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CARTA PENSANTE

Un archivio virtuale dove memorizzo mie letture presenti/passate/future di fogli a stampa che sono perlopiù libri persi eppure imperdibili, segni viventi del pensiero umano in azione. Perché certa scrittura è più vera, più potente e reale della stessa realtà che invece è quasi sempre finzione, debolezza, miseria.

(…) aveva l’aria di una persona estremamente precisa e pulita, solo che quella pulizia  poteva anche essere sporca…

Witold Gombrowicz, Cosmo
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Austerum e Sordidum: le due facce della vita come del vino
Austero e sordido oltre che due attributi ancestrali riferiti al vino nei primi prontuari agronomici dell’antichità, sono soprattutto delle categorie spirituali: gradazioni di personalità dell’essere umano, generi psicologici ben definiti che indicano una precisa prospettiva esistenziale. Sordido e austero sono due distinte Weltanschauung, cioè visioni del mondo. Certo le cose si fanno assai più complicate quando, pensando a un vino di particolare equivocità, potrebbe addirittura venire in mente di definirlo sordidamente austero o austeramente sordido. Se poi accantoniamo per un attimo il vino e passiamo alle nostre vite, chi di noi non ha sperimentato almeno una volta quel sentimento serpeggiante tra la doppiezza e l’ambiguità che ci fa sembrare perfino ai nostri stessi occhi una maschera sordida-austera allo stesso tempo?62F72706-D785-4B9C-A32A-9A44B290C44A
Dalla lettura di un libretto assai curioso ricavo quest’informazione di cui non sapevo nulla circa l’invecchiamento indotto dei vini in epoca romana antica. Il tema di fondo del paragrafo che leggevo tratta il vino e le tecniche primordiali di conservazione per evitare l’inacidimento.
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“(…) poi qualcuno scoprì un ingegnoso (e supponiamo, redditizio) sistema per invecchiarlo artificialmente. Il fumo delle caldaie dei bagni e dei fornelli della cucina era convogliato in una camera, molto ben esposta, spesso sovrastante il locale dei bagni stessi, in cui erano sistemate le anfore. Fumo e calore <<affrettavano>> l’invecchiamento; il calore, soprattutto, accelerava le reazioni chimiche. Il vino così affumicato e riscaldato era dunque divenuto <<vecchio>> pur essendo giovane. E, come anche oggi spesso accade, il vino trattato così artificialmente incontrò il favore dei consumatori al punto che, nell’epoca imperiale, di vino ad invecchiamento naturale era ben difficile  trovarne. Si osservò con molta meraviglia che il vino così trattato non inacidiva più: gli antichi enotecnici avevano scoperto la pastorizzazione.”
Oberto Spinola, Il Museo Martini di Storia dell’Enologia (Contessa Editore, Torino)
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La produzione del vino procede di pari passo con il progresso e l’imbarbarimento ahimè della civiltà; è un prodotto che origina dalla fusione/confusione nel tempo e nello spazio di Natura e Cultura (leggi Tecnica).
Avrei voluto impostare il post in chiave più polemica come al solito, per dire “passa il tempo ma l’attitudine umana bivalente a prendere per culo e farsi prendere per il culo resta inalterata…”, ma poi ho riflettuto con maggior ponderatezza anche sul desiderio legittimo dell’umanità di conservare il proprio cibo e le proprie bevande in modo da non farli andare a male; allora si comprende meglio la nostra fragilità di specie, peggio di quella dei moscerini quasi, che per molti enotecnici scrupolosi non sia mai s’accostano al vino per tramutarlo in aceto (o è l’aceto a produrre i moscerini?). Meglio dunque che lo adulteriamo, sterlizziamo, neutralizziamo noi il vino all’origine, in tutte le sue componenti vive e problematiche, elaborando fino ai nostri giorni tecniche di sofisticazione sempre più raffinate che infine, con l’ausilio delle nanotecnologie arriveremo – come siamo già arrivati – a programmare, a riprodurre qualsiasi gusto, sensazione, nuance o microsentore organolettico desiderato, reale o immaginario, nel Bordeaux ai Raggi Gamma del futuro prossimo.
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Alcuni direbbero che abbiamo il privilegio ozioso di permetterci troppe masturbazioni mentali vanesie quando bisognerebbe semplicemente tornare al vino buono, al vino sincero. Tornare a modi antichi d’intenderlo con più schiettezza in tutta la sua ”facilità” senza sovrastrutture verbose, raggiri da bottegai, scorreggine poetizzanti o altre spericolate peripezie linguistiche.
Eppure anche generosum, austerum, pretiosum, severum sono definizioni antiche relative al vino, ciò nonostante  l’abuso manipolatorio farmaco-enologico ha mutato tutto ciò, il generoso, il prezioso, il severo, nel suo esatto contrario. Oggi perciò è molto più facile avere a che fare con il vino sordidum, vile, crassum o imbecille esattamente come certuni che lo producono, promuovono, commercializzano.
Ma siamo pur sempre figli della nostra epoca sovrastrutturata, complessa (complessata?) per cui bontà, schiettezza, sincerità sono merce rara che dobbiamo cercare invano col lanternino nel tunnel di una contemporaneità dominata dall’industria alimentare, adulterata dall’ingegneria enologica, in ogni sua più recondita piega. E poi è quasi certo, non ci piove, che in quel tunnel dove arranchiamo col lanternino, il treno implacabile del Progresso a tutti i costi ci travolgerà senza pietà come bestie inattuali, fuori luogo e fuori tempo massimo.
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Nei fatti che riguardano le impressioni puramente personali come nella critica d’arte, nella letteratura, così nella descrizione del vino, rimaniamo pur sempre invischiati nell’alone di giudizi/pregiudizi soggettivi che pretendono assai spesso d’assurgere a statuto d’oggettività scientifica evidente, valida per tutti gli altri, indiscutibile. Basta osservare la gran parte della cricca critica dei tromboni sfiatati, i quali continuano imperterriti ad attribuire a parcella di contropartita: stellette, bicchierozzi e faccioni da ciolla. Tuttavia, nel nostro piccolo mondo antico di “assaggiatori militanti” che provano a non essere collusi con tornaconti personali e conflitti d’interesse troppo smaccati, tendiamo a valorizzare le sgrammaticature quando sono, come dire, intenzionali, consapevoli d’esserlo, quando cioè “i difetti” o le “puzzette” non sono insomma attitudini modaiole e pose naïf. Anche perché a furia di essere sommersi dai vini artificiosi fabbricati in cantina con abuso di ingredienti farmaco-enologici ed edulcoranti vari, quasi quasi preferiamo annasare gl’aceti di vino, gorgheggiare, sbicchierare e sputacchiare il vino che sa d’aceto, fanculo ai vini di pregio sterilizzati sul nascere già a partire dall’uva in vigna!

Corrado Cagli, La Lanterna (1949)
Corrado Cagli, La Lanterna (1949)

Nessun assaggiatore però, militante o meno che sia, dovrebbe mostrare d’avere la tracotanza di stabilire niente di Supremo, che non sia già in qualche modo inscritto nel suo palato sempre in fieri che è – ci si augura – volubile, fluttuante, in continua trasformazione, così come in perenne mutamento, inafferrabile è il vino vivente nella metamorfosi del suo farsi, darsi e disfarsi. L’intenzione di cui io parlo è solo nel bicchiere mezzo pieno infatti, in relazione a noi che lo gustiamo, non nelle chiacchiere di chi lo ha fatto; eventualmente nello sguardo del vignaiolo che al limite suggerisce più cose oggettive delle stesse parole dette ma subito svaporate nell’aria.

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Il genio del terreno, l’unicità inimitabile dell’annata, l’inafferrabilità della natura cioè la sfuggenza della vita. I capricci, le esuberanze della fermentazione spontanea meritano talento, prudenza, saggezza, stupore sia da parte di chi fa il vino che da parte di chi il vino lo consuma lentamente, con cognizione concentrata, partecipazione ecologista e leale austerità.
Certo che desideriamo bere in santa pace solo il vino austerum tuttavia dobbiamo commisurare noi stessi, i nostri simili, la nostra epoca aspra come aspra è stata ogni epoca per chi l’ha passivamente subita nei secoli. Dobbiamo scontrarci con l’altro da noi, pur se restii, accantonando stati d’ansia e angosce esistenziali. Non possiamo insomma non affrontare la cartina al tornasole del vino sordidum e con essa tutta la sordidezza di troppa enologia d’accatto a fondamento d’un sistema economico del settore food and wine costituito d’accattoni che predicano bene ma razzolano male: dalle cattedre universitarie alle testate giornalistiche, dai corsi di degustazione, alle sale dei ristoranti, bistrot ed enoteche.
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“Rimasto un mistero fino a Pasteur, il processo di fermentazione del vino non è tuttavia stato ancora chiarito del tutto. L’enologia moderna si crogiola nell’illusione che un rigoroso controllo delle temperature e l’impiego di lieviti selezionati e clonati siano sufficienti a evitare i capricci e le esuberanze della vita.
Essi riescono solo a creare dei vini tecnologici, senz’anima, privi di ogni seduzione. La grande arte dei buoni vignaioli è di saper restituire nel loro vino il genio del terreno e dell’annata. Oggi sappiamo che i fermenti naturali possono dare i risultati più complessi e più sfumati. Il talento, la prudenza e la saggezza dei viticoltori si uniscono così allo stupore dei credenti che perpetuano i culti della vita.”
Jean-Robert Pitte, Il vino e il divino (Palermo, Sellerio 2012)EABBD430-7E79-4433-B1FB-9AE08195ABC5

L’ecologia del pianeta in vigna a Cupramontana

11 novembre 2019
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L’albero che guarda lo sciocco non è lo stesso albero che guarda il sapiente.

William Blake

L’ecologia del pianeta in vigna a Cupramontana

L’ultimo libro di Corrado Dottori, Come vignaioli alla fine dell’estate. L’ecologia vista dalla vigna, pubblicato quest’anno da DeriveApprodi

Già dalla prima lettura si srotola felicemente quasi come il diario di bordo d’un capitano di lungo corso solo che al posto della nave, delle vele ammainate e del mare azzurrino abbiamo i vigneti, la campagna, la cantina.

Di fatto è un prontuario di azioni agricole e contemplazioni socio-politiche. Un vero e proprio registro giornaliero di un ciclo solare. Il giornale di viaggio di un’annata viticola alla fine del secondo decennio del XXI secolo da La Distesa Cupramontana in provincia d’Ancona proiettato verso l’universo in espansione irreversibile nell’era del Capitalocene e della biodiversità perduta. Un anno in cui purtroppo sono venuti a mancare due vignaioli ispiratori per l’intero movimento denominato di Resistenza Naturale: Beppe Rinaldi e Stefano Bellotti. Due pilastri anarchici della contro-cultura enologica e della naturalità del vino traboccante di caos creativo e armonizzato nei o addirittura dai “difetti”. Naturalità in senso estetico perché vino pregno di sublime, di complessità, di paesaggio, d’esseri umani, di contaminazioni, di caso, di genuino, di necessità, d’esperienze, di bellezza, di grazia.

Il diario lavorativo d’un anno vendemmiale che comincia a ottobre e termina a novembre dell’anno successivo. Il quaderno in cantina di un vignaiolo marchigiano utopista, stanziale eppure giramondo nell’epoca della globalizzazione più spinta. Un vignaiolo intellettuale, quanto mai curioso del micro e del macro-cosmo che lo circonda e di chi lo abita, a 360 gradi: minerali, vegetali, animali e anche umani. Un vignaiolo cittadino del mondo, concentrato sì sulle questioni vitali al suo mestiere antico – raccolta, arte della potatura, trattamenti, cicli lunari, vinificazioni, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, macerazioni, rimontaggi, travasi, sfecciature, selezioni massali, maturità fenoliche, cloni, umificazione dei suoli, biotipi, imbottigliamenti, registri informatici, commercializzazione del prodotto – ma anche infervorato dalla vita o forse sarebbe meglio dire dalla morte della politica non solo italiana bensì mondiale, su cui prende posizioni nette di autodifesa dalla barbarie del sistema economico-mondiale odierno. Basta snocciolare la ben nutrita bibliografia alla fine del libro per radiografare una filigrana composita, densa di molto materiale di studio inerente agli svariati ambiti della ricerca intellettuale più aggiornata da cui traspirano interessi di vasta portata non solo strettamente correlati alla viticoltura sostenibile: economia, antropologia, biologia, filosofia, tecnologie e scienze informatiche, biodinamica, scienze sociali, ecologia, permacultura, urbanistica… Tutte discipline connesse in maniera attiva e partecipe alla meditata scrittura del diario. Pagine innervate dalla curiosità sana e fanciullesca del diarista Dottori che ridisegna in queste sue accorate meditazioni domestiche e multiculturali, alcuni scenari planetari tra i più insidiosi. Dal generale della mutazione genetica di un ecosistema digitale-informatico sempre più invorticato su di sé, al particolare delle piante di Verdicchio acclimatate sull’appennino marchigiano. Tesi e antitesi di una visione dialettica della realtà in cui la sintesi soggettiva è oggettivata da quel suo punto di vista privilegiato di vignaiolo ormai adulto e militante incarnato all’intelligenza vegetale della vigna che è sicuramente più elastica, più collettiva e più intelligente di noi bipedi.

Scrive Corrado in data 6 Luglio: “Da una vigna puoi capire molto bene alcune questioni del contemporaneo.”

Un “contemporaneo” insomma, una “dittatura del presente” che accorpa in sé tutta la complessità dell’esistente e che fa sentire l’individuo sempre più solo, abbandonato a se stesso, inerme. Catastrofi ambientali, insostenibilità delle risorse naturali, cambiamento climatico, antropocene, intelligenza artificiale, industrializzazione/omologazione del gusto, diseguaglianza economica, immigrazione globale, razzismo dilagante, mercati finanziari, consumismo selvaggio, sovranità nazionali.

Diciamo subito che tutte queste inesauribili tematiche “umane” compongono un humus di problemi irrisolvibili. Un patchwork di questioni su cui Dottori argomenta lungo tutto lo scorrere nostalgico ma fiducioso delle pagine di questo suo diario attraversato dal trascorrere dei mesi e dallo scandirsi delle stagioni incorniciate nel quadro delle grandi tematiche “cosmiche”, relative cioè ai processi terrestri di natura chimica e biologica: fertilità del suolo, fotosintesi, fermentazione.250EBA92-0F2B-4DF0-B89C-0B780511456E

La fermentazione esiste da circa 6000 anni, mentre l’illusione dell’uomo moderno di controllare tutto a livello enologico è degli ultimi 100 anni.

Corrado Dottori

Chi non conoscesse Corrado di persona potrebbe incorrere nel peccato d’orgoglio di giudicare in maniera troppo frettolosa questa sua attitudine olistica alla comprensione, all’osservazione filosofica del dettaglio e alla tensione esplicativa verso il Tutto. È una genuina propensione conoscitiva invece verso l’esterno cioè l’altro e verso di sé che ci mostra l’autore, il vignaiolo, il padre di famiglia, denudato nelle sue paturnie più segrete e nelle sue speranze più riposte tra un’attitudine istruttiva/costruttiva al far bene, a tentare tutto il possibile per la custodia del vigneto tramandato e da tramandare. Senza tralasciare una liberatoria quanto ragionevole pulsione al silenzio con tonalità alquanto malinconico-apocalittiche.

“Il mondo del vino è un mondo in cui semplicemente si parla troppo.” (4 dicembre)

“Non ci giurerei che fra cent’anni possa ancora esistere un vignaiolo sul pianeta Terra. Un vignaiolo vero, in carne e ossa, intendo. Non so neppure se esisterà ancora il vino.” (2 febbraio)

“L’inesorabile disordine delle cose, il pessimismo della ragione” o l’infinito sconforto leopardiano – siamo pur sempre nelle Marche – sono parte integrante dei nostri umori e delle nostre vite più o meno alienate tra città che tendono a naturalizzarsi e campagne che vanno via via urbanizzandosi. Quel che traluce soprattutto dal libro però è questa tensione conoscitiva irraggiata d’energia buona al compiersi di un lavoro ben fatto nonostante la lotta contro gli agenti atmosferici avversi (bombe d’acqua improvvise, grandinate, ondate anomale di caldo) e le piaghe stagionali della vite (peronospora, oidio, mal dell’esca, flavescenza dorata). Il gesto giusto del vignaiolo “tra cielo e terra” senza strafare ad aggiungere o a togliere troppo, dovrebbe limitarsi a generare rispetto, cooperazione, cura, tutela e non soltanto negli ambiti del vino ma in senso più aperto possibile nei confronti soprattutto di tutta la società civile coinvolgendo etica, politica, cultura, educazione.

“Solo questo, forse, potrà salvarci: la consapevolezza del nostro essere superflui.” (12 maggio)

E qui il messaggio più engagé di Corrado Dottori nei confronti di una certa frigidezza burocratica o di una non-politica sempre più ottusa, autoriferita e tracotante si fa forte e chiaro in difesa della mescolanza, del meticciato non solo contro i protocolli anacronistici dei disciplinari regionali ma mescolanza soprattutto in senso di specie, di tradizioni, culture, credenze. Meticcio difatti è anche il nome di un suo vino che ricorda, assieme a Valeria: “(…) ci interessava (…) arrivare all’estremo del lavoro iniziato con la mescolanza dei vitigni bianchi: vitigni bianchi e rossi pigiati assieme, pelli che si uniscono e macerano assieme.”

”Meticciato contro identità. Confusione contro purezza.” (18 settembre) 39622DAF-1852-4EDF-94CB-71AC5D387861

Le parti più insofferenti o più amareggiate del diario che traducono una  palpabile onestà intellettuale da parte di chi lo ha scritto, sono quelle relative alla confessione o interrogazione amletica sul proprio mestiere: avere o non avere successo? Crescere o decrescere? Rilasciare interviste a una imboscata televisiva nazionalpopolare, mediocre, manipolatoria e frivola o mandarli sonoramente tutti a cagare? Essere parte di una macchinazione commerciale autocelebrativa, adulatoria e modaiola o farsi da parte in silenzio con spirito sereno? Lottare con fierezza in favore del proprio territorio a valorizzare la propria diversità produttiva e unicità agricola non incasellabile dalle griglie carcerarie della burocrazia col rischio magari di trovarsi la repressione frodi in cantina?

”In fondo, in questi anni siamo finiti a creare prodotti per un mercato globale fatto principalmente dai ricchi del pianeta: mutui, piani di sviluppo rurale, uffici stampa, interviste, premi, social media manager…” (3 settembre)

Il sano spirito utopico anti-capitalistico che soffia un po’ per tutto il libro come una brezza estiva dall’Adriatico verso l’appennino, tonifica la lettura ricordandoci con piglio tanto imperativo quanto ahimè irrealizzabile, che la sola maniera di sottrarsi al circolo vizioso del capitalismo avanzato è sostituire il paradigma della crescita esponenziale, innescando “la rottura della logica economica stessa” (22 giugno). Quasi che questa logica diabolica fosse qualcosa di innaturale e artificioso così come artefatti e innaturali sono la gran parte dei vini perfettini e perciò infernali fabbricati dalla farmaco-enologia contemporanea. Non è il vino dell’enologo è appunto il titolo del precedente libro di Corrado Dottori.

“(…) la viticoltura è solo un altro esempio di organizzazione della natura sotto il segno dell’economia.” (18 settembre)

In quanto Homo oeconomicus, dal momento in cui faccio qualsiasi cosa attorno a me, sono subito intrappolato in un vicolo cieco di contraddizioni paralizzanti. Rinforzo, innesco e partecipo allo stesso Grande Male a cui vorrei fare da freno. Anche se animati da ideali benigni stiamo tuttavia modificando in maniera irreversibile il nostro habitat. Dovremmo quindi limitarci solo a respirare e non dissodare campi, non prendere aerei, non guidare automobili, non produrre il cibo che ci nutre e ci tiene in vita, non scrivere sul laptop come in verità sto facendo io ora in questo istante?

”Il trattore che guido brucia gasolio sviluppando gas nocivi. Le cassette con cui raccogliamo l’uva sono fatte di plastica, cioè da un derivato del petrolio. Durante la vinificazione, per produrre un solo litro di vino, vengono consumati tra i 2 e i 20 litri d’acqua. Le bottiglie con cui immagazzineremo il nostro  prodotto sono il frutto di lavorazioni industriali inquinanti e ben poco  sostenibili. E potremmo continuare con una lista infinita.” (12 settembre)

L’atavico bisogno di crescere, economicamente parlando, per realizzare maggiore libertà individuale, fa in modo che questa maggiore libertà di crescita individuale segna anche la nostra rovina come specie collettiva che consumando il mondo estingue anche se stessa. Se pensavamo potesse risolversi tutto in una spensierata sbicchierata tra amici, l’autore di questo libro ci avverte caustico che abbiamo sbagliato di brutto. Al culmine evolutivo della nostra specie disperata, dobbiamo ora saper guardare con resilienza, con occhi lucidi fino in fondo all’abisso della catastrofe ecologica preparata da un’Economia tritatutto che abbiamo sia subìto che perpetrato, per trovare in noi stessi un modo di arginarla questa voragine che ci separa dalla natura, dalla poesia, dalla verità, dal dono, dal riuso, dall’ospitalità, dalla convivialità, dal riciclo e dalla riconversione ecologica.

In questo mondo che si sta restringendo a colpo d’occhio, sovraffollato da ”capitale umano” e da persone sempre più mercificate, dobbiamo imparare allora a sottrarci come bisce all’esca del capitalismo espansionistico. Dobbiamo imparare a riorganizzarci la vita riducendola all’essenziale evitando come fosse peste la retorica del ritorno alle caverne e senza quelle importune pose social da neo-rurali radical chic.

“Fermi sulle rovine, ma vivi.” (4 novembre)

Impariamo quindi ad “abitare la casa”, dove la casa è il mondo intero abitato non solo da noi antropocentrici, ma da tutti gli altri: minerali, vegetali, animali e, forse, anche gl’umani.

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Enologia del passato e omologazione attuale

9 maggio 2019
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La filosofia insegna ad agire, non a chiacchierare, ed esige che ognuno viva secondo i propri principi affinché la vita non sia in disaccordo con la parola o addirittura con se stessa.

Seneca, Lettere morali a Lucilio (Libro II)

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A sfogliare un glorioso manuale d’enologia usurato dal tempo (1912), la primissima impressione che se ne trae, già solo setacciando l’indice analitico, è di uno scompenso evidente tra la Prima parte più striminzita dedicata agli ELEMENTI DI ENOCHIMICA (poco più di cento pagine) e la Seconda parte molto più corposa consacrata alla ENOTECNIA (le restanti ottocento pagine).

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Normalmente la tendenza istintiva quando facciamo dei confronti con l’enologia del passato è quella di idealizzare il tempo che fu. Tendiamo cioè, con una certa ingenuità, ad applicare una visione più sentimentale della scienza e della tecnica che sicuramente non erano così invasive, impattanti, tiranniche come sembrano invece essere diventate la Scienza e la Tecnica attuali. Eppure basta soffermarsi a leggere qualche paginetta di questo manuale dell’Ottavi riveduto dal Marescalchi ormai centosette anni fa, per riproporzionare la presunta bontà tecno-scientifica dello stesso e rivedere con occhi meno imbambolati quella che è soltanto l’illusoria semplicità artigianale dei nostri antenati.

Vediamo assieme ad esempio il Capitolo IV dedicato a I CORRETTIVI DEL MOSTO.IMG_9810

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I vini che si pongono in commercio in Italia per consumatori paesani ed all’estero.” È a tutti gli effetti una discriminazione razziale/classista bella e buona tra i consumatori ordinari e grossolani, cioè “i bevitori da bettola” che bevono vini dal sapore astringente e aspro, e i consumatori di città, i borghesi, quelli all’estero che non badano all’andamento agricolo e “vogliono sempre lo stesso vino”, ragion per cui si pone la necessità di correggere i mosti per dare vita a un commercio duraturo. Diventa cioè addirittura necessario piegarsi alla legge della domanda di vini sempre uguali a se stessi e rassicuranti se si aspira a farsi una solida clientela sui mercati esteri.

In queste due inquietanti paginette possiamo osservare quasi al microscopio il conformarsi del batterio di una particolare tipologia di peste che ai nostri giorni ha contaminato qualsiasi settore commerciale, ovvero la peste della manipolazione del gusto soggettivo ottenuta attraverso le “correzioni” tecniche e scientifiche oggettive di un prodotto alimentare il cui ingrediente originario di partenza, come in questo caso, è semplicemente l’uva. Nessuna paura, è successa la stessa cosa anche con tutte le altre basilari sostanze merceologiche (zucchero, sale, riso, grano, latte etc.)

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Sono pagine che oggi più che mai fanno riflettere sul senso ultimo dell’oggettività scientifica; sull’abuso dell’onestà intellettuale da parte di chi questi manuali “ideologici” li ha scritti per fabbricare proselitismo e li ha imposti alle accademie conniventi a loro volta con gli interessi della nascente industria enologica. Istituti universitari e centri di ricerca che hanno utilizzato questi tomoni quali libri di testo professionale a maggior ragione che su volumi dello stesso stampo si sono formate generazioni e generazioni di enologi che hanno tiranneggiato l’ambiente – tiranneggiano tuttora – promulgando la loro monocorde visione dell’agricoltura e della vinificazione su tutta la filiera produttiva (vigna/cantina), dettando legge sul mercato proprio a partire da quella “esigenza del grande commercio a cui è necessario piegarsi se si aspira a farsi una solida clientela.”

Così come si possono modificare, adulterare e migliorare i vini rossi, bianchi o passiti allo stesso modo si possono costruire con Tecnica e Scienza, i Vini da Pasto, i Vini da Commercio o addirittura i Vini di Lusso. Al datemi una leva e vi solleverò il mondo di Archimede da Siracusa si sostituisce insomma l’onnipotente datemi miliardi di palati singoli e vi farò un unico gusto adatto per tutti i gusti dell’enologo-demiurgo-sofisticatore moderno.

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Si parte proprio dal correggere i mosti per poi modificare pian piano i gusti individuali cioè le tendenze naturali dei singoli individui. La propensione innata al dolce piuttosto che al salato o all’acido, adulterando fin dalla nascita dei bambini i liberi desideri delle persone, sofisticando nel profondo i parametri interiormente soggettivi di intere popolazioni al grado di piacevolezza o di sgradevole, di buono o di cattivo, di puzzolente o di profumato, di saporito o di sciapo. Così da ottenere, con l’omologazione del vino, l’omologazione stessa del palato quindi l’appiattimento precostituito su larga scala del cervello, uniformando all’origine le variabili sensoriali multiformi di interi popoli e paesi, castrati nella loro istintiva capacità di sentire e gustare quel che vogliono senza intermediari, né scale di valori artefatte a mestiere, né condizionamenti industriali.

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Restando ancora nell’ambito archeologico della scienza enologica, un esempio illuminante di questa castrazione applicata sui sensi che è un vero e proprio sopruso civile e una feroce violenza sulla libertà di pensiero, lo ritroviamo sempre nel trattato di Enologia dell’Ottavi che alle pagine sia iniziali che finali del suo volume riporta sfacciatamente le pubblicità di alcuni prodotti d’enologia che guarda caso è la medesima azienda di famiglia, CASA AGRICOLA F.lli OTTAVI, a vendere. A giustificazione coerente del titolo ENOLOGIA TEORICO-PRATICA dove alla teoria pensata esclusivamente per vendere un prodotto commerciale a quanta più gente possibile, segue la pratica svergognata di rivendere a colpi di teorie ingannevoli, nel libro, ciò che si elogia ai propri studenti ovvero ai futuri enologi a loro volta o ai clienti potenziali se mai diventeranno produttori di vino. Smascherandosi così, senza troppe sovrastrutture mentali, quale presunto trattato scientifico formativo di una professione altrimenti nobile, in quel che invece è per davvero, cioè uno sguaiato catalogo di prodotti chimici e strumenti industriali pro domo sua.IMG_9824

Possiamo infine ritrovare in questa brutta parabola dell’Ottavi un capostipite di quel genere di capitalismo avanzato nel quale stiamo vertiginosamente sprofondando da anni. Pensiamo ai tanti, troppi enologi Ottavi dei nostri giorni. Riduzionisti della complessità. Banalizzatori del gusto. Standardizzatori del sapore. Scienziatoni alla moda, accademici tromboni, professoretti ex cathedra, profeti del gusto unico, consulenti finanziari d’aziende vinicole, flying winemakers i quali alla fin fine non sono che degli appestati travestiti da medici del vino mentre con le loro formulette magiche vincenti sul mercato pretendono indicarci qual è il Male che loro stessi stanno propagando. Eppure, benefattori della viticoltura planetaria, ci offrono la ricetta pratica assieme al farmaco e alle spiegazioni teoriche d’uso dello stesso perché non si accontentano di sembrare solo la peste e il medico assieme, no, ma pretendono essere pure l’informatore farmaceutico che impasta il filtro magico e il sapientone super partes che rivende quel beverone a un’umanità sterilizzata nel gusto, abbeverata alla fonte della esclusiva conoscenza imparziale: L’ENOLOGIA TEORICO-PRATICA… di ‘sta minchia!

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Soprusi e miserie di una realtà surreale

18 dicembre 2018
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La pubblicità suscita ansia. La misura di tutto è il denaro, avere il denaro significa vincere l’ansia.

Alternativamente l’ansia su cui la pubblicità gioca è la nostra paura di non essere niente, perché non abbiamo niente.

John Berger, Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità (Il Saggiatore)

 

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Soprusi e miserie di una realtà surreale

Incappare in una fragorosa cagata del genere ad una mostra sul Surrealismo:

“Le immagini contenute nel video potrebbero urtare la sensibilità di alcuni visitatori”

la trovo la cosa più surreale – per non dire fottutamente imbarazzante – delle stesse opere di Magritte, Ernst o De Chirico presenti alla mostra. A maggior ragione che il video cui si fa riferimento nell’annuncio è Un Chien Andalou (1929) di Luis Buñuel & Salvador Dalí, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema. E poi come si può urtare la sensibilità di visitatori sempre più insulsi e insensibili a qualsiasi richiamo profondo alla bellezza, alla verità, alla giustizia, alla sostanza delle cose?

È allucinante che viviamo in una realtà del tutto rovesciata dove al personale di sala di un museo nazionale sia concesso l’arbitrio di mettere in pausa un filmato che è un’opera d’arte del cinema muto:

“in presenza di scolaresche o chi ne faccia richiesta”.

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Eppure, dalla mattina alla sera – fottute scolaresche comprese – siamo tutti costretti in maniera molto abusiva a tollerare pubblicità vigliacche su ogni muro. Demenziali annunci video digitali strillati nell’aria in filodiffusione con tracotanza implacabile e strafottenza invasiva, inneggianti il Nulla, glorificanti alla Inciviltà del Marketing. Urla di propaganda videofilmate e slogan d’ogni genere profusi a squarciagola in qualsiasi spazio condiviso che attraversiamo nelle nostre città, dai mega-schermi nelle stazioni dei treni, negli aereoporti, sui cartelloni alle pareti delle metropolitane, nei cessi pubblici. Mai che a nessuno però – un magistrato illuminato, un brillante penalista – venga neppure per sbaglio in mente di vietare un simile sopruso o quantomeno arginare questo lavaggio doloso al cervello perpetrato con violenza efferata tramite la manipolazione dello sguardo e la devastazione radicale dell’udito.questione-di-sguardi_pc-350x492

Tutti, tutto allineato e coperto, indifferenti all’evidenza che sono proprio quelle video immagini becere a torturare i nostre occhi. Incuranti all’assurdo che sono soltanto quei suoni abbaiati all’inverosimile nel grigiume quotidiano delle nostre vite castrate in un codice a barre, a farci sanguinare le orecchie, a urtare la sensibilità di tutti noi che queste immagini-sonore (cfr. Storia dello Sguardo di Mark Cousins) le subiamo passivamente, privandoci del diritto naturale a godere in piena libertà solo un po’ di pace e silenzio, almeno qualche minuto prima dell’autodistruzione globale – e si spera definitiva – che stiamo realizzando.

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Il Cibo, il vino e la retorica dell’autenticità

12 agosto 2018
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<<Una società di individui omologati, privi di una propria originalità e di propri obiettivi sarebbe una comunità povera, senza possibilità di sviluppo. Al contrario, si deve tendere alla formazione di individui che agiscano e pensino in modo indipendente, pur vedendo nel servizio della comunità il proprio più alto compito vitale.>>
 Albert Einstein da Pensieri, idee, opinioni (1950)

È quasi Ferragosto. Fa un caldo boia. Si boccheggia in un pantano azzurro d’afa e smog. Ora, senza necessariamente rivangare le elucubrazioni marxiste sull’Invenzione della tradizione dello storico inglese Hobsbawm, mi trovo a spiluccare il volume al fulmicotone sul Cretinorispettabile se non esauriente trilogia sull’argomento – dei due più irriverenti, colti, curiosi e svagati scrittori che abbiamo avuto in Italia, cioè la coppia Fruttero & Lucentini.

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Adesso più che mai che sui social in special modo imperversa e contagia il polverone dell’autenticità del cibo e del vino (il vino contadino puro come una volta, i lieviti indigeni, il lievito madre, l’espressività del territorio, le farine dai grani antichi, il latte da pascolo etc.) contro l’inautenticità dell’alimentazione industriale (la sterile e sterilizzante meccanizzazione dell’agricoltura, la farmacologia applicata alla produzione e alla conservazione di cibi/bevande, la disumanizzazione a batteria degli allevamenti animali a catena di montaggio etc.), mi pare molto utile andarsi a rileggere una paginetta dolceamara dei due maestri italiani dell’understatement F&L.

In uno stralcio di questo pezzo che riporto più avanti, intitolato Gastronomia Retrò, i due autori geniali mettono in risalto le contraddizioni paradossali di certa esasperata ricerca dell’autentico o retorica del genuino, idealizzazioni astruse e romatiche della purezza perduta le quali non possono che fare in maniera tragicomica i conti con un passato di fame, di guerra, di miserie e disperazione, ben consapevoli tuttavia che il futuro non sia chissà quanto più radioso, non a caso una loro celebre rubrica si chiamava inequivocabilmente Archeologia del futuro.

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Il mondo liquido e digitale di oggi forse non è che sia tanto diverso dal mondo dei giornali e dei libri di ieri, ma sono sempre gli uomini e le donne con le loro cretinerie vanesie a tingerlo di tonalità cupe, deprimenti. Viene in mente a tal proposito quanto scriveva Vitaliano Brancati in un pezzo del 1946 sul Tempo dal titolo: I piaceri del conformismo:

<<Una buffa e odiosa parola, disprezzata nei Vangeli, si è gonfiata a dismisura; la parola mondo. Tutti vogliono sapere “dove va il mondo” per andare diligentemente “dietro a lui”.>>
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Riporto qui la paginetta fulminante di F&L come promesso con l’intento che possa stimolare maggior cognizione e minor accanimento in quei vespai online dove ci si punzecchia frivolmente tutti – conformisti e anti-conformisti, vin-naturisti e vin-convenzionalisti, liberi e servi, narcisi e riflessivi – nei quali purtroppo è più facile ritrovare interessi mercantili di corporazione, mode del momento, autoreferenzialità, piuttosto che un autentico spirito critico, uno spirito ribelle alle classificazioni, indipendente per davvero e visceralmente combattivo a servizio della comunità così come auspicato all’inizio dalla frase di Albert Einstein posta in epigrafe.
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<<A ognuno ovviamente la sua madelaine, a ognuno il suo sapore per ritrovare il tempo perduto. A noi toccò l’anno scorso l’invito di una coppia di giovani amici, lei e lui dediti alle arti figurative, lui e lei fervidamente decisi a combattere su tutti i fronti il grande nemico del nostro tempo: l’inautenticità. Quindi: niente compromessi con i mercanti, la pubblicità, l’editoria illustrativa; nessuna ricerca di commesse statali, comunali o comunque politiche; disprezzo per le sponsorizzazioni; orrore per i movimenti, le scuole, le cricche messe insieme da avidi e malfidi colleghi; niente televisione; non un paio di jeans, non una maglietta firmata; una vecchia giardinetta Fiat priva di qualsiasi charme; e beninteso, massima attenzione all’origine di ciò che si mangia.
Una guerra inutile, già data per persa da Leopardi quasi due secoli fa. In questi e in altri assoluti noi non crediamo più, non abbiamo
per la verità mai creduto; ma il rigore, quando sia perseguito ingenuamente e allegramente, come una specie di sfida senza fantasmi, desta simpatia. Dopotutto, è come un gioco di sopravvivenza in un ambiente ostile, ha qualche attinenza con uno dei romanzi a noi più cari (e più “autentici”), il Robinson di Defoe.
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All’ampio tavolaccio dell’ampia cucina ci fu annunciato un piatto di pasta che aveva richiesto particolari attenzioni e che offriva tutti i requisiti della più pura, sebbene rude, genuinità: bigoli di farina integrale conditi con l’acciuga. All’orecchio suonava invitante. Alla vista sembrava appetitoso. Fu il sapore a colpirci con violenza vertiginosa.
Mentre i due giovani lavoravano golosamanete di forchetta, noi ci scambiammo una tragica occhiata, gremita d’immagini di nuovo vividissime, lancinanti: palazzi sventrati, tram capovolti, colonne di soldati in grigioverde, fumo, fiamme, carri-bestiame, mitragliamenti dal cielo, posti di blocco, gelidi rifugi antiaerei, scarpe con la suola di sughero, stoffe inconsistenti, e i bollini della tessera annonaria, i miseri quadratini che davano diritto a pochi grammi di una pasta bruna, amara, immangiabile, maledetta. La stessa identica pasta che i nostri amici stanno divorando come una ghiottoneria conquistata a caro prezzo.
“Ancora due bigoli?”
”No, grazie, davvero.”
”Buoni, no? Non li conoscevate?”
”No, è la prima volta. Ma sono veramente ottimi, una bella sorpresa.”
Come potevamo dire la verità a questi gentili seguaci della purezza? E del resto mentire, per due vecchi ipocriti come noi, non è poi una gran fatica.>>
Fruttero & Lucentini, Il Cretino (Mondadori 2012)

La Realtà così com’è! Germinie Lacerteux dei Fratelli Goncourt

3 dicembre 2017
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La Realtà così com’è! Germinie Lacerteux dei Fratelli Goncourt

“Bevo i miei guai.” Germinie Lacerteux22405529_2052100431684846_650699993739537861_n

È implacabile come la miseria.  Ha questa grande bellezza: la Verità! [Victor Hugo su Germinie Lacerteux]

Germinie Lacerteux dei fratelli Goncourt è uno dei massimi capolavori della letteratura francese, paragonabile per universalità dei temi e profondità di visione ad altrettanti capolavori del Realismo quali Madame Bovary, Le Illusioni Perdute, Thérèse Raquin, Il Rosso e il Nero, Bel Ami, L’Educazione Sentimentale.

<<Era, per così dire, una creatura impersonale, a causa del suo gran cuore; una donna che non apparteneva a se stessa: Dio sembrava averla fatta solo per darsi agli altri.>> FullSizeRender 7

Germinie Lacerteux è un libro fondamentale per cogliere lo spirito di miseria sociale, turbamento, dannazione, pietà, disprezzo, maldicenza, compassione, sogni infranti, ostilità e squallore urbano di Parigi e dei suoi abitanti, 150 anni fa così come probabilmente ancora oggi.

I De Goncourt sono due romanzieri geniali, fisiologi dei sentimenti, entomologi dell’animo umano che con spietata accuratezza radiografano minuziosamente e ferocemente la Realtà anche negli anfratti più nascosti, nelle piccolezze più ignobili, angosciose e patetiche attraverso la lente d’ingrandimento del Romanzo dei romanzi popolari. Leggo a proposito dei fratelli Goncourt, in una nota introduttiva aggiunta all’edizione BUR a Le Due Vite di Germinia Lacerteux tradotto dal grande Oreste Del Buono (OdB):

“(…) la loro attenzione si appuntava volentieri sul piccolo particolare ritenuto da altri ovvio ed insignificante: erano osservatori acuti, minuziosi, formidabili addirittura. (…) procedevano dall’esterno, convinti dell’importanza assoluta, schiacciante dell’ambiente rispetto ai personaggi, e l’ambiente per loro risultava dalla somma dei particolari, dalla somma delle descrizioni. (…) Edmondo e Giulio hanno sentito davvero artisticamente e umanamente il personaggio del romanzo, un romanzo che la realtà aveva loro suggerito, anzi brutalmente imposto: Germinia si chiamava nella realtà Rosa, ed era la serva dei due fratelli, una brava ragazza che la tubercolosi ammazzò, che essi assistettero durante la lunga penosa malattia, e della quale, dopo morta, scoprirono un’insospettata personalità.”

germinie-lacerteux-2b50ecae-31ad-4a8f-8cb0-96a48e09f882Il libro, che è un documento umano sotto forma di romanzo, come illustrato nella prefazione datata 1864, è un vero e proprio manifesto del naturalismo in letteratura. Germinie è una tranche de vie che resta scolpita nella psiche dei lettori come uno struggente carattere di donna, un abisso di dolore e sventura, spirali senza fondo della degradazione fisica e mentale. Spettroscopia di un’esistenza maledetta. Ritratto vivissimo della disperazione, della sfortuna, della crudeltà, del rimorso, del sacrificio di sé e del destino ingrato.1003926-Paul_Gavarni_Jules_et_Edmond_de_Goncourt

<<Da quella brutta creatura si sprigionava una seduzione aspra e misteriosa. L’ombra e la luce, che si urtavano e si spezzavano nel suo viso pieno di cavità e di rilievi, suscitavano quel raggio di voluttà che un pittore d’amore sa mettere nell’abbozzo del ritratto della propria amante. Tutto, in quella donna, la bocca, gli occhi, la bruttezza stessa provocava ed eccitava. Un fascino afrodisiaco esalava da lei, un fascino che attaccava e assaliva l’altro sesso; essa emanava desiderio e ne comunicava l’emozione. Una tentazione sensuale si sprigionava naturalmente e involontariamente da lei, da i suoi gesti, dalla sua andatura, dal più piccolo dei suoi movimenti, dall’aria stessa nella quale quel corpo aveva prodotto una delle sue vibrazioni. Accanto a Germinie ci si sentiva vicino a una di quelle creature che turbano e inquietano, che bruciano di amore e comunicano agli altri questo ardore, una di quelle creature la cui immagine ritorna all’uomo nelle ore di insoddisfazione, tormenta il suo pensiero di giorno, ossessiona le sue notti, turba i suoi sogni.>>000824516

 

Semi e sementi

1 dicembre 2017
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Semi e Sementi

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Circa il tema delicato del monopolio mondiale dei semi, tempo fa Il Tascabile pubblicava questo interessante articolo di Elisabetta Tola.

Nel frattempo che giornaletti di carta-culo e televisionucce sciacqua-cervello seminano il panico diffondendo allarmismi futili sulle uova “aromatizzate” al fipronil, ecco come l’intera popolazione mondiale è stata prima sodomizzata a sangue e poi impalata viva da un manipolo di oligopolisti delle sementi – SyngentaChemChinaDowDuPontMonsantoBayer – che detengono il mercato globale dei semi, dell’agrochimica e dei pesticidi con cui contaminano la terra, manipolano alla radice le origini agricole del cibo, impongono dall’alto della loro economia nazista le scelte alimentari della gente, devastano l’ordine naturale del pianeta, con il pretesto diabolico di sfamare tutti, aiutare le masse povere, sostenere l’economia ed altre sesquipedali stronzate.
Vabbè, intanto buona continuazione a tutti con frittatina al bacon & fipronil, mi raccomando!

Il Saggiatore, sempre sull’argomento spinoso dei semi e delle sementi traduce il testo di Thor Hanson, Semi Viaggio all’origine del mondo vegetale di cui sempre il Tascabile pubblica una recensione sempre a cura della Tola che puntualizza:

I semi si sono evoluti sulla terraferma, dove le loro peculiarità davvero notevoli hanno influenzato il corso della storia naturale e di quella umana.semi_pc

L’autrice dell’articolo, in merito alla copertina dell’edizione italiana, fa giustamemente notare quanto sia: “una scelta grafica, va detto subito, che spiazza rispetto all’edizione americana, senz’altro meno intrigante ma probabilmente più in linea con il registro del libro.”
IMG_7669-e1496161666453Non saprei dire che seme sia quello sulla copertina dell’edizione italiana, non ho ancora acquistato il libro, ma deduco a cosa voglia maliziosamente alludere (o freudianamente rimandare la copertina), qui in effetti pare che i grafici de Il Saggiatore abbiano approfondito i loro studi di settore più su YouPorn che su Scientific American a pensarci bene.

Aggiungo qui la recensione di Marco Boscolo su Le Scienze al libro di Hanson.
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La vera “Verità” dell’Oenologia Diarrheica del Von Strünz

5 novembre 2017
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La vera “Verità” dell’Oenologia Diarrheica del Von Strünzcaricatura

Da un simpatico libercolo di Vittorio Rubiu sulla Caricatura, leggevo a scatole cinesi un passo tratto dal Gombrich a sua volta in Ernst KrisRicerche psicoanalitiche sull’arte

“Era diffusa credenza (codificata in un testo attribuito ad Aristotele) che per conoscere il carattere di un uomo bastasse individuare nella fisionomia i tratti dell’animale a cui somigliava di più. L’uomo con lo sguardo fisso come i pesci era freddo e taciturno; il viso da mastino tradiva l’ostinatezza.”71ZTrw14seLDunque pensavo tra me, a che animale raro rassomigliava quel viscido hemphillia dromedaries di Bellapietroia? Qual genere di piattola succhiapiscio, tafanaccio mungi sangue, che biscia di fango putrido, ottuso pidocchio d’ornitorinco o blatta leccamerdiera? Quid est Veritas?6396316939_798ebd5b7a Niente, non ne venivo a capo a rivoltare in lungo e in largo la tassonomia tutta del globo animale. Poi ho capito: Bellapietroia è bestia in sé – neppure troppo rara – razza coglionastra, specie genere famiglia ordine classe phylum regno dominio, un idiotone d’animalaccio a sé bastante per via ontogenetica e per filogenesi… è questa e basta la Verità22886022_2061070544121168_7448214871297559590_nA voler approfondire oltre, esorto alla consultazione di Oenologia Diarrheica del Von Strünz:

<<La Verità di Libero come il Metanolo derivano entrambi dall’idrolisi dei legami esterei presenti nelle pectine metossilate catalizzate dalla Pectinmetilesterasi della faccia merdaccia di Bellapietroia etc. etc.>>

Ho quindi, con gusto rinnovato, continuato a leggere il buon Rubiu:

“La caricatura è, per sua stessa natura, moralistica. Descrive ed esagera difetti o vizi, ma nello stesso tempo suscita il riso; e poiché colui che ride si pone in posizione di superiorità rispetto a colui di cui ride, la derisione del vizio indica la superiorità della virtù… Costituisce così una sorta di riscatto o di catarsi: non si teme ciò di cui si ride.”FullSizeRender 4

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Parla, Ricordo. Nabokov fotismi pareidolie fosfeni apofenie

6 luglio 2017
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Parla, Ricordo. Nabokov fotismi pareidolie fosfeni apofenie.

“…il comune lettore può riprendere la lettura a questo punto.”

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Il Dono, ad esempio, assume il punto di vista di Nabokov émigré nella Berlino pre-nazista degl’anni ’30, la stessa città descritta in modo sublime da Benjamin in Infanzia Berlinese.19247887_2001678960060327_3773389457409072554_n

Quello della pareidolia è un fenomeno molto ben descritto da Nabokov che nella sua “autobiografia rivisitata” fa parlare il ricordo ammassando e dando forma di scrittura alle macchie amorfe del passato.

A pensarci bene questa forma d’allucinazione visiva e ricostruzione della memoria a posteriori si può tranquillamente estendere a ognuna delle nostre pre-supponenti visioni del mondo: fedi religiose, convinzioni politiche, attitudini morali, innamoramenti, cioè come a dire che l’essere umano attraverso l’ordine del linguaggio e per tramite della coscienza involontaria, cerca di dare senso e forma compiuta al CUI (Caos Universale Incommensurabile) nel quale si trova a respirare per un numero più o meno limitato di ore, giorni, anni. 20139925_2008380589390164_5308409152179326800_n

Così Nabokov in Parla, Ricordo:

<<E neppure alludo alle cosiddette muscae volitantes: ombre proiettate sui bastoncini della retina da corpuscoli nell’umore vitreo e che si tendono visibili sotto forma di filamenti trasparenti vaganti attraverso il campo visivo. Forse, ai miraggi inagogici ai quali sto pensando si avvicina assai più la chiazza colorata, la trafittura di un’immagine persistente, con la quale la lampada che hai appena spento ferisce la notte delle palpebre. Tuttavia, uno choc di questo genere non è in realtà il necessario punto di partenza di quel lento, costante sviluppo delle immagini che trascorrono dinanzi ai miei occhi chiusi.

(…) A volte, tuttavia, i miei fotismi assumono un flou alquanto piacevole, e allora vedo – proiettate, per così dire, sulla superficie interna delle palpebre – grigie figure che incedono tra alveari, o pappagalletti neri che svaniscono a poco a poco tra nevi di montagna o una lontananza color malva che si fonde al di là di alberi di navi in movimento.

(…) Una spirale colorata in una sfera di vetro: ecco come io vedo la mia vita.>>

IMG_2834Vladimir Nabokov in due scatti struggenti: giovanissimo con una collezione di farfalle, magnifica ossessione di tutta una vita, e anziano con suo figlio Dimitri nell’ultima foto che lo ritrae vivo nell’aprile del 1977, morirà di lì a qualche mese. 19665553_2001475046747385_1064324481600484647_n19665614_2001475036747386_4068055241985463173_n

“Lo stile e la struttura sono l’essenza di un libro; le grandi idee sono inutili.”
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Arnaldo da Villanova, Liber de Vinis (Trattato sui Vini)

29 giugno 2017
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Arnaldo da Villanova, Liber de Vinis (Trattato sui Vini), Armillaria

Tra le spezie e gl’aromatizzati del Vinum Barbaricum di cui tratta il Da Villanova, alle bevande fermentate odierne, agl’additivi artificiali e ai lieviti industriali della nostra epoca profumistica, iper-tecnologica e post-alchemica… può ancora il vino essere rimedio che:

“…espelle dal cuore la tenebrosa fumosità che genera tristezza ed aiuta nell’indagine delle realtà sottili e nella contemplazione di quelle difficili”?12373322_1730478357180390_5206137233152116329_n

Qualcuno potrebbe rispondere in rosso:

<<Sí, si può! L’effetto però è migliore se da prima ci accompagna un certo sorriso e si cerca di stare sempre desti.>>
A cui controcanterei in verde:
<<Un certo sorriso potrei irradiarlo pur se oscurato dal barbone; sull’esser desti non si transige, è un vero imperativo categorico da esercitare giorno per giorno come arte della guerra del ben vivere.>>Arnaldo da Villanova bn

Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo

19 giugno 2017
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Samuel Auguste André David Tissot, L’Onanismo ovvero dissertazioni sopra le Malattie cagionate dalle polluzioni volontarie (Dottore in Medicina, Socio dell’Accademia di Basilea ec. ec.) in Venezia Stamperia Graziosi a S. Apollinare.couv_Lonanisme_sans-copie1

  • Qui il testo in originale
  • Cfr, il profilo del dottor Tissot in Uomini del Novecento, libro splendido di Geminello Alvi che qui sciorina severo una prosa di precisione, da intagliatore di diamanti. Le 42 esistenze narrate in questo libro sublime sono altrettante sfaccettature umane che creano questa pietra preziosa di racconti biografici scolpiti dall’autore con grande sapienza di scrittore essenziale.c25d8aaf915308bf1610687020d7b894_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

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Ah il buon vecchio dottor Tissot, squisito uomo di scienza in piena età dei Lumi!

“ …andai a casa sua e lo trovai più morto che vivo giacendo sul fieno, squallido, pallido, trasudando un odore nauseabondo, quasi incapace di muoversi. Dal suo naso scendeva acqua sanguinolenta, sbavava in continuazione, soffriva attacchi di diarrea e defecava nel suo giaciglio senza rendersene conto, aveva un constante flusso di seme, i suoi occhi, saltellanti e offuscati e senza brillii avevano perso la capacità di movimento, il suo polso era extremamente debole e accelerato, la respirazione difficoltosa, era totalemente emaciato, salvo i piedi che mostravano segni di edema”.

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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

10 giugno 2017
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Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (Adelphi)

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Problema filosofico per eccellenza: che cos’è la coscienza? dove origina? dove è localizzata? come possono delle cose impalpabili quali l’interiorità, i sentimenti, le sensazioni, essere generate dalla materia nuda e cruda?

<<La coscienza è la melodia che si diffonde dall’arpa e che non può pizzicarne le corde, la spuma che erompe rabbiosa dal fiume ma che non può modificarne il corso, l’ombra che segue fedelmente chi cammina, un passo dopo l’altro, ma che non ha alcuna possibilità di influenzarne il percorso.>> (Julian Jaynes)

Nel caso in cui si parla di avere la “coscienze apposto” o simili predicati etici e comportamentali, in questo caso specifico entrano in gioco questioni morali, religiose, sociali che stratificano l’identità dell’io e dell’altro i quali costituiscono la coscienza individuale che a sua volta è anche parte di una coscienza più estesa, cioè la coscienza collettiva, in un gioco infinito di specchi che si riflettono l’un l’altro.16523843662Proprio in merito al tema della coscienza individuale e coscienza sociale o collettiva, ma il profondo libro di Jaynes va ben oltre queste acquisizioni e tiene conto che anche l’aver “coscienza della coscienza” è una percezione determinata dall’ambiente e da altri fattori materiali che costituiscono la nostra personalità e ingabbiano la coscienza al corpo.

Bibliografia minima:

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20799238_2025660337662189_8777997889083657546_n20881896_2025986527629570_3599001349504478377_n20842005_2025987754296114_4830467325171976744_n20914232_2025986590962897_2325636714144904595_n20840987_10209911817417056_5467740234773319909_nbeeed2ab6e31a0e488caccd2ff68aab5_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

« Come avvenga che qualcosa di così sorprendente come uno stato di coscienza sia il risultato della stimolazione del tessuto nervoso è tanto inspiegabile quanto la comparsa del genio quando Aladino, nella favola, strofina la lampada.»

(Thomas Henry Huxley, The elements of physiology and hygiene, 1868)20799560_2026014397626783_2518098307724159594_n

Il Dottor Oliver Sacks:

“Quando mi laureai in medicina nel ’58, sapevo di voler diventare un neurologo, di voler studiare come il cervello esprima la coscienza di sé, e di voler capire le sue stupefacenti capacità di percezione, immaginazione, memoria e allucinazione.”