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gae saccoccio

Wine philosopher/food explorer; drinking education, travels reading writing across eating houses, vintners and vineyards, searching for books places people artisans stories... worth being told.

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Vinofollia Rabdomantica

10 agosto 2015
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Vinosofia

A voler essere quanto meno spartani, la migliore e più legittima stroncatura a questo libro sarebbe non parlarne punto. Ma tant’è, vorremmo portarlo ad esempio, additarlo come opportunità – non che ne manchino le occasioni – di tracciare un sommario punto della situazione critica circa l’industria culturale relativa alla letteratura (nel caso specifico trattasi di spazzatura tout court) “del” e sul “vino”.

Con un occhio benigno al Baretti “Aristarco Scannabue” della Frusta Letteraria, partiamo dalle iperboliche epigrafi o slogan pubblicitari, (fronte e retro copertina) estratti dal merchandising giornalistico che ha svilito la nobile arte della recensione a squallido spot commerciale, riducendola in dissanguati brandelli a furia di sbraitate frasi-fatte in grassetto e rivendita all’ingrosso. La Repubblica, Vanity Fair, Il Messaggero, Il Giornale etc.:

Se dovessi consigliare un solo libro di autore vivente sul vino, indicherei questo.” (…) “Davvero Appassionante.” (…) “Non ci sono dubbi: chiunque ami il vino amerà questo libro.” (…) “un commovente e intelligente viaggio dalla culla di questa ambrosia alle sue più attuali versioni…” e così via, pateticamente sviolinando fin alla nausea da parte di svenduti pennivendoli compiacenti che ti vien fatto di pensare non hanno forse neppure mai sentito nominare (alla stregua degli stessi furbeschi quanto finto-ingenui Cipresso e Negri, coautori dell’infame Vinosofia), testi davvero essenziali sul vino quali Vintage Wine di Broadbent (autore stravivente), Storia del Vino di Hugh Johnson (anche lui ancora bello vivo e vegeto) o quel fondamentale reportage sui vini dell’antichità di Alexander Henderson, Storia dei Vini Antichi, e questo tanto per nominarne solo alcuni.

baretti

Vinosofia – notiamo en passent come in una sola parola sia definitivamente avvenuto lo stupro a sangue di due tra i più nobili elementi che caratterizzano la civiltà umana da secoli: il vino e la filosofia – ha un pomposo sottotitolo che suona (meglio: stona) proprio così: una dichiarazione d’amore in 38 bicchieri.

È proprio necessario entrare nel grottesco ovvero odioso (altro che dichiarazione d’amore) merito della faccenda? Basterà elencare l’imbarazzante indice alla fine di questo libro come documento involontariamente rivelatorio ed auto-certificante d’una banalità d’intenti, disonestà intellettuale da vecchie volpi appunto e naïveté disarmante ai limiti del ridicolo a dir poco.

1 Amore e Morte; 2 Bolle, Belle e Bulli; 3 Vite di Mare; 4 Lacrime e Sangue; 5 Vecchie Volpi; 6 Miti e Muti; 7 Trasporti e Trasporto; 8 Polvere di Stelle…

Ad ognuno di questi temibilissimi capitoli seguono paragrafetti che vanno dal Primo Bicchiere al Trentottesimo e fin qui ancora nulla da eccepire. Ogni bicchiere è nominato dal vitigno o denominazione di cui si tratta, sia: tempranillo, falanghina, moscato, franciacorta, barolo, barbaresco, cinque terre, chianti, lambrusco, pinot nero, aglianico, pinotage etc. e qui forse si può già addurre una motivazione critica più circostanziata oltre a rimostrare riserve di puro ordine culturale o etico: a parlare genericamente di vitigni (“il Nero d’Avola qui il Malbec là, il Merlot lì o il Riesling qua…”) piuttosto dei produttori specifici e delle interpretazioni singole che uomini in carne ed ossa con una propria identità fisica e territoriale danno all’espressione finale dell’uva che vanno coltivando nello spazio e fermentando nel tempo, non si corre il rischio mortale di cimentarsi in slabbrate chiacchiere da bar approcciate quasi si giocasse una schedina? Cioè si finisce per cascare, mosche nella ragnatela, in approsimative e pettegole ciarle da portineria sgranate come in un rosario a cui ogni grano simboleggia un luogo comune sempre più qualunquista, sciatto, insidioso e massimalista?

Fosse stato un tema della quinta elementare in cui la maestra propone agli allievi di presentare una composizione di pensierini sparsi, l’ideuzza alla base di questo inconsapevolmente esopico Vinosofia poteva anche andar bene, ma tutta quest’accozzaglia roboante di mezze verità, fantasie sprovvedute e verosimiglianze accatastate l’una sull’altra è davvero roba pesante da digerire e mandar giù a meno che non sì è lettori narcotizzati da romanzetti rosa e si consideri Liala come la più grande e multiforme scrittrice di tutti i tempi se non dell’universo intero.

Cipresso e Negri, questi supponenti Fruttero & Lucentini senza la raffinatezza intellettuale e gioia mistificatoria, lo stile mirabile, lo humour nero, l’immaginazione colta e la leggiadra auto-ironia di questi ultimi, appaiono come dei cretineschi Cip & Ciop della letteratura citrullesca “vinosofica” bontà loro, e ci ammansiscono sadomasochisticamente per quasi 400 flatulente pagine, improbabili raccontini sciropposi e fatterelli ad usum di ciuchi con ritardi cognitivi quasi sempre bofonchiati in un registro malamente scritto ed ancor peggio pensato, licenziando a piede libero obbrobriose frasi-fatte con continui, estenuanti copia-e-incolla di esauste espressioni-cliché senza tregua del tipo:

 “… con un amico vero a lume di candela… all’enoteca all’angolo… nell’ultima pagina del vostro libro preferito… le disgrazie come si sa, arrivano tutte insieme… non abbinandolo dunque ad altro che al proprio ego… Correva l’anno 1967, poche idee forse confuse… sensuale come una fanciulla che innocente apre gl’occhi… Ogni lasciata è persa… come il diamante, il Prosecco è per sempre… donnacce tentatrici… alla più sfrenata fantasia… se dentro avete voglia di contrasto… Vino che può apparire banale ed è invece capace di mistero… potente come una sinfonia di Beethoven… Tchelistcheff fu per tutta la vita l’incarnazione della curiosità. Era un uomo posseduto dalla febbre della ricerca… Meglio se con una bella donna, a cena e dopo… sono incazzato come una bestia… A ogni ora. Ascoltando musica, guardando un quadro, davanti  a un’alba color perla o a un tramonto di fuoco…” Sarebbe possibile ad alcuno concepire più brutale autointerpretazione ed efferata valutazione critica che queste stesse frasi-solfa le quali già così, nude e crude, si commentano palesemente da sé?

Il tutto poi, standardizzato su una noiosissima, becera, quanto monocorde e piatta tonalità al passato remoto:

l’impiegato sbuffò… il panico s’impossessò di lui… Jean Martell aprì la pergamena e studiò la rotta… Ennio Flacco si girò faticosamente… Il vecchio non aveva più lacrime per piangere… Abandinus, dio delle acque e dei fiumi, li aveva abbandonati… il contadino si precipitò in cantina… non me la scoperò mai… quel cretino non me lo toglierò mai di torno… Jean Louis riguardò le cifre… In quella fresca estate del 62 dopo Cristo, Lucio Giunio Columella si scosse e sorrise ripensando allo zio… il presidente del consorzio uscì raggiante… Il marinaio ellenico avvistò la spiaggia bianchissima… Pablo Picasso fu sempre genio, raramente sregolatezza… lo schiavo corse all’impazzata, via, via, via… Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, alzò in volo il falcone… vomitò di nuovo e vomitò tutto… piano pianissimo si avvicinò… Don Vasco guardò… il ragazzino alzò gli occhi e rimase a bocca aperta… Per cent’anni il Portogallo sognò… Louis Pasteur  sbuffò… Arnaldo da Villanova scrutò attentamente le provette nella luce fioca e capì di avere ragione… Giasone e gli Argonauti levarono il capo verso il Vello d’Oro… l’oste impaurito alzò la lanterna nel buio della notte…

Hemingway a Pamplona, un San Bernardo tra le nevi, un agghiacciante monologheggiare invano di Shakespeare, le bisbetiche ciance di Dom Pérignon, gl’insopportabili dubbi del Columella, Cristoforo Colombo giovane in fuga alle Cinque Terre, vigne antropomorfiche che strizzano l’occhio al cielo… “i vigneti si cullavano placidi nel vento, stendendosi da Avola a Pachino e poi su, verso Noto… i vigneti piansero per due anni tutta la loro disperazione… Quel vigneto di Borgogna restò impassibile mentre il centurione gridava  e i legionari si affrettavano sulla strada, con le spade scintillanti nella luce dell’inverno. Era il 60 dopo Cristo e quel vigneto decise che non sarebbe stato lui a girare intorno agli uomini, bensì gli uomini a girare intorno a lui…” Posson bastare questa serie di excerpta per indurvi al suicidio di massa oppure a farvi rivoltare la bile e lo stomaco contro il derelitto sotto-mondo dell’editoria che permette la pubblicazione di simili ed altre peggiori quanto triviali bestialità? Vi risparmio l’ancor più raccapricciante resto!

Nelle schede ad ogni vitigno o denominazione che sia al termine dei singoli paragrafi, questi fin troppo auto-compiaciuti “vinosofanti”, scribacchiante plebaglia da mettere al muro e fucilare a morte senza rimpianti, personaggi minori, deleterie mascherine di una commedia aristofanesca, presumono anche di riuscire simpatici e dissacranti o d’imbastire addirittura della feroce satira di costume tanta e tale la loro mummificata vis comica (che angosciosa noia cosmica invece!) riportando con pedanteria burocratica lo stra-abusato aggettivismo degustativo perpetrato volta per volta da parte d’un altrettanto abborracciato e cadaverico giornalismo enogastronomico, il quale di volta in volta (siamo davanti ad una vera e propria guerra tra straccioni) è leziosamente definito così:

Guide Serie o Guida Superiore… Versione Dotta della Treccani Vinesca (SIC)… delle Bibbie del Vino… Custodi del Tempio, Sacerdoti, Guru, Saccenti Esperti o Superesperti, Dotti Medici e Sapienti, gli Studiosi o Compilatori Ufficiali il Magnifico Rettore i Professori del Vino… 

ma che irresistibile witz, quale raffinata vis comica! e ancora:

Tomi Ufficiali, la Descrizione Ufficiale, l’Accademia, l’Enciclopedia Suprema del Vino… il Saputello della Degustazione… la Dogmatica o l’Ufficialità del Vino… 

ne avete già abbastanza o devo continuare ancora fino all’assassinio gratuito sciorinandovi addosso tutta sta moscia quanto penosa tiritera di scorreggine-insinuazioni, parole-rutti a vuoto?

Certo un muffito, prosopopeico ciarpame di tal specie non poteva che diventare un best-seller wine-fantasy acclamato ai quattro venti, d’altra parte milioni di lobotomizzati lettori sparsi ad ogni angolo della terra che incensano il successo planetario di polpettoni andati a male quali il Codice da Vinci o Harry Potter ti fanno ricredere sullo stato di salute psichica dell’umanità intera la quale forse fin dall’età paleolitica non è mai uscita dalla dimensione infantile di scolaresca alla quinta elementare. A questo punto sarà ben chiaro a tutti, a meno che non siate accaniti bibliofili feticisti col pallino fisso dell’opera omnia di E. L. James o dell’editio princeps di Dan Brown e della Rowling, che una simile pattumaglia di sciocchezze per rincretiniti non sfigurerebbe per nulla (eccettuato per lo stile e l’ingegno letterario che non esiste affatto) nel flaubertiano stupidario, Dizionario dei Luoghi Comuni o Catalogo delle Idee Chic immaginato dagli scrivani bovinidi Bouvard et Pécuchet.

A parte tutto, una Modest Proposal alla Swift, forse cinica ma decisiva ce l’avrei anche da esporre a voi tutti: perché non diamo da leggere ad alta voce libercoli di tal venefico genere nei reparti ospedalieri dove vegetano i nostri pietosi malati terminali? Potrebbe chissà mettersi a punto ed affinarsi alla fin fine un metodo modernissimo, pulito ed economico di eutanasia della lettura… questo lo slogan-tipo d’una brochure a buon pro della clinica privata o pubblica di turno: “Dal funereo Cipresso.. ai cipressi cimiteriali!”

Modest-proposal

Ancora, per finire in bruttezza, così micragnoseggia lo slogan autopromozionale e adulatorio sulla graficamente atroce facciata del poco ameno libro in questione:

A metà strada tra un rabdomante e un poeta, Cipresso ha un modo unico di ascoltare, capire, vivere e far parlare il vino.

Per quel poco che ci compete, fino ad oggi siamo stati abituati ad identificare nella figura del “poeta” sommi scrittori quali Dante, Khayyám, Milton, Villon, Hölderlin, Puškin, Leopardi, Coleridge, Belli, Baudelaire, Rilke, Celan, Eliot, Montale, Auden, Brodskij… Bisognerà aggiungere il nomignolo anonimo di Cipresso a questa sfolgorante schiera? Forse poeta lo potrà pur essere il Cipresso di cui tanto si biascica, ma poetastro di grezzo pelo, vate buzzicone di clava e delle caverne, questo cioè sempre considerando lo scenario sociale del paleolitico ai tempi dell’Homo habilis quando scimmieschi antropomorfi sputacchiavano gorgogli d’onomatopee toraciche e sbattevano pietre una sull’altra per scaldarsi, allora il semi-erectus blaterante Cipresso sommo poeta e vinosofo col suo demenziale libricino raffazzonato tra gli ominidi suddetti avrebbe potuto magari figurare (pur se con beneficio d’inventario) e risplendere in quanto cantore di corte minus habens tra subumani suoi simili; di certo però per quanto concerne il “rabdomante”, Cipresso rabdomante lo è senza la minima ombra di dubbio!

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Detto dunque urbi et orbi nella particolarmente fastidiosa e pletorica timbrica al passato remoto molto cara ai nostri tanto illetterati quanto irrilevanti vinosofi dell’ultim’ora e a proposito della oramai risaputa da tutti a quanto sembra rabdomanzia cipressesca: “Cipresso e Negri… andaron per setacciare il vino, vi trovaron solo acqua stagna!

Le conseguenze del food-porn al cervello

7 agosto 2015
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..l’invenzione della macchina fotografica portatile, grazie alla quale scattare una fotografia ha cessato di essere un rituale per divenire un “riflesso”. (John Berger, Sul Guardare)

A tutti gli amici porno-foodisti o foto-pornari.. traduco ancora in tema di fetish alimentare, un bel pezzo bizzarro dal The Atlantic, così vi risparmio pure la fatica di leggerlo in lingua.

Come da un frivolo articolo sul food-porn possono scintillare associazioni d’idee e severe meditazioni d’antropologia filosofica che  – sulla scia aurea di Susan Sontag, Roland Barthes, John Berger, Rosalind Krauss – scandagliano l’abisso misurando l’enigma del guardare nell’epoca della riproducibilità iper-digitale di qualsiasi operazione d’arte, atto meccanico o gesto quotidiano attraverso l’uso voyeur e l’abuso flasher delle protesi smartphone.

Insomma a commento di precisione dell’articolo di Cari Romm ma direi anche a definitivo corollario di tutta la questione scopofila/esibizionistica del food-porn, quale miglior citazione che questa di Susan Sontag: “Le macchine fotografiche definiscono la realtà nelle due maniere indispensabili al funzionamento di una società industriale avanzata: come spettacolo (per le masse) e come oggetto di sorveglianza (per i governanti). La produzione di immagini fornisce inoltre un’ideologia dominante.”

 

Gli effetti del “Food Porn” al cervello.

Qual’è la fascinazione psicologica nell’osservare un cibo che non può essere assaggiato?
Intorno alla metà degl’inni ’50 del ‘900 il biologo olandese Nikolaas Tinbergen scoprì una strana mania nel comportamento animale: in tutte le specie animali nei suoi esperimenti, essi sembravano preferire delle versioni più aggraziate, piacevoli appariscenti ed accattivanti rispetto al loro habitat naturale – “stimoli supernormali” li ha definiti il professor Tinbergen – anche quando questi stimoli erano falsi. Un certo tipo di pesci aveva scoperto il nostro biologo olandese, si sarebbe comportato in maniera violenta nei confronti di un pesce finto la cui parte inferiore risultava essere più vivace oltre le normali tonalità di colore della specie; femmine d’uccelli avrebbero ignorato le proprie uova per sedersi su un nido con imitazioni di uova più grosse e colorate, o avrebbero deviato il cibo dai loro piccoli per nutrire modelli giocattolo di pulcini dai beccucci più lucenti.
Come ha scritto la psichiatra Deirdre Barrett nel suo libro sullo stesso tema: “l’essenza degli stimoli supernormali è che l’imitazione esagerata può causare un’attrazione più forte della stessa cosa reale.”
Continua la Barrett: “Noi umani possiamo produrre le nostre caramelle più dolci di qualsiasi frutto.. ora pensiamo alla pornografia.”

nikoSul suo viso il paragone assume una piega razionale: “La gente ama lo zucchero ed il sesso; caramelle e pornografia sono entrambi dosi super-concentrate e turbocompresse di esperienze sensoriali più naturali.” Sebbene ad un più ravvicinato esame, una di queste cose non è proprio come l’altra. Il piacere dello zucchero porta alla stessa direzione del gusto sia se proviene da una fragola sia se viene da un frammento di caramella alla fragola. La pornografia invece, è un’esperienza sensoriale del tutto diversa rispetto alla cosa reale, che si affida alla vista e al suono in sostituzione totale del contatto. Tra i due c’è un’altro stimolo supernormale nettamente umano: il food-porn (o porno-cibo), cioè delle immagini attentamente organizzate e filtrate con cura che mostrano un pasto – preparato in casa o servito al ristorante – nella sua disposizione più invitante. Il food porn è definito in parte da quei sensi per cui diventa un’esperienza visuale di qualcosa che solo altri possono annusare ed assaggiare. Food porn, come Amanda Simpson la creatrice del sito Food Porn Daily ha dichiarato al The Daily Meal nel 2010, è: “qualsiasi cosa che mi diverta ma anche qualcosa che al suo meglio dovrebbe costruire un desiderio che non si può soddisfare.” Che piacere c’è dunque nel guardare con lascivia qualcosa che non puoi ottenere? Nel caso del porno-cibo i ricercatori ancora non hanno risposte sicure.
Il primo uso documentato dell’espressione “food porn” viene dalla scrittrice femminista Rosalind Cowards, dal suo libro del 1984: Desiderio Femminile. È stato così tante volte utilizzato da allora per più di vent’anni ed oltre da scrittori di cose gastronomiche e cuochi, ma a detta del sito Know Your Meme, non ha assunto il suo significato attuale che nei primi anni del 2000 e cioè: “foto di cibo condivise sui social media”. Flickr il sito di condivisione di foto ha avviato la categoria di “Food Porn” dal Settembre del 2004, (oggi caricate sotto la stessa categoria ci sono circa 750.000 immagini). E pochi mesi dopo, nell’Aprile del 2005, l’espressione è entrata di diritto nel lessico dell’Urban Dictionary. Definizione: “Immagine in primo piano nelle pubblicità di un cibo succulento e delizioso..”, così usato nella frase portata ad esempio: “Oh, quello spot di McDonalds sì che era vero food porn! Voglio assolutameeeente un Big Mac.”

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Urban Dictionary fa comunque delle supposizioni su qualcosa che i ricercatori non sono stati ancora in grado di provare. Una pubblicità di McDonalds per il Big Mac può sembrare deliziosa e accattivante, ma quel che sembra ancora particolarmente torbido ed ambiguo da dimostrare è come questo si possa tradurre necessariamente nella bramosia e nel desiderio instantaneo per un Big Mac.
Il motto degli chef per cui la gente innanzitutto mangia con gl’occhi è sostenuto sia dalla scienza che dal senso comune, gli stilisti del cibo esistono proprio per questa ragione ed un hamburger luccicante e ben grigliato da cui gronda del formaggio fuso si vende certo meglio di uno floscio e grigiastro. Per esempio in uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista Fisiologia e Comportamento si dimostra come dettagli apparentemente insignificanti circa l’aspetto del piatto quali “lucentezza, uniformità e forma”, possano alterare la percezione di come un cliente lo annusa e lo assaggia.
Ma cosa succede quando mangiare con gl’occhi non è il primo ma è il solo ed unico scalino, quando cioè l’immagine non è un ponte che conduce verso i profumi e i sapori del piatto, ma è la sola esperienza che si esaurisce tutta nello sguardo?
Alcuni scienziati come la Simpson, credono che le immagini del cibo inneschino solo il desiderio della cosa reale. Uno studio del 2012 ad esempio trova che solo ad osservare delle foto di cibo è già abbastanza per accendere lo stimolo della grelina, un ormone che provoca la fame.
Una ragione potrebbe essere che il guardare prepara e dispone il cervello al mangiare. “Se pensi al lancio della palla da baseball, il tuo cervello reagisce come se tu stessi realmente lanciando,” spiega Gabriella Petrick, professoressa di alimentazione e nutrizione alla George Mason University. “Quando mangiamo delle cose, differenti parti del nostro cervello s’illuminano in maniere diverse. Non è solo il gusto in gioco ma provochiamo lo sguardo, l’udito, richiamiamo molte altre cose nel frattempo che il cervello sta cercando di figurarsi cos’è quel cibo che abbiamo appena portato alla bocca. Ma altre ricerche hanno dimostrato che quando viene l’appetito, il food porn può essere un buon sostituto del cibo stesso. Un altro studio del 2011 ha mostrato che guardare foto di cibo può disattivare lo stimolo dalla cosa reale, ma solo se il cibo nell’immagine ha un sapore simile allo stesso prodotto reale, – qualsiasi esso sia – che si sta consumando in quel dato momento. Quando i partecipanti all’esperimento hanno visto foto di snack salati e subito hanno mangiato noccioline salate, essi tendevano ad apprezzare meno le noccioline di altri a cui hanno sottoposto foto di dolci.

fake food
Nel 2013 uno studio sui topi pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, quando i ricercatori hanno inoculato le “zone di ricompensa” nel cervello dei roditori con un’insulina – l’ormone che innesca sentimenti di pienezza, – i topi avevano perso interesse nel ritornare dove precedentemente gl’era stato procurato del cibo – suggerendo, come dice l’autore, che le zone di ricompensa del cervello potrebbero non rispondere così tanto ai “segnali di cibo” – l’area alimentare per il topo, (quindi una foto per gl’umani) – quando lo stomaco sa già di essere pieno.
Presa nel suo insieme la ricerca, con tutte le sue contraddizioni, non rivela granché, e le idee del perché la gente provi così tanto piacere nel condividere le proprie foto food-porn sono così varie proprio come le medesime teorie del perché la gente adori guardarle.
Nel 2013 la psichiatra Valerie Taylor ha tenuto una presentazione al Canadian Summit sull’obesità polemizzando che postare foto di pietanze sui social media è un chiaro segno di rapporto sballato col cibo. “Facciamo foto di cose che per noi sono importanti”, ha dichiarato dopo al The Huffington Post “e per alcune persone il cibo stesso diventa centrale e il resto – il posto, la compagnia etc. – rimane confinato sullo sfondo”.
“Una ipotesi nobile”, ha controbattuto Katie Baker dalle pagine di Jezebel “ma tanto sono convinta che comunque la mia amica non smetterà certo di aggiungere foto su Instagram dell’ennesima costoletta grigliata solo per farci sapere anche questo mese di quanto la cosa sia di tendenza.” Sulla stessa linea Richard Magee, professore di letteratura Inglese all’Università del Sacro Cuore che ha approfondito il tema della scrittura gastronomica: “C’è una sorta d’aspetto performativo qui in gioco, quando facevo un percorso ciclabile di una novantina di chilometri in genere mi fermavo a metà del percorso per mangiare un dolce e postare una foto dello stesso. Penso che il punto centrale della faccenda sia l’idea che posso farlo, posso andar contro le regole proprio perché mi sto esercitando… Ho amici che sono davvero dei bravi cuochi, e loro pubblicheranno sempre foto delle roba che preparano, è una specie di performance artistica se vogliamo.”
Insomma, i trucchi che rendono il food porn quel che è – i filtri, l’angolatura appiccicosa, il cavolo riccio disposto nel modo giusto, i tuorli d’uovo tagliati in modo tale da fuoriuscire per bene su un lato, – sono soltanto versioni annacquate di allestimenti più tecnici ed elaborati propri della fotografia professionale. Negli scatti dei professionisti ad esempio, il latte in una tazza di cereali potrebbe tranquillamente essere della colla; una catasta di frittelle potrebbe essere puntellata da strati nascosti di cartone; le imperfezioni su dei frutti di bosco potrebbero essere ritoccate col rossetto; i segni del cibo grigliato sono meticolosamente disegnati, semi di sesamo in avanzo sono uno ad uno attentamente selezionati ed incollati sul panino. Ovunque l’immagine possa addentrarsi sullo spettro della falsificazione, da un filtro di Instagram ad una ciotolina di colla sintetica Elmer, l’effetto desiderato è sempre quello di creare qualcosa che sembri reale. “Ha molto senso” scriveva la settimana scorsa Megan Garber a proposito di giornalismo gastronomico sul The Atlantic, “che si tratti del cibo non solo come una risorsa di sostentamento, ma anche come sorgente di bellezza che legittimi l’impegno intellettuale.”

Ma il food porn differisce dallo scrivere di cibo allo stesso modo come le immagini dalle parole: le prime sono più immediate e viscerali. Quando doveva scegliere le ricette per il giornaliero libro di cucina su Food Porn, come ricorda lei stessa la Simpson, se ne stava seduta per ore a pensare: “Cosa c’è di davvero pornografico? Che cosa fa arrapare per davvero il palato della gente?”
sontag_photography004“Quelle immagini e quei siti ci attirano” afferma il professor Magee “proprio perché colpiscono qualcosa di esclusivamente primordiale dentro di noi.” Fame, brama, consumo, volontà e bisogno s’intrecciano tutt’assieme in una stratificazione complicata, ma una pubblicità del Big Mac attinge ancora su una fondamentale mania del comportamento animale: è ancora più piacevole, sgargiante ed attraente della cosa reale, e già solo questa è una ragione bastante per goderne. (traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

 

 

La Gioia del Cibo Altrui

5 agosto 2015
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A gentile richiesta di nessuno, traduco un “mangereccio” articolo di Bee Wilson dal New Yorker ben sintonizzato sul cibo e l’atto di goderne con il palato con lo stomaco con gl’occhi… tra letteratura alta/bassa ed esibizionistico, bulimico food-fetish-porn da social media.

hardyment

 

Piaceri letterari a tavola.
Riguardo al cibo, una delle cose più sgarbate si possa fare è osservare qualcuno mentre mangia. Il mangiare attira l’attenzione sul fatto sconveniente che è una pura funzione corporea – e come animali siamo intrappolati dalla nostra fame ma facciamo del nostro meglio per mascherarla con certi civili armamentari quali menù e forchette. Quando qualcuno ci osserva mangiare ci sentiamo esposti. Potremmo anche covare il sospetto che la persona la quale ci sta osservando voglia sottrarci il cibo dal piatto. Il taboo ad ogni modo origina molto indietro nel tempo. Nel 1530 Erasmo da Rotterdam annotava che: “è maleducazione lasciar vagare gl’occhi intorno ad osservare quel che sta mangiando altra gente.” Ancora adesso, con tutti i fruitori di Instagram, troviamo sia troppo invasivo per alcuni osservare troppo da vicino come mastichiamo o inghiottiamo. L’anno scorso ha suscitato indignazione un gruppo su Facebook intitolato “Donne che mangiano in metro”, dove si riportavano fotografie di donne ignare mentre mangiavano sui treni della linea metropolitana di Londra.

Eppure proviamo un grande desiderio nell’osservare gl’altri mangiare. Parte del fascino ovviamente è il fattore food-porn: guardare Anthony Bourdain sbocconcellare un risotto ai frutti di mare a Venezia sul suo programma “No Reservations” ci distoglie dalla pietosa confezione di pad Thai riscaldato sul nostro piatto. Ma sempre più spesso il nostro sguardo è rivolto alla ricerca non soltanto di cibo ma anche di compagnia. Pensate alla moda popolare in Corea del Sud degli “eating broadcasts” che raffigurano delle persone che si divertono a consumare pasti solitari. Questi video ci danno la libertà di guardare a tutto quel che ci piace, senza per questo farci sentire osceni. Ed ora che molti di noi mangiano da soli, guardare anche altri che lo fanno caccia via il pungiglione della solitudine. Jiayang Fan scrivendo sul suo sito proprio di questo fenomeno del mangiare da soli in Cina dove il video di una ragazza che fa un picnic da sola a Shangai è stato visualizzato oltre duecentocinquantamila volte, dice: “A volte un waffle di fragole è tutta la compagnia di cui hai bisogno”.

Ci sono momenti però nei quali guardare non è tutto – quando cioè siamo affamati di sapere da chi mangia quel che sente e pensa nello stesso istante in cui immette nell’esofago il waffle di fragole. Per questo grado di intimità abbiamo bisogno di quei libri dai quali potremmo apprendere ad esempio, che Madame Bovary: “sentì un brivido scorrerle attraverso mentre gustava la freddezza” di uno champagne ghiacciato in bocca. Il nostro desiderio di osservare gl’altri mangiare dall’interno, è gran parte della fascinazione di leggere di cibo in letteratura, così come ci ricorda una splendida nuova collezione pubblicata da Christina Hardyment: “I Piaceri della Tavola: un’Antologia Letteraria”, illustrata da vivide immagini di repertorio prese dalla collezione della British Library. Non è per affatto la prima antologia sul cibo in letteratura e molti dei suoi contributi sono assai triti: lo stufato di manzo di Virginia Woolf da “Gita al Faro”, le madelaines di Proust, eppure la collezione letta nella sua interezza è una rigenerante delizia proprio grazie all’occhio scrupoloso della Hardyment appassionata dei piaceri di molte specie che ci permette di scrutare, inosservati, e prendere parte a molte ed intime colazioni e pranzetti ad hoc.

A volte l’eccitazione di leggere come e cosa mangiano gl’altri proviene da un fremito voyeuristico di vedere come vive l’atra metà del mondo: la foglia d’oro e i tartufi o – come nel caso del banchetto di Trimalcione nel Satyricon di Petronio – il ghiro e il miele. È come guardare al ristorante sontuose portate circolare verso altri tavoli o ficcanasare insistentemente nel frigo o nella busta della spesa di qualcun altro. Ad una delle leggendarie feste di Jay Gatsby così come incluso nell’antologia della Hardyment, possiamo gettare un’occhiata su attraenti “uomini e donne” mentre consumano “prosciutto speziato al forno, ficcato su foglie d’insalata in forme d’Arlecchino” e “bevande così a lungo dimenticate che la maggior parte delle donne presenti erano troppo giovani da riconoscerne una dall’altra”. La Hardyment ci apparecchia una straordinaria sequenza di festini e non proprio tutti così appetitosi. Nell’Accomplisht Cook il libro di cucina più significativo del XVII secolo, Robert May il cuoco monarchico descrive d’aver visto delle signore “saltellare e urlare” davanti ad un pasticcio ripieno di rane vive.

Robert May The Accomplisht Cook

 

Ma allo stesso tempo ci piace contemplare negl’altri quel che consumano specialmente se è simile a quel che anche noi consumiamo. Anni fa durante la mia fase John Grisham ho cercato di puntualizzare con esattezza il perché trovavo così confortanti i suoi molto spesso prevedibili thriller a sfondo legale. La miglior risposta che sono riuscito a darmi era la frequenza con la quale Grisham ci dice che i suoi personaggi principali sorseggiano il caffè. Quando arriva al cibo e alle bevande, quella sua prevedibilità può quasi rincuorare; lo stesso è anche valido circa il leggerne. “Alle cinque di mattina di mercoledì, Jake sorseggiava caffè nel suo ufficio guardando attraverso la portafinestra” scrive Grisham in un passaggio tipico di Il Momento di Uccidere. Per quelli di noi che anche punteggiano la giornata con i caffè, questo dettaglio banale è lusinghiero: Grisham fa sembrare questo “sorseggiare” caffè – nota bene non il deglutire o tracannare – come un determinato preludio all’azione.

O forse ci divertiamo a spiare ed impicciarci dei pasti altrui semplicemente perché mangiare e bere sono attività così intime? Leggere che “Jake sorseggiava caffè” è rispecchiare in noi stessi la gioia privata che sentiamo nel nostro quotidiano tazzone di caffè fatto da French press. Nella collezione della Hardyment è la gioia privata del tè che si verifica più frequentemente (faccio notare che la Hardyment è britannica). Vediamo Agnes, Lady Jekyll, una grande scrittrice di ricette inglese del 1920 assaporare una “fragrante infusione” di tè in una tazza di “sottilissima porcellana cinese”, adagiata su un “sofà imbottito di fascino Asiatico” mentre “un caminetto acceso sfarfalla simpateticmente nel cuore”. Allo stesso modo lo scrittore edoardiano George Gissing ci consente di ritrovarlo nel proprio studio con la sua teiera: “Che conforto nella prima tazza, quale meditato sorso di quello che ne seguirà.”

Il piacere che c’è nel leggere di quello che altri mangiano e bevono è qualcosa tra la soddisfazione di sfamare e quella di essere sfamati. Saliviamo nel condividere i ricordi proustiani di ciliegie e formaggio spalmabile e torta di mandorle che quasi riusciamo a gustare nelle nostre bocche quelle dolci briciole ammandorlate così da sentirci quasi nutriti da esse. Eppoi abbiamo un’urgenza di vedere gl’altri ricevere soddisfazione, specialmente i bambini. Hardyment aveva precedentemente pubblicato libri di letteratura per l’infanzia così che sono particolarmente ben selezionati per l’antologia proprio quei passi dai libri per ragazzi. Ed ecco Edmund abbuffarsi di delizie Turche nei libri della saga di Narnia o Heidi mentre mangia formaggio tostato con suo nonno. C’è anche la scena in Swallows and Amazons di Arthur Ransome, nella quale i bambini fanno una scampagnata sulla “Wild Cat Island“. Ci viene detto che i quattro bambini mangiano una frittata su una padella in comune prima d’addentare: “quattro grosse fette di torta di semi al cumino” e “mele tutt’attorno”. Quest’idea di avere esattamente abbastanza cibo per andare in giro è assai potente. Guardare gl’altri mangiare non è necessariamente un’azione egoista o invidiosa: come un genitore coi propri figli, così vogliamo vedere ogni persona ricevere la sua giusta porzione di pasto.

Dopotutto, guardare altre persone ricevere piacere è una delle universali forme della gioia umana. Il nostro guardare, che di persona può sembrare così sgarbato, può essere alla fin fine uno sguardo di comprensivo coinvolgimento. Proprio così come è doloroso contemplare gl’affamati, è invece confortante contemplarne altri divenire satolli, tanto che non devi neanche anelare a mangiare il cibo in questione. Hardyment include anche una scena di scampagnata dal Circolo Pickwick di Dickens: pane, “zampette di prosciutto”, manzo freddo a fette, pasticcio di vitello, orci in pietra gonfi di birra. Questo non sarebbe una scampagnata ideale per molti di noi ai tempi nostri: troppo grasso animale, indigesto e carente di verdure, eppure possiamo ancora accedere nell’eccitazione di Sam Weller e comprendere la sua acquolina in bocca per il pranzo: “E’ cosa moooolto buona il pasticciotto di viiitello, quando sai che l’ha fatto la signora ed è certo non sia uno sformato di gattini… una moooolto buona nozione di pranzo è questa qua.. eeeggià!”

La descrizione di gente che mangia fornisce qualcosa che nessuna ricetta potrà mai dare: la conclusione. Gran parte della nostra odierna cultura del cibo aiuta a stuzzicarci con pasti presunti. Ci promettono continuamente le: “migliori 10 ricette con la quinoa”, ma la cosa strana è che non ne faremo neppure mai una. La ricetta come forma di prosa – opposta alle linee guida della cucina in pratica – promette molto più di quel che ci può dare. È evidente che il capitolo che la Hardyment dedica alle “ricette letterarie” (il soufflé d’arance di Katherine Mansfield, l’omelette alle ostriche di Alexandre Dumas) non è nulla di così soddisfacente a confronto con quell’altro capitolo intitolato “Piaceri Semplici“, dove leggiamo di varie persone che mangiano modeste delizie quali pane abbrustolito e imburrato. Anche la più grande ricetta è come un mistero senza soluzione: ci sono forniti gl’indizi e la disposizione – gli ingredienti e il metodo – senza l’atteso scioglimento conclusivo. Quel che veramente vorremmo sapere è: com’è andata a finire? Chi l’ha mangiata? e l’hanno apprezzata? Quando M. F. K. Fisher scrive dei cavolfiori cotti nella panna da montare e Gruyere: “Ripulimmo i piatti con le punte di croste di pane croccante bevendoci su del vino” qui la reminiscenza vale più di qualsiasi ennesima e “definitiva” ricetta coi cavolfiori.

Mary Frances Kennedy Fisher

Non è un caso che i romanzi polizieschi finiscono spesso con un pasto. Quando osserviamo qualcuno mangiare, il senso di tensione e di suspense si distende. Hardyment accoglie in una sezione un racconto dalle storie di Sherlock Holmes “The Adventure of the Naval Treaty“. Dopo un diabolico mistero che culmina con Holmes che serve su un vassoio da colazione al suo legittimo proprietario un documento precedentemente rubato, la storia termina con lo stesso detective che si gode lui stesso un meritato pasto. “Sherlock Holmes butto giù una tazza di caffè e diresse l’attenzione al prosciutto con le uova. Poi s’alzò s’accese la pipa e si sdraiò sulla sua poltrona”. La gioia di leggere dei pasti altrui ci mostra che in molti modi, siamo delle creature semplici: solamente dall’esaminare l’atto di mangiare di qualcun altro possiamo sentirci un po’ meglio nutriti anche noi. (Traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

Un cocomero non fa Rinascimento

3 agosto 2015
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cocomeri

Traduco da Vox curiosities a sua volta trafugando dal sempre stimolante kottke.org, una digressione breve e “curiosa”, per l’appunto, che riguarda un po’ la storia della mutazione genetica delle piante oltre che il cambio di percezione dello sguardo da un secolo all’altro. Certo ci sarebbe quantomeno da rimbrottare l’autore dell’articolo o far licenziare l’editor di Vox e chiedere più di qualche lume personale sulla loro di percezione almeno relativamente a cronologia e periodizzazione di storia dell’Arte; vaneggiare di Rinascimento e Rinascimentale per un pittore ed un dipinto del XVII secolo pare un abbaglio ed uno sproposito tale che anche un ragazzino neppure tanto sveglio di scuola elementare in Chautauqua County nel Kansas, troverebbe del tutto ingenuo ed ingiustificato.. insomma per l’autore ed il suo editor cui rimando per ulteriori delucidazioni alla seppur polverosa autorità del Burckhardt, la svista è proprio imperdonabile, anche qualora fossero stati entrambi indelebilmente lesionati al cervello dalla peggiore delle insolazioni di questa pur torrida estate 2015. Ad ogni buon conto Giovanni Stanchi detto “Dei Fiori” è stato pittore di stampo caravaggesco e naturalista dal decorativismo palesemente Barocco o baroccheggiante.

Un quadro Rinascimentale rivela quanto è cambiata la coltivazione dei cocomeri.

Osserviamo la parte inferiore a destra di questo quadro. Se non avete mai visto un’anguria come questa prima d’ora non siete certo i soli.
Questo dipinto del XVII secolo di Giovanni Stanchi per gentile concessione di Christie’s, mostra una varietà di cocomero che nessuno nel mondo moderno ha mai visto.
Le angurie di Stanchi, che sono state dipinte intorno al 1645-1672, ci permettono d’intravedere un tempo, prima che la coltivazione sistematica cambiasse i frutti per sempre.
James Nienhuis, professore d’orticoltura all’Università del Wisconsin, ha utilizzato questo quadro dello Stanchi nei suoi corsi dedicati all’insegnamento della storia della coltivazione delle piante.

“È strano andare nei musei d’arte ad osservare quelle nature morte e scoprire come le nostre verdure apparivano diverse 500 anni fa.” In molti casi è la sola opportunità di sbirciare nel passato dato che non riusciamo a preservare i medesimi ortaggi per centinaia d’anni.

Le angurie originariamente provenivano dall’Africa, ma dopo l’addomesticazione sono prosperate nei climi caldi del Medio Oriente e dell’Europa del sud. Divenne probabilmente coltura comune nei giardini e nei mercati attorno al 1600. I vecchi cocomeri, come quello dipinto dallo Stanchi, presumibilmente erano molto gustosi – Nienhuis pensa che il grado di zuccheri contenuto nel frutto avrebbe dovuto essere ragionevolmente alto dato che questi stessi meloni venivano consumati freschi e talvolta fermentati nel vino, eppure sembrano così diversi dal nostro attuale cocomero e questo perché nel tempo abbiamo cominciato a coltivarlo con l’intento d’ottenere quel rosso intenso che gli riconosciamo oggi. Quella carnosa parte interna del frutto in realtà è la placenta che contiene i semi del cocomero il quale prima che fosse definitivamente addomesticato difettava, sempre nella medesima placenta, di quell’alta concentrazione di licopene che pigmenta del suo caratteristico rosso acceso gli stessi frutti così come li conosciamo noi oggi. Attraverso centinaia d’anni di domesticazione abbiamo modificato dei piccoli cocomeri la cui placenta era bianca, in frutti più grossi e stracarichi di licopene come nella versione che troviamo oggi.

Di certo non abbiamo solo cambiato il colore dei cocomeri. Ultimamente si sono fatti esperimenti volti a sbarazzarsi dei semi – cosa che Nienhuis con riluttanza definisce: “la progressione logica della domesticazione.” Le generazioni future alla fine si ritroveranno delle fotografie per studiare come apparivano i cocomeri con i semi, ma per osservare le minuscole e bianche angurie del passato essi dovranno ancora rivolgersi all’arte Rinascimentale. (traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

burckhardt-xl
J. Burckhardt, La Civiltà del Rinascimento in Italia

Di Postal Market il Fallimento

29 luglio 2015
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Postal Market

Le prime furiose pippette
sui casti déshabillé. Era ieri
forse
o poco più di tre volte
diec’anni fa.
Afrori e foia di cellophane
stropicciaticcio,
fragranze d’urina stagna
agl’angolini tumidi
dell’orto chiuso d’infanzia;
quanti e plurimi,
epilettici orgasmi
senza sperma ancora,
sugl’intabarrati seni
sui fianchi ricolmi di finto
cachemire e di patina,
nel mentre
intanto
oltre
le superstiziose penombre
trafugate dagli scuri,
al di là
dei gerani rifermentati
in terrazzo

un sole di rancido e gl’afosi, feroci,
buoni sentimenti in processione,
quell’indolente codazzo
per qualche Madonna strapaesana,
per chissà che nevrastenica Santa
intabarrata anch’essa a manichino
dal paramento tracotante
di popolo
in altrettanta veste
allegorico/odiosa
– Postal o Eternal Market –
a velare la più verace carne,
a dissanguare una più sacrosanta
nudità.

 

 

Natura Naturans

27 luglio 2015
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Per quanto sia sconnesso e incandescente l’universo del “naturale” in Italia, ecco (datato 2013) un primo e alquanto serio tentativo di scandagliarlo con grafici, tabulati statistici, numeri e analisi di settore nonstante l’estrema confusione sul campo tra naturale-biologico-biodinamico-globale e le sue ancor più anfibie, incasinate ed (im)probabili varianti combinatorie. Il libro con approccio scientifico – è proprio qui la vera novità – si propone l’approfondimento di questo semi-sconosciuto microcosmo del vino “naturale” entro cui – purtoppo o per fortuna? – s’annidano così come nel più pachidermico comparto “convenzionale”, ancora troppe ambiguità politiche, divergenze agronomiche fratricide, contraddizioni gestionali, associazionismi frammentati, accecati interessi di campanile, regolamenti incompatibili, certificazioni strampalate, trappole burocratiche e più di qualche ideologia faziosa che infiacchisce invece di rafforzare la resistenza produttiva e commerciale condivisa dai “pochi ma buoni”, contro lo Tsunami spazzatura-e-spazzatutto dell’industria enogastronomica dei “troppi e cattivi”.. così che alla fine invece di raffigurarmi Davide contro Golia me ne sto qua in un angolino che rimugino costernato su Caino e Abele..

Cain and Abel – Marc Chagall (1911)

Roberto Liberati, comunque ancora grazie assai per questo prezioso “potlatch”: Servabo – Il vino “naturale”. I numeri, gli intenti e altri racconti

vino naturale

Vini di Francia… Carne di Kobe

27 agosto 2013
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3 Kg di filetto di manzo Kobe (神戸肉流通推進協議会) sbarcati clandestinamente a Cortona direttamente dalla Prefettura di Hyogo a rischio ghigliottina… se ne e’ valsa la pena?! Arrostita su una brace incredibile, 5 minuti di cottura per lato, la croccantezza del grasso marmorizzato e fuso alla perfezione nella carne; in bocca si scioglie tenera, gustosissima e sublime come fibrosa crema di nocciole castagne e grano tostato. Coppa di Testa di maiale dei Castelli artigianale in tela di Juta… veramente da “fuori di testa”, servita e spazzolata con leggero tocco di zenzero grattugiato.

– MG Pol Roger Winston Churchill 1999;

– Armand Rousseau Gevrey-Chambertin Clos St. Jacques 1999;

– Jean-Louis Chave Hermitage 1995.. Vino della serata..vino degli ultimi tempi: sottigliezza, persistenza e grazia ahime’ ancora irraggiungibili nella nostra derelitta penisola: esplosione di frescura balsamica, menta, pepe di Sichuan.. la Via della Seta al Syrah!

– Domaine Zind Humbrecht Brand Riesling Vendange Tardive 1989.

Philipponnat Clos de Goisses.. a Iosa!

19 agosto 2013
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– MG Philipponnat Clos de Goisses 1990. Maturo al punto giusto; imponente per cremosa mineralità, tostatura graziosa con nuances di vaniglia, mela al perfetto grado di maturazione, zucchero di canna.

Philipponnat Clos de Goisses 1996. Primo sorso appena stappato: bruciante compattezza alla narici alla faringe all’esofago. A seguire tutta l’esuberante imponenza d’una bollicina finissima, concretissima e senzafine che ti riempie d’un solo, spasmodico desiderio: sostituire d’emblée con damigiane e damigiane di questo supremo, vivificante champagne tutto quel vecchio sangue nel sistema cardiovascolare nostro e di chi “si” e “ci” vuol bene.. ALLA NOSTRA!

ps.

L’estrema difficoltà di lavorazione del Clos de Goisses sul Mont de Mareuil  – dalle ostili pendenze e posizione dei vigneti deriva il termine champenois: Goisses – ha portato alla parcellizzazione di questi 5,5 ettari in 11 lieux-dits a loro volta frazionati in 20 parcelle:

Suddivisione in 11 lieux-dits del Clos des Goisses

 

 

 

Splendida Lineup di Sangiovese Grosso quanto Vero..

18 agosto 2013
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Iridescente aperitivo trai girasoli di metà Agosto all’ora meditabonda del tramonto:
noccioline al wasabi (山葵) & multiforme selezione d’olive: Taggiasche in salamoia, Itrane “mosce” cotte al sole + “pistate” cioè schiacciate con la pietra dunque condite in extra-vergine, aglio fresco e finocchietto selvatico.
Parmigiano Reggiano con primizia di fichi appena colti dall’albero a sostenere un’incredibile batteria in verticale di Brunelli Biondi Santi Tenuta il Greppo:

– 1995 Riserva, il più giovane e forse – proprio a voler fare le pulci – il meno entusiasmante della serie pur se eccelso ed indiscutibilmente il migliore dei Brunelli in circolazione della medesima come di più recenti annate..

– 1983, se la gioca assieme alla ’78 come il sangiovese della serata per purezza, potenza, freschezza, fragranza, integrità, persistenza, cristallinità imperiture..

– 1981, imponente al naso, davvero olfatto irraggiungibile per liquirizia, balsamicità ed erbe mediterranee pur se meno profondo e duraturo al palato come da aspettative odorose..

– 1978.. annata strepitosa per un Brunello assolutamente serissimo ed eccezionale in termini d’austerità, pulizia, intransigenza, fragranza, ultra-trentennale serbevolezza: sangue ed ossa, carne e spirito, anima e corpo del Sangiovese!

(Thanks to Guntis Brands)

Krug Clos du Mesnil 1990 – 1995

19 gennaio 2012
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A dispetto dello scrupoloso ed inarrivabile modello Krug d’assemblage dei tre grandi vitigni, differenti millesimi e cru che competono tra loro nella versione finale dello stile monarchico di questa Maison, Clos du Mesnil è invece una cuvée monocrumonocépage vale a dire un “multidimensionale” chardonnay in purezza da una parcella di soli 1,85 ettari (gli stessi acri del vigneto Romanée-Conti monopole) circondata da un muro di cinta in pietra (rara immagine per la Champagne in cui sono riconosciuti ufficialmente solo 9 clos) innalzato nel 1698 da Claude Jannin come è raccontato anche in retro-etichetta ed appartenuto ad un monastero benedettino fino al 1750. Dunque questo blanc de blancs si differenzia come un’eccezione particolarissima alle regole d’assemblaggio della casa visto che nella vinificazione del Clos Du Mesnil confluiscono una sola vendemmia di un solo vitigno da un solo vigneto. Questa leggendaria, esigua parcelle nel cuore della Côte des Blancs incastonata quale un diamantino sull’anello di Mesnil-sur-Oger da cui vengon fuori a stento non più di 15mila bottiglie nelle annate proficue, è stata acquistata poi dalla famiglia Krug nel 1971 che con la 1979 immessa in commercio solo a partire dal 1986, realizzerà la prima di sole 12 annate a seguire fino all’ultima introdotta sul mercato: la 1998. Orientamento a sud-est, leggerissima pendenza della coltivazione conferiscono a questo clos condizioni assolutamente uniche per la maturazione e lo sviluppo ottimale dell’uva chardonnay. L’annata 1990 è unanimamente considerata eccezionale e questo a dispetto della gelata d’aprile che ha minacciato una buona metà della regione; la ’95 invece seguiva almeno due vendemmie dimenticabili quali la ’91 e la ’94. Il Clos du Mesnil ad ogni modo fa esplodere tutta la sua perfetta gessosità codificata già nel DNA del suolo, mineralità suprema ereditata dal vitigno e dallo chardonnay soprattutto se bevuto in gioventù che nel caso specifico pare abbia stipulato col Satana delle uve un patto d’eterna giovinezza.

La nostra bevuta comparativa a distanza di 20/25 anni ci imporrebbe un silenzio sacro (Le silence est d’or come intitolava il film post-bellico di Renè Clair) davanti a questo dittico, capolavoro fuso dello champagne più bianco trai bianchi che possa mai immaginarsi abbinato sobriamente a scagliette di parmigiano vacche rosse stagionato un paio d’anni meglio se originato da un casello di montagna. Sgocciolio di miele sulle labbra appena raccolto dall’arnia; sbocciare dei fiori d’albicocco; noci, mandorle, granelli d’arabica e pinoli pestati sugl’argini d’un fiume con un sasso levigato dai secoli; bacche di vaniglia sbucciate con l’unghia: ecco i lirici richiami e le azioni possibili cui rimandano gl’ingordi sorsi di questi differentissimi tra loro ma tanto uguali Krug, mentre intanto la luce solare tramonta oltre i casermoni di quartiere in cemento dis-armante, i comignoli, le paraboliche e le antenne; nel frattempo una voce, La Voce cioè proprio “The Voice” sgorga, fluttua via da una finestrella semichiusa e swinga, fluisce lontano fino a noi, tra i disumani terrazzi della periferiaccia attraverso calze, lenzuola e mutande colorate stese sulle tettoie ad asciugare alla brezza pre-estiva come note musicali di cotone sbandierate all’aria, prestando così il sensuale canto alle nostre allucinazioni meditabonde, carezzate dal fiacco sole invernale:

“You make me feel so young,

You make me feel like spring has sprung…”

 

Didier Dagueneau Pouilly-Fumé Silex 1999 – 2007

18 gennaio 2012
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Didier Dagueneau est un extrémiste de la qualité.

Bettane & Desseauve, Le Grand Guide de Vins de France 2009

Undoubtedly the Loire’s most flamboyant vigneron…

Robert M. Parker, Jr., Parker’s Wine Buyer’s Guide Edition 7th

Pouilly-Fumé vale a dire le colline della riva orientale della Loira dove la coltivazione del Sauvignon Blanc impera fin dalla fine del 1800 quando il genocidio vitivinicolo europeo causato dalla phylloxera vastatrix ha reso consapevoli i produttori della valle che lo chasselas (vitigno molliccio, anonimo, abboccato e scialbo equivalente al nostro sud-italico Marzemina Bianca) il quale attualmente rientra nella denominazione Pouilly-sur-Loire non era affatto l’uva più adatta ai terreni calcarei e rigogliosi di selce della zona. Silex, omaggio assoluto alla selce in etichetta tanto col nome quanto con l’immagine, è difatti il titolo della cuvèe più universalmente nota che il geniale, capelluto e barbutissimo come un profeta vetero-testamentario Didier Dagueneau produceva intonando da interprete ultra-raffinato del Sauvignon Blanc un inno maestoso al terroir di Saint-Andelain nel dipartimento della Nièvre. Didier conosciuto anche come “il re  del Sauvignon” oppure “il pazzo di Saint-Andelain” morì tragicamente all’età di 52 anni, abbattendosi col suo aliante il 17 settembre del 2008, ora ci sono i suoi figli Benjamin e Charlotte a proseguire l’opera eccelsa cominciata dal padre vigneron non conforme ai dettami sempre ridicoli, bigotti ed ortodossi di qualsivoglia dogma produttivo, sia esso la biodinamica o la inanimata elaborazione industriale in serie. Su 11,5 ettari per 50mila bottiglie prodotte collaborano una dozzina di esperti vignaioli (cioè un agricoltore professionista per ettaro) più l’utilizzo di cavalli nella lavorazione dei vigneti. L’estrema meticolosità nella coltura e potatura, l’accuratezza nei dettagli più millimetrici nei riguardi della vite, il perfezionismo sfrenato nella raccolta a mano solo dei grappoli ed acini giunti a maturazione ottimale e tant’altro hanno conquistato la fama mondiale a Dagueneau che con ognuna delle sue vendemmie ha potuto competere con i migliori e più grandi bianchi secchi del pianeta enologico. Macerazioni pre-fermentative per guadagnare al vino la più intensa densità aromatica e fermentazioni in botti grandi nuove, in acciaio ed in speciali barrels denominate “cigares” (piccole, ovali e lunghe barriques disegnate da Dagueneau medesimo e costruite appositamente per lui) per donare all’uva il massimo in termini di complessità, delicatezza, eleganza e longevità. Le vigne che rientrano nella cuvèe Silex sono vecchie di 15-50 anni e delimitate a rese bassissime rispetto alle altre quali il Blanc Fumé de Pouilly, il Pur Sang, il Buisson Renard etc. L’annata 2007 è l’ultima fatta da Didier prima della sua morte improvvisa, vendemmia che lui stesso considerava essere una delle migliori di sempre ovvero la congiunzione mistica di tutti gli sforzi da Sisifo fatti in vigna ed in cantina negli anni per perseguire il conseguimento di una maturità aromatica senza eccessi alcolici ed una stupenda concentrazione minerale che dona al vino una parabola d’invecchiamento davvero graziata da Dioniso.

Stappiamo la 1999 e la 2007 di Pouilly-Fumé Silex con due ore d’anticipo, potevamo senz’altro scaraffarle entrambe per ossigenare al meglio un vino dall’aurea compatta, dal temperamento nudo-e-crudo e dall’anima rinchiusa in se stessa come fosse il corpo tenero d’un riccio che avverta il pericolo esterno imminente rappresentato dal contatto umano che è di certo brutale ed invasivo… eppure ci limitiamo a mescere i calici con polso leggero, attendendo con timore e tremor panico i profumi di cedro candito, erbette officinali, la scintilla neolitica della pietra focaia, il retrogusto ancestralmente exotic, il sapore metallico meraviglioso così di una mineralità tutta alcalina che scorre nell’esofago come ruscelletto alpino in piena confluendo nelle primaverili vallate del nostro cuore di ghiaccio che subito si discioglie assieme alla mente, all’apparato respiratorio, alla salivazione e alla memoria consanguinei di questi incomparabili pouilly-fumé che sono terrestre o ancor meglio vialattea rivelazione dei cicli eterni di natura madre. L’equivalente solido ai due Silex, in termini di gradevolezza, sapidità/acidità, soave affumicatura, pizzicore asprino e condensa agrumata sono le tagliatelle di Campofilone stirate a Monte San Giusto (La Pasta di Aldo) mantecate in famiglia tra pochi intimi con emulsione d’olio toscano novello, prezzemolo, aglio e bottarga di muggine dallo stagno di Cabras rifinite con tartare di gamberi rossi ancora vivi più un paio d’unghiette di peperoncino cremisi freschissimo dell’orto tagliuzzato alla forbicina e spolverate d’altra bottarga grattugiata; nota in margine: sempre più acuto ci assale il dubbio circa l’autenticità e l’origine di quest’Oro di Cabras il cui sapore anno dopo anno risulta essere di volta in volta meno concentrato, vigoroso, genuino e forte come invece dovrebbe.

Post scriptum:

A concludere l’arco temporale delle Oeuvres et Jours di Didier Dagueneau incominciate a partire dalla metà degli anni ’80, l’annata 2007, la sua ultima vendemmia dunque è il vero testamento spirituale di un uomo vero del vino di cui si diceva gestisse conservazione, pulizia e manutenzione della propria cantina costruita nel 1989 quasi fosse una cattedrale e non potevamo allora che farne dovuto omaggio (sorta di potlatch e scambio di doni pre-natalizio ovvero magica pozione fumé, ideale per abbinamento su fritto di moscardini bruciacchiati) agli amici veri dell’Abbazia di Montecassino, dono senz’altro più modesto della sublime natività del Botticelli assimilata già da qualche tempo al monastero benedettino nei cui fiorenti archivi bibliografici è custodito con amore di verità e tutela della tradizione il “placito capuano” che documenta la nascita della pre-dantesca lingua volgare scritta e poi diffusa in tutto il mondo neolatino cioè la cellula germinativa dell’italiano moderno: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti; con altrettanto sentimento di continuità del vero e protezione della bellezza, innalzando il calice sull’ampio panorama cassinese, ci auguriamo in celestiale joi de vivre che i vini sempre immensi di Didier possano essere il seme liquido a partire da cui altri produttori illuminati, artisti della vite, vignaioli scrupolosi ed interpreti dal genio sincero proseguiranno con mano ferma eppur gentile traendone il frutto delle loro mille ricerche in vigna, continui ma costruttivi ripensamenti, travagli spirituali ed intrepide fatiche d’Ercole pure in questi nostri giorni dell’oscura età post-Fukushima.


 

Krug Vintage 1988 – 1990

9 gennaio 2012
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Eccoci ancora qua. A distanza di 4 anni riproponiamo alle nostre sempre più attonite papille gustative questo liquido scontro fra Titani. Parliamo esattamente del Krug vintage nelle sue versioni millesimate: 1988 e 1990. Questa mitica maison de Champagne è stata fondata a Reims nel 1843 dal capostipite tedesco Johann-Joseph Krug commerciante a Magonza. Ora siamo alla quinta generazione della famiglia Krug e nonostante l’acquisizione dell’elefantiaco gruppo Louis Vitton Moët  Hennessy (LVMH) lo stile di questa bollicina sovranamente rigorosa e conservatrice della tradizione, rimane essenzialmente autonomo ed invariato quasi a rasentare la perfezione in terra: fermentazioni in fût de chêne di tutti i cru vinificati separatamente inibendo la malolattica (di modo da mantenere acidità elevate e più spigolose sì da allungare ad infinito la freschezza e la longevità del vino resistendo all’insidia dell’ossidazione evolutiva); abile sapienza alchemica nell'”arte del taglio”, nell’assemblaggio cioè tra il pinot meunier (carisma e note esotiche) il pinot nero (corpo ed energia) e lo chardonnay (eleganza e carattere). In questo senso la Grande Cuvée è una vera e propria scuola di dosaggio se si pensa che vi rientrano una quarantina di vini da dozzine d’annate diverse fino ad un 35-50% da vini di riserva; lunghi affinamenti in bottiglia (considerate che la versione Collection che comprende le ultime bottiglie disponibili di annate superlative, viene immessa sul mercato solo dopo una ventina d’anni di cantina con posata calma e qualitativa saggezza anti-moderna disposta alla cura, all’affinamento e all’attesa quasi a voler sfidare a duello la frettolosa superficialità e ipertrofica produzione industriale della nostra epoca focalizzata barbaramente solo sulla quantità use-and-throw al gusto di cellophane)

Il pre-cena consiste in ciotole di noccioline, mandorle e noci appena sbucciate; in un piatto, minutamente cesellato al polpastrello, fiocco e cosciotto di prosciutto da ghianda (de bellota) della stagionatura media di tre anni appena scotennato: il Porco Preto, la controparte portoghese del maialino di Pata Negra iberico, quello cioè dagli zoccoli neri. Nel frattempo da un altro piatto girevole un vecchio vinile diffonde il suono cristallino d’un vibrafono, non potrà che essere l’inconfondibile tocco virtuoso di Milt Jackson dal disco Prestige Bag’s Groove del 1954 con formazione stellare: Thelonious Monk, Miles Davis, Kenny Clarke… seguono, a definire la vera e propria cena, lenticchie riscaldate con filino di frantoio novello e cappello di prete o tricorno (una variante del cotechino e dello zampone ma con aggiunta di vino nel macinato), cruditè di spinaci di campo preparati ad insalata più una manciata di chicchi succulenti di melograno spaccato al momento a far da contorno ad un torchon de foi gras ripieno d’uvetta passa e fichi secchi marinato nei fiocchi di sale di Guerande. Le due meravigliose bottiglie di cui qui con commossa memoria si rammenta la bevuta, non potevano che sciogliere amorevolmente  l’oleosa granulosità della frutta secca i sudori grassi e nocciolosi del prosciutto stagionato, la pingue opulenza del fegato d’oca già inverdito dagli spinaci crudi e dal croccante umore dei melogranati semi, rinfrescando il nostro sistema cardiovascolare con l’acidità stupefacente della loro essenza d’arancia candita, bollicina finissima e mineralità inarrivabile proveniente da chissà quali oscure viscere geologiche, a scalzare manifestamente nel classico abbinamento con il foi gras addirittura un Yquem, pur se di annata ombrosa: la 1987.

Così come l’ultima volta che ci siamo trovati costretti ad un competitivo, arduo raffronto tra i due millesimi, nonostante la celebrata ed outstanding annata 1990 il nostro focoso innamoramento semper fidelis continua a prediligere la più anonima, minore (per la maggioranza non certo per noi) e meno celebre 1988 (sublimata nell’esofago mesi fa anche nel formato magnum nel giro di pochi minuti tra alcuni intimi): folgorante per élan vitale, spessore, longevità, vivezza di corpo e di spirito, pulizia e monumentale stratificazione di tutti gl’elementi, i particolari minimi, le sfumature e le variabili che concorrono a fare di una grande bottiglia un vino semplicemente immortale!