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Genealogie d’Oggi

Fotografie del vecchio mondo nuovo

3 novembre 2020
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Fotografie del vecchio mondo nuovo

Credo non sia mai uscita una versione di questo film nel nostro paese, ad ogni modo fino a ieri sera non avevo né sentito parlare né mai visto Pictures of the Old World (Obrazy starého sveta) di  Dušan Hanák, documentario slovacco del 1972 girato tra i sobborghi e i villaggi dei monti Tatra nelle regioni di Liptov e Orava. Questo vecchio film di Hanák in tutto il suo doloroso immaginario sull’umanità trascurata, brulicante ai bordi della civilizzazione e del progresso tecnologico, sarà apprezzato da molti, non solo da cinefili barbosi e autoreferenziali, come una singolare scoperta del cinema documentaristico dell’Europa orientale.

A distanza di quasi 50 anni dalla sua realizzazione è bello venir stimolati ancora da qualcosa di vecchio che tuttavia riesca a suscitare al presente un gioioso sentimento di novità. Un libro mai letto, un film mai visto, una musica mai ascoltata del passato in fondo sono come scintille di futuro che alimentano il fuoco necessario della curiosità sulle vite altrui, alla presenza attuale del nostro leggere vedere ascoltare il mondo. La potenza spontanea, l’espressività poetica/patetica, la crudezza naïf di questo film germogliano nell’aspro bianco e nero intonato alle fotografie dell’artista slovacco Martin Martinek; all’uso sperimentale del sonoro in chiave disturbante; alla decina di ritratti morbosi d’uomini e donne abbandonati a se stessi o ai propri animali, in un paesaggio di fango, sprofondati nel caos desolante delle proprie credenze, fissazioni e pietose solitudini. image-w1280

tumblr_p21b3rel0v1srl30mo1_400Queste “fotografie del vecchio mondo” da cui traspare in controluce anche il nostro “mondo nuovo” al suo tramonto, ritraggono con compassionevole spietatezza e sottile ironia venata di una certa bizzarria da Est Europa, un’umanità derelitta al culmine della propria vecchiaia. Una decrepitezza sdentata, folle, amara, poco rassicurante ma allo stesso tempo anche dolce, rassegnata, serena. La vecchiaia implacabile del mondo occidentale.

Il ricco, il povero, lo stupido, il saggio, finiamo tutti sottoterra! Cos’altro possiamo fare a questo mondo?

Questa è la risposta interrogativa di un vecchietto alla domanda imponderabile posta nel film su “Cosa c’è di più prezioso nella vita?” Un film che sono certo ha ispirato le visioni grandiose seppur senza speranza del regista magiaro Béla Tarr, tra i rarissimi geni viventi del cinema mondiale, autore di capolavori indimenticabili quali Sátántangó e Werckmeister Hármoniák.472394_article_photo_umxbvk8_900x

Jeanne Dielman, la condizione della donna e il cinema del tempo radicale

27 ottobre 2020
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Sono io, sono io caricato di immagini
Che mi dan le vertigini, sono io
Sento la mia vita che sta diventando un film
Sì, ma l’ho già visto e non mi piace questo film

Paolo Conte, Sandwich Man

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Jeanne Dielman, la condizione della donna e il cinema del tempo radicale
Jeanne Dielman, 23, Quai Du Commerce, 1080 Bruxelles è un capolavoro di cinema radicale girato nel 1975 da Chantal Akerman regista belga, che ancora oggi dopo 45 anni appare fresco, moderno e originale a differenza delle tante puttanate Netflix che nascono già morte e datate.

La Akerman nel 1975 aveva 25 anni. Il film è girato in 35mm con Delphine Seyrig in stato di grazia ad interpretare Jeanne Dielman, che la stessa Akerman in questa breve intervista paragona ad una tragedia greca.

Al centro di Jeanne Dielman per quasi 3 ore e mezza, c’è il corpo di una donna smembrato tra la cucina, la camera da letto, il bagno e qualche scena d’esterno. Un corpo intrappolato in una raggelante cornice di silenzi grevi, azioni monotone innescate dalle mani iperattive: lucidare le scarpe, lavare i piatti, preparare il cibo e il caffè, lavorare la lana ai ferri, pelare le patate, pulire le mattonelle, spolverare i mobili, prendere i soldi dai clienti, usare le forbici… 98c315967540873a900bf49a224ea527
Il film documenta tre giorni di una giovane vedova che cucina per sé e suo figlio, mostrando la sua minuziosa quotidianità casalinga fatta di gesti ripetitivi, pause espanse e dettagli meccanici tra cui il fatto che si prostituisce in casa.
Protagonista assoluto del film è il tempo, un tempo reale al cui ritmo implacabile avvengono le azioni minimali eppure azioni enormi che descrivono tutto l’universo domestico di Jeanne oltre ad esplicitare il suo angoscioso blocco interiore che diventa anche il nostro in un transfert d’empatia dolorosa nonostante siamo solo spettatori lontani dallo spazio e dal tempo in cui il film è stato girato da una troupe “femminista” quasi al completo composta da donne politicizzate. Un tempo ipnotico, monotono e claustrofobico quello del film bellissimo della Akerman, incastrato da un lavoro di montaggio straordinario che presenta senza fronzoli scenografici e senza trucchi di sceneggiatura, l’aspra condizione della donna nella società contemporanea, ieri come oggi. Un’opera di sublime poesia cinematografica racchiusa in sé che la sgroviglia dai lacci ideologici dell’epoca in cui è stata concepita e libera da qualsiasi interpretazione limitante che risulterebbe sempre troppo ottusa o datata in chiave politico-psicoanalitico-sociologica, come avviene troppo spesso per romanzi dischi film lavori d’arte opere teatrali invecchiati male perché talmente presi a descrivere l’ombelico dei propri tempi infimi da dimenticare di fissare il cielo stellato della poesia universale cui ogni scrittore artista musicista regista non dovrebbe mai dimenticare di tendere.

Da vedere e rivedere assieme a La Maman et la Putain (1973) di Jean Eustache altro regista tormentato, genio iperrealista morto suicida ancora troppo giovane.

The Elephant Man (1980)

16 ottobre 2020
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Nothing was born;
Nothing will die;
All things will change.

Alfred Lord Tennyson (1809 – 1892)

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The Elephant Man (1980)

A distanza di quarant’anni possiamo tornare in sala a rivedere, meglio, a farci vedere da The Elephant Man (1980) nella versione restaurata da StudioCanal a partire dal negativo originale con la supervisione di David Lynch. Il regista del Montana era qui al suo secondo lungometraggio dopo Eraserhead (1977), e imbastisce una storia patetica di ispirazione dickensiana ambientata in una Londra cupa, industriale, intrisa di miseria e redenzione vittoriane, fotografata dal bianco e nero magnifico del grande Freddie Francis. Il film, prodotto da Mel Brooks e Jonathan Sanger, è un adattamento dal libro di memorie del dottor sir Frederick Treves, The Elephant Man and Other Reminiscences e dallo studio dell’antropologo Ashley Montagu, The Elephant Man: A Study in Human Dignity. Qui la sceneggiatura originale di The Elephant Man a cura di Christopher De Vore, Eric Bergren e dello stesso David Lynch.

La cosa che più colpisce del film è il lavoro sul suono in senso visionario a cui ha contribuito ancora una volta lo stesso Lynch che mette in risalto il rombo inarrestabile e ossessivo della metropoli ottocentesca a far da contrappeso alla difficoltà respiratoria dell’Uomo Elefante pervaso com’è di neurofibromatosi sul cranio e lungo tutto il corpo che non gli permettono di dormire steso, in modo da respirare normalmente. Difatti è una Londra purulenta, cancerosa, pulsante, perennemente in cantiere. È un meccanismo infernale di città rapace, un polmone asfittico di ferro, fumo e piombo. Pubs straripanti d’alcolizzati, orfani, puttane. Tubi d’acciaio, ciminiere, smog e polvere tra strade in costruzione, caldaie a carbone sotterranee, vicoli malfamati dove scorre acqua fuori campo, presumibilmente una perdita di fogna (la scena verso la fine quando Treves ritorna nell’East End a cercare Bytes che si è riappropriato di Merrick e trova il luogo abbandonato, poiché loro sono scappati in Belgio in cerca di altri spettatori e poca fortuna). La bellissima colonna sonora composta e condotta da John Morris rimanda a sonorità equestri malinconiche da circo Barnum, richiama sgangherate fiere di paese sperse nelle piazze fangose d’un lontano passato tra prepotenze da incubo, disumanità gratuita, soprusi immani e squallore senza fine.

Lynch, pervaso d’ironia nerissima, per tutta la durata del film sembra quasi divertirsi sadicamente a manifestare linee di fuga insistenti su registri espressivi che vanno dal sentimentalismo più smielato, al grottesco, al patetico di matrice vittoriana facendo come il gatto col topo, nel suo caso giocando a torturare le emozioni più atroci covate nello stomaco dello spettatore calcando la mano sull’angoscia soffocante, sui nodi in gola, sulla crudeltà spietata, sulle lacrime amare, sulla disperazione senza rimedio ammiccando con l’occhio sinistro al Tod Browning di Freaks (1932) e con l’occhio destro al Werner Herzog di Anche i nani hanno cominciato da piccoli (1970).

A proposito del rivedere o del farci vedere da un film tanto viscerale, The Elephant Man è tutto un saggio visivo/sonoro sull’osservazione degli altri, la mostruosa normalità del loro sguardo nei confronti di Merrick lo sventurato freak che a sua volta è spaventato da se stesso allo specchio e dalla paura che potrebbe causare negli altri. E gli altri siamo anche noi, noi spettatori tragicomici, mostri sociali, voyeurs d’accatto, capricci di natura che trascorsi quarant’anni torniamo al buio in sala dopo che non siamo più bambini. Ritorniamo a farci osservare l’anima smarrita tra furiosi impulsi magici e scienza: magia e scienza del grande cinema. Riproviamo cioè da adulti col cuore ormai prosciugato, a farci scrutare dall’occhio pietoso ed elefantino di Joseph Merrick, mai del tutto riconciliati al suo urlo straziante quando rischia di essere linciato da una folla irrazionale e inferocita nelle latrine della stazione di Liverpool Street: Non sono un elefante! Non sono un animale! Sono un essere umano! Sono… un… uomo! 

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La terra del miele

15 ottobre 2020
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Se si rimane abbastanza a lungo in un posto, ogni realtà diventa una grande finzione.

Tamara Kotevska & Ljubomir Stefanov

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La terra del miele

Gli esseri umani, il paesaggio balcanico, le api. Non capita troppo spesso di uscire dal cinema commossi da tanta realtà incarnata nel volto verissimo di Hatidže Muratova.

Honeyland è un film macedone potente che in poco meno di un’ora e mezza sintetizza quattrocento ore di girato e tre anni di riprese da parte dei registi Tamara Kotevska & Ljubomir Stefanov, avventurati con una troupe ridotta all’osso – 4 operatori in tutto contando i registi – nei paraggi di Lozovo nella regione circondata dal fiume Bregalnica nella Macedonia centro-settentrionale.

Un’apicoltrice che cura sua mamma ottantacinquenne Nazife, donna malata a letto nella loro casupola di pietra desolata senza acqua né elettricità a Bekirlija, un villaggio abbandonato dalla fine della II Guerra Mondiale, sui monti attorno a Skopje; una prolifica famiglia di nomadi allevatori turchi che compromette l’equilibrio naturale delle due donne e delle api; non serve tanto altro per realizzare un capolavoro così sincero e poetico che documenti al dettaglio l’inettitudine tutta umana di convivere in armonia con i ritmi vitali, i frutti e la preservazione della natura.

Hatidže quando smiela durante l’estrazione dei favi dall’apiario, una parte del miele la prende per sé e l’altra la lascia alle api per evitare che volino via ad attaccare e colonizzare un altro alveare innescando così una maggiore ondata di squilibrio e di caos nella propria parte di universo.

Honeyland è un film struggente di rara bellezza visiva. Immagini e sequenze narrative dal possente valore espressivo che, più della lingua macedone o di quella turca parlata dai soggetti filmati, raccontano silenziosamente allo sguardo una storia semplice e antica quanto il mondo che ci ospita: la storia conflittuale della nostra innata ingratitudine, disarmonia e inadeguatezza di stare al mondo.image1 2

Octavin ad Arezzo: esperienza culinaria selvaggia

27 gennaio 2020
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Octavin ad Arezzo: esperienza culinaria selvaggia

Una domenica di fine gennaio per un pranzo ad Arezzo da Octavin dove lo chef Luca Fracassi ha proposto un percorso culinario temerario a base di selvaggina e vini naturali illustrati con cura da Filippo Calabresi do.t.e. vini e alcuni altri della selezione do.t.e. altrivini.

Luca Fracassi è un cuoco adeguatamente ambizioso che già da un po’ di anni è determinato a farsi strada in un contesto per nulla benevolo come è l’ambiente antropologico aretino ostile come è ostile quasi tutta la Toscana, (fatte salve rare eccezioni), a una cucina non necessariamente d’avanguardia ma quantomeno imbastita su ingredienti, materie prime e ricerca delle filiere. Basti solo pensare a luoghi mitici come Siena o Montalcino che non hanno nella maniera più assoluta una ristorazione degna delle bontà agricole del territorio alla stregua cioè della produzione del vino ad esempio, tra le più rinomate – almeno sulla carta – del nostro paese. Per tacere del deserto culinario di Firenze una città tanto ricca in meraviglie artistiche da fare invidia al mondo intero, eppure con una scena eno-gastronomica a dir poco imbarazzante per non dire grottesca, ancora ostaggio dei soliti Principi & Marchesi del vino farmaco-enologico fabbricato sempre dagli stessi quattro enologi à la page.57E8B3B4-2BE0-42CC-887C-C08B752E3786

Arezzo oggi invece ha un cuoco che forse non si merita. Un cuoco che aveva iniziato conciliatorio e disponibile all’apertura su tonalità più dolci verso un pubblico potenziale poco avvezzo all’alta cucina. Un cuoco che però oggi, con personalità e stile, ha agguantato finalmente il toro per le corna dell’acidità, delle asprezze ben gestite e dell’amaro nelle preparazioni in equilibrio instabile della sua cucina. Un cuoco che non si limita a starsene isolato in cucina focalizzato solo sulle nature morte delle vivande da trasformare ai fuochi. Un cuoco aperto di mente e curiosissimo circa tutto quello che succede anche al di là del cibo. Un cuoco di mentalità elastica – mosca bianca tra i colleghi – con un occhio esplorativo sempre rivolto al mondo del vino naturale che poi è lo specchio di un’agricoltura consapevole armonizzata al resto in senso olistico. Un posto alla periferia dell’Impero come Octavin sta a significare che non è più possibile oggi, nel 2020, ritrovarsi in un ristorante dove la carta dei vini è completamente sconnessa dal cibo elaborato in cucina e proposto in tavola, a maggior ragione se dietro quel cibo c’è una ricerca fatta con tutti i crismi, una ricerca rispettosa della filiera ittica o agricola che sia. Tutti i ristoranti e i ristoratori invece di bruciarsi il cervello con stelle e stellette, dovrebbero ambire ad una ricerca sul cibo parallela alla ricerca sul vino così come la intende Luca Fracassi.65B4A3D7-9D3A-4EFF-B7D4-2FE651FACBDE

So che può risuonare paradossale o irriverente parlare di rispetto della filiera in merito ad un menu che ruota tutto attorno alla selvaggina – capriolo, beccaccia, tordo, lepre, fagiano, colombaccio, daino, cinghiale… – eppure c’è o dovrebbe esserci tutta un’etica di caccia che prevede l’addestramento dei cani e la simbiosi uomo/animale tra cacciatore e preda per cui ad esempio le beccacce non andrebbero mai sparate al suolo quando sono più esposte e cercano gli insetti che le nutrono, ma vanno stanate dai cani per poterle colpire eventualmente in volo.

Poi sulla selvaggina scatta anche l’effetto madeleine proustiana. Il mio ricordo è a casa di uno zio cacciatore nel quartiere vecchio del paesotto, a glu Stracc’, davanti al camino: tordi e altri uccelletti al sugo con la polenta. Avrò avuto cinque o sei anni, ma ancora riporto incancellabile nella memoria dei sensi, quegli odori forti e delicati assieme, quelle pungenze, quei sapori acuminati di selvatico; sapori non riproducibili meccanicamente poiché quello selvaggio, come certi vini da lieviti indigeni e fermentazioni spontanee o certi ossidativi miracolosi, rimandano a gusti unici, autentici, irriproducibili.D1270CF8-D574-44BD-8491-274F16DBC81B

Un menu del genere può senza dubbio ingenerare critiche feroci da parte di chi è contro la caccia pur non essendo necessariamente vegano, non sto certo qui a celebrare la carneficina di frodo degli animali del bosco per soddisfare il gusto d’alcuni privilegiati occidentali borghesotti con il pallino del cibo selvaggio e la ricerca esasperata del gusto più estremo. Dico solo che mangiare una volta l’anno questa categoria di cibi ci riporta indietro alle nostre radici carnivore pre-medioevali, quando, abitatori di foreste e montagne eravamo anche noi senza distinzione di continuità sia predatori che predati. Spolpare gli ossicini del cranio e le cartilagini di un tordo è un atto crudo, un gesto crudele se vogliamo che però è connaturato al patrimonio genetico della nostra specie. Deglutire le interiora sublimi della beccaccia, assorbire la cremosità voluttuosa del cervello di daino, dissetarsi con un brodo di fagiano le rare volte che può capitare, ci riportano davanti allo specchio della bestia zoofaga e sanguinaria che siamo ricordandoci che forse decenni di industrializzazione alimentare e cibo ingegneristico hanno snaturato i nostri istinti più animaleschi. Vero, è un atto tragico, ma un atto che se compiuto con devozione e coscienza ci rammenta che le multinazionali degli aromi, dello zucchero e del cibo preconfezionato hanno sterilizzato per sempre la nostra mente se nella vita di tutti i giorni siamo nutriti e ci nutriamo soltanto di mangime chimico in scatola, di cibi processati o altre sostanze precotte, di animali giustiziati a catena di montaggio nei mattatoi, di bevande di sintesi ed altra immondizia sotto cellophane spacciata per generi alimentari. Questa è la cosa che dovrebbe scatenare molto di più la nostra indignazione etica e consapevolezza sociale alimentare ma invece ci ritrova tutti mansueti, proni e muti, rassegnati in fila al primo Discount alimentare per nutrire noi e i nostri familiari con farinacei di cui non conosciamo l’origine, con fettine di carne anonima sotto vuoto pompata ad anabolizzanti, con crostacei surgelati pescati chissà come o dove, con ortaggi e frutta proveniente da campi disseminati di pesticidi e così via.

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Anne & Jean François Ganevat, J’ai soif 2017

Tartare di capriolo con brodo di licheni

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Pierre Beauger, Rotten Highway 2015

Beccaccia, testa, paté, interiora

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Philippe Jambon, Jambon Blan… chard 2010

Tordo come un ortolano

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La Grapperie, La Désirée 2008

Lepre sugo d’umido e alloro

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Domaine de l’Octavin, Corvées de Trousseau 2017

Fagiano in brodo

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 Frédéric Cossard, Saint Romain “Sous la Velle” 2015

Colombaccio in salmí dentro la sfoglia
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Ratapoil, Vin Jaune 2011

Daino cervello fritto al limone

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Els Jelipins, Red 2015

Cinghiale il musetto
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La Sorga, béa… titube 2010

Pre-dessert gelato con prezzemolo e crumble di funghi porcini

Sanguinaccio di maiale cioccolato amaro e rosmarino

Olio EVO Il Bioselvatico

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