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GENERI ELEMENTARI

Educazione civica alla cultura del buon mangiare e del bere meglio

Il vino rivelatore. Dal vivo al VI.VI.T. (di Bruno Frisini)

6 maggio 2017
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IMG_5190Il Vino Rivelatore

Ho avuto modo di trattare più volte e diffusamente il tema delle fiere del vino artigianale, dei principi di fondo o della distinzione di vedute nell’intricato “flusso” del naturale in Italia; cfr. in proposito – a chi può interessare – la rubrica vino nelle vene che curo su il pasto nudo.

Le riflessioni di Bruno Frisini che riporto a seguire sono suscitate da un’inquietudine legittima, l’inquietudine cioè di chi consuma il vino né distrattamente né tanto per moda apatica o per frivolo intrattenimento. L’avvicinamento al vino in quanto bene liquido contornato di un’aura quasi sacrale, inficiato ma non troppo dalle dinamiche commerciali e dagl’umori altalenanti del mercato, a detta di Bruno, – e sottoscrivo in pieno – coinvolge una sensibilità, un’attenzione, un’etica di fondo che richiederebbero altrettanta sensibilità, attenzione, onestà intellettuale, robustezza etica anche da parte di chi produce, scambia, tratta, promuove o vende il vino. Una sana costellazione di relazioni umane insomma, tra consumatori, esercenti, promotori, produttori ispirati al miglioramento individuale/collettivo e alla condivisione di un benessere agricolo, politico, sociale nel nome della “molteplicità e della creatività”.

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Allora in un mare in tempesta di storie contrastanti da un produttore all’altro, di propositi più o meno buoni, di strategie del marketing (dove o quando ci sono), di filosofie produttive, di visioni del mondo attraverso la vigna e la campagna, alla fine dei conti forse un pratico e molto saggio principio d’orientamento quasi lombrosiano in questo ginepraio di racconti dispersi è probabilmente custodito negli sguardi eloquenti, nei volti espressivi dei vignaioli incontrati dietro ai banchetti. Proprio quei vignaioli stremati certo ma anche elettrizzati dall’atmosfera caciarona della fiera, in piedi assieme alle bottiglie che a loro volta custodiscono il segreto ancora più rivelatorerivelatore come il Cuore del bellissimo racconto di Edgar Allan Poe – dei loro stessi resoconti a parole e a sguardi, il segreto cioè della terra dove sono messe a dimora le radici delle viti da loro prima allevate in grappoli quindi – anno per anno, vendemmia dopo vendemmia, generazione per generazione – tramutate in vino, il vino rivelatore appunto dell’idea, dell’intenzione, degl’obiettivi coscienti o inconsapevoli di chi quel vino lo fa con le proprie mani.

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Dal vivo al Vi.Vi.T. Volti, parole, radici del vino.

Scrivere per qualcuno o per se stessi? Emozionarsi ed emozionare o autocompiacersi di sterili tecnicismi utili solo a generare diffidenza se non addirittura avversione, soggezione, antipatia?
La risposta sembra essere tanto scontata quanto carica di responsabilità. Scegliere di addentrarsi nei meandri della sensibilità umana non è cosa da poco conto. Appare però indispensabile se si è determinati a raccontare un’esperienza talmente legata alla concretezza da sembrare, nella sua estrema autenticità, paradossalmente onirica, irreale quasi.

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Parlare di Vi.Vi.T. è parlare di naturalezza, di piccoli gesti spontanei che verrebbe da descrivere come quotidiani ma che di quotidiano hanno ben poco se si ha come riferimento un mondo enoico deturpato della propria bellezza, ormai privato dei suoi ritmi più veri, tremendamente legato a obblighi commerciali, in cui la propria essenza, il suo germe vitale più puro, viene confinato ad eccezione.

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Cosciente di tutto ciò, non faccio quindi fatica a immaginare il Vi.Vi.T. come ottimo motivo per garantirmi almeno una presenza al Vinitaly 2017.
Arrivato in fiera, gl’occhi e l’attenzione vengono da subito accolti dal solito impietoso carosello liturgico che, fatte le dovute eccezioni, si rivela essere, senza troppi indugi, quel meccanismo servile e mercantile che certamente non trova spazio tra le prime cose che catturano la mia curiosità.IMG_5179

Considerato il poco tempo a disposizione, mi dirigo spedito verso il padiglione 8, ameno luogo di confino di ciò che resta della gran parte della viticoltura italiana più genuina. Provo, nel frattempo, a immaginare un nobile intento, un ideale comune che leghi tutti coloro che coraggiosamente scelgono, ogni giorno, strade così impervie. Non lo nego, l’impresa è ardua, tanto da sembrare impossibile. Se da subito il compito può prospettarsi come facile, immediato, di rapida intuizione, la mente, non accontentandosi di assorbire semplici retoriche di facciata, decide di andare più a fondo, ascoltando le voci, osservando i volti.IMG_5184Il Vi.Vi.T. si presenta come un evento organizzato in collaborazione con l’associazione Vi.Te (Vignaioli e Territori), all’interno del ben più imponente Vinitaly, con l’obbiettivo implicito (?) di scardinare quei meccanismi forse eccessivamente asettici che muovono per l’appunto la fiera che lo ospita.

FullSizeRender copy 6Leggo che il proposito di fondo del Vi.Vi.T è quello di: “raccogliere gli impulsi e le idee di tutto il movimento vino al fine di aggregare, far crescere e condividere il movimento stesso. (…) trasmettere una visione dell’operato agricolo legata alla molteplicità e alla creatività (…) accompagnare una vigna e custodire il proprio vino.”
Parole senza alcun dubbio romantiche che aprono a una visione della viticoltura apparentemente unita verso un fine comune: il vino naturale, perseguito con il medesimo mezzo delle pratiche agricole sane, equilibrate e sostenibili (anche se ormai resta ben poco da sostenere, bisognerebbe bensì rifondare, ma questa è tutta un’altra storia).

IMG_5177A questo punto, mentre sono completamente immerso tra le mie elucubrazioni da  bevitore indipendente nevrotico, comincio ad alzare lo sguardo e mi accorgo che quel padiglione, teoricamente sinonimo di comunione d’intenti e di visioni, appare come un enorme sillabario: Vi Vi TF.I.V.I., VINITALYBIO… per non parlare di ciò che orbita attorno alla Fiera principale di Verona ovvero ViniVeri a Cerea, VinNatur a Villa Favorita. Una moltitudine di anime belle e di esperienze in lotta per la sopravvivenza contro l’annullamento, l’omologazione e la sterilizzazione organizzata, imposta da una lobby spietata sempre più d’impronta industriale che ha come obiettivo quello di dividere senza pietà, di creare contrasti, fratture e attriti per garantirsi il monopolio del mercato nazionale e internazionale.

IMG_5178La domanda è d’obbligo: “Perché continuare a giocare su meri numeri e su questioni politiche se, come detto in precedenza, le priorità sono altre?”
È proprio da qui che vien fuori la tremenda difficoltà nel cercare e trovare un seppur sottilissimo filo che possa accomunare così tante piccole fazioni che dovrebbero e potrebbero accontentarsi di professare lo stesso credo.
Allora che fare? Possibile non ci sia altra scelta se non quella di basarsi su freddi enunciati e più o meno condivisibili manifesti?
Penso e ripenso, la giornata scorre via velocemente ma ancora non riesco a darmi delle risposte che abbiano un senso compiuto. Mi dedico ai vini con accuratezza ma sento che non basta. Parlo con gli amici, parlo con i produttori. Parlo con gli amici-produttori e non ottengo altro risultato se non quello di appurare la bontà di molti loro progetti, scanditi da un’emozione ben visibile che i loro volti lasciano trasparire senza alcun filtro.

IMG_5180Mi fermo, rifletto pochi attimi. Ho tutto ciò che mi serve. Eureka!
È il loro VOLTO, certo, era già lì da subito sotto i miei occhi, la chiave di tutto l’indefinito e indefinibile caos.
Speranze, sogni, umanità, racchiusi in uno sguardo, in un’espressione.
Il vino naturale è si, senza ombra di dubbio, un prodotto agricolo, frutto di un duro lavoro in vigna, coronato poi in cantina, ma prima d’ogni altra cosa è vita, sentimento, vivacità, emozione, che di certo si fa fatica a mettere per iscritto. Il VOLTO delle persone è l’unico strumento autentico di discernimento in una dimensione altrimenti incodificabile. Ognuno con i suoi modi, ognuno con i suoi tempi, ognuno nel proprio mondo, ognuno legato a radici profonde del proprio essere, della propria terra, del proprio vino.

IMG_5181Perché allora pensare di poter stipulare un patto universale che riesca a tener conto di tutte le esigenze? Perché voler appiattire tutto con leggi facilmente riproducibili che portano il consumatore ad accontentarsi della favoletta raccontatagli su quanto tutto ciò sia buono, giusto, pulito? Quando invece bisognerebbe stimolare in quanta più gente, la curiosità e la voglia di una conoscenza autentica di ciò che ci circonda, delle persone che ci sono dietro un’etichetta che, per quanto bella ed affascinante, non riuscirà mai a raccontare e riprodurre quello che uno sguardo trasmette in pochi attimi.
Il vino in quanto naturale dovrebbe avere il compito di rendere l’approccio ad esso semplice, elementare, perché è solo attraverso la semplicità stessa che un vino naturale sarà leggibile e identificabile.IMG_5182Soddisfatto a metà, dopo aver finalmente incanalato un flusso di pensieri che stava per diventare insostenibile, tanto era intricato, confuso, mi dirigo verso l’uscita, buttando un ultimo sguardo verso coloro – gl’artigiani del vino – che avevano scandito la mia giornata assieme al mio umore: sembrava una galleria di specchi.

Quanti volti così simili nella loro diversità.

Bruno Frisini

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La Stoppa. I vini aderenti e ardenti di Elena Pantaleoni

5 maggio 2017
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La Stoppa vini aderenti e ardenti di Elena Pantaleoni

Sere fa grazie agli amici Vincenzo, Antonella e Cecilia del VignetoIncontri col produttore: La Stoppa // Tra la via Emilia e il Sud a piazza dei Condottieri in zona Pigneto (Roma), ho potuto rispolverare e approfondire un buon ripasso d’assaggi dei vini de La Stoppa un’azienda cruciale per la propagazione del vino artigianale italiano, un’azienda agricola cioè per la quale “il lavoro in cantina è guidato dalla profonda conoscenza dei frutti della vite e del territorio”. All’operato troppo tecnico, ai condizionamenti in eccesso, ai lavori invasivi dell’uomo – secondo i sani principi base radicati alle fondamenta etiche ed empiriche de La Stoppa – si antepone sempre la maturazione dei frutti e lo sviluppo dei fenomeni della natura che l’uomo dovrà osservare, interpretare nel miglior modo a minor impatto ambientale per estrarne un vino genuino, quanto più attinente al territorio, un vino principalmente fatto in vigna più che in cantina.

È stata una degustazione molto significativa, arricchita dalla presenza della produttrice Elena Pantaleoni che dai suoi vini aderenti e ardenti dai vigneti della val Trebbiola – senza dimenticare il contributo essenziale dalla vigna alla bottiglia dato da Giulio Armani – estrae il succo territoriale più schietto dei Colli Piacentini, un liquido onesto grondante suolo, fragranza e salute.18221983_1968835030011387_6995374579279419318_n

  • Malvasia dolce frizzante 2016 (Malvasia di Candia Aromatica 100%). È una Malvasia dolce frizzante a basso contenuto alcolico 7 %, fermentazione naturale interrotta, zuccheri residui intorno ai 70 grammi litro, è una sorta di Moscato d’Asti fermentato in serbatoi chiusi con presa di spuma a temperatura controllata.

 

  • Ageno 2011 (Malvasia di Candia Aromatica 60%, Ortrugo e Trebbiano 40%). L’età media delle vigne è sui 40 anni. Lieviti indigeni e macerazione sulle bucce di un mese e nessuna aggiunta di solforosa. Affina per un anno tra vasche d’acciaio e barriques dismesse, poi riposa ancora un altro paio di anni in bottiglia prima di essere immesso suo mercato. Ovviamente non è filtrato per preservarne tutta la ricchezza enzimatica. Colore ambra di luce crepuscolare, asciuttezza aromatica, severità sapida al palato, gusto fragrante e fibroso del tannino presente sulla buccia d’uva estratta dalla macerazione. Ortugo e Trebbiano apportano quella speciale acidità, quella vibrazione necessaria all’equilibrio dell’insieme, acidità vibrante altrimenti assente nella sola Malvasia di Candia aromatica. Vino in movimento perpetuo, da una temperatura di servizio eccessivamente fredda di partenza, man mano che diventava chambrè, dal bicchiere al gargarozzo, il vino trasferiva da sé in chi ne beveva, il calore rinfrancante d’un pomeriggio estivo allietato dalla brezza di mare, suscitando gioia e sorrisi profumati di macchia mediterranea – origano, rosmarino, capperi, mentuccia selvatica.

 

  • Trebbiolo rosso 2015 (Barbera 60% Bonarda 40%). A prescindere dal fatto che esiste anche una versione frizzante di cui questa è la controparte ferma, tuttavia una certa essenziale vivacità carbonica sembrava sobbollire anche qua in fusione perfetta con la polposità del frutto, con la succulenza croccante e beverina dell’uvaggio tipico delle più identitarie osterie dei Colli Piacentini in accompagnamento ad alcune fettine di salame gentile e di coppa piacentina, un uvaggio quindi che è soprattutto alimento quotidiano locale a base di Barbera e Bonarda o Croatina che dir si voglia.

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  • Macchiona 2011 (Barbera 50%, Bonarda 50%). Macchiona è il nome della casa colonica trai vigneti delle varietà rosse più tradizionali dei Colli Piacentini, ma è anche il nome del vino più rappresentativo di questo uvaggio territoriale dalle vigne più vecchie. Resta una anno in botti di rovere di Slavonia da 10 e 20 ettolitri, poi almeno due anni in bottiglia. Austerità, ciccia e muscoli tipici del corpo massiccio di questa etichetta ne fanno un vino quasi da meditazione, un vino di beva più allungata nel tempo e nello spazio. Meriterebbe piatti della tradizione gastronomica locale quali la trippa o la bomba di riso alla piacentina, il salame cotto e naturalmente il bollito misto.

 

  • Vigna del Volta 2009 (Malvasia di Candia Aromatica 95%, Moscato 5%). Malvasia di Candia Aromatica nella sua versione più opulenta, alla maniera ancestrale dei vini dolci del bacino mediterraneo, derivata da acini appassiti al sole dunque pigiati al torchio verticale idraulico. Essenza d’uve condensate in un nettare resinoso, frangitura di zuccheri vegetali. Profumo, densità, abbondanza aromatica, indirizzano verso suggestioni sensoriali che rievocano a morsi e risucchi la polpa gialla, il gusto puro d’albicocche raccolte al loro perfetto picco di maturazione sulla pianta.

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Vecchia e Futura Calabria, radici nella Macchia Mediterranea

26 aprile 2017
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Il nome di Calabria in sé stesso ha non poco di romantico. Nessun’altra provincia del Regno di Napoli offre tale interesse promettente o ispira tanto prima di avervi messo piede. “Calabria!”, appena il nome è pronunziato, un mondo nuovo si presenta alla nostra mente, torrenti, fortezze, tutta la prodigalità dello scenario di montagna, cave, briganti e cappelli a punta, la signora Radcliffe e Salvator Rosa, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine!
Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi, 1852

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Vecchia e Futura Calabria, radici nella Macchia Mediterranea

(Cirò e Gaglioppo frutti dolci dai suoli aspri)

Padiglione della Calabria al Vinitaly 2017.

Degustazione di 9 Cirò Rosso Classico Superiore condotta da Armando Castagno e Matteo Gallello.

Sono ancora le 11 della mattina. Un caldo appiccicoso da padiglione fieristico, ma già soltanto nei colori, nelle pungenze refrigeranti al naso, i nove bicchieri di vino rosso – nove declinazioni del rosso dal tenue sfumato a intenso – raccontano nove interpretazioni simili eppure diverse di uno stesso vitigno – il Gaglioppo – coltivato a Cirò da un gruppo di vignaioli determinati, ben affiatati fra loro: Francesco De Franco, Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri, Vincenzo Scilanga, Mariangela Parrilla, Assunta Dell’Aquila e altri. Viticoltori complici sull’applicazione comune di un’agricoltura sostenibile radicata su consigli pratici e conoscenze teoriche condivise; uomini e donne ostinati a ragione sul rispetto del territorio; artigiani devoti alla tipicità ineguagliabile del loro vitigno unico, di antiche origini proiettate in un avvenire radioso.

Cirò è territorio aspro. Campagna arida intervallata tra montagne e mare. Vigne siccitose ma resistenti a tutto sempre battute dal vento. Vento che sanifica le piante, arieggia i grappoli, impreziosisce i tralci in coesistenza armonica tra l’incudine d’argilla, l’acciaio di calcare dei suoli stracotti e il martello infuocato del sole, portando a compimento quella che sarà la materia sapida linfatica balsamica sassosa – materia viva che ravviva chi se ne nutre – condensata negl’acini compatti, fecondi e coriacei che tramuteranno – come in un mito allegorico di metamorfosi ricavato dalla mitologia greco-romana – da uve Gaglioppo a Gaglioppo vino.

Rileggo volentieri assieme a voi un passo da Vecchia Calabria di Norman Douglas tratto dal capitolo intitolato Coltivatori del suolo:

“Ricordo di avere osservato un vecchio intento a scavare da solo, ostinatamente, un campo. Lavorava nelle ore più accese e quanto gli mancava in forza era sostituito dall’abilità, dalla malizia, nate dal lungo amore per il suolo. La terra era stracotta; ma c’era ancora una speranza di pioggia; e i contadini erano ansiosi di non perderla. (…) In caso di siccità o di inondazioni non c’è una parola di lamentela. Conosco questi uomini e donne, lavoratori dei campi da trent’anni, e non ne ho mai sentito uno borbottare per il maltempo. Non è apatia; è vera filosofia – accettazione dell’inevitabile.”

9 Cirò Rosso Classico Superiore in degustazione:

Una degustazione fugace in occasione della fiera turbolenta, si sa, a cui non ho potuto dedicare più attenzione di quanto abbia voluto estorcendo agli sbattimenti febbrili da fiera, la dovuta concentrazione, una maggior distensione dei sensi ad accogliere percezioni nel tempo, sensazioni nello spazio.

Dovessi trovare un frontespizio sintetico a srotolare lo gnommero d’appunti scribacchiati durante questi nove assaggi è venuto fuori un sottotitolo che ritengo succinto ma nodale: Cirò e Gaglioppo, dolci frutti dai suoli aspri.

Dei 9 vini in batteria ho maggior familiarità o continuità di assaggi negl’anni con i vini numero 4 (Arcuri), 5 (De Franco), 6 (Calabretta). Devo dire che, non avendolo mai incontrato prima, sono rimasto folgorato dall’equilibrio minerale, dalla setosa cristallinità salina del numero 3 (Tenuta del Conte). Tuttavia dal vino 1 al vino 9, nonostante tre annate diverse – 2015, 2014, 2013 – ho potuto riscontrare un filo conduttore sotterraneo di continuità in evoluzione. Un legame invisibile ma ostinato, che identificava un minimo comune denominatore nel tannino duro ma succoso, nell’acidità d’altura eppure marittima (un’acidità costiera), nella vigorosa impronta territoriale, nella mutevolezza di tonalità del frutto da giallino di sorbo o clementina aspretta seppur dolce allo stesso tempo, a frutto rossastro mentolato mai cotto, spremitura profonda di bacche selvatiche allattate alla brezza marina, bacche selvatiche le quali poi non sono altro che grappoli di Gaglioppo polpacciuti di luce d’oriente, grondanti succo di macchia ionica, liquirizia, carrube, lacrime, perseveranza e sudore.

  1. 2015 Parrilla Vini  
  2. 2015 Dell’Aquila 
  3. 2014 Tenuta del Conte
  4. 2014 Aris Sergio Arcuri 
  5. 2014 A Vita 
  6. 2014 Calabretta
  7. 2013 Scala
  8. 2013 Dom Giuva’ Du Cropio
  9. 2013 Cote di Franze

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Evoluzione del Montepulciano d’Abruzzo Emidio Pepe + Intervista a Levi Dalton

23 aprile 2017
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Evoluzione del Montepulciano d’Abruzzo Emidio Pepe + Intervista a Levi Dalton

Giorni fa a Verona in occasione del Vinitaly 2017 ho avuto il privilegio di partecipare a una verticale di sei annate del Montepulciano d’Abruzzo Emidio Pepe. Organizzata dalla medesima famiglia Pepe per mostrare l’evoluzione nel tempo delle vendemmie più equilibrate di sempre in azienda, la degustazione era rivolta in special modo alla stampa specializzata internazionale tra cui sono stato gentilmente intruso assieme all’amico e socio Alberto Buemi. Annate più equilibrate di sempre cioè frutto di un andamento stagionale impeccabile; espressione felice di una naturale armonia degli eventi micro-climatici in vigna, esito di una perfetta maturazione fenolica; la proporzione giusta di sole e di pioggia al momento opportuno, come nel caso della eccezionale 2010 – annata modello in termini di condizioni climatiche – appena immessa sul mercato americano, oltre appunto alle altre cinque annate in batteria, ognuna a suo modo splendente di una familiare luce propria, luce profonda del focolare domestico che scalda in segreto il petto:

  • Montepulciano d’Abruzzo 2010 
  • Montepulciano d’Abruzzo 2007
  • Montepulciano d’Abruzzo 2001
  • Montepulciano d’Abruzzo 1993
  • Montepulciano d’Abruzzo 1985
  • Montepulciano d’Abruzzo 1979

[Riferimento bibliografico essenziale per ulteriori approfondimenti sia delle annate che sulla avventurosa biografia di Pepe, è senz’altro il libro di Sandro Sangiorgi, Manteniamoci Giovani. Vita e vino di Emidio Pepe (Porthos Edizioni)copertinapepe_ld_110314_ritagliataIl Montepulciano d’Abruzzo e nello specifico questi Montepulciano qua di Emidio Pepe sono vini con un nerbo, un respiro, una vitalità, un’energia minerale davvero ineguagliabili. Consideriamo poi anche la pratica della decantazione e del reimbottigliamento manuale. Comunque la 1979 e la 1985 (quest’ultima annata più calda con un tannino lievemente più grinzoso) risultano oggi ancora cosí incredibilmente balsamiche, succulente, carnali, vibranti, strabordano di vita… lascio quindi immaginare le altre vendemmie più recenti come potevano essere e soprattutto come saranno negl’anni a seguire. Non è affatto un caso che il motto di casa Pepe sia proprio In Vino Vita!logo-esteso

Ad ogni buon conto il tannino di tutti e sei questi Montepulciano d’Abruzzo indistintamente è un velluto sul palato che assesta quella proporzione magica di balsamicità, polpa sostanziosa, succulenza terragna e sapidità costiera esclusiva dei vini veramente buoni, schiudendo una sezione aurea d’originaria purezza, accentrandosi proprio in quel cerchio ideale tra la bocca e il cuore, un cerchio che è come la natura di Dio a detta del filosofo presocratico Empedocle: “il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è da nessuna parte.”

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L’idea centrale dunque alla base delle annate in degustazione era perciò quella di mostrare come il Montepulciano Pepe evolva a parità di condizioni climatiche – o quasi parità – perché è assodato che non ci si tuffa mai nello stesso fiume, inteso che il flusso incessante delle stagioni è esattamente un fiume temporale nel quale trascorrono le opere e i giorni degli esseri umani intenti alle fatiche aspre ma pure dolci del seminare e del raccogliere i frutti dal terreno.

Le due annate che differivano un po’ dalle altre, seguendo questa linea di equilibrio stagionale calibrata sulla 2010, erano la 2007 e la 1993 perché hanno visto avvicendarsi delle estati leggermente un po’ più calde.

Della 1979 e della 2010 invece, quadratura mistica dicevamo dell’esagono temporale dei sei vini in batteria, non avrei mai potuto stancarmi d’infilarci il naso dentro e continuare a centellinarle, a nutrire le narici, a purificare la gola e i polmoni con quell’acidità tesa, quella dolcezza vibrante, quel tannino così liscio ma consistente, luminoso, animato di una sostanza fisica estratta dalle radici. Immagino di dirlo a voce bassa, quasi in un soffio, sussurrandolo in intimità a uno a uno negli orecchi dei lettori che ascoltano, ma davvero la 1979 e la 2010 sono annate perfette! Le annate che hanno avuto la pioggia di luglio che Emidio Pepe ama così tanto perché concede al vino maggiore acidità tartarica e di conseguenza uno slancio verticale superiore ovvero un potenziale d’invecchiamento imponente. Slancio e potenziale in effetti contro-verificati alla prova di persistenza nel bicchiere durante l’oretta di degustazione pure se alla chiusura brusca degli assaggi avrei tanto voluto portare via con me i sei bicchieri, per continuare a mio piacimento, per tornarci eventualmente ancora su dopo in solitudine e tutta calma con il naso, gl’occhi e la bocca, riassaggiare i sei vini poi più tardi per fatti miei, la sera stessa o meglio il giorno appresso.13501837_1806947336200158_4944533915278917167_n-1

Sono stato a Torano a trovare i Pepe un anno fa. Cominciava appena l’estate ricordo. Dopo una passeggiata sotto i vecchi pergolati di viti a tendone – divinità vegetali, oasi d’inerbimento dentro cui smarrirsi lontano dallo strepito superfluo delle città – appena ritornato in cantina dal giro in campagna ho scambiato un brindisi di saluto e alcune battute con Emidio Pepe che davanti alla eccitazione a caldo per quelle vigne appena attraversate, mi fa:

“La pergola è il pannello solare tra l’uva e la terra.”

Chiara e Sofia, rispettivamente nipote e figlia di Emidio Pepe, hanno inquadrato la storia domestica, l’etica giornaliera, la pratica aziendale, le semplici ma rigorose lavorazioni in campagna e in cantina, dedicando un approfondimento accorato alle condizioni climatiche d’ogni specifica annata in degustazione. Perché è pur vero che il vino è fatto, è custodito dalle donne – predominanti in casa Pepe – e dagli uomini, ma prima di tutto è figlio carnale del clima, cioè figlio di sangue dell’annata con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

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Dopo è stato il turno di Levi Dalton – imprescindibile il suo podcast d’interviste I’ll drink to that!, che rende l’espressione Ottimo, sono d’accordo! e si traduce anche letteralmente con Ci berrò su! – il quale ha brillantemente condotto gli assaggi in stile disinvolto e understatement, acume, sagacia, estrema preparazione tecnica ma soprattutto autoironia, una serie di doti queste che nella critica di settore dalle nostre parti è merce piuttosto rara.

Ho avuto modo di chiacchierare una manciata di minuti con Levi, giusto il tempo di scambiare qualche sketch simpatico sui cliché dell’Italia intravista dagl’occhietti spiritati di un newyorkese vispo e affilato come una katana di Hattori Hanzō. Ci siamo poi accordati per una breve intervista che poteva benissimo intitolarsi: “l’intervistatore intervistato” visto che per una volta tanto sarebbe stato lui ad essere sottoposto a domande, lui che ha ormai al suo attivo centinaia e centinaia d’interviste a vignaioli, critici eno-gastronomici, enologi, sommelier, importatori, distributori, enotecari e tanti altri addetti ai lavori di tutto il piccolo grande mappamondo del vino.

Quella che segue quindi è la nostra conversazione informale che ho tradotto in italiano.

Poco più sotto* riporto anche in versione inglese le risposte di Levi alle mie quattro domande.17861917_1955186288042928_4402365823434278995_n

Quattro domande a Levi Dalton

  • Gae Per i miei lettori, potresti spiegare in sintesi qual è l’obiettivo principale, lo scopo che ti proponi con il tuo podcast I’ll Drink to That?
  • Levi Obiettivi, scopi? Non ne so granché d’obiettivi. Quel che so è che conoscevo molte persone nel mondo del vino, viticoltori, sommelier, importatori, critici e tanti altri del settore ed erano tutti estremamente intelligenti, persuasivi, gente che ha vissuto vite molto interessanti che non erano mai stati intervistati sulle ragioni reali che li rende appunto persone così affascinanti. Erano solamente intervistati invece con le solite domande su quale vino abbinare al cioccolato, i vini da isola deserta, e (sempre) il loro vino frizzante preferito sui 20 dollari o anche meno. Aria fritta di domande cui seguivano risposte noiose. Il problema di queste interviste è che presentano domande fatte da persone di cui non importa nulla del vino, domande rivolte ad un pubblico a cui non è stato mai mostrato il vero motivo per cui dovrebbero invece interessarsi seriamente al vino. Ho sempre pensato che doveva esserci un altro modo di affrontare la cosa ed è questa la ragione per cui ho cominciato con I’ll Drink to That!, che è un podcast dedicato a persone che sono sinceramente interessate al vino.
  • G. Durante la degustazione hai detto qualcosa circa la differenza di certe uve affinate in legno piuttosto che in cemento. Puoi spiegare meglio il significato di quanto intendevi sul tema della vinificazione e dell’affinamento in special modo relativamente alla visione del vino che ha Emidio Pepe?
  • L. Il Montepulciano è una varietà riduttiva. I vini fatti con il Montepulciano tendono spesso a ridursi. È possibile che anche il sottosuolo calcareo da Pepe contribuisca a questo. I vini ridotti manifestano sentori di legno. Quando hai un vino ridotto, se è stato affinato un po’ nel legno, può far sembrare invece che l’affinamento in legno sia molto più imponente. E quando assaggi un vino ridotto potresti uscirtene con una frase del tipo: “Caspita, c’è troppo legno in questo vino!” Ma poi quando parli con il produttore che ha fatto quel vino niente sembra davvero così inusuale circa l’uso dei legni, anzi tutto è nella norma. Eppure al gusto, soprattuto da giovane, ti inganna dicendoti “troppo legno!” Ad ogni modo ci sono molti famosi esempi di ciò nel mondo del vino e il Montepulciano non è la sola varietà riduttiva. La Syrah ne è un’altra. Come l’acidità accentua i tannini, così la riduzione amplifica l’impronta del legno. Pepe non usa per niente il legno e perciò questo annulla immediatamente il problema. Pepe è stato visto come un’anomalia per il fatto di non usare il legno ma in definitiva quel che fanno loro in azienda è assolutamente sensato nel contesto del posto e dell’uva con cui lavorano. Per questa ragione loro sono un elemento di contrasto all’idea, una volta del tutto prevalente, che ci sia un solo modo di fare grandi vini. L’idea diffusa cioè che ci sia una serie di linee guida circa i lieviti, le vendemmie, le vinificazioni e soltanto seguendo questi criteri si possano fare grandi vini. Ma a quanto pare non tutte le materie prime e i luoghi sono gli stessi, e usando la stessa serie di pratiche in più regioni diverse non otterrai mai lo stesso risultato. Pepe è in armonia con cosa funziona meglio per loro nella loro località e non hanno mai cambiato visione solo per adattarsi all’idea popolare su cosa bisogna fare per ottenere un grande vino.17862585_1270086696439210_8840490252481416968_n
  • G. Hai citato la Cabala riguardo la batteria dei Montepulciano d’Abruzzo dall’annata 1979 alla 2010. Puoi aggiungere qualcosa di piu specifico circa questa verticale di vini?
  • L. Direi che questa 1979-2010 è stata una batteria molto coerente. Eppure non è certo la coerenza quanto viene in genere notato da alcuni sui vini di Pepe. Piuttosto certa gente a volte rimane fissata sul tema dell’instabilità. Invece per  me, il trionfo di questa verticale è stato proprio un filo rosso di consistenza che attraversava tutta la batteria e potevi ritrovare in tutti e sei i vini. La medesima trama e struttura modulata dalle diverse condizioni delle annate e dal tempo trascorso. Ognuno dei vini ha recitato la stessa frase e se questi vini sono risuonati in modo differente a qualcuno questo è potuto dipendere solo dalla distanza della persona in ascolto del vino.
  • G. Qual’è secondo te l’essenza del vino di Emidio Pepe?
  • L. Non lo so qual’è l’essenza di Emidio Pepe ma le persone me lo chiedono perché in effetti faccio riferimenti alla Cabala nel mio discorso. È un tipo di domanda che proviene dagli intricati, esoterici misteri della Cabala e allo stesso modo arriva a Pepe. Ma non penso comunque che la gente voglia realmente sapere quale sia l’essenza di Pepe. Penso piuttosto che le persone siano trascinate da un certo sentimento quando incontrano Pepe e hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi che cos’è che stanno realmente sentendo in quel momento, che è una cosa completamente diversa. Lo puoi vedere dal di fuori, osservando come molte persone che non lo hanno mai incontrato considerino importante avvicinarsi a Emidio Pepe quando lo vedono la prima volta per stringergli la mano, per onorarlo. Desiderano avere quel momento. Questo succede per un qualche sentimento che queste persone hanno, in ragione di qualcosa che stanno cercando e che considerano unico trovare.

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*Four questions to Levi Dalton

Gae To my italian readers, could you recap in few words the main focus, the mission of your I’ll Drink to That?

Levi A mission, I don’t know about that.  What I know is that I knew a lot of people in the wine trade, growers, sommeliers, importers, writers, and more besides, and they were fantastically smart, compelling people who had lived interesting lives, and they weren’t getting interviews that reflected that interest.  They were getting interviews that asked them the same questions about what wine to pair with chocolate, desert island wines, and (always) their favorite sparkling wine for $20 or less.  Boilerplate questions, with bored replies.  The interviews featured questions from people who didn’t care about wine, meant for an audience who had never been shown why they should care about wine themselves.  I thought there was another way to go about it, and that was why I started I’ll Drink to That!, which is a wine podcast for people who really like wine.

G. During the tasting you said something about the “finage” of certain grapes in woods or concrete. Could you explain the meaning of it concerning the winemaking in Emidio Pepe wine-vision?

L. Montepulciano is a reductive grape variety.  The wines made from it tend towards reduction.  It is possible that the limestone subsoil at Pepe also contributes to this.  Reductive wines showcase wood.  When you have a reductive wine, if there is some wood, it can seem like a lot of wood.  You might say when you taste a reductive wine: “Wow, that is so much wood.” But then when you speak with the winemaker of that wine, nothing seems unusual about how much wood they are using.  It seems totally normal.  But the taste, especially in youth, says wood.  There are a lot of famous examples of this in the wine world, actually, and Montepulciano isn’t the only reductive grape variety.  Syrah is another.  As acidity accentuates tannins, reduction accentuates the wood signature.  Pepe avoids using wood, and thus avoids the problem.  They are seen as outliers for not using wood, but in fact what they do makes perfect sense in the context of the place and the grape that they are working with.  For this reason they are a counterpoint to the idea, once quite prevalent, that there is a way to make a great wine.  That there is a set of guidelines about yields, and harvesting, and winemaking, and that if you follow them you will make a great wine.  Because it turns out that not all the raw materials and the places are the same, and that if you use the same set of practices across regions, you do not find the same success.  Pepe is in tune with what works for them in their spot, and they didn’t change to suit a popular idea about what you have to do to make great wine. 

G. You’ve been mentioning the Kabbalah just regarding the line-up from the oldest Montepulciano d’Abruzzo 1979 to the 2010. Could you please say something more specific about that vertical tasting?

L. I would say that there was a lot of consistency in the lineup, 1979 to 2010.  This isn’t what people usually remark upon with Pepe.  People instead can become fixated on the inconsistencies.  For me, the triumph of that tasting was the through thread that you could find between the wines.  The same texture, and the same structure, modulated by the vintage conditions and time.  Each wine said the same sentence, and if they sounded different it was because of the distance from the person hearing it.

G. What’s the essence of Emidio Pepe’s wine to you? 

L. I don’t know what the essence of Emidio Pepe is, but that people even ask that question is why I referenced the Kabbalah in my talk.  That is the kind of question that comes up in the intricate, esoteric mysteries of the Kabbalah, and that is the kind of question that comes up with Pepe.  But I don’t think that people really want to know what the essence of Pepe is.  I think that people are drawn to a feeling that they have when they encounter Pepe, and they want someone to explain to them what they are feeling.  Which is a different thing.  You can witness it in how many people who have never met him make a point of going up to Emidio Pepe when they see him for the first time, shaking his hand, and paying respect.  They want that moment.  That is happening because of a feeling those people have, because of something they are searching for and that they consider unique to find.

“Gravner a Oslavia: Incredulità e Stupore” di Bruno Frisini

21 aprile 2017
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“Il vino è il pensiero di chi lo fa.” Josko Gravner18033875_1481864368551857_5356822728533870773_n

Molto felice di presentare in questo angolo dei Generi Elementari, un ragguaglio di viaggio per vigne condiviso insieme ai compagni d’avventure eno-gastronomiche più affini nei ragionamenti esistenziali, più prossimi nei sentimenti connaturati alla visione vinocentrica del mondo.

L’amico e compaesano Bruno Frisini (il Pozzo dell’Artista), qui, nel pezzo che segue, ha stilato un resoconto compartecipe articolandolo d’immagini e parole che riassumono l’emozione – difficilmente riassumibile – di una intensa giornata vissuta in campagna, in cantina e in casa assieme a Josko Gravner.

La mente profondamente architettonica di Josko, per quel poco che m’è dato d’intuire, progetta vigneti e vini. Costruisce habitat. Edifica ecosistemi viventi. Impianta viti con le radici nel passato più ancestrale ma i grappoli luminosamente proiettati nel futuro lontanissimo, così come un urbanista utopico può essere tanto scrupoloso nel ridisegnare gli spazi di una città situazionista a partire da zero, pianificando ogni dettaglio allo scopo di far funzionare al meglio della civiltà i volumi abitativi, i viali alberati, i parchi verdi, i percorsi ciclabili al buon uso dei cittadini che saranno per questo migliori nello spazio e sempre più – si spera – migliorabili nel tempo.

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Gravner a Oslavia: Incredulità e Stupore

La sensazione è di quelle che ti spingono a rimandare, a cercare con te stesso una scusa, un compromesso per non trovarti a fare i conti con qualcosa che già sai essere infinitamente più grande di te. Pensi una parola e immediatamente ti accorgi che potrebbe essercene un’altra decisamente migliore per trasmettere l’emozione che in quei momenti correva lungo la tua schiena e ti permetteva di camminare a un metro da terra, sospeso in una dimensione ultraterrena, in balia di incredulità e stupore.

18057955_1481863968551897_6594083404256595993_nIl ricordo della giornata è nitido e al tempo sfumato, quasi come se il tempo, non scandito in modo canonico, avesse avvolto quei gesti e quelle parole, rendendoli un tutt’uno inscindibile che rimbalza da una parte all’altra della mia mente in cerca di una collocazione quanto più razionale possibile.
Poggiati corpo e anima per la prima volta su quella terra vengo da subito assalito dalla percezione che calpestandola non sarei mai più riuscito a togliermela da sotto i piedi. Ti si attacca e non ti molla, stringe le tue gambe come fossero radici, la polvere si solleva insieme alle parole che, con il vento a sostenerle, restano nell’aria a danzare e volteggiare davanti i tuoi occhi.17952755_1481863995218561_7942835050622033792_nTuttavia la coscienza sa bene che, seppur tremendamente impattante, si tratta di uno sfondo, di una scenografia naturale che va a incorniciare il canovaccio di un’opera che non ha una trama preordinata, ma solo un immenso protagonista.
Josko Gravner: un’etichetta che con il tempo è divenuta vino, poi un’ombra in lontananza e infine sorriso e mani, grandi, grandissime mani che stringono le mie. Sporche di terra e impregnate di vita, tanto basta a rassicurarmi.
Da quell’attimo più nulla è stato come prima. Il giusto preludio di una giornata che ha trasformato in incendio una scintilla.18010642_1481864565218504_2563988492788017807_nNemmeno il tempo di focalizzare quanto stesse accadendo, vengo invitato a salire in auto assieme ai miei compagni di avventure. Disorientato accetto l’invito senza domandare quale fosse la meta. La mia d’altronde era proprio lì davanti e non si trattava di un luogo ma di una mente.
Su di un fuoristrada con Josko e Pepi (suo fido amico a quattro zampe) ci dirigiamo verso il “nuovo” sito che da lì a poco sarebbe stato impiantato. Un sito al quale ha cominciato a lavorare dal 1999 dopo averlo riunito, acquistando tante piccole parcelle da contadini locali. Un terreno unico, tipico di Oslavia, prima ancora che del Collio, ricco di marne arenarie di origine eocenica, la cosiddetta “ponca”, frutto di stratificazioni millenarie ricche di sali e microelementi, impronta inconfondibile di vini che inevitabilmente richiamano al più profondo degli istinti primordiali insito in ognuno di noi.

17953012_1481864305218530_5958492025418009453_nLe prime viti sono state piantate solamente nel 2010, le nuove, nonostante il terreno sia tecnicamente pronto da oltre due anni, ancora sono in attesa che la terra “sia migliore grazie al sovescio”. Questo a dimostrazione di quanto siano fondamentali i tempi nella mente di un visionario in cui il profitto non trova spazio e l’autenticità rappresenta il tutto.
Provo a far mia ogni singola parola, ogni concetto, ogni dettaglio: l’irrigazione come tecnica fuori natura, male assoluto della viticoltura, dannosa e necessaria per chi sceglie terreni non adatti alla coltura della vite. L’acqua tuttavia è elemento indispensabile per garantire un ciclo di vita e quindi una comunità attorno al vigneto, ecco il perché della presenza ai margini di piccoli stagni e pozze d’acqua; la filtrazione e i lieviti selezionati, letali assassini del vino; l’acciaio inossidabile che con le cariche elettriche positive e negative irrita il liquido in esso contenuto. Informazioni che farebbero rabbrividire qualunque scuola enologica ma che in me non fanno altro che accrescere una sconfinata curiosità.IMG_4427
Passeggiando e “ruzzolando” lungo le ripidissime pendenze dei futuri terrazzamenti, vengo sospinto e accompagnato da un continuo e incessante sospiro: il soffio del vento di nord est che instancabile asciuga i vigneti dall’umidità atmosferica. Fattore questo fondamentale, assieme al clima mite dell’Alto Adriatico, per la sana maturazione delle uve.18057222_1481864408551853_6696164332695473116_nJosko mostra orgoglioso la sua maestosa creatura, prova a prestarci il suo sguardo per qualche minuto ed è in quel momento che sempre più intensamente i miei occhi cominciano a vedere non più la materia ma lo scorrere del tempo. È un crescendo di emozioni che trova il proprio apice nell’istante in cui il numero 7 (da sempre fattore capace di influenzare la mia vita) mi viene presentato come entità rigenerativa, testimone in chiaro scuro dello svolgersi della fragile esistenza umana.
Allontanandoci passo dopo passo provo a ristabilire un contatto più razionale… Non c’è modo migliore che salire in auto con Pepi tutto bagnato!

17795860_1265143266933553_1047207684624038480_nArrivati a casa, visitata la cantina e pronto il pranzo, cominciano a sfilare sotto il mio naso i capolavori assoluti di Josko Gravner, il fine ultimo di ogni suo gesto:

* BREG 2009
* BREG 2008
* BREG 2007
* RIBOLLA 2009
* RIBOLLA 2008
* RIBOLLA 2007
* PINOT GRIGIO 2006
* 8.9.10
* DISTILLATO CAPOVILLA A BAGNOMARIA GRAPPA RIBOLLA 2007IMG_4932

Non starò qui a descriverli tediosamente e non parlerò di anfore né di macerazioni perché vi renderete conto che rileggendo queste poche righe probabilmente vi sembrerà già di conoscerli.
Il vino è la naturale estensione del vignaiolo.
Parlando di lui, parlerete di vino. “Il vino lo faccio per me, il di più lo vendo”, parole sacrosante di Josko Gravner.

Bruno Frisini, Itri 21 Aprile 2017

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L’Impronta del Vulcano. Degustazione alla cieca

18 aprile 2017
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 “Lo scopo ultimo dell’agricoltura non è la crescita di una coltura piuttosto che un’altra ma l’accrescimento e il perfezionamento dell’essere umano.” Masanobu Fukuoka

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L’Impronta del Vulcano. Degustazione alla Cieca

Meteri è un sito di e-commerce, una ricercata distribuzione e selezione di vini naturali, artigianali, territoriali, attenta ai cicli stagionali, ai vitigni, alla preservazione delle tradizioni e soprattutto rispettosa dei consumatori.

Raffaele e Luca, le anime pulsanti di Meteri, scelgono con scrupolo i vini, insieme al loro terroir agli uomini e alle donne che questi vini producono.17861560_1782129275449266_240945153458464913_n

Per il fuorisalone del vino – Notturno – organizzato durante i giorni precedenti il Vinitaly, assieme all’amico Giorgio Fogliani che ha recentemente pubblicato un utile e assai pratico libretto sui vini etnei: Etna Rosso. Versante Nord (Possibilia editore), siamo stati invitati proprio da Meteri a condurre una degustazione alla cieca intitolata L’Impronta del Vulcano17883581_1465036493567978_4944475919496938455_n

Impronta è parola molto densa, pregna di senso, è una parola importante, stratificata.

Potrebbe far pensare, che so, alla traccia lieve lasciata da un gabbiano o da un bambino sulla riva di una spiaggia e subito cancellata dalla risacca del mare.

L’impronta del primo uomo atterrato sulla luna che a detta di qualche cospiratore strippato potrebbe essere stata tutta una messa in scena – Moon Hoax – allestita a Hollywood.

L’impronta di distruzione e creazione che gl’uomini e le donne rilasciano come segno terrestre del loro passaggio temporale sotto forma di Opere e Giorni: edilizia, ingegneria, urbanistica, architettura, industrializzazione, agricoltura etc.

L’impronta è l’imprinting cioè la conformazione caratteriale impressa dal nostro cervello alle cose che facciamo, diciamo, assorbiamo.0

L’impronta del vulcano quindi è sì una stratificazione geologica di colate laviche tanto devastanti eppure fertili, a cui segue il solco agricolo impresso dalla mano dell’uomo attraverso il suo lavoro in vigna prima, in cantina poi. Matrice vulcanica da area ancora “attiva” o trama geologica da vulcani spenti?

Cosa aspettarsi allora dai vini d’impronta vulcanica? Freschezza d’alta montagna, neve, vento, balsamicità basaltica? Fuoco, fumo e fiamme dal cratere direttamente nella bottiglia? Territorialità in forma liquida e tanta Mineralità – questa sconosciuta!

Siccome la degustazione alla cieca non è, non può essere impostata come un gioco a ricchi premi e cotillon, né tantomeno è una gara di tiro al piattello o una competizione d’arti marziali ma deve essere una pratica spirituale oltre che un piacere fisico, un esercizio intellettuale. Allora mi piace cominciare nel dare qualche indicazione di massima che possa servire come coordinata utile ad approcciare meglio il vino versato nel bicchiere.10

Proviamo a immaginare questi 9 vini bendati come 9 tesserine singole e spaiate che messe insieme compongono un frammento di mosaico che a sua volta rappresenta un’immagine composita di qualcosa di ancora più grande e complesso. 9 voci che intrecciate assieme compongono una polifonia, ogni voce si accorda a un altra e più voci intrecciate in un ordine stratificano un canto che esprime il senso generale del vino in questo caso dei vini d’impronta vulcanica.

Abbiamo quindi 9 vini in degustazione da 7 vitigni.

9 bottiglie e 4 annate (alcune si ripetono perché di stessa annata).

9 matrici geologiche differenti su 5 territori d’origine, natura e struttura vulcanica.

9 visioni del mondo.

9 pratiche enologiche simili perché improntate all’artigianalità eppure diverse perché “il vino è il pensiero di chi lo fa” come ama ripetere spesso Joško Gravner.

9 uomini o donne con idee simili eppure diverse, attivi in territori distanti.

9 linguaggi perché sì è giusto ricordarlo, il vino è linguaggio.17523651_1465036546901306_4649601692942979164_n

E poi ci siamo noi, noi coi nostri nudi sensi – occhi, naso, orecchie, bocca, palato – davanti a questi 9 bicchieri che racchiudono 9 vini da cui scaturiscono ragionamenti, racconti, storie, chiacchiere sul terroir, sulle denominazioni, la burocrazia, lo scempio o la preservazione del territorio, l’omologazione del gusto, la genuinità, l’artigianalità, la manualità, l’industria, la chimica, l’invenzione della tradizione, l’ideologia, il mercato, la cultura e la scienza, la natura e la tecnica, la poesia, il commercio…

“Il linguaggio è un labirinto di sentieri. Ti avvicini da un lato e riconosci la strada: ti avvicini allo stesso luogo da un altro lato e non riconosci più la strada.” Ludwig Wittgenstein

FullSizeRender copy1 Soave Garganuda 2015 Andrea Fiorini (Aesthesis) 

  • Il SOAVE è denominazione vasta con potenzialità qualitative ancora poco esplorate. Le pergole di Garganega nell’areale sono sovra-dimensionate e sfruttate fino a 400 quintali per ettaro da cui si ricavano vini mollicci, abboccati, privi d’identità territoriale, prodotti artificiosamente fruttati, grottesche scimmiottature di vitigni internazionali quando invece si possono ottenere vini di straordinaria finezza, verticalità minerale e nerboruta eleganza come questa Garaganuda – 2015 è la prima annata – che Andrea Fiorini distilla dal suo mezzo ettaro di vigna dello zio Adelino – ci sono viti di oltre 40 anni – su suoli d’impronta vulcanica-basaltica. Il vigneto è situato nella zona più orientale del disciplinare ed attualmente è in conversione biodinamica. Stefano Menti è l’amico fraterno, il mentore che ha stimolato e continua ad ispirare Andrea alla viticoltura di qualità, alla vinificazione naturale.1

2 Garganega Riva Arsiglia Menti 2011 (Magnum)

  • Le origini dell’azienda agricola Giovanni Menti risalgono alla fine dell’800. Fondata da Menti Giovanni in Gambellara il quale sui propri terreni di origine vulcanica coltivava uva garganega, piante da frutto, legumi e verdure per il sostentamento della propria famiglia. L’azienda ha cominciato la conversione biologica nel 2004, una conversione concreta più sul campo che nelle scartoffie imposte dalla burocrazia, accogliendo dal 201o anche la pratica biodinamica che ha apportato notevoli risultati a livello qualitativo alla vita del sistema agronomico aziendale. Dal 2002 c’è in azienda Stefano, figlio di Gianni. Nel 2012, dopo un decennio di militanza attiva nel Consorzio di tutela dei vini di Gambellara, Menti ha deciso di venirne fuori producendo solo vini da tavola. Garganega in purezza, da vigne di 60 anni.  Un vino beverino sostenuto da un’acidità discreta, vinificato in bianco, in acciaio, fermentazioni spontanee e non filtrato. Le vigne sono di Garganega e Durella, per la maggior parte in collina su suolo basaltico, allevate a Tendone, di età compresa tra i 25 e gli 80 anni, I trattamenti sono ridotti al minimo. Non sono previste concimazioni, il diserbo è meccanico o con il sovescio nelle zone più difficili da lavorare. La raccolta è manuale in cassette di legno, tenendo separate le uve di pianura da quelle di collina poi separando ulteriormente le uve di confine per monitorare eventuali presenze di residui dei trattamenti chimici dei confinanti. In cantina le fermentazioni sono spontanee, i lieviti indigeni, le malolattiche sono lasciate libere di svolgersi naturalmente e di solito questo accade durante la fermentazione alcolica. La fermentazione avviene totalmente con lieviti naturali ed il controllo della temperatura. Successivamente, il vino viene lasciato fermo in vasca con i propri lieviti per almeno un anno, imbottigliato senza stabilizzazioni.

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3 Gambellara Doc Menti 2002

  • Vino elaborato in tempi di enologia commerciale, prodotto convenzionalmente seguendo i paramentri di un’agronomia interventista e i protocolli enologici standard, eppure dopo 15 anni il territorio, la fragranza minerale del suolo, la freschezza vibrante del frutto emerge in filigrana netta, chiara e decisa sul palato.

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4 Zibibbo Secco Pantelleria Belvisi Orange 2015

  • Battista Belvisi, coltivatore, viticoltore, cantiniere ed enologo a Pantelleria è il proprietario della piccola azienda agricola Abbazia San Giorgio, i cui vigneti, tre e ettari e mezzo situati a Khamma condotti in biodinamica, si trovano nella parte sud orientale dell’isola. Parcelle frammentate di vigne di 60 anni coltivate a Zibibbo a Perricone – detto anche Pignatello o “nostrale” – Carignano e Nerello Mascalese. Le viti sono allevate ad alberello, con rese bassissime di 30 quintali per ettaro. Di Battista Belvisi e della sua viticoltura eroica ne ha scritto già molto bene l’amico Francesco Pensovecchio su Wine In Sicily.
    L’Orange 2015 è uno Zibibbo vinificato secco, fermentato in acciaio e affinato in botti di castagno per 6 mesi. Esplosione d’agrumi e frutta polposa esotica al naso con un respiro rinfrescante di salsedine, capperi, erba trinciata di fresco e brezza del mare aperto in bocca.

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5 Yvan Bernard Chardonnay Oppidum MMXIII Côtes d’Auvergne 2013

  • L’Alvergna (Vallé de la Loire) è l’area di conformazione vulcanica più ampia d’Europa situata nella Francia centro-meridionale nella zona del Massiccio Centrale il cui capoluogo è Clermont-Ferrand. Grazie alla vicinanza della catena montuosa della Chaîne des Puys, i vigneti della Côtes d’Auvergne oltre ad essere acclimatati su un ricco suolo vulcanico, beneficiano anche degl’effetti positivi del Favonio (Foehn o Föhn) il vento caldo che protegge la regione dalle piogge eccessive. I circa 800 ettari di vigne sotto la denominazione Côtes d’Auvergne includono cinque sotto-denominazioni da nord a sud lungo la pianura di Limagne: Madargue, Châteaugay, Chanturgue, Corent e Boudes. I bianchi della Côtes d’Auvergne sono tutti a base di Chardonnay come anche questo Oppidum di Yvan Bernard a Montpeyroux, comune classificato tra i più bei paesi di Francia arroccato su un cumulo sedimentario di arcosa e roccia arenaria che sovrasta la valle d’Allier, dove dal 2002 Bernard conduce in biologico i suoi quasi 10 ettari di vigneti. La 2013 è considerata da queste parti annata eccezionale – ribadita perciò anche in numeri romani MMXIII – affina 14 mesi in fusti di rovere che completano senza eccedere la profondità giusta e l’opulenza mai troppo grassa o volgare di un vino fresco, equilibrato, deciso e centrato. Rimando a questo link dove è Yvan stesso a esplicitare la sua filosofia produttiva.

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6 Les Domes Gamay Cotes de Auvergne 2015

  • Les Monts Dômes è un sistema montuoso che comprende una costellazione di circa 80 vulcani spenti di varie dimensioni che circondano le vigne di Bernard. Questa cuvèe nasce da vecchie vigne di Gamey d’Auvergne allevate su un tessuto di suoli argillosi e calcarei con qualche sedimento granitico. Il vino sembra ancora un po’ verde, acerbo, compresso, meriterebbe forse qualche mese in più d’affinamento in bottiglia.

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7 Etna Rosso Nonna Aurelia 2015

  • L’azienda agricola Siciliano è a Castiglione di Sicilia (CT), sul versante nord dell’Etna, sui 700 metri d’altitudine. Il proprietario Rocco Siciliano nel 2015, dopo essersi ritirato dalla professione medica, decide di dedicarsi a tempo pieno alla produzione di vino, affidandosi alla consulenza del produttore ed enologo Alessandro Viola. I vigneti di 30 anni dal Nerello Mascalese al Nerello Cappuccio al Carricante e altri vitigni internazionali, sono impiantati su terreno vulcanico scuro caratterizzato da una grana molto fine, ricco di scheletro. Durante l’estate il clima è generalmente temperato, con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, fattori che concorrono all’ottima qualità delle uve. La vendemmia è svolta manualmente in modo altamente selettivo, di questo Etna Rosso si producono 1200 bottiglie. In campagna sono banditi pesticidi, diserbi o altri trattamenti invasivi. La fermentazione avviene grazie ai lieviti indigeni e al supporto di pied de cuve preparati qualche giorno prima. Le temperature non sono controllate, ma grazie alla frescura della cantina non superano mai i 28° C. In nessuna fase della vinificazione vengono aggiunti solfiti. A seconda del vino e dell’annata al momento dell’imbottigliamento si decide se aggiungerne o meno, in ogni caso senza mai superare i 30 mg/l di solforosa totale, il vino non è filtrato. In degustazione cieca è stato “riconosciuto” da alcuni come Aglianico, forse certe note terrose e speziate, un richiamo ai frutti rossi, la trama ruvida del tannino quel retrogusto balsamico a metà tra l’aspro e il dolce, l’affumicato quasi hanno ricondotto i sensi comunque al Sud pure se in zone di montagna difficile dire stabilire poi solo con i sensi se montagna vulcanica o meno.

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8 Rosso dei Sesi Perricone Pantelleria Belvisi 2015 – Abbazia San Giorgio – Battista Belvisi

  • Rosso dei Sesi 2015 1000 bottiglie di produzione totale. Il nome è ispirato alla civiltà dei sesioti, una popolazione ancestrale che abitò l’isola duemila anni prima di Cristo stabilita sull’isola per lavorare l’ossidiana. Ottenuto da uve Pignatello (Perricone) e Carignano raccolte in un appezzamento di mezzo ettaro. Fermentazioni spontanee. La decantazione avviene naturalmente il vino è imbottigliato senza filtrazione. Durante la degustazione qualcuno ha fatto notare che forse il suo vino – che ricordo era versato alla cieca – era stato messo in un bicchiere non pulito dove poteva esserci stato il precedente vino numero 4 ovvero lo Zibibbo secco Orange 2015. A ragionarci poi a bottiglia scoperta è stato un equivoco illuminante. In effetti il bicchiere era pulito eppure quel sentore agrodolce di cedro maturo, di capperi, di frutti gialli emergeva evidente già al naso con accenti più espliciti di macchia mediterranea, carrube, liquirizia, mentuccia selvatica… la trama salmastra, l’impronta vulcanica di Pantelleria nel bicchiere.8

9 Punta dell’Ufala Azienda Agricola di Paola Lantieri Malvasia delle Lipari Passito 2011

  • L’avventura eroica di Paola Lantieri “Punta dell’Ufala” nasce nel 2002 nelle Eolie in località Gelso sui terreni esposti a sud attorno alla casa più vecchia dell’isola di Vulcano con l’intento di ripristinare una agricoltura oramai abbandonata recuperando quella Malvasia che ogni famiglia sull’isola ne coltivava almeno qualche filare per auto-produrne un vino ricco e appagante d’uso quotidiano. Vulcano si compone di numerosi coni eruttivi congiunti; alcuni vulcani sono spenti mentre altri sono solo in fase d’inattività. Le vigne di Paola Lantieri coprono 5 ettari di terra vulcanica, molto sciolta e acida, sabbiosa, un suolo arsa, difficile, lavorato ovviamente senza uso di concimi chimici, diserbanti e tantomeno irrigazioni. 25-30 quintali sono le grame rese per ettaro a cui segue l’appassimento al sole delle uve sui graticci, 6000 le bottiglie totali prodotte. Questo passito è la quintessenza dei sacrifici, delle lotte, delle fatiche intraprese da una donna nella sua vigna. Ufala in dialetto locale è la patella il mollusco appiccicato agli scogli che si nutre di mare e di pietra così come appunto questo vino color ambra, profondamente tenace, salato e dolce allo stesso tempo. Il motivo di fondo che ha convinto la Lantieri in quest’ardua impresa è lei stessa a scriverlo:

“(…) la volontà di ridare almeno al mio pezzetto di isola, l’identità che aveva perso con le pesanti emigrazioni postbelliche. L’intera vallata era allora tutta coltivata e i Vulcanari, contadini più che pescatori, erano pressoché autosufficienti. Nel mio pezzo di terreno si coltivava “passolina”, credo fosse il leggendario Corinto nero, e a casa a Vulcano c’è ancora il contenitore in cui veniva passata la passolina per renderla ancora più secca.”

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Vini Veri 2017 XIV edizione

15 aprile 2017
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Vini Veri 2017 XIV edizione

Quest’anno la realizzazione dell’immagine della XIV edizione di Vini Veri 2017 appena trascorsa era stata affidata ai bimbi della scuola dell’infanzia di Acquasanta Terme, paese terremotato in provincia di Ascoli Piceno. La scuola dell’infanzia come simbolo del futuro prossimo di rinascita, educazione civica e fiducia in un popolo – il nostro – d’antica gloria, malgrado tutto.

Mi sembra realistico pensare che in un bicchiere di “vino secondo natura” confluisca tutta la storia la geografia la politica l’economia l’ambiente l’arte la cultura le tradizioni popolari della nostra incommensurabile civiltà italica ancora fottutamente in vita, pure se sempre in bilico sull’orlo del precipizio tra disperazione e speranza. L’edizione era appunto dedicata alla Primavera in quanto scambio simbolico tra la morte dell’inverno e la Rinascita della vita primaverile.viniveriOltre 120 gli espositori presenti tra aziende dell’agroalimentare e produttori di vino provenienti dal Portogallo la Spagna la Francia l’Austria la Slovenia la Grecia e da tutte le regioni d’Italia ovviamente. 

Momento struggente di partecipazione corale è stata la degustazione-memorial in ricordo del vignaiolo friulano Stanko Radikon venuto a mancare lo scorso anno, tra i fondatori storici del gruppo #ViniVeri.17800283_1267048420076371_8822308550542282395_n In una sala quasi elettrizzata d’emotività psichica, mentre scorrevano le immagini di casa Radikon, i produttori, i conoscenti, gl’amici, i sodali, i familiari hanno laconicamente donato al pubblico un ricordo intimo che li accomunava, un sorriso velato dalle lacrime, un aneddoto di vita vissuta che li legava li legherà per sempre a Stanko come un filo invisibile di umana complicità. Dopodiché, in un rito collettivo propiziatorio, s’avvera ancora un altro scambio simbolico d’esorcismo della morte e di conciliazione con la rinascita; ci si alza tutti in piedi, i calici in alto anche loro, per l’addolorato ma fiducioso brindisi alla memoria, alla pace ultraterrena del vignaiolo d’Oslavia nel Collio Friulano. Un saluto doveroso. Un brindisi di devozione amichevole ovviamente con due vendemmie storiche del suo vino nei bicchieri, il Vino Vero di Radikon: la Ribolla Gialla 2004 e l’Oslavje 2001… zdravje Radikon, zdravje Stanko!

Queste invece le linee guida del consorzio Viniveri:

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Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

30 marzo 2017
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1Vin Jaune di Ganevat, Vini Straripanti di Vita

Domaine Ganevat Côtes du Jura 2005 Vin Jaune “Sous la Roche”

C’è ben poco da fare, il vino, anzi il vino con la v di vita, è un fatto piuttosto raro ma lo riconosci quasi subito all’orecchio, già quando sgorga dal collo della bottiglia, da come risuona tintinnando nel calice cioè.

È un abbaglio agl’occhi. Ustiona lo sguardo proprio mentre straripa attorno a sé una lucentezza d’alba scandinava. Anche fosse più freddo di quanto dovrebbe, sprigiona una fragranza di miele che avvampa le narici, ravvivando le labbra rinsecchite. Il vino, il vino impetuoso, questo vino equiparabile alla vita ti si schiude allora alla bocca come l’uovo d’un uccellino raro appena nato e man mano che scivola sulla lingua, s’aggrappa in gola, boccheggia, trema al palato. Proverà infine a dispiegare le ali finché impara subito nel giro di qualche sorso a volare e tu voli con lui. Esattamente tu, che lo sorseggi cauto per non fargli male – sfidando l’oppressiva legge di gravità che opprime tutti i tuoi simili – quando pian piano, in uno slancio vitale dello scheletro incarnato, staccherai l’ombra da terra e, tuffandoti verso l’alto, non sbufferai via anche tu con lui. Volerai via lieve. Volteggerai in cielo assieme a questo vino-uccellino raro sanguinante di vita, la vita stessa che trabocca a fiotti d’oro purissimo, sparsa nell’aria sotto forma di piumaggio odoroso al vin jaune.3Con Jean-François Ganevat che conduce 8,5 h. di vigneti in biodinamica nei pressi del borgo di La Combe a sud di Los-le-Saulnier, siamo ormai alla XVIII generazione di vigneron che coltivano fin dalla metà del ‘600 le vigne del Domaine di famiglia. Sono vitigni tipici del Jura (o dello Jura?) quelli prodotti da Ganevat in parcellizzazioni infinitesimali – 20 cuvée su 6 ettari – micro-vinificazioni maniacali singole anche meno di una sola botte: Poulsard, Savagnin, Trousseau, Pinot Noir, Chardonnay e soprattutto uve dimenticate quali Enfariné, Petit e Gros Béclan, Gueuche, Mésy, Corbeau, Portugais Bleu, Argant, Seyve-Villard… queste le varietà d’uva coltivata, molte delle quali confluiscono nei Vin de FranceJ’en Veux” che prevedono un ardito uvaggio di ben 18 vitigni fra uve a bacca bianca e rossa. Anche la composizione del terreno come quella dei vitigni, è complessa, differenziata: marne rosse e blu, suoli a base calcarea o argillosa. Il clima del (dello?) Jura è semi-continentale con notevoli escursioni termiche. Il Savagnin blanc è chiamato anche naturé è un antico vitigno della famiglia dei Traminer (sono più rari ma esiste anche una versione rosa e una verde). Dal Savagnin, spremuto e custodito dalla mano dell’uomo, abbiamo quindi quel miracolo tra cielo e terra che è il Vin jaune o Vin de garde definito così per la sua incredibile resistenza alla prova del tempo. Il Vin jaune è un vino, il vino ossidativo (sous voile) per eccellenza così come certi Vin de fleur prodotti in Alsazia, in Borgogna, a Gaillac o in Sardegna o come certi Xérès, Madeira, Marsala, Sherry.

2Questo Savagnin di Ganevat nello specifico Vin Jaune, da un suolo a base di marne blu, affina per oltre 8 anni in botti scolme (sans ouillage), protetto dal suo potente eppur fragilissimo velo (voile) naturale di lieviti aerobici (saccharomyches cerevisiae), lieviti scoperti e studiati la prima volta dal leggendario Louis Pasteur che ha trascorso una parte fondamentale della sua vita proprio ad Arbois ad approfondire microrganismi e mosti, la trasformazione dei lieviti e il processo misterioso delle fermentazioni. I saccharomyces si nutrono d’ossigeno tramutando una parte di alcol in etanale o acetaldeide. Sono centinaia i composti volatili ma la molecola che dona quel gusto giallo ambrato al vino è il sotolone responsabile principale di quel sapore dai timbri di frutta candita; un gusto deciso, dissetante, amarognolo e speziato di frutta secca, curry, zafferano, noci, mandorle tostate. Equilibrio pericoloso sull’orlo dell’ossidazione e della fragranza che regala vini – al loro stato di grazia – di suprema freschezza, di beva succulenta, vini introspettivi che risuonano accordi abissali, riesumano memorie rupestri d’uve lasciate fermentare al buio delle caverne.IMG_3193Aggiungerei che l’abbinamento su una variegata scelta di olive itrane verdi (le bianche) e nere coltivate da produttori locali selezionati con cura, è stato più che centrato. Lasciarsi scivolare da una parte all’altra della bocca i noccioli delle olive, estrarre fino al midollo la sensazione di terra dagl’ossicini richiamava perfettamente alla salivazione il retrogusto agrodolce di salamoia, di buccia d’arancia candida, di mentuccia spontanea, rosmarino, asparagi delvatici e macchia mediterranea. L’essenza delle olive disciolte in bocca ricordava insomma quell’inconfondibile sapore alcalino fermentato dell’umeboshi giapponese, rilasciando una sapidità polposa immersa in gola dalle irradiazioni solari del vin jaune di Ganevat, vino con 11 anni sulle spalle ma, molto probabilmente, con altri 60 anni e oltre davanti a sé.

Esclusi imprevisti di percorso, alla fine della sua evoluzione in botte per quasi un decennio, il Vin jaune, quel che ne resta, sarà solamente due terzi del volume iniziale. La tipica bottiglia del Vin jaune detta clavelin corrisponde a 62 cl ovvero il volume equivalente di quel che rimane in proporzione a 1 lt di vino bianco di partenza, dopo cioè aver affrontato un lungo e travagliato affinamento nelle botti sans ouillage.

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[Note a margine]

  • Il vino, se siete in zona, si può, si deve bere come ho fatto anche’io, a Il Pozzo dell’Artista di Itri (LT) dal vivace Bruno Frisini che gestisce questa cantinetta di paese con estrema abilità, brama di conoscenza e cognizioni di causa. Bruno, con la giusta misura d’ostinazione e risolutezza, sta costruendo, sta selezionando negli anni un’offerta significativa di vini artigianali in orgogliosa controtendenza rispetto alle abitudini omologate, ai gusti oziosi d’una provincia profondamente addormentata. Il lavoro di ricerca, di stimolante curiosità e scoperta intrapreso da Bruno è una vera e propria sfida aperta lanciata verso lo sterile provincialismo enogastonomico basso-laziale che denuncia un brutto vizio di forma, uno status vivendi cioè condiviso da molti purtroppo, rilevando un contesto sociale radicato sull’altezzosa sciatteria, sul pressapochismo e tanta superficialità. Un atteggiamento troppo comune rigonfio della propria vuota supponenza che rappresenta difatti lo stile – il non-stile – di vita imperante su tutto il nostro litorale dal Garigliano alla pianura pontina e oltre, con rare eccezioni (penso ad Andrea Luciani del Mudejar di Sperlonga, a Simone Nardoni di Essenza a Pontina ad esempio). L’intelligente carta dei vini in fieri del Pozzo dell’Artista mette in discussione, contrasta a fatti e non a parole quindi, un vivi e lascia vivere strapaesano sempre più inaridito nella propria autoreferenziale, tracotante, narcolettica neghittosità. Un virtuoso esempio da seguire insomma quello di Bruno, per tutti i giovani enotecari, ristoratori, baristi, operatori del settore alimentare, agenti di commercio del vino affossati ma resistenti nelle paludi antropologiche dell’amato-odiato Basso Lazio.
  • I vini di Jean-François Ganevat sono importati in Italia da Les Caves de Pyrene (qui nel link il catalogo) che definiscono Ganevat un terroirista proprio in virtù della sua passione sfegatata per le micro-vinificazioni anche su partite d’uva di 60 litri soltanto!

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Tappi e Vini del Cazzo

25 marzo 2017
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Tappi e Vini del Cazzo

Il sentore di banana nel vino (acetato di isoamile), in special modo nel vino rosso, è segno abbastanza evidente e quasi certo di lieviti straselezionati, fermentazioni malolattiche sballate e altre magagne alchemico-enologiche che contraddistinguono indubitabilmente un #vinodelcazzo… in effetti se ne sentiva l’impellente necessità di avere a disposizione anche dei #tappidelcazzo!1-Pcs-homem-estilo-de-plástico-rolha-de-vinho-garrafa-de-água-Plug-presente-ferramentas-Bar

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Vini in Anfora di Elisabetta Foradori

15 marzo 2017
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Vini in Anfora di Elisabetta Foradori

17098214_1929873110574246_3799800079644630149_nElisabetta Foradori donna, vignaiola, visionaria esploratrice della pratica biodinamica in agricoltura. “Fare solo vino, la monocoltura, non è agricoltura! Bisogna dedicarsi all’allevamento degli animali, alla terra, all’orto e a tutti i suoi frutti, non solo alla vigna.”

Elisabetta – parole sincere, gesti calmi, sguardo spirituale – i giorni scorsi era a Roma per presentare i suoi vini trentini vinificati, macerati dunque affinati in anfora (tijanas). I vini presentati erano:

  • Vigneti delle Dolomiti IGT Nosiola Fontanasanta dalle colline calcaree e argillose di Cognola
  • Vigneti delle Dolomiti IGT Teroldego dai suoli alluvionali del Campo Rotaliano

La degustazione è stata messa in piedi per gli addetti ai lavori, da Piero Guido di Les Caves de Pyrene in collaborazione con Selezione Boccoli al Mercato Centrale Roma. Qui (vedi link) ne da conto anche Fabio Rizzari con il quale assieme alla Foradori e al preparatissimo figlio di lei Theo abbiamo amichevolmente chiacchierato e assaggiato “fuori campo” per circa un’oretta, prima che cominciasse la degustazione ufficiale vera e propria.

15 le bottiglie totali in batteria.

Il vino è alimento vivo, elemento fluido, prodotto evolutivo, giusto? Ebbene tutti questi vini sarebbero da leggere con la massima attenzione. Vini nutraceutici. Uve caratterizzanti il proprio luogo d’origine che a sua volta caratterizza i suoi frutti. Uve spremute e fermentate da ruminare con la dovuta calma seguendo la loro naturale evoluzione in progress. Dal chiuso e fisiologico ridursi della bottiglia sotto tappatura, all’aperto, schiudersi spontaneo della bevanda nel calice. Un vino-flusso in perpetuo movimento mai uguale a se stesso. Un respiro di materia liquida vivente in perenne crescita centripeta dalla strappatura, alla mescita, al mulinare nel bicchiere, al suo essere aspirato, schioccato tra palato e lingua, assorbito, deglutito.

Ogni annata caratterizza innegabilmente la materia prima solida (l’uva) poi liquida (il vino) che ritroviamo infine allineata nei calici risplendenti come raggi di sole riflessi sull’acqua. Proprio la 2010 è l’anno in cui la Foradori assieme ad altri 10 vignaioli trentini fonda il consorzio I Dolomitici.

  • 5 annate di Nosiola Fontanasanta Vigneti delle Dolomiti IGT. 2 gli ettari di vigna. Fermentazione e affinamento sulle bucce per oltre 8 mesi. 8.000 le bottiglie prodotte. Millesimi: 2015, 2014, 2013, 2012, 2010…ogni singola annata un’infusione d’energia solare, ossigeno, uva e argilla. Evoluzione del frutto, sapidità della polpa, finezza della trama acida. Nell’arco temporale dei cinque anni, la permanenza in bottiglia non ha fatto che scolpire e arrotondare al meglio i ricchi componenti estratti dalla buccia dell’uva nosiola, traghettando (parola cara alla Foradori) il vino dal vetro all’aria fino ad esprimersi al meglio (vedi le 2010 e 2012) in un apice di fresca succosità ed eleganza. Evviva l’evoluzione “celeste” della Nosiola in anfora!
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  • 5 annate di Teroldego della Vigna Sgarzon: 2015, 2014, 2013, 2011, 2010 dai 2,5 ettari di suolo sabbioso alluvionale. Fermentazione e affinamento in tinajas con permanenza di circa 8 mesi sulle bucce. Frutti scuri, more non troppo mature e prugne, texture salina. Non ho grande familiarità con il teroldego in generale, ma percepisco un’uva arcigna, longeva e introspettiva. Merita senz’altro di tornarci su tra qualche anno per verificare l’affinamento del tempo in vetro che, non ho dubbi, non potrà che arricchire la personalità timida e multiforme di questi vini profondamente territoriali (territorialmente profondi).Sgarzon
  • 5 annate di Teroldego della Vigna Morei 2015, 2014, 2013, 2011, 2010 sempre 2,5 gli ettari di suolo alluvionale ma con prevalenza di ciottoli in questo caso invece che sabbia. Fermentazione e affinamento in tinajas con permanenza di circa 8 mesi sulle bucce. Tra le due vigne di teroldego, Sgarzon e Morei, le differenze si notano eccome. Personalmente “a pelle” ho preferito di più quest’ultimo. Maggior finezza tannica, lucentezza e trasparenza del succo non saprei dire bene cosa di specifico nel particolare ma forse, in generale, è un vino più  deciso, diretto, succulento e fine.Morei

 

 

 

 

Vino di Serra vs Vino di Serralunga

26 febbraio 2017
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Giorni fa a un degustazione con un gruppo di stranieri davanti al quesito propostomi da un ragazzo scozzese:

<<Ma se come dici è così difficile, incerto, anti-economico gestire una vigna a causa delle troppe variabili esterne – maltempo, infestanti, gelate, malattie – non sarebbe più logico, più rassicurante fare viticoltura in un ambiente controllato tipo sotto le serre?>>

Tra le molteplici risposte plausibili, la boccia di Barolo del 2012 di Principiano è stata quella che ha convinto meglio l’amico scozzese.

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Questo nebbiolo schietto di Serralunga d’Alba l’ha forse persuaso, spero, che l’uva non si riproduce sempre uguale a se stessa anno per anno come fosse un algoritmo computerizzato ma che proprio in ragione delle mille difficoltà, incertezze e problematiche incontrollabili, grazie alla sanità del suolo, all’assorbimento della luce solare, alla mano dell’uomo in vigna – una mano che imprime più Manualità che Manipolazione, – il vino meno insincero è sempre la rivelazione d’una specifica annata in condizioni ambientali determinate e niente affatto meccanicamente riproducibili in ambienti artificiali.17352572_1939658939595663_7177163419637010090_n

Oro Incenso e Panettone – Epifania del Gusto sull’Etna

8 febbraio 2017
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S’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle pietre tombali, sulle punte del cancello, sugli spogli roveti. E la sua anima gli svanì adagio adagio nel sonno mentre udiva lieve cadere la neve sull’universo, e cadere lieve come la discesa della loro estrema fine sui vivi e sui morti. (James Joyce, I morti)

Oro Incenso e Panettone – Epifania del Gusto sull’Etna

Panettoni d’Italia a Solicchiata (6 gennaio 2017)

15895199_10209895495677531_1629719698227546246_nUn mese fa esatto, all’inizio del 2017 al Cave Ox di Solicchiata sull’Etna, il giorno della befana – con il bollettino meteo decisamente contro e la bufera di neve a martello – abbiamo messo in piedi un pranzo quantomeno eroico.15894286_10209896119893136_4670255247889320725_n Una quarantina i prenotati entusiasti che si sono avventurati a questo pranzo di fine festività natalizie, rischiando così di restare bloccati dal ghiaccio e dall’ondata eccezionale di nevicate previste.15977660_10209895465276771_3681070022064244296_nPasteggiamenti & Festeggiamenti

Il pranzo della Befana al Cave Ox di Sandro Dibella, oltre alla tempesta di neve prevedeva:

  • Antipasto del Cave Ox
  • Zuppa del Contadino
  • Pizze della casa

15977855_10209895494157493_8643215428940842335_n15940999_10209895468676856_4048991034540154684_n

  • Langhe Freisa Vivace Vietti 2015
  • magnum di HY Cuvèe Zago rifermentata in bottiglia millesimo 2011
  • Moscato d’Asti “Filari Corti” Carussin 2015
  • magnum di Nero d’Asola Marabino Don Paolo 201515894697_10209895466316797_7687152938386761309_n
  • Distillati di frutta Capovilla (Ciliegie Duroni, Prugne Selvatiche, Mele Gravensteiner)
  • bottiglioni magnum d’Amara (Amaro d’Arancia Rossa di Sicilia)

15977078_10209895488517352_3169136583299294175_nQuesto ad incorniciare l’apertura e gli assaggi di 14 panettoni da 14 artigiani (pasticcieri e panificatori da ogni angolo d’Italia) a cui ne abbiamo inserito un quindicesimo non esplicitamente artigianale o quanto meno semi-industriale (vedi al num. 13).

16003196_10209901581429671_1015652736883375891_nQuella del panettone tradizionale è una storia di eroismi privati, di temperamenti forgiati al sacrificio, d’imprese artigianali che nascono dal basso nell’Italia devastata del dopoguerra. Ha origini anche più lontane alla corte di Ludovico Sforza sembrerebbe, ma in età moderna Motta e Alemagna sono i nomi degl’inventori meneghini di questo “pane speciale”, i creatori del dolce natalizio che oggi però sono assurti a giganteschi brand industriali.15873189_10209895483797234_6212125614944211145_nMa l’artigianato del panettone come vuole tradizione si rinnova ora come ogni anno nel nome di altri fornai, pasticcieri, alchimisti, eroi lievitatori che operano testa-mani-e-cuore in ogni angolo del Belpaese.15894530_10209895492437450_3247988917662678747_nVista la poderosa differenza di prezzo tra i due, tutta la questione del panettone industriale (scadenza a 6 mesi/1 anno) versus panettone artigianale (scadenza a 30/40 giorni) si gioca principalmente sull’onestà intellettuale del pasticciere-panificatore che si professa artigiano dichiarandolo apertamente in etichetta il quale dovrebbe perciò utilizzare materie prime d’altissima qualità ed estrema freschezza (farine speciali, lieviti, uova, canditi e burro d’eccellenza) evitando come la peste l’uso di conservanti da merendine chimiche quali i mono e digliceridi degli acidi grassi ad esempio.

15977111_10209895494917512_6478838859159436238_n15965185_10209895480797159_3651356522589340756_nQuesto pranzo al Cave Ox il giorno dell’Epifania – che ricordiamo significa manifestazione e apparizione divina – è stato insomma un felice pretesto per assaggiare assieme a chi c’era l’assortimento d’una quindicina dei panettoni artigianali “più buoni del paese”.15894271_10209895474797009_6516277427699345518_nSegue la lista dei panettoni così come li abbiamo numerati scartandoli della loro confezione naturalmente visto che era una prova d’assaggio alla cieca, quindi presentati in perfetto anonimato alla vista, all’olfatto, all’assaggio e al parere emozionale dei partecipanti alla degustazione.

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1) Raffale Vignola, Pasticceria Vignola –  Solofra (AV) 

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2) Angelo Ricci, Ricci Fornai Italiani Montaquila (IS)

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3) Carmen Vecchione, Dolciarte

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4) Lucca Cantarin – Pasticceria Marisa, San Giorgio delle Pertiche (PD)

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5) Paolo Sacchetti – Pasticceria Nuovo Mondo (Prato)

pasticceria sacchetti caffe nuovo mondo

6) Iginio Massari – Pasticceria Veneto (Brescia)

iginio massari

7) Denis Dianin – Selvazzano (PD)

denis dianin8) Simona Padoan – I Tigli San Bonifacio (VR) 

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9) Vincenzo TiriTiri 1957 – Acerenza (PZ)

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10) Renato Bosco – Saporè San Martino Buon Albergo (VR)

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11) Sartori – Erba (CO)

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12) Valter TagliazucchiPasticceria Cioccolateria del Giamberlano  Pavulo nel Frignano (MO)

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13) Fiasconaro – Inserito ma fuori competizione perché non è un panettone artigianale.

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14) Michele Falcioni Posillipo Dolce Officina Gabicce Monte (PU)

posillipo dolce officina

15) Maurizio Bonanomi– Pasticceria Merlo Pioltello (MI)

bonanomi merlo pasticceriaPiù buoni si diceva, secondo i nostri informali criteri d’appassionati e non in ragione di scientifiche analisi organolettiche e giudizi da tecnologi alimentari. Valutazioni spontanee ma accorte dunque date in base alla scrupolosità produttiva, filtrate alla luce di una manifattura plausibilmente artigianale in linea con una preparazione strettamente manuale (spezzatura, scarpatura, raffreddamento), in assenza d’additivi chimici, conservanti, coloranti ed altri surrogati di sintesi utilizzati a spron battuto dall’industria alimentare ma anche – ahimè – da tanti presunti/presuntosi pseudo-artigiani e mistificatori proni alle infernali logiche di mercato.

15966086_10209895504677756_8291546395400057159_nÈ stata una giornata ispirata da semplici ma decisivi pareri amatoriali e criteri di analisi sensoriale indicativi della bontà generale dei panettoni. Valutazioni spassionate che sono state segnate da tutti gli ospiti su una scheda apposita assegnando ognuno un punteggio da 1 a 5 per ogni panettone, in base alle seguenti caratteristiche:

  • gusto
  • colore
  • equilibrio
  • qualità tangibile degli ingredienti
  • profumo
  • sofficità/fragranza
  • alveolatura
  • uniformità di distribuzione della frutta
  • cottura

15894852_10209895504037740_4796561579685979413_nAl netto di insidiose variabili da gestire quali: l’equilibrio di lievitazione dell’impasto – sono tre le complesse fasi di lievitazione – e poi l’asciugatura, la cottura della sfornata dei panettoni sotto la fretta e la pressione commerciale del Natale; l’umidità o secchezza di un prodotto tanto volubile a breve scadenza ed alta deperibilità; la temperatura di servizio degli stessi mentre fuori ci sono condizioni atmosferiche antartiche…15894698_10209895505317772_7501717936856134484_ninsomma facendo la tara a tutte queste mutevoli costanti d’indeterminazione abbiamo tuttavia approcciato la degustazione dei panettoni con cuore leggero, sguardo limpido, umiltà, lucida coscienza del lavoro altrui e palato purificato da qualsiasi pregiudizio di sorta fiduciosi di trovarci davanti ad una selezione di assolute eccellenze pasticciere nazionali, frutto di enormi sacrifici, notti insonni, fallimenti e successi sigillati più dalla mano umana e dal sudore della fronte che dalle macchine computerizzate, da tecnicismi esasperati, da lievitazioni monocordi sfornate a catena di montaggio con i calcolatori informatici programmati alla triste, sterile regola dei nostri giorni monetarizzati del massimo risultato quantitativo col minimo sforzo di ricerca della qualità.15977496_10209895483717232_947348792584453590_nPer evitare poi di farsi condizionare dalla riconoscibilità, dall’affezione o dal prestigio del marchio di manifattura, ribadisco che i panettoni sono stati tutti numerati e assaggiati “alla cieca” dai partecipanti alla giornata per terminare poi in una giocosa classifica di fine pranzo tra i presenti, nel tentativo di scegliere all’unanimità i 5 tra 15 che avessero allettato di più le papille della maggioranza.denis dianin 2Qui un link che rimanda al Disciplinare di Produzione del “Panettone Tipico della Tradizione Artigiana Milanese” datato al 2003.
denis dianin 3Questi a seguire, in ordine casuale, i 5 panettoni che hanno riscosso il totale punteggi più elevato da parte del pubblico alla luce di quanto puntualizzato più sopra:

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  • (num 7) Denis Dianin – Selvazzano (PD)

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  • (num 6) Iginio Massari – Pasticceria Veneto (Brescia)

iginio massari 1

  • (num 15) Maurizio Bonanomi- Pasticceria Merlo Pioltello (MI)

bonanomi merlo pasticceria 2bonannomi merlo pasticceria 3

  •  (num 14) Michele Falcioni – Posillipo Dolce Officina Gabicce Monte (PU)

posillipo dolece officina 2posillipo dolce officina 3

  • (num 9) Vincenzo Tiri – Tiri 1957 – Acerenza (PZ)

vincenzo tiri 2vincenzo tiri 3

[photo credits by Angela Mirabile]