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gae saccoccio

Wine philosopher/food explorer; drinking education, travels reading writing across eating houses, vintners and vineyards, searching for books places people artisans stories... worth being told.

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Un cocomero non fa Rinascimento

3 agosto 2015
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cocomeri

Traduco da Vox curiosities a sua volta trafugando dal sempre stimolante kottke.org, una digressione breve e “curiosa”, per l’appunto, che riguarda un po’ la storia della mutazione genetica delle piante oltre che il cambio di percezione dello sguardo da un secolo all’altro. Certo ci sarebbe quantomeno da rimbrottare l’autore dell’articolo o far licenziare l’editor di Vox e chiedere più di qualche lume personale sulla loro di percezione almeno relativamente a cronologia e periodizzazione di storia dell’Arte; vaneggiare di Rinascimento e Rinascimentale per un pittore ed un dipinto del XVII secolo pare un abbaglio ed uno sproposito tale che anche un ragazzino neppure tanto sveglio di scuola elementare in Chautauqua County nel Kansas, troverebbe del tutto ingenuo ed ingiustificato.. insomma per l’autore ed il suo editor cui rimando per ulteriori delucidazioni alla seppur polverosa autorità del Burckhardt, la svista è proprio imperdonabile, anche qualora fossero stati entrambi indelebilmente lesionati al cervello dalla peggiore delle insolazioni di questa pur torrida estate 2015. Ad ogni buon conto Giovanni Stanchi detto “Dei Fiori” è stato pittore di stampo caravaggesco e naturalista dal decorativismo palesemente Barocco o baroccheggiante.

Un quadro Rinascimentale rivela quanto è cambiata la coltivazione dei cocomeri.

Osserviamo la parte inferiore a destra di questo quadro. Se non avete mai visto un’anguria come questa prima d’ora non siete certo i soli.
Questo dipinto del XVII secolo di Giovanni Stanchi per gentile concessione di Christie’s, mostra una varietà di cocomero che nessuno nel mondo moderno ha mai visto.
Le angurie di Stanchi, che sono state dipinte intorno al 1645-1672, ci permettono d’intravedere un tempo, prima che la coltivazione sistematica cambiasse i frutti per sempre.
James Nienhuis, professore d’orticoltura all’Università del Wisconsin, ha utilizzato questo quadro dello Stanchi nei suoi corsi dedicati all’insegnamento della storia della coltivazione delle piante.

“È strano andare nei musei d’arte ad osservare quelle nature morte e scoprire come le nostre verdure apparivano diverse 500 anni fa.” In molti casi è la sola opportunità di sbirciare nel passato dato che non riusciamo a preservare i medesimi ortaggi per centinaia d’anni.

Le angurie originariamente provenivano dall’Africa, ma dopo l’addomesticazione sono prosperate nei climi caldi del Medio Oriente e dell’Europa del sud. Divenne probabilmente coltura comune nei giardini e nei mercati attorno al 1600. I vecchi cocomeri, come quello dipinto dallo Stanchi, presumibilmente erano molto gustosi – Nienhuis pensa che il grado di zuccheri contenuto nel frutto avrebbe dovuto essere ragionevolmente alto dato che questi stessi meloni venivano consumati freschi e talvolta fermentati nel vino, eppure sembrano così diversi dal nostro attuale cocomero e questo perché nel tempo abbiamo cominciato a coltivarlo con l’intento d’ottenere quel rosso intenso che gli riconosciamo oggi. Quella carnosa parte interna del frutto in realtà è la placenta che contiene i semi del cocomero il quale prima che fosse definitivamente addomesticato difettava, sempre nella medesima placenta, di quell’alta concentrazione di licopene che pigmenta del suo caratteristico rosso acceso gli stessi frutti così come li conosciamo noi oggi. Attraverso centinaia d’anni di domesticazione abbiamo modificato dei piccoli cocomeri la cui placenta era bianca, in frutti più grossi e stracarichi di licopene come nella versione che troviamo oggi.

Di certo non abbiamo solo cambiato il colore dei cocomeri. Ultimamente si sono fatti esperimenti volti a sbarazzarsi dei semi – cosa che Nienhuis con riluttanza definisce: “la progressione logica della domesticazione.” Le generazioni future alla fine si ritroveranno delle fotografie per studiare come apparivano i cocomeri con i semi, ma per osservare le minuscole e bianche angurie del passato essi dovranno ancora rivolgersi all’arte Rinascimentale. (traduz. dall’inglese di gae saccoccio)

burckhardt-xl
J. Burckhardt, La Civiltà del Rinascimento in Italia

Di Postal Market il Fallimento

29 luglio 2015
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Postal Market

Le prime furiose pippette
sui casti déshabillé. Era ieri
forse
o poco più di tre volte
diec’anni fa.
Afrori e foia di cellophane
stropicciaticcio,
fragranze d’urina stagna
agl’angolini tumidi
dell’orto chiuso d’infanzia;
quanti e plurimi,
epilettici orgasmi
senza sperma ancora,
sugl’intabarrati seni
sui fianchi ricolmi di finto
cachemire e di patina,
nel mentre
intanto
oltre
le superstiziose penombre
trafugate dagli scuri,
al di là
dei gerani rifermentati
in terrazzo

un sole di rancido e gl’afosi, feroci,
buoni sentimenti in processione,
quell’indolente codazzo
per qualche Madonna strapaesana,
per chissà che nevrastenica Santa
intabarrata anch’essa a manichino
dal paramento tracotante
di popolo
in altrettanta veste
allegorico/odiosa
– Postal o Eternal Market –
a velare la più verace carne,
a dissanguare una più sacrosanta
nudità.

 

 

Natura Naturans

27 luglio 2015
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Per quanto sia sconnesso e incandescente l’universo del “naturale” in Italia, ecco (datato 2013) un primo e alquanto serio tentativo di scandagliarlo con grafici, tabulati statistici, numeri e analisi di settore nonstante l’estrema confusione sul campo tra naturale-biologico-biodinamico-globale e le sue ancor più anfibie, incasinate ed (im)probabili varianti combinatorie. Il libro con approccio scientifico – è proprio qui la vera novità – si propone l’approfondimento di questo semi-sconosciuto microcosmo del vino “naturale” entro cui – purtoppo o per fortuna? – s’annidano così come nel più pachidermico comparto “convenzionale”, ancora troppe ambiguità politiche, divergenze agronomiche fratricide, contraddizioni gestionali, associazionismi frammentati, accecati interessi di campanile, regolamenti incompatibili, certificazioni strampalate, trappole burocratiche e più di qualche ideologia faziosa che infiacchisce invece di rafforzare la resistenza produttiva e commerciale condivisa dai “pochi ma buoni”, contro lo Tsunami spazzatura-e-spazzatutto dell’industria enogastronomica dei “troppi e cattivi”.. così che alla fine invece di raffigurarmi Davide contro Golia me ne sto qua in un angolino che rimugino costernato su Caino e Abele..

Cain and Abel – Marc Chagall (1911)

Roberto Liberati, comunque ancora grazie assai per questo prezioso “potlatch”: Servabo – Il vino “naturale”. I numeri, gli intenti e altri racconti

vino naturale

Vini di Francia… Carne di Kobe

27 agosto 2013
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3 Kg di filetto di manzo Kobe (神戸肉流通推進協議会) sbarcati clandestinamente a Cortona direttamente dalla Prefettura di Hyogo a rischio ghigliottina… se ne e’ valsa la pena?! Arrostita su una brace incredibile, 5 minuti di cottura per lato, la croccantezza del grasso marmorizzato e fuso alla perfezione nella carne; in bocca si scioglie tenera, gustosissima e sublime come fibrosa crema di nocciole castagne e grano tostato. Coppa di Testa di maiale dei Castelli artigianale in tela di Juta… veramente da “fuori di testa”, servita e spazzolata con leggero tocco di zenzero grattugiato.

– MG Pol Roger Winston Churchill 1999;

– Armand Rousseau Gevrey-Chambertin Clos St. Jacques 1999;

– Jean-Louis Chave Hermitage 1995.. Vino della serata..vino degli ultimi tempi: sottigliezza, persistenza e grazia ahime’ ancora irraggiungibili nella nostra derelitta penisola: esplosione di frescura balsamica, menta, pepe di Sichuan.. la Via della Seta al Syrah!

– Domaine Zind Humbrecht Brand Riesling Vendange Tardive 1989.

Philipponnat Clos de Goisses.. a Iosa!

19 agosto 2013
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– MG Philipponnat Clos de Goisses 1990. Maturo al punto giusto; imponente per cremosa mineralità, tostatura graziosa con nuances di vaniglia, mela al perfetto grado di maturazione, zucchero di canna.

Philipponnat Clos de Goisses 1996. Primo sorso appena stappato: bruciante compattezza alla narici alla faringe all’esofago. A seguire tutta l’esuberante imponenza d’una bollicina finissima, concretissima e senzafine che ti riempie d’un solo, spasmodico desiderio: sostituire d’emblée con damigiane e damigiane di questo supremo, vivificante champagne tutto quel vecchio sangue nel sistema cardiovascolare nostro e di chi “si” e “ci” vuol bene.. ALLA NOSTRA!

ps.

L’estrema difficoltà di lavorazione del Clos de Goisses sul Mont de Mareuil  – dalle ostili pendenze e posizione dei vigneti deriva il termine champenois: Goisses – ha portato alla parcellizzazione di questi 5,5 ettari in 11 lieux-dits a loro volta frazionati in 20 parcelle:

Suddivisione in 11 lieux-dits del Clos des Goisses

 

 

 

Splendida Lineup di Sangiovese Grosso quanto Vero..

18 agosto 2013
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Iridescente aperitivo trai girasoli di metà Agosto all’ora meditabonda del tramonto:
noccioline al wasabi (山葵) & multiforme selezione d’olive: Taggiasche in salamoia, Itrane “mosce” cotte al sole + “pistate” cioè schiacciate con la pietra dunque condite in extra-vergine, aglio fresco e finocchietto selvatico.
Parmigiano Reggiano con primizia di fichi appena colti dall’albero a sostenere un’incredibile batteria in verticale di Brunelli Biondi Santi Tenuta il Greppo:

– 1995 Riserva, il più giovane e forse – proprio a voler fare le pulci – il meno entusiasmante della serie pur se eccelso ed indiscutibilmente il migliore dei Brunelli in circolazione della medesima come di più recenti annate..

– 1983, se la gioca assieme alla ’78 come il sangiovese della serata per purezza, potenza, freschezza, fragranza, integrità, persistenza, cristallinità imperiture..

– 1981, imponente al naso, davvero olfatto irraggiungibile per liquirizia, balsamicità ed erbe mediterranee pur se meno profondo e duraturo al palato come da aspettative odorose..

– 1978.. annata strepitosa per un Brunello assolutamente serissimo ed eccezionale in termini d’austerità, pulizia, intransigenza, fragranza, ultra-trentennale serbevolezza: sangue ed ossa, carne e spirito, anima e corpo del Sangiovese!

(Thanks to Guntis Brands)

Krug Clos du Mesnil 1990 – 1995

19 gennaio 2012
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A dispetto dello scrupoloso ed inarrivabile modello Krug d’assemblage dei tre grandi vitigni, differenti millesimi e cru che competono tra loro nella versione finale dello stile monarchico di questa Maison, Clos du Mesnil è invece una cuvée monocrumonocépage vale a dire un “multidimensionale” chardonnay in purezza da una parcella di soli 1,85 ettari (gli stessi acri del vigneto Romanée-Conti monopole) circondata da un muro di cinta in pietra (rara immagine per la Champagne in cui sono riconosciuti ufficialmente solo 9 clos) innalzato nel 1698 da Claude Jannin come è raccontato anche in retro-etichetta ed appartenuto ad un monastero benedettino fino al 1750. Dunque questo blanc de blancs si differenzia come un’eccezione particolarissima alle regole d’assemblaggio della casa visto che nella vinificazione del Clos Du Mesnil confluiscono una sola vendemmia di un solo vitigno da un solo vigneto. Questa leggendaria, esigua parcelle nel cuore della Côte des Blancs incastonata quale un diamantino sull’anello di Mesnil-sur-Oger da cui vengon fuori a stento non più di 15mila bottiglie nelle annate proficue, è stata acquistata poi dalla famiglia Krug nel 1971 che con la 1979 immessa in commercio solo a partire dal 1986, realizzerà la prima di sole 12 annate a seguire fino all’ultima introdotta sul mercato: la 1998. Orientamento a sud-est, leggerissima pendenza della coltivazione conferiscono a questo clos condizioni assolutamente uniche per la maturazione e lo sviluppo ottimale dell’uva chardonnay. L’annata 1990 è unanimamente considerata eccezionale e questo a dispetto della gelata d’aprile che ha minacciato una buona metà della regione; la ’95 invece seguiva almeno due vendemmie dimenticabili quali la ’91 e la ’94. Il Clos du Mesnil ad ogni modo fa esplodere tutta la sua perfetta gessosità codificata già nel DNA del suolo, mineralità suprema ereditata dal vitigno e dallo chardonnay soprattutto se bevuto in gioventù che nel caso specifico pare abbia stipulato col Satana delle uve un patto d’eterna giovinezza.

La nostra bevuta comparativa a distanza di 20/25 anni ci imporrebbe un silenzio sacro (Le silence est d’or come intitolava il film post-bellico di Renè Clair) davanti a questo dittico, capolavoro fuso dello champagne più bianco trai bianchi che possa mai immaginarsi abbinato sobriamente a scagliette di parmigiano vacche rosse stagionato un paio d’anni meglio se originato da un casello di montagna. Sgocciolio di miele sulle labbra appena raccolto dall’arnia; sbocciare dei fiori d’albicocco; noci, mandorle, granelli d’arabica e pinoli pestati sugl’argini d’un fiume con un sasso levigato dai secoli; bacche di vaniglia sbucciate con l’unghia: ecco i lirici richiami e le azioni possibili cui rimandano gl’ingordi sorsi di questi differentissimi tra loro ma tanto uguali Krug, mentre intanto la luce solare tramonta oltre i casermoni di quartiere in cemento dis-armante, i comignoli, le paraboliche e le antenne; nel frattempo una voce, La Voce cioè proprio “The Voice” sgorga, fluttua via da una finestrella semichiusa e swinga, fluisce lontano fino a noi, tra i disumani terrazzi della periferiaccia attraverso calze, lenzuola e mutande colorate stese sulle tettoie ad asciugare alla brezza pre-estiva come note musicali di cotone sbandierate all’aria, prestando così il sensuale canto alle nostre allucinazioni meditabonde, carezzate dal fiacco sole invernale:

“You make me feel so young,

You make me feel like spring has sprung…”

 

Didier Dagueneau Pouilly-Fumé Silex 1999 – 2007

18 gennaio 2012
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Didier Dagueneau est un extrémiste de la qualité.

Bettane & Desseauve, Le Grand Guide de Vins de France 2009

Undoubtedly the Loire’s most flamboyant vigneron…

Robert M. Parker, Jr., Parker’s Wine Buyer’s Guide Edition 7th

Pouilly-Fumé vale a dire le colline della riva orientale della Loira dove la coltivazione del Sauvignon Blanc impera fin dalla fine del 1800 quando il genocidio vitivinicolo europeo causato dalla phylloxera vastatrix ha reso consapevoli i produttori della valle che lo chasselas (vitigno molliccio, anonimo, abboccato e scialbo equivalente al nostro sud-italico Marzemina Bianca) il quale attualmente rientra nella denominazione Pouilly-sur-Loire non era affatto l’uva più adatta ai terreni calcarei e rigogliosi di selce della zona. Silex, omaggio assoluto alla selce in etichetta tanto col nome quanto con l’immagine, è difatti il titolo della cuvèe più universalmente nota che il geniale, capelluto e barbutissimo come un profeta vetero-testamentario Didier Dagueneau produceva intonando da interprete ultra-raffinato del Sauvignon Blanc un inno maestoso al terroir di Saint-Andelain nel dipartimento della Nièvre. Didier conosciuto anche come “il re  del Sauvignon” oppure “il pazzo di Saint-Andelain” morì tragicamente all’età di 52 anni, abbattendosi col suo aliante il 17 settembre del 2008, ora ci sono i suoi figli Benjamin e Charlotte a proseguire l’opera eccelsa cominciata dal padre vigneron non conforme ai dettami sempre ridicoli, bigotti ed ortodossi di qualsivoglia dogma produttivo, sia esso la biodinamica o la inanimata elaborazione industriale in serie. Su 11,5 ettari per 50mila bottiglie prodotte collaborano una dozzina di esperti vignaioli (cioè un agricoltore professionista per ettaro) più l’utilizzo di cavalli nella lavorazione dei vigneti. L’estrema meticolosità nella coltura e potatura, l’accuratezza nei dettagli più millimetrici nei riguardi della vite, il perfezionismo sfrenato nella raccolta a mano solo dei grappoli ed acini giunti a maturazione ottimale e tant’altro hanno conquistato la fama mondiale a Dagueneau che con ognuna delle sue vendemmie ha potuto competere con i migliori e più grandi bianchi secchi del pianeta enologico. Macerazioni pre-fermentative per guadagnare al vino la più intensa densità aromatica e fermentazioni in botti grandi nuove, in acciaio ed in speciali barrels denominate “cigares” (piccole, ovali e lunghe barriques disegnate da Dagueneau medesimo e costruite appositamente per lui) per donare all’uva il massimo in termini di complessità, delicatezza, eleganza e longevità. Le vigne che rientrano nella cuvèe Silex sono vecchie di 15-50 anni e delimitate a rese bassissime rispetto alle altre quali il Blanc Fumé de Pouilly, il Pur Sang, il Buisson Renard etc. L’annata 2007 è l’ultima fatta da Didier prima della sua morte improvvisa, vendemmia che lui stesso considerava essere una delle migliori di sempre ovvero la congiunzione mistica di tutti gli sforzi da Sisifo fatti in vigna ed in cantina negli anni per perseguire il conseguimento di una maturità aromatica senza eccessi alcolici ed una stupenda concentrazione minerale che dona al vino una parabola d’invecchiamento davvero graziata da Dioniso.

Stappiamo la 1999 e la 2007 di Pouilly-Fumé Silex con due ore d’anticipo, potevamo senz’altro scaraffarle entrambe per ossigenare al meglio un vino dall’aurea compatta, dal temperamento nudo-e-crudo e dall’anima rinchiusa in se stessa come fosse il corpo tenero d’un riccio che avverta il pericolo esterno imminente rappresentato dal contatto umano che è di certo brutale ed invasivo… eppure ci limitiamo a mescere i calici con polso leggero, attendendo con timore e tremor panico i profumi di cedro candito, erbette officinali, la scintilla neolitica della pietra focaia, il retrogusto ancestralmente exotic, il sapore metallico meraviglioso così di una mineralità tutta alcalina che scorre nell’esofago come ruscelletto alpino in piena confluendo nelle primaverili vallate del nostro cuore di ghiaccio che subito si discioglie assieme alla mente, all’apparato respiratorio, alla salivazione e alla memoria consanguinei di questi incomparabili pouilly-fumé che sono terrestre o ancor meglio vialattea rivelazione dei cicli eterni di natura madre. L’equivalente solido ai due Silex, in termini di gradevolezza, sapidità/acidità, soave affumicatura, pizzicore asprino e condensa agrumata sono le tagliatelle di Campofilone stirate a Monte San Giusto (La Pasta di Aldo) mantecate in famiglia tra pochi intimi con emulsione d’olio toscano novello, prezzemolo, aglio e bottarga di muggine dallo stagno di Cabras rifinite con tartare di gamberi rossi ancora vivi più un paio d’unghiette di peperoncino cremisi freschissimo dell’orto tagliuzzato alla forbicina e spolverate d’altra bottarga grattugiata; nota in margine: sempre più acuto ci assale il dubbio circa l’autenticità e l’origine di quest’Oro di Cabras il cui sapore anno dopo anno risulta essere di volta in volta meno concentrato, vigoroso, genuino e forte come invece dovrebbe.

Post scriptum:

A concludere l’arco temporale delle Oeuvres et Jours di Didier Dagueneau incominciate a partire dalla metà degli anni ’80, l’annata 2007, la sua ultima vendemmia dunque è il vero testamento spirituale di un uomo vero del vino di cui si diceva gestisse conservazione, pulizia e manutenzione della propria cantina costruita nel 1989 quasi fosse una cattedrale e non potevamo allora che farne dovuto omaggio (sorta di potlatch e scambio di doni pre-natalizio ovvero magica pozione fumé, ideale per abbinamento su fritto di moscardini bruciacchiati) agli amici veri dell’Abbazia di Montecassino, dono senz’altro più modesto della sublime natività del Botticelli assimilata già da qualche tempo al monastero benedettino nei cui fiorenti archivi bibliografici è custodito con amore di verità e tutela della tradizione il “placito capuano” che documenta la nascita della pre-dantesca lingua volgare scritta e poi diffusa in tutto il mondo neolatino cioè la cellula germinativa dell’italiano moderno: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti; con altrettanto sentimento di continuità del vero e protezione della bellezza, innalzando il calice sull’ampio panorama cassinese, ci auguriamo in celestiale joi de vivre che i vini sempre immensi di Didier possano essere il seme liquido a partire da cui altri produttori illuminati, artisti della vite, vignaioli scrupolosi ed interpreti dal genio sincero proseguiranno con mano ferma eppur gentile traendone il frutto delle loro mille ricerche in vigna, continui ma costruttivi ripensamenti, travagli spirituali ed intrepide fatiche d’Ercole pure in questi nostri giorni dell’oscura età post-Fukushima.


 

Krug Vintage 1988 – 1990

9 gennaio 2012
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Eccoci ancora qua. A distanza di 4 anni riproponiamo alle nostre sempre più attonite papille gustative questo liquido scontro fra Titani. Parliamo esattamente del Krug vintage nelle sue versioni millesimate: 1988 e 1990. Questa mitica maison de Champagne è stata fondata a Reims nel 1843 dal capostipite tedesco Johann-Joseph Krug commerciante a Magonza. Ora siamo alla quinta generazione della famiglia Krug e nonostante l’acquisizione dell’elefantiaco gruppo Louis Vitton Moët  Hennessy (LVMH) lo stile di questa bollicina sovranamente rigorosa e conservatrice della tradizione, rimane essenzialmente autonomo ed invariato quasi a rasentare la perfezione in terra: fermentazioni in fût de chêne di tutti i cru vinificati separatamente inibendo la malolattica (di modo da mantenere acidità elevate e più spigolose sì da allungare ad infinito la freschezza e la longevità del vino resistendo all’insidia dell’ossidazione evolutiva); abile sapienza alchemica nell'”arte del taglio”, nell’assemblaggio cioè tra il pinot meunier (carisma e note esotiche) il pinot nero (corpo ed energia) e lo chardonnay (eleganza e carattere). In questo senso la Grande Cuvée è una vera e propria scuola di dosaggio se si pensa che vi rientrano una quarantina di vini da dozzine d’annate diverse fino ad un 35-50% da vini di riserva; lunghi affinamenti in bottiglia (considerate che la versione Collection che comprende le ultime bottiglie disponibili di annate superlative, viene immessa sul mercato solo dopo una ventina d’anni di cantina con posata calma e qualitativa saggezza anti-moderna disposta alla cura, all’affinamento e all’attesa quasi a voler sfidare a duello la frettolosa superficialità e ipertrofica produzione industriale della nostra epoca focalizzata barbaramente solo sulla quantità use-and-throw al gusto di cellophane)

Il pre-cena consiste in ciotole di noccioline, mandorle e noci appena sbucciate; in un piatto, minutamente cesellato al polpastrello, fiocco e cosciotto di prosciutto da ghianda (de bellota) della stagionatura media di tre anni appena scotennato: il Porco Preto, la controparte portoghese del maialino di Pata Negra iberico, quello cioè dagli zoccoli neri. Nel frattempo da un altro piatto girevole un vecchio vinile diffonde il suono cristallino d’un vibrafono, non potrà che essere l’inconfondibile tocco virtuoso di Milt Jackson dal disco Prestige Bag’s Groove del 1954 con formazione stellare: Thelonious Monk, Miles Davis, Kenny Clarke… seguono, a definire la vera e propria cena, lenticchie riscaldate con filino di frantoio novello e cappello di prete o tricorno (una variante del cotechino e dello zampone ma con aggiunta di vino nel macinato), cruditè di spinaci di campo preparati ad insalata più una manciata di chicchi succulenti di melograno spaccato al momento a far da contorno ad un torchon de foi gras ripieno d’uvetta passa e fichi secchi marinato nei fiocchi di sale di Guerande. Le due meravigliose bottiglie di cui qui con commossa memoria si rammenta la bevuta, non potevano che sciogliere amorevolmente  l’oleosa granulosità della frutta secca i sudori grassi e nocciolosi del prosciutto stagionato, la pingue opulenza del fegato d’oca già inverdito dagli spinaci crudi e dal croccante umore dei melogranati semi, rinfrescando il nostro sistema cardiovascolare con l’acidità stupefacente della loro essenza d’arancia candita, bollicina finissima e mineralità inarrivabile proveniente da chissà quali oscure viscere geologiche, a scalzare manifestamente nel classico abbinamento con il foi gras addirittura un Yquem, pur se di annata ombrosa: la 1987.

Così come l’ultima volta che ci siamo trovati costretti ad un competitivo, arduo raffronto tra i due millesimi, nonostante la celebrata ed outstanding annata 1990 il nostro focoso innamoramento semper fidelis continua a prediligere la più anonima, minore (per la maggioranza non certo per noi) e meno celebre 1988 (sublimata nell’esofago mesi fa anche nel formato magnum nel giro di pochi minuti tra alcuni intimi): folgorante per élan vitale, spessore, longevità, vivezza di corpo e di spirito, pulizia e monumentale stratificazione di tutti gl’elementi, i particolari minimi, le sfumature e le variabili che concorrono a fare di una grande bottiglia un vino semplicemente immortale!

Paolo Massobrio – I Giorni del Vino

1 dicembre 2011
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Le cose ora stanno in modo che la metà degli intellettuali di questo mondo scrive di cose che, a sua insaputa, sono già state trattate dall’altra metà.

Norman Douglas, Vento del Sud

Come in ogni cosa – almeno così pare – anche qui c’è un precedente. A rodare il meccanismo mercantile per la stessa collana Einaudi Tascabili Pop c’era già stato anni addietro il fortunato (certo bisognerebbe prima approntare un’indagine micro-economica circa il numero delle copie ristampate e vendute) Lunario della Musica. Un disco per ogni giorno dell’anno del musicologo Carlo Boccadoro; questo tanto per dire che l’Einaudi non è casa editrice avventata che se la rischia a caso o “alla così come viene”, ma è oculata attività cultural-commerciale come tante, che negli ultimi anni tra Mercato e Rigore Intellettuale ha adottato (così la stragrande maggioranza delle attività di commercializzazione della cultura) il principio inossidabile del: tutti i colpi al cerchio e nessuno alla botte!

Dunque, come si evince fin dal sottotitolo, ci troviamo nello specifico dinanzi ad un’altra sorta di “lunario”, però del vino stavolta: un assaggio per ogni giorno dell’anno. Lo schema non è poi così rigido o scontato perché l’autore, sulla scia del capriccio divagatorio, si sofferma anche su più d’un vino alla volta quando non si trova a rimembrare più o meno familiari circostanze variegate in cui altrettanto molteplici bevute hanno dilettato il suo onnivoro spirito domestico e palato d’ufficio che alla fin fine è il solo protagonista principale del libro a “trecentosessantacinque”… gradi.

lunario

Il primo ed unico elemento di disturbo che fin da subito risalta all’occhio e all’orecchio del tignoso “lettore di professione” è il taglio stilistico di questo diario in pubblico d’un degustatore, certo un taglio alquanto grossolano dalla scrittura sciatta e gli sporadici nonché sommari giudizi culturali o le spicce notazioni sociologiche di dubbia profondità estetica, dai modi sempliciotti improntati alla giornaliera cronaca del bere e del mangiare, che tuttavia – sia detto fuor d’ogni dubbio – si distingue nettamente dai fin troppo colitici resoconti d’argomento simile in circolazione vomitati tra rubrichette specializzate nel Nulla, Guide all’Ovvio, Sovrabbondanti Blog dell’Insulso e le infinitesimali stra-vuote carta-igieniche pagine del compartimento alimentare o meno che sia. Non che non è già stato annunciato nel titolo ma estremamente onni-presenzialista ed invadente (alla viziata maniera dei Monelli, Soldati, Veronelli… almeno però loro passavano per esser scrittori/giornalisti di razza) appare l’io del personaggio che in maniera fin troppo smaccata esalta assaggia medita su questi vini in primissimo piano o li racconta in prima persona, quel Massobrio medesimo cioè: “che svolge mestiere di comunicatore… padre di tre figli… mio figlio Marco… mia figlia Irene… le donne della mia vita: mia nonna mia mamma mia moglie mia figlia…”, da cui ci si aspetterebbe però un meno dilettantesco sfoggio e una più neutrale oggettività di fondo, una cioè per quanto svagata, sentimentale o bonaria ma almeno ben meglio precisata ed asciutta ricognizione che si limitasse alla cronistoria più sobria (mas sobria diremmo in catalano), razionale e meditata dei prodotti con magari a latere l’impersonale ragguaglio impressionista di vagabondaggi enogastronomici, enumerazione delle genti incontrate e paesaggi attraversati, ovvero il reportage contegnoso di cose conosciute, dette, viste, udite, gustate e allora sì che il trastullo tutto en privé del “mi piace non mi piace” sarebbe risaltato con più efficacia classificatoria, vis argomentativa ed originalità di visione.

Paolo Monelli

Comunque sia ripetiamo, quel che più rileva ai fini d’una valutazione certo spietata ma imparziale, è l’assoluta generosità divulgativa, rara avis nel monopolisticamente stitico giornalismo nazional-costipante attuale, con cui l’autore espande un ricchissimo profluvio di suggerimenti su produttori e prodotti, snocciolando “dritte” su vini a vocazione familiare, cioè proprio spolverando quei vitigni o denominazioni d’antiche tradizioni contadine dal deciso carattere territoriale quali ad esempio: bonarda dell’Oltrepò Pavese, Marzemino passito, Lambrusco salamino, Gutturnio dei Colli Piacentini, Albana di Romagna passito, Fortana del Taro, freisa d’Asti Superiore, croatina ferma o frizzante, gamay della Valle d’Aosta, dolcetto d’Ovada, l’uva cortese e favorita dei Colli Tortonesi, rare uve verdeca nell’Alto Lario, Fior d’Arancio dei Colli Euganei, moscato di Saracena, malvasia di Schierano, moscatello bianco di Sardegna, savuto calabro, tintilia del Molise, tocai rosso, bianchetto genovese, moscato di Castiglione, malvasia di Bosa, Picolit friulano, Pigato e Grenaccia liguri, vino santo da Nosiola, chiaretto del Garda e così via.

Non si può certo pretendere che un tesserato collaboratore di quotidiani per quanto audace e diligentemente goloso (meglio “golosario”) sia illuminato dalla felicità descrittiva da naturalista, dall’acume disincantato, dall’erudizione e l’ironia feroce di un raffinatissimo flâneur in lungo e in largo per l’Italia quale è stato Norman Douglas, ad ogni modo questa critica en passant al troppo spesso patetico ed auto-indulgente sottotono della prosa e allo stile ingenuo malgré lui, è la sola che ci sentiamo di fare al presente libro che per il resto ribadiamo, è fruttuosa miniera d’informazioni, un monumentale quanto doveroso ed onesto campionario di vini noti e meno noti, vitigni autoctoni e vigneron appartati, appellation sottovalutate, vini in via d’estinzione, prodotti tipici misconosciuti quando addirittura ignoti del tutto e produttori eroici, dettato il più delle volte da un gusto autorevole, un istinto decisivo e quasi sempre motivato a ragion bevuta, con quell’euforica, infervorata e trascinante joie de vivre et de boire che farebbe davvero piacere veder meglio diffusa ed adottata come buon esempio per tutta la fumosamente affettata editoria di settore e non.

Funzionano le Appendici con gl’accurati, innumerevoli indirizzi di cantine ristoranti e negozi citati nel testo ma ci si augura tuttavia che ad una prossima riedizione la casa editrice si degni di aggiungere un necessario indice dei nomi (prodotti e produttori) da cui ne verrebbe senz’altro più agile quanto scartabellata lettura ed efficiente consultazione.

Tanto per far un esempio ecco un piccolo frame da quel vertiginoso elenco stilato con una sana curiosità di scoperta per il nostro inesauribile patrimonio di “cose rare” e tipicità agro-alimentari, una congerie di notizie succose raccolta con lo slancio vitale ispirato ad un giustamente mai placato sentimento di ricerca, istinto di scoperta e virtuosa attitudine all’esplorazione territoriale di cui tentiamo qui darvi succinta ma illustrativa elencazione:

il “Bue Apis” Aglianico da Cantina Sociale;

Alberto Marsetti produttore di Grumello, Valtellina Superiore e Sfurzat;

il Gutturnio di Santa Giustina (frizzante da barbera e croatina);

le Cantine Caputo a Carinaro (asprino d’Aversa e Lacrima Christi) ;

il Lambrusco di Sorbara di Fabrizio Bicocchi;

il roccese dell’azienda A Trincea di Laura Masala a Ventimiglia;

il verduzzo friulano dei Vignai da Duline;

il vino Gragnano dell’azienda Grotta del Sole;

il torcolato di Breganze di Firmino Miotti;

la Bonarda “Cresta dei Ghiffi” dei fratelli Agnes di Rovescala;

il Lambrusco dei Colli di Parma dell’azienda Monte delle Vigne di Ozzano Taro;

il Barbacarlo di Maga Lino;

la Tenuta Terre Nobili di Lidia Matera che in Calabria produce “Cariglio” e “Alarico”

il salame d’asino di Massimo Fungo;

il torrone di Cassinasco dell’Antica Casa Faccio;

i salumi di pecora de La Genuina di Salvatore Salis;

il “Cuore di Paganica” di Mauro de Paulis;

la cantina di stagionatura del caciocavallo podolico e del canestrato di Moliterno di Nicola Pessolani;

il blue di capra dei fratelli Panizzi a Courmayeur;

il “salame cucito” delle colline Tortonesi da La Corte di Brignano;

il prosciutto cotto Lenti di Santena;

lo speck di Brunico di Karl Bernardi;

la soppresssa col filetto di Antonio dal Santo di Cinto Euganeo…


B. Giacosa Barolo 1990

18 novembre 2011
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Come cominciare? Innanzi tutto ci troviamo davanti ad un monumento dell’enologia italiana di un’annata eccezionale “tra le migliori a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale”. Se poi dovessimo scegliere qual è il monumento che meglio rappresenti lo spessore tannico, la solarità, la mediterranea freschezza, il respiro ampio ed il balsamo marino che questo vino contiene in sé ed emana attorno forse è gioco facile configurarcelo sotto forma di architettura spontanea e funzionale germogliata su un’isoletta del Tirreno. A tal proposito citiamo un brano di Cesare Brandi tratto dal suo meraviglioso e struggente Terre d’Italia (Bompiani) che solo una cinquantina d’anni fa osservava con amore di storico dell’arte il territorio della penisola in fase di boom economico ma ancora abbastanza incontaminato e non barbarizzato irrevocabilmente da cementificatori, palazzinari senza scrupoli e scarichi industriali a cielo aperto: “Così le case di Ponza nel loro essere cubico, raramente forate dagli archi o stondate dalle cupolette ribassate, sono come dei gabbiani cubici, manufatti dall’uomo e sistemati sparsi o raggruppati (…) la qualità rara di queste case è la parsimonia, la mancanza di vezzi, di ornamenti, di stucchi. La lindura dei volumi squadrati garantisce un tale felice incontro da far pensare con amarezza che solo la miseria può dare esiti così onesti e cristallini.”

Essenzialmente onesto, cristallino e senza vezzi, ornamenti o stucchi sarà anche questo Barolo Villero di Castiglione Falletto di Giacosa Bruno che vorremmo sempre sorseggiare accovacciati sui ruderi cistercensi del Monastero di Santo Spirito a Zannone all’ombra degl’agavi dei fichi d’India e delle querce castagnare, avvolti dalla fragranza sobria delle ginestre smosse dalla brezza in compagnia d’una famigliola saltellante di mufloni, contemplando il volo dei gabbiani reali e dei falchi pellegrini mentre nel frattempo l’asinella Penelope ignara del mondo e degl’uomini, si strozza tutto il giorno dei fichi acerbi o maturi strappati a morsi dai rami attraverso cui riluce azzurrissimo come ai tempi d’Omero sia il mare che l’Occidente.

Variazioni Goldberg sul Chianti Classico

8 ottobre 2011
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Se c’è qualcuno che deve tutto a Bach, questi è proprio Dio!

E. M. Cioran, Sillogismi dell’Amarezza.

 

30 Variazioni sul Chianti Classico rapsodicamente combinate alle Variazioni Goldberg di J.S. Bach.

Innanzi tutto, prima di cimentarsi in questo gregoriano gioco di guida all’ascolto/guida all’assaggio, sarebbe opportuno mettersi d’accordo su quale interpretazione o incisione storica e con quale strumento (clavicembalo, pianoforte, sezione d’archi, organo, chitarra, arpa…) s’intenda ascotare o fruire di tali concretissime ed astratte composizioni di Bach padre, tra i vertici assoluti del suo genio compositivo nonché architettura sonora tra le più imponenti e complesse di tutto il repertorio classico pubblicate tra il 1741 e il 1742. E pensare che dopotutto, stando alle informazioni del primo e più illustre biografo bachiano Joahnn Nikolaus Forkel, composizioni così lucide, deste e vigili, sono state concepite “su commissione” per allietare le notti insonni del Conte Hermann Carl von Keiserlingk che se le sarebbe fatte suonare da Joahnn Gottlieb Goldberg, virtuoso e giovane clavicembalista allievo dello stesso Bach. Le mitiche interpretazioni di Glenn Gould, quella giovanile del ’55 o quella della maturità più dilatata, autunnale e “funerea” dell’81? O le interpretazioni al clavicembalo più posate e didattiche di Kenneth Gilbert o Gustav Leonhardt? All’eventuale lettore la libertà di scegliersi: interpretazione, arrangiamento e trascrizione per strumento preferita in base al suo giudizio estetico, vezzo del momento e gusto personale, così come per ulteriore stimolo all’approfondimento della magmatica questione si rimanda all’esaustivo saggio di Germana Schiassi, Johann Sebastian Bach. Le Variazioni Goldberg, Albisani Editore,  Urbino 2007.

 

1 Aria:Bach-goldberg-aria.png

L’esposizione a sarabanda in 3/4 del tema meditativo (Aria mit verschiedenen Veränderungen) potrebbe richiamare alla “mente che è sempre alla mercé del cuore”, alcuni calici iniziatici del Chianti Classico Riserva Castell’in Villa ’71, ’75’77 (l’anno dell’apparizione sul mercato de Le Pergole Torte), ’85 (millesimo quest’ultimo considerato da Michael Broadbent il suo preferito di sempre per l’Italia) sorseggiati davanti un anfiteatro d’ulivi, ovvero quasi una sezione aurea composta di vigne a sangiovese più stelle innumerabili d’inizio agosto nella rustica ed elegante campagna di Castelnuovo Berardenga in compagnia della principessa Coralia Pignatelli della Leonessa, consolidata tenutaria dell’azienda.

Nonostante i molti decenni sul collo (della bottiglia, intendiamoci), questo sangiovese miracoloso và lento e lontano verso un destino d’ossidazione saggia, austera; uniforme maturità pacatamente compiuta e conchiusa con il rigore più nobile e conciso col quale inizia e termina un’altra luminosa massima di La Rochefoucauld: “Pochi sanno essere vecchi”, così come andrebbe racchiusa, dulcis in fundo – immaginiamo nell’ombra – la quadratura d’un cerchio magico attorno a un vino che oltre ad aver saputo esser giovane con grazia, sa pure onorabilmente invecchiare.

2 Variatio 1 a 1 Clav.:

Raddoppia il tempo e di conseguenza la velocità d’esecuzione. Il virtuosismo sfrenato del brano in 3/4 dallo spiccato carattere di preludio può senz’altro ravvivare il ricordo recente d’un biodinamico Chianti Classico Querciabella ’08: spezie e chinotto maturo rinfrescante, visciole e china dolce-amarognola. Notevole che Sebastiano Castiglioni, proprietario della tenuta, sia anche impetuoso collezionista e bevitore dei più grandi vini della Borgogna di Bordeaux e della Champagne e riesca ciò nonostante (miracoli della natura umana e terrestre) ad assicurare uno standard qualitativo elevato al chianti che produce in proprio. Sarebbe come uno scrittore giovane che pur confrontandosi continuamente con giganti assoluti quali: Virgilio, Boccaccio, Rabelais, Cervantes, Flaubert, Gogol, Gadda, Nabokov… riesca comunque a ritagliarsi un proprio spazio espressivo e a dir la sua con originalità di sguardo, spirito libero, autonomia di pensiero.

3 Variatio 2 a 1 Clav.:

Nell’intreccio polifonico di voci a grappolo ascendenti e discendenti di contrappunti e di note sovrapposte sembra di avvertire la tramatura di malvasia, canaiolo, sangiovese, fogliatonda del Podere Le Boncie: superbo, complesso solido e caldo (aggettivi di casa per i sangiovese di Berardenga) Chianti Classico Le Trame appunto, espresso già dalla prima annata 1990, dagli appassionati sforzi vitali di Giovannina Morganti che pur lavorando in estrema economia di mezzi interpreta nei suoi vini (ogni millesimo a partire dagli assaggi del decennio 2000, esprime con sempre più cristallina onestà la caratteristica precipua dell’annata e del territorio) un’eccezionale varietà di sfumature ed accuratissime, genuine matières premières così come è variamente articolato e stratificato con calcolata sapienza questo breve ma intenso canone al tempo di 2/4 in triplice voce.

4  Variatio 3 a 1 Clav. Canone all’Unisono:

La grande cantabilità in 12/8 di questo canone che allude lontanamente all’Aria originaria ci riporta ad un assaggio altrettanto all’unisono con la Riserva Castell’in Villa del 1971: parliamo cioè del Chianti Classico Riserva Il Poggio 1974 Castello di Monsanto. Il Poggio, una vigna “povera” ma ricca di galestro tutta a “girapoggio” per limitare i danni dovuti all’erosione e al ruscellamento, da cui si domina la Val d’Elsa, è probabilmente il primo cru di Chianti Classico con l’annata 1962; (en passent, custodiamo nella memoria involontaria che sarà forse un giorno riattivata dal profumo edipico d’una crostata d’amarene “della mamma”, un ricordo milanese della suddetta Riserva Il Poggio in formato magnum però e della più stabile e decisa annata 1986.) Nonostante il millesimo altalenante, assai rari i sangiovesi che invecchiano con la medesima raffinata dignità di questo Chianti ancora ben carnoso al palato e quasi opulento al naso: la carnalità e l’opulenza crepuscolare sia chiaro, di amarene sotto spirito, vecchi stipi d’armadi ottocenteschi riaperti dopo anni tra ragnatele e strati di polvere argentata, scatole semivuote di toscanacci sigari sgretolati dal tempo… insomma di tutte quelle nostalgie de’ sensi dal Dannunzio più notturno o ancora di quelle gozzaniane, protonovecentesche buone cose di pessimo gusto.

5 Variatio 4 a 1 Clav.:

First 8 bars of the fourth variation.

Questo canone in stile di fuga nella “pastosità” delle linee melodiche così abilmente intrecciate tra loro con quella morbidezza di tocco e quel talento artigianale con cui potrebbe essere intessuto un tappeto persiano, in qualche modo (non chiedeteci quale e perché) ci si raffigura intimamente come il Chianti atipico della miracolata conca panzanese prodotto dall’estro, la competenza e la caparbia dell’amico Giampaolo Motta nella Fattoria La MassaGiorgio Primo che dalla vendemmia 2003 sfidando l’ipocrisia ufficializzata dal consorzio di molti produttori chiantigiani del Gallo Nero in campo d’oro, che da sempre irrobustiscono ed arrotondano senza dichiararlo in etichetta i loro sangiovesi con notevoli apporti di merlot e cabernet sauvignon ha deciso di declassarlo a Toscana IGT perché lui è un istruito bevitore e conoscitore fine dei premier cru classé di Bordeaux ed è esattamente in quella tendenza ideale che vuole impostare i suoi vini dichiaratamente bordoleggianti, perché se il sangiovese è lo scheletro, l’uvaggio bordolese son le viscere, la carne, il sangue, la polpa!

 

6 Variatio 5 a 1 ovvero 2 Clav.:

Questa variazione a 2 voci in cui la mano destra della linea di basso va ad incrociarsi pirotecnicamente sulla tastiera alla sinistra rimanda agli Essercizzi per clavicembalo di Scarlatti. Immaginate questo flusso ininterrotto di semicrome e crome pizzicate al clavicembalo o pianoforte invece che da interpreti illustri quali Pinnock, Koopman, la Landowska, la Tureck o Arrau, provate a immaginare invece Daniel Johnston (si veda a proposito documentario di Jeff Feuerzeig, The Devil and Daniel Johnston Usa, 2006), musicista schizofrenico vissuto gran parte della sua dolorosa esistenza in manicomi e case di cura mentali del West Virginia, a strimpellare su una tastiera giocattolo in una ispirata jam session con i suoi fantasmi questo brano impervio… Un Chianti Classico di Gaiole parallelamente moderno, pirotecnico ed azzardato sarà (per psicotica associazione d’idee) Castello di Brolio, blend altrettanto classico di sangiovese e cabernet sauvignon da microclima assai caldo rispetto ad altri chianti più settentrionali così da ritrovarsi infine nel calice un vino frutto opulento, bizzarro ed amabilmente dissociato, tutto improntato su grevi note “amaroneggianti” di confetture d’amarena, giuggiole e/o prugna: una mano alla East Coast ed un’altra alla Super Tuscan… a maggior ragione in un’annata d’assoluta ed assolata grandeur quale la ‘97.

7 Variatio 6 a 1 Clav. Canone alla Seconda:

In tempo di 3/8, estrema fluidità e contabilità anche qui. In questa variazione Bach ha in mente un’esplorazione profonda delle note di basso e di conseguenza propone una perlustrazione a ventaglio del registro grave dello strumento la cui peculiare profondità vocale (detto tra parentesi) è più evidente all’orecchio in un’esecuzione clavicembalistica che pianistica. Diciamo subito che Cepparello 2001 di Isole e Olena del piemontese-chiantigiano Paolo de Marchi nella tensione armonica del sangiovese nebbioleggiante rimarca queste notazioni basse, contegnose, gravi, severe e profonde interpretate e finissimamente estratte da un uva di tanta e tale faticosa, scostante proficuità, qual è il sangiovese appunto pur nelle sue selezioni clonali più stabili, che (con le varianti incontrollabili della fortuna, dell’annata e del caso) si concede il minimo e “si dà” a piccoli tratti intervallati solo a chi sappia davvero coglierne profondamente l’essenza minerale di fondo: sobria, ramata, elegante, setosa, alchemica, tenuemente agrumata e burbera ma sempre elargita con aristocratica auctoritas.

8 Variatio 7 a 1 ovvero 2 Clav.:

First 4 bars of the seventh variation.

Il canone è sempre stato eseguito con lo spirito meditavo, più laconico e lirico di una Siciliana. Dopo che furono tardivamente ritrovate le annotazioni di Bach aggiunte di suo pugno alla partitura si è dovuti convenire che il brano in questione andava eseguito con piglio più marziale ed al ritmo puntato d’una Gigue (“al tempo di Giga”). Lo spazio che questo brano occupa allude un significato simbolico-matematico, la conclusione cioè del primo ciclo di 8 variazioni.

Per analogia proponiamo l’assaggio del 100% sangiovese: Flaccianello della Pieve 2006 della Tenuta Fontodi a Greve (il 1981 la prima etichetta), espressione suprema del terroir panzanese dalla quadruplice anima acida, longeva, grassa, sapida: merito anche di Franco Bernabei, enologo che più di tutti ha animato la rinascita del sangiovese, focalizzandosi sulla struttura del vino in termini proprio di concentrazione, acidità e tenore alcolico. In quella kermesse surreale che è stata la primaverile prima sessione del Divino Tuscany 2011 organizzata da James Sukling & C. al Four Season di Firenze, proprio questo suddetto Flaccianello ha decisamente azzittito, con modestia e gran sostanza, tutti i suoi altezzosi rivali: sia amici che nemici supertuscan (e, tanto per dire, si sta parlando d’Ornellaia 2001, Solaia ’97, Sassicaia ’04, Redigaffi ‘04… mica bruscolini?).

9 Variatio 8 a 2 Clav.:

Anche quest’altro canone è in forma di danza, in cui l’ascensione e discensione intrecciata à la Scarlatti di entrambe le mani segue uno schema specularmente invertito ed asimmetrico sì da far esplodere quasi in sincrono sia variazione che strumento. Un proustiano assaggio che rimanda tutta una serie di speculazioni regressive fuse nell’intimo con una progressività di Materie e Memorie sopite così come di ricordi virtualmente proiettati al futuro è per noi l’ultima o penultima bottiglia di Montevertine Riserva ’’83 (quando era ancora “solo” vino da tavola),  presa dal figlio di Sergio, Martino Manetti “in offerta per noi”, sottratta cioè alla sua incantevole cantina privata scavata nella roccia. Sangiovese di Radda quasi in purezza (in aggiunta un 10 % di canaiolo), o meglio “Sangioveto” come ancora lo nominano a denti stretti i vecchi mezzadri del contado toscano usciti freschi-freschi sembrerebbe, da un tormentato romanzo di Federico Tozzi o da una veristica novella di Renato Fucini.

Il vino, segretamente sostenuto ab origine dalla consulenza enologica d’un mito vivente, il Mastro Assaggiatore Giulio Gambelli, è di un’esile robustezza: sgrossato di grassi superflui o d’altrettante fragranze insidiose compone lo spessore di un puro scheletro nutrito del sangue essenziale del tetragrammatico Jahvé (Sangue di Giove o di Sangiovanni?) sì da percepirne la rosea, succosa grana: quasi un bicchierino di quintessenziale siero secreto dalla spremitura di ben selezionate melagrane a centinaia per un rito orfico tutto privato in cui banchettando con battuta di chianina olio e sale, si brinda senz’altro al crocifisso Dioniso in Toscana!

10 Variatio 9 a 1 Clav. Canone alla Terza:

Nella scrittura di questo canone si può facilmente percepire la timbrica organistica sì che ogni singola parte è condotta con un tale rigore e nobiltà di vedute che pare gioco facile farvi convergere l’assaggio dei Sodi di San Niccolò nella loro prima annata 1979 dell’azienda Castellare di Castellina di Paolo Panerai. I Sodi (sangiovese con apporti minimi di malvasia nera) sono la vigna più alta dell’azienda (sui 400 mt.) su suolo calcareo, vendemmiata generalmente dopo la metà di ottobre. La difficoltà di adattare un canone alla terza in 4/4 all’armonia che il tema impone ci stimola a voler rintracciare l’aria irriconoscibile nelle note di basso così come proviamo a fare col vino in questione: il corpo ancora scattante, i ben nervi tesi ma i muscoli evaporati con gl’anni non del tutto a scapito dell’acidità e bevibilità di fondo: altro rarissimo esempio di come il sangiovese possa e debba manifestare nel tempo la sua “carrubescente” natura più burbera ma sostanziosa e verace. Quel male o benedetto sangiovese (detto sempre a bocca stretta con toscanello trai denti) che è sanguisuga per tutti coloro che pur amorevolmente curandolo e coltivando nel corso del tempo, non è poi sempre detto ahinoi e ahioloro, che ne debban trarre fuori per forza le più preziose, lodevoli ed efficaci risultanze.

11 Variatio 10 a 1 Clav. Fughetta:

A questo punto siamo davanti all’esposizione d’un soggetto di fuga “tonale” e non “reale”, a quattro voci. Questo elemento “fugato” condensa in quattro battute tutte le note presenti nel tema dell’Aria. Una “Fugetta”, così come ci risulta dall’annotazione fatta da Bach di proprio pugno, e tale sarà per noi altrettanto quest’assaggio o riassaggio di Castello di Ama Vigneto Bellavista 1997: in fuga dallo stritolante ingranaggio della vita moderna, in fuga cioè dalle tentacolari psicosi della città tritacarne, verso il borgo medioevale di Ama a Gaiole alla odisseica ricerca tanto dell’origine quanto dell’originalità.

In fuga verso Ama dunque: a piedi in treno in macchina o in bicicletta (magari ci fosse una via Francigena ciclabile fin là?), così da poter sostare a quasi passo d’uomo, bivaccare e meditare almanaccando assorti nella lettura d’aurei libretti quali: Il Conflitto della Civiltà Moderna del Simmel o La Convivialità del profeta-ecologista Ivan Illich il quale ha anche scritto un libricino altrettanto aureo in Elogio alla Bicicletta (Bollati e Boringhieri). Nutriti ad intervalli del campestre-rupestre paesaggio lazio-toscano ed alimentati di sì problematiche letture sulla società dell’iperproduzione di massa, congetturando soluzioni eremitiche ed improbabili sul relativismo irrompente d’ogni forma vitale, si arriverà a destinazione infine. Una volta fusi e confusi in questo microclima naturale al riparo da grandinate improvvise e gelate, “paganamente” inginocchiati sull’argilloso umido suolo dinanzi al vigneto trai più freddi, ben ventilati, alti della zona (quasi 600 mt.) e panoramici (tautologico il nome del cru), si è già bell’e risolto dentro di sè, come per magia, l’imperscrutabile crisi d’identità tra l’io e il mondo. Assaggiatevi o riassaggiatevi quindi, questo notevole esempio di come malvasia nera e sangiovese possano felicemente bilanciarsi, compenetrarsi e rafforzarsi insieme (certo l’annata è di quelle miracolose ) e avrete questo classicissimo trai chianti classici… ancora un altro sorso e quell’aleatorio senso d’inappagamento da cittadino nevrotizzato dall’alienazione moderna¹ dispare e si fluidifica in una sorta di pensiero liquido al sapore amarodolce, opulentoessenziale, riccopovero, convivialsolitario di quest’amabilissima bevuta in quel di Ama.

¹Più che moderna diremmo alienazione o insoddisfazione eterna, date un’occhiata se vi và, al Giovenale della III Satira in cui cupa riecheggia la insidiosa domanda a risposta multipla: Ma io che ci sto a fare a Roma?

12 Variatio 11 a 2 Clav.:

Siamo qui alla presenza d’un’elaborazione d’idea “a flusso interrotto” sempre più rapida e stringente. E’ prescritta l’esecuzione a due manuali in questa toccata in 12/16 che fin da subito costringe le due mani a pirotecniche intersecazioni. Scale di passaggio, arpeggi e trilli paiono introdurci al Castello di Monna Lisa Chianti Classico Riserva 2006 dell’azienda Villa Vignamaggio a Greve: “cinecittadinesco” set per commedie shakepseariane formato famiglia-catatonica o cornicione fatidico di smielati spot à la Mulino Bianco. Il belvedere di Vignamaggio è oltretutto, celeberrimo sfondo paesistico per La Gioconda leonardesca nella cui misterica figura già il Vasari volle riconoscervi tal Monna Lisa, figlia di Anton Maria di Noldo Gherardini. Quest’assemblaggio virtuosistico (più tecnica che anima) di sangiovese, cabernet sauvignon e merlot vendemmiati la seconda decade d’ottobre, scorrono al palato – è vero “a flusso continuo” – come fosse la cadenza d’un trillante arpeggio di tannini sferici avvanigliati più dal rovere nuovo che dal sangiovese: mature, dense e accaldate figurazioni papillogustative lievemente fumè da rimemorare una dolciastra composta di frutti boschivi spalmati “alla mannaia” su caldi appena appena panetti sciapi imburrati con demi-sel d’Echiré.

13 Variatio 12 Canone alla Quarta:

In questo canone per moto contrario o “a specchio” in tempo ¾, abbiamo la voce conseguente che s’indirizza in modo diametralmente contrario a quella antecedente a sfidare le geometriche regole ed esigenze ferree della scala diatonica. Tentiamo allora anche noi un esperimento mentale a competere contro le tediose leggi fisiche di spazio/tempo, come un’Alice in Wonderland del XXI secolo. D’improvviso e con febbre proustiana, veniamo proiettati nell’Italia del primo novecento. Eccoci qua allora, no, non è un sogno a occhi sbarrati o un bianco e nero degli Alinari, ma è tutto vero o quantomeno similvero! Seduti in un vagoncino della tranvia a vapore che collega Firenze a Greve in Chianti inaugurata nel 1890, dolcemente cullati dal dondolio della motrice sui binari, sonnecchiando leggiamo Hans Barth, Osteria. Guida Spirituale delle Osterie Italiane libro appena uscito con prefazione del Vate. Leggiamo tra sbadigli, distrazioni e lacrimucce del dormiveglia post-prandiale e tuttavia ammirati ed infervorati da esplorativa curiositas proprio quel punto in cui descrivendo “(…) la fortezza del Ghibellinismo e del Chianti” l’autore teutonico aggiunge che a Siena sono oltre trecento le dispense del vino, notizia questa che ci fa sbuffare ad occhi chiusi e ghignare ben certi della vittoria contro la tiepida brezza primaverile che fuori accarezza l’etrusca campagna segnata di borri, golette, colline, torrenti, dirupi: “Siena dalle 300 osterie… a noi due!”

Intanto dal finestrino si sfilaccia lento il caleidoscopio paesistico di lecci, querce, vigne, cipressi, olivi e stazioni di posta: Piazzale Michelangelo… Tavarnuzze… San Casciano… Passo dei Pecorai… Greti… Mezzo addormentati ci vien fatto di sognicchiare un vinello leggero leggero quasi acquetta dissetante, l’aveva perfino mandato in dono al Papa, offertoci da Michelangelo e prodotto manu propria (o scolpiva anche l’uve? di certo con meno sicura e mastodontica mano); però subito in sogno, quel vinello-acquetta michelangiolesco è stato sostituito da un bicchieraccio acetico sbevazzato malamente e in silenzio (in questo caso senz’alcun assenso) assieme al Machiavelli che dall’Albergaccio di Sant’Andrea in Percussina tra una pausa e l’altra nella stesura de Il Principe si rinchiudeva in un’osteria a riprendersi dalle fatiche d’Ercole della scrittura e del pensiero per rilassarsi, giocare a carte e sorseggiare vinoaceto… sempre ancora in questo sogno anti-euclideo, giungiamo a Grignanello (Castellina in Chianti) dove Galileo Galilei in carne ed ossa accudisce alle viti, pota e lega i tralci negl’orti e ci sussurra negl’orecchi trasecolati da sì tanta meraviglia:

“Il vino è come il sangue della terra, sole catturato e trasformato da una struttura così artificiosa qual è il granello dell’uva, mirabile laboratorio in cui operano ordigni, ingegni, e potenze congegnate da un clinico occulto e perfetto. Il vino è licore d’altissimo magistero composto di umore e di luce, per la cui virtù l’ingegno si fa illustre e chiaro, l’anima si dilata, gli spiriti si confortano e l’allegrezze si moltiplicano.” Proprio a quel vagheggiante suono: “…e l’allegrezze si moltiplicano”, ci risvegliamo purtroppo non già liberati nello spazio e nel tempo allegramente e per l’eternità rilasciati sulla tranviaria a vapore in corsa, un giorno qualsiasi del millenovecentonove, ma invece eccoci qua in trappola in questo progressivo eppur perenne presente-assente, intrappolati cioè nello specchio rotto del corrente e già risucchiato nel nulla, quattordicesimo giorno d’ottobre duemilaundici…

 

14 Variatio 13 a 2 Clav.:

The final two bars of the first section of Variation 13.

Dal bel libro di Albert Schweitzer, Bach il musicista poeta (Edizioni Suvini Zerboni, Milano 1952) ricaviamo la notizia che il tema dell’aria su cui verranno congegnate le 30 variazioni di cui qui si tratta, è una sarabanda contenuta tra minuetti, rondò, polacche, corali, serenate, preludi, musette, marce, gavotte, nel secondo Piccolo libro di anna Magdalena (1725). Ora, questa variazione in tempo 3/4 è anch’essa una sarabanda (in principio sfrenata danza spagnola d’origini orientali) che anche in questo caso è parimenti all’aria-madre stilizzata da elegante lentezza, propensione meditativa e raffinata maestosità armonica.

Altra peculiarità di questo brano è la sua scrittura che trascende quella puramente clavicembalistica per “mescolarvi figuralismi tipici della scrittura di altri strumenti”, come fa notare la Schiassi. Difatti a riascoltare la voce superiore ce la potremmo immaginare benissimo suonata da un oboe d’amore o se non addirittura “cantata” da un violino. Se proprio dobbiamo accostare una bevuta chiantigiana a questo brano in pari termini di meditazione, maestosità ed armonia così come ritrascritta bizzarramente su altro strumento che non sia l’oboe d’amore e neppure il violino bensì la bottiglia bordolese (non già il tradizionale fiasco impagliato di falasco) tracannata a gargarozzo (troppo cacofonico strumento pari al “rumorarmonio” futurista?), scegliamo senz’altro una glorious magnum di Percarlo 1997 puro sangiovese di Toscana IGT della fattoria San Giusto a Rentennano proprietà della famiglia Martini di Cigala, nella sottozona Monti in Chianti tra Gaiole e Castelnuovo Berardenga.

Questo giustamente celebrato vino viene prodotto solo nelle annate felici ed i grappoli sono selezionati uno ad uno generalmete a maturazione tardiva da piante le cui rese singole raggiungono massimo 1 kg per ceppo. Ex abrupto, tornando all’Arte dei Rumori teorizzata da Luigi Russolo e al cerebroleso nostro giochetto d’assonanze tra l’Aria con diverse variazioni e il Chianti Classico inscenato in questo contesto, riteniamo opportuno rilevare l’utilizzo d’una bottiglia di vino in qualità di strumento musicale sui generis certamente non contemplato nel Musical Instruments Through the Ages del Baines né tanto meno ne Le Sorgenti della Musica di Curt Sachs; questa magnum d’uve sangiovese è quindi atipico strumento in vetro che ci mette in contatto sommo e diretto con la musica delle sfere dunque, con il  sonoro flusso della terra e le lunghezze d’onda dell’umano spirito. Insomma, dopo una sì sacra e santa bevuta di questo purissimo, solare intruglio d’affumicature, speziature, tostature fruttoboschive bilanciate alla perfezione con alcol, acidità e trama tannica sarà solo il nostro corpo a mettersi a vibrare tutto nell’aria qual membrana di pelle viva e a tramutarsi in un “intonarumori” in carne ed ossa che crepita, gorgoglia, romba, ronfa, ronza, scoppia, sibila, stropiccia, ulula… il suo enorme amore per la vita per la vite ed il buon bere.

15 Variatio 14 a 2 Clav.:

In questo progresso scorsoio

non so se vengo ingoiato

o se ingoio.

Andrea Zanzotto

Era il più appartato, raffinato e lucido dei poeti viventi in quest’italietta che sforza-sforza non ha nemmen più la forza di respirare e andare avanti. Alla chiusa dei novant’anni appena compiuti, come a volersi prima donare da sé un ultimo regalo di compleanno, s’è spento Andrea Zanzotto. Il nostro sconsolato “peana” di lutto non può che rancoroso, cantar così: “perché muoiono i poeti e non crepano seduta stante i ministri ingordi, i calciatori analfabeti e i tifosi insulsi, le veline insipide, i perdenti gratta-che-ti-vinci, i presentatori impresentabili, i paparazzi succhiaca… perché non crepano all’istante i troisti e le troiste (è per caso rimasta fuori qualche consonante?) mediasettici, i pubblicitari viscidi con tutto l’apparato d’escort intellettuali quali: giornalisti, pennivendoli, professorucci, opinionisti, tuttologisti, storici del nulla, sociologi dell’ovvio, economisti dello zero spaccato, filosofetti à la page, demenziali esperti solo nel vuoto pneumatico delle loro menti costipate d’aria fritta?” Meglio finirla qua con sta jeremiad da drammaturgo anonimuccio e frustrato, alimentato con l’humus degli slums post-moderni e dar la parola piuttosto al grande poeta di Pieve di Soligo che in una conversazione di pochi anni or sono, amareggiato, argomentava proprio così: “(…) la tv spazzatura (…) è riuscita a scoordinare tessuti psichici molto profondi e a generare un’abitudine alla volgarità permanente, commista oggi alla fatuità del pettegolezzo. E, come se non bastassero i loro conflitti in atto, se ne fabbricano a freddo per la presunta <<avidità>> degli spettatori (…) la banalità che si fa ferocia.”

Complessità ed impeto irraggiungibili sono le due componenti caratteristiche di questa toccata in 3/4 per due manuali con ampli balzi da una tastiera all’altra ed impossibili salti di registro. Se la destra ha il compito di far risuonare il tema la sinistra è assai ben sciolta in agili quartine di semicrome, abbellimenti, arpeggiature, incroci con l’altra mano, trilli ed altre virtuosistiche figurazioni ornamentali che hanno fatto esclamare ad un sempre beffardo Glenn Gould: “Senz’alcun ombra di dubbio, uno dei più vertiginosi frammenti di neoscarlattismo immaginabile…” Un’iridescente, primaverile mulinello di note aspiraliformi dilatato per tutta l’eternità, è proprio questo nervoso stralcio sonoro che c’auguriamo di tutto cuore possa contornare-abbellire-rasserenare in loop il paradiso privato nel quale aleggerà il nostro Zanzotto, requiescat in pace almeno lui.

E intanto a noi, qui giù all’inferno, non resta che ingoiare a più non posso, ingollare bicchieroni a gran dolceamari sorsi e con irrefrenabile joi de vivre, prima d’essere ingurgitati a nostra volta nel progresso scorsoio della contemporaneità. Allora incrociamo pure abilmente fra loro in un doppio o triplo assaggio e riassaggio, scolo e riscolo a gonfi calici di questo rossofuoco siero, impetuoso e complesso, gorgogliante, biodinamico, selvaggio e sassoso: Chianti Classico 2006 (95% sangiovese, 5% cabernet sauvignon) più Sammarco 1999 (95% cabernet sauvignon, 5% sangiovese) più Vigna d’Alceo 1996 (85% cabernet sauvignon, 15% petit verdot) del Castello dei Rampolla dalle assolate, arenarie e calcareo-marnose vigne della conca d’oro a Panzano. L’azienda agricola fu fondata nel 1964 dal gentiluomo di campagna il principe Alceo di Napoli il quale in anticipo su “omini e tempi” decise di tramutare in rigorosa attività commerciale i suoi possedimenti secolari e latifondi di famiglia.

16 Variatio 15 a 1 Clav. Canone alla Quinta. Andante:

Dopo la giocosità e le accelerazioni ritmiche della variazione numero 14, è questa la prima variazione in tonalità minore, quella di sol, dal carattere lamentoso e forse didascalicamente ben più adatta della precedente ad un’occasione luttuosa ed evento dolente. L’andante in tempo 2/4 ci ripropone un trattamento di crome legate due a due così come già nei Corali Quaresimali o nel Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo. Similmente al canone numero 12 anche questo canone alla quinta è gestito per moto asimmetricamente contrario. Il cadenzare funebre della partitura ben si adatta alle prime piogge di fine ottobre a sonorizzare magari il barbaro spettacolo della Città Eterna che dopo due goccioline d’acqua versa biblicamente in una specie anomala di diluvio universale: mezzi pubblici bloccati, traffico in tilt, strade e marciapiedi allagati, sistema fognario intasato mentre in sincrono negl’altrettanto tombineschi, intasati e funesti Palazzi dello Strapotere, impotenti gerontocrati grezzissimi, gogoliani  burocrati codardelli e flaccidi, bardati in vesti di pizzo e “democraticamente” straprotetti nel loro ruolo pubblico super-partes s’occupano solo di trasformare il PIL nazionale in tonnellate e tonnellate di pillole blu (così come le milioni  e milioni d’auto blu) del citrato di sildenafil per supplire cioè alla loro elefantiaca tossicodipendenza da viagra… che a quanto pare preso a dosi eccessive danneggia l’udito irreversibilmente (figurati, tanto stiamo parlando di patetici “casi umani” ai quali da “un orecchio gl’entra e dall’altro gl’esce!”)

Prendete poi l’interpretazione quasi raddoppiata nel tempo che ne fa Glenn Gould nella storica incisione del 29 maggio 1981 registrata negl’oramai inesistenti studi della CBS (una Chiesa Presbiteriana al num. 207 nella 30th street di New York) che mentre và suonando s’accompagna canticchiando a mezza-bocca il canone e avrete per il puro piacere dell’ascolto (viagra permettendo…) l’ideale umanocenrico della quiete autunnale. Lo stesso Gould aveva dichiarato a proposito di questa variazione: “Il più severo, rigoroso e bello dei canoni… un brano tanto emotivo e angosciante quanto incoraggiante.”

Immaginiamo da sempre che dinanzi all’atroce Triumph of Death (è al Prado il panorama virulento che ne fa Bruegel il Vecchio) d’un’apocalisse improvvisa che sia o diluvietto autunnale tascabile come quello di quest’oggi, prima d’esser travolti dalla mischia dei dannati ci piacerebbe sorbettare – spettatori privilegiati – un ultimo bicchierino (chiediamo troppo?) di Chateau Latour 1961! Non avendone a disposizione (almeno per il momento) neppure una magra stilla, non ci resta che ripiegare (sono banditi facili paragoni fuori luogo e raffronti impietosi… please) su questo robusto sangiovese in purezza: San Martino 1999 dell’azienda Villa Cafaggio. Certo il polposo frutto, l’acidità scura e rinfrescante, i tannini tesi, il goudron piacevole, la persistenza importante, la mineralità panzanese ci restituiscono l’umor sano o lo spirito geometrico per sostenere con mente ferma gl’assalti dell’emotività, della bellezza e dell’angoscia, per affrontare alla giusta energia di braccia mani e piedi un’ennesima giornata di Caos e Caso che a braccetto da millenni pare conformino (ce lo conferma pure Eraclito l’Oscuro) l’essenza stessa ovvero sostanza prima ed ultima del Cosmo. Figurarsi poi qual senso d’onnipotenza nietzschiana (altro che viagra!) ad aver potuto tracannare un solo shot di quello stratosferico Latour del ’61!

17 Variatio 16 a 1 Clav. Ouverture:

La precedente variazione in minore si chiudeva con un intervallo di ventiseiesima vale a dire che le due mani si divaricavano agli antipodi sui due punti estremi della tastiera (del clavicembalo): gesto simbolico colmo di speranza e afflato mistico a voler dare spiraglio verso un’eventuale trascendenza, a suggerire “aperture” ultramondane o propositivi slanci “fuor di pelle”. Non per niente quella che segue è un’Ouverture a tre voci sporadiche che apre proprio alla seconda parte delle Goldberg Variationen, in un luminoso, teatrale stile di scrittura à la manière de Rameau. Bisogna a questo punto ricordare che nella richiesta del conte Keyserlingk “protettore” dell’opera, il “signor ambasciatore di Sua Maestà di Russia” aveva fatto precisa richiesta a Bach di pezzi che fossero tanto “delicati” che “spiritosi” in modo da poter alleviare il tormento delle sue nottate insonni. Delicatezza di spirito e grandiosità d’invenzioni armoniche sono senz’altro il sigillo di riconoscimento perenne su queste 30 variazioni su tema, per tanto anche nelle nostre nottatacce senza sonno, pur non avendo Goldberg alcuno a farci da musico intrattenitore, ascoltiamo stesi sul tappeto nella più fetale e fatale (in termini “d’abbioccamento”) delle posizioni il clavicembalista Pierre Hantaï in “via” cuffia, temendo non si sa mai, l’insurrezione cruenta degl’inquilini sopra o sotto-stanti: è una divertita, emozionale e assai gioiosa-rigorosa interpretazione.

A bicchiere scolmo? No, senz’altro! Nostro “nepente” notturno altrettanto delicato, spiritoso, arieggiante ed inventivo, narcolettica beva (intesa in senso benigno, sia chiaro) sarà senz’altro questa sostanziosa annata, la 1990, di sangiovese grosso di Castellina in Chianti della Tenuta di Bibbiano: Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino che è vera e propria consacrativa ouverture trai mille-e-un vini del Chianti. Non è un caso che in questa tenuta dei Marocchesi Marzi, l’insuperabile ed insuperato Giulio Gambelli negli anni 40 del secolo scorso ha originato la propria leggendaria attività sfolgorando sul mondo enologico la sua pitagorica e luminosa sapienza di Gran Mastro Assaggiatore appartato nell’ombra. Pitagoricamente anche noi a modo nostro, non possiamo che accompagnare la sulfurea sorseggiata con la ruminazione a lume di candela dal De Musica agostiniano: “La musica è scienza del misurare ritmicamente secondo arte“… non sarà lo stesso pure per il vino, rimuginiamo così fra noi semi-accoccolati, il cuffione denon sul cranio e il calice nel pugno a mezz’aria: non sarà uguale pure per il vino, umana scienza della terra, difficile arte del misurare e contenere il ritmo delle stagioni? A questo punto, a insonnia ormai debellata, beatamente ce la ronfiamo della grossa, finché dura…

18 Variatio 17 a 2 Clav.:

In quest’altra toccata virtuosistica in tempo 3/4 ritroviamo un maelström di scale e arpeggi che obbligano la mano destra ad intrecciarsi fatalmente con la sinistra, motivo per cui Bach indica l’utilizzo dei due manuali. Peter Williams, il musicologo, per questo brano ribollente che ricombina diversi moduli ritmici e melodici tali da armonizzare la diversità nella ripetitività, ha scomodato i nomi di Vivaldi e di Scarlatti.

Nell’ordine di siffatte “differenze e ripetizioni”, osserviamo come nel capitoletto intitolato le mele calde nell’Infanzia Berlinese attorno al millenovecento Walter Benjamin ricordi con commozione mal-trattenuta il profumo delle mele messe a cuocere nella stufa dalla tata, di come quella fragranza invernale si diffondesse per tutta la casa regalandogli il più magico, addolcito e teporoso dei risvegli. Un medesimo rimando odoroso (ripetizione nella diversità?) fatto di malinconia latente e labirintiche vertigini ai bordi dell’oblio e delle perdute memorie d’infanzia (la nostra stavolta, quella attorno alla fine del millenovecento però o alla fine dei tempi tout court) è l’annasata “recidiva” a questo calice d’Anfiteatro 1988 della Vecchie Terre di Montefili degli Acuti di Prato: chiodi di garofano pestati, infuso d’alloro e rosmarino, aroma di castagnaccio appena sfornato, trito di carruba e bacche di ginepro evaporanti nell’aria… queste le vaghe notazioni eteree contrappuntate in forma di danza olfattiva sul pentagramma della nostra altrettanto benjaminiana mémoire involontaire relativamente a questo cento per cento sangiovese di Greve in Chianti. Alla prova del gargarozzo invece: un fluire ingordo senz’attriti di sorta, perfetto all’annaffio casomai d’una povera ma ricca “zuppa frantoiana” (pane raffermo, fagioli scritti, sfritto d’aglio e lardo, cavolo nero, patate, frammenti di zucca, finocchio e aggiunta d’erbe di poggio tra cui è la borragine a detenere importanza suprema); strapaesana zuppa scaldabudella di quelle condite con la prima spremitura d’olio, la più asprina e piccante, che il mezzadro usava offrire per cena al padrone o al conduttore del frantoio le gelide sere d’inverno.

19 Variatio 18 a 1 Clav. Canone alla Sesta:

Quest’Aria con 30 Variazioni (BWV 988) è stata definita un vero e proprio “cruciverba musicale”: 32 elementi (aria iniziale ed aria conclusiva) così come 32 sono le battute dell’aria-madre, scritte nella medesima tonalità dal sol maggiore al sol minore sono intimamente connesse tra loro in una mirabile, concentrica catena logico-matematica dalla prima all’ultima come fossero un frame elicoidale di DNA sonoro. Fantasia, inventiva, dolore, gioia, ironia, serenità, queste tra altre, le cartesiane passions de l’âme che strutturano l’andamento centripeto-centrifugo di un simile capolavoro acustico. Un mozzafiato rompicapo d’infinità o d’assoluto riassunto nella chiusa finitezza dell’alfabeto musicale!

Prendiamo for instance, questo solo canone alla sesta in tempo 2/2 ovvero “alla breve”: osserviamo con l’orecchio stupefatto come un sì elegante condensato d’arpeggi, scale, appoggiature, abbellimenti possano esperire in nuce intere formule melodico-ritmiche che concatenano la struttura plurigemellare delle variazioni tutte, in una perfettamente finita sfera parmenidea. Il rigoroso contrappunto scritto nella stile antico, fatto di valori allungati e di ritardi vocali, rimanda più alla scrittura per organo che a quella per clavicembalo. Sempre per Gould, come dichiarò in una famosa intervista radiofonica con Tim Page, si tratta “certainly” di un’adorabile gemma, tra le variazioni che lui prediligeva su tutte.

A latitudini di dominio super partes sopra Albola, Volpaia e Montevertine abbiamo dunque questo Querciagrande 1985 del Podere Capaccia in Radda, un sangiovese IGT Toscana Centrale, ben fiero delle sue origini locali ostile da sempre a qualsiasi contaminatoria quanto dozzinale internazionalizzazione del vitigno. Snella robustezza, vibrante spettro aromatico, nervosetta austerità, estremo nitore di fondo, prepotenza alcolica, queste tra altre, le componenti principali d’un vino che in sé ma anche fuor di sé – per bocca umana semmai – dà inizio e termine ad ininterotte frasi sfatte, a maschili troppo maschili ragionamenti senza fine: sulla tradizione e l’innovazione, il caso e la necessità, il tempo e la fretta, i semi del futuro da ritrovare nel passato etc. E’ questo un vino cioè, il quale necessita anni ed anni d’affinamento in bottiglia prima di poter esprimere al meglio se stesso e donarsi all’apice delle sue forze in tutto il suo complicato ed organolettico potenziale genetico. Insomma, sia proprio questo un onesto esempio in vitro d’un’uva fermentata che riassorbe in sé tutte le arzigogolate variabili ed andamenti circolari ed arcigne esternazioni del vitigno arcigno trai vitigni, ancora una volta il Sangioveto cioè: lui si per davvero Maledettissimo e Toscano!

20 Variatio 19 a 1 Clav.:

[ Continua… ]