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GENERI ELEMENTARI

Educazione civica alla cultura del buon mangiare e del bere meglio

Vecchie o nuove maschere e la ragione del più forte

17 maggio 2019
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Per conoscere bene le cose bisogna conoscerne i dettagli; ma dato che questi sono quasi sterminati, le nostre conoscenze sono sempre superficiali e imperfette. 

François de La Rochefoucauldworld-oldest-masks-israel-neolithic_11

Vecchie o nuove maschere e la ragione del più forte

Aria di cambiamento a Bordeaux? Il messaggio è squillante e chiaro. Château d’Yquem – stando alle dichiarazioni di Arnault – passerà pian pano da un regime biologico alla pratica biodinamica. Sempre lo stesso Arnault, proprietario anche di Cheval Blanc, ha annunciato che potrebbe convertire pure quest’ultima al metodo biodinamico sulla scia di Guiraud a Sauternes, Palmer a Margaux e Pontet-Canet a Pauillac.

Come se la biodinamica fosse un metodo preconfezionato cui basta aderire, una bacchetta magica che converte d’emblée il suolo morto in suolo vivo così, solo annunciando di farne parte. Quando la biodinamica è invece un’abissale Weltanschauung, cioè una vera e propria concezione del mondo e della vita che non si acquista da un giorno all’altro semplicemente possedendo un cospicuo conto in banca che ci arroga il diritto di partecipare a tutto e toglierci ogni sfizio o desiderio che abbiamo.

Vue-du-Cha¦éteau-660x330Ora, fermandosi solo all’apparenza emotiva, sembra una ragionevole presa di coscienza sulla maggiore sostenibilità ambientale da parte di alcuni intoccabili Châteaux a Bordeaux, quindi la propagazione virtuosa di un messaggio propenso alla sensibilizzazione ecologica. Si auspica perciò una ricerca più centrata alla vitalità del suolo, finanziamenti indirizzati a sperimentazioni di biodinamica applicata e approfondimenti scientifici sempre più orientati alla biodiversità etc. Eppure, ragionando nella stessa ottica finanziaria dei privilegiati produttori della zona, che tendono come è ovvio a riportare tutto in uno schema di razionale profitto bancario, temo una estrema banalizzazione dei saperi millenari che la biodinamica intesa quale visione spirituale del cosmo accoglie in sé. Sospetto quindi un superficiale riduzionismo da predatori aristocratici e di conseguenza la semplificazione ingegneristica di pratiche agricole assai più complesse e strutturali della solenne ma forse fin troppo autocelebrativa conversione alla biodinamica ottenuta su carta pagando certificazioni e compilando diligentemente altre formalità burocratiche di rito.

Sono o non sono i più forti produttori di vini pregiati al mondo quelli a Bordeaux, almeno in termini di ragionevole peso sull’economia mondiale del sistema vino? Figurati quindi se Loro non possono permettersi di incarnare l’ago della bilancia nell’attuale scenario enologico tra una viticoltura Tecnocratica e una viticoltura su scala più Umana. Mask-Nahal-Hemar-IMJ-e1394016811214-1024x640Vedo però sfilare maschere nuove che sostituiscono le vecchie. La vecchia maschera del convenzionale incancrenita di pesticidi; la maschera dell’ipertecnologia abusata in cantina; la maschera del diserbo sparato in vigna a isterilire suoli, piante e radici; la vecchissima maschera dell’enologia interventista; a un certo punto appaiono tutte quali trite maschere proprio perché rischiano evidentemente di essere smascherate. Ecco allora che, all’improvviso, tutte queste maschere logore cominciano ad essere sostituite o sovrapposte dalle nuove maschere: la maschera del biologico; la maschera della biodinamica; la maschera dell’ecologismo formale… e la maschera dell’ipocrisia – vecchia o nuova che sia – diventa più vera del volto stesso che dovrebbe esserci sotto. È quella la maschera arcigna adatta ad ogni circostanza, quella maschera immortale che esprime già al solo sguardo l’adagio altrettanto immortale di Jean De La Fontaine e cioè che la ragione del più forte è sempre la migliore.

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Enologia del passato e omologazione attuale

9 maggio 2019
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La filosofia insegna ad agire, non a chiacchierare, ed esige che ognuno viva secondo i propri principi affinché la vita non sia in disaccordo con la parola o addirittura con se stessa.

Seneca, Lettere morali a Lucilio (Libro II)

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A sfogliare un glorioso manuale d’enologia usurato dal tempo (1912), la primissima impressione che se ne trae, già solo setacciando l’indice analitico, è di uno scompenso evidente tra la Prima parte più striminzita dedicata agli ELEMENTI DI ENOCHIMICA (poco più di cento pagine) e la Seconda parte molto più corposa consacrata alla ENOTECNIA (le restanti ottocento pagine).

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Normalmente la tendenza istintiva quando facciamo dei confronti con l’enologia del passato è quella di idealizzare il tempo che fu. Tendiamo cioè, con una certa ingenuità, ad applicare una visione più sentimentale della scienza e della tecnica che sicuramente non erano così invasive, impattanti, tiranniche come sembrano invece essere diventate la Scienza e la Tecnica attuali. Eppure basta soffermarsi a leggere qualche paginetta di questo manuale dell’Ottavi riveduto dal Marescalchi ormai centosette anni fa, per riproporzionare la presunta bontà tecno-scientifica dello stesso e rivedere con occhi meno imbambolati quella che è soltanto l’illusoria semplicità artigianale dei nostri antenati.

Vediamo assieme ad esempio il Capitolo IV dedicato a I CORRETTIVI DEL MOSTO.IMG_9810

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I vini che si pongono in commercio in Italia per consumatori paesani ed all’estero.” È a tutti gli effetti una discriminazione razziale/classista bella e buona tra i consumatori ordinari e grossolani, cioè “i bevitori da bettola” che bevono vini dal sapore astringente e aspro, e i consumatori di città, i borghesi, quelli all’estero che non badano all’andamento agricolo e “vogliono sempre lo stesso vino”, ragion per cui si pone la necessità di correggere i mosti per dare vita a un commercio duraturo. Diventa cioè addirittura necessario piegarsi alla legge della domanda di vini sempre uguali a se stessi e rassicuranti se si aspira a farsi una solida clientela sui mercati esteri.

In queste due inquietanti paginette possiamo osservare quasi al microscopio il conformarsi del batterio di una particolare tipologia di peste che ai nostri giorni ha contaminato qualsiasi settore commerciale, ovvero la peste della manipolazione del gusto soggettivo ottenuta attraverso le “correzioni” tecniche e scientifiche oggettive di un prodotto alimentare il cui ingrediente originario di partenza, come in questo caso, è semplicemente l’uva. Nessuna paura, è successa la stessa cosa anche con tutte le altre basilari sostanze merceologiche (zucchero, sale, riso, grano, latte etc.)

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Sono pagine che oggi più che mai fanno riflettere sul senso ultimo dell’oggettività scientifica; sull’abuso dell’onestà intellettuale da parte di chi questi manuali “ideologici” li ha scritti per fabbricare proselitismo e li ha imposti alle accademie conniventi a loro volta con gli interessi della nascente industria enologica. Istituti universitari e centri di ricerca che hanno utilizzato questi tomoni quali libri di testo professionale a maggior ragione che su volumi dello stesso stampo si sono formate generazioni e generazioni di enologi che hanno tiranneggiato l’ambiente – tiranneggiano tuttora – promulgando la loro monocorde visione dell’agricoltura e della vinificazione su tutta la filiera produttiva (vigna/cantina), dettando legge sul mercato proprio a partire da quella “esigenza del grande commercio a cui è necessario piegarsi se si aspira a farsi una solida clientela.”

Così come si possono modificare, adulterare e migliorare i vini rossi, bianchi o passiti allo stesso modo si possono costruire con Tecnica e Scienza, i Vini da Pasto, i Vini da Commercio o addirittura i Vini di Lusso. Al datemi una leva e vi solleverò il mondo di Archimede da Siracusa si sostituisce insomma l’onnipotente datemi miliardi di palati singoli e vi farò un unico gusto adatto per tutti i gusti dell’enologo-demiurgo-sofisticatore moderno.

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Si parte proprio dal correggere i mosti per poi modificare pian piano i gusti individuali cioè le tendenze naturali dei singoli individui. La propensione innata al dolce piuttosto che al salato o all’acido, adulterando fin dalla nascita dei bambini i liberi desideri delle persone, sofisticando nel profondo i parametri interiormente soggettivi di intere popolazioni al grado di piacevolezza o di sgradevole, di buono o di cattivo, di puzzolente o di profumato, di saporito o di sciapo. Così da ottenere, con l’omologazione del vino, l’omologazione stessa del palato quindi l’appiattimento precostituito su larga scala del cervello, uniformando all’origine le variabili sensoriali multiformi di interi popoli e paesi, castrati nella loro istintiva capacità di sentire e gustare quel che vogliono senza intermediari, né scale di valori artefatte a mestiere, né condizionamenti industriali.

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Restando ancora nell’ambito archeologico della scienza enologica, un esempio illuminante di questa castrazione applicata sui sensi che è un vero e proprio sopruso civile e una feroce violenza sulla libertà di pensiero, lo ritroviamo sempre nel trattato di Enologia dell’Ottavi che alle pagine sia iniziali che finali del suo volume riporta sfacciatamente le pubblicità di alcuni prodotti d’enologia che guarda caso è la medesima azienda di famiglia, CASA AGRICOLA F.lli OTTAVI, a vendere. A giustificazione coerente del titolo ENOLOGIA TEORICO-PRATICA dove alla teoria pensata esclusivamente per vendere un prodotto commerciale a quanta più gente possibile, segue la pratica svergognata di rivendere a colpi di teorie ingannevoli, nel libro, ciò che si elogia ai propri studenti ovvero ai futuri enologi a loro volta o ai clienti potenziali se mai diventeranno produttori di vino. Smascherandosi così, senza troppe sovrastrutture mentali, quale presunto trattato scientifico formativo di una professione altrimenti nobile, in quel che invece è per davvero, cioè uno sguaiato catalogo di prodotti chimici e strumenti industriali pro domo sua.IMG_9824

Possiamo infine ritrovare in questa brutta parabola dell’Ottavi un capostipite di quel genere di capitalismo avanzato nel quale stiamo vertiginosamente sprofondando da anni. Pensiamo ai tanti, troppi enologi Ottavi dei nostri giorni. Riduzionisti della complessità. Banalizzatori del gusto. Standardizzatori del sapore. Scienziatoni alla moda, accademici tromboni, professoretti ex cathedra, profeti del gusto unico, consulenti finanziari d’aziende vinicole, flying winemakers i quali alla fin fine non sono che degli appestati travestiti da medici del vino mentre con le loro formulette magiche vincenti sul mercato pretendono indicarci qual è il Male che loro stessi stanno propagando. Eppure, benefattori della viticoltura planetaria, ci offrono la ricetta pratica assieme al farmaco e alle spiegazioni teoriche d’uso dello stesso perché non si accontentano di sembrare solo la peste e il medico assieme, no, ma pretendono essere pure l’informatore farmaceutico che impasta il filtro magico e il sapientone super partes che rivende quel beverone a un’umanità sterilizzata nel gusto, abbeverata alla fonte della esclusiva conoscenza imparziale: L’ENOLOGIA TEORICO-PRATICA… di ‘sta minchia!

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Vino naturale Kosher per la Pasqua Ebraica

20 aprile 2019
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Perché non posso avere il vino che voglio durante la Pasqua Ebraica? Dovrò farmelo da me.

Traduco un articolo di Alice Feiring apparso ieri, 19 aprile 2019, sul New York Times intitolato: Why Can’t I Get the Wine I Want for Passover? I’ll have to make it myself, che è in qualche modo correlato al tema religioso della dieta kasher di cui ho scritto qui tempo addietro.

Un appunto che mi sento di fare alla Feiring è sul vino idealizzato nella sua componente essenziale d’uva così come riportato da Papa Francesco. Non ne sarei tanto sicuro – anzi sono totalmente scettico al riguardo – che durante il rito dell’eucarestia venga servito vino naturale, piuttosto sarebbe da approfondire il giro d’affari e gli interessi di filiera industriale che ci sono dietro al vino servito nelle messe in Vaticano, ma è meglio non scandagliare la faccenda, se ben ricordiamo Michael Corleone in Il Padrino parte III:

Ma più in alto salgo, e più il fetore aumenta.

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Come molte della sua generazione, mia madre Ethel, non è mai andata oltre il Manischewitz. Quella liquefatta gelatina d’uva era il nostro vino della casa che lei serviva a ogni Shabbat e durante le festività. Anche dopo che io stessa ho smesso di osservare le regole dello Shabbat e ho cominciato professionalmente a lavorare nel vino, mia madre non si è mai potuta spiegare la mia disperazione per non riuscire a trovare qualcosa di potabile per la Pasqua ebraica. Ogni anno sprecavo troppi soldi, speranze elevate e aspettative basse, traghettando le bottiglie approvate dal rabbino, nell’appartamento della mamma a Long Beach. A un certo punto, intorno al secondo bicchiere, Ethel sbottava: “Sai di cosa ha bisogno?” E mescolava un po’ del suo sciroppone Sweet Concord con il Borgogna kosher da 35 dollari che avevo portato io.

Sono cresciuta in una famiglia kosher abbastanza osservante e ho frequentato 12 anni di scuola religiosa. Mi hanno allevata per andare al college femminile della Yeshiva University, non di certo alla Stony Brook University, l’università pubblica di New York, e certamente non avrei dovuto diventare una scrittrice di vino. Ma ho fatto entrambe le cose. E quasi 20 anni fa, mi sono dedicata alla causa del vino naturale: la viticoltura biologica con nessuno degli oltre 70 additivi legali ammessi – cose come lieviti selezionati, batteri lattici, tannino in polvere, acidità aggiunta, agenti anti-schiuma e trucioli di legno – che possono essere presenti nella maggior parte dei vini, sia quelli kosher che in tutti gli altri. Le bottiglie profane che bevo io sono per lo più costituite da un solo ingrediente: l’uva.Screen-Shot-2016-04-19-at-12.31.44-PM

Il vino naturale è imprevedibile. Vanta un’enorme varietà di sapori. L’obiettivo dell’enologo è quello di tradurre il luogo da cui le uve provengono nel bicchiere, e ogni bottiglia porta un’impronta di ciò che è accaduto l’anno in cui quella bottiglia è stata prodotta. Questi vini non hanno alcuna somiglianza con i vini convenzionali o kosher che spesso seguono un percorso di omologazione accidentato di additivi per farli essere quali sono. Ecco quei vini non sono quelli che voglio sorseggiare io durante le feste o a tavola in qualsiasi altra occasione.

Non molto tempo fa, papa Francesco ha dichiarato che solo il mio tipo di vino, quello fatto con l’uva, è adatto all’eucaristia. Il che porta alla quinta domanda della mia celebrazione della Pasqua ebraica: perché, in questa notte, non sono in grado di trovare vini naturali kosher?18-best-art-savignac-images-on-pinterest-poster-vintage-vintage-savignac-posters

Bene, dovrei dire che ci sono due opzioni degne, entrambe fatte in quantità minuscole: Harkham dall’Australia e Camuna a Berkeley, in California. Ce ne dovrebbero essere di più. Prima della seconda guerra mondiale, prima del boom nell’uso degli additivi, la maggior parte dei vini erano naturali o abbastanza naturali. I produttori di vino ebrei e proprietari di vigneti hanno fatto vino kosher, il più famoso in Ungheria, dove fiorivano famiglie di produttori vinicoli come gli Zimmermann. L’Olocausto ha distrutto quell’eredità.Tokaj-Jewish-Wine-Heritage_Zimmerman_Ausbruch

Mio nonno che parlava Yiddish, nato in Ucraina nel XIX secolo, ricordava questa tradizione vinicola naturale. Ha fatto il vino nel nostro seminterrato. Uno dei miei primi ricordi di Pop, che mi ha insegnato ad annusare tutto prima che lo bevessi, era la sua disperazione per un lotto del suo vino tramutato in aceto. Finché è stato vino, era delizioso.

Kosher non significa che il vino sia benedetto; si tratta piuttosto che sia osservato e gestito solo dagli osservanti del Sabbath, dalla fermentazione alla stappatura; una regola valida come tentativo di proteggerlo dal vino utilizzato per l’idolatria.

C’è solo una soluzione: far bollire. Tali vini sono etichettati come “Mevushal” e una pagana (o anche una ragazza yeshiva decaduta come me) può servire a chiunque, anche ai più religiosi, qualsiasi vino kosher che sia stato prima bollito, parzialmente pastorizzato o prodotto da uve riscaldate. Mentre i metodi moderni per questa tecnica sono molto meno invasivi del passato, c’è da aggiumgere che le uve calde non producono il vino migliore e prevengono i fermenti naturali. Ciò significa che bisogna aggiungere lieviti selezionati e sostanze nutritive. Chiunque ami il vino opterà quindi meglio per un cocktail ai matrimoni religiosi.

Ma a Pasqua, è il vino che ti serve, e al tavolo di mia madre deve essere kosher. Ecco perché l’anno scorso ho provato a creare il mio vino: tradizionale, autentico, kosher e naturale.bootleggers-internal

È stato un progetto profondamente personale. Cioè, ho capito che non sono ancora molte le persone sul mercato del vino naturale kosher. Dopo tutto, come fai a sapere cosa ti manca se non esiste? “A nessuno importa e nessuno sa cosa vogliono perché non hanno visibilità”, mi ha detto David Raccah, del blog Kosher Wine Musings che beve solo kosher.

È stato anche uno sforzo costoso e logisticamente difficile. La certificazione kosher può costare fino a 10.000 dollari l’anno.

Dal momento che ho scritto di vinificazione nel Caucaso e sapevo che avrei potuto ottenere uva e spazio di lavoro a prezzi accessibil, ho deciso di fare il mio vino in Georgia. Un amico di un amico religioso si è messo a disposizione per gestire il vino per me seguendo le mie istruzioni. Tutto quello che dovevo fare era capire come pagare la certificazione kosher e affrontare la burocrazia.kosher-wine-for-high-holidays-1

Non è stato facile raggiungere il rabbino a Tbilisi. Era perennemente impegnato, sempre di corsa verso Kutaisi per una circoncisione o a Bagdati per un matrimonio.

Alla fine l’ho raggiunto su Skype. Dopo una lunga filippica sulle leggi religiose e del perché io, un’ebrea, amante del vino naturale ebrea ormai profana, non sarei mai riuscita a fare il mio vino, ho capito che eravamo del tutto disconnessi. Ho richiamato. Gli amici a Tbilisi hanno cercato di raggiungerlo. Il raccolto del 2018 è arrivato ed è andato via. Lo sprezzo del rabbino mi aveva fatto venire ancor più voglia di fare il mio vino kosher.

Fare il vino è rischioso. Hai bisogno del suolo giusto benedetto dal giusto clima. Hai bisogno di talento. Senza l’uso di additivi, fondamentale è la conoscenza e anche un po’ di fortuna. Ho un piano in atto e un altro rabbino in lista d’attesa per quest’anno. Sono determinata a fare qualcosa che anche Ethel e le sue amiche possano bere e apprezzare.

Riusciremo mai a superare il nostro desiderio di comprensione da parte dei genitori? Qualora ci fossero ancora altri dieci anni davanti a lei, mia madre non capirà completamente e non accetterà mai il mio rifiuto della vita religiosa. Se solo comprendesse perché ho dedicato decenni della mia vita a scrivere sul vino, intorno a questo magico e duraturo simbolo della vita, della cultura e dell’umanità, questo mi renderebbe ancora più felice. Ma per poterlo comprendere, deve essere prima in grado di poterlo bere.

[Alice Feiring è l’autrice di “The Dirty Guide to Wine: Following Flavor From Ground to Glass” e dell’imminente: “Natural Wine for the People: What It Is, Where to Find It, How to Love It.”]

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Gioia fede e speranza in trattoria

8 aprile 2019
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Gioia fede e speranza in trattoria. Cena al Caffè La Crepa.

In provincia di Cremona sugli argini del fiume Oglio a Isola Dovarese sorgono i portici di una piazza rinascimentale ancora ben conservata nonostante la barbarie urbanistica dei tempi attuali. 

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Su questo gioiellino di piazza che è evidente sia stata disegnata con sobria signorilità, con mano ferma e mente serena da un architetto di mestiere, affaccia il Palazzo della Guardia che ospita il Caffè La Crepa noto ai tempi andati anche come Locanda del Ciclista.

Già solo la saletta di sapore Art déco, è un viaggio nella memoria gastronomica del paese. Un invito garbato a ritrovare – seduti in tavola – il respiro meno affannato. Un tacito rimprovero rivolto alle nostre beghe quotidiane inzuppate di futilità, tempo perso, discordie.

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Queste sul menù le descrizioni di alcuni piatti odorosi dei ricordi irreversibili. Profumi al passato remoto col retrogusto delle mani impastate, delle preparazioni lente. Intreccio di ricette sussurrate a gesti antichi e precisi più che a parole.

  • Il Marubino ai tre brodi. Di casa in casa ogni marubino, trascina nel suo ripieno, oltre al salame cremonese, l’amore per la famiglia di chi lo prepara. Il dito indice, su cui viene avvolto, è la sempre giusta misura.

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  • Tortelli amari all’erba San Pietro (balsamita major). Tortelli tipicamente nostrani, ripieni con un’erba spontanea chiamata S. Pietro, fresca e unica nel suo genere.

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  • Bollito misto alla cremonese con salsa verde e mostarda. Dal celebre brodo cremonese, uno e trino, nacque il bollito.

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Il tutto è falso e l’eclissi totale dello stile

16 febbraio 2019
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Molte sono le ostriche, ma le perle sono rare.

Orson Welles, da F for Fake

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Il tutto è falso e l’eclissi totale dello stile

Gli accadimenti di cronaca di tanto in tanto ci informano nostro malgrado, circa i casi di contraffazione alimentare o sofisticazione del cibo e del vino. Vedi il fatto eclatante di questi giorni che dopo complesse indagini si rintracciano i contraffattori dell’etichetta Tignanello, celebrato marchio della Marchesi Antinori Spa.

I truffatori vendevano vino da tavola di prezzo, spacciandolo per vino pregiato arrivando a produrre e vendere, a quanto pare, 11 mila bottiglie di falso Tignanello sia in Italia che all’estero, per un utile illecito di circa 2 milioni di euro. Un refuso tecnico sulla scritta in fronte etichetta adulterata: altidudine anziché altitudine, identificava il segno di riconoscimento del Tignanello doppione.La-banda-degli-onesti-

Quanto più forte è la richiesta del mercato, tanto maggiore è la celebrazione che si fa di un bene percepito come esclusivo, più saranno le occasioni che quel medesimo bene possa essere riprodotto in serie con l’inganno a scopi di fregatura commerciale. Allo stesso tempo sappiamo tutti senza infingimenti, che i grandi marchi del lusso diffusi su tutto il pianeta, i brand della moda, i loghi dell’alta tecnologia che reputiamo “autentici”, sono in verità ricalcati, imitati, taroccati, moltiplicati a loro volta nei luoghi più sventurati a basso costo di manovalanza spesso sfruttata, con tassazioni favorevoli, le materie prime di seconda, terza, quarta, ultima scelta. Il confronto rispetto alle matrici “originali” si confonde talmente tanto, da mescolare l’autentico all’artefatto con una tale ambiguità tipica della nostra epoca alterata già dall’origine, che alla fine della fiera, e della filiera, non si capisce più chi o cosa possa veramente far fede sulla discriminazione tra le copie fasulle e l’originale. Argomentazione valida a maggior ragione in ambito alimentare non soltanto nei mercati dell’arte, della moda, del lusso dove si trovano non solo i prodotti adulterati ma anche gli stessi certificati che dovrebbero identificarne l’autenticità. Certificazioni e certificati che possono con facilità risultare altrettanto falsati a loro volta, connessi in un perverso gioco di specchi illusionistici dove si smarrisce qualsiasi percezione del prima, dell’adesso e del dopo. Il falso dell’autentico? L’autentico del falso?

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Ora, lo raccolgo solo come un pretesto per ragionare a voce alta, a prescindere dal Tignanello che non ne bevo più da anni, tanto l’autentico figuriamoci lo spurio. Ma senza entrare nel merito penale della frode che evidentemente pertiene i N. A. S., gli esperti di anti-contraffazione, la cosa che più suscita il mio interesse, per non dire la mia rabbia, è l’insidia strisciante del falso e dell’autentico. Tema assai diabolico quest’ultimo, cioè del vero e dell’inautentico, che fa rimbombare come ghigni perfidi nell’ombra, abissali termini ontologici di risonanza heideggeriana via Eraclito, Parmenide, Nietzsche, Hölderlin.

Soprattutto trovo che sia urgente, a beneficio prioritario del consumatore finale, far luce una volta per sempre sulla linea di confine assai labile tra la manipolazione di un prodotto e la sua intrinseca trasfigurazione pubblicitaria. Mistificazioni perpetrate con subdola premeditazione dagli uffici marketing in combutta con il fior fiore degli studi d’azzeccagarbugli legali. Frode percepita e frode perpetrata. Messaggi promozionali fittizi, prodotti finiti e ingredienti finti che traboccano d’ambivalenza sia nella forma che nella sostanza.Unknown-4

Se provassimo a setacciare il mare radioattivo della Rete in cerca di perle, troppi sarebbero i gusci vuoti d’ostrica che dovremmo scartare, ritrovandoci alla fin fine con un pugno di merdose mosche morte in mano, altro che le perle!

Un messaggio pubblicitario ingannevole è l’anticamera della frode. Non se ne esce. La pubblicità, di qualunque prodotto, servizio o merce, contiene dentro di sé, in nuce, l’inganno – accattivante, fascinoso, conturbante, natalizio, geniale, piacione quanto volete – ma pur sempre inganno, ovvero raggiro terroristico – bieco terrorismo psicologico – al solo scopo menzognero di rivendere molto più e meglio quello stesso prodotto esclusivo, quel bene di consumo quotidiano, quel servizio particolare o quella merce a larga diffusione.fake

Se un’acqua commerciale è detta arbitrariamente della salute; se una poltiglia di simil-tonno da supermercato viene con mendacia spacciata per tonno pescato a canna; se il logo fintamente agreste di un mulino è stato costruito dai maghi della pubblicità al solo fine di nascondere fabbriconi d’additivi e subdoli conservanti alimentari; se basta una fighetta anemica con la cassetta carica d’uva fasulla in spalla ad intortare i consumatori creduloni che quello è un “vino genuino ben protetto e per tutti i giorni“… allora è palese che dall’espediente propagandistico alla truffa vera e propria il passo è molto più che breve ed è forse proprio questo quello che ci meritiamo tutti in termini evolutivi (involutivi?), visto che siamo tanti inadeguati allocchi, degli scimpanzé tormentati ma fin troppo permissivi con gli sciacallacci della propaganda a mano armata che ci perseguitano dalla culla alla fossa.federico-zeri-cose-un-falso-e-altre-conversazioni-sullarte-9788830432413-3-300x451

Il raffinatissimo storico dell’arte Federico Zeri affermava che per quanto un falsario sia talentuoso ad imitare nei minimi dettagli un’opera d’arte, non sarà mai in grado di falsificare lo stile. Stile che, aggiungerei, riguarda l’unicità irriproducibile, lo spessore spirituale, la voce interiore, la visione individuale, l’impronta inimitabile dell’artigiano e dell’artista, custodi di verità, profondità, bellezza.

Ecco, sembrerò il solito rompipalle disfattista da due soldi, ma viviamo probabilmente in un’epoca a cui non è rimasto neppure più una cazzo di briciola di stile. Perciò, eclissati per sempre lo stile, l’unicità, la visione, poco importa allora il riconoscere distinzione alcuna tra il falso e l’autentico. Appurato infine che ogni cosa vivente o inanimata, ogni genoma e persona è indifferentemente riproducibile in laboratorio, verifichiamo con dolore dunque sulla nostra stessa pelle, giorno per giorno, quanto cantava Gaber nelle parole composte assieme a Sandro Luporini, parole amare eppure profetiche: il tutto è falso, il falso è tutto.rocchetta-acqua-salute

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Zibibbo passito di Pantiḍḍṛaría

4 febbraio 2019
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Zibibbo passito di Pantiḍḍṛaría

Uva passa di zibibbo,

ogni acino è un giorno d’inverno.

Un chicco è un giorno, un giorno

un chicco. Crocchiano

i vinaccioli al palato, abbrustoliti

al sole della scorsa estate.

La polpa zuccherosa è lava

di buccia purissima,

incastonata in una bacca

a grinze irregolari, d’ambra.

Uva di Zibibbo passita

dai raggi lunari, a Khamma.

Ogni acino è un giorno:

un acino, un giorno

che striscia via fino a quando

non c’è solo che il raspo

dell’Inverno. Rinsecchito…

e già tra i denti gemma

la Primavera, ancora prima

che sull’epica degli alberelli

di Pantelleria, striscianti.
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Divagazioni intorno a un fondo di Rairon 2007

2 febbraio 2019
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Divagazioni intorno a un fondo di Rairon 2007

Celebrazione non reazionaria della civiltà contadina. Il vino senza tempo dell’Eugè in Oltrepò.

Il vino, fuori della civiltà contadina, vale meno di niente! È veleno addizionato di zucchero. È miele inacidito. È lardo rancido. È latte avariato. È un succo aspro, secco, indigeribile.

A proposito di vini che dell’ossidazione se ne sbattono altamente le palle. Vini cioè che non temono il degrado causato dal contatto con l’ossigeno proprio perché sono vini connaturati d’ossigeno. Vini assuefatti ovvero temprati e fusi all’aria viva già all’origine fin dalle delicate fasi pre-fermentative, andando avanti, severi e sdegnosi, per tutto il processo di fermentazione, affinamento, vetro. Vini che assumono quasi la scontrosa fierezza, la sicurezza di sé di un gentiluomo di campagna. Ecco, questa bottiglia di Rairon 2007 Podere il Santo a Rivanazzano in provincia di Pavia, è stata aperta il 27 dicembre scorso a pranzo.

Oggi, 2 febbraio 2019, dopo 37 giorni che l’avevo imboscata in un angolino fresco della cucina, la ristappo e ne scolo le ultime due dita rimaste, masticandone con avidità tra lingua e palato. Ciucciandone anche un po’ dei residui pulviscolari gustosi di humus, depositati al fondo del bicchiere. Accompagno i sorsi dell’Uva Rara per la gran parte in assemblaggio a una minore percentuale di Barbera, con qualche mozzico della pizza rustica casalinga ai broccoletti, ricetta della nonna materna.image1 5

Eugenio Barbieri, l’Eugè, è un vignaiolo dal rigore antico. Maniacale quasi fino all’ossessione. Perfezionista imperterrito. Intransigente innanzitutto con se stesso. Rispettoso all’estremo del contesto rurale atavico a cui è ben consapevole di appartenere in Oltrepò. Pure se nello sguardo scintilla, a tratti, una dolceamarezza atavica, anch’essa. Un lampo lontano di dolore, di fatiche, di gioie, d’intensità, di nostalgie azzurrine. Un luccichio d’ombre che testimonia, inesorabile, il tramonto della civiltà contadina. Pacato ma definitivo tramonto ahimè, nonostante in questo vino ho voluto riscontrarci senza forzature il respiro vivido, le freschezze di un’aurora primaverile indovinata tra gl’intrichi dei rami, rovi e fogliame in un bosco fitto. 

Evviva la civiltà contadina. Evviva l’Eugè, vignaiolo e uomo ben più raro della stessa fiammella d’uva da lui accudita così come si proteggerebbe un sacro fuoco, il fuoco sacro della concentrazione interiore.

Contro il viaggio. Lamentazione in lutto dell’identità.

12 gennaio 2019
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Us (us, us, us, us) and them (them, them, them, them)
And after all we’re only ordinary men

Pink Floyd

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Contro il viaggio. Lamentazione in lutto dell’identità

Più viaggio, più ritrovo città e paesi sempre più indistinti. Uguali a se stessi. Azzerati nelle differenze umane. Immiseriti delle identità comunali. Derubati delle tipicità civiche. Azzerati, immiseriti, derubati, da chi altri se non da noi stessi in carne ed ossa? Esattamente NOI, i barbari di noi stessi, i vandali del degrado in casa nostra come diceva qualcun’altro. L’esatto opposto del genius loci che equivale all’ottusità dappertutto. Cioè l’idiozia dovunque che non siamo diventati altro.

238598f191f23a54fd479b2c50e28fb5Tempo fa, sempre vagabondo in Sicilia, ingozzato da un arancino (arancina) tra il teatro greco-romano antico e un crocevia di palazzine semi-abusive, mi ero posto una domanda agonizzante a bruciapelo… sullo stomaco.
Qual è la ragione, perché c’è una ragione, che nei posti più belli d’Italia: Taormina, Capri, Venezia, Firenze, Siena, Sorrento… è tutto un tripudio terrificante di ristorantini pacchianissimi, caffetterie kitsch, bistrot improbabili, pizzerie fosforescenti, prodotti tipici fasulli, alberghi 5 Stelle naif vista fogna-mare?
Risposte quali: “la legge del mercato” e “il turismo in massa”, erano già implicite nella domanda. Quindi? 

5710f598f963af9cc50b5646aa53f2bcGli stessi caffè atroci ovunque. Le solite gelaterie dai semilavorati di polistirolo. I forni col pane al cellophane. I gruppi bancari grigi. Le agenzie immobiliari inquietanti, agenzie funeree senza dubbio più inquietanti ancora di quelle funebri o delle compagnie d’assicurazioni. Piazze pubbliche, palazzi storici, corsi principali tramutati in pisciatoi d’uomini, donne e bambini che entrano ed escono da mutanderie a schiera. Giocattolifici assortiti. Raccapriccianti Burger King della minchia. Profummerderie senza fine.

Paesi e strapaesi che sono sempre meno autentici. Borghi che sempre più assumono le sembianze mostruose di monocordi centri commerciali. Città e stracittà le cui strade non si differenziano in niente dai corridoi coi negozi alla moda e i duty-freefree un pezzo di cazzo – dentro ai Terminal negli aereoporti che poi è un unico Aeroporto-Monolito mentre azzanna, ingloba, fagocita, scagazza tutto il mondo. Aereoporto-mondo senza scappatoia da cui ognuno di noi viaggia triste e solitario anche se a gruppi, con destinazione di sola andata verso l’imbecillità elefantiaca irreversibile della specie d’appartenenza.83020cfca66f9814814627e0e96d0fb3

Più viaggio per il mondo più mi convinco dell’inutilità di viaggiare. Meglio restarsene ognuno alle fottute case proprie. La TV possibilmente scaraventata di sotto dal piano più alto di un palazzaccio di quartiere della vostra cittadina inautentica o dal vostro paesino merdoso; una vale l’altro tanto oramai paesi, periferie e città sono talmente irriconoscibili eppure identici tra loro essendo diventati tutti la copia squallida sputata di un Mall asiatico. Ma sì, restarsene tranquilli a casa in silenzio dentro al letto. Casomai rapiti in un perenne viaggio spirituale. Sperduti con gioia allucinata in un volo immaginario lontano. Avventurarsi nella lettura inesauribile della vita. Lettura non di evasione sia chiaro, ma lettura di ritorno a casa nella fuga incessante dentro di sé. Lettura d’infinite vertigini, smarrendosi in un viaggio senza meta o senza scopo, ma senz’altro un viaggio più elettrizzante di qualsiasi altro viaggio fatto in treno o in aereo. Una peregrinazione della fantasia più reale e proficua della stessa realtà. Un fuggifuggi dal tedio dell’ovvietà, intrecciato sulle trame, sui personaggi, sui contesti storici, sulle atmosfere di un romanziere russo o sui libri di qualche grande mente illuminata le cui pagine ci trasportano nello spazio e nel tempo in piena libertà fuori di noi, al di là dei nostri simili per farci comprendere – forse chissà – qualcosa in meglio o in peggio di noi stessi e degli altri.05670bc4caa7cdcdfa65a61a2e2b3c34

Omologazione sociale a badilate. Cattivo gusto predominante notte-giorno per tutte e quattro le stagioni, a ciclo continuo. Perbenismo della fattura più bieca. Società dello spettacolo grottesco in cui applaudiamo al Vuoto Universale. Intrattenimento per le palle al cinema, a teatro, in libreria, al ristorante. Futilità urbanistica a perdita d’occhio. Piattume alimentare a spron battuto. Menu turistici a prezzi fissi. Mediocrità architettonica a trecentosessanta gradi. Vuotezza culturale cosmica. Cialtroneria di massa. Falsificazioni industriali con la pala. Zero spaccato d’identità. Il niente assoluto d’autentico, di sostanzioso o quantomeno di verace da nessun orizzonte. E poi pretendiamo pure ritrovare ancora il vino genuino alle radici della sua autenticità contadina? Ci gonfiamo i polmoni con il terroir, con la mineralità, con la geologia, con la toponomastica dei vigneti? Con l’ampelografia. Il vino vero. La vigna incontaminata. Il cibo di una volta. Le fermentazioni spontanee. Puah! Il pane a lievitazione naturale e pasta madre. Il pane con le farine da grani antichi. Il pane cotto al forno a legna. Stronzate da tromboni sfiatati. Automenzogne. Patetiche illusioni. Cazzatacce senza speranza.51dc1312ccbc83deb68f96c7633862b5

Quando ormai viaggiare è solo un miserabile schifo. Altro che Quando viaggiare era un piacere. Scriveva il grande Evelyn Waugh:

A volte sento il passato e il futuro premere implacabili da entrambi i lati che non trovo più spazio per il presente.

labels-evelyn-waugh-travel-book-191x300Più viaggiamo nel dozzinale presente e meno ci arricchiamo d’esperienze, d’incontri esaltanti, di paesaggi luminosi. Di dignità.

Più si procede sulle rotte dell’ordinarietà, più si viaggia nell’odierna bruttura umana e ambientale, più si constata sulla propria pelle – è un’equazione matematica quasi infallibile – che tutto quanto ci viene incontro in viaggio o quello a cui siamo costretti a scontrarci viaggiando, non è altro se non una gigantesca, omologante, illusionistica cagata pazzesca. Un’offensiva giostra dell’orrore (una baraonda dell’errore). Un maldestro, deludente circo delle vanità. Una sagra di maledetti luoghi comuni che più comuni e maledetti non si può. Un teatrino osceno che ci ha reso tutti più asettici, funesti e coglioni. Una disumana farsa fatta di andate/ritorni da e per nessun luogo. Un’altalena spezzata in cui siamo al contempo la parte oltraggiata e quella che oltraggia.

Palermo, 12 gennaio 2019

 

 

Il falso mito della vera qualità

24 dicembre 2018
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Forse qualcosa c’è, anche se è poco più dello zero.

Anageto, matematico presofista

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Il falso mito della vera qualità

Per toccare con mano la schizofrenia irrefrenabile dei tempi in cui viviamo basta sfogliare una rivista che pur trattando con una certa serietà editoriale di informazioni internazionali, dissemina tra una pagina e l’altra inserti pubblicitari che talvolta contraddicono palesemente al senso dei contenuti. È la dura lex del mercato che assicura – assicura economicamente parlando dico – la trasmissione del sapere. È il paradosso delle mezze verità che permettono – grazie all’arbitrio dei padri-padroni delle notizie – il viavai delle informazioni su carta, in digitale, per radio o in TV, proprio grazie a quegli sponsor commerciali senza i quali anche questa rivista da cui traggo buoni stimoli intellettuali e informazioni utili, chiuderebbe all’istante. 

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Eppure tutto ciò è atroce! Qualche volta anche grottesco se non addirittura illuminante, notare tanta marchiana stridenza come nel caso d’inserti pubblicitari che invitano a sbevazzare spumanti temibili, bevande alcoliche di dubbio gusto e altri vinacci dal farlocco valore artigianale reperibili in GDO, cioè al supermercato, a cui segue, o precede, l’inserto di un medicinale contro il mal di testa, sponsor pubblicitario sicuro benché poco rassicurante della casa farmaceutica finanziatrice dello stesso spazio in vendita al miglior offerente.

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Se provassimo con De Saussure a fare uno smontaggio semiologico del sistema di segni linguistici incrostati nella brutta pubblicità di un prosecco anemico presa nel mazzo del settimanale che stiamo leggendo, verrebbe fuori che parole chiave quali:

*raccolto a mano*

*passione*

*millesimato*

*tradizione*

*qualità*

*filiera*

*sublime*

diventano immediatamente parole svuotate del loro senso originario. Parole castrate a sangue. Parole depotenziate per mettere in scena “rappresentazioni collettive” inautentiche di un prodotto falsificato dai pubblicitari quando non è addirittura snaturato all’origine da chi quel prodotto alimentare lo fa e lo introduce sul mercato.

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Una sorta di magia nera applicata dagli stregoni del marketing per cui può apparire tanto sublime, della tradizione etc. anche un croissantaccio congelato per essere poi rigenerato all’Autogrill di turno o al Bar dello Sport del paese, quanto un panettone tradizionale d’alta pasticceria venduto a caro prezzo per giustificare i costi degl’ingredienti ricercati e le fatiche di un lavoro d’artigianato scrupoloso, quando è plausibile anche se molte volte è incerto che sia così, tutto da verificare, pure se le etichette tra le righe, possono darci qualche controindicazione di massima se solo imparassimo a leggerle.

Artigianale, ecco a proposito un’altra ricorrente parola chiave con cui fare i conti in questi tempi di falsificazione d’ogni nome, cosa e persona. Il tutto a svantaggio del consumatore finale che subissato da tanto fumo negli occhi d’illusionismo “a parole”, non ha più alcuna certezza, resta acefalo, vaga confuso, privo della cognizione critica che dovrebbe stimolarlo a riconoscere il raccolto a mano dal raccolto a macchina, ovvero espropriato malamente della capacità di distinguere il vero dal falso, offuscato com’è dalla ragnatela di mistificazioni appiccicose che s’insidiano con viscidezza inestirpabile dietro la facciata della presunta passione e della autocertificata ma pur sempre inattendibile qualità.

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Dal profumo di Stercus alle puzze nel vino

12 dicembre 2018
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Il buon naso è come l’oratore: si fa. Il buon orecchio è come il poeta: nasce.

Lorenzo Magalotti

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Dal profumo di Stercus alle puzze nel vino

È un profumo esclusivo, si chiama Stercus. La puzza fragrante della vita! Chi o cosa stabilisce l’esclusività di un prodotto? Le leggi di mercato? Il suo prezzo? Lo slogan pubblicitario “esclusivo”, autoreferenziale (autocertificato) a chiacchiere ma tutto da dimostrare nei fatti?

<<Non esiste un odore buono o uno cattivo. Proprio come non esistono persone belle o brutte. È tutto soggettivo. Io vivo di odori che la gente pensa siano cattivi e li prendo, li giro, li faccio miei (…) Quello che importa è il contrasto, la bellezza sta nel mettere insieme il rifiuto con l’attraente.>>

48355051_1943330282448178_5115368872022638592_nIl profumiere è un Naso matto e anarchico, dalla macelleria dei genitori alla gavetta in Bayer, alla creazione indipendente di fragranze di lusso. Alessandro Gualtieri il suo nome. Stercus invece il nome di un suo profumo della linea Orto Parisi che comprende anche Seminalis o Boccanera, sostanze odorose dall’oscura connotazione erotica che sembrano stimolare l’attrazione fisica, la sensualità promiscua tra maschi e femminie. È solo marketing sensoriale o facile provocazione modaiola? È monetizzazione cosmetica à la page? È glamour di lusso a costi di nicchia? È merce fashion tra tante altre merci prive di sex appeal?

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In Orto Parisi il corpo è vissuto come un giardino

i cui odori sono il vero specchio della sua anima.

Con il suo Stercus dalle fragranze muschiate, Gualtieri apre però i nostri sensi, ci spalanca la mente indicandoci una possibile prospettiva alla sostanza odorosa di un mondo sempre più grigio, inodore, un mondo olfattivamente anonimo. Il punto di fuga nasale alla natura tanto corporea quanto metafisica dei profumi.

<<Le parti del corpo che hanno più odore sono quelle in cui viene raccolta più anima. I forti odori ci sono diventati sgradevoli, perché l’eccesso di anima è intollerabile nella misura in cui la nostra innata “animalità” viene repressa e spezzata dalla civiltà.>>

Così, con queste immagini tratte dal Manifesto di un profumiere geniale, vorrei poter suggerire con le stesse parole, la presenza sul mercato di determinati vini dagli odori più animaleschi definiti “intollerabili” da tanto accademismo trombone, da troppa enologia convenzionalotta ingessata che alla fin fine pur ammantandosi di scientificità e tecnologia a servizio dei produttori e dei consumatori, tuttavia si limita squallidamente ad operare come informatrice farmaceutica per le aziende agricole, sommergendo il comparto gastroeconomico di vini piatti, vini noiosi, vini tutti uguali a se stessi, vini “improfumati” d’aria fritta, vini pluripremiati ma vini senz’anima.

IMG_4098Alcune puzzette derivate dalla fermentazione spontanea dell’uva – che non implica per forza di cose ingenuità, paraculaggine o lassismo – possono essere travolgenti nel vino umano. Puzzette viscerali in quei vini genuini realizzati cioè con una profonda ma anche pratica visione d’insieme che parte dall’accuratezza artigiana dei lavori in vigna e arriva alla gestione tecnica ma non abusiva della cantina. Certe emanazioni olfattive sono umori carnali che contengono in sé – ed è proprio questo a renderli non replicabili quindi sublimi – un eccesso di “anima” sempre in lotta contro la “civiltà” omologante in cui annaspiamo che tende malevola all’addomesticazione dei nostri sensi liberi e libertari. Ma a questo punto, che cos’è l’anima? L’anima di un profumo, l’anima di un vino che non sia inevitabilmente venduta al diavolo delle mode, all’inferno del commercio dove un prodotto a smercio vale l’altro?

IMG_4099Dovrebbe apparire a tutti ovvio che non si ricrea l’anima di un profumo secondo un ricettario industriale prestabilito, così come non si ritroverà mai anima alcuna in vini seriali riprodotti a milioni di bottiglie in batteria che seguano alla lettera uno schematico quanto sterile protocollo enologico.

Proprio contro questa nostra fasulla civiltà alimentare del gusto artefatto che eccede con aromi di sintesi, abusa in additivi, strapazza in essenze dolcificate da edulcoranti di laboratorio, una fragranza quale Stercus più che imbottigliarla in una fiaschetta ci stimola febbrilmente a ricercarla questa sostanza immaginaria, questa quintessenza liquida, quest’anima sognante delle cose. Ci suggerisce insomma che può esserci, da qualche parte dentro o fuori di noi, un’anima eterea del mondo. Talvolta un’anima d’uva fermentata, addensata in una bottiglia di vino, liberatoria. L’anima distillata, l’anima vaporizzata di un profumo vibrante fatto di “puzze” umane e umori carnali. La puzza fragrante della vita vissuta al minimo dei condizionamenti e dei pregiudizi imposti dall’alto, nella piena consapevolezza dei nostri sensi spregiudicati, i nostri sensi sprigionati dal basso di quel fascio di neuroni elettrici che altro non siamo.

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Il migliore dei vini, nel peggiore dei mondi possibili

21 novembre 2018
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Il migliore dei vini, nel peggiore dei mondi possibili
[Note a margine su Wine Spectator Top 100 e alcuni appunti di degustazione sul Sassicaia 2015 “miglior vino del mondo”. 
Dove auspico – ad abuso e consumo di chi legge – un ritorno al vino anarchico, al vino libertario, al vino liberato dalle infernali catene dei premi, delle guide e delle classifiche.]
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“Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso?”
Voltaire, Candido
Antefatto
Persi come siamo nel peggior mondo possibile, ragionando di gusto – gusto estetico, gusto gastronomico, gusto morale – è un mondo sempre più omologato. Pensando poi ai vini globalizzati non abbiamo più possibilità alcuna di distinguere il meglio dal peggio, il falso dall’autentico, il buono dal cattivo, poiché quasi ogni cosa e persona è appiattita su una zona grigia, incontenibile, onnicomprensiva che tende a uniformare tutto e tutti: prodotti, produttori, rivenditori, consumatori.
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Non vorrei sembrare troppo irriverente, apocalittico, caustico o altezzoso ma l’argomentazione che Wine Spectator veicoli e assicuri la qualità del vino italiano nel mondo strombettando cosa, come, dove, perchéchi o quale sia il miglior vino al mondo, francamente mi puzza di bla bla bla mediatico oltretutto rivelando un tipico senso d’inferiorità nostrano nei confronti del Fucking Dollar e dell’American Bullshit Dream.
Sarà che “il migliore del mondo… la più bella dell’universo… il primo della classe…” sono classificazioni mentali sottosviluppate, riduzionismi da trogloditi, schemi classificatori infantili che m’hanno sempre fatto cagare al cazzo fin da bambino, figuriamoci da adulto, a maggior ragione se poi è un Magazine yankee di bevande mainstream a base alcolica, a decretare urbi et orbi, il vino numero 1 al mondo.
Populismo e destra estrema spopolano ovunque. A quanto pare tuttavia (vedi le ultime elezioni di Bolsonaro in Brasile) l’era digitale grazie a Internet, catalizzatore prodigioso d’informazione, è di controcanto anche l’era dell’ignoranza abissale, l’età dell’oblio più totale che con sé fermenta odio, ottusità, razzismo, guerre tra poveri, intolleranza, chiusura mentale, imbarbarimento iper-connesso… Mala tempora currunt.
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Con questo però non voglio negare la possibilità residuale, come rileva puntualmente il caro amico Fabio Pracchia (Slow Wine), che possa esserci in corso d’opera, nell’impostazione editoriale della onnipervasiva Wine Spectator: “un cambio di prospettiva che una rivista mainstream come quella americana, di una popolarità e un’incisività nel mercato americano senza paragoni, potrebbe finalmente avere raggiunto.
Certo è pur vero però che una roba come il fitness tra le vigne con il personal wine trainer di turno, così leggevamo alcuni giorni fa su un quotidiano nazionale, è un preciso campanello d’allarme che lascia ben poco sperare sulla trumpizzazione delirante (leggi yankeezzazione) che sta avvenendo non solo nella sfera politica e sociale del mondo ma anche nel comparto vino.
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Senza entrare nel merito di quale,  chi, perchédove, come, cosa, trovo sconcertante che malgrado ci ritroviamo in quanto specie umana per costituzione genetica – immeritatamente a quanto pare – un potenziale intellettivo di incredibile complessità creativa che ci ha portato l’Etica di Spinoza, la teoria della Relatività di Einstein, i Quartetti di Beethoven, la Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, la Tavola Periodica di Mendeleev… ecco, nonostante tanta intelligenza luminosa insomma, tanta profondità spirituale, tanto acume filosofico-scientifico, eppure siamo tutti o quasi, qua in balia di un’ottusità cerebrale planetaria, rappresentati da politici imbarazzanti, inondati da classifiche vergognose, dominati dalla più bieca mediocrità, prede inermi di becere bufale e fake news, ridotti a ragionare col culo acefalo invece che con l’intelletto innervato dal giusto spirito (auto)critico.
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Sarà che è meno faticoso pensare in termini di “il migliore del mondo” piuttosto che chiedersi in sostanza “cos’è migliore?” Ma perché poi siamo così certi ci sia un mondo? Non ce ne saranno piuttosto innumerevoli di mondi – un mondo per ogni singolo individuo che dica: Io – e potenzialmente ognuno peggiore, migliore o diverso sia da se stesso che dagli altri? O non dovremmo piuttosto preoccuparci di divenire noi migliori rispetto a noi stessi, così che di conseguenza anche il vino, la ristorazione, l’arte, la scienza, la letteratura, la società, la politica, l’economia diventino migliori a loro volta, migliorando noi medesimi e il mondo in cui viviamo, il mondo che siamo?
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Svolgimento
In comparazione ad altri stramaturi e sgradevolmente ruffiani Supertuscan, devo comunque ammettere che questo Sassicaia 2015 – sempre contestualizzato per ragioni di bottega nella sua categoria dei vini iper-controllati che non suscitano affatto la mia commozione ed empatia – ha un suo ben congegnato equilibrio di forze interne: acidità balsamica in antitesi con le sovra-estrazioni tipiche della categoria (forse il frutto artatamente un po’ acerbo), sottile filigrana dei tannini in buon equilibrio, affinamenti gestiti con cognizioni di causa, aspetti questi ultimi per nulla scontati. Dunque un vino non proprio concentrato come suol immaginarsi, non troppo tostato, niente affatto denso, speziatone o marmellatoso ovvero furbescamente indulgente al fantomatico gusto internazionale. Un vino abbastanza asciutto e sobrio il giusto – purtroppo a non essere sobrie ahimè ma assai vanagloriose, autoreferenziali, patinate, kitsch, sono state le classifiche dei Top 100 wines di WS, da sempre!
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Un vino di strutturata tecnica enologica infine come ce ne sono tanti altri molto ben costruiti eppure meno blasonati sul mercato provenienti da tutte le regioni d’Italia a prezzi sicuramente più accessibili, ma si sa le liste, tanto competitive quanto fatue, hanno bisogno di vincitori imbellettati e finto-chic, a maggior ragione in un mondo del gusto enoico – gusto estetico, gusto gastronomico, gusto etico – un mondo aggressivamente sciatto senz’altro peggiore più che migliore, destinato a quanto sembra, al fallimento dell’estetica, della morale, della viticoltura, della cucina, della civiltà, dell’agricoltura, dell’urbanistica… basterebbe semplicemente guardarsi attorno – guardarsi dentro – con gli occhi “candidi” di Voltaire.
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Epilogo
Ritorno a bere la mia bella e buona Ribolla Gialla da macerazioni lunghe; la Vitovska lucente del Carso; il Lambrusco di Sorbara rifermentato in bottiglia; il Barbacarlo; la Barbera del Monferrato; il Grignolino sfuso; il Dolcetto d’Ovada; la Freisa mossa; il Gattinara; il Ciliegiolo maremmano; il Trebbiano Spoletino; lo Zibibbo di Pantelleria da botti scolme; il Marsala pre-British; la Vernaccia d’Oristano; la Malvasia di Bosa; il Gaglioppo degli amici di Cirò; la Malvasia di Candia Aromatica vinificata in rosso e spumantizzata; l’Ansonaco ambrato, succulento e senza tempo, il miglior vino nel microcosmo viticolo all’Isola del Giglio custodito gelosamente in pochi bottiglioni senza etichette nella cava di Scipione a Giglio Castello…38612384_2228863320675222_8712631718768541696_n
Ritorno cioè a bere quei vini nudi e crudi elegantemente genuini, popolani, anarchici, a misura umana, orgoglio d’un’Italia più sostanziosa, taciturna, libertaria e appartata. Un’Italia che restando alle copertine pacchianotte di Wine Spectator apparirebbe non esserci più, ma che a ben cercare è un’Italia che ancora esiste, persiste e resiste.
Ritorno a tracannare quei vini che non hanno bisogno di essere approvati nella grossolana Disneyland del Global Market per essere freneticamente riconosciuti migliori, pregiati o superiori da una qualche pseudo-autorevole rivista che alla fin fine si riduce a fare da messaggio pubblicitario e da sponsor mercantile per un comparto (tanto l’Ho.Re.Ca che la GDO) ormai sempre più pidocchioso e del tutto insensato oltre che schizofrenico, dissociato tra impatto ambientale, monocoltura selvaggia, insostenibilità economica, export affannoso, dumping, concorrenza sleale, grey market, tentata vendita etc. Un settore angosciante e velleitario quello del vino detto pretenziosamente “di qualità”, che così come è impostato si troverebbe alla canna del gas se non s’arrabattasse puttanescamente a cercare uno sfogo commerciale sui vari marciapiedi d’America e d’Asia… finché dura.
Ritorno quindi coscienziosamente a bere il vino solitario, al di là di ogni etichetta titolata. Il vino lontano dai riflettori della frivolezza. Il vino che possa eventualmente migliorare la mia parziale visione del mondo, di modo che con essa anche io possa in qualche modo riuscire, chissà, a migliorare un po’ assieme ad alcuni altri e in sintonia a una qualche altra parte del mondo in cui sono, del mondo che sono38701212_2228863317341889_9099041392289644544_n
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Antonino Leto, macchiaiolo d’un mare che non c’è più

28 ottobre 2018
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Per lui, a un certo punto, tutta la vita prese il colore di una verità invariabile, fissa, in modo che meglio la bellezza potesse coincidere con lo stupore religioso che si prova davanti alle manifestazioni della natura. Questo era il suo realismo, il suo coraggio di guardare alla vita con occhio sereno, impietosito, privo di illusioni, incurante di consolazioni. 

A. Parronchi, La visione realistica di Fattori, “L’Approdo letterario”

Alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo una intensa retrospettiva dedicata ad Antonino Leto, macchiaiolo del mare.

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Questa Casa di Anacapri (1882) è la casa dove vorrei esistere per sempre. Fuso nel dipinto. Connaturato al microcosmo vegetale della tela. Diluito alla temperatura della sola luce vera – la Luce Mediterranea – sintesi fiammante di dolore, di serena quiete e di dolcezze amare.

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Allora a proposito di questi luminosi paesaggi marini di Antonino Leto in mostra alla GAM di Palermo, il sentimento più disperato che sembrano tramandare a noi oggi in controluce, è una pena logorante, uno sdegno represso in forma di dipinto per qualcosa che poteva essere e non è stato. La nostalgia ingannevole per qualcosa che non sarà mai più o che forse non fu mai come l’immaginiamo noi ora con gli occhi del presente, un presente che alla fin fine è sempre troppo sleale nei confronti del passato cioè tanto meschinello a paragone del futuro.

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Simbolo angosciosamente significativo, presagio tragico rovesciato è La Mattanza a Favignana (1881-1887), dove gli uomini sono intenti a infiocinare i tonni in un ribollire di sangue e d’acqua salata. Quella stessa acqua di mare che oggi è inesorabilmente desertificata dai tonni mentre gli uomini sono sempre più infiocinati dalla mattanza autodistruttiva della devastazione ambientale volontaria e dall’inquinamento industriale che con una mano porta benessere o progresso apparenti, ma con due mani ci ha affossato in un pantano mobile di merdaccia chimica pre e post-digestione. Benessere o progresso apparenti che pur di sfamarci tutti ci ha infamato implacabilmente la dignità di vivere, respirare, fottere, mangiare, bere il giusto ma bene.

Antonino Leto, nato a Monreale il 14 giugno 1844 morirà a Capri il 31 maggio 1913, in estreme condizioni di povertà.

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Questi di Leto sono dei quadri rivelatori della nostra coscienza sporca che poi ci ha sporcato la vita tutta intera; quella vita biologica, psichica, sociale, politica, morale, economica, culturale, gastronomica, emotiva e sentimentale, una vita in buona sostanza falsa e colpevole che pretendiamo, con la goffaggine dei sopravvissuti alla Grande Noia contemporanea, essere invece autentica e innocente.

Infine, queste tele ci appaiono quali miraggi cromatici, raffigurazioni di nodi in gola attorcigliati ai profumi lontani, inestricabili dai sapori perduti per sempre di quando l’Italia non era ancora quella pattumiera ributtante abbandonata a se stessa nella discarica a cielo aperto del Mediterraneo.IMG_204962fba477-64e5-4dbe-832e-a49eb61db497

 

Palermo/Taormina 27-28 ottobre 2018