico di Napoli, un’illustrazione erotica di Kitagawa Utamaro, una foto di cazzi in erezione di Robert Mapplethorpe, un nudo femminile di Helmut Newton o una qualsiasi gang-bang di Sasha Grey, Valentina Nappi o Ashley Blue – comunque a mio avviso pregevolissimo intreccio pornografico di corpi fotterecci in vendita questi ultimi, manifestazione bassa ma assai più onesta dello zeitgeist (lo spirito del tempo) da III millenio, espressione viscerale molto più dignitosa ed esplicita metafora socio-economica dei nostri corpi usati ed abusati dalla Macroeconomia delle Multinazionali piuttosto che le tante insopportabili Gallerie d’arte à la page e finto-artistoidi-cazzari che tappezzano le pareti di musei e centri culturali del mondo con le loro spazzature di croste insensate spacciate per arte, pensiero e cultura alta.

IMG_2324
Ad ogni modo sull’immagine di Tunick nel mio post censurato, detto en passent, poco mi tange del suo intrinseco, sopravvalutato o falsato valore estetico. Valore che anzi trovo addirittura aleatorio ovvero pretestuoso e forzato così come la stragrande maggioranza della cosiddetta Arte Contemporanea, ma ciò non giustifica certo la sua cancellazione autoritaria con simultanea rimozione e blocco di 24 ore del profilo facebook senza neppure un democratico preavviso, cosa che ritengo essere un illegittimo atto di forza e un sopruso bell’e buono.

Odio parlare di me e detesto ogni forma di autoreferenzialità. Questo a seguire però era il tono del post “bannato” con foto originale e foto ritoccata su quei punti del corpo ritenuti osceni – la protuberanza più o meno lunga e spessa dell’apparato riproduttivo maschile e qualche tetta di varie taglie – si perché secondo Facebook, secondo le tare cerebrali disturbatissime dello strafottuto cavernicolo urbano di segnalatore anonimo, qui il corpo del reato è il corpo umano medesimo.FullSizeRender

IMG_2330

 

Grissini Mortadella Tappi Legni Acqua e Qualche Buon Vino

17 luglio 2016
Commenti disabilitati su Grissini Mortadella Tappi Legni Acqua e Qualche Buon Vino

11Serata di piacere ma soprattutto di decifrazione perenne del vino quale ossessivo oggetto di studio, stimolo di elevate meditazioni e campo magnetico di ragionamenti fitti senza fine; un campo minato per davvero, attraversato assieme ad alcuni cari amici d’annasata, sorseggio ed eventuale sputaggio.

frases_gaston_bachelard

Nonostante si discuta e si parlerà esclusivamente di vino, mi sovvengono qui non a caso le parole che Gaston Bachelard da buon vecchio filosofo empirico e acuto osservatore della natura dedicava all’acqua. L’acqua origine della vita, sorgente del mondo, foce profonda dell’immaginazione creatrice. Anche perché più che polvere, acqua siamo e acqua torneremo.

È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Gaston Bachelard

cover

IMG_2161

  •  Domaine Ramonet – Chassagne-Montrachet Premier Cru “Boudriotte” 1998

[Già al tappo sentori di zucchero caramellato e melassa acetosa. Nel calice l’ossidazione temuta non si smentisce né al naso né tantomeno al palato e difatti si fa fatica a buttarne giù anche un mezzo bicchiere ed è proprio lì nel bicchiere che rimane prima di altra più consona destinazione cioè la sputacchiera che detta in francese suona forse un po’ meno irriguardoso e più elegante: crachoir.]

1

[Volgarissimo centrifugato di legni nuovi tostati ai fuochi fatui del cimitero della fragranza nel vino. Uve verdi raccolte crude, questa l’impressione duratura dall’inizio alla fine. Sensazione  terminale – sì proprio “terminale” come si direbbe di un malato moribondo sul letto d’ospedale – di vernice grossa e grassa appena spennellata sugl’acini: anche qui sputacchiera o crachoir, fate voi.]

2

[Cambia il terroir, cambia l’appellation, cambia la mano del produttore, cambiano le vigne ma come nel precedente Domaine Niellon stessa volgarotta paccottiglia di legno e uve stracotte ammandorlate assieme. Ultra-barriccaggio della materia vinosa fino a bruciarne l’essenza al punto da buttar via così tutto il bambino con l’acqua sporca. Uno si aspetta di bere del vino bianco rinfrescante e vivo non un decotto di burro d’arachidi arso su padella e imbottigliato; non un infame infuso di zucchero caramellato al sentore di disboscamento e tronchi d’albero sventrati di fresco. Sputacchiera anche in questo caso ahimè, come nei precedenti due.]

10

{[Nella parentesi graffa che non chiuderò, è contenuta una bestemmia tacita, invisibile e lunga un paio di centinaia di pitagorici chilometri moltiplicati alla radice quadrata di due (√2), così, tanto per dare sfogo alla rancura di ritrovarsi dinanzi alle fetenzie puzzolenti d’un tappo fungino – cioè contaminato di (TCAtricloroanisolo maledetto-in-culo. E mannaggia a Dioniso, questo Silex doveva essere, almeno nell’aspettativa di pre-apertura bocce e nei ricordi di alcune bevute precedenti della ’99, forse il vino più splendido-splendente della serata..]

3

[Finalmente della buona, verace, vecchia freschezza propria alle uve sane al loro giusto grado di maturazione atte ad essere spumantizzate. Fragranza liquida, croccantezza di frutto, fluidità di bolla spessa e compatta. Beva felice. Trasfigurato senso – ma ben venga – di amena ciclicità dell’esistenza vegetale, umana, animale, minerale, esistenza ciclica degli oggetti tutti. Una dissetante, limpida energia luminosa che sgorga dal calice fino alle estremità della gola dove esplode potente tipo fronte delle cascate Vittoria confluendo dallo stomaco alla mente in tutta sincerità, brio e scorrevolezza. Sboccatura dell’Aprile 2015, il ricorso alla sputacchiera, è immaginabile, in questo caso non è affatto consentito o meglio non è neppure agognato come negli altri vini snocciolati fin qua.]

4

[Non ho, meglio, credo non avevamo e non abbiamo dubbi ma è questo il vino della serata. Vibra dolceamaro al palato, una pomiciata impetuosa con morsi e risucchi sulla lingua tra le tue labbra e il vino succulento: femme fatale lunatica e lunare rivestita di salsedine, di tralci, d’acini e foglie di vite. Le Bourg è parcella di un ettaro che accoglie vigne quasi centenarie di cabernet franc.. Il Cabernet Franc della Loira che dai preliminari, le carezze e i baci febbrili passa subito ai fatti strizzandoti e travolgendoti nel suo dominio disinibito di possessione e appagamento dei sensi. Su pasta al pesto rosso mediterraneo della Taverna Pane e Vino a Cortona.]

5

13 pasta

  • Mme. François De Montille – Volnay Premier Cru “Les Champans”  1973

[Bevuto alla cieca. Il colore vivo, l’agrume rosso sanguigno, una trama tannica per nulla spenta e l’acidità spiccata facevano pensare ad un sangiovese chiantigiano d’altezza elevata, a un nebbiolo d’alta Langa con i suoi richiami mentolati e screziati di liquirizia, ma avresti difficilmente pensato ad un Pinot Nero di Borgogna con oltre quarant’anni sul groppone. Certo – è questa ormai la prova provata dall’esperienza di bevitore tignoso e smaliziato – ma le terziarizzazioni tendono ad omologare lo spettro olfattivo-gustativo d’ogni buon vino da invecchiamento già dopo qualche decennio, quadrando sempre un po’ il cerchio tra i tre supremi vitigni del caso, ovvero: Sangiovese, Pinot Nero e Nebbiolo. L’Annata ’73 in Borgogna come a Bordeaux è risultata essere particolarmente insulsa, anonima e magra eppure di tutta la batteria assieme al Clos Rougeard ’07 di cui sopra, è proprio questo Volnay il vino che più ha appagato la scia umorale di vuoto vertiginoso e amara inquietudine spalancatasi sotto i nostri piedi dai primi quattro vini sversati tristemente nel crachoir.]6

12 mortazza

[Anche questo alla cieca, ma per una svista sulla scaletta di presentazione è venuto subito dopo il Volnay e il Clos Rougeard per cui non è stato apprezzato nella misura appropriata come avrebbe dovuto essere se fosse stato servito ad esempio subito dopo i primi bianchi derelitti. Ritengo necessario rimarcare quanto riportato in retroetichetta* dalla Madame. È un vero e proprio manifesto d’onestà produttiva intellettuale che ha ormai fatto scuola e di cui riporto a seguire lo stralcio più significativo: “Questo vino, nel corso della sua evoluzione naturale in bottiglia, presenta o presenterà un giorno un deposito nobile e naturale nel fondo. È questo un segno della vita del vino in bottiglia. Voler evitare questo deposito attraverso filtrazioni o altro, vuol dire rimuovere dal vino la sua stessa vita ed una gran parte delle sue intrinseche qualita. *Traduz. mia.]7

  • Domaine Robert Chevillon – Nuits-Saint-Georges “Les Cailles” Premier Cru 1976

[Alla cieca anche questa. Nessun riferimento di sorta. Sfuggente, nullo e acciaccato già al naso. Il Domaine ha una storia che origina dai primi del ‘900 ed è stato per me la prima volta che l’assaggiavo. L’annata ’76 con un’estate molto calda, sembrerebbe essere di quelle eccessivamente tanniche e squilibrate. Vuoi il mantenimento della bottiglia, vuoi la tenuta del tappo ormai tutto rinsecchito – sono pure passati quasi quaranta anni mica era ieri – ma il vino non era più materia viva neppure da poter comprendere di testa, gustare con il cuore, recepire con tutti i sensi, decifrare ad istinto.]IMG_2142

  • Castello Poggio alle Mura Brunello di Montalcino 1964

[Prima che venisse fagocitato dall’ingombrante mastodonte enologico Banfi. Il vino come se non addirittura peggio che nel precedente Nuits-Saint-Georges, si presentava nel calice come cosa piatta, materia inerte, sostanza ormai morta, alga marina prosciugata sulla riva. Resta solo l’amaro di mandorle stantie in bocca e al naso persiste quel tipico sentore pungente di stracci intrisi d’acqua stagna sovrapposto all’aroma acre di cartoni impregnati dalle muffe di grotta. Nient’altro da aggiungere a parte che – discorso valido per tutti i vini più vecchiotti e ragionamento lucido riportato da Madame Leroy nella medesima etichetta di poco fa – mi piacerebbe riassaggiarlo da una bottiglia mantenuta immobile per oltre mezzo secolo nella stessa cantina a temperatura costante così da ritrovarsi a stappare magari un sughero meno striminzito e chissà, a bere forse un vino fresco e vivo e non un liquame rattrappito e polverizzato come il tappo che avrebbe dovuto preservarlo.12

A corollario di questa riflessione finale aggiungo pure che non è certo il principio di vanagloria fondamentale e intento ideale di ogni produttore di vino quello di creare una bevanda che perduri decenni o affini per secoli, ma semplicemente quello di imbottigliare dei vini che durino finché ce la fanno a seconda del caso o di variabili scostanti ed incotrollabili per cui – è la dura legge fisica della nascita e della morte – ci si può ritrovare davanti a dei vecchi vini maturati miracolosamente in bottiglia o, come molto più spesso capita, a della scura brodaglia imbevuta d’aceto.]

9

 

Vuoti A Perdere Spazzati Via Nella Raccolta Indifferenziata Dei Ricordi

26 giugno 2016
Commenti disabilitati su Vuoti A Perdere Spazzati Via Nella Raccolta Indifferenziata Dei Ricordi

vuoti 1E quindi ci si ritrova a mezza vita inoltrata.
Bottiglie stappate, amori sciupati, viaggi insulsi, fornelli incrostati da settimane, piatti e pentole da lavare, letture interrotte, litigi senza motivo o forse troppo motivati, pranzi al volo e cene di lavoro, tuffi in mare, sale d’attesa, sveltine, rampe d’aereoporti, sbronzette allegre, caffè bruciati, pezze al culo, bocconotti all’aria aperta, slinguazzamenti, scopate intense, graffi di possessione, schiaffoni, ululati, pippe reciproche, passeggiate nei parchi, corse in spiaggia.
L’ennesimo trasloco a quarant’anni. Batuffoli di polvere, segatura ammonticchiata dai tarli delle travi al soffitto, peli di culo, schegge molecolari d’epidermide che stratificano sul pavimento assieme al ricamare dei ragni ammutoliti negl’angoli. Libri a scaffali e scatole di legno. Libri letti, libri illeggibili, libri sempre da leggere. Libri su libri su libri ed ancora altri libri. Libri mai scritti e sempre da riscrivere per chi mai li leggerà. Altri libri da non scrivere affatto per chi vorrebbe forse leggerli, bah!vuoti 4
La casa nei boschi vecchia oltre VII secoli e passa è una torretta d’avvistamento solitaria in pietra. Spugna d’umidità e gelo durante l’inverno che andrebbe semplicemente scaldata solo incendiandola a merda e accucciarsi poi su un lato per godere di questo confortevole caldo tutto il tempo di un sonnellino eterno; godere finalmente i benefici del calore finché dura mentre attorno è solo un paesaggio di desolazione, fango, pioggia, ghiaccio e tutta quanta l’indifferenza leopardiana del cosmo.
Vivibilissima in primavera invece, goduria di tutti i sensi. Torrida ma ben ventilata d’estate però è questa torretta: montagne fresche di torrenti e brezze alberate, un lago oltre la vallata, un fondale di campagna serena a perdita d’occhio. Erbacce alte infestanti, una savana che subentra alla pietra antica della torre. Una volontà vegetale di radicarsi ed espropriare. L’intento maligno dell’erba è quello di spaccare usci, terremotare gradini, corrodere fondamenta. L’andazzo è quello d’insediarsi al posto d’uomini, donne, animali e cose se non si prendessero seri provvedimenti col tagliaerba, ma di certo non sono mai stati e mai saranno questi i miei provvedimenti, anzi, direi tutto all’opposto.

La natura in casa, la casa nella natura questo sì.. e senza la consulenza di raffinati paesaggisti di grido ma sempre e solo ispirandosi al principio aureo del grandissimo Masanobu Fukuoka San e alla sua orticoltura meditabonda, alla sua pratica Zen del “non-fare” (La Rivoluzione del Filo di Paglia) per il quale – verità apparentemente paracula, oziosa e di comodo penserà più di qualcuno – l’unica cura è nell’incuria!vuoti 3

Ecco qui dunque, buste nere dell’immondizia alla mano, resto in piedi, disorientato ma risoluto davanti all’accumulo di bottiglie vuote stipate sui mobili per mesi, per anni ad attrarre polvere, microrganismi e cacca di mosche. Granelli d’affetto che sbucciano dagl’oggetti. Scagliette d’istanti-ricordo venute via dal muro del pianto e del sorriso di qualche reminescenza alcolica.

Groppo ruvido d’amaro in gola, me ne sto fermo in piedi, adombrato avanti a questi trofei della vanità vinosa o vinità vanitosa? Simulacri di vetro dell’attaccamento sentimentale, ex contentinori d’un’emozione a breve durata estinta subito dopo averla vissuta anche se solo a metà. Esercito a falange macedone di bottiglie vuote, catalizzatori di relazioni umane, simboli di una compartecipazione pischica/emotiva evaporata per sempre chissà dove e perché. Una bevuta fra amici, una condivisione d’idee folli, astrazioni concrete, ragionamenti interstellari, risate strampalate, progetti astrusi, risoluzioni definitive, chiacchiere roboanti, megalomani propositi mai ottemperati ma-chi-se-ne-frega, strette di mano furibonde, abbracci fraterni, significativi silenzi.

Serate di passione bestiale, morsi d’amore, soffocamenti e compenetrazioni reciproche delle carni, intreccio febbrile delle articolazioni, scambio dei fluidi, effusione degl’apparati genitali, fusione delle menti. Etichette e vetri ormai privi di significato senza più quel liquido umorale-fermentato-sanguigno-alcolico-pungente che le animava. Lapidi funebri ad indicare il nome epigrafico non più in vita d’un vino, uno champagne, un sauternes, un’acquavite, un sake filigranati in sorrisi in gioie in amarezze, aspettative, intuizioni, adorazioni e lamenti che lasciano pure qualche segno al nostro appiccicoso intruglio interiore di macerazioni spaziotemporali, non dico di no. Anche se poi, una volta bevuti, tutti questi vini per quanto eccelsi, preziosissimi e di memorabile annata, il loro destino organico dopotutto non è che il filtraggio renale quindi non è che la prosaica, la iperrealistica fine di venir tramutati in una teporosa pisciazza e via.

  • Krug Collection 1981
  • Dom Perignon Oenoteque 1975 e 1993
  • Salon 1995
  • Billecart-Salmon Grande Cuvée e Brut Blanc de Blancs 1996
  • Soldera Riserva 2001 e 2004
  • La Tâche 2005
  • Meursault Les Gouttes D’Or Leroy Domaine d’Auvenay 2004
  • Château Chalon Macle 1990
  • Chateau Rayas 2008
  • Barolo Conterno Monfortino 1995
  • Dunn Vineyards 1993
  • Bienvenues-Bâtard-Montrachet Carillon 2002

E sono nomi che scintillano al mondo il loro prestigio indiscusso di Casa Madre. Beni materiali di fonte spirituale del lusso esclusivo a buon pro d’una assai privilegiata nicchietta d’uomini-e-donne-puzza-al-naso il più delle volte proprio perché forse sono loro per primi ad esser cacati sotto.

Etichette di bevande sacre, nomi di vini fiammeggianti che poi sono solo la condensa di anni appiccicati in un album di fotografie dei nostri momenti quotidiani migliori o più banali del solito chissà. Fotoricordo di una giornata particolarmente meno anonima rispetto al rituale anonimato delle nostre vite agre umane schiavizzate alla riproducibilità tecnologica fuggi-e-mordi e all’alienazione urbana fotti-e-fuggi. Vite gettate in questa tiepida galassia condominiale solare che non è se non grigia protuberanza nell’universo ignoto che tuttavia è a sua volta ingoiato in qualcos’altro di ancor più incommensurato, siderale, di sempre più universalmente, fottutamente, inconcepibilmente anonimo.

I sacchi neri sono pieni ormai, pesanti d’ognuna di queste  bottiglie sconsolate, sì certo “sconsolate”.. insomma, siamo sempre e solo noi, antropocentrici fin nel midollo, a sconsolare o rallegrare quanto ci circonda, non prendiamoci per culo una buona volta! Sacchi neri pesanti di bottiglie, omaggio al passato cadaverico e all’oblio. Sacchi gonfi di sogni banali, false speranze, impulsi alquanto comuni, ambizioni sbagliate e nuda realtà del nostro crudo vissuto fin qui.

Li trascino con me questi sacchi scuri allora per scaricarli dal groppone, alleggerirmi il cuore già granito di suo. Buttarli giù di sotto proprio come si farebbe in mongolfiera coi sacchetti di sabbia – visione amena da cartone animato anni ’80, gli stessi anni dell’apprendistato alla pubertà – per allontanarsi ancor più da terra e volare in alto lontano da tutto, lontano da tutti questi uomini, donne, cose, animali, affezioni vischiose, sacchi grevi e bottiglie ingurgitate: vuoti a perdere spazzati via nella raccolta indifferenziata dei ricordi. Vuoti 2

L’Alfabeto tra Suono Segno Sogno Visione Invenzione Gesto Memoria Potere

sign-language-article

Non si vive in un paese, si vive in una lingua.
(Emile Michel Cioran)

In altra occasione avevo già fatto riferimento a questo gran bel sito della Popova scoperto via Twitter – Brain Pickings – che è una vera e propria miniera di stimoli intellettuali, risorsa instancabile di curiosità culturali, catalogo di recensioni informative ed approfondimenti sui più svariati temi che riguardino letteratura, filosofia, arte, fumetto, musica, architettura, urbanistica, teatro, libri, società, costume, tecnologia, editoria in generale.inglesi_556_winchester_bibleQuesto articolo che propongo e traduco piu sotto pertiene uno degli argomenti tra i piu affascinanti, inesauribili e segreti relativi al genere umano e cioè le fonti stesse della lingua: l’invenzione dell’alfabeto con tutto quel che si trascina dietro a strascico millenario in termini di genealogia della voce parlante, attribuzione di senso tra le parole e le cose e quindi relativamente alla potenza, alla forma, all’atto del linguaggio in sé quale organizzazione logica del significato e porta-voce della sostanza del mondo a misura di chi parla, di chi scrive, di chi ascolta.mayan-alphabet800px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_(Vienna)_-_Google_Art_Project_-_editedFin dai tempi dell’università ricordo che il busillis dell’origine e dell’evoluzione del linguaggio era già allora una materia lavica da cui sono sempre stato attratto anche se devo ammettere che certi professorotti insulsi, certi emeriti analfabeti addottorati se non addirittura illustrissimi paraculi raccomandati di burocrati corrotti, di tromboni cagnacci mastini scacazzanti in cattedra ce la mettessero proprio tutta a farmi disamorare di una disciplina tanto nobile quanto abissale o addirittura babelica… eh già, proprio babelica, se non è il caso questo trattandosi appunto del misterioso meccanismo di formazione, di metamorfosi e funzionamento degl’alfabeti ovvero dei linguaggi stessi?

103455403-843a21d4-0a64-46f2-8b60-3dc4b8d69c34Ne ricordo uno in particolare di questi ottusissimi asinoni sapienti, che poi era pure il rettore della facoltà un tal Pretetti – anonimo anche a se stesso, figuriamoci – losco figuro semi-demente non solo all’apparenza che non avrebbe certo sfigurato nell’illustrazione anatomica della frenologia lobrosiana – atlante d’antropologia criminale – ove si descrive l’anomalia, la patologia ereditaria e l’atavismo criminoso a partire già dalla conformazione del cranio, le mandibole canine, gl’occhi troppo ravvicinati, le arcate sopraccigliari delinquenziali, le zampacce pelose prensili, il naso schiacciato fin dalla placenta da un cazzottone ben assestato – e quanto mai a ragione nel caso del nostro subumano Pretetti – dal darwiniano Dio della vita.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA20935_I_Capricho39Insomma, questo viscido farabutto d’un gangster ex cathedra, frammassone con la facciatosta peggio di quel suo culone flaccidoso aveva impapocchiato un terrificante libro di testo con prefazione pietosa oltreché illegibile: Il Linguaggio, ovvero un’antologia raccogliticcia davvero mal assortita, una pubblicazione infame d’accozzati copia-e-incolla e taglia-e-cuci a casaccio poi rimescolati con lo sputo dalle varie teorie filosofiche sul linguaggio moltiplicatesi in Occidente malgrado scoraggianti e scorreggianti aborti professorali quali il Pretetti medesimo, a partire quindi dai Presocratici, gli Scettici, Aristotele fino a Vico, Hume, Herder, De Saussure, Benveniste, Cassirer, Pierce, Wittgenstein, Ricoeur, Chomsky.museo-lombrosoMi è restata fin da allora tuttavia impressa in mente una trama florida di contemplazioni linguistiche, nonostante le buffonate involontarie, le perenni offese all’intelletto, le bassezze e le stoltezze accademiche di un cotale filosofesso teoretico di stocazzo, cioè il professor Untermensch Pretetti in carni et ossi. 809bf7321ea03d57b1a116c2202b968bMi colpirono insomma le meditazioni sul linguaggio elaborate dal grande linguista e pensatore tedesco Friedrich Wilhelm Christian Carl Ferdinand Freiherr von Humboldt (suo fratello minore era il noto botanico, esploratore e naturalista Alexander) che proponeva un ripensamento generale della “grammatica universale”, caratterizzando la quale proprio attraverso una messa in luce dei valori fonosemantici del linguaggio che è appunto anche l’oggetto mirabile di riflessione di questo volume stupendo di Timothy Donaldson Shapes for Sounds recensito dalla Popova come segue oltre e che mi auguro verrà presto tradotto pure da noi… 41ZAtQCs-QL._SX431_BO1,204,203,200_Ma se poi non sarà mai italianizzato poco importa, anzi consiglio spassionatamente di acquistarlo comunque “in lingua” poiché è scritto visualmente nel “linguaggio dei segni” che non prevede confini geografici, se ne infischia delle frontiere nazionali dato che è proprio di questo che tratta: l’universalità del segno grafico-vocale perché, appunto come ci ricorda De Saussure: “Il segno linguistico unisce non una cosa a un nome, ma un concetto e un’immagine acustica.”

(gae saccoccio)

6a00e54fcb68598834010536a060c6970b-piLe forme dei suoni: una storia visiva dell’AlfabetoShapes For Sounds (recensione di Maria Popova al libro di Timothy Donaldson)

Di come l’anatomia della lingua abbia a che fare con le bandiere delle navi e con l’evoluzione della comunicazione umana.kircher_099Sono infinitamente affascinata dall’intersezione di immagine e suono difatti questa ossessione per gli alfabeti è ben documentata anche nel mio sito. Dunque nutro un’assoluta devozione verso Shapes for Sounds di Timothy Donaldson (Cowhouse), che esplora una delle creazioni più fondamentali della comunicazione umana cioè l’alfabeto, attraverso un affascinante viaggio nel: “perché gli alfabeti sono come sono, quello che è successo loro dall’invenzione della stampa, perché non potranno mai cambiare e come avrebbero eventualemente potuto essere”.shapesforsounds2Nonstante il tomo sia ricco di belle, sontuose illustrazioni e caratteri tipografici – come i 26 splendidi grafici illustrati che ripercorrono l’evoluzione dalle lingue parlate agli alfabeti scritti – il libro non si limita ad essere soltanto un mero piacere per gli occhi. Donaldson, tipografo, progettista grafico e insegnante, scava in profondità nella antropologia culturale di come le lettere sono state cristallizzate dai suoni, i testi inventati, le parole formate e le convenzioni linguistiche indottrinate.shapesforsounds5shapesforsounds3shapesforsounds4Così scrive Donaldson:

“L’alfabeto è una delle più grandi invenzioni al mondo; è semplice da imparare ed ha permesso la conservazione e la chiara comprensione dei pensieri della gente. Ancora oggi mantiene un significato enorme; mentre l’avvento dei caratteri a stampa ha effettivamente ridimensionato un reale sviluppo della forme delle lettere, l’alfabeto è stato tuttavia maggiormente utilizzato proprio negli ultimi 500 anni rispetto al passato. La tipografia è il motore del progetto grafico, mentre la scrittura ne è il carburante. Ma più di tutto, l’alfabeto è stato il catalizzatore di tecnologie di comunicazione di massa, dal codice Morse a Internet.”shapesforsounds7shapesforsounds1Anche se l’alfabeto latino è il punto focale, Donaldson esplora una gamma incredibile di storia comparata, dalle antiche tradizioni calligrafiche ai semafori, ai codici a barre e al sistema binario, esponendo una magnifica impollinazione incrociata di discipline – progettazione, tipografia, anatomia, fonetica, sociologia, linguistica, psicologia e altro ancora – che ha dato vita ad una delle tecnologie più antiche e potenti della nostra civiltà.shapesforsounds6kircher_122

the-origins-of-abcDonaldson considera poi la gioia primordiale che la grafica riesce a suscitare:

“Mi piacerebbe avere l’esperienza di ricevere buste da lettera postali attraverso la mia porta senza indirizzo, ma solo con una foto di me e della mia casa sulla parte anteriore. Vorrei comprare un giornale pieno di nient’altro che immagini e dispositivi grafici, o di ritrovare la strada di casa utilizzando segnali stradali composti solo di frecce e disegnini, ma credo che questi eventi siano ancora molto lontani da venire. Per attraversare i confini nazionali è ancora richiesto un documento testuale; il passaporto non è soltanto una foto del tuo volto. La dichiarazione dei redditi obbligatoria è un documento che, se ignorato, farebbe di te un criminale, non contiene alcuna immagine. Il codice della strada presenta molti segni basati su immagini, ma deve essere sempre spiegato a parole. Interent è formato al 95% di testo.”shapesforsounds11

Shapes for Sounds si presenta come l’ennesima perla dai genietti della Cowhouse di Mark Batty, il mio editore indipendente preferito che ci ha lasciato altre eccellenti pubblicazioni quali Notations 21, Cultural Connectives, Drawing Autism e altro ancora come Dogs in Books: An Illustrated History.shapesforsounds10cuneiform-evolution

1983/2008 Verticale Storica del Trebbiano D’Abruzzo di Valentini a Loreto Aprutino: Racconto a Più Voci

19 maggio 2016
Commenti disabilitati su 1983/2008 Verticale Storica del Trebbiano D’Abruzzo di Valentini a Loreto Aprutino: Racconto a Più Voci

1983/2008 Verticale storica del Trebbiano d’Abruzzo di Valentini a Loreto Aprutino: tentativo di racconto a più voci

Vitigno Visione Paesaggio Identità. Quella parte d’Abruzzo chiamata Trebbiano

{Il video è stato realizzato da ‪Fabio Moretta‬ che qui ringrazio, cosi come ringrazio e saluto ancora una volta tutti i “fomentati” che ci hanno raggiunto da svariate regioni d’Italia (Sicilia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio lo stesso Abruzzo) per essere con noi a Loreto Aprutino a celebrare il genius loci dentro a 13 bicchieri di 13 differenti annate dell’unico e inimitabile Trebbiano d’Abruzzo Valentini.}P1860022

Vita. La salamoia spirituale che preserva il corpo dalla decadenza.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

In quel di Loreto Aprutino il 12 marzo scorso (2016) assieme alla complicità de La Fillossera – (Giovanni Carullo e Graziana Troisi) abbiamo stappato e bevuto 12 annate (che poi sono diventate 13) progressive del Trebbiano di Valentini più rappresentative dei 3 decenni: ’80, ’90, ’00.

Ricordo en passant che da Valentini l’uscita commerciale dei vini non è cronologica ma dipende essenzialmente dalla gradazione alcolica e il ph quindi da vini più o meno pronti ad essere commercializzati e che comunque il principio d’ispirazione a fondamento di tutta l’azienda è quello di fare vini che durano nel tempo; un’idea antica eppure modernissima d’enologia e viticoltura che approccia il vino quale manufatto da lavorazione artigianale e non in quanto oggetto in serie da manipolazione industriale. Un lavoro minuzioso, manuale e sacrificato in vigna utilizzando tecniche di lavorazione artigianali non inquadrate da talvolta eccessivamente burocratici schemi e protocolli bio e senza ovviamente manipolare l’uva in cantina in alcun modo previsto o predisposto dalla Tecno/Scienza che come si sa è sempre più invasiva ed omologante. 12794574_1761424480752444_7654189564457326677_nIn vigna quindi non si lavora con trattamenti sistemici ma di contatto (poltiglia bordolese: rame e zolfo), e non  si fanno diserbi. Nessun controllo delle temperature in cantina, no filtrazioni né stabilizzazione se non per decantazione naturale, questo anche a rischio di fermentazioni spontanee e arresti di fermentazione; nessun lievito estraneo per facilitare la fase fermentativa delle uve ma i lieviti sono solo quelli presenti sulla cuticola (buccia dell uva); neanche a pensarlo, nessuna pratica di acidificazione o disadicificazioni e aggiunta di mosti concentrati. Nonostante il Trebbiano sia un vitigno altamente produttivo le rese per ettaro sono gestite al massimo per l’ottenimento della maggior qualità possibile. Invecchiamento in botti grandi.

Valentini.00_14_27_15.Still008L’ordine di degustazione della serata invece è stato di taglio classico progressivo dalle annate più vecchie alle più recenti il che non ha escluso comparazioni incrociate e confronti retroattivi all’interno dei “decenni” inclusi in ognuna delle 3 batterie.

La disponibilità di coscritti al ristorante L’Antico Torchio dentro il Castello Chiola era limitata a non più d’una ventina di posti immediatamente accaparrati fin dal lancio della serata da fedelissimi provenienti da ogni angolo d’Italia: Catania, Palermo, Milano, Torino, Arezzo, Roma, Giulianova.

Già in questo articolo: Az. Agricola Valentini Trebbiano e Montepulciano da un Frammento d’Abruzzo alla Totalità dell’Universo proponevo un’anticipazione generale dei ragionamenti polifonici e della chiacchierata in calorosa amicizia innescata da e sul vino, il vitigno, le annate ma soprattutto riguardo argomenti correlati assai più ampli o d’ordine cosmico quali: stagioni-territorio-identità-persone-artigianato-letteratura-economia-agricoltura-società-tradizioni e Abruzzo Abruzzo Abruzzo… a sfinimento!Valentini.00_13_12_06.Still001Il senso più segreto di un luogo è riportato alla luce in un vino attraverso lo scambio di comprensione e di reciproco ascolto tra gl’artigiani della terra e le piante. Abbiamo quindi provato a raccontare nei calici la visione, la ragione e il sentimento delle seguenti 13 annate di Trebbiano ed è senza dubbio una visione di lotta aspra, una ragione di fatica e un sentimento di gioia giornaliera che è poi anche fusione mitologica tra Valentini, il Trebbiano e una parte d’Abruzzo in quanto cortocircuito geografico di montagne (Majella, Gran Sasso, Balcani), boschi, pascoli, mare, brezze calde dall’Africa, aria gelida balcanica, correnti siberiane. La ventilazione è costante, le escursioni termiche invece sono fondamentali sia alla ottimale maturazione dei grappoli che alla preservazione degli aromi e non sono soltanto stagionali queste escursioni ma avvengono anche drammaticamente dal giorno alla notte.Valentini.00_16_35_17.Still024Possiamo considerare Valentini una sorta di stazione metereologica preziosissima dell’andamento delle annate di ogni singola e singolare vendemmia. Qui, fatto raro in tutta Europa, ci sono in archivio quaderni di appunti climatici a partire già dal 1817, per cui sappiamo che la vendemmia del Trebbiano fino al 1960 avveniva sempre la seconda meta d’ottobre (nessuna variazione notevole) dopo il 1960 le vendemmie hanno cominciato ad anticiparsi fino agli ultimi drammatici 20 anni sicuramente a causa dell’effetto serra. Dovere politico e morale dell’agricoltore quindi è quello di informare il mondo del cambiamento climatico anche se a contrasto diretto dell’urgenza commerciale. Tante sono le incognite provocate dal surriscaldamento globale come ad esempio la scissione della maturazione zuccherina delle uve (il calore) da quella fenolica (la luce). 12832297_1761424474085778_3083552292977294901_n

Ciò che si oppone converge e dai discordanti bellissima armonia.

(frammento di Eraclito traduz. Angelo Tonelli)

Su questo punto della maturazione delle uve il tendone a pergola abruzzese (a corto raggio) ha la sua specifica ragion d’essere perché in questo caso l’uva matura per illuminazione riflessa e non diretta che piuttosto cuoce più che far maturare, oltre a mantenere un rapporto decisivo tra linfa, foglia e frutto a distanza ideale dal terreno che è per contrasto molto caldo e fertile con venature sabbiose ad assicurare un buon drenaggio delle acque le quali quindi poi non ristagnano provocando marciumi e muffe indesiderate che costringono spesso tanti viticoltori a fare trattamenti coi fitofarmaci e altre porcherie vendute dall’industria enologica sciacallesca.

Valentini.00_14_03_10.Still004Ci siamo innanzitutto avvinati la bocca con il Trebbiano di Valentini sfuso d’annata.

Per la cena queste invece erano le quattro prosposte del Ristorante L’Antico Torchio:

  • Polpo brasato su patata soffice profumata al limone
  • Gnocco nero alle vongole veraci in emulsione di acqua di mare pepata
  • Baccalà al latte aromatico con ceci al coccio e cima di rapa
  • Selezione di pecorini abruzzesi

Qui di seguito intreccio fra loro delle impressioni, le note di degustazione e i punti di vista di alcuni dei singoli “assoli” presenti al canto della serata corale:

  • Giovanni Carullo
  • Giulio Molisani
  • Flavio Rossi
  • Marzia Pinotti

Un serata polifonica che, ognuno col  timbro della sua personalità e colore di voce, mi piace introdurre con questa premessa:

Eccoci qua riuniti finalmente attorno a questa tavolata.

È molto semplice che una serata del genere possa uscire fuori come una sorta di seduta spiritica o una specie di sessione psicoanalitica in cui l’anormale o il deviante da psicoanalizzare è il vino o noi stessi che lo beviamo spesso con approccio molte volte troppo serioso, cerebrale e feticista.

Partiamo subito dal rompere questi schemi. Il vino è un bene di consumo, un nobile prodotto della terra quando anche il contadino e l’agricoltore che la lavora è motivato da intenti altrettanto nobili oltre alla sussistenza della sua economia domestica e familiare. Non stiamo salvando la vita di nessuno, è un prodotto che sollecita piaceri e gioie o scatena tristezze e malinconie ma non è una necessità primaria di sussistenza così come l’acqua, il pane, l’ossigeno che respiriamo per restare in vita. (gae saccoccio)

Valentini.00_15_01_13.Still013Giovanni Carullo

1983 [Grande annata. Uva perfetta al momento della vendemmia]

1988 [Annata difficile, piovosa con grandine a maggio e giugno e diverse patologie (ragno rosso). Giallo vivo dorato consistente. Incarto, zolfo, pietra focaia. Di corpo medio, meno sapidità rispetto alle altre e meno freschezza. Al limite dell’armonia. 12,70% e 5,77 acidità]

1990 [Il 1990 ha avuto un inverno siccitoso, le vigne si risvegliarono in ritardo. L’annata attraversò molte difficoltà, con attacchi di ragnetto rosso a maggio, poi giallume e tignola a giugno, e in agosto una forte grandinata. La vendemmia fu piuttosto precoce, iniziando il 23 settembre, ritenuta precaria allora ma risultata poi ottima negli effetti, con un vino per i canoni “valentiniani” molto ricco, dotato di 13% di alcol (un record) ma supportati da acidità elevata (6.20). Mandorla, vegetale, interno della canna di totora o bambu freschi. Strutturato e poco elegante con freschezza e spiccata sapidità. Molto piacevole]

Valentini.00_14_18_14.Still0071993 [Annata siccitosa]

1995 [Annata potente]

1997 [Molto buona]

1998 [Inverno freddo e piovoso, con un risveglio vegetativo in anticipo, e un maggio piovoso, con acqua persino nei mesi di giugno e luglio. Meglio il proseguo della stagione, che portò a vendemmia tra settembre e ottobre, mentre si avvertivano i primi attacchi di botritys cinerea. Buon naso ma poca acidità e sapidità. Vino non longevo]

1999 [Annata fra le più piovose in zona. Vendemmia programmata e rimandata di continuo e con perenne minacce di peronospera. Vendemmiato con tasso malico altissimo]

2000 [Piccola annata, mediamente piovosa e con poca luce]

2001 [Una delle poche annate ottime sia per trebbiano che montepulciano (come la 1992). Armonico seppure meno incisivo per alcuni versi ancora un po’ spigoloso]

2005 [Ultima annata realizzata da Francesco Paolo insieme al padre Edoardo]

Valentini.00_16_16_03.Still0222007 [Annata torrida e un agosto rovente durante il quale la colonnina del termometro ha segnato anche 45 gradi (raggiunti esattamente il 28 di agosto come ricorda il produttore medesimo). Condizioni estreme che hanno costretto Francesco Paolo ad intervenire con cisterne d’acqua, non usando irrigazione, per salvare le piante. Il risultato è stato un frutto dalle caratteristiche anomale, con alta concentrazione zuccherina e alta acidità dovuta al fatto che le uve sono rimaste acerbe.  Uscito sul mercato sia dopo la 2008 che la 2009. Vendemmia 31 agosto]

2008 [Annata parecchio difficile. Temperature invernali alte, risveglio vegetativo anticipato, 5/6 grandinate, attacchi di Oidio e Peronospora. Praticamente, in vendemmia si è raccolto solo il 50% del totale. Vendemmia 8 settembre. Glutammato monosodico e buccia di fava. Petillant]

Valentini.00_16_35_17.Still024Giulio Molisani

Serata piovosa. Il posto, questo castello è bellissimo sia dall’esterno che all’interno varcando l’ingresso come se io e il mio amico fossimo due imprenditori in viaggio d’affari. A sminuirci l’apparenza e a farci capire che siamo solo due viandanti dell’enogastronomia: il nostro abbigliamento. A rincuorarci però c’è la barba di Gaetano. Una barba che segue i suoi movimenti nell’approcciarsi a noi dato che non ci conosciamo o forse si? Movimenti, parole e barba che ci mettono subito a nostro agio, insieme alla dolce schiettezza di Graziana e la semplice disponibilita di Giovanni, i padroni, solo in questa circostanza, di casa. Valentini.00_13_13_05.Still035Casa o forse meglio di questo imponente castello che “puzzecchia” – senza offesa per nessuno – d’aristocrazia decaduta, con tocchi di design misti a spade e loghi medievali. Gli altri ospiti si tranquillizzano e si sciolgono come noi. A rinfrescarci un trebbiano sfuso di Valentini, il produttore protagonista della serata oltre che protagonista da decenni del panorama vitivinicolo tanto abruzzese che italiano, da bere con il bicchiere “da passatella” cosi come si racconta che venisse offerto appunto nella loro cantina. Valentini.00_14_11_13.Still005Noi lo beviamo al calice, non si trovano piu i bicchieri da passatella quelli da 11 cl con cui si riuscivano a fare 6 bicchieri esatti con una bottiglia da 66 di birra e che spesso usiamo ancora nelle nostre dimore contadine per il vino di casa. Non è un vino da naso, già lo sapevo, ma da bere a tutto pasto. Bella acidità e giusta beva. Ci sediamo e ci spiegano in poche parole che non sarà una degustazione tecnica ma “animale”, fatta ognuno con la propria anima e in nome del convivio passionale. Le annate 12 barra 13 in quanto un’annata aveva un piccolo sentore di tappo e subito è stata aggiunta un’altra annata. Giovanni ci descrive le annate, prendendo spunto direttamente dai quaderni di campagna della famiglia Valentini per aiutarci a capire l’aspetto climatico dell’annata. I vini sono tutti dei Trebbiano d’Abruzzo: clone ”Valentini”.Valentini.00_17_49_20.Still033Un discorso a parte. Cominciamo con la 1983 nel decanter data l’annata. Colore giallo dorato/ambrato, ovviamente ossidato. Ci mancherebbe: 33 anni! Abbastanza complesso e le note marsalate prevaricano su tutto sia al naso che in bocca. Un vecchietto con cui parlare, a cui portare rispetto. Una piccola vena acida sembra tenerlo ancora in vita.

1988: leggero sentore di tappo. Non sono abituato a bere vini bianchi fermentati e affinati in legno come fanno in Borgogna dato che in italia lo fanno sempre, o quasi, male. Mi aiutano alcune persone al tavolo che degustando ad alta voce mi fanno avvicinare meglio al vino, nonostante io sia un sommelier al secondo livello. Ma con questi vini non credo serva a molto la terminologia ais. Giallo dorato con riflessi ambrati, complesso e si nota una speziatura dolce di vaniglia. Abbastanza armonico ed equilibrato peccato per il tappo. Valentini.00_14_42_17.Still0101990 si avverte gia dal colore che c’è un cambio di passo. Svanisce il riflesso ambrato e il giallo dorato si evince nitidamente. Al naso è fluido, preciso, complesso. Speziatura di frutta secca e bella mineralità. Equilibrato e maturo. Un vino armonico e qui si capisce che l’artigianato supera l’industria.

1993 un ragazzo affianco a me mi fa riconoscere il sentore di salamoia che secondo lui che è piu esperto di me, contraddistingue i vini di Valentini e io gli credo. Un altro gran bel vino. Elegante.

1995 bella acidità e beva. 1997Spezie doci. Mi si comincia a bloccare il naso. Assuefazione da trebbiano in legno.

1998 elegante, rustico, pietra focaia e mineralità spiccata. Armonico.Valentini.00_15_26_19.Still0152000 il vino che mi è piaciuto di più in tutta la serata. Movimentato, con qualche difetto. Botte vecchia? Noto davvero l’artigianalità del prodotto. Scalcia nel naso. Profumi terziari a go-go dalle spezie, all’etereo quasi idrocarburo, per poi placarsi e ricominciare. Bella acidità, abbastanza equilibrato ma mi piace nella sua imprecisione. Lo immagino questo dentro una botte dei primi del novecento che non sa cosa fare, come trasformarsi e poi continuare a scalciare dentro una bottiglia per un altro decennio.Valentini.00_17_25_18.Still0302001 n.c.

2005 n.c.

Mi sale l’alcool e ho fumato gia due sigarette. Sono un coglione!Valentini.00_16_12_01.Still0212007 già bevuto 3 anni fa dove lo trovai giallo dorato con riflessi verdolini, bella freschezza, ma un legno non ancora del tutto amalgamato, troppo prevaricante. Nonostante tutto mi rimase in bocca fino al giorno dopo. Questa sera lo trovo diverso. Il legno non lo sento più cosi tanto, ma il vino sembra piu fiacco, come se stia dormendo. O forse dormo io!?

2008 n.c. 

Devo riportare la macchina e lo faccio bere al mio amico il buon Fabio. Serata molto bella all’insegna dello stare insieme solo perché accomunati da una passione o forse sono di piu le passioni che ci accomunano? Stiamo combattendo o ce la stiamo spassando? Non lo so. Ci stringiamo le mani tra un caffè e una grappa alla genziana fatta in casa aspettando di rincontarci di nuovo, non sapendo né dove, né quando, ma solo che ci rincontreremo. Con affetto GiulioValentini.00_17_35_13.Still032Flavio Rossi

Verticale, questo è sempre stato per me il Trebbiano di Valentini: una parete verticale da scalare con fatica, sacrificio e dedizione. Una via per una vetta che non sempre riuscivo a raggiungere, non per colpa del vino ma per i miei limiti.

Valentini.00_17_32_24.Still031Occorre superarli i propri limiti per capire questo capolavoro, non ti regala niente. Si concede solo dopo un lungo e serrato corteggiamento, non è mai amore a prima vista.
Verticale: “Che ha la direzione del filo a piombo, che è perpendicolare a un piano orizzontale” oppure “che si articola dall’alto in basso da un livello superiore ad uno inferiore o secondo una determinata successione di valori o di fasi”.
Ecco, niente di tutto questo. Qui non c’è nulla di logico, nessuna causa-effetto, niente di scontato.IMG_76281983
Dici ossidazione e pensi subito che lo stai banalizzando questo vino sublime ed elegantissimo, intriganti sentori di fico, albicocca disidratata, frutta secca e tostatura.
Acidità imponente e rinfrescante, sapidità marina lo tengono vivissimo e te lo fanno amare. Consolatorio monumento.

1988
Note ossidative più leggere del primo, affumicatura, cenere
Punta a oriente per le spezie dolci, il dattero e il ricordo molto vicino del tempo dello yuzu candito assaggiato da Cedroni a pranzo. Sorrido.IMG_76311990
Questo non è un vino normale, potrei anche chiudere qui perchè è così fottutamente buono che quasi ti ci arrabbi. Spesso ci autoflagelliamo pensando ai cugini francesi ma qui non c’è autolesionismo e autocompatimento che tenga.
Alla cieca manderebbe al tappeto molti cugini borgognoni e ad altri si accompagnerebbe con gioia: affumicatura, lime, camomilla, incenso, frutta esotica, mare ed eleganza infinita.
Fuori scala, semplicemente inarrivabile.Valentini.00_14_16_24.Still0061993
Meno imponente e più sottile del suo illustre predecessore (il 1990) ma è un condensato di Valentinità: salamoia, sentori marini, camomilla e freschezza di agrumi da vendere.
Fantastico, da berne a litri!

1995
Pulito, netto e chirurgico con una bellissima tensione olfattiva e una beva straordinaria.
Salamoia e mandorla, fumo di camino e pini marittimi
(questo sì) verticale.IMG_76331997
Enigmatico e silente, con una leggera nota smaltata e un calore evidente.
Finale leggermente amarognolo
Piacevole ma ostico.

1998
Ecco lo sapevo, lo sapevo che mi fregava. Già sbrodolante e rapito per il 1990 mi arriva questa mazzata, perchè di mazzata si tratta.
Un’entrata a gamba tesa di Paolo Montero (Gae non me ne volere) quando sei ormai tranquillo e beato a crogiolarti nelle tue effimere certezze.
Vino maestoso e complesso, una sinfonia che gioca tra dolcezze, spigolosità e fascino marino oltre a ricordarmi in un attimo di lucidità (o demenza) il divino Coche-Dury (bum! polvere da sparo).
Come scrive il buon Chinasky: “Alcuni non diventano mai folli, i loro vini devono essere noiosi”.
Follia al potere.

1999
Tappo, ingiudicabile.IMG_76252000
Erbaceo, sottile e sapido. Non lunghissimo e con una leggera nota metallica.

2001
Potente e muscolare con note di miele, frutta esotica e affumicature. Balsamico.
Quasi ingombrante per complessità e impatto bocca/naso.Valentini.00_17_19_15.Still0292005
Vino d’erba e mare, Sua Mediterraneità. Menta, timo, prato in fiore, pino marittimo e macchia mediterranea.
Impatto nasale da knock out, satura, inebria e conquista.
Mirabolante.

2007
Indecifrabile, esile e silente, ti tiene a galla in superficie senza mai darti la possibilità di andare in profondità.
Algido.

Valentini.00_13_26_01.Still002Marzia Pinotti

[infine, che della medesima serata ne ha già scritto diffusamente nel suo scrupoloso blog Vite in Fermento: Olive, Mare e Vento del Nord]

I quartetto: la serie dei “vini del Nord”, che risentono delle altitudini della Majella e del Gran Sasso quanto a profumi, acidità e mineralità.
1983: smalto e crema pasticcera, erbe e menta, un Marsala d’altri tempi, ricco e sontuoso. Il Vino del Sogno.

1988: idrocarburi e nota candita. Un vino del nord.

1990: erbe aromatiche e nocciola tostata. Caldo, morbido: è secondo me il più allineato ai canoni di oggi, il classico vino che viene universalmente riconosciuto un “grande vino”.

1993: il vino che presenta il maggiore equilibrio in bocca, anche se rispetto al precedente è un vino molto più esile. Forse per questo motivo elegantissimo. Avvolgente e al tempo stesso salato, minerale.Valentini.00_14_32_04.Still009II quartetto: la serie dei “vini del mare”, salmastri e salati. Invecchiando, hanno tutti in parte perso la loro natura di oliva franta e in salamoia che si notava appena dieci anni fa.

1995: vino potente, ricorda un po’ il 1990, ma presenta molto meno rigore, un po’ spettinato, tra l’intrigante e il salmastro.

1997: molto buono, più composto del precedente, ma con uno spettro meno ampio di profumi.

1998: sentori tra il floreale e l’agrumato, emerge con prepotenza sopra le erbe aromatiche il bergamotto

1999: il più estremo, quello che maggiormente sfida le convenzioni e tutte le nostre certezze. Salmastro, chiama la vongola, la cerca. E’ un’ostrica in bottiglia.Valentini.00_16_52_14.Still025III quartetto (che in verità è un quintetto): la serie dei “vini in salamoia”, i vini di Valentini che conosciamo. Spettro di profumi contenuto, ma coerente e riconoscibile.

2000: (n.d.)

2001: nocciola tostata, crema e carciofo, profumi freschi e vegetali ben integrati a sentori più dolci e avvolgenti

2005: tra il Mediteraneo e il floreale, grande compostezza ed equilibrio.

2007: nota salmastra molto evidente e caffè tostato un po’ spiazzante e, a mio avviso, non gradevolissimo.

2008: una spremuta di olive dolci e salate con una leggera effervescenza percepita sulla punta della lingua, ancora un bambino..

Valentini.00_14_49_20.Still011

 

 

“Dissipazioni” – Terre di Confine – Sulla fotografia di Andrea Amadori

18 maggio 2016
Commenti disabilitati su “Dissipazioni” – Terre di Confine – Sulla fotografia di Andrea Amadori

“DISSIPAZIONI” – TERRE DI CONFINE

Aa005_567A distanza di un anno ripropongo più sotto “Dissipazioni” un mio testo critico alla personale Terre di Confine del fotografo Andrea Amadori realizzata dal Laboratorio Fotografico Corsetti a cura degli amici cari Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa

Lo sguardo disincarnato e distante dell’obiettivo fotografico esplora le lande desolate dell’estremo Nord del pianeta, penetrando luoghi nei quali la presenza dell’uomo sembra essere nulla più che un remoto ricordo. Si tratta di Terre di Confine, personale fotografica di Andrea Amadori, una sequenza di 26 fotografie analogiche b/n stampate in formato 30×40 che viene esposta presso il Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7, a partire da venerdì 15 maggio.

Sono istantanee scattate dall’autore nel corso dei suoi numerosi viaggi che hanno toccato ambienti geografici estremi, come l’Islanda, il Canada, l’Alaska, la Siberia, l’Artico, tutti accomunati dal fatto di essere i remoti avamposti boreali della comunità umana. Terre di confine per eccellenza, i cui limiti sembrano sfidare la possibilità stessa di fissare un ordine visivo logico e antropico.

Le tracce dell’umanità non mancano in queste immagini: panchine, pali, relitti, distanti case-guscio, che forse hanno dato rifugio a sperduti cacciatori. Eppure proprio questi dettagli, inghiottiti dallo splendore algido e feroce di una natura invincibile, alludono a una metafisica incomprensibilità del visuale. Un mistero tangibilmente evidente che l’uomo è costretto ad affrontare quando si confronta con la solitudine e con i propri limiti, invisibili confini ottici e mentali.

Le immagini di confine di Andrea Amadori ci trasportano dunque in una dimensione di silenzi avventurosi, una “dissipazione” dell’umanità come nota acutamente Gaetano Saccoccio nel suo intervento critico: “quadri d’attimo in definitiva sfregiati da un’entità invisibile che ha qualcosa più del disumano, dove il prefisso “dis” sta ad intensificare maggiormente la sparizione dell’umanezza”.

Stampe ai sali d’argento eseguite dal Laboratorio Fotografico Corsetti.Aa017

Andrea Amadori è nato nel 1984 e vive a Roma. Laureato in ingegneria, lavora nel settore delle fonti energetiche rinnovabili. Ha molte passioni, principalmente i viaggi e l’arte, in tutte le sue forme espressive. Appassionato di fotografia sin da bambino, inizia ben presto a praticarla in senso artistico. Per rappresentare introspettivamente le emozioni preferisce la fotografia analogica a quella digitale e in particolare il bianco e nero. Fra i suoi temi preferiti la natura e il mondo che ci circonda, spesso colto in luoghi estremi e in spazi lontani, che gli permettono di coltivare la sua altra passione, quella per il viaggio. Nel 2005, appena ventunenne, viene invitato ad allestire una sua personale intitolata La percezione del nulla, incentrata su un suo viaggio in Mongolia.

Nel 2008, gli artisti del duo Two&New (born) lo chiamano ad unire al loro estro, imperniato sullo studio dei volatili, la sua espressione fotografica nella mostra New angulus ridens, presso l’Istituto Musicale di Alta Cultura “G. Paisiello”, nell’ex Convento di San Michele a Taranto. Negli anni successivi, realizza altre esposizioni personali a Roma, tra cui …Pensami altrove. Una sua intervista è stata pubblicata sulla rivista fotografica on-line Photo&Retouching. Fra i suoi progetti futuri: un reportage notturno con diapositive a colori, in Asia.

http://cargocollective.com/andreaamadori

 

Aa010 copy

DISSIPAZIONI

«Ma la mia valle, che risalgo, è deserta, […] Non vedrò un viso, non udrò una voce. E mi sembra ingiusto e cattivo. In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati.»

(Guido Morselli da Dissipatio Humani Generis, Milano, Adelphi, 1977)

Di tutte queste 26 immagini, sono soltanto 6 scatti a manifestare una quasi annullata presenza del Caso Clinico Uomo, eccetto si direbbe – e non è proprio cosa ovvia – l’umanissima rètina del tipo-fotografo, a sua volta assestata protesi meccanica su cavalletto: occhio velato dietro a un obiettivo comunque manufatto dall’homo technologicus, che inquadra e punta dritto al paesaggio in questa vertiginosa mise en abîme tra Civiltà e Natura.

189990D5-D3AA-4CB8-B225-B4A907038EDCDunque abbiamo 6 foto, fugate da un pur irrisorio segno d’attività o intervento più o meno invasivo da parte di qualunque organismo vivente – umano o animale – che conformano un mondo perduto di ghiacci, montagne innevate, vive foreste d’abeti, tronchi d’albero morto, sulle rive del lago antracite.
Potremmo ben figurarcela quindi come location postumana d’un ipotetico The North a luci di posa appena spente, senza cioè più le imbarazzate e pseudo-illuministiche messe-in-scena del povero bon sauvage Nanook di Flaherty o la tracotante e – bene o mal corrisposta – naiveté dal Grizzly Man di Herzog sino ai fastidiosi fasti blockbuster e al finto ecologismo in imposta ottica Paramount alla Into the Wild.

DA0A8B21-C4E1-4790-97C5-55C1E01169A7Ora, segnate o no dall’impronta del passaggio umano, proporrei per tutti e 26 questi paesaggi la definizione di fotografie/monologo nelle quali la voce, pardon, la lente dello sguardo sinestetico del protagonista-fotografo bofonchia – con lucidità di mente e fermezza di mano – una frase amara dal Morselli più desolato: «Andarmene, dunque senza lasciare traccia. Questo mi è parso essenziale».

Eppure, nebulizzata l’umanità oltre i margini, cancellato lo scarabocchio di carne ed ossa come sfrego di matita sulle pagine di neve o di nuvola, proprio da questi rettangoli del mondo esteriore in bianco-acqua/nero-terra, tralinea il soffio d’un respiro a Sistema Zonale di colori ed è la vita intima multidimensionale di colui che ha fissato questi spazi polari (e perché no bipolari?) attraverso la macchina del tempo fotografica. 882AADF3-3FD8-47CC-9CD4-7D067DC5BE42A proposito del pensare per immagini e dei fogli di nuvole, a parte l’esplicito e dovuto rimando al Padre/Padrone Ansel Adams, per quanto virate in tonalità di bianco-nero-grigio, da queste diapositive scintilla subitaneo alla mente ∞ Infinito di Luigi Ghirri, 365 scatti di cielo, ognuno per quanti sono i giorni dell’anno, corollario inconscio agl’Equivalents di Alfred Stieglitz, foto di nuvole appunto ottenute con un apparecchio Graflex atto alla ottimale focalizzazione dello zenith, che proprio così scarnifica all’osso la – alla fine dei conti – condivisibile Weltanschauung del «caos del mondo e sua relazione con questo caos». 32D7D2D9-EC2B-4444-B547-5DA434F0F349Tuttavia son proprio gl’altri 20 scatti – quelli in qualche modo contaminati dall’intervento dell’essere umano e dalle sue abitazioni per quanto inospitali – son proprio questi insomma i quadri d’attimo in definitiva sfregiati da un’entità invisibile che ha qualcosa più del disumano, dove il prefisso “dis” sta ad intensificare maggiormente la sparizione dell’umanezza. Aa003Una staccionata sfocata nella nebbia a delimitare approssimativi sconfinamenti sul pianeta delle nevi illimitate e accecanti che mettono così alla dura prova anche il più sofisticato filtro di polarizzazione della luce. Il relitto “fuori luogo” d’un aereo a specificare – qualora ce ne fosse urgenza – la genetica opposizione del progresso arrogante ed inorganico della inciviltà post-industriale contrapposta all’universo spontaneo d’una natura autosufficiente anche e soprattutto senza di noi. La rompighiaccio abbandonata su una rena secca e sassosa, che contrappunta quell’altro ambiente aereo coi vapori dei geyser su superficie di fango lunare che ambiguamente si mostra pure come un’apnea di macerazioni boreali.D387560C-CB2C-4579-B8D0-217EDFB4694CCubi d’abitazioni (abitate?) coi tetti d’erba e di legno lavorato o scoperchiati (inabitate!) a subire un soffitto cinereo di nubi all’uranio liquido.
Carcasse d’automobili e uno school bus fantasma che assieme alla scritta Maligne Lake sulla boat house – s’evince una località turistica durante la stagione buona – proiettano verso ancor più minacciose prospettive hitchcockiane dove però non ci son più né giovani innocenti né caccie a ladri o fuorilegge, né tanto meno uccelli assassini e se c’è da qualche parte un lago ridente questo è ormai sepolto dalla neve, almeno per un istante – quello dello snapshot – che durerà cartier-bressonianamente ab aeterno. 21_670Avventurati sulle geometrie non-euclidee di quest’arcipelago di rappresentazioni, avviene ad un certo punto l’indicazione stradale a un posto impronunciabile, impilata in un tumulo di sassacci come fosse la sepoltura futuroprossima di colei o colui che sta lì fisso ad osservare questo habitat oggettivo che non prevede punto soggetti alcuni, osservatori o osservati essi siano. Difatti ecco il ponticello sull’acqua lacustre che direziona sul nessun luogo pedemontano eventuali Dead Men di passaggio, così pure le obbligatorie 4 croci bianche utili all’effetto finale di un piano sequenza di John Ford, artigiano del Western, o addirittura emerse con freudiana forza espressionista dal Nosferatu di Murnau. 06_670Punto di fuga e d’osservanza privilegiato, una panca vuota possibilmente adatta a meditazioni di Zen settentrionale, appoggiata su un canyon che è già a sua volta anfiteatro montagnoso ed embrione geologico, affacciato sugl’abissi trompe-l’oeil del cosmo aurorale… a Nord di nessun Sud. [gae saccoccio]

11_670

Il Senso di Joško Gravner per la Ribolla: Cena al Per Me Giulio Terrinoni

17 maggio 2016
Commenti disabilitati su Il Senso di Joško Gravner per la Ribolla: Cena al Per Me Giulio Terrinoni

 Il senso di Joško Gravner per la Ribolla: Cena al Per Me Giulio Terrinoni

13151664_1788397738055118_2200820409804885927_n

“Essere contadini non significa fare solo il vino, il contadino deve saper fare tutto!”

Joško Gravner

Joško Gravner non ha bisogno di tante presentazioni o tantomeno salamelecchi. Qualsiasi sfoggio elogiativo, celebrazione in vita e panegirico non possono che risultare lacunosi e insinceri, inadeguati a restituire la complessa semplicità (leggi anche semplice complessità) di Joško uomo, filosofo, contadino e viticoltore nel Collio, ad Oslavia per l’esattezza.

Da una fase giovanile di ricerca inesausta ed irrequietezza sperimentale del “tanto è buono” Gravner arriva oggi nella piena maturità e saggezza del suo percorso di vignaiolo ad una sfera di consapevolezza che possiamo ben definire senza tema di smentite anzi con l’approvazione taciturna e sorridente dello stesso Joško, del: “meno è meglio”.336196e601b3726f1b44b8cb566e217bGravner è quindi un architetto nella natura le cui linee guida e strumenti di lavoro quotidiano sono quegli stessi termini utilizzati come categorie di pensiero e d’azione ad indicare le sezioni equivalenti anche nel sito aziendale che lo racconta: la Luna, l’Uomo, le Case, la Terra, l’Acqua, le Vendemmie, la Cantina, il Vino. 13055360_1784657648429127_5822689133973417710_n

Uomo, Filosofo e Contadino, Joško dicevamo è soprattutto un Architetto “nella” natura e non “della” natura. Sembra niente, solo il cambio di una preposizione articolata ma in verità è una sottrazione non da poco, un togliere cioè d’arroganza e di sopruso perché essere architetti della natura equivarrebbe all’atto tracotante di sostituirsi a un Ordine Supremo, di qualunque entità religiosa, mitologica o mistica esso sia. Essere invece architetti nella natura riporta più ad un senso di misura, di modestia, d’equilibrio e di scambio alla pari, il più idealmente possibile alla pari, tra l’Uomo e la Natura.

In altra occasione sempre su questo sito si raccontava una degustazione di annate storiche di Gravner avvenuta a Catania: Il Vino come Narrazione del Paesaggio nel Tempo e nello Spazio.

1220

Per quanto mi riguarda fino ad ora credo di poter tranquillamente affermare che l’esperienza più toccante che abbia mai vissuto da quando frequento cantine, vignaioli e aziende vinicole l’ho avuta proprio da Gravner assieme a Joško.

Ceniamo in famiglia con moglie e figlia, Mateja, ed è una cena austera come piace a me a base di rape macerate nelle vinacce della loro cantina per qualche semestre, salsiccia stufata, pane rustico di casa e un’insalatina del loro orto condita con aceto di cachi fatto sempre da Joško accompagnato da qualche fetta del suo meraviglioso salame da maiale brado di cui va così fiero quasi quanto, se non addirittura più, della sua Ribolla “tutto tagliato al coltello e soltanto con l’aggiunta minima di 18 gr. di sale..”b4f557781c35c48e2b8be07b61414902

Bevuto l’ultimo sorso di Ribolla 2007 e dopo avermi mostrato la bottiglia distesa in orizzontale sul tavolo e fatta rotolare sotto le sue mani come fosse un mattarello o con l’idea quasi di spremerne e strizzarne il vetro sulla superficie, mi fa: “Lo sapevi? Così il vino che era rimasto sulla parete interna della bottiglia si raccoglie in fondo e ne scende giù ancora un altro goccetto..” e difatti a fine della dimostrazione rialzando la bottiglia me ne distilla nella coppa quella lacrimuccia recuperata dall’operazione. Sono coppe amplie senza gambo quelle in cui beviamo, con un paio d’incavi adatti ad inserirci le dita, ideate da lui ispirandosi alle tazze dei monaci ortodossi conosciuti in Georgia quando andava nel Caucaso alla ricerca delle grandi anfore di terracotta; sono coppe in vetro realizzate da Massimo Lunardon che rimandano al gesto semplice ed ancestrale del bere con le due mani giunte a coppa appunto.

“Bene! Vado a riprendere il cavallo in campagna, che fai, vieni con me?”ae3df5dc8e5c27f6831734c57ddec26b

Era una serata fredda ma tersissima di metà Marzo, la luna piena o quasi. Passeggiamo per ore tra le vigne di Joško l’uno accanto all’altro mentre il mio Frank Lloyd Wright dell’uva con il passo sereno e il sorriso onesto di un bambino tra i suoi giochi prediletti mi illustra i lavori nei campi del giorno prima e quelli da fare il giorno appresso, le orme dei cinghiali, le pre-potature delle viti e le potature degl’alberi da frutto, la simmetria delle vigne e loro forma d’allevamento, il senso della disposizione degli stagni per tutto l’anfiteatro dei vigneti al fine di ricostituire maggior biodiversità possibile (api, insetti, zanare, uccelli, pesci, gelsi, meli selvatici, sorbi dell’uccellatore, mandorli, peschi…), per una riappropriazione del senso più genuino di podere agricolo inteso a trecentosessanta gradi e non solo come sistema monocolturale intensivo così come purtroppo si è tramutata la gran parte della viticoltura attuale anche quella piu virtuosa e attenta per ovvie ragioni di commercio e sussistenza economica. “Essere contadini non significa fare solo il vino, il contadino deve saper fare tutto!”Mar13_hiroshige4972x609Ogni dettaglio anche il meno visibile ad occhio umano medio nella mente architettonica di Joško, perfezionista ed essenzial-centrico, è un elemento minimo mai ornamentale ma sempre sostanziale alla visione d’insieme. Allora mi racconta del restauro della casa degl’avi, di uno scultore che vive in selvatica solitudine trai boschi della Solvenia che gli ha fatto dei lavori in pietra di una devozione da artigiano medievale, sia la nicchia che la Madonna per una cappelletta con un tormentato percorso burocratico d’edificabilità affidato alle solite amministrazioni comunali, di una bellezza severa e di una precisione universale da commuovere un umile bracciante tanto quanto un raffinato storico d’arte. geometric12-transomRagioniamo e passeggiamo quindi come due peripatetici di scuola Stoica, calcando la terra, sfiorando i filari, scalciando i sassi affioranti dalla ponka. Discutiamo di cambiamento climatico, di biodinamica, di espianto dei vitigni internazionali, di Ribolla, di annate con la botrite nobile, di trattori e cingolati, di caprette tibetane ne ha tre in azienda una quarta è morta perché malata, di controllo della qualità e maturazione delle uve: “mandare ad analizzare la propria uva in laboratorio è indice di insicurezza ed ansia da prestazione, ogni viticoltore dovrebbe essere certo per consapevolezza ed istinto di quel che è il grado di maturazione della sua uva semplicemente assaggiandola… nella serenità si può attendere l’ultimo giorno possibile per la vendemmia!”

Ragioniamo ancora di fasi lunari, d’attitudine agricola artigianale, d’approccio limpido in vigna e in cantina il meno invasivi che si possa: “perché il vino si è fatto per millenni così nella maniera giusta, la Tecnica è un bene solo se a supporto non a sopruso della materia prima, – l’uva cioè -, che deve arrivare a vendemmia il piu sana, croccante e perfetta possibile prima di poter essere portata in cantina.” GinkgoBirdsmPasseggiando e conversando, saranno passate così un paio d’orette, in un campo che dirada verso i boschi immerso in una marea d’erba lunare Joško chiama a raccolta il suo cavallo Saška e Saška dal fondo del campo nitrisce e corre in su elegantissimo verso di noi, il manto rilucente di rugiada notturna. Lo riprendiamo con noi assieme ai due cani che erano già fin dall’inizio in nostra compagnia per rientrare verso casa.

Fermi davanti a un albero con una potatura a pergola da farmi pensare a certi splendidi giardini Zen intravisti in Giappone, Joško accanto al suo Saška mentre gli strofina amorevolmente il dorso mi fa: “Sai che cosa è? Ne ho piantati due di questi alberi qui tra le vigne. È un Ginkgo Biloba, una pianta antichissima e resistente che è sopravvissuta all’estinzione dei dinosauri e alla bomba di Hiroshima.”6d8c244c078fd615b0b4f8e1cfeada7e

Date queste premesse in cui a rischio d’autoreferenzialità mi sono permesso di raccontare l’emozionante lezione di vita, di etica ambientale e di botanica che ho ricevuto ad Oslavia una sera fredda e ventosa di metà Marzo, ecco che assieme ad Alberto e Nanni dell’agenzia di comunicazione Cultivar ci siamo riproposti di portare Joško Gravner giù a Roma ad una cena da Per Me Giulio Terrinoni con un’approfondita verticale della sua Ribolla in assaggio.

13087653_1335038353179567_5717161653021050351_nIn questa serata romana d’incontro tra Joško Gravner, Giulio Terrinoni e la ventina di fortunati che sarebbero riusciti a prenotarsi per tempo e ad affrontare il costo impegnativo della cena, l’intento impossibile ma prioritario che mi ero ripromesso era proprio quello di riuscire a portare in città almeno un frammento campestre e densamente magico di quella mia notte d’iniziazione con Joško nella sua vigna-giardino.apcCerto non è mai facile in queste degustazioni dove ci si ritrova fondamentalmente racchiusi con estranei in una stessa sala a condividere un’esperienza conoscitiva che presuppone intimità, confidenza e misurato tono di voce, è proprio questa la barriera psicologica più aspra da abbattere, il ghiaccio più duro da spaccare. Nel caso di Joško poi a maggior ragione, pesce fuor d’acqua quanto mai e soprattutto fuori dai suoi usuali scarponi di campagna da dove l’abbiamo sradicato per catapultarlo in una dimensione di cena urbana tra sconosciuti.

Ritengo tuttavia che alla fine l’esperienza unica di penetrare a fondo i segreti più riposti della Ribolla Gialla assieme al suo interprete più geniale Joško Gravner sia abbastanza ben riuscita e Joško stesso senza troppe forzature espressive, perplessità o formalismi ha avuto agio, spazio e modo di raccontare se stesso, l’ecosistema delicato del suo cosmo vitivinicolo, l’Oslavia e la propria vigna-giardino.

13166073_1790110941217131_7275055176474060602_nCon la complicità di Giulio Bruni, Fabrizio Picano e Flaminia Francia in sala assieme agli amici Jacopo Cossater e Federico de Cesare Viola ad incoraggiare le pulsioni della conversazione domestica sul vino, le annate, il cibo, il suolo, il terroir in compagnia di Joško, Mateja e il pubblico dei partecipanti accordati allo spirito di relazione della serata, il convivio ospitato nella casa-cucina di Giulio Terrinoni ha assunto man mano sempre più il giusto timbro atmosferico e l’umore uterino di una conversazione in famiglia tra noi, Lui, la sua Ribolla Gialla presentata in 7 annate diverse assieme ad altrettante portate fortemente pensate da Terrinoni per l’abbinamento ai vini su alimenti indicati dallo stesso Gravner e trasformati come per miracolo in cibi filosofali nelle mani controllatissime di Giulio, alchimista dei fornelli.

Questo è stato il menu della serata:

menu

  • 7 le portate degli alimenti/elementi
  • 7 le annate dei vini
  • 7 i colori dell’arcobaleno
  • 7 i colli di Roma
  • 7 il numero della completezza sacro al Gautama Buddha
  • 7 gl’anni per la rigenerazione delle cellule
  • 7 gl’anni per la maturazione della Ribolla Gialla

IMG_9869Il risotto di triglie, carciofi, animelle e mentuccia romana ad esempio ha quintessenzializzato il senso dell’intera serata con l’utilizzo di elementi/alimenti nobili ed eterei quali l’animella appunto armonizzata ai più umili e terrosi carciofo e triglia, il rimando ancestrale quasi proustiano direi alla memoria della mentuccia usata dalle nostre nonne, cogliendo così l’abbinamento forse più con/geniale con i vini di Joško che sono difatti una vera spremuta di nobile umiltà e rammemorazione presocratica generati tanto dalla Terra che dal Cielo che dall’Acqua, matrice di vita fluida.

13173723_508257082695871_8807949405733813922_n

Verticale di Ribolla Gialla Gravner in abbinamento alla cucina del Per Me Giulio Terrinoni:

  • 1) Ribolla Gialla 2007 [Lunghi periodi asciutti e piogge discrete, uve sane e mature. 25 Settembre fine vendemmia]Speck di Ricciola, chutnay di pere, crescione di fiume, tradizionale di Modena
  • 2) Ribolla Gialla 2006 [Annata da manuale, uve belle e sane senza botrite. Vendemmia terminata il 14 Ottobre] – Tartelletta di cipolla fondente, Baccalà mantecato, erbe bruciate, tartufo
  • 3) Ribolla Gialla 2005 (Magnum) [Annata equilibrata. Le piogge autunnali hanno permesso lo sviluppo ottimale della botrite. 12 Ottobre fine vendemmia] – Ravioli di radici, crudo di Gambero rosso, mandorle, rafano
  • 4) Ribolla Gialla 2003 (Magnum) [Asciutta, poche piogge da Marzo a Dicembre, limitata quantità di uve prodotte. Fine vendemmia 26 Settembre] – Risotto, Triglie, carciofi Animelle, mentuccia romana
  • 5) Ribolla Gialla 2002 (Magnum) [Estate fredda e piovosa. Buona presenza di uve botritizzate. Vendemmia finita il 4 Ottobre] – Rombo al vapore, asparagi, salsa tartara, sambuco
  • 6) Ribolla Gialla 2001 (Magnum) [Estanze abbastanza piovosa che però ha risparmiato i vigneti. Fine vendemmia 2 Ottobre] – “Il Coniglio in vigna”
  • 7) Ribolla Gialla 1998 Riserva (Magnum) [Annata pre-anfora, intervallata da piogge, giornate asciutte e ventialate. Produzione di uve in parte botritizzate, la prima volta ad essere utilizzate in un vino di Gravner. Vendemmia termiata il 3 Ottobre.] – Cacio e pepe

13221612_971428039638412_8242815136073123550_nNon posso qui non ringraziare tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di una cena a dir poco perfetta: ospitalità, controllo delle materie prime, servizio in sala, temperatura dei vini, tono familiare della conversazione a tavola, serena aria di convivialità tra i commensali, curiosa disposizione all’ascolto, sacrosanta sete di buon vino, semplicità e conoscenza. IMG_9884Il vino di Joško Gravner è un vino cosmico, è il respiro del mondo sotto-vetro, è uva al suo grado di maturazione perfetta, è poco-poco zolfo, è eternità di Tempo Opere e Pensiero spremuta dagl’acini d’oro finissimo racchiusi nel grembo della vigna-giardino e armonizzati al sistema solare materno. Dalle rocce calcaree alle stelle, posso ritenermi davvero strafelice d’aver innescato quest’alchimia filosofale tra Supremazie.. dal buon vino al buon cibo alla buona compagnia.13178985_971249079656308_6785448958203791555_nConcludo infine aggiungendo in rosso il commento di un “lettore social”, commento se vogliamo anche legittimo in senso amplio, ma un po’ troppo generico e superficiale nello specifico, a cui rispondo più sotto in verde.

Filosofia a parte con questi prezzi sarà difficile venire. Sicuramente ne varrà la pena ma non è proprio per persone normali. Le degustazioni dovrebbero essere “pubblicità” per attirare e allargare la cerchia dei clienti e non per restringerla. Ai fortunati che ci saranno chiedo almeno un resoconto dettagliato dei piatti.
La cena è al Per Me di Terrinoni un ristorante con uno spazio interno massimizzato per serate come questa ad una ventina di coperti per non stare uno sopra l’altro; per quanto uno voglia democratizzare i costi ed allargare la cerchia, lo spazio è comunque quel che è, non potevamo essere più di una ventina di partecipanti. Ancora vanno considerate poi tutte le spese connesse al lavoro sul cibo e sul vino che ci sono dietro, al servizio della sala, alla manutenzione continua e scrupolosa della qualità.. qualità nei fatti e non a chiacchiere. Concordo pienamente sul discorso della promozione per attirare e non per restringere ma già per questo credo ci siano oramai più Festival, Rassegne e Fiere del vino che vini stessi, a prezzi molto accessibili per assaggiare quel che più uno desidera! Io sono comunque  il “fortunato” che ha organizzato la serata e spero di essere all’altezza di “resocontare” al dettaglio i piatti e i vini per il beneficio di chi non ha potuto – per ovvie ragioni di limitazione delle disponibilità e per il costo importante della serata – permettersi questo gran privilegio. Un saluto. (gae saccoccio)13221501_10154061919229627_2519776313121417876_n

 

Un Reportage dalla Florida all’Etna. Degustazione Bendata al Cave Ox. (Keith Edwards)

14 maggio 2016
Commenti disabilitati su Un Reportage dalla Florida all’Etna. Degustazione Bendata al Cave Ox. (Keith Edwards)

3Dalla degustazione bendata Alla Cieca per Vederci Meglio messa in piedi assieme a Bevitori Indipendenti al Cave Ox di Solicchiata la sera della vigilia di Contrade dell’Etna il 17 Aprile scorso (2016), ecco che dopo neppure un mese spunta fuori all’improvviso una mirabolante relazione ricostruita con occhio e orecchio precisi, genuina curiosità, partecipata ironia ed efficace senso della misura dall’economista, archeologo e wine enthusiast Keith Edwards riportata nel suo blog: Wine – Mise en Abyme

21Edwards era presente anche lui quella sera alla strabordante degustazione etnea trovandosi in Sicilia – come ben racconta nel suo pezzo – per un giro di perlustrazione enogastronomica europea direttamente dalla sua Orlando (Florida). Avremmo dovuto essere massimo 70 persone ma alla fine eravamo quasi cento cristiani tra gente in piedi e seduti ai tavoli in quella fatidica sera che ancora non mi è ben chiaro – né credo sia chiaro altrettanto a Valerio Capriotti, Alberto Buemi e Sandro Dibella – di come siamo riusciti a sfangarla fino a uscirne vivi.

16Traduco quindi di seguito il vivace articolo di Keith: Blind Tasting at Cave Ox, ringraziando innanzitutto il comune amico Brandon Tokash caloroso ambasciatore della Sicilia residente sull’Etna il quale ha fatto scintillare questo stupefacente cortocircuito tra noi fomentati della degustazione bendata, nella medesima serata di cui appunto si ricostruisce qui l’essenza, le ragioni e gl’esiti di fondo catturati con non comune arguzia dallo stesso Keith Edwards. 

12472606_867387373390042_7936221395462214637_n

Queste sono risultate essere dunque le bocce una volta smutandate delle loro bende:
I batteria:
1. Cantine Olivella Catalanesca 2013
2. Filippi Soave Vigne della Bra’ 2013
3. Monte dei Ragni Soave Inamphora 2014
4. Malvasia di Candia Camillo Donati 2012
5. Cidre Brut Eric Bordelet

7II batteria:
6. Rosato Le Coste 2014
7. Vittorio Graziano Lambrusco Grasparossa Fontana dei Boschi
8. Masseria del Pino – Rosato Super Luna (Sample not for sale)
9. Francesco Guccione NM (Nerello Mascalese) 2013
10. Eduardo Torres Acosta – Versante Nord 2014
11. Masseria del Pino – I 9 Fratelli Etna Rosso
12. Chateau Las Collas Rivesaltes 1995

14Ad ogni modo per gli interessati linko qui il videoclip (a cura di Salvatore Gravina) che testimonia il mood della serata e per chi volesse poi proseguire con ulteriori approfondimenti sul tema sempre in questo mio spazio virtuale da vinosofo ambulante avevo già proposto fondamenti, linee guida e motivazioni generali sia pratiche che teoriche del degustare i vini alla cieca poiché solo così si sente, si giudica e si gusta attraverso i propri occhi naso e bocca scintillanti sciolti da opportunistici vincoli d’ordine sociale e senza quegl’insidiosi condizionamenti del Marketing.

Alla cieca insomma per aprirsi ancor più gl’occhi il palato e la mente!

Accecando le bottiglie di bianchi frizzanti rossi e rosati “ciclopici”, abbiamo inteso così restituire più vista a tutti i sensi di chi s’approccia al vino senza condizionamenti, frigidezze, ansie da prestazione, serietà da beccamorti e ottusi pregiudizi ritrovando così quello stesso vento di scoperta e spirito d’avventura che muove Ulisse, primo esploratore sul mare “color del vino”. 

[gae saccoccio]

23

Degustazione alla cieca al Cave Ox (Solicchiata – Castiglione di Sicilia): il mio primo evento in assoluto sull’isola. 

[Keith Edwards

11Con un “amico di bevute” ci si stava organizzando per una visita nella provincia della Rioja a fine Aprile. Stavamo decidendo di estendere quel viaggio in modo da poter includere anche le degustazioni di Galloni con Vinous a Londra non appena sono state annunciate. Man mano che si avvicinava la data del viaggio ho cominciato però a pensare che in fondo ero già stato nella Rioja quindi se proprio dovevo ritornare in Europa, forse avrei dovuto visitare un altro posto che non avevo ancora avuto occasione di vedere. Così ho comunicato al mio amico che ce ne saremmo belli che andati sull’Etna!13Ho quindi scritto un messaggio a Brandon Tokash (il mio nuovo miglior amico che vive proprio sull’Etna e che ho incontrato la prima volta al IV Winelover Anniversary Celebration di Atene) dicendogli che con un gruppo di amici saremmo andati sull’Etna per un fine settimana. Brandon mi ha subito scritto così: “non puoi venire sull’Etna e non visitare anche il resto della Sicilia”, consigliandomi di prenderci almeno un altro paio di giorni per scoprire anche un’altra parte di Sicilia oltre all’Etna. Mi sono in effetti trovato subito d’accordo con Brandon così proprio assieme a lui avremmo visitato prima altre zone della regione e saremmo poi andati sull’Etna per il fine settimana a visitare alcune aziende vinicole.

2 Una volta che andavo sul Vulcano più alto d’Europa Brandon ha aggiunto che sarebbe stata un’ottima occasione per me, capitava di lunedì, di partecipare a Contrade dell’Etna – un grande evento dove si ritrovano tutte le aziende dell’Etna con i loro vini in esposizione – e poi visto già che c’ero, la domenica sera prima di Contrade al Cave Ox di Solicchiata avrei potuto anche partecipare all’evento in programma: Alla Cieca per Vederci Meglio. Ed è così che mi sono ritrovato alla fine a partecipare appunto a questa degustazione alla cieca sull’Etna, una domenica sera di metà Aprile.4La degustazione comprendeva due batterie – una I batteria di 5 bottiglie e una II batteria di 7 bottiglie – ed è stata condotta da Valerio Capriotti di Bevitori Indipendenti e Gaetano Saccoccio di Natura delle Cose. Gli organizzatori hanno impostato la degustazione alla cieca con l’intento principale di sbarazzarsi del fardello della riconoscibilità di un’etichetta di vino da parte di chi si dispone a degustare. Se l’identità di un vino resta sconosciuta ai degustatori, questi ultimi non condizionati dalle etichette possono concentrarsi meglio sulle caratteristiche prinicipali del vino basandosi maggiormente sui sensi dell’olfatto del gusto e della vista non facendosi influenzare dal marketing.22Il Cave Ox si ritrova dentro un cortile interno. Lo spazio di fuori davanti all’entrata è allestito con tavolini da esterno e ancora più su ha un aspetto di giardino rustico contornato di altri posti a sedere. Al nostro arrivo alcune persone erano sia sedute che in piedi a discutere tra loro fuori l’ingresso e Brandon si è fermato a salutare e parlare con ognuno di loro. Ci sono voluti letteralmente 30 minuti prima che dall’entrata riuscissimo a raggiungere l’interno del ristorante dove a quanto pare avremmo dovuto prender posto. Brandon ha stretto ogni mano, abbracciato ogni petto, baciato ogni ragazza prima di arrivare al nostro tavolo. Brandon, che tipo! Dovrebbe proprio considerare l’opportunità di candidarsi a fare il sindaco o qualcosa di molto simile!12La serata era al completo oltre ogni dire. Nella sala principale c’erano tre o quattro tavolate disposte in parallelo e altri tavoli aggiunti sotto le due nicchie adiacenti alla sala maggiore. I tavoli erano molto costipati così le sedie erano tutte appiccicate tra di loro tanto da avere un senso d’oppressione e la viva impressione di come possano sentirsi le sardine quando vengono disposte dentro le loro scatolette di latta.

1Ammeto di aver avuto una certa apprensione su come potevano andare a finire le cose sapendo che la degustazione sarebbe stata condotta in italiano – la conoscenza del quale per quanto mi riguarda si limita ad alcuni pochi nomi di produttori di Barolo e Montalcino – e non volevo poi di certo gravare eccessivamente sulle spalle di Brandon facendogli sentire che avrebbe dovuto marcarmi a vista al fine di smorzare il mio disagio. Tutte queste mie perplessità si sono comunque disciolte in aria non appena ho visto Gae. Ho riconosciuto il tipo fin dall’aspetto, venuto fuori direttamente dalle strade di Williamsburg a Brooklyn, Gae sembra un hipster di quelli che piacciono a me, gente della mia gente senza dubbio, quindi tutto non sarebbe potuto che andare di bene in meglio!6Il discorso d’apertura l’ha tenuto Valerio, un’introduzione piuttosto lunga ma ha mantenuto viva l’attenzione dei partecipanti. Basandomi sui commenti di Brandon sembra che Valerio abbia illustrato una contrapposizione tra vini naturali e vini convenzionali, o, sempre a detta di Brandon, una: “bastardizzazione del vino.” Come Valerio ha finito il suo imbonimento è arrivato il turno di Gae di tirare il suo calcio di rigore e così siamo stati accompagnati per mano nel cuore vivo della faccenda.

18La sala era tutto un ronzare e un brulicare delle conversazioni cacofoniche del pubblico intento a tentare d’anticipare l’identità del vino bendato, con la moltitudine dei camerieri saltellanti attorno ai tavoli per servire il vino e degli operatori fotografici intenti a riprendere con video e foto le successioni dell’evento. Appena servita la prima bottiglia il silenzio è calato sulla sala con i partecipanti tutti presi e concentrati a valutare il vino di prima mano. Già dopo le prime annusate e i primi sorseggi il livello del rumore di fondo si è nuovamente rialzato con la gente che cominciava a descrivere le proprie sensazioni al riguardo azzardando ipotesi e supposizioni sull’identità del vino in questione.

17Il giovane seduto proprio di fronte a me (Dimitri Lisciandrello) ad esempio ne ha fatto un vero caso appassionato in merito alla sua convinzione su che tipo di vino si trattasse e alla fine, per quanto la sua ipotesi sembrasse contro corrente: “un bianco campano”, si è rivelata essere proprio quella giusta nel frattempo che gli altri partecipanti erano invece quasi tutti  completamente orientati verso un’altra idea, tipologia di vino e regione vinicola.

8Questa procedura, inclusi i dialoghi fra “i deputati” e i commenti dagli “imputati” in aula si è ripetuta per ogni vino e per tutta la prima batteria.

10Cave Ox è particolarmente famoso per la sua ottima pizza, quindi dopo averci servito un gustosa serie d’attraenti antipasti siamo stati intrattenuti con una successione di ancor più allettanti e clamorose tipologie di pizza.5 Brandon sempre accanto a me e sempre così disponibile man mano mi aggiornava sui nomi e gli ingredienti di ogni tipo di pizza, su chi fossero gli altri partecipanti alla serata, le loro connessioni alle aziende vinicole visto che quella stessa sera la gran parte dei componenti del pubblico erano tutti chi produttori chi enologi chi vignaioli o comunque tutti in un modo o in un altro coinvolti nel mondo del vino.25Alla fine della prima batteria tutti i vini sono stati rivelati uno ad uno. Ad ogni scoperta di bottiglia è seguito un dialogo piuttosto animato tra il pubblico e gli organizzatori, una discussione che presumo esser stata assai istruttiva e ben informata.13082711_867391050056341_3230096984573104742_nInsomma, alla fine della serata non conoscevo neppure un’etichetta di tutti e 12 i vini scoperti ma l’intera esperienza mi ha davvero aperto gl’occhi.

C’è sicuramente maggior interazione e coinvolgimento in questo modello di degustazione che nei convenzionali format d’assaggio del vino con un oratore che conduce la parata. E veramente devo dire che bere alla cieca così mi ha quasi costretto ad usare tutti i sensi per scovare le caratteristiche nascoste dei vini sebbene non avessi alcun riferimento o parametro dalla mia parte su cui fare affidamento per una comparazione e un confronto.

19Sono poi rimasto molto impressionato da un dialogo che si è sviluppato verso la fine della serata.

Appurato che il pubblico si componeva dei massimi produttori e chef della regione, un dibattito di considerevole portata filosofica è esploso verso la fine. Non ho potuto comprenderne le parole ma ne ho intuito pienamente il senso, le emozioni e le radicate convinzioni che lo animavano. Ah in quel preciso momento, quanto ho desiderato essere una mosca sul muro.

2420

Del Food Advertising e d’Altre Incresciose Prese per il Culo – George Carlin sul Cibo-Marketing

8 maggio 2016
Commenti disabilitati su Del Food Advertising e d’Altre Incresciose Prese per il Culo – George Carlin sul Cibo-Marketing

lucy

Del Food Advertising e d’Altre Incresciose Prese per il Culo – George Carlin sul Cibo-Marketing

Accolgo in questo mio angolino dello “sfogo psicoanalitico” alla Charlie Brown, un pezzo al fulmicotone di quel gigante della stand-up comedy che fu George Carlin.

È uno spietato monologo relativo al linguaggio pubblicitario del cibo e alle manie, ossessioni, mode, cliché, paranoie ad esso collegati. Non ho fatto altro che riportare più sotto il testo della traduzione ritrascritta (riveduta in rari casi), contornato da alcune nostalgiche e belle immagini d’archivio da me stesso ricercate con ardore da maniaco nelle biblioteche online del mondo.21579457_bill-hicks-george-carlin-1La perdita più grave nella sola lettura  di un testo comico/teatrale/performativo come in questo caso è il guizzo di vitalità immediata, la sfumatura irreplicabile dei toni, la mimica della maschera facciale, lo slang dei gesti del monologante, un suo tic linguistico, una maniera tutta sua d’accentare le parole, un cambio di timbro, una smorfia, un tentennamento o una pausa improvvisa.

Ho evidenziato in rosso granata il testo di Carlin che seguirà ed è la trascrizione di questo brano raccolto da youtube che qui  potete anche vedere e goderne fino alle lacrime proprio per lasciarvi la visione d’insieme sia all’ascolto che alla lettera che alla vista in maniera tale da non perdere il contatto con quella che è soprattutto l’energia e la vivacità del parlato. Mancherebbero poi in effetti l’olfatto e il gusto cioè i sensi fondamentali e quelli forse più trascurati da noi mammiferi urbanizzati ed è proprio di questi che qui infatti si tratta visto che di cibo pure ragiona Carlin, satireggiando, schiaffeggiando e sferzando con una lucidità ed una consapevolezza tali che produttori di vino o di cibo, ristoratori, gastronomi, food-blogger, critici della tavola, massaie, praticanti cuochi e master-chef dovrebbero farne assoluto tesoro a buon uso e senz’altro minor abuso della propria professione.

Un altro mostro sacro/dissacrante della comicità diretta e senza peli sulla lingua Bill Hicks era anche lui molto esplicito nei confronti dei pubblicitari, apertamente schierato contro il Grande Male rappresentato dal “fucking marketing” più in generale.

7

Rivolgendosi al suo pubblico a teatro diceva: “Se c’è qualcuno qui tra voi gente che lavora nella pubblicità o nel marketing… prego, uccidetevi pure, ammazzatevi adesso!”

Stesso auspicio che solidale con Hicks e Carlin rivolgerei benignamente anch’io alla faccia tosta della categoria intera dei pubblicitari parassitari, sparacazzate pubblicisti rivenditori di fumo in cui ahimè, – acquisita questa vita sempre più virtuale e mercificata in cui sprofondiamo tutti nessuno escluso a quel che m’è dato di capire, – a quella stessa categoria ci rientriamo bene o male tutti quanti indistintamente maschi e femmine, vecchi e bimbi, belli o brutti a Oriente come a Occidente, al Sud come al Nord destinati a un’estinzione anonima di massa global-village che non mi pare poi così tanto funesta e nemmeno cosa tanto più lontana.

Allegria comunque, felicità e buona lettura a chi ride e chi legge, intanto che dura la festa!

(gae saccoccio)

9

George Carlin sulla Pubblicità del Cibo (Food Advertising)

Adesso ci rallegreremo un po’. Torniamo alla pubblicità e facciamo una piccola caccia della “cazzata”, si una piccola caccia alle cazzate!
Osserveremo il gergo della pubblicità e soprattutto le pubblicità del cibo, voi sapete di chi e di cosa sto parlando, conoscete i tipi no?: “..una delizia fresca, sana, naturale, una gustosa bontà, fatta-in-casa, tradizionale… si ma in lattina!” Ecco, proprio di questo sto parlando!
Allora proviamo a dare un’occhiata ad alcune di queste parole:

10Tradizionale

Quando senti nominare questa parola “tradizionale”, ti viene subito da pensare: “Oh i vecchi tempi andati…” esatto, proprio quelli là, prima che avessimo le leggi sulle misure sanitarie. Prima che l’igiene diventasse popolare. Quando cioè i bacilli erano ancora considerati una salsa di condimento. “Tradizionale” dovrebbe suggerirti una sensazione di calore, farti pensare a tua nonna. Bah, non so voi ma quando maneggio del cibo non voglio affatto rivedermi davanti quella quarantina di kili di rughe infagottati dentro a una veste nera con un grosso neo peloso che le sporge dalla faccia e il labbro infetto…”Tradizionale” si… e poi c’è il “Fatto-in-Casa”

4Fatto-in-Casa

Lo si vede scritto sulle confezioni al supermercato… gente, credetemi, è fisicamente impossibile per una fabbrica di alimenti produrre qualsiasi cosa fatta in casa! Me ne frego se l’Amministratore Delegato vive nello scantinato e cucina su una piastra elettrica. Non succederà mai! E comunque a prescindere non dovreste mai mangiare il cibo precotto o messo in scatola, non fa bene alla salute! Sapete come ho smesso io di mangiare il cibo precotto? Ho cominciato ad immaginarmi la gente che ci lavora alla catena di produzione del cibo in scatola. La prossima volta che salite su un autobus e vedete uno con la cancrena alle mani, ecco immaginatelo nella catena d’assemblaggio mentre inserisce dei pezzettini di pollo dentro una confezione… questo vi guarirà di sicuro, poi tornate a casa e mangiate della cazzo d’uva! “Fatto-in Casa”. Vedete questa scritta anche nei ristoranti: “Zuppa fatta in casa”. Me ne frego di quanto la cameriera devastata dalle anfetamine e con le linee delle Malboro che le segnano la faccia possa ricordarvi vostra madre… ma state pur certi che la zuppa non è manco per niente fatta in casa. A meno che qualcuno non viva nella cucina, ma se è così allora voglio proprio vederlo in faccia ‘sto gran figlio di puttana, voglio controllarlo per bene per accertarmi di persona che non abbia lesioni, pustole, dermatiti, la congiuntivite o la tigna… e pure i pidocchi. Poi c’è lo “stile-casalingo”…
5Stile-casalingo

Quando quegl’imbecilli della pubblicità si rendono conto che “fatto-in-casa” sembra pure a loro una cazzata troppo grossa e merdosa da sparare, allora passano allo “stile-casalingo”. Che aroma di “stile casalingo”! Ma della casa di chi stiamo parlando? Quella di Jeffrey Dahmer [il serial-killer cannibale che ammazzava principalmente asiatici e africani]? Credetemi, non c’è niente di “casalingo” nella testa di un adolescente cambogiano, va’ bene? Anche se gli metti del prezzemolo sui capelli. Insomma, ogni volta che aggiungono la parole “stile” ad un’altra parola qualcuno vi sta di certo prendendo per il culo. “Una vera bontà vecchio stile”… ma che significa? Niente! Non vuol dire assolutamente niente! “Salumeria in stile newyorchese”, significa che non si trova a New York! Non significa altro o non avrebbero avuto bisogno di dirlo, no? Invece si trova a Calgary il proprietario è di Hong Kong e il cibo sa di cose che pure i bangolini in cucina hanno buttato nell’immondizia. “Ristorante in stile familiare” sapete cosa significa invece quest’espressione? Significa che c’è un litigio ad ogni tavolo, troppa gente che piangee e l’uomo più anziano della famiglia che prende le donne a pugni.. “stile familiare”…bleah e poi c’è la parola “Gourmet”.

6Gourmet

Un’altra parola con cui quei cretini assoluti della pubblicità ci si sono completamente ripuliti il culo. “Cena gourmet in tazza”, “gourmet cuisine in lattina”, a proposito quando sentite la parola “cuisine” al posto di “cibo” preparatevi a pagare un extra d’almeno l’80% in più sul conto. Involtini-gourmet, caffè-gourmet, pizza-gourmet… queste cose non esistono! Volete sapere che cos’è il cibo gourmet? Cazzetti di lumaca tostati. Palle di alce candite. Sformato di cazzo di yak… “Gourmet”!

1Fatto col cuore

Ancora un’altra fottuta serie di parole-cazzate inerenti al cibo: “fatto col cuore”. La zuppa è “fatta col cuore”, la colazione è “fatta col cuore”… volete sapere cosa faccio quando sento le parole “fatto col cuore”? Guardo subito l’etichetta… ecco qua, 300 grammi di grassi saturi, bene, proprio “col cuore” sì, ma perché ti fa venire l’infarto!

Lo stesso poi vale per:
Burroso
Limonoso

3Cioccolatoso

una vera prelibatezza “cioccolatosa”, sapete che significa? Nessun cazzo di cioccolato, NESSUNO!

E poi state molto attenti quando riferiscono le parole “al gusto di” aggiunte ad un’altra parola. Bevanda “al gusto di” limone… nessunissimo limone del cazzo neanche qui! Come un cibo per cani che si autodefinisce: “cibo al sapore di pollo”. Un cane non sa che cosa sia un pollo, potrebbe piacergli se gliene dai ma non dirà mai: “Oh bene, speravo proprio che ci fosse ancora del pollo”. E visto che ci siamo: “bocconcini al gusto di pollo” giusto? Ma anche qui dentro, nessun pollo del cazzo!

8Saporoso
Stuzzichevole… “saporoso” e “stuzzichevole” non sono parole vere che esseri umani sani di mente usano in una normale conversazione, ma sono parole pubblicitarie! Qualcuno vi ha mai detto indicando un cibo: “certo che questo è proprio saporoso!”? oppure “oh, ma quanto è stuzzichevole…”!

Ora, prima che cambiamo completamente argomento e passiamo ad altro, un’altra parola del cibo è:

2Naturale 
Questa è diretta a voi tutti indemoniati del cibo salutistico, hipster ecologisti e gastrofighetti succhiacazzi [qui Carlin usa la parola datata Yuppies ma m’è sembrato opportuno attualizzare con Hipster/Gastrofighetti] che correte in giro con addosso le vostre belle fibre naturali. La parola “naturale” è del tutto priva di senso. Tutto è naturale! La Natura include tutto, non solo gl’alberi e i fiori, ma proprio Tutto. I rifiuti tossici di una compagnia chimica sono del tutto naturali. Sono parte della Natura. Facciamo tutti parte della Natura, tutto è naturale. La merda di cane… questa anche è naturale certo, solo che vabbè, non è che poi sia granché da mangiare!

[George Carlin, New York 1937 – Santa Monica, 2008]

nypl.digitalcollections.a4958095-4625-074d-e040-e00a1806792c.001.w

Alla cieca per vederci meglio. Contributo a una fenomenologia del sorseggio in sé

3 aprile 2016
Commenti disabilitati su Alla cieca per vederci meglio. Contributo a una fenomenologia del sorseggio in sé

Alla cieca per vederci meglioHouse of the Amphitheater in Mérida SpainPoetica, etica, estetica e prassi della degustazione a bottiglie bendate. Contributo minimo a una fenomenologia del sorseggio in sé.

75ea069895937b454ecccfb7fc696545

“La vite se ne sbatte le palle del vino perché la sua natura profonda, il suo temperamento botanico è solo quello di gettare a terra il seme per rigenerarsi.”

Damijan Podversic

Assaggiare il vino senza sapere cos’è che si sta bevendo. Se non ci si fossilizza allo sterile esercizio masturbatorio-intellettualistico tra feticisti, bere alla cieca può invece assumere profondi connotati teorici di conoscenza molto pratica applicata alla materia così complessa solida/fluida che proprio il vino rappresenta.

2106926633
La liseuse (La lettrice) di Henri Fantin-latour (1861)

Bere a bottiglie bendate può approssimarsi per prassi a una sana dimensione d’obiettività organolettica in cui il testo da leggere è finalmente soltanto il vino in sé nel calice del tutto liberato da inquinamenti propagandistici, pregiudizi sociali e inquietanti condizionamenti del marketing. Siamo cioè ignari del titolo di copertina quindi non pregiudicati nel giudizio critico finale dall’immagine commerciale, dall’ideologia mercantile di fondo o dal brand d’un prodotto noto riconoscibile in etichetta e perciò condizionante il nostro reticolato nervoso d’impressioni intuitive, filamenti emotivi e pulsioni affettive attraverso il cui filtro valutiamo e giudichiamo  fin da subito profumi, puzzette e fragranze del liquido nel calice spaginato come un volume enciclopedico sensoriale innanzi a noi.

127+Ulisse+acceca+PolifemoÈ il nostro sistema nervoso infatti a segnare lo schema intricato d’intuizioni e di percezioni di fondo. È (siamo) una spugna epidermica tra un fuori verosimilmente reale (il mondo esterno) e un dentro di viscere, di flussi arteriosi e d’astrazioni vascolari che configura un apparato tanto fugace eppure consistente d’impressioni messo in moto dai nostri sensi a beneficio delle semplici – che non vuol dire semplicistiche – e spontanee sensazioni personali che contano di più e  cioè: mi piace-non-mi-piace, buono-non-buono, ognuno stimando secondo i propri livelli di raffinatezza soggettiva, parametri individuali di gusto che poi vanno riscontrati con variabili molto più oggettive, collettive e circoscritte quali: tipo di lavorazione nelle vigne, tecniche di vinificazione in cantina, sovraesposizione se non addirittura sopruso di queste tecniche o minor approccio invasivo possibile sia in campagna che in cantina; costo produttivo e prezzo finale, vino sterile-funebre elaborato secondo i protocolli farmaceutici da obitorio dell’enologo standard o vino vivo del contadino trapezista da millenni in bilico sull’orlo del precipizio fra l’Ossidazione e l’Aceto; e poi ancora tanti altri fattori fondamentali alla buona o alla cattiva riuscita del risultato finale nella botte prima, nella bottiglia dopo quindi nel calice e dentro di noi che lo accogliamo al termine del suo percorso partito dal seme fino all’esofago.

13f3ea82b20a84011ee975b5d882cacd
Cornelis Bega, Contadino seduto con boccale

Abbiamo dunque solo questo vino nel bicchiere che è il romanzo da interpretare attraverso gli strumenti nudi e crudi messi a nostra disposizione dalla natura, strumenti affinati (abbigliati e cotti) dalla cultura cioè: l’olfatto, la vista, il sapore anche il suono perché no? Come di un libro di cui non conosciamo né titolo né autore dobbiamo allora provare a ricostruirne trama e struttura stilistica attraverso la lettura, capire dove va a parare dal timbro di scrittura, dalla ricostruzione d’ambienti, radiografare dalle tonalità dei dialoghi l’humus vigoroso o infetto della prosa, analizzare dallo svolgimento delle parole se il libro – cioè il vino – in questione appunto ci piace oppure no, se ha del sangue sano e ribollente a scorrergli nelle vene delle frasi o è qualche ultima lacrima di sangue pallido sottratta ad un cadavere. Il gusto a questo punto si trasfigura come fattore principalmente culturale, quindi è una specie di barometro che misura il grado di pressione atmosferica del nostro “vuoto” e/o “pieno” di civiltà.

andrea solario Italian Renaissance Milanese school Mary Magdalene. She is preparing the oils to anoint Jesus' dead body
Andrea Solario, Maria Maddalena prepara l’olio d’unzione per il corpo del Cristo morto

Il libro-vino che abbiamo adesso tra le mani ci suona per caso falso? artefatto? mistificatorio? ornamentale? troppo di maniera? È solo una virtuosistica esercitazione d’arte per l’arte? un testo troppo costruito a tavolino? elaborato senz’anima o trasuda vita vera vissuta? perlustra vertiginosi abissi di dolore, di sapienze e di gioia? Sa trasmettere emozioni dirette, dure, non compromesse dai filtri frivoli, piacioni e ipocriti da best-seller della spendibilità per tutti e vendibilità usa-e-getta ad ogni fottuto costo? Sa sprizzare purezza e genialità priva di bieco narcisismo nonostante quei personaggi di carta finti eppure più veri del vero? Sa scintillare più profondo e più reale della stessa realtà? Ci fa venire i brividi alla spina dorsale? qualità rara quest’ultima ma controverifica assai certa che il grandissimo Nabokov attribuiva su se stesso – e che parametro! – alla lettura e al riconoscimento indiscutibile dei capolavori della letteratura…2e34gah

Ma noi qua si sta ragionando pur sempre del vino e il capolavoro che ci scuote la spina dorsale lo dovremmo riconoscere obiettivamente sempre e comunque “a pelle” nell’aderenza assoluta fra chi lo produce e noi che lo beviamo, nel rispetto coerente del territorio, nel sacrificio degl’avi e delle generazioni future, nelle fasi lunari, nella sostenibilità del suolo e dell’habitat ma in sostanza però e non per ripetuti cliché e niente affatto per slogan tipici da stronzeggiante campagna di marketing falsona ben assestata, ma confidando nel filosofico “amore di conoscenza” per il vino – merce-vino e vino-merce – senza che chi lo produce o chi lo smercia debbano necessariamente mercificarsi a loro volta al meretricio di un mercato sempre più manipolatorio, distratto, banalizzante e vuoto che appiattisce tutto e tutti nel suo alienante tritacarne consumistico.

A-Seated-Peasant-Drinking-In-An-Interior
Scuola Olandese, Contadino seduto che beve in un interno

È materia molto scivolosa ora, incandescente come lava, è cosa ambigua – fenomenologicamente ambigua – questa faccenda del vino sempre sospeso tra soggettività e oggettività. Riguarda i gusti personali ma mette anche in circolo tutto un sistema conoscitivo pluridisciplinare di giudizi di valore che se applicato con scrupolo dal soggetto sbevazzante può figurare da metodo di inquadramento oggettivo del problema risultando alla fin fine pure quale approccio abbastanza scientifico se vogliamo – la scienza del bevitore di coscienza – o quantomeno funzionare da bussola d’orientamento su un caotico oceano mondiale di vini, di produttori, tecniche di vinificazione, filosofie produttive, scuole di pensiero enologiche, rese per ettaro, sistemi d’allevamento, sesti d’impianto, tipo di potature, lavorazione dei suoli, sperimentazioni d’affinamento, prove di macerazione, pratiche biodinamiche.

Gallo-roman a river boat transporting wine barrels
Rilievo Gallo-Romano
Man hauling barrels to:from ship in a port (France mid 17th century)
(Francia metà del XVII secolo)

Un metodo funzionale di difficile puntualizzazione che non può essere codificabile perché ogni codificazione col tempo irrigidisce delle verità passate che diventano equivoci al presente se non addirittura bugie future: astruse regolette di scuola che si cristallizzano su se stesse perché certe verità non si insegnano ma vanno imparate singolarmente sulla pelle – possibilmente la propria -, tutta a favore dell’esperienza personale, della conoscenza incarnata e del riconoscimento con distinzione chiara e quasi sicura del verace ben separato dall’inautentico.mostra1Si tratta cioè infine di ricercare la verità fluida – stiamo sempre parlando del vino vi ricordo – la complessità in movimento di un cristallo perennemente in corso d’opera, sempre sull’atto di formarsi perché così è anche la nostra propria natura animale: deforme prima, uterina poi quindi man mano più o meno umana, grezza, sofistica, civilizzata, fallibile cioè in fase di crescita fino al deperimento terminale… una vita insomma che al pari di tutte le vite animali si sforma nuovamente con l’avvizzimento dei tessuti per giungere al decesso organico definitivo.

Geografia, agronomia, antropologia, geologia, storia, ampelografia, chimica, cosmologia, botanica, mitografia, epistemologia, tradizione orale, tecnologia, poemi epici… di quante discipline, di quanti saperi di quali linguaggi è sintesi la trasformazione fermentativa d’un solo chicco d’uva?

Ulisse e Polifemo nella grotta del ciclope - mosaico nella Villa del Casale di Piazza Armerina
Ulisse e Polifemo nella grotta del ciclope – mosaico nella Villa del Casale di Piazza Armerina

Ulisse con due occhi è l’eroe dell’intelligenza e dell’astuzia, Polifemo con un occhio solo è invece il cannibale mostruoso dalla brutalità e dall’istinto selvaggi.
Ulisse per accecare il Ciclope con un grosso ramo d’ulivo appuntito, lavorato al fuoco, deve però prima far ubriacare il gigante antropofago.
La forzatura metaforica viene quindi spontanea: Ulisse è il portavoce epico della razionalità, della ragione ordinatrice che per provare a se stessa la propria supremazia sul caos della natura ma soprattutto per completarsi ha necessariamente bisogno di competere contro di sé e contro una potenza maggiore. Deve misurarsi con l’impulso incontrollato della forza cieca espressa dal Ciclope portatore d’ottusità, fredda indifferenza e spietatezza, tanto da abbattere con le armi affilate della ragione imperialista il mostruoso Polifemo per superare così con orgoglio da conquistadores del Mediterraneo, con presunzione da pioniere proto-colonialista i propri oltraggiosi limiti umani troppo umani.

DamijanTutto questo excursus omerico assieme ad Odisseo al di là del limite storico-geografico delle colonne d’Ercole, mi riporta quindi dritto dritto alla frase sboccata a caldo dalle viscere dell’amico carissimo Damijan Podversic, viticoltore nel Collio, mentre proprio poco tempo fa si discuteva assieme tra casa sua, la vigna e la cantina, si ragionava dei massimi come dei minimi sistemi attorno al cosmo dell’uva, delle macerazioni medio-lunghe, del perfetto (o perfettibile) grado di maturazione dei vinaccioli, della fermentazione spontanea, delle temperature di cantina:

L’uomo è un cretino e la vite se ne sbatte le palle del vino perché la sua natura profonda, il suo temperamento botanico è solo quello di gettare a terra il seme per rigenerarsi. Il vino, anche se è la più spirituale delle droghe, è tuttavia solo una droga creata dall’uomo e per l’uomo il quale nel cerchio dei 365 giorni di un anno non può far altro che sbagliare“.

Ma è proprio in questo “sbagliare” aggiungerei io, nel commovente tentativo di arginare questo caos, nella forzatura ostinata e nel non evitabile margine d’errore umano è proprio qui che andrebbe quindi riconosciuta la mania dell’animale-uomo d’avvicinamento ossessivo alla perfezione – che è già questa, mi pare, una qualche lieve forma di perfezione. Siamo cioè sempre impaludati, ancora dopo secoli, nel dualismo cartesiano della res extensa e della res cogitans da cui non ne veniamo fuori se non talvolta, per pochi momenti, in quello stato d’effusione e di fusione alla natura proprio attraverso l’ebbrezza che il vino ci da’ e il vino ci toglie a suo buon cuore. L’animale-uomo dunque, eroe e cretino allo stesso tempo, aggregato indissolubile di sacrificio e di spreco, estremi irrimediabili di civiltà e selvatichezza, Polo Sud di materia e Polo Nord dello spirito.

Roman mosaic, from the House of Dionysus, depicting the legend of Dionysus teaching 
people the art of viticulture and wine production (3rd c AD, Paphos, Cyprus)
Mosaico Romano dalla Casa di Dioniso, rappresenta la leggenda di Dioniso che insegna agl’uomini la produzione del vino e l’arte della viticoltura (III sec d.C., Paphos, Cyprus)

Possiamo allora da qui, per redigere un approssimativo bilancio a queste divagazioni da vinosofi irrazionalisti, possiamo provare a sostituire Polifemo alla pianta che genera l’uva – la vite che è resistenza gigantesca, istinto rigenerativo puro – quindi rappresentarci dei tanti piccoli Ulisse negl’uomini e nelle donne che da millenni ne coltivano il frutto con l’astuzia opportunistica, il senso del dovere, la razionalità calcolatrice, lo spirito di sacrificio generazionale, la manipolazione tecnica e l’intelligenza regolatrice tanto da produrre poi quella merce artificiale-naturale-soprannaturale a seconda di chi la fa, di dove la si fa e di come la si fa, denominata VINO, nutrimento sacro allo spirito oltre che al corpo. Il vino, bevanda prodotta appunto dall’uomo e dalla donna, droga sociale ad uso esclusivo proprio dei commerci degl’uomini e delle donne i quali alla fin fine poi sempre attraverso il vino, se usato con equilibrata sobrietà – ma qui ci sarebbe da chiedersi se non sia nella natura più intima e malevola del vino anche l’abusarne proprio al fine di “squilibrarsi” -, quegli stessi eroi cretini d’uomini e donne raggiungono a seconda dei casi d’ubriachezza più o meno molesta una dimensione quasi sovrumana cioè a dire divina in cui l’Ulisse femmina e l’Ulisse maschio nostri simili diventano un tutt’uno di scaltrezza e di forza amalgamandosi alla perfezione – o alla quasi perfezione cui follemente sempre tendono – per completarsi col loro nemico più mortale cioè con Polifemo stesso.

PolifemoCiecoSedutoAllIngressoDellaSuaCaverna-Heinrich Fussli
Heinrich Fussli, Polifemo cieco seduto all’ingresso della sua caverna