Antonino Leto, macchiaiolo d’un mare che non c’è più

28 ottobre 2018
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Per lui, a un certo punto, tutta la vita prese il colore di una verità invariabile, fissa, in modo che meglio la bellezza potesse coincidere con lo stupore religioso che si prova davanti alle manifestazioni della natura. Questo era il suo realismo, il suo coraggio di guardare alla vita con occhio sereno, impietosito, privo di illusioni, incurante di consolazioni. 

A. Parronchi, La visione realistica di Fattori, “L’Approdo letterario”

Alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo una intensa retrospettiva dedicata ad Antonino Leto, macchiaiolo del mare.

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Questa Casa di Anacapri (1882) è la casa dove vorrei esistere per sempre. Fuso nel dipinto. Connaturato al microcosmo vegetale della tela. Diluito alla temperatura della sola luce vera – la Luce Mediterranea – sintesi fiammante di dolore, di serena quiete e di dolcezze amare.

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Allora a proposito di questi luminosi paesaggi marini di Antonino Leto in mostra alla GAM di Palermo, il sentimento più disperato che sembrano tramandare a noi oggi in controluce, è una pena logorante, uno sdegno represso in forma di dipinto per qualcosa che poteva essere e non è stato. La nostalgia ingannevole per qualcosa che non sarà mai più o che forse non fu mai come l’immaginiamo noi ora con gli occhi del presente, un presente che alla fin fine è sempre troppo sleale nei confronti del passato cioè tanto meschinello a paragone del futuro.

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Simbolo angosciosamente significativo, presagio tragico rovesciato è La Mattanza a Favignana (1881-1887), dove gli uomini sono intenti a infiocinare i tonni in un ribollire di sangue e d’acqua salata. Quella stessa acqua di mare che oggi è inesorabilmente desertificata dai tonni mentre gli uomini sono sempre più infiocinati dalla mattanza autodistruttiva della devastazione ambientale volontaria e dall’inquinamento industriale che con una mano porta benessere o progresso apparenti, ma con due mani ci ha affossato in un pantano mobile di merdaccia chimica pre e post-digestione. Benessere o progresso apparenti che pur di sfamarci tutti ci ha infamato implacabilmente la dignità di vivere, respirare, fottere, mangiare, bere il giusto ma bene.

Antonino Leto, nato a Monreale il 14 giugno 1844 morirà a Capri il 31 maggio 1913, in estreme condizioni di povertà.

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Questi di Leto sono dei quadri rivelatori della nostra coscienza sporca che poi ci ha sporcato la vita tutta intera; quella vita biologica, psichica, sociale, politica, morale, economica, culturale, gastronomica, emotiva e sentimentale, una vita in buona sostanza falsa e colpevole che pretendiamo, con la goffaggine dei sopravvissuti alla Grande Noia contemporanea, essere invece autentica e innocente.

Infine, queste tele ci appaiono quali miraggi cromatici, raffigurazioni di nodi in gola attorcigliati ai profumi lontani, inestricabili dai sapori perduti per sempre di quando l’Italia non era ancora quella pattumiera ributtante abbandonata a se stessa nella discarica a cielo aperto del Mediterraneo.IMG_204962fba477-64e5-4dbe-832e-a49eb61db497

 

Palermo/Taormina 27-28 ottobre 2018

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