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Le 50 Migliori Paste di Coca del Sud America

17 settembre 2016
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Colpiscine cento per educarne uno!

(Anonimo itrano)

Dio è ingiusto perché ha reso l’uomo incapace di sostenere l’effetto della coca per tutta la vita. Avrei preferito avere una vita di soli dieci anni ma con la coca, piuttosto che una vita di 10 000 000…  – e qui continuerei ad inserire una linea infinita di zeri – secoli senza coca.

(Paolo Mantegazza)

LE 50 MIGLIORI PASTE DI COCA DEL SUD AMERICA

img_3711Finalmente come ogni II o III settimana di settembre anche quest’anno la PabloAtlas Escobari Strisciorum rende nota al pubblico la sua pregevole lista dei 50 migliori produttori di pasta da coca del Sud America.

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unknownOra, tra il grigiore e lo spleen metropolitano delle nostre vite disagiate che si scandiscono a ritmo squalificante e a forza di lavori impiegatizi malpagati dentro sistemi d’ufficio carcerari. Tra esistenze miserabilmente squallide che si misurano a siringate d’ore quotidiane d’imbottigliamento nel traffico e a sniffate di smog; a inalazioni di stress da trappola per topi nei formicai umani su strade urbane, su mezzi pubblici, su aerei che schiantano al suolo, su treni in ritardo… chi è insomma che in tutto questo marasma planetario per tirarsi un po’ su, non ha mai strozzato uno shottino medicinale ghiacciato comme il faut del Vino Mariani tonico a base delle migliori foglie di coca del Perù?unknown-1 

Non credo al giorno d’oggi sia più un segreto per nessuno come dalla lavorazione delle foglie di coca si procuri una sostanza alcaloide dalla quale, a partire dal trattamento di sintesi quindi dal processo d’estrazione prima e purificazione poi, si ottengono variegate e simpatiche sostanze stupefacenti quali cocaina idrocloride, freebase, crack etc. che procurano esaltazioni illusorie dell’ego, megalomania infoiata, gioia vorace ma fasulla, depressione perenne acuta, impotenza sessuale, allucinazioni, danni permanenti al cervello, patologie comportamentali, grave dipendenza del corpo e deleteri disturbi della psiche.img_3726A parte i ben noti studi di Freud sull’argomento, rimando ad un titolo di quel meraviglioso personaggio che fu Paolo Mantegazza (1831 – 1910) monzese DOC, scienziato geniale, fisiologo, esploratore a metà tra il medico, l’antropologo e lo stregone filosofo: Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale [qui il link al libro su Scribd].9781400078790

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Dalle ridenti piantagioni e coltivazioni di Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Brasile, Cile si produce la pianta (Erythroxylum coca) dalle cui foglie attraverso un complesso procedimento d’estrazione chimica si ricava l’alcaloide cocaina. Ci sono almeno 6 raccolti l’anno. La produzione della pasta di coca (paco, basuco, oxi) che si ricava da queste foglie è principalmente artigianale – nonostante l’invasività dei massicci gruppi industriali che – complici Monsanto/Bayer appena fuse in una sola entità leviatanica – spendono in tonnellate d’erbicidi e spandono glisofato vaporizzandolo dagli elicotteri su ettari ed ettari di piantagioni a discapito dei più poveri, piccoli, oppressi e onesti contadini Arhuaco, Aymara, Kogi o Wiwa che, provando a resistere ai colossi, coltivano le loro meravigliose piante con sforzi amorevoli, accortezza verso la sostenibilità ambientale, cura scrupolosa del terroir allo scopo di produrre la maggior qualità naturale possibile della materia prima di partenza, cioè le foglie di coca medesime.2c5img_3716È proprio questa perizia d’estrazione artigianale, tramandata per generazioni di coltivatori da padri in figli a fare la differenza finale sulla trama del sapore deciso, il colore vivo, l’odore netto, la consistenza sottile, la persistenza durevole dunque la resa in quintessenza qualitativa del prodotto finale cioè l’alcaloide cocaina in tutte le sue versioni a maggiore o minor contenuto di purezza sballante. Per produrre 1 kg di pasta da coca sono necessari tra i 100-150 kg di foglie secche. Ogni produttore custodisce con gelosia le ricette private di famiglia. Tutti i clan dei produttori mantengono in vita la propria tecnica di lavorazione ereditata dai padri e dai nonni; procedimenti e dosaggi segreti con cui le foglie, una volta strappate dai rami e fatte essiccare, vengono poi spezzettate quindi mischiate in una soluzione liquida per poco meno di una settimana al fine di ricavarne un precipitato ottenuto da macerazione.

img_3723Questa mistura avviene in contenitori appropriati assieme ad acqua e carbonato di sodio a cui si aggiunge successivamente un solvente d’elezione il metil-isobutilchetone (MIBK) ma anche, in alternativa, acetato di etile e acetato di n-propile, cherosene, benzina, acetone. Come ben sanno i nostri contadini più intellettualmente onesti, essenziale alle caratteristiche organolettiche inerenti al gusto del prodotto finale trasformato sub specie di polvere e di cristallo, è anche il tipo di materiale del contenitore usato: terracotta, acciaio, vetroresina, cemento, plastica, piuttosto che legno di mango o noce del Brasile. A seconda del tipo di contenitore cambia nella sostanza e non di poco, il risultato materico e il sapore finale che si vuole ottenere. Non tralasciamo poi di notare in aggiunta a ciò, la maggiore/minore purezza del MIBK (o cherosene etc.) che serve a rendere solubili gl’alcaloidi dalle foglie in fase di macerazione. Gli alcaloidi successivamente, con l’utilizzo di acido solforico diluito, vengono separati dal solvente, cherosene o altro che sia, e questa è la fase cosiddetta del solfato di cocaina.13-2Dunque separati solvente e acido solforico (o acido cloridrico come nel caso delle foglie Boliviane a più elevato tasso d’alcaloidi), gli alcaloidi vengono fatti sciogliere grazie a dell’ammoniaca diluita.

Ovviamente, non è retorica ripeterlo, ma resta centrale il discorso della massima purezza di questi processi e della qualità estrema dei prodotti utilizzati lungo il percorso produttivo. Dosaggi d’elementi accuratamente attivati ognuno con proprie specifiche reattive, mischiati assieme allo scopo di raggiungere il livello comunque elevato di una più o meno buona composizione d’impasto. Ecco che allora subito dopo il delicato fenomeno di filtrazione finale dell’estratto, la grezza e preziosa pasta di coca è ormai definita, pronta all’uso per altrettante operazioni di raffinazione ulteriore. Altra fase imprescindibile dell’intero processo è l’essiccazione al sole della pasta di coca che è una miscela compatta di: cocaina, cis-e trans-cinnamoilcocaina, tropina tropa-cocaina, igrina, cuscoigrina, ecgonina, benzoilecgonina, metilecgonina, isomero di truxillina, acido benzoico e tutta una serie infinitesimale di cere vegetali solubili.img_3720Da questa materia basica stupefacente (in tutti i sensi) attraverso processi clandestini di purificazione dei cristalli eseguiti sui modelli tradizionali e i parametri scientifici dell’industria farmacologica, si ramifica tutta la produzione planetaria di crack, free-base e cocaina pura a scaglie (flake cocaine) che troviamo sui maggiori mercati e le migliori piazze del mondo. Prodotti destinati all’assunzione per essere fumati o per inalazione dei vapori. Pronti all’uso per iniezione venosa ed abuso intranasale.

A breve pare che, dopo pressioni ed ennesime richieste a spron battuto dalle dogane internazionali, avremo finalmente le certificazioni di coca biorganic e coca gluten free sui prodotti a Denominazione d’Origine Protetta, Controllata e Garantita come è certamente il caso dell’elenco dei 50 migliori produttori di pasta da coca che segue.img_3712 Altro bel capitolo scottante da approfondire, magari alla prossima occasione, è proprio quello che concerne la determinazione dei prezzi ovvero la filiera commerciale innescata dalla materia prima al prodotto trasformato. Le speculazioni mercantili sono come al solito dettate dalla dura lex della domanda e dell’offerta ad alto rischio di strozzinaggio e sopruso economico sempre a vantaggio dei Signori del Cocco avversando però i più sfruttati contadini, promotori effettivi della filiera produttiva dal ciclo intensivo che parte dalla foglia arrivando alla pasta di coca fino alla cocaina ed altre sostanze da essa derivate. Uno sfruttamento finanziario di partenza che origina dal ridicolo costo di produzione sorgente e che passaggio dopo passaggio all’ingrosso, intermediato da troppe mani – dai cartelli del narcotraffico allo spacciatore tossicodipendente da due soldi del quartiere -, raggiunge poi però le vette folli dei costi di vendita al dettaglio fin giù alle tasche sfondate cioè fin su alle fosse nasali del consumatore tossico finale.img_3721Qui sotto quindi la lista annuale dei 50 migliori laboratori a conduzione familiare clandestini di lavorazione delle foglie selezionate a rese basse per ettaro, purificazione del raccolto, blocco e fissaggio d’ossidazione della cocaina base. Ma purtroppo per chi legge, tutti e cinquanta questi nomi sono stati prontamente criptati dall’Intelligence caraibico NCUL (Nacional Central Universal Liberación). Al momento il codice di decrittazione è proprietà intellettuale del gruppo STRÜNZ di Julian Paul Assange che rimanda però misteriosamente a questo WikiLeaksGif.tumblr_ls3vh4luoc1qgeckf

LA CLASSIFICA DEI 50 BEST COCA PASTE AWARDS

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Qualche Spunto… d’Aceto, su Estetica e Filosofia del Vino

14 settembre 2016
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Il gusto in letteratura, in cucina, nell’arte, in musica come nel vino è esperienza incarnata, è cultura, è curiosità, è conoscenza, è approfondimento viscerale senza tregua. (Jeffrey Dahmer)

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Dal vino qualsiasi a qualsiasi vino al vino singolare: breve premessa a un’ermeneutica del gusto.

Prendiamo spunto da questo articolo abbastanza banale e piatto che riporto più sotto, per sottolineare un aspetto determinante della riflessione estetica sulla percezione del vino in prospettiva critica. Mi pare una buona occasione per mettere in chiaro un paio di specifici punti essenziali relativi alla definizione del gusto in linea più generale.
Barry Smith, il filosofo del vino cui fa riferimento l’articolo sembra girare a vuoto per petitio principii, incartandosi sulle premesse inclassificabili di una definizione troppo sommaria del gusto senza dimostrarne né i presupposti né tantomeno le conclusioni, tirandosi per i capelli e pretendendo così di sollevarsi dal suolo come il Barone von Münchhausen.baronmunch Confondendo le premesse per conclusioni, evita quindi di giustificare il motivo per cui: “(…) alcuni vini sono più utili di altri (…) e non tutti i vini sono degni della nostra attenzione”.

Non sarebbe allora piuttosto il caso di definire cos’è che stabilisce l’utilità di un vino? Cosa o chi influenza e determina la nostra attenzione oppure indifferenza? Come si arriva eventualmente a precisare, chiarire e distinguere il grezzo dal raffinato? Il migliore dal peggiore? Il superiore dall’inferiore? Una cosa è trovare la sola chiave adatta ad un uscio prestabilito, altro conto fabbricarsi da zero chiave e uscio adattandoli a seconda dei casi e delle esigenze come controverifica delle nostre astute argomentazioni che poi sono piuttosto dei paralogismi. Non per niente questo genere d’ingannevoli petizioni di principio sul genere di: “è buono quindi degno d’attenzione”, senza aver prima chiarito la portata di quel “buono”, mi pare essere una deriva di tanta critica sia umanistica che enogastronomica ammantata di filosofismo – meglio sarebbe dire filosofumo -, che tra le tante variazioni ingannevoli può anche declinare su termini ancor più smaccatamente propagandistici-commerciali con sofismi interessati del tipo: “Il vino è di un marchio (territorio, denominazione, produttore) riconosciuto dunque non può che essere buono (che il più delle volte è equivalente di costoso)”.sanzio_01_zoroaster_ptolmey Mi sono dunque preso la briga di tradurre questo articoletto da Quartz in cui si bofonchia superficialmente di filosofia e di vino perché trovo l’argomento in sé decisivo relativamente a quali debbano essere – se mai siano possibili – i parametri del buono e del bello. Quali sono i criteri di fondo dell’etica e dell’estetica nei nostri giudizi di valore soggettivi che pretenderebbero rappresentare dei fenomeni oggettivi? Sono temi ambigui, questioni inesauribili con cui ogni epoca, ogni civiltà ha dovuto fare i conti a modo proprio. 

Restando nell’ambito musicale ad esempio, visto che il filosofo del vino Smith citava la maggiore complessità e ricchezza compositiva di Bach rispetto a Manilow, mi pare evidente che un giudizio di questo genere presuppone una cultura, una familiarità con l’argomento in oggetto, delle cognizioni acquisite con lo studio e la ricerca, una capacità critica comparativa da parte del soggetto giudicante che si fa più definita, sottile, raffinata man mano che questa conoscenza si amplia o si specializza tanto da poter individuare cos’è quel qualcosa in più che fa la differenza e rende Bach “superiore/migliore” di Manilov..maxresdefault Un conto è apprezzare Bach e Manilov per una certa istintiva sensibilità d’orecchio pur non conoscendo il linguaggio delle note musicali su carta, altra cosa è godere d’ogni sfumatura delle loro composizioni seguendo parallelamente all’ascolto la lettura dello spartito musicale. In questo modo oltre al puro gusto della pagina scritta ritrovata nei suoni, avremo anche la possibilità di distinguere il livello d’interpretazione dei musicisti oltre a poter confrontare con mano i diversi stili compositivi dei musicisti e a tante altre sfumate variabili che rendono la materia sonora approfondita sempre più complessa, stratificata e precisa. 

Ora pensiamo ai differenti gradi d’apprezzamento di un assolo di Charlie Parker da parte di qualcuno che ascolta solo musichette pop grossolane, un jazzofilo naif, un compositore di musica dodecafonica, un jazzista suonatore di sax alto. Evidente che ognuno, a seconda del suo livello d’attenzione/passione/consapevolezza della materia, interpreterà a modo suo il fraseggio di Bird.

charlieparkerrarebird590591Stesso esempio credo può riportarsi pari pari nel vino, dove al posto dell’assolo di Parker mettiamo un Vosne Romanée Cros Parantoux di Henry Jayer 1985, sempre che –  fattore fondamentale quello del prezzo* nel giudizio finale sul vino – si trovino tutti quei soldi necessari per acquistarne una bottiglia. henri-jayer-cros-parantoux-vosne-romanee-premier-cru-france-10201025Davanti a questo gioiello dell’enologia europea adesso poniamo debba essere “valutato” da: uno che beve solo vini da supermercato, un produttore di Pinot Nero in Alto Adige, un produttore di Pinot Nero in Borgogna, un enologo, un agronomo, un produttore di botti, il direttore commerciale di una cantina industriale… insomma ognuno in base ad altre bevute paragonabili di differenti annate del medesimo produttore o d’altro vino, a seconda della sua esperienza personale e del suo privato statuto d’onestà intellettuale, del grado di cultura, del livello di conoscenza circa l’argomento, della consapevolezza tecnica etc. avrà da dire la sua impressione soggettiva più o meno autorevole in merito al gusto, alla superiorità, bontà, grezzezza, finezza, qualità, sapore o utilità del vino degustato.4f5f2e674dedtEppure, tornando all’esempio di Hume riportato da Smith che ricordava come la sapienza di un conoscitore di vino può fargli identificare con precisione se “una chiave di metallo è stata lasciata sul fondo della botte”, bisogna aggiungere che al giorno d’oggi anche le sofisticazioni merceologiche si sono talmente evolute e raffinate da poter ricreare qualsiasi gusto ricercato dalla massa informe di consumatori, tanto come pure dalla nicchia dei clienti più esigenti e avveduti. Paradossalmente le più avanzate enotecniche di vinificazione moderna – sintetizzando chimicamente qualche processo enzimatico di maturazione o quant’altro –  potrebbero verosimilmente dare alla vasca piena di vino il gusto falsificato alla vera chiave di metallo pure se non c’è alcuna chiave in fondo alla botte, facendosi così beffe dei nostri sensi ingannevoli per quanto educati e consapevoli, turlupinando alla fin fine anche il raffinato sapientone dall’impeccabile giudizio estetico immaginato da Hume.  

* Rimando a un ottimo articolo di Raffaele Alberto Ventura sul disagio dei tempi e l’impoverimento generazionale.

(gae saccoccio)

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Un filosofo del vino sul perché “non tutti i vini sono degni della nostra attenzione”.

Per migliaia di anni, i filosofi hanno riflettuto sui grandi interrogativi dell’esistenza umana. Qual è il senso della vita? Che cosa significa essere moralmente buoni? E che cosa, esattamente, fa si che un vino sia piacevole?
Anche se suona faceto, Barry Smith, professore di filosofia all’Istituto di Studi Avanzati presso l’Università di Londra, fa notare che il vino è stato un importante oggetto di discussione tra gli antichi filosofi greci nel Simposio. Dice Smith: “Volevano sapere quanto vino ci voleva affinché la loro conversazione procedesse senza intoppi, ma allo stesso tempo non così troppo vino da perderci ingegno e ragione”.
Ma relativamente al vino la questione più persuasiva per Smith è se le nostre valutazioni su di esso siano o no puramente soggettive.art-of-serving-wine

Smith crede che ci siano risposte sia giuste che sbagliate quando si tratta della qualità del vino. Qualcuno che trovi un vino grezzo, superiore ad un’annata complessa è, molto semplicemente sbagliato, proprio come è in errore qualcun’altro che insista nell’affermare che Barry Manilow sia un musicista migliore di Bach. “Anche se può capitare ad alcune persone di apprezzare più Barry Manilow, noi continuiamo a pensare,” dice Smith “Sì, va’ bene, ma c’è qualcosa che rende Bach superiore sia come compositore che come musicista”.
Essere un critico di vini non è diverso dall’essere un critico d’arte. Per essere bravi a giudicare il vino è necessaria molta esperienza, essere liberi da pregiudizi, sapere cosa aspettarsi da ogni categoria di vino, ed essere abili a identificare i vari gusti.albert_josef_franke_beim_antiquitatenhandlerIl pensiero di Smith sul vino è influenzato dal lavoro del filosofo del XVIII secolo David Hume. Hume sosteneva che le persone dall’impeccabile giudizio estetico sono in grado di identificare i vari elementi all’interno, per esempio, di un concerto o di un’opera d’arte figurativa. Hume paragonava infatti questa sapienza a quella di un conoscitore di vino che può identificare con precisione se una chiave di metallo è stata lasciata sul fondo della botte.ein-herrliches-getraenk-von-eduard-grutzner-19207Alcune persone sono piuttosto scettiche nell’ammettere che la competenza sul vino possa essere messa a confronto con la conoscenza dell’arte, dice Smith, perché credono che la degustazione sia un’esperienza più semplice. Ma in realtà la degustazione è una combinazione di molti sensi che lavorano insieme, non è affatto un evento isolato. In primo luogo c’è l’esperienza di come il vino entra nella bocca e il modo in cui cambia mentre scorre attraverso la tavolozza del palato. La deglutizione poi intercede i vari profumi del vino fino al naso creando un grande rilascio di sapore nella parte posteriore della gola. Infine, c’è il gusto persistente che rimane dopo averlo ingerito.falstaff

“In fase di degustazione si stanno utilizzando varie informazioni esplorando attivamente il vino all’opposto del pensiero che vuole stia avvenendo esclusivamente un evento circoscritto in sé. Si rallenta e si cambia la scala temporale, si cambia quello che sta succedendo. Si sta cioè interrogando il vino, “dice Smith. “Ciò che noi chiamiamo degustazione è infatti il ​​risultato di molti sensi che operano assieme. È il gusto, l’olfatto, c’è la sensazione del vino in bocca, – è come il velluto, il raso, la seta, – e la diversa consistenza avrà un effetto su quanto possa risultare dolce o acido il vino.”nypl-digitalcollections-510d47da-7287-a3d9-e040-e00a18064a99-001-wE così come è possibile fraintendere un’opera d’arte, possiamo trascurare sapori e caratteristiche del vino che beviamo. La conoscenza intellettuale è importante nella degustazione dei vini tanto quanto negli altri giudizi estetici. La vostra esperienza di un determinato vino sarà molto diversa a seconda della vostra aspettativa delle varie categorie dei vini, come nel caso: Bordeaux/Borgogna. Quando godiamo di alcune esperienze estetiche, sostiene Smith, ci concentriamo esclusivamente su uno dei nostri sensi, e la degustazione del vino non è tanto diversa.7412ad1a9143e774d2663072f47c6bea

“Lo stesso grado di concentrazione avviene quando si sta degustando al contrario del semplice bere. Bere è facile. Si prende in mano il vino, si beve e si parla con gli amici.” Ma la degustazione richiede di ignorare le altre informazioni sensoriali in modo che ci si possa concentrare esclusivamente sul vino. “Stai permettendo a te stesso di comunicare con il vino, di mescolarti con lui, di soffermarti su di lui”, aggiunge ancora Smith.
In effetti, l’idea che la pratica di giudicare il vino correttamente sia inferiore a quella di valutare correttamente l’arte può essere fatta risalire alla credenza della chiesa cristiana per cui i sensi del corpo, del gusto, dell’olfatto e del tatto sono necessariamente meno importanti. “L’idea era che la vista e l’udito fossero i sensi più elevati perché ci hanno messo in contatto con le cose a noi prossime ed esterne, indipendenti da noi, ci permettono cioè di essere in contatto con le cose intellettuali più elevate relative a Dio”, aggiunge Smith.nypl-digitalcollections-a4958095-455a-074d-e040-e00a1806792c-001-w

In ultima analisi, le qualità superiori dei vini migliori fanno sì che alcuni vini siano più utili di altri. Ed un buon vino, secondo la definizione di Smith, è un vino che merita la nostra attenzione.

“Non tutti i vini meritano la nostra attenzione, così come non la merita per forza ogni brano di musica o dipinto”, dice Smith. “Deve avere abbastanza complessità da affascinarvi. Deve essere in grado di sfidarvi ed ingannarvi, farvi ragionare su di lui e volerne sapere sempre più. Questo è ciò che intendiamo noi per vino buono.”

[Olivia Goldhill]

Esperimenti di Filosofia Sociale Applicata agli Sbronzi

10 settembre 2016
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barflyDevo ammettere che gli esperimenti sociali di tal genere mi lasciano sempre molto perplesso procurandomi un certo disagio fisico, un fastidio quasi di natura anatomica. Il riduzionismo pseudoscientifico che pretenderebbe d’inquadrare la psiche umana con un test misurato su un certo campionario di cavie umane – cavie da bar come in questo caso specifico – non suscita di certo la mia simpatia o il mio entusiasmo intellettuale. La domanda di fondo dovrebbe essere: può la sfera (o il dodecaedro?) morale dell’uomo squadrarsi sotto il machete di un questionario a risposta unica A o B? La risposta singola, dai multiformi e vertiginosi punti di vista a cui mi piace estendere le nostre prospettive filosofiche di sguardo, sguardo sull’azione e il pensiero degli esseri umani, immagino non possa essere che: no, non si può determinare con la logica binaria (quella con cui operano i computer) l’irriducibile complessità delle scelte etiche individuali!nypl-digitalcollections-510d47d9-a9c4-a3d9-e040-e00a18064a99-001-wI punti d’interesse dello studio in questione riguardano comunque il fatto risaputo vabbè, che l’ubriachezza disinibisce i centri nervosi, allenta la tensione così come ammorbidisce la riflessione ponderata a favore di un’azione più impulsiva stimolata dall’emotività che si risveglia con l’uso di sostanze esterne, in questo caso preso in esame l’alcol appunto. Certo fa un po’ sorridere – ed è un sorriso amaro – l’approccio naif sia dei ricercatori quanto dell’articolista, che trattano grottescamente di “filosofia” come fosse una fenomenologia da baraccone che si occupa in maniera così sommaria d’aut-aut interiori o di questioni psicologiche di scelta morale più o meno utilitaristiche e funzionali; ma questa è una deriva dovuta alla spaccatura accademica ormai secolare tra filosofia continentale e filosofia analitica su cui non è ora certo il caso d’andare a scandagliare.
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Ad ogni modo, per restare nell’ambito degli infantili dilemmi etici sollevati in questo studio da bar-à-vin, non ricordo più bene in quale film di Woody Allen si pone un’argomentazione simile: “(…) in un incendio hai la possibilità di salvare una vita umana o l’ultima copia dei capolavori di Shakespeare… chi o cosa salvi tra i due?” Ecco, al momento sono, almeno percepisco di essere, nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali, per cui ritengo che sia da lucido ma pure da ubriaco non avrei dubbio alcuno su cosa salverei e chi lascerei arrostire nelle fiamme.

(gae saccoccio)

  • Segue l’articolo in questione che traduco dal The Atlanticnypl-digitalcollections-510d47e4-6d10-a3d9-e040-e00a18064a99-001-w

La fredda logica degli ubriachi.

In un bar in Francia, dei ricercatori hanno chiesto alle persone di rispondere ad alcune domande filosofiche. Più ubriaco era il soggetto di ambo i sessi, più utilitaristica pare che sia stata la loro risposta.

Gli assistenti di laboratorio hanno a che fare con tutta una serie di cose terribili e imbarazzanti, ma sicuramente questa cosa è tra le più strampalate: entrare in un bar a Grenoble. Identificare le persone che sembrano moderatamente ubriache. Avvicinarsi, un colpetto sulla spalla e attaccare bottone con un roba del tipo: “Ehm, senta scusi, lo so è imbarazzante, ma, sarebbe per caso interessato a rispondere ad alcune domande filosofiche?”nypl-digitalcollections-510d47e4-6442-a3d9-e040-e00a18064a99-001-w

Questo è stato il destino di qualche povero e anonimo studente che ha fatto “la maggior parte delle assunzioni” per un recente studio sul rapporto tra il consumo di alcol e una decisione di natura etica. In due esperimenti separati, i ricercatori hanno presentato ai frequentatori del bar un questionario di natura filosofica correlato al loro stato d’animo; un totale di 102 persone tra uomini e donne hanno preso parte all’esperimento. (“Un partecipante è stato escluso dallo studio perché non seguiva le istruzioni correttamente”, osservano i ricercatori, ed è un numero notevolmente basso alla fin fine, considerando che tutti i soggetti erano ubriachi.) Dopo aver compilato il sondaggio, a ciascuno dei partecipanti è stato prelevato del sangue in modo da misurare il grado di alcol presente in esso e rilevare così lo stato di ubriachezza in ognuno di loro. phase_iv_1973I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di esprimere il loro parere su due dei dilemmi preferiti dai nostri filosofi: il cosiddetto problema-funivia e il suo diretto derivato, il problema-ponte pedonale. Nel primo, la gente doveva scegliere se avrebbero usato un interruttore per deviare una cabina in fuga, uccidendo una sola persona ma risparmiandone altre cinque; il secondo problema richiedeva di spingere qualcuno giù da un ponte pedonale per lo stesso scopo. “Un disegno accompagnava il testo di ogni vignetta al fine di facilitare la comprensione del questionario”, nel caso in cui i soggetti fossero stati troppo ubriachi per leggere. social-experiment-advertsing-tugboat-group-vancouver“L’idea era quella di considerare nello specifico le implicazioni più morali ed etiche di come l’alcol possa influenzare il processo decisionale”, ha detto Aaron Duke, uno dei ricercatori.* La sua squadra ha trovato una correlazione tra il livello di intossicazione di ognuno dei soggetti chiamati in causa e la loro volontà di premere l’interruttore o spingere la persona – e più ubriaco era il soggetto (sia uomo che donna), più determinato era ad uccidere una persona ipotetica per il bene ipotetico dei molti. Questa scelta segue la logica dell’utilitarismo: si causa più bene dal fatto di salvare cinque persone e minor danno uccidendone una.
Questo risultato “indebolisce davvero l’idea che le preferenze utilitaristiche siano semplicemente il risultato di maggior riflessione”, ha detto Duke, che è anche il co-autore di un articolo dello studio, dal titolo affascinante: “L’utilitarista ubriaco: la concentrazione di alcol nel sangue prevede le risposte utilitarie in dilemmi morali.”phase-4-towersC’è un’ironia fantastica nell’idea che degli ubriachi possano agire da razionalisti emotivamente temprati disposti a fare qualsiasi cosa pur di salvare delle vite umane. Duke e il suo collega di ricerca, Laurent Bègue, non stanno necessariamente sostenendo che persone ubriache possano essere delle cime di filosofia e di logica, ma vogliono piuttosto dimostrare che le loro scoperte sfidano i presupposti comuni su come la gente prenda le proprie decisioni.

“C’è questa argomentazione che l’etica utilitaristica sia quella giusta, sempre associata a persone meno emotive. La nostra scoperta è che questo potrebbe anche non necessariamente essere vero”, ha detto Duke.phaseiv2

Un’altra spiegazione data da Duke è che le persone ubriache potrebbero essere meno sensibili a ciò che accade al tipo che è dalla parte sbagliata dell’ipotetica linea di funivia o sul ponte – “pare una spiegazione ragionevole che gli effetti dell’alcol farebbero diminuire la sensibilità emotiva nei confronti del dolore di qualcun altro”. In generale, sempre Duke, lo studio rafforza la complessità nel comprendere perché la gente faccia le scelte che fa. “Una decisione etica è influenzata da cose come l’uso di certe sostanza possa spostare la cornice etica attraverso cui osserviamo il mondo.”phaseiv4

Duke ha anche riconosciuto che le implicazioni dello studio sono limitate, soprattutto perché la dimensione del campione è così ridotta. Inoltre, le domande stesse contengono difetti in sé.

“Ad essere onesti, il problema-funivia in generale, implica un tipo di serietà diversa a seconda di cui la gente riesce a vederlo, perché è già di suo una specie di premessa ridicola”, ha affermato Duke. “Non so se le persone alticce possano prenderlo più o meno sul serio. Ma l’alcol può rendere l’approccio alla risoluzione del problema quasi più semplicistico – gl’ubriachi potrebbero cioè essere meno propensi a mettere in discussione alcuni dei presupposti su cui il compito si basa.”rs14094_guineapig

In altre parole, gli ubriachi sono più bendisposti ad affermare: “va’ bene facciamolo” quando un laureato a caso li invita a partecipare ad un esperimento di pensiero che concerne l’uccisione della gente. Utilitarista o no, l’ubriaco potrebbe rappresentare la cavia ideale del ricercatore di filosofia.

*Originariamente l’articolo diceva che il nome del ricercatore era Aaron Blake. Ci scusiamo per l’errore.

Frutti Fermentati Scimmie Sbronze ed Evoluzione della Specie Ubriacona

26 agosto 2016
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Frutti Fermentati Scimmie Sbronze ed Evoluzione della Specie Ubriacona

Da Smithsonian.com traduco un articolo di scienze naturali, scherzoso nei toni ma ben documentato e stimolante nelle intenzioni. Volutamente di basso profilo: scanzonato e riflessivo a un tempo.

Il pezzo, a partire da alcuni esperimenti sui primati, argomenta la predisposizione umana ad ingerire e digerire alcolici che a quanto pare non è solo prerogativa nostra ma deriva da un millenario patrimonio genetico familiare anche ai lemuri e alle proscimmie da cui originiamo (altroché l’8 per 1000 alla chiesa!)

Anche se solo sfiorate in lontananza, un intreccio di questioni inesauribili di etologia, psicologia evolutiva e comportamento umano, scaturiscono da questa lettura disinvolta. La fermentazione degli zuccheri nei frutti maturi e il passaggio evolutivo dalla vita sugli alberi alla vita sulla terra. L’assorbimento dell’alcol da parte del nostro organismo. L’uso degli alcolici come veicolo di piacere e scioglimento dei freni inibitori o l’abuso funesto che ci rende dipendenti di una piaga sociale e ci fa vittime d’una droga devastante fino ad ucciderci. Insomma materiale di riflessione e d’approfondimento certo non ne manca.

ps. Andrebbero tradotti anche molti dei riferimenti a cui Jason Daley, l’articolista, rimanda nei link interni al suo brano. Intanto però ce li leggiamo in lingua originale.

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Una ricerca mostra come anche i primati preferiscano un po’ d’alcol nel loro nettare.

Due primati proscimmie, l’aye-aye (Daubentonia madagascariensis) e il lori lento (Nycticebus), mostrano una certa preferenza per l’acqua zuccherata con un contenuto superiore di alcol.

Sappiamo di molte specie animali e d’insetti che amano sbevazzare di tanto in tanto. Le farfalle si fanno un cicchetto invece YouTube è pieno di uccelli che si sciolgono un po’ dopo aver mangiato delle bacche fermentate poi appena sbronzi, farfugliano i loro canti. Una volta, in Svezia, anche un alce è stato preso ubriaco su un albero mentre tentava di rubare delle mele fermentate.nypl.digitalcollections.510d47e1-3447-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Anche ai primati piace attaccarsi al succo della felicità. Uno studio del 2014 mostra che gli esseri umani e le grandi scimmie africane hanno sviluppato una mutazione genetica che permette loro di digerire l’alcol in modo più rapido. È una caratteristica che condividiamo con l’aye-aye, un tipo di lemure notturno che si trova solo in Madagascar e sembra Topolino stampato su un acido di LSD. In un recente studio, i ricercatori hanno provato a studiare se il lori lento, questo primate insolito e una delle proscimmie più curiose native dell’Asia Meridionale, in realtà vada di proposito alla ricerca dell’alcol o ci si imbatta casualmente.-1

Secondo un comunicato stampa, l’aye-aye utilizza principalmente le sue lunghe dita ossute per estrarre cibo dagli alberi. Ma nella stagione delle piogge, il primate recupera il 20 % delle sue calorie dai fiori della palma del viaggiatore (Ravenala madagascariensis), alcuni dei quali possono risultare fermentati. Secondo Conor Gearin del New Scientist, il lori lento trascorre gran parte del suo tempo a bere nettare dalla palma di Bertam, che molto spesso può essere fermentato.nypl.digitalcollections.510d47e1-3444-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Per accertare questa predilezione degli animali per la roba forte, dei ricercatori del Dartmouth College hanno messo sotto osservazione per studiarli meglio: Morticia e Merlin due esemplari di aye-aye e Dharma, un lori lento. Una volta al giorno per 15 giorni, agli aye-aye è stato permesso l’accesso a dei recipienti contenenti una soluzione di saccarosio compreso tra lo 0 e lo 0,5 per cento di alcol, simile alla fermentazione naturale del nettare. Anche dell’acqua è stata offerta alle bestiole, a verifica dell’esperimento. Gli aye-aye, come risultata dalla ricerca, hanno preferito l’alcol, e infatti, maggiore risultava essere la concentrazione d’alcol, più ne erano attratti.the-drunken-monkey-by-robert-dudley

“Gli aye-aye usavano le zampette per sondare compulsivamente le coppe anche molto tempo dopo che il contenuto era stato svuotato, suggerendo l’idea che erano estremamente ansiosi di raccoglierne qualsiasi traccia residua”. Così Nathaniel Dominy, biologo evoluzionista a Dartmouth, autore dello studio che appare sulla rivista della Royal Society Open Science, come ci riporta Gearin.nypl.digitalcollections.510d47e1-111c-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w

Dharma, il lento lori, è stato messo invece alla prova solo cinque volte, quindi c’erano meno informazioni per andar fuori strada, e dalla ricerca è risulato – facendo fede al comunicato stampa – che anche Dharma abbia notevolmente preferito le tazze con le concentrazioni più elevate di alcol. In entrambi i casi ad ogni modo, l’alcol non sembra avere avuto effetti negativi sugli animali o averli resi ubriachi.nypl.digitalcollections.783175d1-35d9-6fcd-e040-e00a180647b5.001.w

I risultati di questo studio si allineano alle idee anticipate dallo psicologo evoluzionista Robert Dudley nel suo libro del 2014, La Scimmia Ubriaca: Perché Beviamo e Facciamo Abuso di Alcol. Nel libro Dudley afferma che la predilezione per l’alcol è un adattamento evolutivo, sostenendo che l’odore della frutta in fase di fermentazione ha permesso ai primi antenati delle scimmie e agli esseri umani di trovare fonti di frutta nascoste sugli alberi. Gli enzimi che permettono alle scimmie e agli esseri umani di elaborare l’alcol in modo più efficiente si sono probabilmente evoluti quando i nostri antenati cominciarono a passare più tempo a terra, dove di frutta surmatura e fermentata se ne trovava con maggior prevalenza.

Anche se i ricercatori devono ancora affrontare gli enzimi degli aye-aye, il loro impulso a bere potrebbe comunque riflettere un percorso evolutivo simile.

(Jason Daley)

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Intervistato dai Bambini sul Senso del Vino

27 luglio 2016
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FullSizeRender copy 3Interrogato a tappeto dai bambini sul perché del vino. Alcune delle domande cui sono stato sottoposto dai piccoli Matilde e Archimede. Al fondo della pagina virtuale, abbozzo dei tentativi di risposta in rosso all’interrogatorio dei bimbetti:

• Why kids can’t drink?
• How do you know if the wine is good or not?

Da Beirut a Roma Ostiense, la piccola Matilde e il piccolo Archimede mi sottopongono un questionario di spietata, potente e onesta semplicità.

Interrogativi a bruciapelo, domande crude, concise e complicatissime nella loro spontanea asciuttezza che scatenano questioni talmente elevate, inesauribili possibilità di ragionamento, argomentazioni progressive a perdifiato da suscitare senso di vertigine e mal di stomaco.nypl.digitalcollections.7f3f8190-4515-0133-9a39-00505686d14e.001.qSono domande cristalline che spalancano un mondo di problematiche disarmanti, incertezze senza via d’uscita a cui – tentando anch’io d’esprimere in tutta onestà ma invano il mio sguardo relativista sui quesiti posti – non posso che abborracciare risposte lacunose che risuonano infime alle mie stesse orecchie. Così improvviso spiegazioni generiche. Imbastisco fiacche dimostrazioni di comodo.

drunkSiamo troppo sperduti nel labirinto della vita sociale adulta, sommersa di risposte insensate a domande altrettanto inutili, per restare al passo con la trasparenza infallibile dei bimbi che – ancora fuori dal labirinto della società – ci pongono domande essenziali ed esigono prove efficaci, chiedono risposte decisive e utili così come utile ed efficace fu a Teseo il filo d’Arianna per portare il culo in salvo dal Minotauro.

the-400-blows-15I bambini non possono bere perché l’alcol farebbe male allo sviluppo della loro crescita mentale, emotiva e fisica.

Presumo di capire che un vino è buono e mi piace se innanzitutto conosco:

Chi il vino l’ha fatto (confidenza/conoscenza col produttore);

Come lo ha fatto (cognizione di causa sulle tecniche enologiche e le pratiche vitivinicole);

Dove lo ha fatto (terreni e lavoratori della terra, tradizioni agricole, clima, comunità, economia, cultura locale).

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Richard Lithgow

Paesi Tuoi. Riflessioni a latere dell’Acquisizione Vietti Con Lettera Aperta di Craig Perman

23 luglio 2016
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“Su dieci persone che parlano di noi, nove ne dicono male, e spesso la sola persona che ne dice bene lo dice male.” Conte di Rivarol

All’indomani dall’acquisizione di Vietti da parte di una società americana Krause Holdings Inc., le polemiche, i pettegolezzi, i cicalecci si sono propagati all’impazzata tra i media e i social che di tutto questo chiacchiericcio superficiale ci campa e fa campare. Come sempre accade in questi casi erano tutti a dir la loro – soprattutto chi ha ben poco da dire, i più accaniti – tanto per dar fiato alle trombe stonate. Ognuno portatore di una sua generica e impersonale visione del mondo, di una sua privata e alquanto inutile verità sviscerata come in un coro da stadio.

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Pier Paolo Pasolini (1977)

 Era tutto un narcisistico fiorire di paladini della purezza, di templari della tradizione, d’apocalittici ma ben integrati promotori della conservazione, di moralistici osteggiatori del cambiamento, d’incorruttibili sostenitori dell’indifferenza al denaro, anche se, ne sono quasi certo, trattasi magari di tutta gentucola grama che si venderebbe anche la nonna al Bingo per un paio di centinaia d’euro di pubblicità o ha già affidato l’anima al diavolo pur di vedere la propria firma apposta su un quotidiano nazionale. Insomma tanti leoni autoreferenziali a parole ma tutti un solo gregge di pecoroni, sia a fatti che nel cuore.

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Gioxe De Micheli (1980)

Allarmismo alle stelle per la vendita agli americani, apprensione non propriamente disinteressata su tutti i fronti per l’innocenza perduta come lasciava presagire fin dal mesto titolo Galloni in un suo pezzo The end of the innocence, manco fosse la lettera colma di risentimenti e delusioni sovraeccitate dell’amante appena scaricato.

Non mi capacito davvero di tutto questo panico ipocrita da millenaristi fuori tempo massimo quando ormai sono anni che abbiamo svenduto il Colosseo ai cinesi e se continua così molto a breve anche Pompei, la Valle dei Templi d’Agrigento, Paestum, le Dolomiti saranno senz’altro messe all’asta al miglior offerente d’Abu Dhabi, di Singapore o di Mosca.leviatano Insomma, qua la vera questione è l’assenza onnipresente – o l’onnipresente assenza – di uno Stato che non garantisce e non tutela alcun tipo di protezione ai suoi stessi abitanti, sudditi sordomuti che esistono o devono far finta di esistere solo in qualità di contribuenti solvibili e nella misura in cui sovvenzionano uno sterminato scatafascio di tasse senza nessunissimo servizio in cambio neppure a buon rendere.
Un burocratico stato canaglia verso i suoi stessi cittadini, smisurato Leviatano a forma di vorace agenzia delle entrate che ti subissa di cavillosi incartamenti mentre incamera, mai sazio, solo contributi, sanzioni, imposte, dazi e canoni “a babbo morto”.

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Mino Maccari (1977)

Questo lo stato italiano che sta sempre più azzerando l’orgoglio d’appartenenza privato, sterilizzando sul nascere la volontà d’impresa nazionale dei suoi migliori soggetti aventi diritto di voto. Uno stato in cui la norma sta sempre più diventando che devi lavorare come un servo della gleba per ripagarti il miracolo che stai appunto lavorando come servo della gleba. È allora in questo inquietante scenario macrosociale, politico ed economico che s’incornicia il quadro (quadro sia pubblico che privato) della vendita di Vietti. Una vendita virtuosa alla fin fine, ponderata in ogni dettaglio. Una giusta e giustificabile vendita al fine di far sempre più e meglio e che rispecchia cioè l’intraprendenza, lo spirito d’iniziativa, la dignità aziendale di una famiglia che per tentare di proteggere quanto più possibile i propri beni privati (vino, lavoro, vigne, terreni, figli, generazioni future), al fine di difendere la qualità di produzione e la produzione della qualità pubblica a livelli sempre più eccelsi e affidabili, ha pensato bene di trovare un investitore esterno sicuramente illuminato e auspicabilmente poco invasivo. Senz’altro una partnership (non nutro alcun dubbio su ciò) meno oscurantista, oppressiva ed invadente dello stesso Stato padre-padrone che ti rema sempre e comunque continuamente contro a prescindere. Questo insidioso Stato italiano ahimè in cui sempre più moriamo fuori e dentro, al suono ogni giorno più bugiardo e avverso di quello che avrebbe invece dovuto essere – almeno sulla carta – un principio fondamentale della costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

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Presento a seguire in rosso la mia traduzione di una lettera aperta di Craig Perman importatore di vini a Chicago dell’omonima Perman Wine Selections. Le parole e i ragionamenti argomentati da Perman mi pare riportino i toni dell’acquisizione dell’azienda vinicola da parte della holding statunitense su un piano molto più empirico e coi piedi ben saldi al suolo perché sono i piedi di un mercante di vino casomai nel frattempo ci fossimo dimenticati che alla fine della fiera il vino è spiritualità e poesia della terra certo, ma senza soldi, senza mercato e senza compra-vendite non si cantano né messe né poemi.

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Qiu Guangping (2014)

Ciao,

Nella storia della Perman Wine Selections, non mi è mai capitato di scrivere una lettera ai miei clienti così come faccio ora.

Gli acquirenti di Perman sanno quanto adoro il Piemonte al nord-ovest dell’Italia.

Sono stato fortunato ad avere la possibilità di viaggiare ampiamente attraverso questa regione ed intrecciare rapporti di lunga durata con alcuni dei suoi migliori viticoltori.

La maggior parte dei miei clienti non avrà bisogno di leggere la seguente e-mail, ma per coloro che seguono da vicino la nostra attività, ho scritto questa lettera per affrontare la recente vendita di una cantina che abbiamo sostenuto per anni e continueremo a sostenere per molti anni a venire: Vietti di Castiglione Falletto nella zona del Barolo.

Questa storia è stata prematuramente fatta trapelare dai media e da allora si sono moltiplicati articoli post di Facebook e chiacchiere varie.

Qui di seguito il mio pensiero.

Grazie a tutti i grandi sostenitori di Vietti,
Craig

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Leonid Sokov (2011)

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A questo punto, la “vendita” di Vietti in Piemonte, la “partnership” o come altro volete chiamarla, è stata discussa fino alla nausea.

Dopo aver letto un sacco di commenti da parte di professionisti del vino, giornalisti, amici, clienti e altri ancora, sono stati messi in risalto alcuni punti che dovrebbero essere discussi ulteriormente in modo da permettere a tutti di comprendere con la propria testa e alla portata di ognuno di noi, i problemi reali emersi.

Così come molti professionisti del vino e consumatori, ho avuto anche io, per oltre 18 anni, l’immenso piacere di conoscere Luca e Elena Currado. Siamo amici. Se sapete qualcosa sulla famiglia Currado sapete che hanno molti amici sparsi in ogni parte del mondo, tutti uniti da una passione comune: il grande vino.

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Robert Cottingham (2003)

Dunque mi ha particolarmente deluso e sono rimasto molto sorpreso davanti ad alcuni dei discorsi e argomenti che sono venuti alla luce riguardo la vendita della cantina. A parole mie ho voluto affrontare alcune di queste osservazioni perché non credo si fondano su fatti reali ma piuttosto su emozioni e cattive usanze personali.

La vita è in continuo movimento e le cose cambiano continuamente. In un anno di campagna elettorale, non c’era un momento migliore per discutere di ciò. Ad ogni campagna presidenziale la gente diventa più emotiva a causa della possibilità di un forte cambiamento che, a parer loro, influenzerà in positivo o in negativo le loro vite. Quello che è importante notare sull’ondata di questa fase emozionale durante una campagna presidenziale è che nei quattro anni in mezzo al ciclo elettorale, le modifiche sono comunque costantemente in corso, la maggior parte delle quali restano inosservate da quasi tutte le persone.

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Janeth Fish (1997)

Io ora non sto qui ad invalidare quelle sensazioni emotive, ma piuttosto voglio sottolineare che le cose cambiano, lo notiamo o no. A volte è solo materiale propagandistico, ma il più delle volte il cambiamento non ottiene attenzione alcuna o nessun risalto di sorta dalla stampa.

Qualsiasi persona che ha viaggiato in Piemonte per anni ha sicuramente notato negli ultimi tempi un cambiamento nel panorama economico della regione. La causa del cambiamento, è la stessa causa che percepiamo in altre regioni vinicole di tutto il mondo. Il vino è popolare!

Il vino non è solo qualcosa che si strozza giù con un pasto, è assurto negli anni a bene di lusso. Ciò non è accaduto in una notte, piuttosto questo cambiamento si è verificato nel corso di più di tre decenni. Con i consumatori disposti e ben felici di spendere dai 40 ai 200 dollari al dettaglio per una singola bottiglia di Barolo era inevitabile che sarebbe avvenuto qualche cambiamento cospicuo nel modo in cui la regione imposta i propri affari.

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Pierflavio Gallina (1996)

Come nelle “Casalinghe di Orange County” – nel chiacchiericcio che ha circondato la vendita di Vietti, molte persone hanno sostenuto che questo tipo di acquisizione significava molto più di un semplice cambiamento ma l’apertura del varco agli investimenti stranieri o peggio ancora, l’imposizione quasi per alcune cantine di vendersi al miglior offerente “straniero”. Ora ci sono almeno due problemi che qui devono essere subito discussi.

In primo luogo, cosa rende uno “straniero” tale? Secondo i costumi sociali di alcune persone, un estraneo è qualcuno che non è nato né cresciuto nella regione. Quanto del posto bisogna essere per venir giudicati abbastanza “locali”? Si può nascere a Torino ed essere uno del luogo, o devi necessariamente essere nato e cresciuto a Castiglione Falletto per essere di quel luogo? Quando Oscar Farinetti e Luca Baffigo acquistarono la storica tenuta Fontanafredda, nel 2008, loro cosa erano locali o stranieri? Vi posso subito dire che erano entrambi dei personaggi molto ricchi e niente affatto dei poveri agricoltori, posso anche dirvi che hanno acquistato direttamente da una banca. L’intero concetto di straniero, estraneo, del posto o locale è il frutto di un mentalità molto ristretta, una mentalità vecchia maniera che nel mondo degli affari sta rapidamente facendo il suo tempo. Vi può certamente piacere o potete odiarla, tutti hanno diritto alle loro opinioni e sentimenti, figuriamoci.

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Gianni Gallo (1989)

La seconda questione che deve essere affrontata è quest’altra: davvero è stata la vendita di Vietti a cominciare il cambiamento? Antonio Galloni in un suo articolo dal titolo drammatico su Vinous “La fine dell’innocenza“, ha sostenuto:

“Chi ti dice che nulla è cambiato sta delirando. Tutto è cambiato. Per sempre. Questa vendita apre la porta per ulteriori acquisizioni che a loro volta faranno salire enormemente i prezzi dei terreni e in ultima analisi porteranno a produrre vini più costosi, il tutto facendo allargare sempre più il divario tra l’artigianale per davvero, le cantine a conduzione familiare e le aziende industriali con possibilità di credito senza fondo. Naturalmente, molta di questa prosperità ritrovata nella regione potrebbe rivelarsi un dato positivo, se correttamente gestito “.

Non c’è stato nessun interruttore della luce acceso all’improvviso come Antonio Galloni ha suggerito, e se lui pensa così, è lui che sta sta farneticando. Otto anni fa Farinetti ha acquistato Fontanafredda e anche Giacomo Borgogno. Forse era quello l’interruttore della luce? Nel febbraio di quest’anno, Ratti, uno dei maggiori e più importanti produttori piemontesi ha firmato un accordo esclusivo di importazione del proprio vino negli Stati Uniti con la Gallo. Ho detto: E. & J. Gallo, una società che ha fondato tutte le proprie fortune sul vino sfuso e che non potrebbe essere azienda più industriale di così neppure se lo volessero..

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Eso Peluzzi (1980)

I cambiamenti in Piemonte non sono semplicemente nuovi ma sono in corso d’opera da almeno vent’anni. La porta proverbiale che Galloni menziona è stata senza dubbio aperta già molti anni fa. I prezzi dei terreni sono aumentati e Vietti ha svolto un ruolo solo marginale in questo passaggio. In realtà gran parte di queste lamentele fatalistiche e implicazioni che vorrebbero Vietti quale innesco di questo processo, non possono essere sostenute fatti alla mano ma sono semplicemente il prodotto dell’ondata emotiva all’indomani dalla vendita.

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Pietro Cascella (1976)

Quando voglio cercare di comprendere il punto di vista di qualcuno che ha fatto una determinata cosa, cerco sempre di mettermi nei suoi panni. Esattamente quello che ho fatto quando ho sentito parlare della vendita di Vietti. Conosco Luca, e so che è assolutamente appassionato, orgoglioso di fare grandi vini nella sua regione.

A ragionare da uomini d’affari, si è costantemente spinti a fare meglio, ad espandersi su quello che già si sta facendo. Far meglio non ha necessariamente nulla a che fare con il diventare più ricchi, ma ha che fare con l’essere soddisfatti di ciò che si sta creando oltre ad assicurare quanto più a lungo possibile la sostenibilità delle vostre attività ed affari.

Così mi metto nei panni di Luca. Ora sono l’enologo/proprietario di Vietti e voglio fare in modo che Perbacco e “Tre Vigne” Barbera rimangano sempre grandi vini mantenendo sempre il loro prezzo di partenza. La prima cosa che dovrò fare sarà allora quella di fissare il prezzo dell’uva. I miei contratti potrebbero essere in arrivo, e so benissimo che, al fine di acquistare o rinunciare a un contratto, il prezzo dell’uva potrà variare di prezzo venendo a costare molto di più .

L’opzione migliore per me dunque è quella di acquistare la vigna. Ho un po ‘di soldi, ma ho anche bisogno di quei soldi da reinvestire per il mantenimento della cantina. So anche che il personale adatto è cosa molto difficile da mantenere, e ho bisogno di pagare un buono stipendio per assicurarmi dei bravi dipendenti.

Bene, cosa faccio? Voglio comprare alcuni vigneti per mantenere intatta questa fonte. Potrei rivolgermi ad una banca anche se so che i prestiti sono più difficili da trovare di questi tempi. Potrei trovare un investitore per la vigna, ma so che i problemi si verificano sempre con gli investitori, e io non voglio finire coinvolto in una battaglia legale, preferisco lavorare ed essere in vigna.

Vedete dove tutto questo ci sta portando?

Quando il suo contratto d’affitto nel famoso Cru di La Morra “Brunate” si è concluso, fatti due conti, Luca ha acquistato il vigneto. C’è stata una guerra di rilanci e offerte, pur non conoscendo il costo esatto a cui è stata venduta la vigna, è stato sicuramente un prezzo sufficiente a fare in modo che il ritorno dell’investimento iniziale non ci sarà se non dopo un bel po’ di tempo. Una generazione, due generazioni, non ne sono sicuro, e questo è solo un vigneto, solo un esempio.

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Claudio Bonichi (1974)

Brunate è un vino raro, un “Grand Cru” di Barolo che la gente è disposta a pagare molti soldi per averlo, ma che dire invece di Perbacco e “Tre Vigne?” Se compro i vigneti per produrre questi vini mantenendo la stessa struttura dei prezzi invariata, potrei non avere mai e poi mai un ritorno sui costi dell’investimento iniziale.

La realtà oggi in Piemonte è che se non possiedi TUTTI i vigneti, o non hai dalla tua durevoli contratti d’affitto dei vigneti, ti troverai ad affrontare una rincorsa agl’investimenti che non sarai in grado di assolvere per intere generazioni.

Nel suo articolo su Vinous, Galloni suggerisce che Vietti avrebbe dovuto prendere la via già intrapresa da alcuni in Borgogna che hanno introdotto gli investimenti dal di fuori esclusivamente per l’acquisto dei vigneti. Trovo essere questo suggerimento del tutto ipocrita e di mentalità ristretta così come il dibattito straniero/locale. Galloni si è staccato da Robert Parker per mettersi in proprio. Essendo un uomo d’affari, proprio come Luca, ha avuto anche lui una visione per il suo futuro, e nessuno è andato a suggerirgli come avrebbe dovuto finanziare questa sua scelta. Non c’è stato alcun battibecco adolescenziale su chi erano i suoi investitori e come questo abbia potuto o no significare un tragico destino per la critica del vino in futuro. La gente ha accolto positivamente questa sua mossa, lo ha sostenuto nella sua visione contribuendo ad incrementare più successo a questo suo nuovo cambio di rotta.

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Valerio Miroglio (1992)

Così, quando è stata annunciata la vendita Vietti, ho saputo subito che Luca e la sua famiglia, essendo i perfezionisti che sono, persone che amano veramente la loro terra e la loro regione, avrebbero fatto quello che doveva essere fatto pur di raggiungere i loro obiettivi e cioè quello di continuare ad essere una delle migliori cantine del Piemonte.

Alla fine, il cambiamento è sempre qualcosa che ci rende emotivi, ispirandoci la discussione..

La gente del vino dovrebbe sempre ricordare che riguardo la nostra professione stiamo vivendo in un’epoca d’oro. Dobbiamo tutto questo ai nostri clienti che hanno essenzialmente creato queste opportunità che esistono per noi. Se le cose non fossero cambiate e il nostro mercato del vino fosse sempre rimasto lo stesso di com’era 30 anni fa, molti di noi farebbero oggi qualcosa di diverso dalla nostra professione. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

Inoltre abbiamo davvero bisogno di pensare con le nostre teste, a parole nostre e discutere a mente aperta quando si tratta di cambiare. Luca, Elena, Mario, Luciana e tutti i membri della famiglia Vietti sono alcune delle persone più belle e generose che abbia mai incontrato. Persone reali. Grandi persone. Mentre alcune persone possono anche pensare che tutto è cambiato, che la tradizione deve essere sempre preferita alla praticità, una cosa che invece so è che la prossima volta che berrò una bottiglia di Vietti, le impronte digitali di queste grandi persone saranno ancora impresse sulla bottiglia, proprio così come è stato per molti anni.

Dobbiamo sostenere le persone buone, persone che favoriscono la qualità alla quantità. Questo è il fondamento della nostra attività nel mondo del vino “di pregio”. La proprietà non ha nulla a che fare con questo valore fondamentale: la qualità e la gente è tutto ciò che conta.

Ora penso di aver proprio bisogno di un bel bicchiere di Barolo. Barolo di Vietti, ovviamente.

[Craig Perman, traduz. gae saccoccio]

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Wayne Thebaud (2004)

Fakebook l’Ipocrisia il Buonismo e la Censura Maniaco-Depressivo-Sessuofobica

21 luglio 2016
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“Stercus, Stercus, Stercus, Morituri Sum.”
Dal vino convenzionale al vino naturale al vino naturista è sempre e solo una questione di quanto ci si cali le brache dinanzi al Dio Denaro.

IMG_2331Ma quanto disagio mentale, quanta povertà subumana, quanti abissi d’ottusità in circolazione fuori e dentro al World Wide Web. Se non è a causa di un algoritmo automatico di filtro delle oscenità omologate, qualche povero mentecatto o mentecatta sulla mia bacheca FB ha pensato bene di segnalare una foto banale di Spencer Tunick con inermi corpi nudi d’uomini e donne in una vigna che, per i parametri troppo paraculi, ipocriti, trogloditi, filistei e oscenamente perbenisti di Fuckbook non rientravano nella norma.

Altro spunto di riflessione inquietante riguarda il sistema iperconnesso che fa acqua da tutti i lati. Un meccanismo orwelliano di controllori, segnalatori e vigilantes, un vero e proprio buco nero nella Rete finto-democratica del social più diffuso in occidente per cui a Domino Effect chiunque può disnteressatamente segnalare chiunque a casaccio o segnalarlo per qualche preciso scopo interessato, sottoponendolo all’Inquisizione d’una sottocomunità di controllori e amministratori  che a loro volta – in questo immane calderone e Castello Kafkiano di carta – sono segnalati, controllati e amministrati, ma alla fin fine amministrati e controllati secondo quali criteri obiettivi, regole pubbliche, norme trasparenti e soprattutto a discrezione di chi?

Roman de la Rose France XV century Bodleian Library
Roman de la Rose France XV Century Bodleian Library

Ora, pare qui manifesta la contraddizione stridente e l’assoluta disonestà di fondo di una società social-connessa sessuofoba a chiacchiere e maniaca-sessuale nella realtà. Una società globale benpensante che censura un disegno erotico di Picasso o la fotografia artistica di un professionista per preservare la propria coscienza sporca di sangue e merda digitale con il pretesto di difendere la pseudo-innocenza dei propri adolescenti che comunque smanettano mattina e sera su Youporn. Milioni e milioni di ragazzetti, adolescenti e adulti che si spippano a manetta su chatroulette o si rigirano l’un l’altro selfies dettagliati dei propri apparati genitali via snapchat. Ritengo insomma che dei sani parametri di filtro delle oscenità offensive la morale pubblica (ma stiamo davvero scherzando? Nel 2016 diocristo!) dovrebbero oggi essere verificati più seriamente attraverso google-images ad esempio, per determinare la fonte artistica, estetica e culturale di una data immagine evitando possibilmente di mettere sullo stesso livello il Gabinetto Segreto di Pompei custodito al Museo Archeologico di Napoli, un’illustrazione erotica di Kitagawa Utamaro, una foto di cazzi in erezione di Robert Mapplethorpe, un nudo femminile di Helmut Newton o una qualsiasi gang-bang di Sasha Grey, Valentina Nappi o Ashley Blue – comunque a mio avviso pregevolissimo intreccio pornografico di corpi fotterecci in vendita questi ultimi, manifestazione bassa ma assai più onesta dello zeitgeist (lo spirito del tempo) da III millenio, espressione viscerale molto più dignitosa ed esplicita metafora socio-economica dei nostri corpi usati ed abusati dalla Macroeconomia delle Multinazionali piuttosto che le tante insopportabili Gallerie d’arte à la page e finto-artistoidi-cazzari che tappezzano le pareti di musei e centri culturali del mondo con le loro spazzature di croste insensate spacciate per arte, pensiero e cultura alta.

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Ad ogni modo sull’immagine di Tunick nel mio post censurato, detto en passent, poco mi tange del suo intrinseco, sopravvalutato o falsato valore estetico. Valore che anzi trovo addirittura aleatorio ovvero pretestuoso e forzato così come la stragrande maggioranza della cosiddetta Arte Contemporanea, ma ciò non giustifica certo la sua cancellazione autoritaria con simultanea rimozione e blocco di 24 ore del profilo facebook senza neppure un democratico preavviso, cosa che ritengo essere un illegittimo atto di forza e un sopruso bell’e buono.

Odio parlare di me e detesto ogni forma di autoreferenzialità. Questo a seguire però era il tono del post “bannato” con foto originale e foto ritoccata su quei punti del corpo ritenuti osceni – la protuberanza più o meno lunga e spessa dell’apparato riproduttivo maschile e qualche tetta di varie taglie – si perché secondo Facebook, secondo le tare cerebrali disturbatissime dello strafottuto cavernicolo urbano di segnalatore anonimo, qui il corpo del reato è il corpo umano medesimo.FullSizeRender

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Grissini Mortadella Tappi Legni Acqua e Qualche Buon Vino

17 luglio 2016
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11Serata di piacere ma soprattutto di decifrazione perenne del vino quale ossessivo oggetto di studio, stimolo di elevate meditazioni e campo magnetico di ragionamenti fitti senza fine; un campo minato per davvero, attraversato assieme ad alcuni cari amici d’annasata, sorseggio ed eventuale sputaggio.

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Nonostante si discuta e si parlerà esclusivamente di vino, mi sovvengono qui non a caso le parole che Gaston Bachelard da buon vecchio filosofo empirico e acuto osservatore della natura dedicava all’acqua. L’acqua origine della vita, sorgente del mondo, foce profonda dell’immaginazione creatrice. Anche perché più che polvere, acqua siamo e acqua torneremo.

È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Gaston Bachelard

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  •  Domaine Ramonet – Chassagne-Montrachet Premier Cru “Boudriotte” 1998

[Già al tappo sentori di zucchero caramellato e melassa acetosa. Nel calice l’ossidazione temuta non si smentisce né al naso né tantomeno al palato e difatti si fa fatica a buttarne giù anche un mezzo bicchiere ed è proprio lì nel bicchiere che rimane prima di altra più consona destinazione cioè la sputacchiera che detta in francese suona forse un po’ meno irriguardoso e più elegante: crachoir.]

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[Volgarissimo centrifugato di legni nuovi tostati ai fuochi fatui del cimitero della fragranza nel vino. Uve verdi raccolte crude, questa l’impressione duratura dall’inizio alla fine. Sensazione  terminale – sì proprio “terminale” come si direbbe di un malato moribondo sul letto d’ospedale – di vernice grossa e grassa appena spennellata sugl’acini: anche qui sputacchiera o crachoir, fate voi.]

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[Cambia il terroir, cambia l’appellation, cambia la mano del produttore, cambiano le vigne ma come nel precedente Domaine Niellon stessa volgarotta paccottiglia di legno e uve stracotte ammandorlate assieme. Ultra-barriccaggio della materia vinosa fino a bruciarne l’essenza al punto da buttar via così tutto il bambino con l’acqua sporca. Uno si aspetta di bere del vino bianco rinfrescante e vivo non un decotto di burro d’arachidi arso su padella e imbottigliato; non un infame infuso di zucchero caramellato al sentore di disboscamento e tronchi d’albero sventrati di fresco. Sputacchiera anche in questo caso ahimè, come nei precedenti due.]

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{[Nella parentesi graffa che non chiuderò, è contenuta una bestemmia tacita, invisibile e lunga un paio di centinaia di pitagorici chilometri moltiplicati alla radice quadrata di due (√2), così, tanto per dare sfogo alla rancura di ritrovarsi dinanzi alle fetenzie puzzolenti d’un tappo fungino – cioè contaminato di (TCAtricloroanisolo maledetto-in-culo. E mannaggia a Dioniso, questo Silex doveva essere, almeno nell’aspettativa di pre-apertura bocce e nei ricordi di alcune bevute precedenti della ’99, forse il vino più splendido-splendente della serata..]

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[Finalmente della buona, verace, vecchia freschezza propria alle uve sane al loro giusto grado di maturazione atte ad essere spumantizzate. Fragranza liquida, croccantezza di frutto, fluidità di bolla spessa e compatta. Beva felice. Trasfigurato senso – ma ben venga – di amena ciclicità dell’esistenza vegetale, umana, animale, minerale, esistenza ciclica degli oggetti tutti. Una dissetante, limpida energia luminosa che sgorga dal calice fino alle estremità della gola dove esplode potente tipo fronte delle cascate Vittoria confluendo dallo stomaco alla mente in tutta sincerità, brio e scorrevolezza. Sboccatura dell’Aprile 2015, il ricorso alla sputacchiera, è immaginabile, in questo caso non è affatto consentito o meglio non è neppure agognato come negli altri vini snocciolati fin qua.]

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[Non ho, meglio, credo non avevamo e non abbiamo dubbi ma è questo il vino della serata. Vibra dolceamaro al palato, una pomiciata impetuosa con morsi e risucchi sulla lingua tra le tue labbra e il vino succulento: femme fatale lunatica e lunare rivestita di salsedine, di tralci, d’acini e foglie di vite. Le Bourg è parcella di un ettaro che accoglie vigne quasi centenarie di cabernet franc.. Il Cabernet Franc della Loira che dai preliminari, le carezze e i baci febbrili passa subito ai fatti strizzandoti e travolgendoti nel suo dominio disinibito di possessione e appagamento dei sensi. Su pasta al pesto rosso mediterraneo della Taverna Pane e Vino a Cortona.]

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  • Mme. François De Montille – Volnay Premier Cru “Les Champans”  1973

[Bevuto alla cieca. Il colore vivo, l’agrume rosso sanguigno, una trama tannica per nulla spenta e l’acidità spiccata facevano pensare ad un sangiovese chiantigiano d’altezza elevata, a un nebbiolo d’alta Langa con i suoi richiami mentolati e screziati di liquirizia, ma avresti difficilmente pensato ad un Pinot Nero di Borgogna con oltre quarant’anni sul groppone. Certo – è questa ormai la prova provata dall’esperienza di bevitore tignoso e smaliziato – ma le terziarizzazioni tendono ad omologare lo spettro olfattivo-gustativo d’ogni buon vino da invecchiamento già dopo qualche decennio, quadrando sempre un po’ il cerchio tra i tre supremi vitigni del caso, ovvero: Sangiovese, Pinot Nero e Nebbiolo. L’Annata ’73 in Borgogna come a Bordeaux è risultata essere particolarmente insulsa, anonima e magra eppure di tutta la batteria assieme al Clos Rougeard ’07 di cui sopra, è proprio questo Volnay il vino che più ha appagato la scia umorale di vuoto vertiginoso e amara inquietudine spalancatasi sotto i nostri piedi dai primi quattro vini sversati tristemente nel crachoir.]6

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[Anche questo alla cieca, ma per una svista sulla scaletta di presentazione è venuto subito dopo il Volnay e il Clos Rougeard per cui non è stato apprezzato nella misura appropriata come avrebbe dovuto essere se fosse stato servito ad esempio subito dopo i primi bianchi derelitti. Ritengo necessario rimarcare quanto riportato in retroetichetta* dalla Madame. È un vero e proprio manifesto d’onestà produttiva intellettuale che ha ormai fatto scuola e di cui riporto a seguire lo stralcio più significativo: “Questo vino, nel corso della sua evoluzione naturale in bottiglia, presenta o presenterà un giorno un deposito nobile e naturale nel fondo. È questo un segno della vita del vino in bottiglia. Voler evitare questo deposito attraverso filtrazioni o altro, vuol dire rimuovere dal vino la sua stessa vita ed una gran parte delle sue intrinseche qualita. *Traduz. mia.]7

  • Domaine Robert Chevillon – Nuits-Saint-Georges “Les Cailles” Premier Cru 1976

[Alla cieca anche questa. Nessun riferimento di sorta. Sfuggente, nullo e acciaccato già al naso. Il Domaine ha una storia che origina dai primi del ‘900 ed è stato per me la prima volta che l’assaggiavo. L’annata ’76 con un’estate molto calda, sembrerebbe essere di quelle eccessivamente tanniche e squilibrate. Vuoi il mantenimento della bottiglia, vuoi la tenuta del tappo ormai tutto rinsecchito – sono pure passati quasi quaranta anni mica era ieri – ma il vino non era più materia viva neppure da poter comprendere di testa, gustare con il cuore, recepire con tutti i sensi, decifrare ad istinto.]IMG_2142

  • Castello Poggio alle Mura Brunello di Montalcino 1964

[Prima che venisse fagocitato dall’ingombrante mastodonte enologico Banfi. Il vino come se non addirittura peggio che nel precedente Nuits-Saint-Georges, si presentava nel calice come cosa piatta, materia inerte, sostanza ormai morta, alga marina prosciugata sulla riva. Resta solo l’amaro di mandorle stantie in bocca e al naso persiste quel tipico sentore pungente di stracci intrisi d’acqua stagna sovrapposto all’aroma acre di cartoni impregnati dalle muffe di grotta. Nient’altro da aggiungere a parte che – discorso valido per tutti i vini più vecchiotti e ragionamento lucido riportato da Madame Leroy nella medesima etichetta di poco fa – mi piacerebbe riassaggiarlo da una bottiglia mantenuta immobile per oltre mezzo secolo nella stessa cantina a temperatura costante così da ritrovarsi a stappare magari un sughero meno striminzito e chissà, a bere forse un vino fresco e vivo e non un liquame rattrappito e polverizzato come il tappo che avrebbe dovuto preservarlo.12

A corollario di questa riflessione finale aggiungo pure che non è certo il principio di vanagloria fondamentale e intento ideale di ogni produttore di vino quello di creare una bevanda che perduri decenni o affini per secoli, ma semplicemente quello di imbottigliare dei vini che durino finché ce la fanno a seconda del caso o di variabili scostanti ed incotrollabili per cui – è la dura legge fisica della nascita e della morte – ci si può ritrovare davanti a dei vecchi vini maturati miracolosamente in bottiglia o, come molto più spesso capita, a della scura brodaglia imbevuta d’aceto.]

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Vuoti A Perdere Spazzati Via Nella Raccolta Indifferenziata Dei Ricordi

26 giugno 2016
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vuoti 1E quindi ci si ritrova a mezza vita inoltrata.
Bottiglie stappate, amori sciupati, viaggi insulsi, fornelli incrostati da settimane, piatti e pentole da lavare, letture interrotte, litigi senza motivo o forse troppo motivati, pranzi al volo e cene di lavoro, tuffi in mare, sale d’attesa, sveltine, rampe d’aereoporti, sbronzette allegre, caffè bruciati, pezze al culo, bocconotti all’aria aperta, slinguazzamenti, scopate intense, graffi di possessione, schiaffoni, ululati, pippe reciproche, passeggiate nei parchi, corse in spiaggia.
L’ennesimo trasloco a quarant’anni. Batuffoli di polvere, segatura ammonticchiata dai tarli delle travi al soffitto, peli di culo, schegge molecolari d’epidermide che stratificano sul pavimento assieme al ricamare dei ragni ammutoliti negl’angoli. Libri a scaffali e scatole di legno. Libri letti, libri illeggibili, libri sempre da leggere. Libri su libri su libri ed ancora altri libri. Libri mai scritti e sempre da riscrivere per chi mai li leggerà. Altri libri da non scrivere affatto per chi vorrebbe forse leggerli, bah!vuoti 4
La casa nei boschi vecchia oltre VII secoli e passa è una torretta d’avvistamento solitaria in pietra. Spugna d’umidità e gelo durante l’inverno che andrebbe semplicemente scaldata solo incendiandola a merda e accucciarsi poi su un lato per godere di questo confortevole caldo tutto il tempo di un sonnellino eterno; godere finalmente i benefici del calore finché dura mentre attorno è solo un paesaggio di desolazione, fango, pioggia, ghiaccio e tutta quanta l’indifferenza leopardiana del cosmo.
Vivibilissima in primavera invece, goduria di tutti i sensi. Torrida ma ben ventilata d’estate però è questa torretta: montagne fresche di torrenti e brezze alberate, un lago oltre la vallata, un fondale di campagna serena a perdita d’occhio. Erbacce alte infestanti, una savana che subentra alla pietra antica della torre. Una volontà vegetale di radicarsi ed espropriare. L’intento maligno dell’erba è quello di spaccare usci, terremotare gradini, corrodere fondamenta. L’andazzo è quello d’insediarsi al posto d’uomini, donne, animali e cose se non si prendessero seri provvedimenti col tagliaerba, ma di certo non sono mai stati e mai saranno questi i miei provvedimenti, anzi, direi tutto all’opposto.

La natura in casa, la casa nella natura questo sì.. e senza la consulenza di raffinati paesaggisti di grido ma sempre e solo ispirandosi al principio aureo del grandissimo Masanobu Fukuoka San e alla sua orticoltura meditabonda, alla sua pratica Zen del “non-fare” (La Rivoluzione del Filo di Paglia) per il quale – verità apparentemente paracula, oziosa e di comodo penserà più di qualcuno – l’unica cura è nell’incuria!vuoti 3

Ecco qui dunque, buste nere dell’immondizia alla mano, resto in piedi, disorientato ma risoluto davanti all’accumulo di bottiglie vuote stipate sui mobili per mesi, per anni ad attrarre polvere, microrganismi e cacca di mosche. Granelli d’affetto che sbucciano dagl’oggetti. Scagliette d’istanti-ricordo venute via dal muro del pianto e del sorriso di qualche reminescenza alcolica.

Groppo ruvido d’amaro in gola, me ne sto fermo in piedi, adombrato avanti a questi trofei della vanità vinosa o vinità vanitosa? Simulacri di vetro dell’attaccamento sentimentale, ex contentinori d’un’emozione a breve durata estinta subito dopo averla vissuta anche se solo a metà. Esercito a falange macedone di bottiglie vuote, catalizzatori di relazioni umane, simboli di una compartecipazione pischica/emotiva evaporata per sempre chissà dove e perché. Una bevuta fra amici, una condivisione d’idee folli, astrazioni concrete, ragionamenti interstellari, risate strampalate, progetti astrusi, risoluzioni definitive, chiacchiere roboanti, megalomani propositi mai ottemperati ma-chi-se-ne-frega, strette di mano furibonde, abbracci fraterni, significativi silenzi.

Serate di passione bestiale, morsi d’amore, soffocamenti e compenetrazioni reciproche delle carni, intreccio febbrile delle articolazioni, scambio dei fluidi, effusione degl’apparati genitali, fusione delle menti. Etichette e vetri ormai privi di significato senza più quel liquido umorale-fermentato-sanguigno-alcolico-pungente che le animava. Lapidi funebri ad indicare il nome epigrafico non più in vita d’un vino, uno champagne, un sauternes, un’acquavite, un sake filigranati in sorrisi in gioie in amarezze, aspettative, intuizioni, adorazioni e lamenti che lasciano pure qualche segno al nostro appiccicoso intruglio interiore di macerazioni spaziotemporali, non dico di no. Anche se poi, una volta bevuti, tutti questi vini per quanto eccelsi, preziosissimi e di memorabile annata, il loro destino organico dopotutto non è che il filtraggio renale quindi non è che la prosaica, la iperrealistica fine di venir tramutati in una teporosa pisciazza e via.

  • Krug Collection 1981
  • Dom Perignon Oenoteque 1975 e 1993
  • Salon 1995
  • Billecart-Salmon Grande Cuvée e Brut Blanc de Blancs 1996
  • Soldera Riserva 2001 e 2004
  • La Tâche 2005
  • Meursault Les Gouttes D’Or Leroy Domaine d’Auvenay 2004
  • Château Chalon Macle 1990
  • Chateau Rayas 2008
  • Barolo Conterno Monfortino 1995
  • Dunn Vineyards 1993
  • Bienvenues-Bâtard-Montrachet Carillon 2002

E sono nomi che scintillano al mondo il loro prestigio indiscusso di Casa Madre. Beni materiali di fonte spirituale del lusso esclusivo a buon pro d’una assai privilegiata nicchietta d’uomini-e-donne-puzza-al-naso il più delle volte proprio perché forse sono loro per primi ad esser cacati sotto.

Etichette di bevande sacre, nomi di vini fiammeggianti che poi sono solo la condensa di anni appiccicati in un album di fotografie dei nostri momenti quotidiani migliori o più banali del solito chissà. Fotoricordo di una giornata particolarmente meno anonima rispetto al rituale anonimato delle nostre vite agre umane schiavizzate alla riproducibilità tecnologica fuggi-e-mordi e all’alienazione urbana fotti-e-fuggi. Vite gettate in questa tiepida galassia condominiale solare che non è se non grigia protuberanza nell’universo ignoto che tuttavia è a sua volta ingoiato in qualcos’altro di ancor più incommensurato, siderale, di sempre più universalmente, fottutamente, inconcepibilmente anonimo.

I sacchi neri sono pieni ormai, pesanti d’ognuna di queste  bottiglie sconsolate, sì certo “sconsolate”.. insomma, siamo sempre e solo noi, antropocentrici fin nel midollo, a sconsolare o rallegrare quanto ci circonda, non prendiamoci per culo una buona volta! Sacchi neri pesanti di bottiglie, omaggio al passato cadaverico e all’oblio. Sacchi gonfi di sogni banali, false speranze, impulsi alquanto comuni, ambizioni sbagliate e nuda realtà del nostro crudo vissuto fin qui.

Li trascino con me questi sacchi scuri allora per scaricarli dal groppone, alleggerirmi il cuore già granito di suo. Buttarli giù di sotto proprio come si farebbe in mongolfiera coi sacchetti di sabbia – visione amena da cartone animato anni ’80, gli stessi anni dell’apprendistato alla pubertà – per allontanarsi ancor più da terra e volare in alto lontano da tutto, lontano da tutti questi uomini, donne, cose, animali, affezioni vischiose, sacchi grevi e bottiglie ingurgitate: vuoti a perdere spazzati via nella raccolta indifferenziata dei ricordi. Vuoti 2

L’Alfabeto tra Suono Segno Sogno Visione Invenzione Gesto Memoria Potere

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Non si vive in un paese, si vive in una lingua.
(Emile Michel Cioran)

In altra occasione avevo già fatto riferimento a questo gran bel sito della Popova scoperto via Twitter – Brain Pickings – che è una vera e propria miniera di stimoli intellettuali, risorsa instancabile di curiosità culturali, catalogo di recensioni informative ed approfondimenti sui più svariati temi che riguardino letteratura, filosofia, arte, fumetto, musica, architettura, urbanistica, teatro, libri, società, costume, tecnologia, editoria in generale.inglesi_556_winchester_bibleQuesto articolo che propongo e traduco piu sotto pertiene uno degli argomenti tra i piu affascinanti, inesauribili e segreti relativi al genere umano e cioè le fonti stesse della lingua: l’invenzione dell’alfabeto con tutto quel che si trascina dietro a strascico millenario in termini di genealogia della voce parlante, attribuzione di senso tra le parole e le cose e quindi relativamente alla potenza, alla forma, all’atto del linguaggio in sé quale organizzazione logica del significato e porta-voce della sostanza del mondo a misura di chi parla, di chi scrive, di chi ascolta.mayan-alphabet800px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_(Vienna)_-_Google_Art_Project_-_editedFin dai tempi dell’università ricordo che il busillis dell’origine e dell’evoluzione del linguaggio era già allora una materia lavica da cui sono sempre stato attratto anche se devo ammettere che certi professorotti insulsi, certi emeriti analfabeti addottorati se non addirittura illustrissimi paraculi raccomandati di burocrati corrotti, di tromboni cagnacci mastini scacazzanti in cattedra ce la mettessero proprio tutta a farmi disamorare di una disciplina tanto nobile quanto abissale o addirittura babelica… eh già, proprio babelica, se non è il caso questo trattandosi appunto del misterioso meccanismo di formazione, di metamorfosi e funzionamento degl’alfabeti ovvero dei linguaggi stessi?

103455403-843a21d4-0a64-46f2-8b60-3dc4b8d69c34Ne ricordo uno in particolare di questi ottusissimi asinoni sapienti, che poi era pure il rettore della facoltà un tal Pretetti – anonimo anche a se stesso, figuriamoci – losco figuro semi-demente non solo all’apparenza che non avrebbe certo sfigurato nell’illustrazione anatomica della frenologia lobrosiana – atlante d’antropologia criminale – ove si descrive l’anomalia, la patologia ereditaria e l’atavismo criminoso a partire già dalla conformazione del cranio, le mandibole canine, gl’occhi troppo ravvicinati, le arcate sopraccigliari delinquenziali, le zampacce pelose prensili, il naso schiacciato fin dalla placenta da un cazzottone ben assestato – e quanto mai a ragione nel caso del nostro subumano Pretetti – dal darwiniano Dio della vita.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA20935_I_Capricho39Insomma, questo viscido farabutto d’un gangster ex cathedra, frammassone con la facciatosta peggio di quel suo culone flaccidoso aveva impapocchiato un terrificante libro di testo con prefazione pietosa oltreché illegibile: Il Linguaggio, ovvero un’antologia raccogliticcia davvero mal assortita, una pubblicazione infame d’accozzati copia-e-incolla e taglia-e-cuci a casaccio poi rimescolati con lo sputo dalle varie teorie filosofiche sul linguaggio moltiplicatesi in Occidente malgrado scoraggianti e scorreggianti aborti professorali quali il Pretetti medesimo, a partire quindi dai Presocratici, gli Scettici, Aristotele fino a Vico, Hume, Herder, De Saussure, Benveniste, Cassirer, Pierce, Wittgenstein, Ricoeur, Chomsky.museo-lombrosoMi è restata fin da allora tuttavia impressa in mente una trama florida di contemplazioni linguistiche, nonostante le buffonate involontarie, le perenni offese all’intelletto, le bassezze e le stoltezze accademiche di un cotale filosofesso teoretico di stocazzo, cioè il professor Untermensch Pretetti in carni et ossi. 809bf7321ea03d57b1a116c2202b968bMi colpirono insomma le meditazioni sul linguaggio elaborate dal grande linguista e pensatore tedesco Friedrich Wilhelm Christian Carl Ferdinand Freiherr von Humboldt (suo fratello minore era il noto botanico, esploratore e naturalista Alexander) che proponeva un ripensamento generale della “grammatica universale”, caratterizzando la quale proprio attraverso una messa in luce dei valori fonosemantici del linguaggio che è appunto anche l’oggetto mirabile di riflessione di questo volume stupendo di Timothy Donaldson Shapes for Sounds recensito dalla Popova come segue oltre e che mi auguro verrà presto tradotto pure da noi… 41ZAtQCs-QL._SX431_BO1,204,203,200_Ma se poi non sarà mai italianizzato poco importa, anzi consiglio spassionatamente di acquistarlo comunque “in lingua” poiché è scritto visualmente nel “linguaggio dei segni” che non prevede confini geografici, se ne infischia delle frontiere nazionali dato che è proprio di questo che tratta: l’universalità del segno grafico-vocale perché, appunto come ci ricorda De Saussure: “Il segno linguistico unisce non una cosa a un nome, ma un concetto e un’immagine acustica.”

(gae saccoccio)

6a00e54fcb68598834010536a060c6970b-piLe forme dei suoni: una storia visiva dell’AlfabetoShapes For Sounds (recensione di Maria Popova al libro di Timothy Donaldson)

Di come l’anatomia della lingua abbia a che fare con le bandiere delle navi e con l’evoluzione della comunicazione umana.kircher_099Sono infinitamente affascinata dall’intersezione di immagine e suono difatti questa ossessione per gli alfabeti è ben documentata anche nel mio sito. Dunque nutro un’assoluta devozione verso Shapes for Sounds di Timothy Donaldson (Cowhouse), che esplora una delle creazioni più fondamentali della comunicazione umana cioè l’alfabeto, attraverso un affascinante viaggio nel: “perché gli alfabeti sono come sono, quello che è successo loro dall’invenzione della stampa, perché non potranno mai cambiare e come avrebbero eventualemente potuto essere”.shapesforsounds2Nonstante il tomo sia ricco di belle, sontuose illustrazioni e caratteri tipografici – come i 26 splendidi grafici illustrati che ripercorrono l’evoluzione dalle lingue parlate agli alfabeti scritti – il libro non si limita ad essere soltanto un mero piacere per gli occhi. Donaldson, tipografo, progettista grafico e insegnante, scava in profondità nella antropologia culturale di come le lettere sono state cristallizzate dai suoni, i testi inventati, le parole formate e le convenzioni linguistiche indottrinate.shapesforsounds5shapesforsounds3shapesforsounds4Così scrive Donaldson:

“L’alfabeto è una delle più grandi invenzioni al mondo; è semplice da imparare ed ha permesso la conservazione e la chiara comprensione dei pensieri della gente. Ancora oggi mantiene un significato enorme; mentre l’avvento dei caratteri a stampa ha effettivamente ridimensionato un reale sviluppo della forme delle lettere, l’alfabeto è stato tuttavia maggiormente utilizzato proprio negli ultimi 500 anni rispetto al passato. La tipografia è il motore del progetto grafico, mentre la scrittura ne è il carburante. Ma più di tutto, l’alfabeto è stato il catalizzatore di tecnologie di comunicazione di massa, dal codice Morse a Internet.”shapesforsounds7shapesforsounds1Anche se l’alfabeto latino è il punto focale, Donaldson esplora una gamma incredibile di storia comparata, dalle antiche tradizioni calligrafiche ai semafori, ai codici a barre e al sistema binario, esponendo una magnifica impollinazione incrociata di discipline – progettazione, tipografia, anatomia, fonetica, sociologia, linguistica, psicologia e altro ancora – che ha dato vita ad una delle tecnologie più antiche e potenti della nostra civiltà.shapesforsounds6kircher_122

the-origins-of-abcDonaldson considera poi la gioia primordiale che la grafica riesce a suscitare:

“Mi piacerebbe avere l’esperienza di ricevere buste da lettera postali attraverso la mia porta senza indirizzo, ma solo con una foto di me e della mia casa sulla parte anteriore. Vorrei comprare un giornale pieno di nient’altro che immagini e dispositivi grafici, o di ritrovare la strada di casa utilizzando segnali stradali composti solo di frecce e disegnini, ma credo che questi eventi siano ancora molto lontani da venire. Per attraversare i confini nazionali è ancora richiesto un documento testuale; il passaporto non è soltanto una foto del tuo volto. La dichiarazione dei redditi obbligatoria è un documento che, se ignorato, farebbe di te un criminale, non contiene alcuna immagine. Il codice della strada presenta molti segni basati su immagini, ma deve essere sempre spiegato a parole. Interent è formato al 95% di testo.”shapesforsounds11

Shapes for Sounds si presenta come l’ennesima perla dai genietti della Cowhouse di Mark Batty, il mio editore indipendente preferito che ci ha lasciato altre eccellenti pubblicazioni quali Notations 21, Cultural Connectives, Drawing Autism e altro ancora come Dogs in Books: An Illustrated History.shapesforsounds10cuneiform-evolution

1983/2008 Verticale Storica del Trebbiano D’Abruzzo di Valentini a Loreto Aprutino: Racconto a Più Voci

19 maggio 2016
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1983/2008 Verticale storica del Trebbiano d’Abruzzo di Valentini a Loreto Aprutino: tentativo di racconto a più voci

Vitigno Visione Paesaggio Identità. Quella parte d’Abruzzo chiamata Trebbiano

{Il video è stato realizzato da ‪Fabio Moretta‬ che qui ringrazio, cosi come ringrazio e saluto ancora una volta tutti i “fomentati” che ci hanno raggiunto da svariate regioni d’Italia (Sicilia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio lo stesso Abruzzo) per essere con noi a Loreto Aprutino a celebrare il genius loci dentro a 13 bicchieri di 13 differenti annate dell’unico e inimitabile Trebbiano d’Abruzzo Valentini.}P1860022

Vita. La salamoia spirituale che preserva il corpo dalla decadenza.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

In quel di Loreto Aprutino il 12 marzo scorso (2016) assieme alla complicità de La Fillossera – (Giovanni Carullo e Graziana Troisi) abbiamo stappato e bevuto 12 annate (che poi sono diventate 13) progressive del Trebbiano di Valentini più rappresentative dei 3 decenni: ’80, ’90, ’00.

Ricordo en passant che da Valentini l’uscita commerciale dei vini non è cronologica ma dipende essenzialmente dalla gradazione alcolica e il ph quindi da vini più o meno pronti ad essere commercializzati e che comunque il principio d’ispirazione a fondamento di tutta l’azienda è quello di fare vini che durano nel tempo; un’idea antica eppure modernissima d’enologia e viticoltura che approccia il vino quale manufatto da lavorazione artigianale e non in quanto oggetto in serie da manipolazione industriale. Un lavoro minuzioso, manuale e sacrificato in vigna utilizzando tecniche di lavorazione artigianali non inquadrate da talvolta eccessivamente burocratici schemi e protocolli bio e senza ovviamente manipolare l’uva in cantina in alcun modo previsto o predisposto dalla Tecno/Scienza che come si sa è sempre più invasiva ed omologante. 12794574_1761424480752444_7654189564457326677_nIn vigna quindi non si lavora con trattamenti sistemici ma di contatto (poltiglia bordolese: rame e zolfo), e non  si fanno diserbi. Nessun controllo delle temperature in cantina, no filtrazioni né stabilizzazione se non per decantazione naturale, questo anche a rischio di fermentazioni spontanee e arresti di fermentazione; nessun lievito estraneo per facilitare la fase fermentativa delle uve ma i lieviti sono solo quelli presenti sulla cuticola (buccia dell uva); neanche a pensarlo, nessuna pratica di acidificazione o disadicificazioni e aggiunta di mosti concentrati. Nonostante il Trebbiano sia un vitigno altamente produttivo le rese per ettaro sono gestite al massimo per l’ottenimento della maggior qualità possibile. Invecchiamento in botti grandi.

Valentini.00_14_27_15.Still008L’ordine di degustazione della serata invece è stato di taglio classico progressivo dalle annate più vecchie alle più recenti il che non ha escluso comparazioni incrociate e confronti retroattivi all’interno dei “decenni” inclusi in ognuna delle 3 batterie.

La disponibilità di coscritti al ristorante L’Antico Torchio dentro il Castello Chiola era limitata a non più d’una ventina di posti immediatamente accaparrati fin dal lancio della serata da fedelissimi provenienti da ogni angolo d’Italia: Catania, Palermo, Milano, Torino, Arezzo, Roma, Giulianova.

Già in questo articolo: Az. Agricola Valentini Trebbiano e Montepulciano da un Frammento d’Abruzzo alla Totalità dell’Universo proponevo un’anticipazione generale dei ragionamenti polifonici e della chiacchierata in calorosa amicizia innescata da e sul vino, il vitigno, le annate ma soprattutto riguardo argomenti correlati assai più ampli o d’ordine cosmico quali: stagioni-territorio-identità-persone-artigianato-letteratura-economia-agricoltura-società-tradizioni e Abruzzo Abruzzo Abruzzo… a sfinimento!Valentini.00_13_12_06.Still001Il senso più segreto di un luogo è riportato alla luce in un vino attraverso lo scambio di comprensione e di reciproco ascolto tra gl’artigiani della terra e le piante. Abbiamo quindi provato a raccontare nei calici la visione, la ragione e il sentimento delle seguenti 13 annate di Trebbiano ed è senza dubbio una visione di lotta aspra, una ragione di fatica e un sentimento di gioia giornaliera che è poi anche fusione mitologica tra Valentini, il Trebbiano e una parte d’Abruzzo in quanto cortocircuito geografico di montagne (Majella, Gran Sasso, Balcani), boschi, pascoli, mare, brezze calde dall’Africa, aria gelida balcanica, correnti siberiane. La ventilazione è costante, le escursioni termiche invece sono fondamentali sia alla ottimale maturazione dei grappoli che alla preservazione degli aromi e non sono soltanto stagionali queste escursioni ma avvengono anche drammaticamente dal giorno alla notte.Valentini.00_16_35_17.Still024Possiamo considerare Valentini una sorta di stazione metereologica preziosissima dell’andamento delle annate di ogni singola e singolare vendemmia. Qui, fatto raro in tutta Europa, ci sono in archivio quaderni di appunti climatici a partire già dal 1817, per cui sappiamo che la vendemmia del Trebbiano fino al 1960 avveniva sempre la seconda meta d’ottobre (nessuna variazione notevole) dopo il 1960 le vendemmie hanno cominciato ad anticiparsi fino agli ultimi drammatici 20 anni sicuramente a causa dell’effetto serra. Dovere politico e morale dell’agricoltore quindi è quello di informare il mondo del cambiamento climatico anche se a contrasto diretto dell’urgenza commerciale. Tante sono le incognite provocate dal surriscaldamento globale come ad esempio la scissione della maturazione zuccherina delle uve (il calore) da quella fenolica (la luce). 12832297_1761424474085778_3083552292977294901_n

Ciò che si oppone converge e dai discordanti bellissima armonia.

(frammento di Eraclito traduz. Angelo Tonelli)

Su questo punto della maturazione delle uve il tendone a pergola abruzzese (a corto raggio) ha la sua specifica ragion d’essere perché in questo caso l’uva matura per illuminazione riflessa e non diretta che piuttosto cuoce più che far maturare, oltre a mantenere un rapporto decisivo tra linfa, foglia e frutto a distanza ideale dal terreno che è per contrasto molto caldo e fertile con venature sabbiose ad assicurare un buon drenaggio delle acque le quali quindi poi non ristagnano provocando marciumi e muffe indesiderate che costringono spesso tanti viticoltori a fare trattamenti coi fitofarmaci e altre porcherie vendute dall’industria enologica sciacallesca.

Valentini.00_14_03_10.Still004Ci siamo innanzitutto avvinati la bocca con il Trebbiano di Valentini sfuso d’annata.

Per la cena queste invece erano le quattro prosposte del Ristorante L’Antico Torchio:

  • Polpo brasato su patata soffice profumata al limone
  • Gnocco nero alle vongole veraci in emulsione di acqua di mare pepata
  • Baccalà al latte aromatico con ceci al coccio e cima di rapa
  • Selezione di pecorini abruzzesi

Qui di seguito intreccio fra loro delle impressioni, le note di degustazione e i punti di vista di alcuni dei singoli “assoli” presenti al canto della serata corale:

  • Giovanni Carullo
  • Giulio Molisani
  • Flavio Rossi
  • Marzia Pinotti

Un serata polifonica che, ognuno col  timbro della sua personalità e colore di voce, mi piace introdurre con questa premessa:

Eccoci qua riuniti finalmente attorno a questa tavolata.

È molto semplice che una serata del genere possa uscire fuori come una sorta di seduta spiritica o una specie di sessione psicoanalitica in cui l’anormale o il deviante da psicoanalizzare è il vino o noi stessi che lo beviamo spesso con approccio molte volte troppo serioso, cerebrale e feticista.

Partiamo subito dal rompere questi schemi. Il vino è un bene di consumo, un nobile prodotto della terra quando anche il contadino e l’agricoltore che la lavora è motivato da intenti altrettanto nobili oltre alla sussistenza della sua economia domestica e familiare. Non stiamo salvando la vita di nessuno, è un prodotto che sollecita piaceri e gioie o scatena tristezze e malinconie ma non è una necessità primaria di sussistenza così come l’acqua, il pane, l’ossigeno che respiriamo per restare in vita. (gae saccoccio)

Valentini.00_15_01_13.Still013Giovanni Carullo

1983 [Grande annata. Uva perfetta al momento della vendemmia]

1988 [Annata difficile, piovosa con grandine a maggio e giugno e diverse patologie (ragno rosso). Giallo vivo dorato consistente. Incarto, zolfo, pietra focaia. Di corpo medio, meno sapidità rispetto alle altre e meno freschezza. Al limite dell’armonia. 12,70% e 5,77 acidità]

1990 [Il 1990 ha avuto un inverno siccitoso, le vigne si risvegliarono in ritardo. L’annata attraversò molte difficoltà, con attacchi di ragnetto rosso a maggio, poi giallume e tignola a giugno, e in agosto una forte grandinata. La vendemmia fu piuttosto precoce, iniziando il 23 settembre, ritenuta precaria allora ma risultata poi ottima negli effetti, con un vino per i canoni “valentiniani” molto ricco, dotato di 13% di alcol (un record) ma supportati da acidità elevata (6.20). Mandorla, vegetale, interno della canna di totora o bambu freschi. Strutturato e poco elegante con freschezza e spiccata sapidità. Molto piacevole]

Valentini.00_14_18_14.Still0071993 [Annata siccitosa]

1995 [Annata potente]

1997 [Molto buona]

1998 [Inverno freddo e piovoso, con un risveglio vegetativo in anticipo, e un maggio piovoso, con acqua persino nei mesi di giugno e luglio. Meglio il proseguo della stagione, che portò a vendemmia tra settembre e ottobre, mentre si avvertivano i primi attacchi di botritys cinerea. Buon naso ma poca acidità e sapidità. Vino non longevo]

1999 [Annata fra le più piovose in zona. Vendemmia programmata e rimandata di continuo e con perenne minacce di peronospera. Vendemmiato con tasso malico altissimo]

2000 [Piccola annata, mediamente piovosa e con poca luce]

2001 [Una delle poche annate ottime sia per trebbiano che montepulciano (come la 1992). Armonico seppure meno incisivo per alcuni versi ancora un po’ spigoloso]

2005 [Ultima annata realizzata da Francesco Paolo insieme al padre Edoardo]

Valentini.00_16_16_03.Still0222007 [Annata torrida e un agosto rovente durante il quale la colonnina del termometro ha segnato anche 45 gradi (raggiunti esattamente il 28 di agosto come ricorda il produttore medesimo). Condizioni estreme che hanno costretto Francesco Paolo ad intervenire con cisterne d’acqua, non usando irrigazione, per salvare le piante. Il risultato è stato un frutto dalle caratteristiche anomale, con alta concentrazione zuccherina e alta acidità dovuta al fatto che le uve sono rimaste acerbe.  Uscito sul mercato sia dopo la 2008 che la 2009. Vendemmia 31 agosto]

2008 [Annata parecchio difficile. Temperature invernali alte, risveglio vegetativo anticipato, 5/6 grandinate, attacchi di Oidio e Peronospora. Praticamente, in vendemmia si è raccolto solo il 50% del totale. Vendemmia 8 settembre. Glutammato monosodico e buccia di fava. Petillant]

Valentini.00_16_35_17.Still024Giulio Molisani

Serata piovosa. Il posto, questo castello è bellissimo sia dall’esterno che all’interno varcando l’ingresso come se io e il mio amico fossimo due imprenditori in viaggio d’affari. A sminuirci l’apparenza e a farci capire che siamo solo due viandanti dell’enogastronomia: il nostro abbigliamento. A rincuorarci però c’è la barba di Gaetano. Una barba che segue i suoi movimenti nell’approcciarsi a noi dato che non ci conosciamo o forse si? Movimenti, parole e barba che ci mettono subito a nostro agio, insieme alla dolce schiettezza di Graziana e la semplice disponibilita di Giovanni, i padroni, solo in questa circostanza, di casa. Valentini.00_13_13_05.Still035Casa o forse meglio di questo imponente castello che “puzzecchia” – senza offesa per nessuno – d’aristocrazia decaduta, con tocchi di design misti a spade e loghi medievali. Gli altri ospiti si tranquillizzano e si sciolgono come noi. A rinfrescarci un trebbiano sfuso di Valentini, il produttore protagonista della serata oltre che protagonista da decenni del panorama vitivinicolo tanto abruzzese che italiano, da bere con il bicchiere “da passatella” cosi come si racconta che venisse offerto appunto nella loro cantina. Valentini.00_14_11_13.Still005Noi lo beviamo al calice, non si trovano piu i bicchieri da passatella quelli da 11 cl con cui si riuscivano a fare 6 bicchieri esatti con una bottiglia da 66 di birra e che spesso usiamo ancora nelle nostre dimore contadine per il vino di casa. Non è un vino da naso, già lo sapevo, ma da bere a tutto pasto. Bella acidità e giusta beva. Ci sediamo e ci spiegano in poche parole che non sarà una degustazione tecnica ma “animale”, fatta ognuno con la propria anima e in nome del convivio passionale. Le annate 12 barra 13 in quanto un’annata aveva un piccolo sentore di tappo e subito è stata aggiunta un’altra annata. Giovanni ci descrive le annate, prendendo spunto direttamente dai quaderni di campagna della famiglia Valentini per aiutarci a capire l’aspetto climatico dell’annata. I vini sono tutti dei Trebbiano d’Abruzzo: clone ”Valentini”.Valentini.00_17_49_20.Still033Un discorso a parte. Cominciamo con la 1983 nel decanter data l’annata. Colore giallo dorato/ambrato, ovviamente ossidato. Ci mancherebbe: 33 anni! Abbastanza complesso e le note marsalate prevaricano su tutto sia al naso che in bocca. Un vecchietto con cui parlare, a cui portare rispetto. Una piccola vena acida sembra tenerlo ancora in vita.

1988: leggero sentore di tappo. Non sono abituato a bere vini bianchi fermentati e affinati in legno come fanno in Borgogna dato che in italia lo fanno sempre, o quasi, male. Mi aiutano alcune persone al tavolo che degustando ad alta voce mi fanno avvicinare meglio al vino, nonostante io sia un sommelier al secondo livello. Ma con questi vini non credo serva a molto la terminologia ais. Giallo dorato con riflessi ambrati, complesso e si nota una speziatura dolce di vaniglia. Abbastanza armonico ed equilibrato peccato per il tappo. Valentini.00_14_42_17.Still0101990 si avverte gia dal colore che c’è un cambio di passo. Svanisce il riflesso ambrato e il giallo dorato si evince nitidamente. Al naso è fluido, preciso, complesso. Speziatura di frutta secca e bella mineralità. Equilibrato e maturo. Un vino armonico e qui si capisce che l’artigianato supera l’industria.

1993 un ragazzo affianco a me mi fa riconoscere il sentore di salamoia che secondo lui che è piu esperto di me, contraddistingue i vini di Valentini e io gli credo. Un altro gran bel vino. Elegante.

1995 bella acidità e beva. 1997Spezie doci. Mi si comincia a bloccare il naso. Assuefazione da trebbiano in legno.

1998 elegante, rustico, pietra focaia e mineralità spiccata. Armonico.Valentini.00_15_26_19.Still0152000 il vino che mi è piaciuto di più in tutta la serata. Movimentato, con qualche difetto. Botte vecchia? Noto davvero l’artigianalità del prodotto. Scalcia nel naso. Profumi terziari a go-go dalle spezie, all’etereo quasi idrocarburo, per poi placarsi e ricominciare. Bella acidità, abbastanza equilibrato ma mi piace nella sua imprecisione. Lo immagino questo dentro una botte dei primi del novecento che non sa cosa fare, come trasformarsi e poi continuare a scalciare dentro una bottiglia per un altro decennio.Valentini.00_17_25_18.Still0302001 n.c.

2005 n.c.

Mi sale l’alcool e ho fumato gia due sigarette. Sono un coglione!Valentini.00_16_12_01.Still0212007 già bevuto 3 anni fa dove lo trovai giallo dorato con riflessi verdolini, bella freschezza, ma un legno non ancora del tutto amalgamato, troppo prevaricante. Nonostante tutto mi rimase in bocca fino al giorno dopo. Questa sera lo trovo diverso. Il legno non lo sento più cosi tanto, ma il vino sembra piu fiacco, come se stia dormendo. O forse dormo io!?

2008 n.c. 

Devo riportare la macchina e lo faccio bere al mio amico il buon Fabio. Serata molto bella all’insegna dello stare insieme solo perché accomunati da una passione o forse sono di piu le passioni che ci accomunano? Stiamo combattendo o ce la stiamo spassando? Non lo so. Ci stringiamo le mani tra un caffè e una grappa alla genziana fatta in casa aspettando di rincontarci di nuovo, non sapendo né dove, né quando, ma solo che ci rincontreremo. Con affetto GiulioValentini.00_17_35_13.Still032Flavio Rossi

Verticale, questo è sempre stato per me il Trebbiano di Valentini: una parete verticale da scalare con fatica, sacrificio e dedizione. Una via per una vetta che non sempre riuscivo a raggiungere, non per colpa del vino ma per i miei limiti.

Valentini.00_17_32_24.Still031Occorre superarli i propri limiti per capire questo capolavoro, non ti regala niente. Si concede solo dopo un lungo e serrato corteggiamento, non è mai amore a prima vista.
Verticale: “Che ha la direzione del filo a piombo, che è perpendicolare a un piano orizzontale” oppure “che si articola dall’alto in basso da un livello superiore ad uno inferiore o secondo una determinata successione di valori o di fasi”.
Ecco, niente di tutto questo. Qui non c’è nulla di logico, nessuna causa-effetto, niente di scontato.IMG_76281983
Dici ossidazione e pensi subito che lo stai banalizzando questo vino sublime ed elegantissimo, intriganti sentori di fico, albicocca disidratata, frutta secca e tostatura.
Acidità imponente e rinfrescante, sapidità marina lo tengono vivissimo e te lo fanno amare. Consolatorio monumento.

1988
Note ossidative più leggere del primo, affumicatura, cenere
Punta a oriente per le spezie dolci, il dattero e il ricordo molto vicino del tempo dello yuzu candito assaggiato da Cedroni a pranzo. Sorrido.IMG_76311990
Questo non è un vino normale, potrei anche chiudere qui perchè è così fottutamente buono che quasi ti ci arrabbi. Spesso ci autoflagelliamo pensando ai cugini francesi ma qui non c’è autolesionismo e autocompatimento che tenga.
Alla cieca manderebbe al tappeto molti cugini borgognoni e ad altri si accompagnerebbe con gioia: affumicatura, lime, camomilla, incenso, frutta esotica, mare ed eleganza infinita.
Fuori scala, semplicemente inarrivabile.Valentini.00_14_16_24.Still0061993
Meno imponente e più sottile del suo illustre predecessore (il 1990) ma è un condensato di Valentinità: salamoia, sentori marini, camomilla e freschezza di agrumi da vendere.
Fantastico, da berne a litri!

1995
Pulito, netto e chirurgico con una bellissima tensione olfattiva e una beva straordinaria.
Salamoia e mandorla, fumo di camino e pini marittimi
(questo sì) verticale.IMG_76331997
Enigmatico e silente, con una leggera nota smaltata e un calore evidente.
Finale leggermente amarognolo
Piacevole ma ostico.

1998
Ecco lo sapevo, lo sapevo che mi fregava. Già sbrodolante e rapito per il 1990 mi arriva questa mazzata, perchè di mazzata si tratta.
Un’entrata a gamba tesa di Paolo Montero (Gae non me ne volere) quando sei ormai tranquillo e beato a crogiolarti nelle tue effimere certezze.
Vino maestoso e complesso, una sinfonia che gioca tra dolcezze, spigolosità e fascino marino oltre a ricordarmi in un attimo di lucidità (o demenza) il divino Coche-Dury (bum! polvere da sparo).
Come scrive il buon Chinasky: “Alcuni non diventano mai folli, i loro vini devono essere noiosi”.
Follia al potere.

1999
Tappo, ingiudicabile.IMG_76252000
Erbaceo, sottile e sapido. Non lunghissimo e con una leggera nota metallica.

2001
Potente e muscolare con note di miele, frutta esotica e affumicature. Balsamico.
Quasi ingombrante per complessità e impatto bocca/naso.Valentini.00_17_19_15.Still0292005
Vino d’erba e mare, Sua Mediterraneità. Menta, timo, prato in fiore, pino marittimo e macchia mediterranea.
Impatto nasale da knock out, satura, inebria e conquista.
Mirabolante.

2007
Indecifrabile, esile e silente, ti tiene a galla in superficie senza mai darti la possibilità di andare in profondità.
Algido.

Valentini.00_13_26_01.Still002Marzia Pinotti

[infine, che della medesima serata ne ha già scritto diffusamente nel suo scrupoloso blog Vite in Fermento: Olive, Mare e Vento del Nord]

I quartetto: la serie dei “vini del Nord”, che risentono delle altitudini della Majella e del Gran Sasso quanto a profumi, acidità e mineralità.
1983: smalto e crema pasticcera, erbe e menta, un Marsala d’altri tempi, ricco e sontuoso. Il Vino del Sogno.

1988: idrocarburi e nota candita. Un vino del nord.

1990: erbe aromatiche e nocciola tostata. Caldo, morbido: è secondo me il più allineato ai canoni di oggi, il classico vino che viene universalmente riconosciuto un “grande vino”.

1993: il vino che presenta il maggiore equilibrio in bocca, anche se rispetto al precedente è un vino molto più esile. Forse per questo motivo elegantissimo. Avvolgente e al tempo stesso salato, minerale.Valentini.00_14_32_04.Still009II quartetto: la serie dei “vini del mare”, salmastri e salati. Invecchiando, hanno tutti in parte perso la loro natura di oliva franta e in salamoia che si notava appena dieci anni fa.

1995: vino potente, ricorda un po’ il 1990, ma presenta molto meno rigore, un po’ spettinato, tra l’intrigante e il salmastro.

1997: molto buono, più composto del precedente, ma con uno spettro meno ampio di profumi.

1998: sentori tra il floreale e l’agrumato, emerge con prepotenza sopra le erbe aromatiche il bergamotto

1999: il più estremo, quello che maggiormente sfida le convenzioni e tutte le nostre certezze. Salmastro, chiama la vongola, la cerca. E’ un’ostrica in bottiglia.Valentini.00_16_52_14.Still025III quartetto (che in verità è un quintetto): la serie dei “vini in salamoia”, i vini di Valentini che conosciamo. Spettro di profumi contenuto, ma coerente e riconoscibile.

2000: (n.d.)

2001: nocciola tostata, crema e carciofo, profumi freschi e vegetali ben integrati a sentori più dolci e avvolgenti

2005: tra il Mediteraneo e il floreale, grande compostezza ed equilibrio.

2007: nota salmastra molto evidente e caffè tostato un po’ spiazzante e, a mio avviso, non gradevolissimo.

2008: una spremuta di olive dolci e salate con una leggera effervescenza percepita sulla punta della lingua, ancora un bambino..

Valentini.00_14_49_20.Still011

 

 

“Dissipazioni” – Terre di Confine – Sulla fotografia di Andrea Amadori

18 maggio 2016
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“DISSIPAZIONI” – TERRE DI CONFINE

Aa005_567A distanza di un anno ripropongo più sotto “Dissipazioni” un mio testo critico alla personale Terre di Confine del fotografo Andrea Amadori realizzata dal Laboratorio Fotografico Corsetti a cura degli amici cari Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa

Lo sguardo disincarnato e distante dell’obiettivo fotografico esplora le lande desolate dell’estremo Nord del pianeta, penetrando luoghi nei quali la presenza dell’uomo sembra essere nulla più che un remoto ricordo. Si tratta di Terre di Confine, personale fotografica di Andrea Amadori, una sequenza di 26 fotografie analogiche b/n stampate in formato 30×40 che viene esposta presso il Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7, a partire da venerdì 15 maggio.

Sono istantanee scattate dall’autore nel corso dei suoi numerosi viaggi che hanno toccato ambienti geografici estremi, come l’Islanda, il Canada, l’Alaska, la Siberia, l’Artico, tutti accomunati dal fatto di essere i remoti avamposti boreali della comunità umana. Terre di confine per eccellenza, i cui limiti sembrano sfidare la possibilità stessa di fissare un ordine visivo logico e antropico.

Le tracce dell’umanità non mancano in queste immagini: panchine, pali, relitti, distanti case-guscio, che forse hanno dato rifugio a sperduti cacciatori. Eppure proprio questi dettagli, inghiottiti dallo splendore algido e feroce di una natura invincibile, alludono a una metafisica incomprensibilità del visuale. Un mistero tangibilmente evidente che l’uomo è costretto ad affrontare quando si confronta con la solitudine e con i propri limiti, invisibili confini ottici e mentali.

Le immagini di confine di Andrea Amadori ci trasportano dunque in una dimensione di silenzi avventurosi, una “dissipazione” dell’umanità come nota acutamente Gaetano Saccoccio nel suo intervento critico: “quadri d’attimo in definitiva sfregiati da un’entità invisibile che ha qualcosa più del disumano, dove il prefisso “dis” sta ad intensificare maggiormente la sparizione dell’umanezza”.

Stampe ai sali d’argento eseguite dal Laboratorio Fotografico Corsetti.Aa017

Andrea Amadori è nato nel 1984 e vive a Roma. Laureato in ingegneria, lavora nel settore delle fonti energetiche rinnovabili. Ha molte passioni, principalmente i viaggi e l’arte, in tutte le sue forme espressive. Appassionato di fotografia sin da bambino, inizia ben presto a praticarla in senso artistico. Per rappresentare introspettivamente le emozioni preferisce la fotografia analogica a quella digitale e in particolare il bianco e nero. Fra i suoi temi preferiti la natura e il mondo che ci circonda, spesso colto in luoghi estremi e in spazi lontani, che gli permettono di coltivare la sua altra passione, quella per il viaggio. Nel 2005, appena ventunenne, viene invitato ad allestire una sua personale intitolata La percezione del nulla, incentrata su un suo viaggio in Mongolia.

Nel 2008, gli artisti del duo Two&New (born) lo chiamano ad unire al loro estro, imperniato sullo studio dei volatili, la sua espressione fotografica nella mostra New angulus ridens, presso l’Istituto Musicale di Alta Cultura “G. Paisiello”, nell’ex Convento di San Michele a Taranto. Negli anni successivi, realizza altre esposizioni personali a Roma, tra cui …Pensami altrove. Una sua intervista è stata pubblicata sulla rivista fotografica on-line Photo&Retouching. Fra i suoi progetti futuri: un reportage notturno con diapositive a colori, in Asia.

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DISSIPAZIONI

«Ma la mia valle, che risalgo, è deserta, […] Non vedrò un viso, non udrò una voce. E mi sembra ingiusto e cattivo. In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati.»

(Guido Morselli da Dissipatio Humani Generis, Milano, Adelphi, 1977)

Di tutte queste 26 immagini, sono soltanto 6 scatti a manifestare una quasi annullata presenza del Caso Clinico Uomo, eccetto si direbbe – e non è proprio cosa ovvia – l’umanissima rètina del tipo-fotografo, a sua volta assestata protesi meccanica su cavalletto: occhio velato dietro a un obiettivo comunque manufatto dall’homo technologicus, che inquadra e punta dritto al paesaggio in questa vertiginosa mise en abîme tra Civiltà e Natura.

189990D5-D3AA-4CB8-B225-B4A907038EDCDunque abbiamo 6 foto, fugate da un pur irrisorio segno d’attività o intervento più o meno invasivo da parte di qualunque organismo vivente – umano o animale – che conformano un mondo perduto di ghiacci, montagne innevate, vive foreste d’abeti, tronchi d’albero morto, sulle rive del lago antracite.
Potremmo ben figurarcela quindi come location postumana d’un ipotetico The North a luci di posa appena spente, senza cioè più le imbarazzate e pseudo-illuministiche messe-in-scena del povero bon sauvage Nanook di Flaherty o la tracotante e – bene o mal corrisposta – naiveté dal Grizzly Man di Herzog sino ai fastidiosi fasti blockbuster e al finto ecologismo in imposta ottica Paramount alla Into the Wild.

DA0A8B21-C4E1-4790-97C5-55C1E01169A7Ora, segnate o no dall’impronta del passaggio umano, proporrei per tutti e 26 questi paesaggi la definizione di fotografie/monologo nelle quali la voce, pardon, la lente dello sguardo sinestetico del protagonista-fotografo bofonchia – con lucidità di mente e fermezza di mano – una frase amara dal Morselli più desolato: «Andarmene, dunque senza lasciare traccia. Questo mi è parso essenziale».

Eppure, nebulizzata l’umanità oltre i margini, cancellato lo scarabocchio di carne ed ossa come sfrego di matita sulle pagine di neve o di nuvola, proprio da questi rettangoli del mondo esteriore in bianco-acqua/nero-terra, tralinea il soffio d’un respiro a Sistema Zonale di colori ed è la vita intima multidimensionale di colui che ha fissato questi spazi polari (e perché no bipolari?) attraverso la macchina del tempo fotografica. 882AADF3-3FD8-47CC-9CD4-7D067DC5BE42A proposito del pensare per immagini e dei fogli di nuvole, a parte l’esplicito e dovuto rimando al Padre/Padrone Ansel Adams, per quanto virate in tonalità di bianco-nero-grigio, da queste diapositive scintilla subitaneo alla mente ∞ Infinito di Luigi Ghirri, 365 scatti di cielo, ognuno per quanti sono i giorni dell’anno, corollario inconscio agl’Equivalents di Alfred Stieglitz, foto di nuvole appunto ottenute con un apparecchio Graflex atto alla ottimale focalizzazione dello zenith, che proprio così scarnifica all’osso la – alla fine dei conti – condivisibile Weltanschauung del «caos del mondo e sua relazione con questo caos». 32D7D2D9-EC2B-4444-B547-5DA434F0F349Tuttavia son proprio gl’altri 20 scatti – quelli in qualche modo contaminati dall’intervento dell’essere umano e dalle sue abitazioni per quanto inospitali – son proprio questi insomma i quadri d’attimo in definitiva sfregiati da un’entità invisibile che ha qualcosa più del disumano, dove il prefisso “dis” sta ad intensificare maggiormente la sparizione dell’umanezza. Aa003Una staccionata sfocata nella nebbia a delimitare approssimativi sconfinamenti sul pianeta delle nevi illimitate e accecanti che mettono così alla dura prova anche il più sofisticato filtro di polarizzazione della luce. Il relitto “fuori luogo” d’un aereo a specificare – qualora ce ne fosse urgenza – la genetica opposizione del progresso arrogante ed inorganico della inciviltà post-industriale contrapposta all’universo spontaneo d’una natura autosufficiente anche e soprattutto senza di noi. La rompighiaccio abbandonata su una rena secca e sassosa, che contrappunta quell’altro ambiente aereo coi vapori dei geyser su superficie di fango lunare che ambiguamente si mostra pure come un’apnea di macerazioni boreali.D387560C-CB2C-4579-B8D0-217EDFB4694CCubi d’abitazioni (abitate?) coi tetti d’erba e di legno lavorato o scoperchiati (inabitate!) a subire un soffitto cinereo di nubi all’uranio liquido.
Carcasse d’automobili e uno school bus fantasma che assieme alla scritta Maligne Lake sulla boat house – s’evince una località turistica durante la stagione buona – proiettano verso ancor più minacciose prospettive hitchcockiane dove però non ci son più né giovani innocenti né caccie a ladri o fuorilegge, né tanto meno uccelli assassini e se c’è da qualche parte un lago ridente questo è ormai sepolto dalla neve, almeno per un istante – quello dello snapshot – che durerà cartier-bressonianamente ab aeterno. 21_670Avventurati sulle geometrie non-euclidee di quest’arcipelago di rappresentazioni, avviene ad un certo punto l’indicazione stradale a un posto impronunciabile, impilata in un tumulo di sassacci come fosse la sepoltura futuroprossima di colei o colui che sta lì fisso ad osservare questo habitat oggettivo che non prevede punto soggetti alcuni, osservatori o osservati essi siano. Difatti ecco il ponticello sull’acqua lacustre che direziona sul nessun luogo pedemontano eventuali Dead Men di passaggio, così pure le obbligatorie 4 croci bianche utili all’effetto finale di un piano sequenza di John Ford, artigiano del Western, o addirittura emerse con freudiana forza espressionista dal Nosferatu di Murnau. 06_670Punto di fuga e d’osservanza privilegiato, una panca vuota possibilmente adatta a meditazioni di Zen settentrionale, appoggiata su un canyon che è già a sua volta anfiteatro montagnoso ed embrione geologico, affacciato sugl’abissi trompe-l’oeil del cosmo aurorale… a Nord di nessun Sud. [gae saccoccio]

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