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gae saccoccio

Wine philosopher/food explorer; drinking education, travels reading writing across eating houses, vintners and vineyards, searching for books places people artisans stories... worth being told.

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Parassiti del cinema

30 novembre 2019
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Parassiti del cinema

Parasite di Bong Joon-ho (Palma d’Oro a Cannes 2019)

Qualche buon momento di cinema asiatico – la fuga sotto il diluvio, la scoperta dei “fantasmi” dentro al bunker anti-nucleare – per il resto i film coreani mi risultano essere sempre un po’ troppo sopra le righe, stoppacciosi.
Eccessivo nelle irrazionalità della sceneggiatura; truculento senza motivo fino al fumettone splatter; allungato come un brodo da concentrato chimico.
Tutto gira attorno a questa morale un po’ deboluccia per imbastirci un intero film, a maggior ragione in una commedia nera: del fare o non fare piani nella vita.
Il regista cerca ma non riesce affatto ad essere graffiante fino in fondo contro la società discriminatoria e classista della Corea del Sud, quella che fa i soldi facili e s’arricchisce con la tecnologia virtuale con cui ha rincoglionito il mondo intero. La pellicola gira un po’ troppo a vuoto su se stessa dimostrando l’ovvio, cioè che ricchi e poveri, servi e padroni, sono tutti di una stessa pasta e puzzano allo stesso modo.
Un finale troppo fiacco poi, moralistico e perciò appiccicaticcio: “Faccio i soldi, mi compro la casa da signori per papà e mamma invece di continuare a fare il parassita”, questo alla fine il sogno naif del protagonista… ma se proprio il film ha premesso fin dall’inizio che la società tutta è parassitaria, allora il protagonista sognatore dovrà pur sempre continuare ad essere parassita per raccattare i soldi e far campare a sua volta quei due genitori superstiti e parassitari altrettanto, uguali sputati ai loro figli.

Frase del film:

Se non hai un piano niente può andare storto!

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Vino fine o fine del vino?

27 novembre 2019
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Vino fine o fine del vino?
Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte di Luigi Veronelli. Sono ormai 15 anni che non c’è più e tanti giustamente a sperticarsi di lodi, omaggi, ricordi, celebrazioni. Veronelli è stato uno scrittore eccelso, un raffinato conoscitore di vini a differenza di molti millantatori e brutti ceffi all’arrembaggio. Maschere grottesche uscite da una Commedia all’Italiana di quelle più nere. Prezzolati che scribacchiano a comando, sbicchierano a scrocco, smarchettano a dritta e a manca. È risaputo ormai il discorso autocelebrativo di tempo fa a una qualche consegna dei soliti certificati da bidet-sommerdiè. Il dottor Balanzone di turno tira fuori una lettera, finge di commuoversi e mima con gesti studiati e tono a lutto: “Ahimè no, non posso leggervela, è troppo…” A suo dire, doveva essere una lettera di Veronelli indirizzata a lui, il Balanzone, ma in molti presenti asseriscono fosse una bolletta della luce.
Celebriamo quindi Veronelli ma rinneghiamo certi veronelliani voraci! Tromboni felliniani sfiatati i quali vantano, con la tipica protervia delle facce-da-culo – leccano sí con la bocca ma sbiascicano col deretano – ostentano d’essere stati suoi allievi mentre intanto si sbrodolano in speculazioni rapaci, s’arrabattano in sviolinate stridenti sulla memoria del loro “caro, amato Maestro che non c’è più”. Un maestro di stile e di understatement Gigi Veronelli, senza dubbio alcuno, che se solo tornasse in vita però, a questi suoi autoproclamati allievi li prenderebbe uno ad uno a randellate sulle terga, i panzoni vanesi, fino a stramazzarli a terra in una scura pozza di sangue e merda.
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Veronelli oltretutto negli ultimi anni di vita si è battuto a favore di una giusta causa che è quella delle Denominazioni Comunali, un tema magmatico sulla delicata valorizzazione dei prodotti agricoli dei Comuni italiani che sono ben più localizzate e circostanziate di altre denominazioni a maglie fin troppo larghe e incontrollabili.
Ora, il fenomeno paradossale che sto osservando spesso un po’ ovunque in giro oggi nel mondo del vino all’assaggio nel bicchiere è che tanti, tantissimi vini DOC e DOCG sono solo dei timbri burocratici che nascondono carrozzoni senza ruote anzi spesso, spessissimo rivelano bevande alcoliche smorte, senza personalità, prive di vigore, senza stoffa, né energia.
D’altro canto tanti, tantissimi vini da tavola, vin de garage, vini sfusi, vini e basta invece risultano essere assai gustosi, genuini, ci raccontano con più sciolta schiettezza e molto meglio all’assaggio nel bicchiere la tipicità dei luoghi da cui provengono mostrando la carta d’identità non falsificata di chi li ha fatti, in vigna e in cantina.
Con un’espressione anglosassone che fa molto snob si parla poi di “fine wines” per indicare quei vini più costosi e di lusso. Vini da collezione, vini fini o vini pregiati come sarebbe giusto tradurre. I vini insomma ultrapremiati in tante, troppe guide autoreferenziali dove si tende da decenni con approccio sterile a valorizzare il contenuto di una bottiglia in termini di punteggi, prezzi, competizioni internazionali. Insomma il vino che fa girare l’economia ma fa girare anche le palle perché poi non sono neppure più tanto sicuro si tratti ancora di vino, visto che entriamo d’emblée in campo speculativo e finanziario.
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Allora oggigiorno, se anche un oliaccio da supermercato può fregiarsi della parolina-magica Pregiato ne deduciamo con facilità che gli aggettivi i quali dovrebbero determinare qualità, pregio, privilegio, spessore, stoffa del vino, sono giunti definitivamente al capolinea: significano tutto per non significare più niente!
A questo punto tornando al “fine wine” proporrei una traduzione “false friends”, cioè: fine del vino

I Master Sommerdiè del futuro prossimo

23 novembre 2019
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Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.”

Guy Debord, La Società dello Spettacolo (1967)
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I Master Sommerdiè del futuro prossimo

(Riflessioni aspre sull’apparire e sull’apparenza che inganna i polli)

Quasi come il voyeurismo maniacale, l’esibizionismo ossessivo e pruriginoso che ci può assalire nella curiosità dei fatti di cronaca nera, in questi giorni si sta dando particolare risalto ad un mediocre video sponsorizzato dalla Caviro in cui tre sommelier professionisti non fanno altro che da testimonial viventi – o morenti? questo non è tanto chiaro – al Tavernello.

Senz’altro fa un po’ specie che coloro i quali veicolano subdolamente il messaggio commerciale “Drink Tavernello”, non penso proprio sia però poi quello il vino che loro stessi sono disposti a bere, non dico tanto nel quotidiano ma forse neppure una volta l’anno.
La saprete di certo la storia di @Rawvana la famosa cazzara vegan-food influencer beccata a mangiar pesce in un ristorante raccattando così una tale merdosa figura di portata planetaria davanti a milioni dei suoi followers indignati e ancor più cazzari di lei che la seguivano.7305A8DC-AA95-4942-B8A0-F071923C4496

Diciamo subito però che qua la faccenda è un po’ più equivoca e strisciante di una banale marchetta do ut des.

Provo a fare un sunto veloce a beneficio di chi poco ne sa, buon per lui!

Una Cooperativa Agricola Nazionale grossa come una Multinazionale, attraverso un montaggio video abbastanza mainstream, manipolatorio, autocelebrativo e farlocco, tenta di darla a bere a chi lo guarda che i “pregiudizi” sono tutti nella testa (nel palato) di chi osserva (di chi assaggia) e non di chi si fa guardare per interesse veniale ovvero regia, attorucoli, sceneggiatura e produzione. Neppure un bimbetto all’asilo nido ci sarebbe cascato, bisogna essere davvero adulti e vaccinati per farsi abbindolare… e difatti, quasi tutti abbindolati!

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Riflettevo poi tra me e me che se la gente avesse più dimestichezza con le tecniche di abbindolamento del marketing forse ci sarebbe un livello qualitativo di vino più alto in giro, così come sarebbe più alto il livello del comparto agroalimentare e della comunicazione collaterale agli stessi e forse chissà, berremmo molto più vino sfuso di qualità in circolazione a prezzi popolari. Vino popolare ben fatto dai vignaioli veri e non pisciato a catena di montaggio dalle solite fabbrichette di bevande idro-alcoliche. Bevande idro-alcoliche a base d’uva (forse), che una volta immesse sul mercato a prezzi da industria, è ovvio che vanno a inquinare e ad annientare senza pietà il commercio di altre potenziali produzioni di vino da autostentamento o da filiera artigianale a economia più corta e fragile.

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Sarà forse che abbiamo completamente smarrito il senso emancipato della Dignitas e il sentimento furioso della Indignatio. Fatto sta che ci adattiamo a tutto. Proni, pusillanimi e sottomessi alla più squallida protervia dell’apparire, dell’apparire a tutti i costi, seppur o purché coglioni!
Se molta gente “beve i pregiudizi” come esplicita l’ambiguo video in questione, la colpa è tanto delle associazioni di categoria che dovrebbero formare la cultura del bere bene e potrebbero anzi trasmettere la passione critica verso la civiltà del vino, quanto del comparto enologico industriale che sta facendo esattamente quello che è il suo lavoro principale: “fabbricare” cioè il vino in laboratorio con freddezza ingegneristica, protocollare ricette idroalcoliche per le masse disegnate su statistiche mercantili, elucubrare sul target dei consumatori trattati come fossero algoritmi, calcolare diabolicamente al ribasso su categorie merceologiche di vendita perseguendo il massimo profitto al minimo di costi.
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Quindi per quale oscura ragione dovrei bermi le palesi sciocchezze di questo video-montaggio così fasullo? Perché mai dovremmo credere ad una orchestrazione-video siffatta che ci sprona a non bere pregiudizi e a fidarsi del bicchiere che loro stessi equivocamente ci porgono? Per quale motivo infine devo dare ascolto ad un pessimo video prodotto, confezionato, diffuso da quel medesimo brand autoproclamatosi N.1 in Italia, il quale quei pregiudizi che ora mostra fintamente di esorcizzare è stato tra i primi a promuovere, a smerciare, a suscitare?
Penso al nostro misero presente dove impera questa malattia mortale d’apparire in video a prescindere, pure se non si ha una benemerita minchia da dire, senza alcuna vocazione a dirla tra l’altro; oltre a difettare in assoluto di qualsiasi studio e approfondimento di formazione teatrale (gesti, dizione, sguardo). Se fai il sommelier dovresti studiare i vitigni e i territori, approfondire i suoli, incontrare i vignaioli, stappare le bottiglie in sala; se fai il cuoco cucini e tieni a regime una brigata; perché mai invece tutta questa nauseante sovraesposizione di chef insostenibili che fanno i maghi taumaturghi online, i tuttologi opinionisti, i presentatori televisivi con quella saccente prosopopea da asinoni sapienti manco avessero scoperto il rimedio definitivo del cancro ai polmoni?
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Italo Calvino una volta ha rilevato una cosa secondo me molto importante che andrebbe applicata a tutti gli ambiti lavorativi, a tutte le professionalità, a tutte le attività e lavori, non soltanto al mestiere di scrivere:
“Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto.”
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Dunque, proprio perché quasi più nessuno prova fastidio a sentirsi parlare, a udirsi dir cazzate, anzi è invece quasi un vanto, leggiamo su un tabloid online, dove appuriamo che la cronaca nera va sempre a braccetto con il solletichìo pelvico e il gossip del momento:
“Cosa dimostra, dunque, lo spot della Caviro? Che il Tavernello è buono? No. Che il Tavernello, bevuto senza pregiudizi, può piacere.”
Ma insomma, come si fa a bere il Tavernello senza pregiudizi se è la stessa Caviro ad aver imbastito questa mistificatoria farsa di degustazione pro domo sua?

Nel video che dura pochi minuti montati in maniera furbetta e serrata, osserviamo 4/5 supposti (non il farmaco che si prende per via anale, eh) sommelier sotto accusa. Ma chi ci assicura che non siano anche loro degli attori prestati alla costruzione della messa-in-scena da Forum del vino? E qualora fossero pure “spontanei”, è lecito prenderli come modello statistico generale di tutto un mondo degenere di degustatori/tromboni che non c’è dubbio, respira e vegeta tra noi? Ho timore invece che la figura dei tromboni l’hanno fatta solo i tre anche loro ”supposti” sommelier, pure se immedesimati nella parte dei giudici super partes.

Ho pensato immediatamente allo spot innocuo di “Michele l’intenditore” del Glen-Grant quale esempio di una patinata moralità e di una contraffatta oggettività degustativa per confrontarla al suddetto trio dei nostrani “intenditori” a sentir loro senza pregiudizi eppure tronfi di giudizi netti e ben poco rassicuranti:

“Colore chiaro, gusto pulito… È Tavernello!”

Non dimentichiamo poi il cliché bastardone ma a quanto sembra vincente, di Master Chef. Cuochi “famosi” e perciò tracotanti con le facce da ciolla che invece di cucinare affanculo nei loro ristoranti vanno smargiassi in TV a fare i fenomeni di successo, a offendere regolarmente il prossimo, a fingersi finto-simpaticoni nei confronti di un manipolo di sfidanti sottomessi che stanno pavidamente al gioco pur di guadagnare in VISIBILITÀ. Sadomasochisti o sfigati che pare godano pure nel farsi trattar da schifo a favore d’un pubblico di pecoroni passivi e masturbatori (ma non è più catartico #YouPorn dico io?)
Certo è anche vero che così come c’è gente che gode nel farsi dare dello stronzo in pubblico, ci sono anche i coprofagi, cioè quelli che provano l’orgasmo a mangiarsi le proprie o le feci altrui: a ognuno la sua perversione!
Come non ricordare l’amareggiato Flaiano:
“Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarla due volte al giorno.”
Ecco, ora però aspettiamoci sulla falsariga dello stesso bassissimo livello “stilistico” del contest di cucina, il nuovo/vecchio format di un futuro sempre più giustizialista ma senza più né giustizia né speranza:
I Master Sommerdiè della Notte.
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Catturare lo spirito della natura nel vino artificiale

22 novembre 2019
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Catturare lo spirito della natura nel vino artificiale
Oramai che qualità e tradizione sono diventati “slogan falsità” da ipermercato, “Catturare lo spirito della natura…” nel vino, è un obiettivo di tutti: belli e brutti, sporchi e puliti, buoni e cattivi, convenzionali e vinnaturisti, puzzoni e profummerdini.
Non gliene frega mai niente a nessuno dei filosofi o del pensiero profondo impolverato nelle biblioteche del mondo, eppure, guarda un po’, ci tengono tutti a far sapere di avere una propria “FILOSOFIA” aziendale.
Ricordate Michael Corleone in Vaticano nel Padrino parte III?
<<Ma più in alto salgo, e più il fetore aumenta.>>

75974F7B-75E3-441A-8E56-4E4A2DBFD6B4Visto poi che nel “vino naturale”, non ancora codificato dalla Legge si parla tanto di retroetichette limpide a cui affidare il messaggio ufficiale di trasparenza produttiva, mi chiedo allora: quanta limpidezza, quanta mistificazione, quante supercazzole in grassetto e quanto rispetto del consumatore finale c’è in questa retroetichetta di biscotti industriali all’apparenza legale cioè approvata dalla Legge? Ne scrivevo anche qua, in merito alla dibattuta questione del falso e dell’autentico.
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Il filo rosso che uniforma e lega i partecipanti delle varie associazioni etiche, distribuzioni ed organizzazioni commerciali del vino naturale, è l’autocertificazione o la certificazione bio e biodinamica da parte di enti terzi, con in più per qualcuno il controllo a campione su eventuali pesticidi utilizzati, istituito da un “comitato di saggi” o da un gruppo di controllori che vabbè, andrebbero poi controllati a loro volta, in un circolo vizioso senza fine; tutti ricorderemo senz’altro il platonico: “Chi custodirà i custodi?” (La Repubblica, su l’ubriacezza dei sorveglianti dello Stato), ripreso anche da Giovenale nella sua VI SatiraQuis custodiet ipsos custodes?”

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La cosa che più mi preme rilevare tuttavia, è che se proprio l’autocertificazione è l’anello debole della catena, per cui in molti sollecitano ad una definizione ufficiale, ad una benedetta ratio produttiva “uguale per tutti”, codificata una volta per tutte in retroetichetta, d’altro canto abbiamo già visto nel caso dei vini convenzio… chiamateli come vi pare, dove le certificazioni e la burocratizzazione folle di certi disciplinari e denominazioni ha portato all’immissione sul mercato da decenni ormai di uno tsunami di vini grigi, piatti, frigidi, sempre uguali a se stessi annata dopo annata, omologati da una farmaco-enologia anonima e stomachevole. Con questo però non voglio fiancheggiare atteggiamenti speculativi per cui “una certificazione vale l’altra, anzi meno se ne fanno, meno controlli si subiscono e più libertà si ha di fare – bene o male – quel che cazzo ci pare…” però ci tengo a ribadire, non è che con tutte queste regole, protocolli, registri, certificati e altre pugnette assortite l’enologia ufficiale, dallo scandalo del Metanolo fino ai farinacei agli “agenti lievitanti” di oggi, abbia limitato chissà quanto l’isterilimento dei suoli, le adulterazioni di cantina, le truffe alimentari, le manipolazioni nanotecnologiche – in Australia si sta cominciando già da un po’ -, le magagne biochimiche, gl’inzuccheramenti dei mosti, i taroccamenti vari ed eventuali e… diciamolo senza infingimenti, la produzione di vini seppur “pregiati” – leggi “costosi” – ma di merda!

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Bevitore di vini naturali del IV secolo a. C.

Lui se la sghignazza di brutto davanti all’ennesimo coglione che commenta: “Ma è un vino difettato!”

Vignaioli su Facebook

22 novembre 2019
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Vignaioli su Facebook

A Roma neppure la macchina della Scuola Guida mette la freccia, e sono quelli che dovrebbero insegnarti il codice stradale.

Ora, a quanto mi è dato di constatare, su feisbù imperversa un fottìo di produttori molto bravi a elargire spiegoni sulla teoria del quando, del dove e del come si fa o del perché dovrebbe essere fatto il vino buono, eppure poi, come mai alla prova del bicchiere tanti di loro non sono in grado di spiegare perché proprio il loro vino faccia così tanto cagare?

Sui social è tutto un infuriare di maestrini a chiacchiere sulla viticoltura del passato del presente e del futuro, ma sarebbe forse più opportuno che questi imparassero una cosa, cioè a ben fare in silenzio più che a sparlare ad alta voce.CD688F3B-E379-440B-B3AF-509080A47F04

Vignaioli su Facebook, cazzoni in vigna! Vengono in mente quei mentecatti che nelle bio sotto la voce formazione scrivono: Università della Vita.

Si possono fare tutte le cazzo di crociate dei poveri e sbraitare su tutti i social che si vuole in merito a come si coltiva la vite o su quando si fermenta l’uva e bla bla bla, ma alla fine della fiera sono sempre i vini a dire l’ultima parola e spesso dicono delle verità indiscutibili (imbarazzanti?) che sono in netto contrasto con le dissertazioni sterili, i bla bla bla mediatici e rancorosi di chi quei vini li ha fatti, con arroganza, senza la minima umiltà.

Zero umiltà e tanta arroganza che alcuni lettori di questo post non mancheranno di rilevare, a ragione, anche nell’autore dello stesso.
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Orange Wine come rivoluzione culturale

15 novembre 2019
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Orange Wine come rivoluzione culturale

cartolina-web-ORW19Le stories, i tag, i post, gli hashtag, gli eventi, le degustazioni, gli assaggi… scappano via veloci tipo ghepardi tramutati in algoritmi dell’era digitale dove quello che ti trovi a pensare a leggere o a scrivere oggi, domani è già preistoria. Non mi riesce proprio d’adattarmi a questa velocità d’espressione che il più delle volte tradisce un enorme, sconfortante vuoto di contenuti. Sembra che per stare sul pezzo delle novità del giorno, come una triste bestia in gabbia devi assecondare il Grande Addestratore nello Zoo dei social che con una mano ti mostra la carota ma con l’altra ti bastona la schiena. Io provo comunque a respirare al mio ritmo. Mi prendo le dovute pause di riflessione, di lettura dei fatti ed eventuale riscrittura con la mia personale versione degli stessi anche a distanza di tempo. Sarò pure anacronistico ma l’esasperazione sul presente (l’onnipresente) quale unica forma di possibilità mi angoscia, m’imbarazza. Allora provo a “guardare avanti per tornare indietro” come diceva Joško Gravner sempre qualche settimana fa a Udine interrogato in merito al suo rapporto col tempo, conversando amabilmente con Corrado Assenza e Trilok Gurtu nell’ambito della XXI edizione di EinProsit 2019.

Orange Wine a Gariga di Podenzano (PC). Giusto un mese fa, verso fine ottobre, ho preso parte a questo evento a cura di Sorgentedelvino con la partecipazione di 50 vignaioli naturali italiani ed europei specializzati in vini “Orange” ottenuti cioè dalla macerazione delle uve bianche, detta anche vinificazione in rosso delle uve a bacca bianca. L’evento è ospitato nei locali de “La Faggiola”, un’azienda agricola sperimentale di fine ottocento corrispettiva all’Osteria dei Fratelli Pavesi che per l’occasione hanno preparato la Bomba di riso alla piacentina con piccione: esplosivo e puro orgasmo gastronomico.74680810_2537397529821798_7489007957183561728_o

Giallo-dorato, rosato-grigio, aranciato, ambrato, ocra. L’intensità delle sfumature degli Orange possono dipendere da svariati fattori: varietà del vitigno, annata e periodo di vendemmia, durata del contatto sulle bucce, tecnica di vinificazione in anaerobica o aerobica cioè in assenza o in presenza di ossigeno.

Assieme a Barbara Pulliero, Paolo Rusconi e Giovanni Segni, dei 50 produttori presenti abbiamo deciso di fare focus su 6 vignaioli. 6 territori (Marche, Vipavska Dolina, Toscana, Piemonte, Lombardia, Romagna ). 6 vitigni (Bianchello, Ribolla Gialla, Trebbiano, Timorasso, Chardonnay, Albana di Romagna). 6 interpretazioni diverse, costruendo una degustazione pubblica dal titolo esplicativo: 6 gradi di macerazione. Questi i vini presentati:

  • Tenuta Cà Sciampagne di Leonardo Cossi. Revoluscion 2016, rifermentato e con ripasso su bucce di annate successive. Bianchello (Urbino)
  • JNK di Mervič. Rebula 2012. Ribolla Gialla (Šempas)
  • Il Casale di Antonio Giglioli. Trebbiano del 2004, 12 anni d’invecchiamento in botti di castagno (Certaldo)
  • Daniele Ricci C.C.C (Come un Cane in Chiesa). Timorasso (Costa Vescovato)
  • Nicola Gatta Febo 2017. Chardonnay (Franciacorta)
  • Vigne di S.Lorenzo di Filippo Manetti, Menis 2016. Albana da vecchie vigne, lunga macerazione in Qvevri (Campiume – Brisighella)

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I vini di Antonio Giglioli, di Daniele Ricci e Filippo Manetti seppur estremizzati nella sostanza, tesi a un’idea di vino ossidativa addirittura, sono stati quelli su cui ho riportato più spesso il naso e la bocca, riscoprendo ad ogni annusata e sorsata qualche particolare in più che me li facevano benvolere: un sorso e una vibrazione sulla schiena, una vibrazione sulla schiena e un sorso. Il tannino in questi vini bianchi macerativi è una spina dorsale drittissima che me li rende allungati ed elastici a un tempo nella deglutizione; sferzanti in bocca. Vini sferici, di autunnale maturità fenolica, di piena croccantezza gastronomica.

Dal pubblico a un certo punto si è alzato un brusio un pò nervosetto che è sbottato nel definitivo: “Ma questo vino è aceto!” da parte di qualcuno dei presenti che si riferiva nello specifico al Febo di Nicola Gatta, Chardonnay affinato in botte scolma per un anno con lievito fior e poi altri 6 mesi in cemento. Una volatile sicuramente colorita oltre il limite, anticonformista. Affascinante però pensare che provenga da un territorio, la Franciacorta, che invece ha fatto del grigiume gustativo e del conformismo enologico la sua chiave commerciale vincente per i propri mercati di riferimento. “Non guasterà certo un po’ d’acetica sperimentale su un panorama di vini territoriali dove la fanno da padrone i diserbi in vigna con le altrettante tonnellate di zucchero in cantina”, ho cercato di argomentare più o meno in questo modo. Sono stati alcuni minuti di tensione che potevano sfociare facilmente nella rissa ideologica o nelle minacce fisiche vere e proprie come vediamo accadere spesso sui social – basta Facebook, menàmose – ma con Giovanni siamo riusciti a gestirla tuttavia con buona diplomazia, propensione al dialogo civile e attitudine conciliatoria che non vuol dire per forza democristiana. Io mi sono limitato poi a ricordare Paul Old de Le Clos Perdus il quale dice: “Fare grandi vini è flirtare con i difetti.degustazione-01La ricchezza microbiologica, la complessità aromatica di un vino bianco è tutta nelle sue bucce. Le differenze tra un vino macerato e l’altro sono invece definite dal carattere del vignaiolo, dalla caratteristica del vitigno, dalla matrice dei suoli, – carattere/caratteristica/matrice – armonizzate dallo stile di vinificazione adottato da ognuno dei produttori in base al proprio gusto personale e alla loro specifica visione della vita, della vigna e del mondo.

Succoso, ricco di fibre, energetico, nutritivo, sono alcuni degli aggettivi che mi salgono spontanei al palato assaggiando certi bianchi macerati in contrapposizione ad adulterato, asettico, sfibrato, mediocre, indigesto, a cui penso solo mettendo occhi e naso su certi liquidi idroalcolici bianchi o sbiancati dalla farmaco-enologia ufficiale spacciati pure per “bianchi di pregio”. In alcuni casi posso pure concordare con quanti criticano aspramente questi vini “Orange”,  adducendo che il lungo contatto sulle bucce tenda ad omologare e a far sembrare tutti i macerati uguali tra loro, spazzando via in un colpo solo vignaiolo, vitigno e territorio.IMG_5346

Eppure alla fin fine secondo me il problema non è tanto relativo alla tecnica di vinificazione perché se basta una macerazione prolungata a farlo sparire come dicono in molti, evidentemente dietro al vino non c’era nessun vignaiolo e c’era forse qualche vitigno inadeguato da un territorio niente affatto vocato o comunque interpretato senza scrupolo. Come sempre, nel vino, nella letteratura, nell’arte, nell’artigianato, quel che fa la differenze è lo stile, il manico, la visione del vignaiolo, dello scrittore, dell’artigiano o dell’artista e non le scimmiottature dei grandi modelli, le riproposizioni fiacche di cliché triti, le imitazioni enologiche fatte tanto per fare bottega o per seguire mode idiote, per fotocopiare protocolli di cantina sterili, per falsificare tendenze di mercato vacue e obsolete.

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Il libro di Simon J. Woolf, Amber Revolution, presentato dall’autore a Orange Wine lo scorso anno, meriterebbe di essere tradotto in italiano.

Leggiamo qui una centrata osservazione di Simon sulla tecnica di macerazione del bianco, dove fa notare che se questa speciale tipologia di vini resiste ancora alla omologazione della produzione di massa è solo perché è sicuramente più difficile realizzare dei buoni macerati. I macerati richiedono più tempo di lavorazione, più talento, più stile, “manico” e pazienza. Anche se si cominciano qua e là a intravedere negli scaffali della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) alla sezione merceologica dedicata: ORANGE WINE.75204410_2548259045402313_828486242072002560_o

Neppure un mese fa mi trovavo a passeggiare lungo i vasti corridoi del Museo Nacional del Prado dove ho trascorso dieci ore filate in un giorno solo – dall’apertura alla chiusura – per assorbire con quanta più intensità possibile lo spirito del luogo, in quei pochi giorni che ero di trasferta a Madrid. Qui sono incappato su Luis Egidio Meléndez (1716-1780) pittore spagnolo di nature morte vivissime, illustrate nei minimi dettagli con assoluto approccio scientifico. In Meléndez ho potuto osservare che in un’altra civiltà pre-tecnologica ed archeo-enologica, il vino bianco in verità è ambrato o “orange” che dir si voglia ed è quindi sempre stato così per millenni, fino a noi, la civiltà post-industriale dove l’abuso di filtrazioni sterili e chiarifiche tracotanti, sbiancano senz’altro, “purificano” sì i vini, ma a rischio di renderli troppo trasparenti, giallo-paglierini, sterili, piatti, puliti e perfettini… ottimi insomma per darli ar gatto o ar sorcio, come il celebre latte di Sordi in Un Americano a Roma di Steno.Land4

 

L’ecologia del pianeta in vigna a Cupramontana

11 novembre 2019
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L’albero che guarda lo sciocco non è lo stesso albero che guarda il sapiente.

William Blake

L’ecologia del pianeta in vigna a Cupramontana

L’ultimo libro di Corrado Dottori, Come vignaioli alla fine dell’estate. L’ecologia vista dalla vigna, pubblicato quest’anno da DeriveApprodi

Già dalla prima lettura si srotola felicemente quasi come il diario di bordo d’un capitano di lungo corso solo che al posto della nave, delle vele ammainate e del mare azzurrino abbiamo i vigneti, la campagna, la cantina.

Di fatto è un prontuario di azioni agricole e contemplazioni socio-politiche. Un vero e proprio registro giornaliero di un ciclo solare. Il giornale di viaggio di un’annata viticola alla fine del secondo decennio del XXI secolo da La Distesa Cupramontana in provincia d’Ancona proiettato verso l’universo in espansione irreversibile nell’era del Capitalocene e della biodiversità perduta. Un anno in cui purtroppo sono venuti a mancare due vignaioli ispiratori per l’intero movimento denominato di Resistenza Naturale: Beppe Rinaldi e Stefano Bellotti. Due pilastri anarchici della contro-cultura enologica e della naturalità del vino traboccante di caos creativo e armonizzato nei o addirittura dai “difetti”. Naturalità in senso estetico perché vino pregno di sublime, di complessità, di paesaggio, d’esseri umani, di contaminazioni, di caso, di genuino, di necessità, d’esperienze, di bellezza, di grazia.

Il diario lavorativo d’un anno vendemmiale che comincia a ottobre e termina a novembre dell’anno successivo. Il quaderno in cantina di un vignaiolo marchigiano utopista, stanziale eppure giramondo nell’epoca della globalizzazione più spinta. Un vignaiolo intellettuale, quanto mai curioso del micro e del macro-cosmo che lo circonda e di chi lo abita, a 360 gradi: minerali, vegetali, animali e anche umani. Un vignaiolo cittadino del mondo, concentrato sì sulle questioni vitali al suo mestiere antico – raccolta, arte della potatura, trattamenti, cicli lunari, vinificazioni, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, macerazioni, rimontaggi, travasi, sfecciature, selezioni massali, maturità fenoliche, cloni, umificazione dei suoli, biotipi, imbottigliamenti, registri informatici, commercializzazione del prodotto – ma anche infervorato dalla vita o forse sarebbe meglio dire dalla morte della politica non solo italiana bensì mondiale, su cui prende posizioni nette di autodifesa dalla barbarie del sistema economico-mondiale odierno. Basta snocciolare la ben nutrita bibliografia alla fine del libro per radiografare una filigrana composita, densa di molto materiale di studio inerente agli svariati ambiti della ricerca intellettuale più aggiornata da cui traspirano interessi di vasta portata non solo strettamente correlati alla viticoltura sostenibile: economia, antropologia, biologia, filosofia, tecnologie e scienze informatiche, biodinamica, scienze sociali, ecologia, permacultura, urbanistica… Tutte discipline connesse in maniera attiva e partecipe alla meditata scrittura del diario. Pagine innervate dalla curiosità sana e fanciullesca del diarista Dottori che ridisegna in queste sue accorate meditazioni domestiche e multiculturali, alcuni scenari planetari tra i più insidiosi. Dal generale della mutazione genetica di un ecosistema digitale-informatico sempre più invorticato su di sé, al particolare delle piante di Verdicchio acclimatate sull’appennino marchigiano. Tesi e antitesi di una visione dialettica della realtà in cui la sintesi soggettiva è oggettivata da quel suo punto di vista privilegiato di vignaiolo ormai adulto e militante incarnato all’intelligenza vegetale della vigna che è sicuramente più elastica, più collettiva e più intelligente di noi bipedi.

Scrive Corrado in data 6 Luglio: “Da una vigna puoi capire molto bene alcune questioni del contemporaneo.”

Un “contemporaneo” insomma, una “dittatura del presente” che accorpa in sé tutta la complessità dell’esistente e che fa sentire l’individuo sempre più solo, abbandonato a se stesso, inerme. Catastrofi ambientali, insostenibilità delle risorse naturali, cambiamento climatico, antropocene, intelligenza artificiale, industrializzazione/omologazione del gusto, diseguaglianza economica, immigrazione globale, razzismo dilagante, mercati finanziari, consumismo selvaggio, sovranità nazionali.

Diciamo subito che tutte queste inesauribili tematiche “umane” compongono un humus di problemi irrisolvibili. Un patchwork di questioni su cui Dottori argomenta lungo tutto lo scorrere nostalgico ma fiducioso delle pagine di questo suo diario attraversato dal trascorrere dei mesi e dallo scandirsi delle stagioni incorniciate nel quadro delle grandi tematiche “cosmiche”, relative cioè ai processi terrestri di natura chimica e biologica: fertilità del suolo, fotosintesi, fermentazione.250EBA92-0F2B-4DF0-B89C-0B780511456E

La fermentazione esiste da circa 6000 anni, mentre l’illusione dell’uomo moderno di controllare tutto a livello enologico è degli ultimi 100 anni.

Corrado Dottori

Chi non conoscesse Corrado di persona potrebbe incorrere nel peccato d’orgoglio di giudicare in maniera troppo frettolosa questa sua attitudine olistica alla comprensione, all’osservazione filosofica del dettaglio e alla tensione esplicativa verso il Tutto. È una genuina propensione conoscitiva invece verso l’esterno cioè l’altro e verso di sé che ci mostra l’autore, il vignaiolo, il padre di famiglia, denudato nelle sue paturnie più segrete e nelle sue speranze più riposte tra un’attitudine istruttiva/costruttiva al far bene, a tentare tutto il possibile per la custodia del vigneto tramandato e da tramandare. Senza tralasciare una liberatoria quanto ragionevole pulsione al silenzio con tonalità alquanto malinconico-apocalittiche.

“Il mondo del vino è un mondo in cui semplicemente si parla troppo.” (4 dicembre)

“Non ci giurerei che fra cent’anni possa ancora esistere un vignaiolo sul pianeta Terra. Un vignaiolo vero, in carne e ossa, intendo. Non so neppure se esisterà ancora il vino.” (2 febbraio)

“L’inesorabile disordine delle cose, il pessimismo della ragione” o l’infinito sconforto leopardiano – siamo pur sempre nelle Marche – sono parte integrante dei nostri umori e delle nostre vite più o meno alienate tra città che tendono a naturalizzarsi e campagne che vanno via via urbanizzandosi. Quel che traluce soprattutto dal libro però è questa tensione conoscitiva irraggiata d’energia buona al compiersi di un lavoro ben fatto nonostante la lotta contro gli agenti atmosferici avversi (bombe d’acqua improvvise, grandinate, ondate anomale di caldo) e le piaghe stagionali della vite (peronospora, oidio, mal dell’esca, flavescenza dorata). Il gesto giusto del vignaiolo “tra cielo e terra” senza strafare ad aggiungere o a togliere troppo, dovrebbe limitarsi a generare rispetto, cooperazione, cura, tutela e non soltanto negli ambiti del vino ma in senso più aperto possibile nei confronti soprattutto di tutta la società civile coinvolgendo etica, politica, cultura, educazione.

“Solo questo, forse, potrà salvarci: la consapevolezza del nostro essere superflui.” (12 maggio)

E qui il messaggio più engagé di Corrado Dottori nei confronti di una certa frigidezza burocratica o di una non-politica sempre più ottusa, autoriferita e tracotante si fa forte e chiaro in difesa della mescolanza, del meticciato non solo contro i protocolli anacronistici dei disciplinari regionali ma mescolanza soprattutto in senso di specie, di tradizioni, culture, credenze. Meticcio difatti è anche il nome di un suo vino che ricorda, assieme a Valeria: “(…) ci interessava (…) arrivare all’estremo del lavoro iniziato con la mescolanza dei vitigni bianchi: vitigni bianchi e rossi pigiati assieme, pelli che si uniscono e macerano assieme.”

”Meticciato contro identità. Confusione contro purezza.” (18 settembre) 39622DAF-1852-4EDF-94CB-71AC5D387861

Le parti più insofferenti o più amareggiate del diario che traducono una  palpabile onestà intellettuale da parte di chi lo ha scritto, sono quelle relative alla confessione o interrogazione amletica sul proprio mestiere: avere o non avere successo? Crescere o decrescere? Rilasciare interviste a una imboscata televisiva nazionalpopolare, mediocre, manipolatoria e frivola o mandarli sonoramente tutti a cagare? Essere parte di una macchinazione commerciale autocelebrativa, adulatoria e modaiola o farsi da parte in silenzio con spirito sereno? Lottare con fierezza in favore del proprio territorio a valorizzare la propria diversità produttiva e unicità agricola non incasellabile dalle griglie carcerarie della burocrazia col rischio magari di trovarsi la repressione frodi in cantina?

”In fondo, in questi anni siamo finiti a creare prodotti per un mercato globale fatto principalmente dai ricchi del pianeta: mutui, piani di sviluppo rurale, uffici stampa, interviste, premi, social media manager…” (3 settembre)

Il sano spirito utopico anti-capitalistico che soffia un po’ per tutto il libro come una brezza estiva dall’Adriatico verso l’appennino, tonifica la lettura ricordandoci con piglio tanto imperativo quanto ahimè irrealizzabile, che la sola maniera di sottrarsi al circolo vizioso del capitalismo avanzato è sostituire il paradigma della crescita esponenziale, innescando “la rottura della logica economica stessa” (22 giugno). Quasi che questa logica diabolica fosse qualcosa di innaturale e artificioso così come artefatti e innaturali sono la gran parte dei vini perfettini e perciò infernali fabbricati dalla farmaco-enologia contemporanea. Non è il vino dell’enologo è appunto il titolo del precedente libro di Corrado Dottori.

“(…) la viticoltura è solo un altro esempio di organizzazione della natura sotto il segno dell’economia.” (18 settembre)

In quanto Homo oeconomicus, dal momento in cui faccio qualsiasi cosa attorno a me, sono subito intrappolato in un vicolo cieco di contraddizioni paralizzanti. Rinforzo, innesco e partecipo allo stesso Grande Male a cui vorrei fare da freno. Anche se animati da ideali benigni stiamo tuttavia modificando in maniera irreversibile il nostro habitat. Dovremmo quindi limitarci solo a respirare e non dissodare campi, non prendere aerei, non guidare automobili, non produrre il cibo che ci nutre e ci tiene in vita, non scrivere sul laptop come in verità sto facendo io ora in questo istante?

”Il trattore che guido brucia gasolio sviluppando gas nocivi. Le cassette con cui raccogliamo l’uva sono fatte di plastica, cioè da un derivato del petrolio. Durante la vinificazione, per produrre un solo litro di vino, vengono consumati tra i 2 e i 20 litri d’acqua. Le bottiglie con cui immagazzineremo il nostro  prodotto sono il frutto di lavorazioni industriali inquinanti e ben poco  sostenibili. E potremmo continuare con una lista infinita.” (12 settembre)

L’atavico bisogno di crescere, economicamente parlando, per realizzare maggiore libertà individuale, fa in modo che questa maggiore libertà di crescita individuale segna anche la nostra rovina come specie collettiva che consumando il mondo estingue anche se stessa. Se pensavamo potesse risolversi tutto in una spensierata sbicchierata tra amici, l’autore di questo libro ci avverte caustico che abbiamo sbagliato di brutto. Al culmine evolutivo della nostra specie disperata, dobbiamo ora saper guardare con resilienza, con occhi lucidi fino in fondo all’abisso della catastrofe ecologica preparata da un’Economia tritatutto che abbiamo sia subìto che perpetrato, per trovare in noi stessi un modo di arginarla questa voragine che ci separa dalla natura, dalla poesia, dalla verità, dal dono, dal riuso, dall’ospitalità, dalla convivialità, dal riciclo e dalla riconversione ecologica.

In questo mondo che si sta restringendo a colpo d’occhio, sovraffollato da ”capitale umano” e da persone sempre più mercificate, dobbiamo imparare allora a sottrarci come bisce all’esca del capitalismo espansionistico. Dobbiamo imparare a riorganizzarci la vita riducendola all’essenziale evitando come fosse peste la retorica del ritorno alle caverne e senza quelle importune pose social da neo-rurali radical chic.

“Fermi sulle rovine, ma vivi.” (4 novembre)

Impariamo quindi ad “abitare la casa”, dove la casa è il mondo intero abitato non solo da noi antropocentrici, ma da tutti gli altri: minerali, vegetali, animali e, forse, anche gl’umani.

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Joker e l’industria culturale

18 ottobre 2019
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43946F90-8DCD-4FCE-96E9-B6058A9ECCD5Quando un prodotto dell’industria culturale – film, libri, musica, vino – riscuote consensi generali e successo di pubblico quasi unanime, la cosa dovrebbe insospettire sempre un po’.

Questi sono i temi di fondo che sorreggono Joker per i capelli: la violenza brutale; il cinismo urbano; la disperazione di metropoli sempre più sporche, disumanizzate, anonime; il disagio mentale; la solitudine.

Sono temi potenti, scenari fondamentali della nostra vita sociale, che però il registucolo da blockbuster Todd Phillips sfrutta in maniera consolatoria con attitudine sciacallesca per tappezzare un melodrammone bozzettistico appiccicato con lo sputo, specialmente nel finale grossolano alla V per Vendetta (2005).

Una Gotham City/New York particolarmente stucchevole nel suo scenografico squallore da cartolina anni ‘70, ricopiaticcia alla meno peggio e stereotipata su I Guerrieri della notte – The Warriors (1979) di Walter Hill.DAC2223E-FE65-4766-89D7-0ED5AD1E7029

Come è stato riportato da alcuni altri, il film fa perno tutto sull’interpretazione mimetica di Joaquin Phoenix, ma un film, oltre a grandi attori, ha bisogno di sceneggiatori, di scrittori con le palle – vedi Paul Schrader con Taxi Driver (1976), ad esempio -, per traghettare un messaggio profondo che non sia solo far botteghino gratuito sulle disgrazie psichiche o le disperazioni altrui.

Il riferimento esplicito del film è a Re per una notte – The King of Comedy (1983), ricordate Jerry Lewis e Robert De Niro? Ma da un punto di vista puramente registico niente a che vedere con la classe, lo stile, lo spessore, la visione autoriale di Scorsese degli anni d’oro.7335C59E-F614-454B-B64D-BA2C0AE5F56C

Se è tutto un delirio posticcio nella mente del protagonista, lo spettatore è ingannato fin da subito da una regia approssimativa e confusionaria per cui non si riesce a districare l’allucinazione mentale dalla confusa realtà. Realtà e finzione indistricabili come forma d’arte hanno bisogno di registi visionari autentici, penso al Terry Gilliam di Brazil (1985) tanto per dire. In Joker invece, la sola cosa certa è che l’allucinazione reale e la confusione psichica sono quelle del regista che pretende di andare avanti per due ore a colpi di scena ed effetti a sorpresa utili forse ad impressionare l’immaginario sempliciotto di adulti cresciuti male a sonore cagate televisive.478E0F96-C94F-4A45-A76F-4E17A41EDB4C

E poi trovo insopportabile quell’eccesso d’enfasi didascalica. Così come gli straripamenti della musica extradiegetica in chiave emotiva per drammatizzare le scene, risultano un bel po’ manipolatori, infantili trucchetti strappalacrime da filmini Hollywoodiani leziosi, prodotti dalla Warner Bros, non certo usi espressivi da grande cinema. Un abuso sciroppone del suono alla Sorrentino insomma, Dio ce ne scampi, che fa l’effetto degli aromi artificiali nei vini: alla fine del bicchiere cioè, ti resta solo un saporaccio di roba fasulla in gola!

Battuta del film.

La mamma lo chiamava Happy fin da bambino, ma lui, Joker, in un momento di confessione:

Non sono stato felice mai, neanche un minuto nella mia vita del cazzo.C8B774F0-CD55-49D2-B4B4-73F57AC1DBE7

Panificatori selvaggi e pane della terra

24 agosto 2019
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Il pane, oggetto polivalente da cui dipendono la vita, la morte, il sogno, diventa nelle società povere soggetto culturale, il punto e lo strumento culminante, reale e simbolico, della stessa esistenza, impasto polisemico denso di molteplici valenze nel quale la funzione nutritiva s’intreccia con quella terapeutica (nel pane si mescolavano le erbe, i semi, le farine curative), la suggestione magico-rituale con quella ludico-fantastica, stupefatta e ipnagogica.
Piero Camporesi, Il Pane Selvaggio

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Panificatori selvaggi e pane della terra

Sono i giorni malinconici di fine agosto, quando si percepisce l’estate smorzare pian piano, assieme alle cicale. Il rombo incalzante di sottofondo della città, ricomincia nuovamente a martellare, invasivo e proprio per ciò connaturato a chi vive dentro la città, che neppure ci fa più caso, e quel rombo esterno diviene un tutt’uno con il caos interiore, il rumore di fondo perenne che ci pervade la psiche, disturbandone la quiete originaria.

Appena rientrato da un giro nelle Cicladi più esacerbate dal turismo globale, sono stato invitato a partecipare ad un incontro semi-clandestino di panificatori provenienti da svariate parti d’Italia. L’incontro è avvenuto in Umbria in un’azienda agricola nei boschi sopra il lago Trasimeno. I panificatori, una ventina, provenivano dalla Liguria dall’Emilia Romagna dalla Campania dal Lazio dalle Marche dalla Toscana. Bernardette, Giovanni, Rocco, Laura, Daniele, Ciro, Andrea, Martina, Gianni, Edmondo, Lucia, Philippe… ognuno con una sua personale esperienza professionale alle spalle, una forte motivazione conoscitiva, autarchica, politica, etica nel fare un prodotto tanto semplice eppure multiforme, millenario quale il pane. Alcuni tra questi panificatori borderline, hanno costruito negli anni una propria autonomia micro-economica ed indipendenza produttiva per cui sostengono in concreto il controllo di tutta la filiera. Si coltivano cioè il proprio grano – diverse tipologie di grani antichi non contaminati dall’industria – di cui si scambiano in segreto i semi avendo cura della sanità e fertilità del terreno, poi se lo macinano nel proprio molino facendosi le farine e il lievito madre a proprio gradimento, se lo cuociono nel proprio forno a legna, infine se lo vendono al mercato, nei Gruppi d’Acquisto Solidale, o addirittura porta a porta, qualcuno.

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La ragione principale dell’invito, a quanto ho potuto constatare buttandomi in pasto a questo ritrovo al buio per me con perfetti sconosciuti – io sconosciuto per loro, loro sconosciuti per me -, è un tentativo di confronto stimolante, si spera, tra il linguaggio degustativo, il lessico del vino naturale con il vocabolario della panificazione. Entrambi idiomi arbitrari se vogliamo, idioletti soggettivi ed emozionali innestati su una materia profondamente empirico/scientifica quale la fermentazione, dell’uva o del grano che sia. L’occasione d’incontro ha rappresentato anche un piacevole momento di svago, innescando così una proficua discussione tra i panificatori. Qualcuno ha fatto presente: “Se prima non ci capiamo tra noi che panifichiamo, non possiamo pretendere di farci capire all’esterno da chi potrebbe acquistare e mangiare il nostro pane.” Certo capirsi l’un l’altro senza delle linee guida minime appropriate che indicano una direzione metodologica interna, può generare una babele linguistica, un bailamme gestuale per cui quello che è difetto per alcuni diventa valore aggiunto per altri (l’acidità così come la dolcezza o la sapidità).

È vero altrettanto che una codificazione d’aggettivi troppo ampia, perfettina e partecipata può generare derive grottesche, soprusi linguistici come nel mondo della sommellerie ufficiale dove i descrittori e le attribuzioni d’aggettivi si autogenerano all’impazzata come lo scatenarsi incotrollato delle cellule tumorali. Al riguardo è stato illuminante l’intervento di Giannozzo Pucci, editore mitico di Libreria Editrice Fiorentina che ha sdoganato per primo Masanobu Fukuoka in Italia quando, in merito alla questione del linguaggio sul pane su cui ci stavamo arrabattando, ha citato Don Milani che diceva grossomodo: “La grammatica è di chi ha il potere, le parole invece appartengono al popolo”, motivando così i panificatori a cristallizzare un piccolo vocabolario per intendersi fra loro e comunicare poi col mondo esterno, ma senza la protervia di oggettivare in codice penale e quindi necrotizzare l’unicità, la soggettività, la libertà, la creatività anarchica, l’imponderabilità individuale di ognuno che fa il pane a suo modo, gusto e piacere.IMG_3751

Sono arrivato nel casolare sul Trasimeno che i pani erano stati già sfornati. È stato un momento molto intenso. Un’immersione nella fragranza erotica di decine e decine di pagnotte ancora calde di forno, quando all’improvviso si è scatenato un temporale estivo che ha fatto saltare la luce, ha fatto sbattere le finestrelle inzuppando qualche forma con la pioggia d’agosto sferzante. La forza cosmica degli elementi primordiali!

È senza dubbio necessario ricondurre a semplicità di espressione linguistica tutta la magmatica complessità condensata in un prodotto arcaico e necessario quanto il fuoco cioè il pane. E questa complessità, riportata in parole semplici – non banali – condivisibili da quante più persone, può, anzi deve avvenire solo nel solco del benefico incontro tra i panificatori stessi, gli agronomi, gli esperti dei suoli, i genetisti, i fornai, i botanici, i mugnai, attraverso i cui vari saperi si possa distillare una vera lingua democratica di comunità, ovvero un linguaggio di conoscenza partecipata quanto più distante dall’oscurantismo di setta massonica condizionata dal potere dell’economia del marketing e della politica di mercato così come abbiamo già visto avvenire purtroppo nel mondo del vino convenzionale impantanato di diserbanti, lieviti selezionati, solfiti, additivi chimici, corruzione mdiatica, condizionamenti delle guide di settore arraffone, premi internazionali insulsi etc.

A proposito del fuoco. Una delle immagini più incancellabili di tutta l’Odissea omerica è quando Ulisse, alla fine del Canto V, approda tramortito sulla costa dei Feaci dopo venti giorni passati in solitaria sulla spaventosa furia del mare, dopo aver fatto naufragio con la zattera che lo portava via dalle lusinghe sessuali di Calipso.
In questo frammento, al di là della mitologia e dei simboli religiosi traluce, come un lampo nella notte dei tempi, quale fosse il valore essenziale del fuoco per le civiltà arcaiche: la cura possessiva delle braci, la custodia violenta della fiamma sacra per difendersi, per scaldarsi, per nutrirsi, per sopravvivere. C’erano anche i fuochisti – veri e propri fari umani – che segnalavano i pericoli e gli approdi lungo le coste.

<<Ai confini delle campagne,
dove non c’è gente vicina, si usa nascondere
il tizzone con fuoco sotto una cenere di frassino
per proteggere così la scintilla cui accendere,
e non andare altrove, magari lontano, a cercarne.
Anche Odisseo così, avviluppato dentro le foglie.>>
[Odissea, Traduz. Emilio Villa]

 

41890351_2262871447274409_120423993852297216_nHo trovato molto persuasivo durante l’assaggio, il confronto tra i panificatori alcuni dei quali leggevano le dorature delle croste e le trame delle molliche come alcune veggenti riescono a intraleggere il futuro alle persone nei fondi delle tazzine di caffè o radiografano sull’intrico frastagliato delle mani, i misteri di certi che vogliono farsi predire il destino. Ma qui non si tratta affatto di una stregoneria, di una magia occulta, di un patto diabolico con oscure presenze. È tuttalpiù esperienza silenziosa dilatata nel tempo e nello spazio, fusa alla conoscenza profonda dei segreti scientifici d’un mestiere magico che si perde nella notte dei tempi.

Un conto è un pane ben cotto un altro conto è un pane cotto bene. Meglio un pane stracotto, fa notare Giovanni, che un pane crudo che risulterebbe indigesto appesantendo così la digestione quindi i pensieri, le visioni e la mente delle stesse società che si nutrissero di quel pane. La trasparenza della mollica è strettamente correlata ad una buona lievitazione a differenza di una mollica offuscata o appallottolata in grumi umidicci che ricordano troppo l’impasto originario, facendo perdere così al prodotto finito il senso della trasformazione della materia prima in pane. Un’alveolatura aperta rispecchia la lievitazione armoniosa a cui contrasta un’alveolatura calata che si può ritrovare in un pane slievitato.IMG_3748

La farina troppo fresca andrebbe fatta stoccare un po’ di mesi prima di panificarla, darle il tempo di riposarsi per esprimersi al meglio. Un eccesso di acidità all’inizio o alla fine dell’assaggio del pane, pregiudica l’equilibrio quindi tutto un articolato ventaglio di sapori, ci tiene a ribadire Daniele. L’acidità si deve sentire ma in mezzo a una miriade di altre sensazioni congenite alla varietà di farina e al punto di cottura: frutta secca, carrube, miele, ghiande, sottobosco… Punto di cottura che è un equilibrio instabile, una disarmonia prestabilita in cui è fondamentale il momento decisivo di scelta da parte di chi fa il pane così come negli attimi vitali che precedono la vendemmia, si gioca tutto nella decisione sulla maturità dell’uva da parte del vignaiolo, a cui segue immediata la raccolta, tempo permettendo.

Un principio teorico-pratico basilare condiviso da tutti mi pare di capire sia la digeribilità dunque l’alto valore nutritivo del pane a prescindere se sia cotto al forno a legna o su un forno elettrico con le giuste cognizioni tecniche senza esasperare né il ritorno ad un primitivismo fine a se stesso e neppure esaltare a tutti i costi le innovazioni tecnologiche o il progresso industriale solo per principio preso a discapito di una visione olistica, anti-ideologica ed equilibrata delle cose.IMG_3741

La preziosa filigrana umana che mi pare irradiare da questo gruppo di panificatori è la libertà di scelta singola di ognuno di loro che per ragioni diverse li ha portati a rispecchiarsi nel pane, specchio di tutti i sacrifici del lavorare la terra. Simbolo laico, non necessariamente religioso (monoteista o pagano) della fame, della fecondità, della vita, della rigenerazione dei campi come quella degli uomini e delle donne. Questi panificatori sfuggono a ragione, come tanti vignaioli naturali con una propensione un po’ più libertaria, sfuggono le sirene della moda, si sottraggono ai burocratismi dell’associazionismo e ovviamente alle fauci tritacarne della catena industriale alimentare che con i giochi di prestigio delle farine tecniche e le scorciatoie dei lieviti chimici, conducono dritto dritto nell’inferno ruffiano commerciale e rassicurante per molti, dell’omologazione del gusto piacione e dell’appiattimento qualitativo.

Fare il pane è poesia, istinto, passione, ma è anche scienza, misurazione al milligrammo di ogni ingrediente o elemento misurabile e incommensurabile in gioco. È alchimia degli ingredienti e degli esseri umani che lo raccolgono-impastano-infornano, dal seme di grano al tipo di legna utilizzata per fare il fuoco. È la manipolazione di un impasto vivo che cambia a seconda delle mani che trattano, rinfrescano questo impasto. È una stratificazione di gesti esperti, d’intelligenza, consapevolezza e intuito del fornaio, ma è anche una oscura nube di variabili microbiologiche infinitesimali: umidità dell’aria, temperatura del forno, ore di lavorazione dell’impasto, rinfresco del lievito madre, varietà di grano, granulometria della farina, dose di sale e di acqua etc.

69301354_2483854715176080_646066396756705280_nPoco prima di questa immersione nel pane sul Trasimeno, ero appena rientrato da una settimana nell’Egeo come dicevo sopra, a Santorini. L’esperienza più apparentemente autentica che mi sia capitato di fare è stata quella di prendere un’imbarcazione che porta all’isolotto di Therasia dove si respira ancora un po’ dell’atmosfera austera e pre-imbastardimento/imbarbarimento da turismo di massa.
Una volta sbarcati a Therasia, preso il calessino a 8 posti per inerpicarsi su alla Chora di Manolas, ho avuto modo di fermarmi al fornetto di quest’isola quasi abbandonata, dove ho comprato un pane fragrantissimo che fanno qua nel forno a legna utilizzando vecchi ceppi dismessi d’ambelia o alberello “a corona” tipici della viticoltura di Santorini. Certo ho comunicato un po’ a gesti e a silenzi con i fornai, orgogliosi di farmi partecipe dei frutti del loro lavoro. La signora stava impastando dei panetti con l’uvetta passa. Ho provato a capire che lievito usassero, quali farine, l’acqua? Niente, ho riportato a casa solo una pagnotta in cassetta di farina bianca dall’intenso sentore maltato di lievito di birra. Certamente nulla a che vedere con le rigorose concezioni del pane della terra che sono emerse in questi giorni con i panificatori in Umbria. Eppure, la suggestione poetica, l’artigianalità rupestre da cui non lasciarsi accattivare qua è molto sleale, sulfurea, insidiosa, ambigua. L’intensità dei profumi, l’umanità umile racchiusa in quel fornino sperduto tra le Cicladi è un ricordo quasi omerico che difficilmente riuscirò a dimenticare, e, con questo provo a rispondere alla insistita ma urgente domanda di Daniele: “Come riconosci un vino naturale ben fatto da un vino naturale artefatto?68684544_2483854751842743_2284441693983866880_n

Istinto e intelletto. Cuore e cervello. Corpo e anima. Non è per nulla agevole separare le due cose. La riconoscibilità di qualcosa che reputiamo autentico per il nostro organismo – genuino, digeribile, piacevole, corroborante, nutritivo, naturale, vero… – non può avvenire solo da un punto di vista emotivo o puramente intellettualizzato dal lato cerebrale. È un lago di conoscenze e di sentimenti in cui affluisce la fiducia nei confronti di chi fa il vino (o il pane), quello che ti raccontano o che vuoi farti raccontare, e da cui fuoriesce la bontà, la purezza, la fragranza più o meno contaminate/condizionate da tanti fattori esterni e interni a quel lago.

Bontà, fragranza e purezza del prodotto originato da lievitazione-fermentazione-trasformazione, sia pane o sia vino, che non possono, non devono prescindere dal contesto umano privato pubblico geografico economico sociale industriale culturale di chi ha creato e di chi consuma quei prodotti necessari anche se nella gran parte dei casi sono prodotti banalizzati, massificati da un’industria alimentare globale inquinante. Un’industria alimentare mistificatrice, appesantita dalle sofisticazioni e ottenebrata dal profitto facile. Un’industria agroalimentare incatenata ai processi di sintesi invece di riscoprire la sostanziosa integrità delle luminose e leggere materie prime che ci nutrono fin dall’origine della nostra storia umana: l’uva e il grano… dell’oliva e del latte ne parleremo magari un’altra volta.
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Il Prosecco tra identità e moda

26 luglio 2019
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pIl Prosecco tra identità e moda

49811029_2334557363439150_5581400715156258816_nQualche mese fa, sul Gambero Rosso di Gennaio (N. 324), è stato pubblicato il sunto del sunto del sunto di una chiacchierata che ho affrontato con Carolain Cats e Maurizio Casa Belfi Donadi in merito all’amaro calice di prosecco tra identità e moda.

Mi sembrava interessante ritornare sull’argomento a maggior ragione ora che il paesaggio glorioso di Conegliano e Valdobbiadene è stato incensato quale Patrimonio Unesco, ipocritamente ritengo, visto che il territorio andava a quanto pare patrimonializzato dall’Unesco ben prima dell’abuso dei diserbanti industriali e del sopruso da devastazione eno-farmacologica da cui è stato malamente subissato per decenni.

Qui di seguito la versione integrale di quello stesso articolo.

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Inutile girarci troppo attorno. Parlare in generale di Prosecco è parlare innanzitutto dei grandi numeri che lo costituiscono. Grandi numeri in termini di ettari vitati, viticoltori coinvolti, ettolitri di vino prodotti, bottiglie vendute principalmente per l’export, milioni di fatturato raggranellato etc. Grandi numeri insomma che – presumendo gli impetuosi interessi commerciali in campo – non lasciano troppo spazio alla fantasia creativa, alla poesia della vigna e alle tante altre menate sul piccolobuono e bello. Tanto più che il Marketing infernale si è impossessato ormai da anni della rifritta retorica del ritorno alle radici a rischio di risultare sempre più grottesco, auto riferito. Basta farsi un giretto in qualsiasi Ipermercato per averne la prova tangibile: merendine “della nonna”, panini da farine “ancestrali”, pizzette surgelate ma impastate con il “lievito madre”, bevande al “gusto di una volta”. Perfino salviette, shampoo, dentifricio, supposte e saponi di cattivo gusto al “naturale”. 

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Grandi numeri quindi che abbagliano la via di molti anche propensi a far bene in campagna come in cantina senza necessariamente bendisporsi a una visione rampante, industriale, affaristica del vigneto che è, come dice la produttrice Carolina Gatti: “un mondo di filari ben gestiti, tutti in ordine, come soldatini…” Grandi numeri che lasciano ben poco campo d’azione alla fascia sognante dei piccoli/medi artigiani che pretenderebbero, con orgoglio contadino, di imbottigliare fatica, terra, uva, speranza, passione e non una qualsiasi bevanda alcolica con aggiunta di gas, facile da piazzare perché “le bollicine si vendon bene” a fiumi, ad uso e consumo dei tanti mercati indifferenziati, dei troppi consumatori indifferenti del mondo cosiddetto civilizzato. Diciamolo senza infingimenti, qualora provassimo a snocciolare pian piano dentro di noi con un minimo di cognizione e lucidità le precedenti parole cioè contadinofaticaterrauvasperanzapassione, ci risulterebbero tutte forse un po’ trite fino a smascherarle e a riconoscerle in definitiva come fossero una catena di Sant’Antonio dei termini stra-abusati proprio da quello stesso Marketing infernale, grottesco, volgare e autoreferenziale che si diceva poc’anzi, il quale è sempre vincente rispetto ad una presunta autenticità di nicchia sul mercato, che vorrebbe sottrarsi al gioco al massacro del chi la spara più grossa.IMG_2733Dunque non c’è speranza alcuna in un mondo sempre più dominato dai pubblicitari? Dobbiamo dare ragione a Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno quando sosteneva amareggiato in Minima Moralia che “non si dà vita vera nella falsa”, e rassegnarci a non saper riconoscere l’autentico dall’artificiale in ogni ambito, sia pubblico che privato, delle nostre vite? 

Perché suona molto male, ma Prosecco al plurale forse suggerirebbe maggiormente la varietà di approcci stilistici, le tendenze e contro-tendenze, le umanità molteplici, le denominazioni, le fermentazioni, le spumantizzazioni in autoclave o in bottiglia, le insidie burocratiche molto più malsane della stessa peronospora, le resistenze enologiche alla grigia, alla monolitica legge dei grandi numeri cui si accennava.

Torniamo quindi a Carolina Gatti che assieme al compianto, bravissimo Ernesto Cattel (Costadilà), a Loris Follador (Casa Coste Piane), a Maurizio Donadi (Casa Belfi), a Christian Zanatta (Ca’ Dei Zago) che con alcuni altri combattivi vignaioli provano a fare cartello davanti all’omologazione onnicomprensiva di un territorio purtroppo allineato al Dio Denaro e coperto al solo comandamento degli schei. IMG_2732Carolina è vignaiola “anarchica, anzi di più” a Ponte di Piave in provincia di Treviso (Conegliano-Valdobbiadene), il cui vino frizzante di riferimento si chiama provocatoriamente Bolle Bandite. Le ho chiesto di illustrarmi dal suo diretto punto di vista, il Colfondo tra identità e mode. Lucida lei. Tagliente. Spettinata più delle sue amate viti a raggiera coltivate con l’ottocentesco sistema d’impianto a bellussera che è un vero e proprio patrimonio artigianale della civiltà rurale veneta, a forma di alveare vegetale.

Carolina Gatti:

Mi reputo fortunata del fatto di aver intrapreso il mio percorso personale di vignaiola già da diverso tempo, senza seguire la moda che c’è ora di piantare e rifermentare come se non ci fosse un domani.
Credo sia molto importante avere chiara l’identità del territorio, la cultura che vi appartiene per poter davvero dire di avere una identità.
Il colfondo qui a casa non è mai stato una moda, era parte di quelle che erano le “importanze” della famiglia: nascita di un figlio, matrimoni, a volte compleanni. MAR_wine_-_prosecco_545x

Il Prosecco colfondo e il Raboso Piave erano i “regali” che bagnavano tutte queste feste, negli altri giorni si beveva quello che c’era di meno pregiato perchè la nostra zona è sempre stata povera fino agli anni ’70.
Negli anni ’30/60 il colfondo era un uvaggio tra Prosecco clone Balbi Verdiso, Perera e Sampagna, ora varietà quasi perse. Veniva imbottigliato con un residuo zuccherino che lo faceva rifermentare in bottiglia.
Poi sono nate le cantine sociali e si sono piantate le varietà più redditizie, più internazionali, più richieste dal mercato.
La zona ha iniziato a stare meglio economicamente, sempre più. Sono sparite però le aziende agricole come la mia, con più varietà piantate. Sono sparite le stalle da 60-100 vacche in lattazione. Sono spariti i maiali nelle famiglie con cui fare salami e sopresse.prosecco_vintage_style_lady_sign-r943bea8a1ea84479ae439a67180a21b9_zwzcq_8byvr_307

Sono apparsi i terzisti, le cooperative che fanno potatura secca, potatura verde e vendemmia. Le vendemmiatrici e i carri da 150 quintali a giro, trainati da trattori giganteschi che costano quasi come una casa.
Io osservo e penso a come tutto è cambiato in soli 42 anni, la mia età.
Mi spiace vedere come adesso si dia importanza solo al fare soldi piantando esclusivamente ettari di Glera, senza rispettare la biodiversità, senza lasciare siepi o fossi, deturpando il paesaggio che è anch’esso una parte culturale molto importante.
Stanno scomparendo le mie amate bellussere. Stanno scomparendo insetti utili, uccelli… nessuno ha più un posto dove farsi una casa su un albero perchè non ci sono più alberi.
Mi spiace vedere come l’atto viticolo-agricolo sia solo una ripetizione di passaggi quasi meccanici – un cane che si morde la coda – volto al solo fine di piantare per fare soldi o spiantare e ripiantare la varietà che tira di più in quel momento.
Sono però felice che ci sia anche una parte ribelle che invece tiene a mente e a cuore i valori che ho io e che sono il vero sfondo culturale dell’essenza contadina.

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Dopo Carolina Gatti, continuando a scambiare qualche chiacchiera con Maurizio Donadi di Casa Belfi, vien fuori che:

Il disciplinare del prosecco Doc è l’unico che permette due tecniche di produzione delle bollicine tra loro completamente agli antipodi.

1. Rifermentazione in bottiglia (metodo tradizionale) e 2. Charmat. Si capisce che anche in degustazione saranno prodotti completamente all’opposto.

1. Senza zucchero residuo, praticamente senza o con pochi solfiti, malolattica fatta, “feccioso”, dura più di un anno. Se poi aggiungiamo che il nostro è da agricoltura biodinamica e non filtrato non chiarificato, sarà ancora molto più fuori dallo standard ecco che difatti il nostro l’anno scorso è stato bocciato ed escluso dalla DOC.s-l300

Il nostro Prosecco ora non più Prosecco concludeva il progetto Casa Belfi di naturalità con una Doc che ammette la rifermentazione in bottiglia; quindi tutto il ciclo naturale tradizionale e artigianale.

La bolla tradizionale ormai superata dall’autoclave trova solo una piccola parte di pubblico, allenato a gusti non omologati e a sapori antichi, metodo di produzione essenzialmente diverso anzi completamente all’opposto come dicevo. Senza solfiti, non filtrato, “sporco” coi propri lieviti, la malolattica svolta. Senza zuccheri e dura più di un anno anzi è proprio più buono dopo un anno!
In buona sostanza, l’esatto contrario dello Charmat. NaturalmenteFrizzante è la tradizione del Trevigiano, è la bolla fatta in casa. Ha un sapore familiare e custodisce intatto tutto l’amore del contadino. Per me solo così è vero Prosecco! Solo così è vino! Solo così è un alimento! Solo così ci darà quelle emozioni che esprimono la tradizione e raccontano Maurizio Donadi! Un’uva che si raccoglie a metà settembre ed è subito messo in bottiglia e a scaffale nei supermercati già a novembre, che vino potrà mai essere? Come può maturare? Come può essere longevo e tutelare la sua identità?

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Dettori o la serena rassegnazione della contadinità

11 luglio 2019
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Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini. 

Salvatore Satta

Dettori o la serena rassegnazione della contadinità

Dire Sardegna è pensare a infinite Sardegne! La Sardegna è un mosaico composto da migliaia di tessere dove ogni tessera è una rappresentazione singolare della Sardegna. Quindi la Sardegna non è una ma è la composizione vertiginosa d’una moltitudine di Sardegne, una accanto all’altra. Mille e più Sardegne, una dentro l’altra. Una con o contro l’altra.

Prendiamo la Romangia nel Nord-Ovest in Logudoro (Luogo d’oro), incastonata come un diamante di calcare tra Sassari e Castelsardo. Zona storica del Cannonau tra i comuni rivali di Sennori (dove si parla il sassarese) e Sorso (dove si parla il logudorese), con i vigneti che degradano verso gli sconfinamenti del mare nell’anfiteatro naturale che accoglie a sé l’Asinara a occidente e la Gallura a oriente. Terra di confine e senza limiti, come tutte queste Sardegne dentro la Sardegna, compenetrata di civiltà preistoriche testimoniate da Nuraghi, Menhir, pozzi sacri, pietre magiche e necropoli scavate nelle rocce affioranti (Domus de Janas di Abelazu e del Beneficio Parrocchiale, Tomba dei Giganti di Badde Nigolosu).

Terra assai fertile, difatti Porto Torres (la Turris Libissonis dei romani) poco distante sulla costa è stato un approdo di sicura economia agricola per gli antichi romani – olio, grano e vino in quantità – che l’hanno colonizzata/depredata pure se proprio in ragione di questa fertilità la Romangia è stata sempre abitata di modo che un’onda di civiltà passata veniva spazzata via dall’onda di civiltà successiva, lasciando così ben pochi resti del passaggio precedente.

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Qui in questo “unicum armonico” di terra e mare, oliveti, alberi da frutto, campi di cereali che è la Romangia, a dimostrazione della grande elezione territoriale e umana vocata alla coltivazione della vigna, pur senza l’esasperazione della monocoltura tipica dei nostri tempi, sorgeva la Cantina Sociale di Sorso – Sennori nata nel 1955 ma chiusa negli anni novanta. Leggiamo in proposito una notazione sul sito aziendale di Tenute Dettori:

In Romangia sono presenti centinaia di piccoli produttori di uva e di vino. I primi vendono ancora oggi l’uva a vinificatori sardi ed anche italiani. I secondi, vinificano ottimi vini che vendono sfusi entro sei mesi dalla vendemmia. Venditori di uva e di vino hanno ragionevoli ed immediati guadagni e non sentono la necessità di costituirsi in cooperativa.

Entriamo dunque in punta di piedi nella micro area di Badde Nigolosu per l’esattezza, dove si viene per incontrare uno dei più rigorosi e determinati “vignaioli naturali in Sardegna”: Alessandro Dettori.

So bene che lui per primo, a motivo della sua viscerale discrezione, detesta a ragion veduta quel genere di epica trombona che fa osannare a vuoto dalla critica certi fenomeni tendenziosi appena arrivati nel mondo del vino col rischio di creare dei mostri sacri all’ultima moda, hobbisti privi di cantina ma rapaci promotori di se stessi, correndo così il grave rischio di fomentare l’ennesimo maître à penser senza pensiero alcuno. Non me ne voglia perciò se in queste parole che seguono rinvenirà qualche traccia di epica – che non c’è, o se c’è non è neppure lontanamente fracassona -, ma ci tenevo molto a sottolineare una cosa, ovvero che a quanto ho potuto intuire, nella visione organica di Alessandro soprattutto in merito alla viticoltura, il perno centrale è un termine ereditato dal padre che a sua volta gli è stato trasmesso dal nonno pastore: la contadinità.

La contadinità è la fame, quindi la miseria millenaria dei padri e delle madri, che dovevano sudarsi il pane per sopravvivere un giorno in più. Certo può sembrare un termine un po’ desueto oggi, che oramai acquistiamo perfino il cibo su Amazon, ma la contadinità, ci ricorda Dettori, è un ideale etico interiore da tenere saldo a mente. Un sentimento religioso annodato di radici millenarie che si custodisce nel cuore quale dono paterno-matriarcale; un valore dello spirito; una pietra di paragone a confronto con cui considerare sempre e comunque, pur vivendo nel relativo benessere, tutto il futile attorno a noi, il disagio abissale, il chiacchiericcio vanesio, il vuoto ineluttabile legati al consumismo odierno in cui naufraghiamo.

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Immagino sia sempre questo presupposto quasi mistico della contadinità a far dire ad Alessandro Dettori di essere più interessato all’agricoltura e alla viticoltura che non al vino, tanto da fargli scrivere:

Io non seguo il mercato, produco vini che piacciono a me, vini del mio territorio, vini di Sennori.

Ed è proprio nella profonda prospettiva di vita radicata all’agricoltura e al “buon senso agronomico“, che Dettori esprime il fatalismo arcaico di una “serena rassegnazione“, il solo modo possibile per restare davvero umani in modo da affrontare il nostro presente appestato dai non-problemi (il cambiamento climatico), e risoluzioni fittizie (energie rinnovabili), quando invece, se si resta agricoltori di fatto cioè contadini nell’animo, le criticità si risolvono vis-à-vis alla fonte senza ricorrere a falsi espedienti o incatenarsi a contraffatte soluzioni di facciata. A maggior ragione che gli schemi mentali, i modelli economici degli ultimi trent’anni imposti con violenza sulle nostre vite da un’economia scellerata, andrebbero rimessi seriamente in discussione tornando alla gestione della vigna ad personam.

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Ci troviamo in collina, a circa 250 metri sul livello del mare. Lo si respira già nell’aria che qui, in Romangia, il vino è una faccenda plurisecolare, millenaria. Pure in questi primi giorni roventi di luglio, la brezza dal mare continua o il Dio Maestrale quando si degna di soffiare senza far danni, stemperano l’afa, refrigerano la terra, sanificano le foglie delle viti ad alberello che non verranno affatto cimate per condensare in sé quanta più linfa e proteggere così con l’ombra i grappoli dall’insidia del sole corrosivo, mentre risplende implacabile sul terreno bianco come neve.

La composizione del suolo friabile, drenante e ben strutturato, impreziosito di humus, è essenzialmente calcarea (calcari organogeni, calcareniti, arenarie, marne e conglomerati sabbiosi del Miocene), da cui quel bianco quasi innevato, a 35 gradi all’ombra. Un bianco accecante che rispecchia i raggi del sole inondando le vigne di una luce sovrumana anzi pre-umana, tersissima, resa ancora più metafisica dal frinire impazzito delle cicale. Luce meridiana marittima d’incontaminata finezza che distilla nell’uva tutte le fragranze della macchia mediterranea punteggiata da arbusti o piccoli alberi sempreverdi e sclerofilli (a foglie coriacee). Carrubi, lecci, oleastri, allori, lentischi, mirti, filliree, corbezzoli, alaterni, pungitopi, fichi, figu morischi cioè i fichi d’India, di cui una parte è stata estirpata poiché durante le lavorazioni in campo, ricorda ghignando con bonarietà Alessandro, col vento forte trafiggeva i lavoranti della vigna, come un vespaio di spine volanti invisibili .
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Integralmente prodotto ed imbottigliato all’origine nella zona di produzione dalle Tenute Dettori – Società Agricola Semplice, Sennori (SS), Sardegna. Italia.

Questa è l’intestazione fondamentale in etichetta a partire da cui Alessandro Dettori ha propagato, quasi fosse un modello di riscontro sicuro, un banco di prova fiscale attraverso il quale ognuno in vigna e in cantina può controprovare nella pratica la propria onestà intellettuale di vignaioli rispettosi e integri. Suggerendo così una limpidissima, più che legittima idea del vino, del dove lo si fa, di chi lo fa e come lo si fa, indicando con schietta intransigenza direttamente sulla bottiglia, una esplicita direzione anche politica-commerciale se vogliamo, a tutti i vignaioli che producono il vino da uve di provenienza delle proprie vigne e imbottigliato nelle loro stesse cantine di proprietà.IMG_2331 2

Restando sul vino, la contadinità che dicevamo prima è l’impronta del terroir sul vignaiolo il quale a sua volta imprime la sua mano al terroir che non è niente se prima non c’è una comunità di uomini e donne impegnati in un qualche mestiere artigianale che si intraprende con lo stesso fervore impetuoso di una professione di fede. La contadinità è la filigrana rupestre che valorizza in quanto bene inestimabile gl’acini sanguigni del Cannonau, del Vermentino, del Moscato, della Monica, del Pascale di Dettori, raccolti alla giusta maturazione fenolica e selezionati grappolo a grappolo così da farli macerare in svariate vasche in cemento nella cantina splendidamente essenziale, di concezione spartana e impostazione razionale.IMG_2028

La cantina essendo interrata è a coibentazione naturale. Le pareti, spesse due metri, regolano una ponderata umidità, ritmano il respiro sotterraneo di questo luogo vivente basilare alla maturazione, all’incistamento alcolico e alla mineralizzazione che salvaguardano l’anima del vino in bottiglia.

Macerazioni corte, residui zuccherini e tannino sono la cifra stilistica, la personalità dei vini di Dettori perché tannino, zuccheri residui e macerazioni corte sono anche il monogramma inciso a fuoco dal territorio su questi vini, a prescindere dallo stile personale del vignaiolo. Tuttavia sono molto determinate e assai precise le intenzioni programmatiche a casa Dettori, di far vini granitici, orgogliosamente in contrasto con l’enologia convenzionale. Il cemento poi, onnipresente/onnipotente in cantina, acutizza le cadenze ossidative, che a differenza dell’acciaio, donano al vino grande profondità espressiva, franchezza di beva, tensione aromatica, spessore tannico, persistenza, nerbo, succulenza.A82122C0-6AD9-4C99-A9AC-2B3FFCB439EF

Alcuni anni fa, assieme ad Alessandro Dettori, in una suggestiva villa Leopoldina della Valdichiana, avevamo organizzato un incontro pubblico sui suoi vini e la sua visione agricola del mondo. Fu una giornata magnetica. Il pubblico rapito all’ascolto su temi di botanica, fotosintesi, composizione dei suoli, malattia delle piante, trasformazione delle uve in vino. Un incontro cominciato il pomeriggio e finito dopo cena alle ore piccole, satolli fino alla beatitudine terrestre sorseggiando Vermentino, Cannonau, Moscato. All’indomani avevo chiesto ad Alessandro di mandarmi una breve sintesi del suo rapporto con il vino, così l’avrei potuto utilizzare ad integrazione di un pezzo che ero intenzionato a scrivere sulla giornata di assaggi appena trascorsa, dialoghi e ragionamenti fatti assieme, ma che poi non ho più scritto. Non l’ho più scritto per inconstanza; per la solita ansia primordiale che provo quando comincio a scrivere e subito mi paralizza l’anima. Un’angoscia dell’inutilità congenita alla scrittura, connessa all’idea fissa che scrivere è banalizzare la realtà, semplificando ciò che è troppo articolato e complesso per essere ridotto a parole, dette o scritte che siano.

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A distanza di alcuni anni quindi, i giorni scorsi sono stato a trovarlo in cantina. Abbiamo passeggiato assieme tra le sue vigne centenarie ad alberello sardo “sotto il sole giaguaro”. Ci siamo rinfrescati all’ombra di un lentisco di almeno trecento anni. Adesso che ne scrivo penso – forse mi autogiustifico? – che se non ne avevo più scritto allora, è perché le cose vere, le cose intense, le cose belle della vita vanno lasciate decantare nell’attesa a distanza, si mineralizzano nel tempo come i vini genuini autentici accuditi alla fresca semioscurità della cantina. Le cose importanti vanno sapute aspettare con la “serena rassegnazione” nella psiche, perché anche la scrittura è a suo modo una forma di agricoltura. Esercizi di austerità e distacco che insegnano a vivere con meno apprensioni. Perché scrivere è seminare parole, dissodare segni d’interpunzione, solcare righe, tracciare frasi, mietere silenzi, raccogliere sentimenti.

Ecco quanto mi aveva scritto Alessandro Dettori quella volta in Toscana:

“Sognavo di viaggiare, scoprire luoghi ed i suoi popoli. Studiare filosofia o fisica, magari entrambi. Un tempo volevo anche fare il missionario laico. Ecco perché il vino, la sua genesi, è per me amore ed odio.
Odio perché non mi fa andar via, non mi fa oziare. Odio perché non mi perdona mai. Amore perché è la mia unica vita nonostante qualsiasi altra cosa desideri fare.
Pertanto posso sembrare apatico? Per niente. Non voglio sbilanciarmi, non voglio perdere la testa per questa donna che non mi ama, non è mai stata lì per amare ma farsi solo amare. Ed io allora mi proteggo tenendola a distanza. Perché ho sbagliato tante volte anche in amore per non riconoscere questo tipo di relazione.”

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“Borderwine e il Tao del Vino” di Bruno Frisini

26 giugno 2019
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Ogni gioia è breve e pallido ogni raggio di sole che scivola sulle bianche montagne fino a noi.

Friedrich Nietzsche

A fine maggio ho partecipato a BorderWine, manifestazione ideata e curata da Fabrizio Mansutti & Valentina Nadin, con cui collaboro ormai già da qualche anno.

In questa edizione 2019, al quarto anno, ho avuto l’opportunità di confrontarmi assieme al pubblico con Andrea Paternoster sulle api, sul miele e l’idromiele; con Simonetta Lorigliola autrice di È un vino paesaggio, libro bellissimo su Lorenzo & Federica, Vignai da Duline, libro che dovrebbero leggere tutti gli appassionati di vino, nessuno escluso; con Carlo Nesler sull’arte del cibo fermentato a partire da un altro libro fondamentale: Il Mondo della Fermentazione di Sandor Ellix Katz; con Damijan Podversic e la sua Ribolla poderosa in 6 annate differenti; con Dario Princic, altro intransigente vignaiolo goriziano.

Il compaesano Bruno Frisini che ha già scritto altri pezzi qui su naturadellecose, era con me a Cividale. Quella che segue è la sua testimonianza “taoista” dei due giorni trascorsi allegramente assieme tra seminari, incontri, cene, bisbocce e banchi d’assaggio.

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Borderwine e il Tao del Vino

Di che luce è composta la pioggia? Quando si scorge dalla finestra un piccolo raggio di sole venir fuori oltre il grigiore del cielo e della terra bagnata su cui poggia le proprie attenzioni, la pioggia diviene di colpo color oro.

Ecco, è proprio così che rivedo BorderWine con gli occhi della mente: color oro!

Ricordi di giorni piovosi illuminanti. Giorni illuminati da un nitido riverbero fatto d’orgoglio, d’appartenenza, di coerenza.

Ma di cosa parliamo esattamente?

Esaminarlo soltanto come fenomeno rappresentativo di un movimento appare, forse, un restringimento di campo scontato e già ben sottolineato da altri.

Curiosando sul sito si nota una breve ma significativa descrizione che fa riferimento all’importanza dell’artigianalità non fine a se stessa ma strettamente collegata ad un territorio, nella fattispecie il Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia comprese in quanto terre confinanti.

È palese come questo coincida alla perfezione con i ragionamenti fatti e le impressioni condivise nella intensa due giorni di Salone del Vino Naturale svoltosi il 26 e 27 maggio a Cividale del Friuli nel Tempietto Longobardo, cornice di commovente bellezza.bb349555-9035-47ce-bfb6-13497529f740

Qual è, allora, la vera identità di BorderWine? Che ruolo ricopre nei confronti di tutte le iper-frammentate correnti di pensiero che orbitano attorno al vino artigianale? Ha una reale funzione di volano all’interno di un mercato fortemente aggressivo e selvaggio come quello dell’agroalimentare?

Ritengo necessaria, al riguardo, una breve parentesi di carattere storico-paesaggistico, utile chissà, ad argomentare e dare sviluppo ad un tema che non si può certo esaurire in poche righe.

Cividale è un gioiellino urbanistico che si è impreziosito passando di mano in mano nelle varie epoche e dominazioni.  Si attestano ritrovamenti di origine Paleolitica, Neolitica e Celtica ma il nucleo pulsante della città è stato edificato in età romana (probabilmente per volontà di Giulio Cesare, considerato il posizionamento strategico). Nel VI sec. d.c. vi si sono insediati i Longobardi che negli anni ne hanno accresciuto il potere ecclesiastico/spirituale. Nell’VIII sec. d.c. i Franchi l’hanno eletta a capitale della marca orientale del Friuli per poi divenire uno stato patriarcale del Sacro Romano Impero e, diversi secoli più tardi, dominazione della Serenissima.fb9f0b73-f992-4621-a352-49c4261bd0de

Arriva ai nostri giorni dopo guerre, confini continuamente rivisti e milioni di parole pronunciate mai nella stessa lingua. Uno strato sopra l’altro fatto di tante culture e frastagliati orgogli etnici che segnano Cividale (Forum Iulii, Civitas, Civitas Austriae, Civitate, Sividàt, Zividàt, Cividàt che dir si voglia) nel bene e nel male della propria peculiarità di città “in limine” cioè di confine.

Lo scenario che si distende dinanzi gli occhi di chi vi si imbatte è da sospendere il fiato in gola. La stessa alternanza di popoli si palesa nello svolgimento urbanistico. Edifici che raccontano di un’identità fatta di strenue fatiche e lasciano il visitatore sospeso in un limbo indefinito di epoche, culture, tradizioni.

Il tempietto Longobardo, incastonato all’interno del monastero di Santa Maria in Valle, è il più fulgido esempio di questa meravigliosa stratigrafia umana, prima ancora che diamante architettonico a sé.

Non è quindi più un caso, fatte tali premesse, che sia stato proprio questo il luogo prescelto per mettere in atto la rappresentazione di uno spettacolo vinocentrico che appare, ad occhi meno distratti, come paradigma centrale di secoli di storia.

Ora, da una prospettiva grandangolare, ad uno sguardo più circostanziato e voyeuristico, immaginiamo di spiare dal buco di una serratura l’attività che ha preso forma all’interno del monastero nei due giorni del Salone. La prima sensazione, quella più istintiva, è l’immediato desiderio di conversione (tanto per restare in tema ecclesiastico) verso lo spirito artigianale che satura l’atmosfera, lasciando impressa nella memoria come un ideale di purezza perduta.

Caleidoscopio di immagini e figure strettamente connesse all’artigianalità del cibo, del vino, di svariate arti e mestieri, BorderWine oggi lo immagino come una specie di Tao che rappresenta pienezza e vuoto al tempo stesso.463px-Tao_symbol.svg

Passeggiando e meditando sotto il chiostro tra i vari banchi dei produttori, si fa sempre più nitida la logica di fondo sottesa all’evento che racchiude una congruenza di pensieri e gesti, di idea e d’azione. Sembra passare in secondo piano se nel bicchiere viene versato Zibibbo pantesco o Blaufränkisch dell’Austria. Ciò che emerge è pura spontaneità. Abituato tuttavia a considerarla come elemento marginale, non per forza sinonimo di artigianalità e autenticità, proseguo nella mia analisi certo di aver dato quantomeno uno sfondo a quella che sarà la questione nodale da cui mi auguro si sbroglieranno diversi spunti di riflessione.

Non possiamo accontentarci di una visione superficiale se vogliamo comprendere come questo movimento dei “vini naturali” possa inserirsi in complesse dinamiche commerciali, differenziando una proposta di vino artigianale troppo spesso confusa e talvolta ingannevole.

Basti pensare, in un’ottica globale di appiattimento del gusto, al discorso del “naturale” come comunicazione distorta in partenza. Da una parte il vignaiolo tacciato di poca consapevolezza enologica, genitore di vini poco raffinati, dall’altra l’industria del vino, creatrice di vuoti slogan pubblicitari nel tentativo di dispensare rassicuranti messaggi narcolettici.

Da qualsiasi punto di vista lo si osservi, il concetto di “naturale” induce in errore se non sviscerato con la dovuta attenzione.

A tal proposito le nostre argomentazioni spostano nuovamente la loro messa a fuoco su BorderWine e sull’importanza che al suo interno assumono i seminari.

Tra un sorso e l’altro, infatti, si assiste al ben riuscito tentativo di cristallizzare concetti, temi e idee attraverso incontri calibrati con ospiti e produttori, intenti all’approfondimento di questioni centrali, altrimenti irrisolte con il solo assaggio o il solito pretesto per ubriacarsi che fa gola a molti.

L’approccio è di quelli che rapiscono l’attenzione per poi stringerla in una morsa fatta di stimoli e provocazioni che si allenta solo con il palesarsi di maggior coscienza e consapevolezza in chi ascolta.

Ciò che colpisce di più è l’assoluta corrispondenza dei temi trattati nonostante possano sembrare a una prima vista, lontani e sconnessi tra loro.

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In quest’edizione ho trovato riscontro di quanto appena espresso in tutti i seminari a cui ho partecipato. Ho notato un po’ a malincuore una divulgazione disomogenea dei suddetti all’interno del salone. Eventi di tale portata meritano probabilmente una più mirata pianificazione pubblicitaria affinché ogni presente ne venga messo a conoscenza, coinvolgendo pubblico, operatori e produttori. Un cartellone dedicato ad ogni singolo seminario, magari affisso all’ingresso delle sale degustazione, e una comunicazione cadenzata da parte delle hostess riguardo il programma del giorno, avrebbe reso senza dubbio più completo l’ottimo lavoro iniziato sui social.

La chiave di lettura in cui ho potuto osservare dal buco della serratura lo svolgersi interno ed esterno di BorderWine, riportava tutto ancora una volta, a un senso orientale di “pienezza del vuoto”.

Andando nel dettaglio, questa logica di pensiero assolutamente esotica/asiatica, crea dei legami fortissimi tra BorderWine e i produttori, tra relatori e pubblico.

L’agire senza agire è alla base di tutto ciò che è accaduto e accadrà all’interno del tempietto Longobardo durante i due giorni di salone.

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Il primo seminario a cui ho preso parte racconta di un legame straordinario: quello dell’uomo con le api.
Andrea Paternoster, mel magister. Impensabile per molti l’idea di poter ottenere qualcosa da un insetto, figuriamoci da un’intera colonia.
L’essere umano che segue l’istinto animale, assecondandolo e divenendo parte di un complesso meccanismo è qualcosa di comprensibile probabilmente solo attraverso le intense parole di chi vive ogni giorno affinando tecniche ed esperienze antichissime per produrre con sapienza il miele e i suoi derivati.
Andrea Paternoster porta infatti in degustazione, oltre ai suoi mieli che definisce “nomadi e futuristi”, anche i suoi aceti di miele e il suo incredibile idromiele, bevanda senza tempo che conduce i sensi in altre epoche, al gusto dell’agro, dell’acido e dell’autentico. Emozionante, direi inevitabile mi sovviene un raffronto con il Vin Jeaune del Jura: vino struggente, anch’esso dispensatore di un sapere genuino che sembra allontanarsi – ahimè – sempre più dalla coscienza collettiva, minacciato da una globalizzazione al glucosio che stritola il gusto, appiattisce culture arcaiche, tradizioni vere e sapori forti.
Il concetto di api “nomadi” sorge proprio dall’idea di raccogliere il nettare in luoghi diversi (almeno 60 diverse postazioni) affinché ogni territorio possa essere raccontato attraverso i propri fiori e quindi il proprio miele.
“L’ape è elemento singolo, comunità e paesaggio al tempo stesso”, espressione lucida e lungimirante che introduce con una certa spontanea naturalezza, alle affascinanti teorie dei Vignai da Duline in occasione della presentazione del libro “È un vino paesaggio”, in cui il concetto di “chioma integrale” permette di arrivare senza forzature alla perfetta maturazione del frutto, sottolineando il cruciale ruolo di un’attenzione in vigna non invasiva.225fd186-1751-4596-87c7-539c32404072
Lorenzo Mocchiutti, il produttore di vino e Simonetta Lorigliola, l’autrice del libro, si avvicinano confidenziali al nostro banco quasi a volerci svelare dei segreti.
Ovviamente si tratta di precetti ben conosciuti nonostante mi piaccia pensare che quell’atmosfera così magica e raccolta sia tutta rivolta a sanare i miei dubbi e soddisfare le mille curiosità.
Sorseggiando beatamente e approfondendo i diversi temi, appare chiaro come l’individuo-agricoltore ricopra un ruolo cruciale nella costruzione del paesaggio innanzitutto e quindi, di conseguenza, del vino.
Tali premesse farebbero pensare ad una figura di vignaiolo onnipresente, ubiquo, con “le mani in pasta” ovunque. Niente di più sbagliato! Lorenzo spiega con brillantezza come si possa sostenere con umiltà il paesaggio nel compito che la natura gli ha assegnato senza dover necessariamente essere protagonisti egocentrici.
Nessun misticismo astruso nel concetto di “chioma integrale”, cioè quel metodo che, evitando di cimare la vigna, permette di arrivare senza forzature alla perfetta maturazione del frutto, sottolineando la necessità di un’attenzione in vigna non invasiva.
Si può ben dire in questo caso che l’essere umano, proprio come le api, diventi un tutt’uno con il territorio, intuendone tempi e ritmo. Il ritmo, parola tanto cara a Damijan Podversic che, adoperandola come fulcro per presentare i suoi vini, la associa al rispetto dell’andamento delle diverse annate. Saper mantenere questo ritmo fa si che non si debba mai rincorrere pianta, uva e vino. L’evoluzione è data da fattori naturali che sta al vignaiolo vigile, saper cogliere e guidare nel loro sviluppo.
Damijan difatti con la sua fede nel “seme maturo” ci ha illustrato con intensità, come la pratica misteriosa di trasformazione del frutto da parte del vignaiolo possa iniziare solo quando quella nutrice della pianta è lì per terminare. 22b27ffe-3685-4f1a-a082-8d7ac66976f1Carlo Nesler che ha tradotto Il Mondo della Fermentazione di Sandor Katz (Slow Food Editore), ha parlato dell’importanza del non agire nell’ambito delle fermentazioni, incanalando al meglio e rendendo positive per l’uomo le trasformazioni operate nel cibo dalla vita microbica già presente nel suo corpo per natura: “La vita che alimenta la vita”.
Questo ciclone di sapere assennato, di cognizioni antiche e di profondo rispetto verso ciò che ci circonda, trova in Nesler un rappresentante ideale con doti da grande intrattenitore.
La sala è gremita, siamo di lunedì, al secondo giorno di salone.
Avverto nell’aria e negli sguardi affascinati dei presenti un’atmosfera prospera di nozioni fondamentali, basilari per ognuno di noi affamato di conoscenza.
Ogni nitida parola, ogni gesto coerente vengono tradotti mirabilmente in sostanza dagli assaggi di cibo “vivo” che ci vengono proposti nel finale: Miso, Kombucha, Sale di nocchia.
Con fare impacciato decido di assaggiare tutto e dal primo istante ne resto folgorato. C’è un che di miracoloso in questi fermentati. Una sensazione di benessere pervade nell’immediato il mio corpo, la mente genera sensazioni positive, l’istinto mi attrae verso qualcosa di relativamente nuovo del quale sono certo non potrò mai più fare a meno.
L’idea di una bontà così vera e genuina che presuppone un oculato non interventismo da parte dell’uomo nei confronti del cibo, la dice lunga sui contenuti sviscerati in questa interessantissima parentesi (sempre aperta e in evoluzione) friulana.

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Dario Princic esprime con fare deciso l’estrema facilità con cui una grande uva possa divenire un pessimo vino se l’azione di cantina superi per visione, peso e rilevanza l’azione-non azione svolta nei campi.

Princic sedimenta quindi questi pensieri molto Zen, chiarendoli con asciuttezza in forma di manifesto, utile senz’altro a sostenere idealmente anche le prossime edizioni di BorderWine:
“Il vino lo facciamo sulla pianta e qualche volta lo roviniamo in cantina!”

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Con queste parole (e che parole!) di un vignaiolo burbero, austero e autentico come i suoi vini, chiudo, anzi socchiudo la mia esperienza a BorderWine.

C’è una forte simmetria. Una struttura invisibile, capillarmente organizzata, costruita su basi solide, che guarda con metodo ad una viticoltura sostenibile e quindi durevole e redditizia.

La preservazione del terroir (come spesso mi capita di rilevare), che si traduce in tipicità e qualità, è l’unica vera prospettiva che mette in relazione le società umane con il proprio habitat naturale che ha modellato il paesaggio, conservato biodiversità, custodito differenze sociali e culturali fondamentali.

In concreto per le società umane e le aggregazioni di individui – eventi come BorderWine in questo possono assumere un ruolo davvero cruciale – il fine ultimo è quello di individuare e perseguire un’insieme di pratiche comuni in grado di preservare i terroir e la loro produttività.

Non basta solo l’etica ecologista in quanto tale per spingere un prodotto o un produttore sul mercato e di conseguenza nei complessi meandri della cultura umana.

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Da qui si potrebbero aprire numerosissime finestre che ipotizzano una viticoltura ragionata che andrebbe a toccare ogni livello della filiera. Ciò nonostante il nostro fine iniziale era quello di focalizzare in maniera più attenta la fenomenologia di un movimento che sente, a mio avviso, troppo stretta la veste assegnatali di salone del vino “naturale”.

BorderWine è sostenibilità, competitività economica, preservazione e salvaguardia del patrimonio ambientale, salute umana, qualità globale.

Il vino artigianale ha bisogno di tanti BorderWine e non il contrario come si tende semplicisticamente a credere.

Bisogna certe volte invertire i fattori e osservare la realtà al contrario, dalle proprie ombre, sfidandola, se si vuol raggiungere la meno illusoria possibile… natura delle cose.

Bruno Frisini

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